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Lug 23, 2012 - angurie, tecnologia    7 Comments

Le Centraliniste, I Treni E Il Furor Io Canto

Era una notte buia e tempestosa…

No, non è vero: in realtà faceva un caldo inverecondo, però erano quasi le undici post meridiem e, pur essendosi quasi la metà di luglio, l’orario e la luce naturale si qualificavano come “notte buia.”

Anyway.

Era una notte buia e afosa quando la Clarina si pose alla caccia di un biglietto ferroviario, quel genere di talismano che, debitamente esibito e corredato dei giusti rituali, consente di viaggiare con quei siderei destrieri che scorron le ferrate vie in perenne scalpito – in qualsivoglia direzione.

Avvegnaché, forse, “in qualsivoglia direzione” sia forse espressione un nonnulla grandiloquente, qualora trattisi di scorrere per le vie ferrate da quel di Mantova a quel di Cuneo… Sappiate, o lettori, che Mantova e Cuneo son due di quei punti tra i quali la via più breve è l’arabesco – o non si spiegherebbe perché il sidereo destriero debba impiegare sei ore (quando va bene) per scorrere i trecento chilometri e qualcosa che separano i due punti in questione.

E perdonate la divagazione, O Lettori: essa era necessaria per spiegare come, scrutando nelle profondità cristalline de L’Innominatino (nel ruolo de La Sfera di Cristallo) in quella notte che si diceva, la Clarina si sentisse già esausta in advance al pensiero di quel che avrebbe trovato sul Loco di Sidereidestrieritalia – la magica entità che dispensa i talismani di viaggio.

E invece – oh gaudio! oh sorpresa!!! oh diletto sommo e inenarrabile!!! Sidereidestrieritalia, con voce suadente e coro di sirene in sottofondo, prometteva alla Clarina di depositarla a Cuneo in cinque ore e tre quarti, cambiando tre soli destrieri! E in cambio di tutto questo, non pretendeva anime, né regni, né ombra – solamente ventiré talleri e ottatacinque. 

Incredula, la Clarina si stropicciò gli occhi, si mise gli occhiali da vista, ripeté la richiesta, ma per quanto si sforzasse, la stessa risposta giungeva dalle profondità cristalline: Mantova-Cuneo, tre treni, cinque ore e tre quarti, ventitré talleri e ottantacinque.

E il merito, vedete, il merito era di un incantesimo potente: la Tariffa Economy del Destriero Ferrato Frecciarossa, che detto fra noi, fa tanto John Wayne & C., ed è tremendamente fuori genere, ma fingiamo di nulla. La Clarina aveva udito parlare della Tariffa Economy come di una leggendaria occorrenza, ma mai aveva avuto occasione di constatare la sua esistenza. Ora, trovandosela davanti come il viandante che, viandando per le dolci colline d’Irlanda inciampasse nella pentola d’oro ai piedi dell’arcobaleno, la Clarina fece ciò che v’immaginate facilmente: afferrò l’occasione.

Bizzarramente, ad occasione afferrata, nessun e-piccione dal piumaggio iridato venne come d’usato a becchettare all’inesistente porticina dell’Innominatino, recando la e-conferma dell’acquisto del talismano. Tuttavia, poiché nei recessi del Loco di Sidereidestrieritalia, trovavasi scritto e-ner su e-bianco che la Clarina aveva acquistato un talismano per scorrere a dorso di SD da Mantova a Cuneo, la bizzarria pareva potersi imputare all’ora semi-tarda e, quizàs, alle abitudini tutto sommato diurne dei piccioni?

La Clarina decise di sì, e decise di poter attendere l’indomani, e decise di considerarsi titolomunita per il viaggio, e di passare il resto della serata a leggere Connie Willis.

L’indomani mattina, tuttavia, non essendosi comparso verun e-piccione, ella si allarmò lievemente. Possibile che qualcosa fosse andato storto? Possibile che fosse stato troppo bello per esser vero? In sottofondo, il Coro Greco mugugnava tristi presagi, ma da tempo la Clarina aveva deciso di non prestare più orecchio ai mugugni dei mugugnatori ellenici. Tuttavia, tornò al Loco a constatare l’esistenza del Viaggio e, forte di quella, ma ulteriromente impensierita dal fatto che la relativa pdfergamena-voucher rifiutava ostinatamente di aprirsi,  ricercò il recesso del Loco di Sidereidestrieritalia in cui si depositano dubbi, lagni e querimonie. Si sporse oltre la e-vera dell’e-pozzo, e diede voce al suo rovello:

“Ho acquistato un viaggio -aggio -aggio, così e così, il giorno tale, all’ora tale -ale -ale… Perché non me ne vien conferma -erma -erma? Distinti saluti -uti -uti…”

Tempo un’oretta e – tac-ta-ta-tac – ecco un piccione becchettare.

“Quale efficienza,” si compiaccque la Clarina. “Quale sollecitudine, quale magnificenza di servizio!”

E, non essendo nuova al procedimento, avrebbe potuto evitar di compiacersi. Il piccione non era un vero piccione, e di certo non risolveva rovello veruno. “Gentile Cliente,” tubava l’Autopiccione Standard con meccanico ticchettio, “le confermiamo di avere ricevuto la sua Richiesta di assistenza. Cordiali saluti.”

