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Limerick!

Edward_lear2.jpgIl limerick è una poesiola in cinque versi (dimetri o trimetri anapestici, a voler essere pignoli) con uno schema di rime AABBA. Ora, perché qualcuno vorrebbe inventare una forma poetica di cinque versi anapestici*? Ma perché qualcuno è inglese, naturalmente. O più che altro irlandese: a parte qualche esempio arcaico (il solito, onnipresente Shakespeare – ma la faccenda è dubbia, e un ecclesiastico seicentesco in vena satirica) l’origine del genere sembra doversi cercare nell’Irlanda settecentesca, dove i cosiddetti Poeti del Maigue si sfidavano a produrne di estremamente licenziosi.

Noi adesso associamo il limerick alla letteratura nonsense grazie a Edward Lear che, nella seconda metà dell’Ottocento, prese la forma e la usò per le sue incantevoli rime assurde, come questa:

There was an Old Lady of Prague,
Whose language was horribly vague,
When they said,”Are these caps?”
She answered “Perhaps!”
That oracular Lady of Prague.

Oppure questa:

There was a Young Person of Smyrna
Whose grandmother threatened to burn her*;
But she seized on the cat,
and said ‘Granny, burn that!
You incongruous old woman of Smyrna!’

E a questo punto è evidente che la prosodia non è precisamente il primo dei problemi nel comporre un limerick: giochinonsense--edward-lear-001 di parole, allitterazioni, assonanze, nomi geografici e bizzarrie di pronuncia** sono i nove decimi del sugo di questo gioco, e al diavolo i trimetri anapestici – anche se, come Lear, si era il professore di disegno della Regina Vittoria. Tra l’altro c’è un che di estremamente appropriato nell’idea che sia stato un eminente vittoriano a… come dire? Ad addomesticare il limerick purgandolo dalla sua componente licenziosa. Voglio dire: era gente che metteva i pantaloni ai pianoforti!

A quanto pare, all’epoca non si chiamavano neppure limerick, e l’origine del nome è controversa. Pare che il primo uso documentato risalga al 1880 in Canada, per questa strofetta (da cantarsi sull’aria di Will You Come Up To Limerick, il che – pare a me – fa molto per spiegare l’origine del nome…):

There was a young rustic named Mallory,
who drew but a very small salary.
When he went to the show,
His purse made him go
To a seat in the uppermost gallery.

L’importante è presentare un protagonista (spesso in termini geografici) al I verso, descriverne le Edward_Lear_More_Nonsense_87.jpgbizzarrie al II, derivarne conseguenze ancora più dissennate al III e al IV, e raggiungere una conclusione nel V, in un genere di progressione logica inattaccabile nella sua completa illogicità. Insospettabili ed eminenti britannici si sono divertiti un mondo a coniare limerick. Di sicuro non vi stupite se cito Lewis Carrol, ma come la mettiamo con Stevenson? E Joyce? Sì: il Joyce di Ulisse scriveva limerick. Per non parlare poi di Bertrand Russel, non so se mi spiego. Ma d’altra parte, quando si tratta di nonsense, gli Isolani sono pieni di sorprese…*** E in Italia? Be’, il babbo del limerick italiano (talvolta chiamato limericco) è Gianni Rodari che, nella Grammatica della Fantasia, consiglia a chi voglia cimentarsi in questo albionico sport di “Prendere due parole possibilmente molto lontane come campo semantico, ma in rima fra di loro, e lasciarle sbattere fra di loro finché dalla scintille non nasca la prima idea della poesia”. Con questo metodo, Rodari produceva rime siffatte:

Una volta un dottore di Ferrara
Voleva levare le tonsille a una zanzara.
L’insetto si rivoltò
E il naso puncicò
A quel tonsillifico dottore di Ferrara.

E ora, o Lettori, qualcuno vuole provare e cimentarsi a far limerick per diletto?
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* Se volessimo essere spiritosi diremmo che, avendo tre versi con tre piedi ciascuno e due versi con due piedi ciascuno, il limerick è una bestia con tredici gambe… Ecco, questo è il punto in cui potete ridere, se volete.

** Far rimare Smyrna con burn her è possibilissimo, a patto di far cadere la h alla maniera cockney, e pronunciare -er come -ah. Sì, lo so, eppure credetemi: in qualche modo, in Inglese tutto questo ha senso.

