Browsing "anglomaniac"

Anglomane

Che io sia un’anglomane diagnosticata e irrecuperabile è cosa risaputa.

Tant’è vero che, quando ho aderito al progetto Adotta Una Parola della Società Dante Alighieri, appena l’ho visto ho esclamato, come i gabbiani di Nemo: “Mio!”

Ora, il Treccani dice:

Anglòmane s.m. e f. e agg. [comp. di anglo e -mane]. -Chi (o che) è affetto da annglomania.

E cos’è l’anglomania, secondo il Treccani?

Anglomanìa s.f. [comp. di anglo e -mania]. -Ammirazione e imitazione eccessiva di tutto ciò che è inglese.

E sì, lo so: ve n’era venuto il sospetto bazzicando attorno a SEdS… Potrei negarlo – potrei negare qualsiasi cosa – ma il fatto è che sono un’anglomane, e lo sono da molti anni. Un’anglomane al di là di ogni speranza o intento di guarigione. Un’anglomane che, nel trasferirsi a Cardiff per l’anno Erasmus, si fece fare un tailleur di tweed – con le conseguenze che potete immaginare, nel Galles degli Anni Novanta…

E ciò, badate, benché per molti anni mi sia attivamente rifiutata di imparare anche una singola parola d’Inglese.

E allora, si domandano a questo punto i Lettori, chi mordendosi le unghie, chi torcendo un fazzolettino ricamato, tutti trattenendo il fiato – allora? Com’è capitato che la Clarina anglofoba contraesse un caso incurabile di anglomania?

Ebbene, cominciamo dal principio. Uno dei miei ricordi più lontani* è questo: sono seduta sulle ginocchia di mio padre e lui mi indica dei disegnini di sua mano su un notes a quadretti in formato A4. Ci sono un piatto, un sole e altre cose che non ricordo, ma ricordo perfettamente l’Allora Maggiore che declama: “Sole, Sun! Piatto, dish!” E si supponeva che io ripetessi.

Io non ripetevo. Me ne stavo zitta come un’ostrica, con il cipiglio delle grandi occasioni e un’avversione montante dei confronti della lingua inglese. Non che l’Allora Maggiore sapesse granché d’Inglese**, ma era deciso a che io lo imparassi – il più presto possibile, volente o nolente. Non so se fosse più indignato per la mia pervicacia o per la mancanza di collaborazione di mia madre che, essendo laureata in Inglese e anglomane a sua volta, sarebbe stata l’anglicizzatrice naturale…

Invece mia madre, donna saggia, era dell’opinione che impormi l’Inglese non fosse una gran buona idea, e nicchiava. L’Allora Maggiore prese atto della defezione e decise di fare da sé nella maniera che vi ho detto. Per cui non vi stupirete se vi dico che, nell’accedere alle medie, mi rifiutai di studiare una lingua che non fosse Francese, e lo stesso feci al Liceo.

Poi non è che crescessi del tutto digiuna d’Inglese: mia madre ci provò e riprovò, coinvolgendo i miei amici in varie formazioni e tentando tutti i metodi*** – col risultato che fra i dieci e i diciotto anni passai attraverso I am/You are e To be/Was/Been un’infinità di volte, senza mai imparare granché e senza mai trovarci un minimo di gusto.

Il che era strano, a ben pensarci, perché nel frattempo avevo cominciato a sviluppare una predilezione per la storia e la letteratura inglesi. E tra l’altro avevo cominciato presto a esibire prodromi della malattia nelle mie letture infantili e adolescenziali. Sandokan, per esempio. Mai sopportata, la Tigre della Malesia. A me piaceva Rajah Brooke, persino quando Salgari ne faceva un malvagio di cartone. E ne Il Discepolo del Diavolo la mia simpatia andava a chiunque indossasse un’uniforme inglese – non solo il Generale Burgoyne, ma persino il povero Maggiore Swindon****, ben al di là delle intenzioni di Shaw. In Michele Strogoff, ne sono certa, non è né sano né normale affezionarsi a Harry Blount più che ai protagonisti. E ne L’Ultimo dei Mohicani non c’era un singolo personaggio per cui sapess spendere un refolo di partecipazione – ad eccezione del Maggiore Heyward, dell’Esercito di Sua Maestà Britannica.

Dunque, ricapitoliamo: leggevo romanzi inglesi, ero interessatissima alla storia inglese, prediligevo i personaggi inglesi dovunque saltassero fuori, sognavo di recitare teatro inglese, ambientavo storie in Inghilterra… però della lingua non ne volevo sapere.

Poi un giorno – ai primi di giugno di vent’anni fa – mia madre mi regalò una versione facilitata in lingua originale di Lord Jim, che avevo già letto e che, come tutti sapete, è il libro della mia vita. Pensava che, conoscendo la storia e adorandola, forse l’avrei letta con più interesse di quello che dedicavo alla grammatica e agli esercizi…

Folgorazione. Epifania. Apocalisse.

Per qualche motivo, leggere in Francese non mi aveva mai fatto apprezzare la differenza tra traduzione e originale. Con l’Inglese giunsi alla rivelazione che si tratta di due esperienze del tutto diverse. Persino nella versione abridged, la storia di Jim mi pareva nuova, diversa, piena di sfumature e iridescenze che non avevo mai notato prima. Oh, non avete idea.

Fu l’inizio di un’appassionata storia d’amore, perché all’improvviso la lingua che mi ero sempre rifiutata d’imparare si rivelava bella, efficace, espressiva, duttile, ricca… Un paio di mesi più tardi fui mandata a Edimburgo. Da sola. In famiglia. Per un mese. In una scuola dove ero l’unica italiana. Il che forse era un po’ azzardato, con il mio povero e recentissimo Inglese – ma funzionò. Quando tornai avevo fatto progressi drastici e acquisito un accento scozzese tanto denso da intasare una grondaia. Poi all’Università scelsi Inglese come prima lingua, poi ripetei l’esperienza a Edimburgo, poi passai un anno a Cardiff, poi feci la tesi su testi esclusivamente in Inglese, poi fui accettata per un master al King’s College London… poi le cose andarono come andarono e me ne tornai a casa, ma nel frattempo avevo scoperto Internet, letto forsennatamente***** in originale, cominciato a scrivere in Inglese, sviluppato una passione per l’epoca elisabettiana…

Ecco. Adesso sapete perché.

