Browsing "bizzarrie letterarie"
Giu 15, 2014 - bizzarrie letterarie    4 Comments

Il Prigioniero Di Zenda

Per chi, come M., non ha mai visto/letto IPdZ…

Versione muta 1922 (solo in fotografia, sorry):

The_Prisoner_of_Zenda_(1922)_4

Versione 1937 (la mia preferita):

Versione 1952 (“Il film che sfida ogni paragone”…):

E versione televisiva della BBC, 1984 (di nuovo solo in foto):

1984-RupertvsRassendyll

E il link al libro presso il Project Gutenberg.

E. già che ci siamo, una mappa della Ruritania:

index_image4271

E buona domenica!

Lieve Schizofrenia

KiplingD’accordo, son quelle cose.

Un giochino come un altro, di quelli che si trovano su Facebook… Però questo è singolare: trovate una box, c’incollate un pezzo di testo che avete scritto (in Inglese) e il programma, quale che esso sia, ve lo analizza statisticamente, in termine di “scelte lessicali e stile”.

E poi vi dice a quale autore somigliate. Stilisticamente parlando.

“Nonsense,” mi son detta, e ho provato così, perché son quelle cose.

E badate, sono ancora abbastanza convinta che sian quelle cose, però, quando quelle cose mi dicono che scrivo come Kipling… be’. Ecco.

LovercraftAlmeno fintanto che scrivo racconti – perché quando si passa al blog e a Scribblings, er…

Chi l’avrebbe mai detto? No, dico, tra tutti gli autori possibili, Lovercraft.

Sì, d’accordo. Son quelle cose. Però è divertente, se volete provare

E buona domenica.

Enhanced by Zemanta

Libretti, Libretti!

trereHo ricevuto in regalo una meravigliosa trentina di libretti d’opera tra vecchi e antichi, per lo più titoli mai sentiti prima, in quello che promette di essere un assortimento di letteratura adattata, storia rivista e vincendone fatteapposta – e non vedo l’ora di mettermi in un angolino a leggerli…

“Ma come?” mi chiese una volta N., levando un sopracciglio. “Tu leggi libretti d’opera? Indipendentemente dalla musica? E ci trovi gusto?”

E la risposta era tre volte sì. Leggo libretti d’opera per diletto, e non so contare le opere di cui ho conosciuto prima il libretto e poi (sempre che sia arrivata affatto) la musica. Per dire, le probabilità che senta mai anche solo una parte dei titoli che compongono la mia Meravigliosa Trentina sono bassine – ma devo per questo rinunciare a leggere?

“Ma sono bruttarelli!” obiettò a suo tempo N. “Massacrano letteratura, storia e principi narrativi in versi improbabili e linguaggio surreale!”

Vero, tutto vero – o almeno vero abbastanza spesso, e tuttavia…

E tuttavia è come per certa pittura. Tipo William Shakespeare Burton, che si chiamava così per via del Cigno, ma era un imbrattatele dell’Ottocento inglese – e che M. deve ancora perdonarmi di averle affibbiato nel corso di quel gioco d’argomento artistico che girava su Facebook.* Sono certa che anche M. pensa che The Wounded Cavalier, il quadro più celebre del povero Burton, sia bruttarello, improbabile e surreale. E in tutta probabilità, dannatamente oleografico, per buona misura…

The Wounded Cavalier by William Shakespeare Burton

E magari non ha neanche tutti i torti – così come non li aveva N. in fatto di libretti, ma il punto si è che né i libretti né The Wounded Cavalier si apprezzano per il loro valore artistico in assoluto. Il loro fascino risiede nel modo in cui incarnano un’epoca, una mentalità, un modo di romanticizzare la storia… E questo, a mio timido avviso, questo i librettisti e Burton lo fanno alla perfezione. Tanto che al loro tempo godevano di vasto successo senza remore…**

Forse è un discorso più da storici che da appassionati d’arte – e forse ancor più da narratori, ma ci sono un sacco di cose che non considero opere d’arte immortali, ma mi piacciono tanto lo stesso – perché sono altrettante finestre aperte su un’altra epoca, sul suo gusto, sulla sua mentalità e sul suo modo di raccontare.

____________________________________________

E… felice compleanno, F.!!

____________________________________________

* Avete presente? Ci si assegnavano a vicenda dei pittori, e poi si gugolava il proprio per postarne un’opera. Era carino e si facevano scoperte. M. era una giocatrice indefessa, poi è capitato Burton…

** Ebbene sì, M. Ruskin, for one, lo definì magistrale. Tal dei tempi era il costume…

 

 

 

Enhanced by Zemanta

Esserci O Non Esserci Una Volta – In Una Galassia Lontana Lontana

ian doescher, shakespeare, guerre stellariQuesto non sarà un post lungo, ma contiene una chicca.

Ricordate quando si parlava di come nel mondo anglosassone Shakespeare si mantenga vivo anche a forza di elaborazioni, parodie, libri-game e, in generale, tutto fuorché la venerazione acritica e cieca?

Ecco, adesso Yahn mi segnala un altro esempio di questo – a mio timido avviso – invidiabilissimo rapporto con il Bardo. Si chiama William Shakespeare’s Star Wars (Verily, a new hope), ed è… be’, quel che dice l’etichetta.

Ian Doescher ha ri-raccontato la trilogia originale di Guerre Stellari in linguaggio shakespeariano. In versi. A cominciare dal prologo con la galassia lontana lontana, qui affidato al Coro – e via guerreggiando tra le galassie in pentametri giambici.