*** …e anche i loro cugini d’Oltreoceano. Una volta postai su un forum americano una serie di tre limericks. Mi erano costati una sera di lambiccamenti, ma mi sentivo davvero bravina. Nel giro di dieci minuti, metà del forum aveva risposto in kind, e in via del tutto estemporanea. Er…

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Le illustrazioni sono tratte da A Book Of Nonsense, di Edward Lear – tranne la copertina, che essendone la copertina, naturalmente, non ne è tratta, o almeno non nel senso… oh, avete capito benissimo che cosa intendo.

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Nov 23, 2016 - anglomaniac, Londra    No Comments

Dodici Cose Storico/Letterarie Da Fare A Londra

Piccadilly Circus, West End, London. Vintage LNER Travel posterQuesto post è assolutamente nonsense, ed esce dritto dritto da una conversazione domenicale con gente che condivide le mie stesse ossessioni londinesi. Al momento del dessert (e del malvasia) pareva a tutti noi che sarebbe una deliziosa occupazione accompagnare piccoli e selezionati gruppi di viaggiatori alla scoperta della Londra Letteraria. E Storica*. Al momento del caffè (e del nocino) stavamo già buttando giù programmi…

Ed ecco dunque a voi dodici inconsuete attrazioni londinesi, accuratamente selezionate dai cataloghi della Literary London Touring Company** e presentate in ordine sparso:

1) Una tazza di tè a Paternoster Row, dove Charlotte e Emily Brontë soggiornarono sulla via del Belgio e, giacché si è in zona, quattro passi attorno a St. Paul, dove Shakespeare e Marlowe compravano i loro libri alle bancarelle degli stampatori. Certo, ai loro tempi la cattedrale era molto diversa, ma… LondonTemple

2) Cortilini quadrati, tigli rachitici e porte di studi legali al Temple, sulle tracce dei personaggi del Martin Chuzzlewit di Dickens, e anche di qualche fantasma traslocatore. Di domenica, magnifico coro nella Chiesa Rotonda dei Templari. (Metropolitana: Circle Line o District Line. Scendere a Temple)

3) Il tragitto della Signora Dalloway: da Westminster, attraverso St.James Park (dove si può fare un picnic su una panchina, e gettare pezzetti di sandwich a 56 tipi differenti di anatre), per Piccadilly, fino a Bond Street, e poi di ritorno per St.James (quartiere, non parco), di nuovo a Westminster.

The Map Room in the Churchill Museum and Cabin...

4) le Cabinet War Rooms, praticamente sotto Whitehall: l’incredibile quartier generale sotterraneo da cui Churchill dirigeva lo sforzo bellico durante il London Blitz.

5) Pranzo alla Fitzroy Tavern, in Charlotte Street, per sedersi allo stesso tavolo a cui hanno mangiato (o bevuto) George Orwell, G.B. Shaw e Dylan Thomas. Oppure alla Spaniard’s Inn, a Hampstead, dove pranzarono Stevenson, Byron, Mary Shelley, Constable, vari personaggi del Circolo Pickwick e un gruppo di facinorosi durante i Gordon Riots.

6) Il Dickens Museum, zeppo di manoscritti originali, quadri e cimeli, compreso lo studio di Dickens.London Pollock

7) L’ex Mercato delle Mele a Covent Garden, per via di Eliza Dolittle, e per una visita al negozio di Pollock, con i meravigliosi toy theatres vittoriani. E se si è trovato un biglietto, la favolosa Opera House è proprio dall’altro lato della piazza.

8) La National Portrait Gallery, dove nessuno va mai, e che invece è affascinante, perché consente di vedere in faccia Jane Austen, Riccardo III, Kipling, Rupert Brooke, Michael Faraday, Dickens, Lawrence d’Arabia, Shakespeare e un’infinità di altra gente.

9)Kew Gardens, i magnifici giardini botanici, da visitare con l’omonimo racconto di Virginia Woolf sotto il braccio.

LondonSouthwark10) Una giornata elisabettiana a Southwark – sull’altra sponda del Tamigi – cominciando con una visita al Globe e al ritrovato Rose Playhouse, per poi pranzare a Borough Market e tornare al Globe nel primo pomeriggio per lo spettacolo. Questa è da farsi nella bella stagione – oppure si può sostituire lo spettacolo al Globe con uno a lume di candela all’adiacente Sam Wanamaker Playhouse.