Se mia madre non avesse pensato a Lord Jim, un giorno di vent’anni fa, di sicuro adesso non leggerei, scriverei, penserei metò del tempo, prenderei appunti di preferenza e sognerei occasionalmente in Inglese.

Fa effetto pensare a quali minuzie, a volte, divengano il perno su cui una vita intera cambia (di molto o un po’) il suo corso…

Oh well, never mind. Adesso sapete come e perché.

 

______________________

* Se escludiamo il terremoto in Friuli nel Settantasei – ma non doveva essere tanto più tardi di allora, perché non sapevo ancora leggere…

** Nonostante corsi, tentativi, una moglie anglomane e lunghe frequentazioni internazionali in ambito NATO.

*** Ho un ricordo particolarmente vivido dello Schenker: one hundred thousand cows arrived in Warsaw…

**** Ned, il protagonista (inglese) del mio primo tentativo di romanzo (ambientato in Inghilterra), è un attore teatrale che, da apprendista diciottenne, interpreta Swindon. Essendo il tipo che è, Ned gli costruisce attorno una complicata vicenda immaginaria, interpretandolo come un Custode Del Vecchio Ordine Che Si Vede Tragicamente Crollare Attorno Tutto Ciò In Cui Crede… Non del tutto incomprensibilmente, a un certo punto il capocomico gli suggerisce di sfrondare un nonnulla l’interpretazione.

***** Nel corso del mio anno Erasmus lessi tutta Jane Austen tranne i juvenilia, tutto Conrad, tutto Walter Scott, tutto Shaw, tutto Forster, tutte le sorelle Brontë, tutto Kipling, buona parte di Dickens, Thackeray, Mrs. Radcliffe, Mrs. Gaskell, più una seria quantità di storia e narrativa di genere. Er… no, non avevo una vita sociale.

Josephine Tey Alla Riscossa

josephine tey, mondadori, la figlia del tempo, gialliSono o non sono anni che vi dò il tormento a proposito di Josephine Tey?

Perché quando pensiamo al giallo classico inglese tutti abbiamo in mente Agatha Christie, ma c’è anche altra gente – come Ngaio Marsh, come Dorothy L. Sayers e come Josephine Tey.

Josephine Tey in realtà si chiamava Elizabeth Mackintosh, era un’insegnante scozzese – un’insegnante di ginnastica col dono delle storie. Cominciò con il teatro: sotto lo pseudonimo di Gordon Daviot* scrisse numerosi plays di argomento storico e meno storico, in particolare Richard of Bordeaux, che adesso è piuttosto dimenticato, ma all’epoca fu un enorme successo e fece del giovane (e non ancora Sir) John Gielgud una stella delle scene inglesi. josephine tey, john gielgud, richard of bordeaux

E poi al teatro si aggiunsero, sotto il nome di Josephine Tey, una biografia** e i romanzi. Gialli, per lo più, e in particolare le indagini dell’Ispettore Alan Grant. Grant appartiene al genere dell’ufficiale di polizia di buona famiglia: un gentiluomo educato in una public school, dotato di ottime maniere e interessi letterari, amicizie e utili conoscenze in tutto lo spettro sociale – ma non per questo meno tosto. 

josephine tey, mondadori, mike wigginsE naturalmente indaga in quell’Inghilterra che non c’è più – e chissà se ci sia mai stata fino in fondo, ma mi piace pensare di sì – in cui si prende il tè alle cinque, i landruncoli cockney chiamano tutti guv’nor e le celebri attrici portano guanti al gomito e cappelli a tesa larga, un’Inghilterra fatta di paesini di campagna e strade londinesi, teatri shakespeariani e magioni della buona, vecchia e solida gentry. Un’altra celebre giallista, P.D. James, dice che tutto ciò fa dei gialli teyiani quasi dei romanzi storici, con la loro “rievocazione di un’epoca gentile, pacifica e rispettosa delle gerarchie.***” E P.D. James, dopo tutto, quel mondo lo ha conosciuto… quindi forse, almeno in parte è esistito. josephine tey, mondadori, mike wiggins

Ma non divaghiamo. Se torno a parlare di Josephine Tey è perché Mondadori ripubblica alcuni dei suoi romanzi. Li ripubblica negli Oscar – i buoni vecchi Gialli Mondadori, che gialli non sono più, ma fa lo stesso, perché arrivano con delle belle copertine vecchia maniera di Mike Wiggins, illustratore Penguin. Non so dirvi nulla delle traduzioni – opera di gente diversa. Se qualcuno ha commenti da fare in proposito, però, è il benvenuto.

E i libri sono quattro: ci sono tre avventure di Grant – a partire da È caduta una stella (Shillings for candles****, 1933), passando per La strana scomparsa di Leslie (To love and be wise, 1950), fino a La figlia del tempo (The daughter of time, 1951); e poi c’è Il ritorno dell’erede (Brat Farrar, 1949), giallo atipico con un mistero vecchio di otto anni che torna a galla nella maniera più inaspettata. Li trovate tutti qui.

josephine tey, mondadori, mike wigginsE chissà se il vecchio mistero irrisolto di Brat Farrar sia stato una specie di prova generale in vista de La figlia del tempo… Perché ecco, se volete leggere un solo libro de Tey, badate che sia quello. E in realtà, anche se non volete leggere libri di Tey, anche se non v’interessa un bottone della Vecchia Inghilterra, anche se i cozies non sono la vostra tazza di tè – La figlia del tempo vale davvero la pena. Il fatto che nel 1990 la Crime Writers’ Association lo abbia eletto il miglior giallo di sempre può anche non significare molto, ma parliamo piuttosto del fatto che si tratta di libro estremamente singolare, intelligente e ben scritto. Parliamo di come Tey abbia inaugurato il genere del cosiddetto armchair mystery, confinando il povero Grant in ospedale e facendogli dirigere da lì una sorta d’indagine a distanza di secoli sull’omicidio dei Principi nella Torre, i nipoti di Riccardo III. Parliamo di come ciò renda Tey la zia dei gialli storici e la fata madrina di tutti i Riccardiani del vasto mondo anglosassone. Parliamo dell’aguzza analisi della leggenda nera di Riccardo – e di tante reputazioni storiche costruite alla stessa maniera. E se vi pare che tutto ciò suoni noioso, credetemi: non lo è. Già il fatto di dare ritmo a un giallo in cui l’investigatore è a letto con una vertebra fratturata non è impresa da poco. Qualora non bastasse, il giallo diventa una meravigliosa riflessione sulla storia e sulla verità, ed è anche condito di dialoghi scintillanti. Molto vicino alla mia idea di perfezione, grazie.