Hm, cordiali saluti. Richiesta con la Erre maiuscola… mah. La Clarina cominciava a temere che il Coro Greco – sempre mugugnante in sottofondo – fosse da prendersi sul serio. E tuttavia, essendosi in partenza per un paio di giorni, diretta (con mezzi che non erano né equini né ferrei) a lidi sprovvisti di tecnologici prodigi, decise di concedere ai Signori dei Siderei Destrieri una fettina di beneficio del dubbio. Oltretutto era sabato – giornata sulla cui qualità festiva-non festiva-semifestiva non è sempre facilissimo intendersi – e magari, rincasando il martedì, avrebbe trovato l’e-piccione risolutivo ad attenderla.

Ma, alas, martedì sera il messo alato non c’era, né ne produsse alcuno un’altra notte di attesa – e il dì della partenza approssimavasi… Che fare dunque? La Clarina armossi di un di quegli arnesi che consentono di tener conversazioni con gente situata a considerevole distanza e, una volta indovinata la giusta combinazione di numeri, si ritrovò a colloquiare con una donzella deputata a udir che cosa non andasse in fatto di biglietti ferroviari.

Sia detto subito, la donzella era cortese e disponibile e paziente – ma non del tutto competente , o forse non del tutto informata delle intricatezze del sistema.

“Non esiste nessun biglietto a suo nome,” ella pigolava. “Lei non ha acquistato nessun viaggio e pertanto non può viaggiare.”

“Ma al Loco dicono di sì!” protestava appassionatamente la Clarina. “Dicono che ho acquistato eccome, anche se… oh, aspetti! Prodigio! Ora la pdfergamena apresi. Senta, senta: dettagli del biglietto, orari, codice del biglietto…”

“Ha un PNR?” chiedeva la donzella.

“No, ma ho un codice biglietto…”

“Non serve a nulla. C’è il PNR?”

“Non so, c’è un altro codice alfanumerico…”

“Non serve a nulla nemmeno quello. C’è il PNR?”

“No, tutti i codici che ho glieli ho detti.”

“Ma nella mail che ha ricevuto…”

“Le ho detto che non ho ricevuto nessuna mail, ed è proprio per questo che…”

“Ma allora dove lo vede il voucher?

“Come le ho già detto una dozzina di volte, nell’area clienti del Loco, cui accedo con il mio userID e la mia password, e lì c’è l’elenco dei miei viaggi, e…”

“Ma quale area clienti del Loco? Lei usa un userID, per entrarci?

“Sssssssì, e una volta dentro…”

“Ma è sicura di avere immesso il nome giusto?”

“….”

Per farla breve, la Clarina andava infuriandosi vieppiù e la donzella annunciò sconsolata che non eravi nulla da fare, tranne acquistare un altro biglietto e poi, semmai, richiedere un rimborso later.*

Pur digrignando un poco i denti, essendosi la partenza fissata per l’indomani, la Clarina altro non poté che piegarsi alla necessità. Per un poco ascoltò la donzella all’altro capo della Conversazione A Notevole Distanza mormorare tra sé incanti e grimori per la creazione di un secondo biglietto.

“Ecco fatto,” annunciò giuliva la donzella. “Domani lo ritira al Marchingegno d’Autoservizio alla locanda di posta…”

“Ma, O Donzella, alla locanda di posta di Mantova non havvi alcun marchingegno di tal sorta.”

“…?”

“Non. Havvi. Alcun…”

“Non havvi marchingegno? Non havvi marchingegno! Marchingegno non havvi. Non? Havvi? Marchingegno? Non può essere che non vi sia un marchingegno?”

“Davvero non ne ho idea né colpa, ma resta il fatto che non havvi marchingegno.”

La donzella s’udì per qualche battito di cuore in trepida e perplessa consultazione con qualche Unseen Knowing One. E poi, più gaia di prima,

“È tutto a posto,” annunciò. “Può ritirarlo direttamente alla locanda di posta, presso garzone preposto ai biglietti.

“Bene. E il prezzo rimane lo stesso?”

“Certo! Quarantasei talleri e cinquantacinque.”

“Quaranta… ma no, O Donzella,” insorse la Clarina. “La settimana passata ho pagato ventitré e ottantacinque!”

La donzella scoppiò in cachinni e disse che no, non era possibile, non poteva darsi che per i tre Siderei Destrieri in questione, uno dei quali portator del fiero nome di Frecciarossa, costassero così poco. A meno che…”

“Non avrà per caso acquistato la tariffa economy?”

“Er… sì.”

“Ah, ecco. Lo vede? Ecco che cosa è successo. Avrei dovuto capirlo prima, mi dispiace. La tariffa non era più disponibile.”

“Ma era in vendita!”