11) Poet’s Corner nell’Abbazia di Westminster, dove sono sepolti Chaucer, Ben Jonson, Kipling, Browning, Thomas Hardy e Laurence Olivier. Ma d’altra parte, tutta l’Abbazia è un’antologia di pietra della storia inglese, oltre che della letteratura.london-docklands-34

12) Il Museum of London, che racconta la storia della città in modo vivido, ricco e vario – e offre una quantità di iniziative: conferenze, concerti, ricostruzioni, teatro, mostre temporanee… ce n’è davvero per tutti i gusti.

Ecco qui. Qualcuna è un po’ fuori dai sentieri battuti, qualcuna è bizzarra, tutte sono state sperimentate personalmente (anche più di una volta). Have a nice time in London!

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* Come dice Michael Fairbanks in Mary Poppins, questo ce l’ho messo io.

** No, ovviamente non esiste. Peccato. Chissà, magari un giorno…

Pensieri Oxfordiani

Oxford1E rieccomi a casa.

Sotto certi aspetti (prima o poi ne parleremo) vorrei tanto essere rimasta sull’Isoletta – ma che ci si può fare? E vorrei esserci rimasta perché l’Isoletta è l’Isoletta, ma anche perché a Oxford ho avuto tre favolose, intense ed entusiasmanti giornate. Come dicevo, era la mia prima conference, e quindi non ho termini di paragone, ma posso dire che HNSOxford16 è stata organizzata alla perfezione, stimolante, varia, intelligente – e piacevolissima. Ho incontrato gente interessante, seguito conferenze e lezioni, imparato parecchio… e ho parlato del mio romanzo con due agenti letterari.

Il feedback è stato molto, molto interessante. Per riassumere:

  • Il mio titolo è ottimo
    (Evviva)
  • La storia forse è un po’ blanda
    (ma potrebbe essere questione della sinossi)
  • La storia è molto interessante e promettente
    (Sì, lo so – ma sul serio. Non vi stupirete se vi dico che preferisco la seconda opinione – ma starò ben attenta alla prima – e senz’altro riscriverò la sinossi)
  • Ci sono troppi particolari descrittivi
    (Ouch… Questo sì che pizzica. I miei beneamati particolari! Ho dunque ecceduto in zelo? Parrebbe di sì…)
  • Il mio Inglese è troppo densamente elisabettiano
    (Ero stata avvertita – e non ho voluto dare ascolto. Ben mi sta, immagino)
  • Il mio Inglese è troppo difficileEnglish: Joseph Conrad

E quest’ultima, devo dire, mi ha sorpresa parecchio. Voglio dire, mi aspettavo che avessero da ridire sul mio Inglese, che lo trovassero inadeguato o che – ma troppo difficile? Tra parentesi, è quel che Conrad si sentiva dire all’inizio della sua carriera, e quindi sono intenzionata a trovarlo incoraggiante, in qualche contorta e obliqua maniera. D’altro canto, sono davvero sorpresa. E ho trovato molto lusinghiero che nessuno dei due agenti avesse sospettato dal materiale preliminare (sinossi e le prime 2000 parole) che non fossi madrelingua.

Insomma, ho detto che sarei andata a Oxford più per imparare che per cercare un contratto, giusto? E direi che ho imparato. Critiche costruttive, cose su cui posso lavorare nella prossima stesura. Anche solo questo varrebbe il prezzo del biglietto – e c’è stato così tanto di più…

Oxford, missione più che compiuta.

 

 

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Sulla Via di Oxford

HNSOxford16bSignori, vado alla mia prima writer’s conference.

Tra dieci minuti parto per l’aeroporto, con destinazione Oxford per il convegno annuale della mia beneamata Historical Novel Society. Si tratta di tre intensi giorni di conferenze, lezioni, workshop, incontri, una cena di gala con musica d’epoca e sfilata in costume, e la possibilità di sottoporre un proprio lavoro a due agenti letterari – il tutto dedicato al romanzo storico.

Non è favoloso?