Semmai vi fosse venuta voglia di leggere La figlia del tempo (e dovreste, se nutrite anche il più pallido interesse per la storia e il modo in cui si costruisce e racconta), qui trovate qualche link: in Italiano e in Inglese, di carta e Kindle…

     

_____________________________________________________

* Pseudonimo maschile, sì. Si supponeva che il teatro prendesse più sul serio un autore maschio – almeno agli esordi. Singolare come, sotto certi aspetti, gli Anni Trenta fossero ancora Brontë Country, vero?

** Claverhouse, ovvero la vita del pittoresco generale seicentesco John Graham, conosciuto come Bonnie Dundee. Se avete letto Old Mortality di Scott vi sarete imbattuti in lui.

*** Dall’introduzione ai romanzi di Tey pubblicati negli Oscar Mondadori.

**** Nel 1937 uno Hitchcock pre-Hollywood ne trasse (molto liberamente) un film: The girl was young, giunto in Italia come Giovane e innocente.

Pecore Nere Reggenza

Oggi parliamo di epoca Regency, ma dimenticatevi di Jane Austen, delle quadriglie nei salotti e delle buone maniere. Oggi parliamo dei giorni in cui scrivere un romanzo gotico voleva dire stravendere e rovinarsi socialmente in un sol colpo. Oggi parliamo di scandali, vendette e cose truci.

Sapete che, nel secondo Settecento, sull’Isoletta esplode un’epidemia di passione gotica. Se non son rovine medievali, non le vogliamo – e che siano diroccate, coperte d’edera, isolate in mezzo alle brughiere ventose e infestate da fantasmi di assassini e vittime, thank you very much.

Però diventò presto chiaro che di romanzi gotici ce n’erano due tipi: quelli rispettabili e gli altri. 

lady caroline lamb, glenarvon, byron, the monk, matthew gregory lewisDa un lato c’era gente come Walpole – babbo ideale del genere con il suo Castle of Otranto e talmente preso dalle medievalitudini da ristrutturarsi la magione in uno stile pseudogotico di rara bruttezza; o come Mrs. Radcliffe, col suo soprannaturale razionalizzato e con le sue eroine impossibilmente virtuose e belle. Un conte di Oxford e una placida signora borghese – gente  raccomandabile, a parte questo eccentrico penchant per le storiellone ambientate nei manieri: i loro romanzi si leggevano con colpevole piacere, con affettazione di divertita superiorità oppure, nel caso degli animi eccitabili, si divoravano con fanatico ardore.

Diciamo che Mrs. Radcliffe era una specie di Stephenie Meyer in versione Reggenza… Con tanto di parodie al seguito, se considerate Northanger Abbey di Jane Austen – e i guai che l’ossessione udolphiana di Catherine non provoca per miracolo.

lady caroline lamb, glenarvon, byron, the monk, matthew gregory lewisMa nel 1796, ecco salire alla ribalta Mattew Gregory “Monk” Lewis, diplomatico diciannovenne che, per vincere la noia della sua prima posizione di attaché dell’ambasciate inglese all’Aja, scrisse in dieci settimane Ambrosio, or The Monk. Trattasi di un truce romanzone pieno di monaci traviati, agnizioni, stupri, badesse assassine, tanto pregiudizio anticattolico da verniciarci il ponte di Verrazzano in tre mani, streghe travestite da novizi, avvelenamenti, incesti, passaggi segreti, infanticidi, fantasmi veri o presunti, carrozze guaste, diavoli, tortura, la Santa Inquisizione – e di sicuro dimentico qualcosa – il tutto narrato assai sopra le righe, in tanto grafico e morboso dettaglio quanto se ne poteva volere all’epoca – and then some.

Probabilmente tutto ciò non depone granché a favore delle attrattive dell’Aja, ma non è difficile immaginare che cosa accadde in Inghilterra. Sensazione, vendite stellari, scandalo, rapido esaurimento di numerose ristampe…

lady caroline lamb, glenarvon, byron, the monk, matthew gregory lewisIl romanzo era uscito in forma anonima – Lewis aveva avuto tanto buon senso da sospettare che una notorietà letteraria di quel tipo non fosse quel che ci voleva per promuovere una carriera come civil servant, ma dopo il successo gettò ogni cautela al vento e, nel ’97, firmò la seconda e la terza edizione con il suo nome: Matthew Gregory Lewis, M.P. – perché nel frattempo aveva fatto carriera fino alla Camera dei Comuni. E tuttavia aveva fatto male i suoi conti, perché un conto erano le scandalose fantasie di un oscuro romanziere anonimo, ma le cose cambiavano quando le stesse scandalose fantasie si rivelavano partorite da un giovanotto di buona (seppur non del tutto convenzionale) famiglia* e membro del Parlamento. Le vendite, inutile dirlo, aumentarono ancora, ma accuse di immoralità, plagio e selvaggia stravaganza sostituirono le recensioni fino ad allora favorevoli, “Monk” Lewis si ritrovò guardato di storto dalla buona società, Lewis padre rischiò l’infarto e un’azione legale si concluse con un’ingiunzione di cessare e desistere dal ripubblicare ulteriormente il romanzo – a meno di rimuovere tutto ciò che poteva creare scandalo. 

Ops.

E allora il giovane Lewis rientrò nei ranghi con la coda tra le gambe, chiese perdono al babbo e nel ’98 produsse una quarta e castigata edizione di Ambrosio, in cui più che altro, il linguaggio era temperato in una sorta di bowdlerizzazione ante litteram: se il sugo degli eventi rimaneva lo stesso, il protagonista diventava da “stupratore” un “intruso” e un “traditore”, che commetteva non più “eccessi”, ma “debolezze”, motivato da “desiderio” anziché “lussuria”…

Apparentemente bastava: lo scavezzacollo non fu gettato fuori dal Parlamento, tornò nelle grazie della famiglia e della società, continuò a scrivere romanzi e teatro e a tradurre dal Tedesco.lady caroline lamb, glenarvon, byron, the monk, matthew gregory lewis

