‘Zounds!

È inoltre consigliabile, scrivendo narrativa ambientata in qualsiasi periodo storico, evitare distorsioni del linguaggio nel tentativo di creare dialogo d’epoca. Se i personaggi della nostra storia non suonavano antiquati ai loro contemporanei, allora non devono suonare antiquati nemmeno a noi. Può benissimo darsi che un giovanotto dicesse al suo benefattore: La vostra benevolenza mi lusinga assai, signore, e son ben conscio della gratitudine che vi spetta”, ma non è così che le sue parole suonavano all’orecchio del benefattore. Quello che il benefattore capiva era: “Grazie, signore, molto gentile.”

E questa è quella Josephine Tey di cui parlavamo qualche giorno fa, nella Nota al suo romanzo The Privateer. Questo significa che, nel 1952, JT anticipava di una buona sessantina d’anni quello che nell’ultimo decennio o giù di lì è diventato il dibattito sul Nuovo Corso del romanzo storico. La faccenda (come molte faccende serie che riguardano la narrativa di genere) è maturata in ambito anglosassone, quando alcuni autori hanno cominciato a scrivere antichi romani e sovrani Tudor che parlavano un linguaggio decisamente ‘XXI Secolo’. L’idea generale, come la zuppa inglese, ha più di uno strato.

Da una parte c’è la volontà di rendere più facile l’identificazione al lettore. Bisogna ammetterlo, non è sempre facilissimo simpatizzare per cinquecento pagine con gente che procede a forza di “Dei possenti!”, “calami” e “guantiere”. Poi sia chiaro, non si tratta di modernizzare i personaggi: mentalità e atteggiamento restano rigorosamente period, ma il trucco sta nel renderli in un linguaggio tale che il lettore contemporaneo non abbia l’impressione di essere appena sbarcato su Marte.

Ed ecco l’altro lato della questione, che ci riporta al discorso di JT: la maniera cinque, sei o settecentesca, non pareva affatto maniera a chi la usava, e pertanto il romanziere storico dovrebbe produrre l’impressione che i suoi personaggi parlino in modo normale. Quando Riccardo III dice “Zounds!”, non dice nulla di particolarmente esotico o pittoresco, si limita a usare un’imprecazione che è moneta corrente ai suoi tempi. E a quelli di Will Shakespeare, se vogliamo, per cui l’esempio non è del tutto calzante, ma avete capito quello che voglio dire. Supponiamo tuttavia che un romanziere contemporaneo riprenda in mano Richard*, e che lo ritragga in un momento di furore: un’imprecazione contemporanea aiuterebbe il lettore a simpatizzare meglio con la sua rabbia? E glielo farebbe sentire più vicino? Più vero? Più vivo?

Quel che è certo è che un linguaggio troppo desueto produce distacco, intralcia l’identificazione e trascina il lettore fuori dalla storia. Not good. Per rendersene conto (e per vedere che JT non era l’unica precorritrice) basta leggere il primo capitolo dei Promessi Sposi, con il supposto scartafaccio secentesco: fittizio senz’altro, ma ricalcato sullo stile dell’epoca e poco meglio che illeggibile. Per renderlo appetibile al lettore, dice Don Lisander, bisogna rivestire la bella storia di parole diverse, parole che si possano capire a prima vista.

E in realtà oggi sono veramente pochi gli autori che riproducono fedelmente la lingua del loro periodo: per lo più, chi rifiuta l’idea del Nuovo Corso cerca una via di mezzo tra comprensibilità e un certo qual gusto d’epoca, il che risulta in una vasta gamma di linguaggi immaginari, più o meno riusciti, più o meno deliberati, più o meno leggibili**.

E allora? Vexata quaestio… Personalmente, confesso di avere sempre avuto un debole per il linguaggio d’epoca***, per le costruzioni desuete, per i vocaboli astrusi e specialistici, ma devo aggiungere anche che non è la caratteristica della mia scrittura che mi ha procurato più lettori. Da un lato, capisco che se voglio ricreare un’altra epoca, renderla viva per il mio lettore, un linguaggio contemporaneo (purché privo di anacronismi) è di sicuro uno strumento potente. D’altra parte, dove va a finire quella specie di “patina del tempo” che contribuisce tanto al fascino di tutto quello che è antico?

Aneddotino. Secoli fa, per una rappresentazione de L’Uomo del Destino, atto unico napoleonico di G.B. Shaw, avevo fatto fotocopiare dei pezzi di mappa catastale, perché servissero da mappe militari. Nonostante avessi preso la precauzione di procurarmi della carta color avorio (un mestieraccio, trovarne in formato A3!), vedermele in mano mi causò un istante di delusione: non avevano un’aria antica… Ovviamente non dovevano averla! Ovviamente Napoleone aveva mappe nuove con sé, magari un po’ sbrindellate e macchiate dall’uso, ma senz’altro non antiche. E però, da un punto di vista scenografico, non sarebbero parse fuori posto tra le crinoline e le spade e le candele, nell’atmosfera d’epoca creata dalla regia?

Ecco, credo che questo sia un po’ il nocciolo del problema: che cosa si vuole, che cosa si cerca in un romanzo storico? Un senso della sostanziale parentela che ci lega a questi antenati, o uno sguardo agli usi, costumi e pensieri di un mondo che il passare dei secoli ha reso estraneo? Il dibattito è ampiamente aperto.

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* Ipotesi tutt’altro che peregrina: nel mondo anglosassone esiste una folta schiera di romanzi riccardiani. C’è persino una Richard III Society, dedita alla riabilitazione storica del povero Richard.

