Ago 7, 2017 - posti, Storia&storie    No Comments

Imperi Perduti – Una Collezione

Questo, abbiate pazienza, è un post vagamente sentimentale. Ma il fatto è che l’altro giorno si parlava con C. d’imperi – imperi che finiscono, imperi di cui resta l’ombra, imperi che si sfanno in polvere –  e la discussione mi ha portata a rimuginare sulla mia personale collezione d’Imperi Perduti – o quanto meno sulle ombre che ne ho trovato, in loco, talvolta molto altrove, e tra le pagine dei libri.

lisbon-cathedral.jpgLisbona è una città bizzarra. Triste, grandiosa e trascurata, costellata ancora di rovine del terremoto del 1746, con la sua torre sul Tago, l’Alfama afosa e sudicia aggrappata attorno al rudere del castello, e caravelle dappertutto. Caravelle nei musei, ex voto in miniatura nelle chiese, giostre per i bambini, stilizzate nei marchi, nei simboli – ovunque. L’impressione è di orgoglioso abbandono, come se tutta la città sussurrasse di continuo: che importa? Lasciate che tutto crolli: l’Impero è perduto, che importa, ormai?

A Londra invece si passeggia per lo Strand circondati da edifici dai nomi come Australia House, Zimbabwe House, High Commission of India, Commonwealth Secretariat, Quebec Government Office… e benché sia passato più di un secolo da quando Kipling scrisse il suo Recessional, nei negozi di tè si trovano ancora sacchetti che portano tutti i nomi del mondo, Tuvalu nel Pacifico rifiuta pervicacemente di avere altro sovrano che la Regina d’Inghilterra, le università pullulano dei figli del buon vecchio Commonwealth, e tutta la città pulsa e ferve ancora con l’aria di deliberata alacrità che si confà al cuore di un mondo intero. Se è svanito dagli atlanti, l’Impero qui è vivo in spirito.Komsomolskaya_Square.jpg

A Mosca c’è la piazza Komsomolskaja, su cui si affacciano tre enormi stazioni ferroviarie più una: quella Primi Novecento della linea per Sanpietroburgo, quella a forma di yurta della Transiberiana e la stazione dall’aspetto asiatico della ferrovia di Kazan, a cui si aggiunge un capolinea della metro in stile neoclassico. La piazza è enorme, affollatissima, e a tutte le ore brulica di gente in partenza e in arrivo. Non so se sia ancora così, ma una quindicina di anni fa le halls colossali erano stipate di Russi ed ex-Sovietici di ogni possibile etnia, inverosimilmente carichi di bagagli, rumorosi, seduti per terra, occupati a spingere, a sgomitare e a litigare tra di loro in una babele di lingue. Anche se l’impero è franato ormai ripetutamente, ha lasciato dietro di sé, quanto meno, un centro nevralgico vivo nella Komsomolskaja.

Sbarcando a Sanpietroburgo, poi, si trova (o almeno si trovava quei quindici anni orsono) quel bizzarro fenomeno per cui, persino sulla Nevskij Perspektiv, le facciate dei palazzi sono meravigliose, ma guai a muovere un passo oltre la soglia: dietro tutto è abbandonato e sudicio. L’intera città, con le sue prospettive perfette, Santa Maria di Kazan come una San Pietro nera, i giorni lunghissimi e gli scorci incantevoli, sembra una quinta teatrale: magnifica e fasulla. Viene da chiedersi se l’Impero, quello che intendeva Pietro il Grande, sia mai esistito per davvero.

