Shakespeare Chi?

Oggi esce Anonymous, di Roland Emmerich.

E no, non sono oxfordiana – why, non sono nemmeno anti-stratfordiana – e temo di non avere un briciolo di fiducia né in Emmerich né in Orloff.

E però.

Da un lato ne avete tutti fin sopra i capelli della mia infatuazione nei confronti del posto e dell’epoca: potrei mai trascurare un film ambientato in epoca elisabettiana – e che parla di teatro? Giammai.

E d’altro canto è pur vero che attorno alla fama postuma del buon Will nei secoli si è prodotta la fauna più straordinaria…

william-shakespeare.jpgDi solito sono gli scrittori a fare cose folli per amor di letteratura, ma – in questo come sotto altri aspetti – William Shakespeare sembra essere un caso a sé. A contare le stramberie commesse nei secoli attorno alla nachleben del Bardo c’è da rimanere basiti.

A partire dal dibattito di base: che cosa sappiamo dello Zio Will? Tutto quel che c’è da sapere, appena quanto basta, una ragionevole quantità di cose, o non sappiamo un bottone? Inutile dire che le opinioni in materia divergono selvaggiamente: c’è chi lo fa sembrare l’uomo del mistero, poco più di una cifra nascosta dietro lo straordinario corpus di opere che si sa, e chi sostiene – non del tutto a torto – che per essere stato un teatrante di epoca elisabettiana (categoria popolare fin che si vuole, ma non proprio socialmente comme il faut), si è lasciato dietro un considerevole numero di tracce. 

La domanda successiva è: che cosa si deduce da quello che si sa? Una sorprendente quantità di gente sembra dedurne che Will Shakespeare non può avere scritto le sue opere, che era una specie di prestanome, un autore mediocre, attore, mezzo impresario e mezzo mercante di granaglie, un provinciale poco meglio che illetterato, pronto a vendere il suo nome per consentire a qualcun altro di pubblicare di nascosto tutte quelle opere geniali.

Chi altro di preciso? Su questo c’è ogni genere di sconcertante ipotesi.

Marlowe.jpgComincio con la legione di neo-marloviani, secondo i quali Kit Marlowe non morì affatto a Deptford nel 1593 ma, dopo avere inscenato la rissa fatale per sottrarsi ai potenti nemici che si era procurato nella sua attività di spia, fuggì sul continente e continuò a scrivere indisturbato, spedendo a Shakespeare un capolavoro dietro l’altro perché li pubblicasse sotto falso nome. La teoria si presenta sotto varie forme che possono coinvolgere o meno lo spymaster Francis Walsingham e suo nipote Thomas (qualche volta indicato come l’amante di Marlowe), Walter Raleigh e la Scuola della Notte, la Grande Elisabetta in persona e chi più ne ha più ne metta.

Parlando di Elisabetta I, c’è anche chi sostiene che sia stata proprio lei a scrivere le opere di Shakespeare, solo che non stava bene che una regina scrivesse teatro, e quindi… Però gli elisabettisti sono una sparuta e malconsiderata minoranza, nulla a che vedere, per esempio, con i baconiani o gli oxfordiani.

Francis_Bacon.jpgI baconiani – quelli secondo cui Shakespeare-l’Autore era in realtà il filosofo e saggista Francis Bacon – annoverano nelle loro file uno dei più singolari personaggi del serraglio: Delia Bacon, una signora nata nel Connecticut nel 1811, un po’ squadrellata ma piena di fascino, considerando che riuscì  a coinvolgere nella sua ossessione innumerevoli finanziatori ed editori e persino (postumamente) gente come Henry James, Mark Twain e Helen Keller (quella di Anna dei Miracoli). Persino Delia-Bacon.jpgHawtorne, a suo tempo, si lasciò indurre a scrivere una prefazione al suo libro, cosa di cui poi si pentì, data la sprezzante accoglienza che il libro in questione ricevette negli ambienti accademici. La povera Delia, mai troppo stabile di suo, finì col morire in manicomio, ma la sua teoria fece scuola e generò una branca particolare: non si contano i crittografi che, anagrammando versi con un puntiglio e un’ingegnosità degni di miglior causa, trovarono oscuri riferimenti al buon Bacon.