Andò peggio, una ventina d’anni più tardi, a Lady Caroline Lamb. Lady Caro era una bellezza celebre, ben nata e maritata ancor meglio, colta e brillante – di quel genere di brillantezza che a volte non lascia presagire troppo bene. Per Byron, conoscerla e cominciare a corteggiarla fu tutt’uno, ma lei dapprincipio non ne voleva sapere. Lo trovava mad, bad and dangerous to know. Poi Byron non era tipo da arrendersi, e traboccava di fascino, e forse Caro non diceva del tutto sul serio. Fatto sta che nel 1812, per qualche mese, i due condussero un appassionato affair in quel genere di discrezione secondo cui tutti sapevano, tutti sussurravano e nessuno diceva ad alta voce. La faccenda finì per ennui di Byron – ma stavolta fu Caro a non accettare no come risposta. Raccolta e consolata dal marito* nella quiete dell’Irlanda, la signora cominciò una campagna di ur-stalking. A parte le prevedibili lettere di suppliche, insulti e minacce, a parte i tentativi di introdursi in casa di lui, a parte i messaggi recapitati nei modi più improbabili, Caro rivelò un talento persecutorio fuori dal comune. Essendo perfettamente in grado di falsificare stile e grafia di Byron, riuscì a pubblicare delle poesie sotto suo nome e a farsi mandare da amici comuni un ritratto in miniatura… E se siete tentati di dispiacervi per Byron, potete farne a meno, visto che lui replicò colpo su colpo senza particolari esitazioni. Era il genere di gioco cui si gioca in due, e anche lui sapeva imitare – se non la grafia – lo stile di Caro.

E a volte non ne sentiva nemmeno il bisogno: a un “Remember me!” che lei riuscì in qualche modo a scarabocchiare su un libro che gli apparteneva, il nostro poeta rispose con questa amabile sestina:

Remember thee! Remember thee!

Till Lethe quench life’s burning stream

Remorse and shame shall cling to thee,

And haunt thee like a feverish dream!

Remember thee! Ay, doubt it not.

Thy husband too shall think of thee!

By neither shalt thou be forgot,

Thou false to him, thou fiend to me!**

E intanto i mesi e gli anni passavano, e la faccenda diventava sempre meno privata, e la buona società mormorava, e i due si scambiavano colpi bassi con ossessiva ferocia… finché, nel 1816, Caro pubblicò – e qui arriviamo al punto – un romanzo gotico intitolato Glenarvon.

lady caroline lamb, glenarvon, byron, the monk, matthew gregory lewisOra, dai tempi di “Monk” Lewis erano passati vent’anni, e l’Inquisizione Spagnola non era più di moda. Glenarvon è invece la storia di una nobile fanciulla che non può sposare il cugino che ama, vien data in moglie a un uomo che impara ad amare e poi cade vittima delle seduzioni dell’eponimo Glenarvon, un ribelle irlandese fascinoso&tormentato, nonché seduttore seriale dalle identità multiple – nessuna di esse una brava persona.

Anche qui abbondano infanticidi, intrighi, maledizioni, duelli, tradimenti, agnizioni, crepacuore di varia natura, spettri e maledizioni e Glenarvon, perseguitato dallo spettro vindice di un monaco che gli ripete in continuazione “Hell awaits its victim,” impazzisce, si suicida – e muore in due tempi, perché a una bella scena di terrificante agonia non si dice mai di no.lady caroline lamb, glenarvon, byron, the monk, matthew gregory lewis

Ora, forse tutto ciò non sarebbe stato poi troppo scandaloso, se non fosse stato per due particolari: in primo luogo, Glenarvon era un ritratto particolarmente malevolo di Byron – why, era l’atto di creazione dell’eroe byroniano fuori dall’opera di Byron, cosa che forse l’originale avrebbe anche potuto apprezzare, se non si fosse trattato di una drammatizzazione tanto crudele quanto trasparente di fatti fin troppo reali. Inutile dire che non solo Byron non ci faceva una gran figura, ma nella caratterizzazione, nella trama, nello stile – in tutto – si annusava un certo qual sentore di feroce parodia. E sospetto che l’assalto letterario fosse quel che rodeva di più, perché nel 1816 Byron non aveva più granché in fatto di reputazione da difendere – con tutta la pena che si era dato per distruggersela da sé. Glenarvon però dovette pungere a giudicare dal commento che sopravvive: “E ho letto il Glenarvon di Caro Lamb. Ma dannazione.”***

In secondo luogo, Caro non si era accontentata di sparare metaforicamente su Byron. Intelligente, aguzza e dotata di opinioni robuste, aveva colto l’occasione per fare a pezzetti molto piccoli l’alta società, la monarchia, il Reggente, un paio di governi, la repressione delle rivolte irlandesi… Donna imprudente.

È difficile per noi capire non solo la furia dell’alta società, ma la sua esitazione nel decidere quale tra i due peccati di Caro fosse il peggiore: l’imperdonabile cattivo gusto di un’adultera che scrive un romanzo kiss-and-tell**** o la sfacciataggine abissale di una nobildonna che si fa taglientissime beffe del suo ambiente. Ma in fondo, poco importava: erano entrambi peccati capitali, e Caro fu socialmente condannata. Cominciarono con l’escluderla dall’esclusivissimo circolo Almack – e bisogna avere letto Austen e Heyer per capire la gravità del gesto. Dopodiché fu la rovina. Ostracizzata e ridicolizzata, Caro si ritirò in campagna. Mai troppo stabile di suo, finì i suoi giorni tra alcol, laudano e attacchi di follia. Il solo a non abbandonarla fu il pur divorziato marito.

A differenza di “Monk” Lewis, Caro non aveva avuto il modo o la volontà di rientrare nei ranghi. E di certo l’aveva combinata più grossa. E poi era una donna – e senza voler salire sulle scatole di detersivo, Jane Austen aveva ragione nel dire che una donna pagava i suoi errori a un prezzo molto più alto di quello che si esigeva da un uomo.

E ad ogni modo, è chiaro che, a meno di prendere precauzioni di rispettabilità collaterale, un romanzo gotico rischiava di essere un serio gradino nella discesa verso la perdizione.

_______________________________________________________

* Babbo proprietario terriero nelle Indie Occidentali e civil servant di alto rango, mamma dama di compagnia della Principessa del Galles, adultera fuggita di casa col bel giardiniere e scrittrice a sua volta. Scommetto che nei ranghi del ton, scoprendo la paternità di The Monk, si commentò che certo, con una madre del genere, il ragazzo non poteva venir su bene… lady caroline lamb, glenarvon, byron, the monk, matthew gregory lewis

** Posso solo immaginare che qualcuno abbia già tratto un romanzo da questa storia, perché è così perfetta… So che c’è un film, con Vera Miles nel ruolo di Caro e Richard Chamberlain che interpreta un Byron davvero detestabile. Se ben ricordo, c’è anche Laurence Olivier, da qualche parte.