“Eh, può ben darsi, ma non significa che ci fossero biglietti. Lo fa tutto il tempo. Lo fa anche con noi – solo che poi il sistema va in blocco…”

“Ma non è andato in blocco nulla! Ho finalizzato l’acquisto, ho dato i dati della carta di credito, il Loco dice che…”

“Lo so, O Cliente Imbufalita. Ha tutte le ragioni, ma purtroppo vanno così le cose e non si puote ciò che si vuole. E più non dimandare. E stretta la foglia e larga la via, tralalalalala…”

E la Clarina non poté far altro che salutare a denti stretti la donzella, interrompere la Conversazione A Notevole Distanza, coprire dentro di sé Sidereidestrieritalia con ogni grado e sfumatura d’insulti elisabettiani di cui era a conoscenza, crearne sull’istante qualche dozzina di nuovi…

E tuttavia, l’indomani, quando venne il momento di partire, la Clarina decise, on a whim, di portarsi anche una stampa della pdfergamena piena di numeri che, a detta della donzella A Notevole Distanza, non contavano nulla. Se la portò e, una volta giunta alla locanda di posta, una volta fatta una piccola coda per nulla, grazie alla chiusura dello sportello nel momento perfetto, una volta fatta una seconda coda più lunga, una volta venuta a conversare con il garzone preposto, la Clarina mostrolli la stampa prima di dar voce al magico PNR che dissigillava il secondo e più costoso viaggio.

“Può spiegarmi bene cosa è questo?” ella dimandò al garzone.

Il garzone prese la pdfergamena, la guardò bene da entrambi i lati, la consultò per il diritto e anche per il rovescio, e poi scrollò le spalle e pronunciò:

“Questo è il suo biglietto. Buon viaggio.”

“Ma, O Garzone,” mormorò sconcertata la Clarina, “non ha intenzione di esigere un PNR?”

“E perché mai, se qui non havvi FR di sorta?” si stupì il garzone. “Questi son tre Siderei Destrieri regionali che recano le genti a Cuneo in poco men che sei ore sei. Pagati. E pertanto reitero il sentimento: buon viaggio!”

“Ma sul Loco mi dissero trattarsi di due regionali e un Freccia Rossa… E la donzella A Notevole Distanza disse che l’incantesimo doveva avere fatto cilecca, perché non eravi viaggio veruno a nome mio, e me ne fece acquistare un altro nuovo…”

“E quando le ha detto i numeri, non ha capito trattarsi d’altrettanti regionali?”

“Parrebbe di no…”

“Ah,” il garzone scosse il capo. “Mai fidarsi del Loco, e fidarsi così così anche delle donzelle ANV. Chieda il rimborso del biglietto che non usa. Buon viaggio ancora e tante belle cose. Avanti il prossimo!”

E così la Clarina se ne venne via bemused, stringendo in mano la sua pdfergamena che, dopo tutto, contava un po’ più di nulla, e balzò a bordo del primo sidereo destriero sperando che il garzone avesse ragione e la donzella torto – perché aveva sviluppato una limitata fiducia in tutti coloro che parlavano per conto di Sidereidestrieritalia. E invece, abbastanza soprendentemente, tutto filò liscio, e solo una volta in sei ore di viaggio e tre destrieri qualcuno dimandolle conto delle sue carte e pergamene, e nessuno trovò da obiettare alcunché, e a tempo debito, seppur con lieve ritardo e abbondantemente lessata dal torrido clima a bordo, la Clarina sbarcò a Cuneo, resa più saggia dall’esperienza, e avendo maturato la certezza che, in fatto di siderei destrieri, non c’era d’aspettarsi di poter nutrire certezza alcuna – mai.

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* ADDENDUM assai poco lieto: la donzella A Notevole Distanza, a quanto pare, aveva trascurato di menzionare alla Clarina il non del tutto trascurabile vincolo in base al quale il concetto di “later” in questo caso era di fatto nullo. Infatti i rimborsi si possono chiedere solo fino a un’ora dalla partenza del treno. E siccome la validità del biglietto n°1 non era constatabile fino all’arrivo in stazione, e il biglietto n°2 contemplava una partenza immediatamente dopo l’orario del biglietto n°1, la faccenda diventava un nonnulla difficile. Non del tutto impossibile – anche se la combinazione di prontezza di riflessi delle donzelle ANV e delle tariffe della chiamata al call center da cellulari non è fatta per rendere economica una richiesta di rimborso dal treno – ma a dire il vero la Clarina non se ne era preoccupata troppo, sulla base dell’allegro “later” della donzella. Esiste la possibilità di inoltrare un reclamo, ma le possibilità di successo sembrano essere men che remote, e la Clarina teme l’effetto sui suoi nervi di una letterina di scuse da parte di Sidereidestrieritalia… Morale aggiuntiva: non fidatevi di una parola che vi si dice, non comprate secondi biglietti prima di avere parlato con più di una persona e badate che il minimo fraintendimento tende ad essere costosetto anzichenò. To the tune of quarantasei talleri e moneta.

 

L’Escargot Sans Peur

[Tutto questo è, a suo modo, vero. O forse no – fate un po’ voi. Ed è per F. & L. Ed è anche per Gabri-La-Regista*, con cui non si arriverà mai ad essere d’accordo in fatto di teatro dell’assurdo… ]

III Campanello. Buio in sala.

SIPARIO.