Edward_de_Vere.jpgUn altro e ben distinto bunch è quello degli oxfordiani, gente il cui argomento primario sembra essere che il figlio di un guantaio di Stratford, provvisto di un’educazione sommaria e autore di un testamento in cui non compare un singolo libro, non può avere scritto tutte quelle opere raffinate, complesse, piene di riferimenti a luoghi esotici, viaggi per mare, campi specialistici come diritto e medicina e usi di corte. E allora, dicono costoro, capitanati dal mestro di scuola inglese J.T. Looney, chi meglio di Edward de Vere, 17esimo conte di Oxford? Eccolo lì il raffinato cortigiano, viaggiatore e autore occasionale… Temo che la causa oxfordiana non sia precisamente aiutata dal fatto che in Inglese Looney si pronuncia come loony, vale a dire “matto”, ma la cosa non sembra avere scoraggiato illustri sostenitori come John Galsworthy, Sigmund Freud (almeno per un certo tempo), Orson Wells e Sir Derek Jacobi.

Non è finita qui, c’è anche chi tifa per la bella e colta Lady Mary Sidney, con o senza la collaborazione del suo celebre fratello, Sir Philip Sidney, oppure per Walter Raleigh, o per William Stanley, conte di Derby, o per un’altra quarantina di candidati in ordine sparso.

Ora, diciamolo piano perché il dibattito è violento ai limiti della fisicità, ma tutte queste teorie tendono a fare acqua in un modo o nell’altro: Marlowe era… be’, un tantino morto per scrivere; Bacon condusse una vita politicamente e intellettualmente molto piena anche senza infilarci l’opera omnia di Shakespeare, e poi aveva l’abitudine di pubblicare a suo nome, proprio come Oxford, il quale oltretutto, essendo morto nel 1604, avrebbe dovuto preparare in anticipo una considerevole parte della sua opera, lasciandola da pubblicare postuma. Improbabilità analoghe affliggono anche tutte le altre teorie…

E tuttavia, se vi siete fatti l’idea che gli spostati stiano tutti in campo anti-stratfordiano, provvedo subito a correggere l’impressione.

Dove vogliamo mettere, per esempio, William Henry Ireland che, a cavallo tra Sette e Ottocento, per william-henry-ireland.jpgattirare l’attenzione e l’affetto del padre – incisore celebre e studioso shakespeariano dilettante – cominciò a produrre falsi autografi del Cigno di Stratford? Cominciò con qualche firma e con l’occasionale documento, e fu creduto anche dagli esperti del tempo. Il padre, che fino ad allora aveva creduto di avere un figlio stupido, nel suo entusiasmo diede a tutta la faccenda molta più pubblicità di quanta William ne desiderasse, innescando un meccanismo che portò il ragazzo a cimentarsi addirittura con il supposto manoscritto di una tragedia perduta, Vortigern and Rowena. L’opera fu persino rappresentata, seppur senza un gran successo, nientemeno che dalla compagnia di Sheridan e Kemble. Poi il povero William fu smascherato da Edmond Malone, un avvocato irlandese e studioso di letteratura, col risultato che la sua frode venne esposta, il padre lo disconobbe e diseredò… una storia triste.

Malone.pngMalone, d’altronde, mancava a sua volta di qualche venerdì: aveva l’abitudine di prendere a prestito documenti antichi di enorme valore (come i registri parrocchiali di Stratford per l’epoca rilevante) e non restituirli se non dopo molti anni, e talvolta tagliuzzati. E questo era considerato uno studioso serio, figuratevi un po’ voi!

Si potrebbe continuare con l’eccentrica coppia americana che dedicò buona parte della sua vita e del suo patrimonio a fare ricerche negli archivi inglesi – e sempre si credette spiata e perseguitata dai servizi segreti di Sua Maestà Britannica; o con Freud che, dopo essere stato un oxfordiano si convertì all’altrettanto bizzarra convinzione che lo Zio Will fosse in realtà un Francese di nome Jacques Pierre; o con la gente che vuole il Bardo italiano (specificamente siciliano) o tutto fuorché inglese. Potrei sbagliarmi, ma credo proprio di ricordare un tempo in cui Gheddafi giurava sull’origine maghrebina di Sheik Spear.

