Dic 1, 2014 - Shakeloviana    No Comments

Shakeloviana: (In Disgrazia Con) La Fortuna E Gli Uomini

William ShakespeareRiparliamo di Josephine Preston Peabody che, prima di Marlowe, aveva già scritto un atto unico intitolato Fortune and Men’s Eyes, in cui dava la sua interpretazione dei Sonetti.

C’è Shakespeare, ovviamente, e c’è un giovane Pembroke brillante e limitatamente contrito, e c’è un’ardente Mary Fitton che ha levato Pembroke a Shakespeare, finge di esserlo ancora per vedere che cosa ha da temere – e si ritrova, dopo tutto, ancora presa del suo disilluso sonettista… Ma è troppo tardi.

E questa è la trama in breve, e tutto si svolge in una taverna – in pseudo pentametri iambici e nel giro di poche ore – complicato dalla presenza di un’altra dama di corte tanto svampita quanto petulante, di un guardiano d’orsi, del figliolino dell’oste – più l’oste stesso, un predicatore puritano, un venditore di ballate, un apprendista…

Un sacco di gente, per un atterello unico più breve che no – e questo da un lato risale agli usi di un’età arcadica, in cui le compagnie non si affannavano soverchiamente sulla quantità di gente da mettere in scena, e dall’altro denuncia un po’ l’inesperienza dell’autrice. Francamente, almeno metà di questa nutrita popolazione è dov’è per motivi poco più che decorativi – ma lo ripeto: son cose che si fanno quando si è nuovi del mestiere.

In compenso, la rete di tensioni e tradimenti che corre tra l’Attore, Pembroke e Mary è ritratta tutt’altro che male, e i versi zoppicano qua e là, e ogni tanto trascorrono nel purpureo – ma nel complesso scivolano bene ed edulcorano ben poco. Tutti sono arrabbiati con se stessi e reciprocamente, disillusi, pieni di rimpianti e/o rimorsi, amareggiati, innamorati malgré soi, incerti. Tutti mentono, dubitano e rimpiangono – ma non c’è modo di tornare indietro. E in mezzo a tutto ciò, camminano e inciampano ignari e innocenti (e più che un nonnulla ottusi) tutti gli altri personaggi di cui si diceva… Alla fin fine l’insieme ha il suo perché, ma è e resta lavoro d’apprendista.

Rispetto al Marlowe dell’anno successivo, Fortune manca di varie cose. Manca di respiro – ma d’altra parte ha quattro atti di meno. Manca di un finale vero e proprio – in Marlowe, Kit va incontro alla sua fine desolatamente prometeica, e qui… be’, ciascuno se ne torna per la sua strada. Manca di equilibrio – troppa gente, troppa enfasi qua e là, troppi fischietti e campMary Fittonanelli. Manca di quel taglio di luce dorata che in Marlowe bilancia la malinconia amarognola di fondo. Manca di movimento interno – i personaggi non hanno il tempo e lo spazio per il minimo cambiamento.

Alla fine, la più viva di tutti è Mary Fitton che, di conseguenza, è anche la più esposta all’occasionale scivolone purpureo – ma Mary la sirena, Mary l’incantatrice, Mary dalle mille voci, Mary che avrebbe dovuto nascere avventuriero e navigatore, è il centro scuro e crudele di tutto quanto.

Una nota finale per dire che fra le tre possibili Brune Signore dei Sonetti che compaiono a teatro e nei romanzi, per qualche motivo Mary Fitton è quella che riscuote meno simpatia da parte dei suoi autori. Lucy Morgan è sempre la coraggiosa ragazza di colore che, più o meno ingenua, si fa strada tra pregiudizio e sventure assortite. Emilia Bassano Lanier è l’artista temperamentale e spregiudicata con un senso dell’umorismo. Mary Fitton non l’ho mai vista ritrarre altro che fredda, calcolatrice, ambiziosa e crudele, manipolatrice, tentatrice, separatrice di amici/amanti per il gusto di farlo… A suo modo, la cosa è interessante.

E al solito, semmai voleste leggere, Fortune and Men’s Eyes si trova su Internet Archive.

 

 

Shakeloviana: (In Disgrazia Con) La Fortuna E Gli Uominiultima modifica: 2014-12-01T08:04:11+00:00da laclarina
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