Sono i frenetici minuti che preludono a una serata di prove. Prove d’insieme. Prove in cui cast&crew riuniti si misurano nell’ordine della cinquantina. Il luogo è saturo di gente che parla a voce troppo alta, di costumisti disperati, di bambini che corrono (oh, perché, perché, PERCHÈ abbiamo voluto bambini in scena?)… E la regista com’è suo solito è arrivata in ritardo, e l’aiuto-regista è affannata…

F. “Hai ricevuto la mia mail?”

C. “No… il mio account fa i capricci, in questi giorni. Ricevo un messaggio su dieci.”

F. “Fantastico. Be’, c’era scritto che siamo incasinati con la scena della battaglia navale, ma adesso lo vedi da sola. A volte non so come diamine ti vengano in mente certe cose…”

C. “Si chiama ispirazione. Considerala un complicato, quasi preternaturale processo alchemico. Facciamo un ululato congiunto, vuoi? Qui c’è urgente bisogno di disciplina.”

F. “Però senti, mi ha chiamata G.”

C. “Ossignor.”

F. “Non ti fai un’idea. Un’ora di telefono. E vuole che ti dica tutto tutto tutto.”

C. “Oh. Magari un altro momento, vuoi?”

F. “Ti telefono domani mattina?”

C. “Ssssì… No: mandami una mail.”

F. “Una… Ma se hai detto che non le ricevi!”

C. “Appunto.”

F. “Anch’io ti voglio bene.”

C. “Magnifico. Ululato al mio tre. Uno… due…”

Buio – quanto basta per un fulmineo cambio di scena.

Una enorme cucina lustra, tutta acciaio e piastrelle, dove una decina di persone si occupa di cucinare una cena vegana-macrobiotica. Lo spettacolo è andato bene, e la scena della battaglia è andata bene, e le notizie di G. sono passate sotto l’uscio, I believe, ma in realtà sono trascorsi alcuni anni, e nessuno se ne ricorda granché. F. è intenta a cucinare polpette di miglio con gli altri. C. non si azzarda a metter dito e conversa con L.

C. “Ma secondo te, le lumache hanno fegato?”

L. “In che senso?”

VOCE IN QUINTA “Questo non è il mio coperchio!”

C. “In uno di due possibili sensi. O magari anche entrambi. Imprimis: le lumache hanno coraggio?”

L. “Sì. Le lumache sono intrepide. Anzi, sono impavide.”

VIQ “Non sa di niente! Aggiungici della curcuma. Tanta curcuma.”

C. “Impavide, sì. E in secondo luogo: le impavide lumache hanno un organo che faccia le funzioni di quel che chiamiamo fegato?”

L. “Non lo so, ma in fondo la domanda è un’altra: Che Cosa Se Ne Fanno Le Lumache Di Un Fegato?”

C. “Oh, cosa mi fai ricordare…”

Flashback: in un angolo della scena un occhio di bue s’accende illuminando la cattedra di un’aula di liceo, vent’anni prima. Il Prof. interroga. E. è interrogata.

Prof. “Ma forse è il caso di chiarire una cosa: le lumache ci vedono?”

E. (dopo un istante di riflessione) “No, però sanno dove vanno.”

L’occhio di bue si spegne. Flashforward alla cucina macrobiotica.

VIQ “Lo zucchero raffinato è il Male Assoluto…”

C. “Comincio a pensare che le lumache abbiano ben poche necessità…”

F. (balza fuori da dietro una quinta d’acciaio e piastrelle e punta un indice accusatore) Ha! Ho sentito tutto!** E adesso tu questa cosa la scrivi, vero?”

C. (cerca di apparire contrita) “Peut-être.”

VIQ “Non hanno un’aria molto fritta. Hanno un’aria sciolta…”

F. “E fra una decina d’anni io mi ritrovo a due sere da una prima, a disperarmi con cinquanta persone, l’Uomo delle Luci, pittura color acciaio e costumi da lumaca?”

C. “Non mi era nemmeno passato per la mente, ma adesso che lo dici…” (spicca il balzo ed esce a destra)

F. “Bugiarda! Scrittori, vil razza… Ehi! Stai lontana da quel taccuino…!” (balza all’inseguimento ed esce a destra).

L. (a nessuno in particolare) “Io faccio la parte della lumaca. La lumaca impavida.”

VIQ “L’ho già detto che questo non è il mio coperchio -erchio -erchio -erchio…?”

Nuvole di vapore.

Buio.

La VIQ si spegne lentamente. -erchio -erchio -erchio…

SIPARIO

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ADDENDUM METATEATRALE:

R. (legge L’Escargot Sans Peur e cachinna) “A volte, Clarina, non so come ti vengano in mente queste cose…”

Clarina “Well, se dovessi davvero spiegarlo…”

R. “Si chiama ispirazione? Devo considerarla un complicato, quasi preternaturale processo alchemico?”

Clarina “O forse no. Fa’ un po’ tu…”

SIPARIO PER DAVVERO

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* Nulla a che vedere con il G. nominato più sotto. Stessa iniziale – tutt’altra persona.

** Si capisce che nella realtà dei fatti F. non ha ascoltato affatto – men che meno celata – ed è stato necessario ripeterle la conversazione per filo e per segno, ma converrete che tale ripetizione non funzionerebbe mai, da un punto di vista teatrale. Nemmeno in una pétite pièce absurdiste come questa. Anche se forse, ripensandoci... È una seconda stesura che vedo davanti a me?

Mag 9, 2012 - angurie, teatro    4 Comments

Raccontami Un Romanzo (E, Già Che Ci Sei, Sorprendimi)

oliver twist, dickensPrendete tre Terze Medie – al cambio attuale fanno una settantina d’implumi.