baalbek-Temple-of-Jupiter.jpgÈ quasi un paradosso che l’Impero di Roma io l’abbia visto per la prima volta in Libano. No, non è vero, naturalmente: ogni volta che torno a Roma me ne innamoro un po’ di più, e però ogni tanto, mentre ammiro i Fori, o la Basilica di Massenzio, o una qualsiasi altra meraviglia, non posso fare a meno di domandarmi – con uno stringimento di cuore – che effetto farebbe la città a un antico Romano che potesse vederla adesso. E la risposta non è confortante: un disperato smarrimento nel vedere i ruderi di ciò che aveva creduto solidamente immutabile*. Forse è per questa malinconia che non penso troppo volentieri all’Impero, quando sono a Roma. Per paradosso, come dicevo, la sensazione è stata tutt’altra quando a Baalbek mi sono trovata di fronte i colossali templi della periferia, dov’era più importante che mai lasciare impronte possenti. All’ombra di quelle formidabili affermazioni di pietra, la possenza di Roma mi ha colpita con una forza sconcertante. Là dove non mi appare smussato dalla storia successiva, l’Impero ha lasciato dietro di sé fantasmi molto solidi, molto indubitabili.

Vienna è sotto molti aspetti un’adorabile città, ma dopo avere letto Joseph Roth non l’ho più vista con gli stessi occhi. L’Impero di Roth, degli Asburgo, delle molteplici etnie raccolte sotto un’idea, l’Impero della mia nonna friulana** che dava a suo figlio i nomi del penultimo imperatore, quell’Impero Cripta.jpgelefantiaco, multilingue, ordinato nel suo disordine, austero, lento e immutabile è morto con Franceso Giuseppe e si è decomposto con la Prima Guerra Mondiale. Certo non è nelle vetrine delle pasticcerie in forma di sacher-torten o pasticcini serviti a legioni di turisti, non è nelle onnipresenti mozartkuegeln, non è nelle figuranti in abito da Sissi che si fanno fotografare nelle piazze e nei parchi, non è nelle canzoni sentimentali che i violinisti suonano nei ristoranti. Dell’Impero Vienna ha sposato un’oleografia edulcorata, consolante per il carattere nazionale e buona per il turismo, tradendo l’idea sovrannazionale, antichissima e variamente sacra. Di quella resta soltanto la Cripta dei Cappuccini nel Neue Markt.

E per finire, ho avuto il dubbio ma indimenticabile privilegio di vedere il crollo di un impero, quello sovietico. Non parlo tanto delle immagini televisive – nemmeno dell’ultimo ammainabandiera della falce e martello dal Cremlino – ma di qualcosa di più piccolo che ho visto di persona: gli sconsolati soldati sovietici in quella che, nell’agosto del 1990, era ancora la Germania Est, naufraghi di uno stato che non aveva di che riportarli a casa né pagare loro uno stipendio. A Lipsia pattugliavano pro forma la stazione, una manciata di Caucasici con le uniformi disordinate e il passo stanco di chi non sa bene che cosa sta facendo. A Dresda, giovanissimi e macilenti, sedevano in fila sulle panchine davanti alla Pinacoteca, inseguendo il sole o l’ombra a seconda dell’ora, perché non avevano dove altro andare nelle ore di libera uscita. A Berlino si sporgevano da dietro la garitta del monumento al Milite Ignoto Sovietico, implorando i turisti (in Inglese molto approssimativo) di comprare una mostrina, una bustina, un paio di guanti… i brandelli del loro Impero in sfacelo. È qualcosa che non dimenticherò mai.

In tutta la sua gloria di ricordi veri e propri, polvere di biblioteca e wishful imagining, questa è la mia collezione. Che volte farci? Ciascuno è sentimentale a modo suo.

E voi? Voi ne avete d’imperi perduti?

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* Mutatis mutandis, non posso fare a meno di pensare alla scena de Il Pianeta Delle Scimmie in cui Charlton Heston scopre sulla spiaggia un frammento della Statua della Libertà. IPdS, e quella scena in particolare, ha dato origine a molti incubi della mia infanzia.

** Friulana e un po’ slovena, truth be told. Ma lei, a detta di suo figlio, si considerava asburgica.

Imperi Perduti – Una Collezioneultima modifica: 2017-08-07T09:10:00+00:00da laclarina
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