Non so se questo genere di cose esista davvero in Italia, su questa scala e così specializzato. Nel mondo anglosassone la writer’s conference è abitudine diffusa, e ce ne sono di generali o specifiche per genere. Ho sempre pensato di trovarmene una cui andare, prima o poi – quando avessi avuto un romanzo pronto. Adesso ci siamo: il romanzo è pronto, e Oxford16 mi aspetta.

Confesso che la faccenda degli agenti letterari mi agita un pochino. Avrò a disposizione sette minuti – sette! – con ciascuno dei due – ma questo lo sapevo già. Quel che è successo è che di recente ho cominciato a leggere articoli e post in proposito, e ho scoperto che più di un agente detesta questo genere di sessioni. Ouch. Se già il pensiero di convincere un estraneo che ho scritto un gran bel libro – in sette minuti e in una lingua che non è la mia – mi agita alquanto, se l’estraneo in questione deve anche essere annoiato/seccato/desideroso solo di veder finire le benedette sessioni… ecco, al sol pensiero voglio iperventilare.

Forse, se avessi saputo tutto ciò l’anno scorso in ottobre, quando ho prenotato il mio posto alla Conference, avrei lasciato perdere le pitch sessions. E sarebbe stato un peccato, perché ci devono essere agenti che non odiano incontrare gli autori in questo modo (altrimenti, perché continuare a farlo?) e in ogni caso sarà interessante e istruttivo. Il mio primo contatto diretto con questa curiosa specie – agens literarius, della varietà inglese.*

E così parto, armata del mio romanzo, di un Moleskine con gli appunti sugli agenti, sui workshop e sugli autori, e di un vestitino per la cena di gala. Non mi aspetto che la Conference mi cambi la vita e mi catapulti nelle elette schiere degli autori pubblicati sull’Isoletta. Però mi aspetto di imparare parecchio, d’incontrare gente della mia stessa tribù. Mi aspetto che sia interessante, istruttivo, stimolante e anche divertente.

Oxford, arrivo!

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* Non in assoluto, perché un’agente italiana l’ho avuta, a suo tempo – ma… per ora stendiamo un tulle misericorde. Magari una volta o l’altra ne parleremo.

Ago 19, 2016 - anglomaniac, angurie    No Comments

L’Ora del Tè

 

Oggi sono in una disposizione d’animo particolarmente nonsense – e non ho avuto nemmeno la metà di una ragionevole quantità di tè…

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“Vuoi ancora del tè, mia cara?”

“Come posso volerne ancora, se non ne ho avuto affatto?” chiese Alice.

Ecco, non è che non ne abbia avuto proprio affatto – ma rende l’idea.  E quanto mi piacciono le illustrazioni di Arthur Rackham

Lug 8, 2016 - anglomaniac, posti    2 Comments

Visit Britain by Train

TrainEEssendosi estate e il fine settimana incipiente e tutto quanto, magari siete in vacanza, o Lettori… *

E se invece non ci siete affatto, ecco uno di quei post vacanzieri in esplorazione di viaggi vicari e meraviglie della Rete. Questa volta è una faccenda di treni in Inghilterra. Prima una piccola reminiscenza: se qualcuno di voi ha studiato e/o vissuto a Pavia, chances are che sia andato almeno una volta a prendere il gelato o la cioccolata calda con lo zabaione da Cesare. Per i non Pavesi né pavesizzati, Cesare è una latteria cum gelateria in Corso Garibaldi,  che fa queste cose peccaminosamente buone… Ai miei tempi, se ci si voleva sedere per bagolare bevendo la cioccolata calda, c’era questa saletta con i tavolini e i poster ferroviari alle pareti.

Ah, bei tempi. È ancora così? Chissà… Non  vado a Pavia da secoli. O Pavesi, ditemi: è ancora così? trainD

Ad ogni modo, nostalgie a parte, i poster ferroviari inglesi sono una delizia di un genere tutto suo. Illustrati per essere attraenti, con i colori irreali e nostalgici di un toy theatre, promettono destinazioni idilliache: spiagge spensierate, campagna perfetta, castelli, cattedrali, paesetti e città incantate, treni che volano su viadotti audacissimi e reminiscenze storico-letterarie**…

Basta cercare “vintage British railway posters” su Google per tuffarsi a visitare questa Gran Bretagna che non solo non c’è più – ma forse non c’è mai stata – a bordo di treni dai nomi romantici come the Night Scotsman, The Queen of Scots o The Cornish Riviera Express.