** Per un gustoso simil-mantovano secentesco, La Pantoffola di Matilda, di Stefano Scansani, vale la pena di un’occhiatina.

*** A dieci anni, giocando “a Medio Evo”, ero solita riprendere i miei amici quando per errore si rivolgevano al re con il lei, anziché il voi, che a me sembrava più period… Me lo rinfacciano ancora.

‘Zounds!ultima modifica: 2012-06-01T08:10:00+00:00da laclarina
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8 Commenti

  • “A dieci anni, giocando “a Medio Evo”, ero solita riprendere i miei amici quando per errore si rivolgevano al re con il lei, anziché il voi, che a me sembrava più period… Me lo rinfacciano ancora.”

    Ah, il voi!… fosse per me, lo sai… 🙂

  • 🙂 Sospettavo che questo post fosse il tuo genere.

    Che poi quel che mi piace tanto è la convivenza di tu, voi e lei, con le conseguenti possibilità di sfumature social-relazional-tuttoquanto nel dialogo… ah!

  • Questo tuo post mi ha fatto tornare in mente le interminabili traduzioni di latino.
    Molte volte il dilemma era: traduco fedelmente parola per parola oppure traduco a senso?
    Bene avendo io cambiato ben 4 insegnanti in 5 anni capirai che ogni settembre era lo stesso problema e davvero variava da insegnante a insegnante…proprio come i lettori del romanzo storico…
    Cosa si deve fare?
    Davvero dipende dal target.
    Personalmente ho sempre preferito la traduzione a senso che rendeva nitide le storie che traducevo però spesso la traduzione letterale mi ha regalato dei modi di dire molto sfiziosi che ritraevano l’epoca e soprattutto la quotidianità di chi quella lingua la parlava.

    Insomma le frasi idiomatiche hanno sempre un che di speciale anche se poi le si annega nella traduzione a senso.
    Un po’ come i proverbi che raramente sono traducibili parola per parola e finiscono sempre trasfigurati da proverbi analoghi nella lingua in cui traduci eppure io adoro i proverbi originali…

  • Il remake di “Vogliamo vivere” di Lubitsch, che Mel Brooks girò negli anni ottanta, si apre su un numero a due, Brooks/Bankroft, che cantano “Sweet Georgia Brown” in polacco.
    Poi cominciano a litigare in polacco.
    A questo punto una voce fuori campo annuncia che per salvaguardare la chiarezza e la salute mentale del pubblico, il resto del film NON sarà in polacco.

    (oh, esiste su YouTube! Imperdibile…)

    http://www.youtube.com/watch?v=JM7WG9C5HTg

    Il tutto sintetizza bene la mia posizione sulla faccenda lingue esotiche/dialetti/espressioni d’epoca.
    Bisogna pensare alla chiarezza ed alla salute mentale del pubblico.

    È una questione di sintonia fine, credo.
    Io apprezzo e condivido la posizione della Tey – anche perché credo che sia più una questione di ritmo che di lessico, a dare un’idea d’epoca.
    Poi, ok, è agli atti il mio uso di “ti venga il vaiolo” per tradurre/adattare il classico “a pox on you” – quindi chi sono io per parlare?

    Detto ciò – ho appena finito un (vecchio) libro di fantascienza narrato in prima persona da un personaggio che parla inglese, ma non l’inglese del 20° secolo (mancano gli articoli, un sacco di preposizioni, i verbi sono semplificati) – il linguaggio forse la parte più interessante del romanzo; è una lingua comprensibilissima, ma non è la nostra lingua.

  • @Cily: ah, la traduzione è una faccenda alchemica – trovare il giusto equilibrio fra fedeltà e senso è una di quelle cose. Però è vero: i prinicipi generali si applicano anche al discorso del linguaggio d’epoca. Dipende da tante cose, dal tipo di romanzo, dalla scioltezza con cui si riesce a farlo… Come gli scrittori anglofoni che ambientano in età elisabettiana e tentano di usare thou-thee-thine. Il rischio è enorme, però c’è qualcuno cui riesce, tipo Burgess in A Dead Man in Deptford.

    @Davide: ma non sapevo che ci fosse un rifacimento di Vogliamo Vivere! Adoro l’originale e adesso dovrò vedere che cosa ne ha fatto Mel Brooks.
    Detto ciò, concordo: sintonia fine. Anche perché sarebbe una follia pescare la lingua “d’epoca” pari pari dalle fonti (ammesso che le fonti scritte possano restituire davvero l’uso del parlato) e usarlo in un romanzo. Ogni volta è questione di creare un linguaggio per amalgami, tentativi, errori e felici combinazioni. Con la consapevolezza che, quando riesce bene, è una meraviglia – e quando riesce male è un completo suicidio narrativo.

  • “Essere o non essere”, del 1983.
    Una copia quasi 1:1 del film di Lubitsch.
    Ma Anne Bancroft è splendida, e ci sono un paio di idee interessanti.

    Per promuoverlo Brooks incise anche un divertentissimo “Hitler Rap” che da trent’anni è oggetto della furia di bigotti politically correct che non hanno capito lo scherzo.
    Una volta lo postavo sul mio blog per il Giorno della Memoria (come Lubitsch, sono convinto che il ridicolo sia la migliore arma contro i nazisti), ma ho smesso da quando hanno cercato di farmi chiudere il blog per propaganda neo-nazista.
    Idioti.
    Motivo per cui non te lo linko, sennò finiamo nei guai.
    Ma su YouTube lo trovi facile.

  • God save and deliver us from people withouth a sense of humour…

  • Amen.

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