Aggiungete insegnanti di lettere disponibili. A volte capitano quelli cui non importa un bottone del laboratorio, e allora non è divertente. Ma altre volte avete fortuna, e ve ne capitano tre su tre decise a collaborare.

Annaffiate il tutto con abbondante Dickens; condite con sale, pepe, rosmarino, una manciatina di confronto romanzo/sceneggiatura cinematografica, tre cucchiai rasi di metodologia di ricerca su Internet, una tazza di scrittura (argomentativa, creativa, narrativa, whatever) e storia quanto basta.

Mescolate meglio che potete, esponete al calor bianco di una platea tre volte più popolata del previsto, e state a guardare.

Non so come riuscirà il soufflé, ma le sorprese sono garantite. Perché, diciamo la verità, nelle sei settimane che avrete impiegato nella le due città, sydney carton, laboratori scolasticipreparazione (due ore la settimana in ogni classe) avrete avuto molti momenti di dubbio, amarezza, sconforto e furia pluriomicida. Oh, ci saranno state anche notevoli consolazioni, qua e là, e l’occasionale piccola rivelazione – come quando vi hanno detto che gente che a voi pare sveglia, attiva, interessata e partecipe è in realtà a rischio di bocciatura per non aver fatto un bottone in tre anni. Vi sarete infuriati oltre ogni dire davanti alla tradizionale scusa “Ma io non c’ero quando l’avete fatto”. Avrete constatato con divertita incredulità che i quattordicenni di entrambi i sessi sono sentimentali e s’identificano con Lucie Manette e Charles Darnay, ma non notano Sydney Carton nemmeno a metterglielo davanti dipinto di rosso vivo. Avrete dubitato del vostro buon senso nell’avere scelto Le Due Città. Ci avrete rimesso un set completo di tonsille nel tentativo di mantenere un minimo di silenzio in classe e ottenere risposte ragionate a domande che a voi non sembravano nemmeno orribilmente esoteriche. Avrete disperato della possibilità di arrivare alla Domenica Fatidica con alcunché di dignitoso da presentare. Avrete scambiato occhiate scoraggiate con ciascuna delle Insegnanti Disponibili. Vi sarete scapicollati per gli ultimi tre giorni alla ricerca di costume bits per colmare le lacune rimaste. Avrete avuto incubi di diserzioni, vuoti di memoria, disastri informatici e folle assetate del vostro sangue…

oliver twist, dickens, fagin, laboratorio scolasticoE però vi sarà sempre rimasto un vago, tenue, tremulo barlume di speranza, ravvivato due o tre volte la settimana da una domanda intelligente qua, una buona idea là, un segno d’interesse altrove, un PossofarloioDodgerprofeperfavoreperfavore? E poi a un certo punto, mentre voi eravate occupati a contemplare ansiosamente il vostro barlumino, i fanciulli ci si saranno messi d’impegno sul serio. Avranno annusato l’approssimarsi del palcoscenico come i cavalli la polvere del campo di battaglia. Avranno deciso che dopo tutto sono interessati alla faccenda – e allora dibattiti, presentazioni e colonne sonore saranno germogliati sotto i vostri occhi…

Poi sarà successo ancora di tutto – incompatibilità informatiche, diserzioni dell’ultimo minuto, sostituzioni avventurose (e talora fortunate), sforamenti altrui, parentesi di panico e ogni altro genere di cose che all’universo sarà piaciuto scagliare nella vostra direzione, tutto in mezzo a stormi di fanciulli che chiamavano “Profe, profe…”dickens, oliver twist, dodger, laboratorio scolastico, roncoferraro

E voi vi sarete chiesti, e non una volta sola, E Adesso? Andrà tutto storto? Sarà un disastro? Si dimenticheranno entrate e uscite? Perderanno parrucche e copricapi? S’impappineranno*? Sussurreranno, ingolleranno sillabe, renderanno altrimenti incomprensibile il povero piccolo testo? I Piccoli Tecnici Crescono faranno piantare il computer sul più bello?

E invece no. Non è un disastro affatto, perché al momento giusto i fanciulli tirano fuori entusiasmo e concentrazione e precisione, e prontezza di spirito davanti agli inconvenienti ed espressività – e tutto funziona (quasi) come dovrebbe, e poi arrivano gli applausi, e poi ve li ritrovate tutti attorno, i fanciulli, con dei sorrisi che interferiscono con la navigazione aerea… “È andata bene, vero profe? Vero che è andata bene?”

Ed è andata bene sì, e voi raccogliete i vostri costume bits e i vostri complimenti – e ve lo chiedete una volta di più: come, come, come avete potuto dimenticare che alla fine i fanciulli vi sorprendono sempre? 

Ma forse anche questo fa parte della ricetta e, se non vi lasciaste prendere dall’ansia e dai dubbi al momento giusto, non avreste modo di lasciarvi sorprendere alla fine…

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* “Profe, scommette cinque euro che m’impappino?”

 

Cinque Personaggi Letterari Per Una Notte Folle

Sì, sì, lo so… son proprio su una brutta china. Che devo dire? Ultimamente frequento cattive compagnie. This one you can blame on Ferruccio Gianola, in particolare questo omonimo post.