Train1Qui invece ne trovate una buona raccolta suddivisa per contea.

Buon viaggio immaginario su e giù per l’Isoletta.

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* Io no. Debutto in arrivo per qualcosa di cui parleremo e, di conseguenza, proveproveprove.

** Forse il mio preferito è “Breezy Kent Coast – Caesar’s Choice!”

Qualsiasi

History Plays – Romanzi Storici a Teatro

Wolf_Hall_coverOh dolce Inghilterra, isoletta felice, dove i campi sono circondati da siepi di biancospino, il teatro è una religione, e i romanzi storici si adattano per il palcoscenico!

Sì – è una giornata così, abbiate pazienza. Ma il fatto è che è tutto vero: le siepi di biancospino, e il teatro e, soprattutto, i romanzi storici.

“E tu di che ti lamenti, o Clarina? Non hai portato in scena il Somnium Hannibalis, tu?”

Vero – ed è stato bellissimo. Ma è stato per una serie di casi, per un progetto scolastico, e quante volte succede? Quanti romanzi storici arrivano sul palcoscenico alle nostre latitudini? Ben pochi, per non dir quasi nessuno.

Sull’Isoletta è diverso. Cominciamo col dire che portare a teatro i romanzi in generale è una vecchia abitudine. Per dire, tanto il niente affatto storico Jane Eyre quanto lo storico Le Due Città furono adattati numerose volte, cominciando quando i rispettivi autori erano ancora abbondantemente in vita – ma allora era l’equivalente dell’adattamento cinematografico. La cosa bella è che l’arrivo del cinema non cambiò poi troppo le cose, perché il teatro in Inghilterra è davvero una religione, e agli Inglesi piace vedere le storie a teatro, indipendentemente dal cinema. Wolf Hall

Quindi sul palcoscenico arrivano cose di grande successo, come Wolf Hall di Hilary Mantel, insieme al seguito Bring Up The Bodies. Questa favolosa, complessa storia early Tudor incentrata sul ministro enriciano Thomas Cromwell (antenato di quell’altro Cromwell), ha vinto tutto quel che si poteva vincere, il Man Booker Prize e il Walter Scott tra gli altri – e nel 2013 Mike Poulton l’ha adattata per la Royal Shakespeare Company. E il fatto è che era già stata annunciata una miniserie della BBC, con Mark Rylance nel ruolo del protagonista – ma a nessuno è passato per la testa che questo dovesse essere un deterrente all’idea di un adattamento teatrale.

13206633E però, badate bene, in scena non ci arrivano soltanto best-seller di vastissima presa. Di Ros Barber e del suo The Marlowe Papers avevamo parlato tempo fa: romanzo in versi sciolti, una delle migliori variazioni che abbia mai letto sulla teoria marloviana del vero autore – e a me la teoria marloviana non piace granché, ma questo è talmente ben fatto da piacermi molto nonostante la premessa. Anche TMP ha vinto un certo numero di premi, ma stiamo parlando di un romanzo in versi incentrato su una teoria più che un po’ bislacca… Non c’è paragone con i numeri di Wolf Hall, e le probabilità di arrivare in televisione o – men che meno – al cinema, sono pressoché inesistenti. E però anche TMP è arrivato in scena. Una piccola compagnia indipendente ha lavorato con l’autrice all’adattamento, un atto unico/monologo, con un attore solo in scena e musica period dal vivo. Questa non è una produzione sontuosa come quella della RSC, Catturaè chiaro – ma la qualità è ugualmente altissima, e il play sta riscuotendo molto successo. Adesso è a Brighton, e poi girerà – e chissà che in autunno non si riesca a pescarlo a Londra…

Perché Laggiù i romanzi storici si leggono, si adattano, si portano in scena, e si vanno a vedere con entusiasmo – in grande o in piccolo. Capite perché dico che è un’Isoletta felice?