*** In originale rende di più: I’ve read Caro Lamb’s Glenarvon too. God damn.

**** Byron fu più grafico nel descrivere l’impresa come un caso di fuck-and-publish… Mi sa che non l’avesse presa tanto bene.

 

 

 

Mag 6, 2012 - anglomaniac, musica, teatro    2 Comments

Oliver

Non crederete che ci si sia dimenticati di volgere in musical proprio Le Avventure di Oliver Twist, vero? Certo che no – ed ecco la versione della faccenda al Drury Lane Theatre di Londra:

E non crederete nemmeno che parli ancora di Dickens senza secondi fini, vero? Perché in effetti non è così: stasera alle 17.30, nella Corte Grande di Roncoferraro le mie III Medie presentano Raccontami Un Romanzo, ovvero Le Due Città e Oliver Twist visti e interpretati da loro.

No, così per dire.

E buona domenica.

Il Pastore Appassionato All’Amor Suo

christopher marlowe, come live with me and be my love, san valentinoC’è gente da cui non te lo aspetti, perché per tutta la vita scrive tragedie magniloquenti e feroci, popolate di gente che aspira al potere, alla conoscenza, alla ricchezza e al generale nocumento… Oppure forse un pochino potresti aspettartelo, perché tra una scena di battaglia e una di tortura questa gente trova il tempo di piazzare un certo numero di appassionati corteggiamenti tra conquistatori e principesse, tra re e favoriti, tra dei e semidei, tra eruditi e mitologiche bellezze* – e, a latere, traduce Ovidio e scrive (e non finisce, per cause di forza maggiore) uno dei grandi poemi erotici del suo tempo.

Per cui sì, forse te lo potresti anche aspettare, ma resta il fatto che il nome di questa gente è legato ad altro – alle fiamme, alle battaglie, alle aspirazioni sovrumane, alle scene di tortura… Non certo agl’idilli pastorali.

E quindi è sempre con lieve e divertita incredulità che rileggi quella che forse è la più graziosa canzone d’amore di tutta la letteratura inglese – sapendo è che opera del fiammeggiante e truce Kit Marlowe:

The Passionate Shepherd To His Love

Come live with me and be my love,
And we will all the pleasures prove
That valleys, groves, hills, and fields,
Woods, or steepy mountain yields.

And we will sit upon rocks,
Seeing the shepherds feed their flocks,
By shallow rivers to whose falls
Melodious birds sing madrigals.

And I will make thee beds of roses
And a thousand fragrant poises,
A cap of flowers, and a kirtle
Embroidered all with leaves of myrtle;

A gown made of the finest wool
Which from our pretty lambs we pull;
Fair lined slippers for the cold,
With buckles of the purest gold;

A belt of straw and ivy buds,
With coral clasps and amber studs;
And if these pleasures may thee move,
Come live with me, and be my love.

The shepherds’s swains shall dance and sing
For thy delight each May morning:
If these delights thy mind may move,
Then live with me and be my love.

E ammetto di non avere cercato moltissimo, ma non ho trovato traccia di una traduzione pubblicata – per cui dovrete accontentarvi della mia traduzioncella impromptu – una faccenda letterale anzichenò, senza metro né rima, goffa a tratti e puramente funzionale. Magari un giorno o l’altro mi ci metterò sul serio. Per ora, abbiate pazienza:

Il Pastore Appassionato All’Amor Suo

Vieni a vivere con me e sii l’amor mio,
E proveremo tutte le delizie
Che vallate, boschetti, colli e campi,
Foreste o monti ripidi san dare.

E siederemo sui massi,
A guardare i pastori che pascolano le greggi,
Presso i ruscelli alle cui cascate
Gli uccelli canori gorgheggian madrigali.

E ti preparerò letti di rose
E mille mazzolini fragranti,
Un’acconciatura di fiori, e un vestito
Ricamato a foglie di mirto**;

E un abito della lana più fine,
Che prenderemo dai nostri begli agnellini;
Delle belle pianelle imbottite per i giorni freddi,
Con le fibbie d’oro purissimo;

E una cintura di paglia ed edera,
Ornata di corallo e d’ambra;
E se tutto questo può attirarti,
Vieni a vivere con me e sii il mio amore.

I pastorelli danzeranno e canteranno
Per deliziarti nelle mattine di maggio:
Se queste delizie possono convincerti,
Vivi con me, allora, e sii l’amor mio.

Ed essendosi domani San Valentino, eccovi il tutto cantato da Annie Lennox***:

E già che ci siamo, una versione un tantino più… period.

___________________________________________________________

* In versi che qualche volta attraversano i secoli per finire nei film, nelle scatole di cioccolatini e nell’inconsapevole corredo letterario generale. Was this the face that launched a thousand ships? chiede Faustus, ammirando la Elena che il diavolo gli ha recuperato… “Era questo il volto che lanciò mille navi?” O, come disse una volta un’attrice di mia conoscenza in un momento d’entusiasmo “il volto che gettò mille navi…”

** O di pervinca, se preferite, chè la pervinca minore è parente del mirto. Son quelle nozioni che non si sa mai – potrebbero sempre servire nella vita…

*** Non perché a SEdS abbiamo sviluppato improvvisamente una vena sentimentale – ma ci piace tanto Annie Lennox.

Bicentenario Dickensiano

charles dickens, bicentenario dickensianoCome oggi 200 anni fa, il 7 febbraio 1812, nasceva Charles Dickens.

Ne parleremo ancora, nel corso dell’anno, ma intanto oggi è Il Giorno, e SEdS non poteva lasciarlo passare senza farne motto, vi pare?

Avevo in mente il consueto elenco di link, ma poi mi son detta che per bacco, questo non è un compleanno qualsiasi. Un bicentenario non capita tutte le settimane, giusto?

E allora ho pensato di mettere insieme Dickens – A Bicentennial Chapbook.pdf.

Non sto a dirvi che cosa c’è dentro – lo scoprirete presto scaricando. Essendo un chapbook, è un pidieffino piccolo piccolo – undici pagine appena. Consideratelo un piccolo antipasto, uno stuzzichino in vista degli abbondanti post, rimuginamenti e link dickensiani che capiteranno nel corso di quest’anno, ogni tanto – quando meno ve lo aspettate…

Shakespeare Chi?