Tanto è vero che gli copio anche spudoratamente la premessa:

Allora partiamo da questo presupposto: mi sono accorto di avere dei poteri che mi permettono di fare uscire dai libri i personaggi letterari che desidero.

E naturalmente non è come se potessi resistere a un’idea del genere. Poi “notte folle” è un concetto relativo – la mia versione comprende (ma non è limitata a) un sacco di chiacchiere sui massimi sistemi condite di speculazione selvaggia, parecchio nonsense e una certa dose di eccentric mischief. Infine, mi riservo di barare un pochino.

Detto ciò, comincio il mio giro di meta-telefonate.

1) Emily Brontë – ho detto che avrei barato, vero? E comunque Emily compare come personaggio in diversi romanzi*, e quindi ho deciso che si qualifica. Può darsi che la sua idea di avventura si limiti a camminate nella brughiera e viaggi in treno a York, ma ha un’immaginazione selvaggia e un dono per i giochi di ruolo sur-le-camp. Sempre disposta a immaginare di essere qualcun altro e altrove. Vero è che ha un pessimo carattere – permalosa e prepotente come pochi. Vuol dire che ci vorrà un po’ di diplomazia.

2) Veronica – nel senso dell’eroina eponima di Nicholas Christopher. Non la conosco ancora bene, ma è una pianista jazz con un senso dello stile tutto suo, frequenta locali bizzarri a New York e si sussurra che non sia del tutto ignara di viaggi nel tempo. Non sono del tutto certa che non frequenti gente pericolosa, ma cercheremo di non metterci in guai irreparabili.

3) Puck – nella versione di Shakespeare, ovviamente – ma con un tocco di Kipling: vedi alla voce eccentric mischief. Allegro, irriverente, scanzonato – sennò questo gruppo minaccia di diventare un nonnulla gloomy. Non che sia molto affidabile: probabilmente dovremo impedirgli di mettersi a suonar campanelli altrui nel cuore della notte – però è un contastorie come pochi. 

4) Sydney Carton – ci eravamo persi di vista, ma ultimamente abbiamo ripreso i contatti. Acuto, sarcastico con una tendenza al maudlin, amarognolo nella migliore delle ipotesi. Può diventare sgradevole quando beve troppo, ma è compagnia intelligente. Tra l’altro, quando si arriverà a parlare di libri e io, presto o tardi, me ne uscirò l’eterno Lord Jim, sono uasi certa che Sydney non leverà gli occhi al cielo.

5 Kit Marlowe – e sì: sto barando di nuovo, ma avete idea di quanti romanzi e di quanto teatro abbiano Kit per protagonista? Ai fini della serata, diciamo la versione di Burgess: specialista di conversazioni notturne, cose proibite e idee fiammeggianti, più che un po’ primadonna, facile a prender fuoco e una calamita per i guai. Ci vorrà fortuna per non trovarci coinvolti in qualche rissa di strada…

Hm. Si direbbe che la mia idea di notte folle comprenda anche la precisa certezza di cacciarsi nei pasticci, vero? Perché non vedo come, in compagnia di un quintetto simile, possa andare tutto liscio…

Ma d’altra parte, si diceva più sopra che frequento cattive compagnie – e poi a che altro servono le notti folli?

E voi, invece? Chi vi portereste dietro?

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* Emily’s Ghost di Denise Giardina, Charlotte And Emily di Jude Morgan, The Secret Diaries of Charlotte Brontë di Syrie James – giusto per citarne qualcuno. E a dire il vero, sono anche stupita che non ce ne siano di più.


Mar 17, 2012 - angurie    No Comments

Off Topic

Post volante del sabato mattina (quando dovrei accingermi a una giornata di scrittura e rimescolamenti di libri – e invece devo tornare a scuola perché giovedì non funzionava la lavagna interattiva multimediale…), giusto per farvi notare il mio guest post su strategie evolutive.

E, per una volta in vita mia, non si tratta di libri, né di storia, né di teatro, né di narratologia, né di alcuna lingua viva o morta, né di Marlowe…

La Clarina può dunque essere indotta a scrivere di qualcosa d’altro? Vedere per credere.

Ago 17, 2011 - angurie    1 Comment

Dell’Arte Della Conversazione

Sessione di nordic walking preserale con F. e L.

(Argine del Mincio, tardo meriggio estivo – tutto è azzurro, verde e d’oro.)

F. “Ti faccio notare, L., che la Clarina non trascina i bastoncini.”

L. (serenamente cool) “E io invece li trascino. Ma d’altra parte, la Clarina non spinge abbastanza indietro le braccia. Come ti dico spesso, F., ciascuno ha il proprio Cyrano de Bergerac.

La Clarina (drizza le orecchie) “Ciascuno ha il suo…?”

L. “Ciascuno ha il suo Cyrano. Il suo piccolo difetto, la sua debolezza, la sua imperferzione.”

La Clarina “Bello, bello, bello, bello. Mi piace. Posso usarlo?”

L. (serenamente cool) “Ragazza, la cultura non appartiene a nessuno in particolare. La cultura è di chi la usa.”

F. “Ok, qui comincia a esserci un po’ troppa roba. Io vado avanti. Avvertitemi quando avete finito…” (finge di camminare via)

La Clarina “Sì, ma siccome certi usi originali della cultura intitolano i loro creatori alla proprietà intellettuale, prima di usare chiedo…”

L. (ci pensa un attimo) “Giusto. Ma puoi usare.”

La Clarina (rimuginando un post) “Humble thanks.”