Vite Immaginate

UnknownVi ricordate uno sketch di tanti anni fa, in cui si vedeva un Raimondo Vianello in costume rinascimentale che posava per un ritratto, mentre Sandra Mondaini si lamentava della spesa folle di avere ingaggiato un pittore maiuscolo e costoso come Tiziano? O forse era Leonardo – devono essere passati trenta o trentacinque anni, per cui non mi sentirei di giurare sui particolari. Ad ogni modo, il marito protestava che si trattava di denaro ben speso – in immortalità, e la moglie era molto acida in proposito. Fade to un museo moderno, con un gruppo di visitatori in contemplazione del ritratto. “Leonardo da Vinci/Tiziano,” annunciava la guida. “Ritratto d’ignoto.” Ulteriori – seppure incorporei – brontolamenti della moglie, buio, risate.

Solo che io, essendo quel che sono fin da bambina, lo trovavo triste. L’idea del ritratto sopravvissuto senza nome e senza identità, del committente defraudato della sua fetta di immortalità, mi metteva malinconia… E a dirla tutta, qualche forma di questa malinconia mi coglie sempre di fronte ai Ritratti d’Ignoti nei musei e nei libri d’arte. Di solito rimedio cercando d’immaginare chi, cosa, dove e come – il che, a parte tutto il resto, è sempre un buon esercizio e/o un bel gioco.

Ad ogni modo, da decenni non avevo più pensato all sketch di cui vi dicevo – fino ai primi di dicembre, quando ho scoperto l’esistenza di Imagined Lives, Portraits of Unknown People, un piccolo libro pubblicato dalla National Portrait Gallery nel 2011. Credo di avervi già detto molte volte come la NPG sia uno dei miei musei prediletti – e adesso lo è ancora di più, considerando che ha preso una manciata di ritratti d’ignoti e poi ha commissionato a otto romanzieri dei bozzetti biografici per gli ignoti soggetti. ImaginedLives

John Banville, Tracy Chevalier, Julian Fellowes, Alexander McCall Smith, Terry Pratchett, Sarah Singleton, Joanna Trollope e Minette Walters hanno messo insieme un’incantevole collezione di piccole biografie, lettere, narrazioni in prima persona e lemmi d’enciclopedia in una varietà di voci e stili. Sono piccole cose, nemmeno racconti veri e propri – ma sono incantevoli. E il librino aggiunge delle bellissime riproduzioni dei ritratti, per intero e per dettagli, più informazioni sui singoli quadri e un saggio di Tranya Cooper, curatrice della Portrait Gallery, su come l’identità del soggetto di un ritratto possa andare perduta, malinterpretata e, in qualche caso, recuperata.

È, lo ripeto per l’ennesima volta, tutto un po’ malinconico – perché queste persone, o coloro che hanno commissionato i loro ritratti, credevano di ipotecare una fettina di immortalità, e invece guardate com’è andata a finire. Ritratto d’ignoto. Nobildonna ignota. Musicista… Ma è di gradevolissima (e rapida) lettura, è bello a  vedersi, dà da pensare e accende storie a sciami.

E se a questo punto siete incuriositi, lo trovate qui.

 

Gen 6, 2016 - anglomaniac, musica, Natale    No Comments

Noi Siam Tre Re d’Oriente

3.kings(1)Ed eccoci qua.

Ci risiamo: ieri sera era la Dodicesima Notte, e oggi è l’Epifania. Fino a oggi possiamo far finta che si ancora dicembre, ma domani… eh.

E allora, a titolo di congedo, ecco un’ultima carola prima di chiudere le Natalizietà per quest’anno. Epifania, Re Magi, King’s College di Cambridge…

In realtà la carola in questione è americana e ottocentesca: parole e musica del Reverendo Hopkins, anno 1857:

We three kings of Orient are
Bearing gifts we traverse afar
Field and fountain, moor and mountain
Following yonder* star

O Star of wonder, star of night
Star with royal beauty bright
Westward leading, still proceeding
Guide us to thy Perfect Light

Born a King on Bethlehem’s plain
Gold I bring to crown Him again
King forever, ceasing never
Over us all to reign

Frankincense to offer have I
Incense owns a Deity nigh
Prayer and praising, all men raising
Worship Him, God most high

Myrrh is mine, its bitter perfume
Breathes of life of gathering gloom
Sorrowing, sighing, bleeding, dying
Sealed in the stone-cold tomb

Glorious now behold Him arise
King and God and Sacrifice
Alleluia, Alleluia
Earth to heav’n replies

O Star of wonder, star of night
Star with royal beauty bright
Westward leading, still proceeding
Guide us to Thy perfect light

E da venerdì, archiviati Senso di Sipario, lucette e carole, si torna alla normalità. Felice Epifania, o Lettori.