Oggi esce Anonymous, di Roland Emmerich.

E no, non sono oxfordiana – why, non sono nemmeno anti-stratfordiana – e temo di non avere un briciolo di fiducia né in Emmerich né in Orloff.

E però.

Da un lato ne avete tutti fin sopra i capelli della mia infatuazione nei confronti del posto e dell’epoca: potrei mai trascurare un film ambientato in epoca elisabettiana – e che parla di teatro? Giammai.

E d’altro canto è pur vero che attorno alla fama postuma del buon Will nei secoli si è prodotta la fauna più straordinaria…

william-shakespeare.jpgDi solito sono gli scrittori a fare cose folli per amor di letteratura, ma – in questo come sotto altri aspetti – William Shakespeare sembra essere un caso a sé. A contare le stramberie commesse nei secoli attorno alla nachleben del Bardo c’è da rimanere basiti.

A partire dal dibattito di base: che cosa sappiamo dello Zio Will? Tutto quel che c’è da sapere, appena quanto basta, una ragionevole quantità di cose, o non sappiamo un bottone? Inutile dire che le opinioni in materia divergono selvaggiamente: c’è chi lo fa sembrare l’uomo del mistero, poco più di una cifra nascosta dietro lo straordinario corpus di opere che si sa, e chi sostiene – non del tutto a torto – che per essere stato un teatrante di epoca elisabettiana (categoria popolare fin che si vuole, ma non proprio socialmente comme il faut), si è lasciato dietro un considerevole numero di tracce. 

La domanda successiva è: che cosa si deduce da quello che si sa? Una sorprendente quantità di gente sembra dedurne che Will Shakespeare non può avere scritto le sue opere, che era una specie di prestanome, un autore mediocre, attore, mezzo impresario e mezzo mercante di granaglie, un provinciale poco meglio che illetterato, pronto a vendere il suo nome per consentire a qualcun altro di pubblicare di nascosto tutte quelle opere geniali.

Chi altro di preciso? Su questo c’è ogni genere di sconcertante ipotesi.

Marlowe.jpgComincio con la legione di neo-marloviani, secondo i quali Kit Marlowe non morì affatto a Deptford nel 1593 ma, dopo avere inscenato la rissa fatale per sottrarsi ai potenti nemici che si era procurato nella sua attività di spia, fuggì sul continente e continuò a scrivere indisturbato, spedendo a Shakespeare un capolavoro dietro l’altro perché li pubblicasse sotto falso nome. La teoria si presenta sotto varie forme che possono coinvolgere o meno lo spymaster Francis Walsingham e suo nipote Thomas (qualche volta indicato come l’amante di Marlowe), Walter Raleigh e la Scuola della Notte, la Grande Elisabetta in persona e chi più ne ha più ne metta.

Parlando di Elisabetta I, c’è anche chi sostiene che sia stata proprio lei a scrivere le opere di Shakespeare, solo che non stava bene che una regina scrivesse teatro, e quindi… Però gli elisabettisti sono una sparuta e malconsiderata minoranza, nulla a che vedere, per esempio, con i baconiani o gli oxfordiani.

Francis_Bacon.jpgI baconiani – quelli secondo cui Shakespeare-l’Autore era in realtà il filosofo e saggista Francis Bacon – annoverano nelle loro file uno dei più singolari personaggi del serraglio: Delia Bacon, una signora nata nel Connecticut nel 1811, un po’ squadrellata ma piena di fascino, considerando che riuscì  a coinvolgere nella sua ossessione innumerevoli finanziatori ed editori e persino (postumamente) gente come Henry James, Mark Twain e Helen Keller (quella di Anna dei Miracoli). Persino Delia-Bacon.jpgHawtorne, a suo tempo, si lasciò indurre a scrivere una prefazione al suo libro, cosa di cui poi si pentì, data la sprezzante accoglienza che il libro in questione ricevette negli ambienti accademici. La povera Delia, mai troppo stabile di suo, finì col morire in manicomio, ma la sua teoria fece scuola e generò una branca particolare: non si contano i crittografi che, anagrammando versi con un puntiglio e un’ingegnosità degni di miglior causa, trovarono oscuri riferimenti al buon Bacon.

Edward_de_Vere.jpgUn altro e ben distinto bunch è quello degli oxfordiani, gente il cui argomento primario sembra essere che il figlio di un guantaio di Stratford, provvisto di un’educazione sommaria e autore di un testamento in cui non compare un singolo libro, non può avere scritto tutte quelle opere raffinate, complesse, piene di riferimenti a luoghi esotici, viaggi per mare, campi specialistici come diritto e medicina e usi di corte. E allora, dicono costoro, capitanati dal mestro di scuola inglese J.T. Looney, chi meglio di Edward de Vere, 17esimo conte di Oxford? Eccolo lì il raffinato cortigiano, viaggiatore e autore occasionale… Temo che la causa oxfordiana non sia precisamente aiutata dal fatto che in Inglese Looney si pronuncia come loony, vale a dire “matto”, ma la cosa non sembra avere scoraggiato illustri sostenitori come John Galsworthy, Sigmund Freud (almeno per un certo tempo), Orson Wells e Sir Derek Jacobi.

Non è finita qui, c’è anche chi tifa per la bella e colta Lady Mary Sidney, con o senza la collaborazione del suo celebre fratello, Sir Philip Sidney, oppure per Walter Raleigh, o per William Stanley, conte di Derby, o per un’altra quarantina di candidati in ordine sparso.

Ora, diciamolo piano perché il dibattito è violento ai limiti della fisicità, ma tutte queste teorie tendono a fare acqua in un modo o nell’altro: Marlowe era… be’, un tantino morto per scrivere; Bacon condusse una vita politicamente e intellettualmente molto piena anche senza infilarci l’opera omnia di Shakespeare, e poi aveva l’abitudine di pubblicare a suo nome, proprio come Oxford, il quale oltretutto, essendo morto nel 1604, avrebbe dovuto preparare in anticipo una considerevole parte della sua opera, lasciandola da pubblicare postuma. Improbabilità analoghe affliggono anche tutte le altre teorie…

E tuttavia, se vi siete fatti l’idea che gli spostati stiano tutti in campo anti-stratfordiano, provvedo subito a correggere l’impressione.