F. “Ehi! Posso tornare?”


(Mezzo miglio più avanti)


F. “La mia versione preferita del Cyrano è quella con Depardieu.”

L. “A me Depardieu non piace mica tanto.”

La Clarina “Nemmeno a me, ma nel Cyrano è un’altra cosa. Ruolo di una vita e tutto quanto.”

F. “No, piano: i ruoli di una vita di Depardieu secondo me sono tre. Cyrano, Olmo in Novecento e la pubblicità della pasta, quando dice Mais oui, tango cuooore italiaaano.”

La Clarina: Sìììì! Vero! Vero! Vero!

L. (un po’ meno serenamente cool di prima) “Donne! Ci ragioni una serata e non ti ninnano neanche. Dici Mais Oui, tango cuooore italiaaaaano e ci cascano…

La Clarina “Dovresti provare a ragionarci una serata con l’accento francese.”

F. “E magari aggiungerci un piatto di spaghetti.”


(Un altro mezzo miglio più avanti)

 

F. “Clarina, stai tenendo la spalla sinistra più bassa dell’altra.”

La Clarina “Lo so… lo faccio sempre, alas…”

L. “Io tiro su il braccio sinistro più del braccio destro.”

La Clarina “Si direbbe che, oltre a un Cyrano, tutti abbiamo anche un Riccardo III?”

F. “Sapete, sarà meglio che voi due limitiate l’esposizione reciproca.”

(Cue: musica epica mentre i nostri tre eroi camminano nordicamente verso il tramonto…)

 

 

nordic walking, cyrano de bergerac, riccardo terzo

Alcuni Casi Risibili Ovvero Nomi Incomprensibili Ma Interessanti

“Questo è un mondo di sigle…” mormora ogni tanto la cugina Fanny, e non lo dice certo in tono di somma letizia.

La cugina Fanny ha raggiunto quel genere di età in cui vagheggiare un mondo più semplice diventa uno sport praticato quotidianamente, e non le piace molto alzarsi presto per andare al CUP a prenotare la TAC, poi passare dall’URP del Comune in cerca di lumi sulla sua TARSU e la sua ICI. Nè la diverte apprendere dal telegiornale gli ultimi scambi di bordate tra SEL, PDL, PD, IdV e FLI, seguiti da un maxisequestro di mozzarelle tarocche effettuato dai NAS… Per non parlare poi delle scelte televisive post coenam: che cosa guardare stasera? CSI? NCIS? RIS? 

Naturalmente la povera Fanny è destinata alla sconfitta, perché di sigle e acronimi ce ne sono a ogni pie’ sospinto, e destinate ad aumentare in quantità e in diffusione. Siamo franchi: chi si dispererebbe a citare per esteso l’Organizzazione per il Trattato dell’Atlantico del Nord, quando può sbrigarsi con un rapidissimo NATO? I mean, io studiavo per lavorarci, e tutte le volte che devo sciogliere la versione non-anglosassone dell’acronimo, devo pensarci un istante. Forse non ho cominciato con l’esempio più trasparente di tutti, ma se l’acronimo fosse una bestia erbivora, le organizzazioni internazionali e le forze armate sarebbero due dei suoi pascoli prediletti. A livello internazionale, poi, la dieta sarebbe varia, perché ciascuno tende a chiamare a modo suo le organizzazioni di cui fa parte. NATO e OTAN, ONU e UNO, EU e UE… Poi un uso tende a prevalere sull’altro per ragioni di eufonia, di orgoglio nazionale, di diplomazia… Mi si è raccontato di riunioni di coordinamento negli Anni Ottanta in cui, ogni volta che qualcuno diceva “NATO”, l’ufficiale francese di turno sibilava acidamente “OTAN”.

Alle Nazioni Unite (ONU, UNO, UN), la creazione di sigle occupi più tempo di quanto sia sano. Ogni volta che si crea una commissione speciale, un organo nuovo o una missione* (e accade spessissimo), la si battezza con un nome chilometrico, subito volto in acronimo per comodità generale. Nel 1956, durante una delle varie conferenze tenute durante la Crisi di Suez, ci si trovò a dover battezzare la nuovissima associazione di utenti del Canale. La prima proposta fu Co-operative Association of Suez Canal Users, ovvero CASU. Gli Olandesi obiettarono: si voleva davvero cominciare con un’organizzazione che si chiamava quasi “casus belli”? Non sembra un’obiezione brillantissima, ma fu accolta, insieme alla proposta alternativa CASCU, almeno fino a quando i Portoghesi non fecero notare che nella loro lingua significava “testicolo”. I Francesi aggiunsero il loro centesimino: quando lo pronunciavano loro, diventava infelicemente simile a “casse-cul” o “casse-cou”, both unfortunate. Gli Inglesi proposero allora ASCU, che però in Spagnolo e Portoghese significa “disgustoso”… “Provammo varie combinazioni,” scrive Selwyn Lloyd , “e tutte avevano qualche significato rivoltante – di solito in Turco.” Alla fine decisero che SCUA, pur brutto, non aveva significati riprovevoli nella lingua di nessuno stato rappresentato alla conferenza – sugli altri preferirono non indagare.