Non del tutto sorprendentemente, tutto questo marasma pseudo-accademico ha dato origine anche a una certa quantità di letteratura narrativa. Qui mi limiterò a citare tre titoli: The Propagation of Knowledge, un racconto di Kipling in cui Stalky, Beetle e M’Turk fanno sfoggio delle teorie di Delia Bacon ai danni del detestato professor King; Il Manoscritto di Shakespeare, di Domenico Seminerio, che ambienta il dibattito in Sicilia e mostra una versione all’acqua di rose della scrittura un romanzo storico; e il ripetutamente citato History Play di Rodney Bolt, meraviglioso gioco letterario che si fa garbate beffe delle teorie marloviane e del mondo accademico, a mezza strada tra una sciarada, un saggio e un romanzo storico.

Ma se volete qualche lume in più su questa narrativa anti-stratfordiana, date un’occhiata a questo articolo, il mio primo intervento bardocentrico su Thriller Magazine – perché, di nuovo, la fauna è abbondante e bizzarra.

Ce n’è di gente bizzarra al mondo, vero? E per di più, date loro una causa di qualsiasi tipo e vi solleveranno una quantità di polvere, accademica e otherwise.

Shakespeare Chi?ultima modifica: 2011-11-18T12:01:53+00:00da laclarina
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8 Commenti

  • Ottimo articolo, che mi ha portato a cestinare quello, affine ma meno elegante, che avevo io in rampa di lancio – ma questo significa che domani potrò parlare sul mio blog di un’altra faccenda tangenzialmente connessa alla reale identità dell’amico Will Shakes.

    La questione dell’identità del bardo è d’altra parte ottimo carburante per la narrativa (ma Emmerich… andiamo, Emmerich? hahahaha!), per le chiacchiere notturne al pub e per il gioco di ruolo.
    Mi pare tuttavia che nel dotto articolo qui sopra manchi una delle più rivoluzionarie (…) teorie sulla vera identità dell’autore di Otello e della Tragedia Scozzese mai proposte; mi riferisco a quando il non-poi-così-compianto leader libico, Gheddafi, propose che “Shakespeare” fosse in realtà una errata e tendenziosa trascrizione di Sheik Spear, e che lungi dal provenire da Stratford, il bardo fosse in realtà uno sceicco arabo trapiantato – per motivi mai chiariti – fra le brume britanniche.

    E come cantava Jimmy Buffett, that’s my story and I’m sticking to it.

  • Grazie, Monsieur – attendiamo il post di domani.

    Però la teoria gheddafiana non manca affatto: fine del quart’ultimo paragrafo. È talmente off-kilter che non la si poteva lasciar fuori…

  • Ah, me l’ero persa – mea culpa, l’ipotesi freudiana (Jacques-Pierre=Shakespeare, l’orrore, l’orrore!) mi ha a tal punto raccapricciato, che la mano che regge il mouse deve aver avuto uno spasmo involontario, facendomi saltare alcune righe.
    Non accadrà più (a meno di non incontrare altre cose altrettanto raccapriccianti, dell’esistenza delle quali mi permetto tuttavia di dubitare).

    Il mio post di domani è uno spreco inutile di spazio sui server – tanto che ne sconsiglio io stesso la lettura ai più sensibili.
    Ma chissà che non mi aiuti a spurgare i miei sistemi dall’umor nero di questi ultimi giorni.
    😀

  • Ottimo rassegna delle ipotesi about Shakespeare. Interessante, dettagliata, piacevolissima.

  • Il mio primo commento non è stato pubblicato, nonostante abbia decifrato il codice ( perché questa complicazione?) – Comunque il post è interessante, dettagliato, piacevolissimo :))

  • @Davide: scorrerà del sangue? 🙂

    @Emma: grazie grazie. La complicazione è uno dei miei ricorrenti motivi di furia… non sempre c’è questo sbarramento, ma certi giorni devo passarlo anch’io – per commentare nel MIO blog. Mah…

  • No, ma se è una richiesta la prenderò in considerazione… potrebbe essere divertente.

    Più che altro, scorreranno troppe parole per un argomento sostanzialmente futile.
    Ma a volte scrivere di getto senza avere una tesi da spingere può essere molto molto utile per resettare i sistemi.
    E poi, poiché non si butta via niente, lo si infligge ai surfisti.

  • C’è anche la tomba di Shakespeare, che ora è questa, ma a quanto leggevo prima era questa.

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