Dove vogliamo mettere, per esempio, William Henry Ireland che, a cavallo tra Sette e Ottocento, per william-henry-ireland.jpgattirare l’attenzione e l’affetto del padre – incisore celebre e studioso shakespeariano dilettante – cominciò a produrre falsi autografi del Cigno di Stratford? Cominciò con qualche firma e con l’occasionale documento, e fu creduto anche dagli esperti del tempo. Il padre, che fino ad allora aveva creduto di avere un figlio stupido, nel suo entusiasmo diede a tutta la faccenda molta più pubblicità di quanta William ne desiderasse, innescando un meccanismo che portò il ragazzo a cimentarsi addirittura con il supposto manoscritto di una tragedia perduta, Vortigern and Rowena. L’opera fu persino rappresentata, seppur senza un gran successo, nientemeno che dalla compagnia di Sheridan e Kemble. Poi il povero William fu smascherato da Edmond Malone, un avvocato irlandese e studioso di letteratura, col risultato che la sua frode venne esposta, il padre lo disconobbe e diseredò… una storia triste.

Malone.pngMalone, d’altronde, mancava a sua volta di qualche venerdì: aveva l’abitudine di prendere a prestito documenti antichi di enorme valore (come i registri parrocchiali di Stratford per l’epoca rilevante) e non restituirli se non dopo molti anni, e talvolta tagliuzzati. E questo era considerato uno studioso serio, figuratevi un po’ voi!

Si potrebbe continuare con l’eccentrica coppia americana che dedicò buona parte della sua vita e del suo patrimonio a fare ricerche negli archivi inglesi – e sempre si credette spiata e perseguitata dai servizi segreti di Sua Maestà Britannica; o con Freud che, dopo essere stato un oxfordiano si convertì all’altrettanto bizzarra convinzione che lo Zio Will fosse in realtà un Francese di nome Jacques Pierre; o con la gente che vuole il Bardo italiano (specificamente siciliano) o tutto fuorché inglese. Potrei sbagliarmi, ma credo proprio di ricordare un tempo in cui Gheddafi giurava sull’origine maghrebina di Sheik Spear.

Non del tutto sorprendentemente, tutto questo marasma pseudo-accademico ha dato origine anche a una certa quantità di letteratura narrativa. Qui mi limiterò a citare tre titoli: The Propagation of Knowledge, un racconto di Kipling in cui Stalky, Beetle e M’Turk fanno sfoggio delle teorie di Delia Bacon ai danni del detestato professor King; Il Manoscritto di Shakespeare, di Domenico Seminerio, che ambienta il dibattito in Sicilia e mostra una versione all’acqua di rose della scrittura un romanzo storico; e il ripetutamente citato History Play di Rodney Bolt, meraviglioso gioco letterario che si fa garbate beffe delle teorie marloviane e del mondo accademico, a mezza strada tra una sciarada, un saggio e un romanzo storico.

Ma se volete qualche lume in più su questa narrativa anti-stratfordiana, date un’occhiata a questo articolo, il mio primo intervento bardocentrico su Thriller Magazine – perché, di nuovo, la fauna è abbondante e bizzarra.

Ce n’è di gente bizzarra al mondo, vero? E per di più, date loro una causa di qualsiasi tipo e vi solleveranno una quantità di polvere, accademica e otherwise.

Del Metabolismo Delle Lingue

James Nicol definisce l’Inglese come “una lingua che si apposta nei vicoli bui, assalta le altre lingue e le scippa delle loro parole spicciole.”

E a sentire Lucio d’Arcangelo, in questo articolo apparso su Il Giornale del 4 gennaio, il bottino attraverso i secoli è stato consistente: l’Inglese ha fagocitato e assorbito a tutte le latitudini, con incessante e curiosa golosità – e una predisposizione strutturale a creare nuove parole col minimo dei mezzi e del disturbo. Sostantivo interessante? How nice! Gli premettiamo un to, ed ecco un verbo nuovo di zecca. Un concetto e due parole? Ma perché? Fondiamo le due in una, ed ecco un sostantivo tutto nuovo e luccicante che fa per una frase intera!

Una delle mie teorie predilette*, non da oggi, è che l’Inglese sia – dal punto di vista storico e sociale, se non strettamente linguistico – il vero erede del Latino: una lingua estremamente funzionale che si è estesa sulla forza di un impero e, in ogni parte di esso, si è adattata e mescolata, sviluppando – accanto alla sua versione “alta” – da un lato una sorta di lingua franca del commercio, dei contatti e delle comunicazioni, e dall’altro una infinita serie di pidgins, versioni imbastardite e multicolori, ciascuna quasi una lingua a sé. Proprio al modo in cui ogni provincia dell’Impero Romano aveva il suo genere di Latino…

Lucio Arcangelo cita con preoccupazione numeri da capogiro: se l’Inglese elisabettiano contava 150000 parole (e Shakespeare ne usava più o meno 20000), il Global English odierno tocca il milione. Fenomeno esplosivo e indice di decadenza?

Quello che secondo me Arcangelo trascura di considerare è che l’Inglese elisabettiano era già una lingua in avida, inesausta espansione, occupata ad ingozzarsi di parole straniere come capric(c)io (dall’Italiano o dallo Spagnolo: ninnolo costoso e inutile), rabato (dallo Spagnolo: gorgiera), smuggler (dall’Olandese: contrabbandiere), detail (dal Francese: dettaglio) e via così. E per di più, la pratica era in atto da secoli e secoli, con il Latino, con l’Italiano, con il Francese…

Le lingue sono strutture vive e, come tali, in continua evoluzione. Non si cristallizzano del tutto se non quando cessano di essere parlate – e quella non è una bella cosa. Finché vivono, seguono incontrollabilmente la loro strada, e quella dell’Inglese è la strada di una lingua molto, molto acquisitiva. Dite quello che volete: non riesco a considerare la ricchezza lessicale un difetto.

Chiudo segnalandovi WordSpy, il sito in cui Paul McFedries guida gli amanti delle parole alla scoperta delle parole nuove, registrando e illustrando affascinanti neologismi come cheap(p)uccino o flunami… curiosi, eh?

_________________________________________________________________________

* Una teoria prediletta, in Inglese diventa una pet theory: una teoria che si cura, predilige, alleva e vezzeggia come una bestiola da compagnia. Dite la verità: non è una lingua meravigliosa?