Dopodiché si raggiungevano livelli di assurdità. Il COMECON (ricordate? Ai tempi della CEE?) aveva un nome e una sigla per ogni stato membro: KNER in Albanese, СИВ in Bulgaro, RGW in Tedesco, KGST in Ungherese, RWPG in Polacco, CAER in Romeno, СЭВ in Russo, RVHP in Slovacco, CAME in Spagnolo, PEB in Ucraino e HĐTTKT in Vietnamita. Mi sarebbe piaciuto vedere la carta intestata dei vertici.

Poi ci sono usi meno seriosi: ricordate la SABENA? Era la Société Anonyme Belge d’Exploitation de la Navigation Aérienne. Chiaramente aveva bisogno di una sigla: solo per pronunciarla al cancello si rischiava di perdere l’aereo… ma la sensazione doveva essere quella di correre anche altri rischi. Ora la SABENA non esiste più, inghiottita dalla KLM, se ben ricordo, ma negli anni l’acronimo aveva acquistato un altro significato: Such A Bad Experience Never Again. Avendoci volato, comprendo e approvo. Un po’ come l’APAM, Azienda Municipale Trasporti Mantova, che da studenti traducevamo in A Piedi Andresti Meglio.

Quando si passa dalla unfortunate implication (non sobbalzate mai quando il TG annuncia un pronunciamento della CIA sul prezzo delle carote?) e dal nonsense imprevisto (scopro che AFA sta per Attività Fisica Adatta) all’uso deliberato, la nostra bestia erbivora cambia nome e diventa acrostico.

La differenza sta nel fatto che l’acrostico produce deliberatamente una parola di senso compiuto, come IΧΘΥΣ o il risorgimentale Viva V.E.R.D.I. A quanto pare, l’idea è vecchia almeno come la Bibbia, a giudicare dalle Lamentazioni di Geremia e vari salmi, ma se ne trovano esempi sparsi qua e là – come i capilettera della singolare Hypnerotomachia Poliphilii di Francesco Colonna e l’Inno Olandese**. Ebbene sì: oltre ad essere una prova classica nella caccia al tesoro, l’acrostico ha una limitata produzione letteraria. Un italiano a nome Mazzitelli può vantarsi di avere composto il più lungo poema acrostico del mondo. Esempi più celebri – e, sospetto, più abbordabili – si trovano in Poe e in Lewis Carrol, come il celebre ultimo capitolo in versi di Alice Through The Looking Glass, che contiene il nome della piccola dedicataria, l’Alice originale:

A boat, beneath a sunny sky
Lingering onward dreamily
In an evening of July –

Children three that nestle near,
Eager eye and willing ear,
Pleased a simple tale to hear –

Long has paled that sunny sky:
Echoes fade and memories die:
Autumn frosts have slain July.

Still she haunts me, phantomwise,
Alice moving under skies
Never seen by waking eyes.

Children yet, the tale to hear,
Eager eye and willing ear,
Lovingly shall nestle near.

In a Wonderland they lie,
Dreaming as the days go by,
Dreaming as the summers die:

Ever drifting down the stream –
Lingering in the golden gleam –
Life, what is it but a dream?

Restano poi dubbi affascinanti e irrisolvibili: i test INVALSI si chiamano così per acronimo o per acrostico? E nel secondo caso, lo dobbiamo a un funzionario ministeriale iperzelante e speranzoso o a un colpo di senso dell’umorismo?

Sul serio, per caso, per gioco, per comodità, per letteratura, sigle e acronimi sono erbivori alquanto onnipresenti. Finisco segnalandovi questo glossario online di sigle&acronimi e confessando una certa tendenza a servirmene*** – confessione innecessaria, visto che probabilmente l’avete notato. Il guaio è quando non riesco più a sciogliere i miei stessi acronimi.   

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* La mia tesi di laurea, che parlava di interventi militari ONU in Medio Oriente, era piena di acronimi, tanti che l’avevo corredata di un’appendice in cui li scioglievo tutti. Tutti tranne uno. Sono abbastanza vecchia per essermi laureata in anni in cui Internet non era a portata di mano, e per di più ero bloccata a casa da una frattura al bacino: dopo frenetiche ricerche, decisi che uno potevo lasciarlo indietro. In fondo era citato una volta sola, in una nota a fondo capitolo, in mezzo a uno sterminato elenco di missioni… Il giorno della laurea andai a discutere la tesi con le stampelle. Mi arrampicai fino all’aula deputata e mi venne incontro il secondo correlatore che non avevo visto di persona da settimane. “Senta,” mi disse in tutta serietà. “C’è una cosa gravissima – una lacuna. Non so se possiamo discutere…” Vidi la relatrice impallidire, e sono certa che impallidii anch’io. “C’è un acronimo che non ha sciolto,” spiegò il Ch.mo Prof. C.V. Va da sé che discussi e mi laureai, ma non si poteva dire che non l’avesse letta con attenzione.

** Ci crediate o no, le lettere iniziali delle quindici strofe formano il nome WILLEM VAN NASSOV – che era poi Guglielmo d’Orange, conosciuto come Guglielmo il Taciturno.

*** Degli acronimi, non del glossario. Brutta costruzione. Cattiva, Clarina. Cattiva.

 

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