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* Ciao, M.!

Fuoco Alle Polveri

Poco più di quattrocento anni orsono, come ieri, per la precisione attorno a mezzanotte, una pattuglia di guardie era impegnata a perlustrare i sotterranei della Camera dei Lord, a Westminster.

C’era una lettera anonima che parlava di cospirazioni, di cattolici, di gesuiti… E Giacomo VI e I, figlio di una regina cattolica decollata e re protestante di un’Inghilterra inquieta, non era tipo da prendere alla leggera una cosa del genere.

gunpowder plot, guy fawkes, bonfire night, v for vendetta, alan moore, john miltonE si direbbe che non avesse tutti i torti, perché nei sotterranei i soldati trovarono un uomo a guardia di trentasei barili di polvere da sparo.

L’uomo era Guy Fawkes, un ex soldato cattolico, cospiratore e aspirante regicida, e i trentasei barili erano tutt’altro che uno scherzo. Se Fawkes li avesse fatti esplodere, l’intero palazzo sarebbe crollato, seppellendo tutti al suo interno…

Fawkes fu comprensibilmente arrestato, e i suoi compagni tentarono di fuggire, ma non andarono lontano. Ci fu una battaglia vera e propria tra soldati e mancati regicidi, e alla fine solo in sette sopravvissero per raggiungere Fawkes davanti a una corte e poi sul patibolo. Impiccati e squartati.

C’era mancato proprio poco e, nello spirito degli scampati pericoli, il 5 di novembre divenne un giorno di celebrazioni, scampanamenti, gratitudine, sollievo e… fuochi.

Per diversi secoli gli Inglesi – at Home e nelle colonie – hanno commemorato con falò e fuochi d’artificio il fallito regicidio, e bruciato pupazzi con le fattezze di Guy Fawkes cantando ditties di questo genere:

Don’t you Remember,gunpowder plot, guy fawkes, bonfire night, v for vendetta, alan moore, john milton
The Fifth of November,
‘Twas Gunpowder Treason Day,
I let off my gun,
And made’em all run.
And Stole all their Bonfire away.

Poi negli ultimi decenni la tradizione ha cominciato a declinare, scoraggiata più o meno attivamente da una generale scarsa simpatia per i falò incontrollati, i roghi in effigie, l’esuberanza pirotecnica nelle strade, le risse e il sentimento anticattolico – tutto assai poco politically correct. D’altra parte, già da parecchio tempo i due ultimi elementi non erano più necessariamente connessi: certuni Isolani mi raccontavano di faide falò/falò, con furti di legna*, inseguimenti e dispetti vari, che duravano attraverso le decadi…

Per cui dubito alquanto che, di questi tempi, i fuochi d’artificio della Bonfire Night esplodano in uno spirito terribilmente anticattolico – tanto più che in letteratura e nella cultura popolare c’è tutto in filone di simpatia nei confronti di Guy Fawkes.

Si parte da un Milton diciassettenne, si passa per il romanziere vittoriano William Harrison Ainsworth, per i teatrini di carta di Pollock e per un certo numero di Penny Dreadfuls, e si finisce con l’arrivare ad Alan Moore e al suo V – e sempre Fawkes appare come una brava persona, un interessante ribelle, un eroe d’azione, un esempio di lotta al regime…

Per cui, se intendete far saltare in aria un parlamento (con o senza sovrano in dotazione), non state a preoccuparvi troppo della vostra fama postuma. Che abbiate successo o meno, non è del tutto improbabile che, col passare dei secoli, vi ritroviate un certo numero di simpatizzatori, romanzi, film, teatrini di carta, gente che indossa la vostra maschera nelle strade e, nel mondo anglosassone, persino una Gunpowder Plot Society

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* E non c’entra la berserker fury che secondo Carlyle era tipica dell’animo britannico. Queste cose succedono dalle mie parti con i falò della Vecchia attorno all’Epifania. Lo spettacolo di sonnacchiosi villaggi rivali che si rubano, sabotano e incendiano preventivamente le pire nella più vikinga delle maniere non manca mai di sconcertarmi un pochino…

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