Ott 18, 2010 - anglomaniac, tradizioni    5 Comments

Dello Haggis – Piccolo Test per Menti Scientifiche

haggis.jpgMi si chiedono lumi sullo haggis menzionato qui. Hic sunt lumina.

Devo cominciare ammettendo di avere affrontato l’argomento nel modo sbagliato, perché lo haggis, prima di essere un piatto di dubbia digeribilità, è una bestiola. Una bestiola che si trova solo in Scozia. Una bestiola a quattro zampe, di cui due più corte e due più lunghe.

Però non come una lepre: anziché avere le zampe posteriori più lunghe di quelle anteriori, lo haggis ha le zampe destre più lunghe di quelle sinistre. O viceversa. Forse. Sinceramente non ho mai capito se ci siano haggis di due tipi – haggis destri e haggis sinistri – o se dipenda dal sesso, dal caso o da che altro. Ad ogni modo: questa singolare conformazione anatomica serve allo haggis per correre lungo i crinali delle colline. Tutti sapete che la Scozia è piena di colline e montagne, soprattutto le Highlands, e in effetti lo haggis non scende mai a valle. Un po’ per zampe e un po’ per timidezza, non fa altro che correre lungo i crinali.

Lo haggis è anche un eccellente strumento d’indagine socio-statistica (oppure un eccellente strumento di conversazione, fate un po’ voi).

Provate a raccontare questa storia a un gruppo di sconosciuti, per esempio in uno scompartimento ferroviario o durante una coda alla posta. A un certo punto, qualcuno vi porrà questa domanda: ma se ha le zampe destre più corte di quelle sinistre, come fa a tornare indietro?

Dico con assoluta certezza che qualcuno ve lo chiederà, per l’empirica ragione che non mi è mai capitato di raccontare dello haggis senza che la domanda saltasse fuori, e potete star certi che chi la pone ha una formazione scientifica. Badate bene: non importa se il pubblico ci crede o no. Potete raccontarla come una leggenda, oppure potete suonare serissimi e aspettare che qualcuno si metta a ridere e contesti la vostra zoologia scozzese, ma è del tutto secondario: prima o poi, mentre voi vi diffondete sulle abitudini notturne dello haggis, sulla sua natura riservata, sulla sua velocità che può raggiungere le 5 miglia orarie*, sulla sua prolificità, sui metodi per cacciarlo e sulle ricette per cucinarlo, qualcuno – un ingegnere, un chimico, un biologo, un tecnico di laboratorio… – vorrà sapere come se la cava la creatura nelle conversioni a U.

Gente di diversa formazione vorrà sapere come nasce una storia simile, si delizierà nello scoprire che Robert Burns ha scritto un’ode allo haggis, chiederà quanto è grande – ma qualcuno s’impunterà sul cambio di direzione, e fidatevi: sarà qualcuno di tecnico-scientifico.

Allora, voi potete rispondere che lo haggis non torna indietro: nel corso della sua vita migra sempre nella stessa direzione, seguendo i crinali. Oppure potete rispondere che deve soltanto scollinare e tornare da dove è venuto lungo l’altro versante. Oppure ancora, potete rispondere che il metodo tradizionale di caccia allo haggis consiste proprio nel nascondersi nell’erica, lasciarlo avvicinare, gridargli “boo!” con la giusta intonazione e afferrarlo quando inciampa nelle sue stesse zampe mentre cerca di girarsi.

Il metodo alternativo (e vieppiù diffuso) prevede un’esca di whisky e un bastone. Una volta brillo, lo haggis rotola a valle, beatamente inconsapevole e pronto per la bastonata fatale. “Ciò può suonare doloroso,” dice questo favoloso articolista, “ma a questo punto lo haggis non sente nulla.”

Inoltre, aggiungo io, a questo punto voi avrete un gruppo di soggiogati ascoltatori (tra i quali avrete già individuato le menti scientifiche, o almeno le più curiose tra di esse), e un affascinante argomento di conversazione, capace di durare indefinitamente fino alla destinazione del treno o all’esaurimento della coda. Senza contare il fatto che difficilmente verrete dimenticati.

Provate e fatemi sapere.

______________________________________________________________________

* Naturalmente stiamo parlando di miglia scozzesi, e quindi tutto è relativo. Non perché il miglio scozzese equivalga tecnicamente a una distanza diversa dal miglio inglese, ma perché quando chiedete a uno Scozzese quanto manca per XYZ, e vi sentite rispondere “sei miglia”, potete tranquillamente calcolarne almeno otto. Specialmente se siete nelle Highlands.

Libri In Regalo

Mi è capitato qualcosa che mi ha riportata alla lontana infanzia.

A titolo di regalo di compleanno tardivo, sono stata rapita e condotta in libreria, con l’ingiunzione di scegliere “dei libri”. Da anni acquisto la maggior parte dei miei libri su Internet (adesso, poi, li scarico direttamente sul Kindle), e quindi già la cosa in sé è stata molto sul genere tè-al-tiglio-e-madeleine. Ho girellato tra gli scaffali con quel senso di anticipazione e di scoperta che un tempo apparteneva alle sere di Santa Lucia – assoluta delizia!

E alla fine ho scelto Il Grande Gioco, di Peter Hopkirk, una magnifica storia della guerra di spionaggio tra Inglesi e Russi in Asia Centrale – praticamente lo sfondo di tante storie di Kipling! – e L’Uomo Dagli Occhi Glauchi, di Patrizia Debicke Van der Noot, romanzo storico incentrato su un meraviglioso ritratto tizianesco e sul servizio di spionaggio di Robert Cecil. 

E’ stato un incantevole regalo di compleanno. O di non-compleanno, se vogliamo virare sul carroliano – e io vorrei, perché il tutto è stato davvero un po’ nonsense.

Per di più, sabato è arrivato per posta The Infernal World of Branwell Bronte, di Daphne Du Maurier, e quindi adesso ho una piccola pila di tre libri che voglio tanto leggere, ma al momento non ho davvero tempo: se ne stanno lì, uno sopra l’altro come sirene rilegate, mi guardano ogni volta che passo nelle vicinanze, ammiccano, mi chiamano… Leggici, leggici, leggici! Lascia perdere il Riccio, dimenticati quel che devi recensire, prenditi una vacanzuola dalla storia bizantina. Leggi noi, noi, noi…

Per ora resisto, legata alla sedia maestra e con striscioline di to-do-lists appallottolate nelle orecchie. Fino a quando? Non si sa. 

Pagine:«123456»