E ha trovato un editore in Quirk Books – che già in passato ha dimostrato di non aver particolare pudore nel fare il solletico ai classici…

Fantastica idea, spassosissima realizzazione – e poi vogliamo parlare della mentalità che sta dietro un’operazione del genere? La mentalità che, non mi stancherò di ripeterlo, salva i classici dal vegetare, venerati e non letti, sotto strati innumerevoli di vetro, polvere e fraintendimenti…

E sì, possiamo sperare, sospirare, e pregare le divinità preposte, ma intanto date un’occhiata al sito del libro, dove potete anche scaricare l’incipit (badate a R2-D2!) e vedere il trailer in cui la principessa Lei(l)a apostrofa l’assente jedi così: Obi Wan Kenobi, thou art my only hope!

E la Forza del Bardo sia con voi.

Cui Prodest?

In calce a questo post sul più recente antistratfordiano d’assalto, Cily commentava così:

[Q]uando sento certe teorie mi trovo a chiedermi: a chi giova?
A chi importa? E se anche fosse così complicato, non aggiunge nulla alla bellezza degli scritti di Shakespeare.
Ahhh ma non li ha scritti lui… ok ma a chi importa?
[… L]e opere di Shakespeare sono belle, punto.
Anche se le ha scritte un altro e noi lo chiamiamo Shakespeare.
E io me lo chiedo sempre… a chi giova tutto questo stracercare?

E io le ho promesso di risponderle in un post – ed ecco che ci siamo, Cily.

shakespeare, authorship question, vero autorePer prima cosa, e a titolo introduttivo, potreste voler rileggere quest’altro post che riassume per sommi capi la questione. Sommissimi – sia chiaro: di recente mi sono imbattuta in una lista di 82 possibili Veri Autori, e non dev’essere completa, perché altrove ho sentito parlare di 127 nomi, e comunque tra gli 82 manca quanto meno il freudiano francese Jacques Pierre…

Per cui, sì: al mondo c’è un sacco di gente più o meno squadrellata, secondo cui il figlio del guantaio di Stratford non può avere scritto quelle che conosciamo come le opere di Shakespeare. Questa gente agisce con vari gradi di belligeranza, scrive libri, gira film, spulcia archivi, grida alla cospirazione e, in generale, si attira il disprezzo dell’ortodossia accademica.

E non dovete pensare che antistratfordiani si diventi solo chiudendosi in uno scantinato a fissare un facsimile del First Folio fino all’esaurimento nervoso: il gioco è popolare, e nel corso dei decenni ci ha giocato gente pittorescamente come Sigmund Freud, Gheddafi, Malcolm X e Derek Jacobi… 

E Cily si chiede: perché?

A che serve? A chi serve? Che cambia?shakespeare, authorship question, vero autore

Ora, la mia personale e ragionata opinione è: a nulla; a nessuno; proprio nulla. In materia sono del tutto agnostica – e anzi credo che sarei stratfordiana ortodossa, non fosse per le innegabili potenzialità narrative di alcune delle soluzioni alternative. Sarei ortodossa perché, francamente, la maggior parte delle soluzioni alternative può vantare a suo favore una manciata di coincidenze, più che bilanciate da falle grosse come il Warwickshire.

E però…

Però gli indovinelli sono da sempre il gioco preferito dell’umanità. E più l’indovinello è complicato, improbabile e outlandish, più l’umanità ci si diverte. Senza contare il fatto che, con la giusta distanza di secoli e grazie alle Cose Che Non Sapremo Mai Più, non c’è più o meno limite a quel che si può sostenere con qualche grado di plausibilità – o almeno d’interesse.

Ok: distanza di secoli, CCNSMP e faccia tosta, but you get my drift.

Indovinelli, domande, dubbi, sciarade, zone d’ombra, incongruenze apparenti, iridescenze inafferrabili.

shakespeare, authorship question, vero autoreCome diamine faceva il poco meglio che illetterato figlio del guantaio a sapere tutto quel che sa l’autore? Com’è che, opere e dovizie a parte, di lui non sappiamo quasi nulla? Come si concilia il prospero e placido mercante di Stratford (quello che alla moglie lascia il secondo miglior letto e non possiede nemmeno un libro) con l’uomo delle streghe, delle fate, delle guerre, degli amori e dei regicidi?

In realtà, ci sono risposte a queste domande, ma tendono ad essere incomplete e intessute di speculazioni ed estrapolazioni, esattamente come la maggior parte degli argomenti stratfordiani – né, badate bene, potrebbe essere altrimenti.

È un gioco di cui possediamo un certo numero di tessere e nessuna immagine guida. Le tessere si possono combinare in tanti modi diversi. È un gioco – e come tale, Cily, non è proprio necessario che giovi a qualcuno o a qualcosa.shakespeare, authorship question, vero autore

So che cito spesso questo libro, ma ve lo consiglio di nuovo: History Play, di Rodney Bolt. Ve lo consiglio perché è un’incantevole e intelligente dimostrazione di come si possa, volendo, sostenere tutto e il contrario di tutto. Ve lo consiglio perché incarna alla perfezionel’aspetto ludico della faccenda – e il suo fascino. Ve lo consiglio perché è scritto divinamente e perché vi lascia un sacco di idee nuove su quel che si può fare con la storia, sul rapporto tra storia, ricerca e romanzo, sulla sostanziale inafferrabilità della storia, sul gioco delle domande – e sì: anche sulla questione del Vero Autore che, come molte altre cose, acquisisce tutto un altro e più gradevole aspetto nel momento in cui si smette di prenderla mortalmente sul serio.

Shakespeare – La Verità Nascosta (Con Molta Cura)

Quest’anno, per una combinazione di ragioni varie e imprevedibili, del Festivaletteratura non ho visto granché. Però, fra una ragione varia&imprevedibile e l’altra, sono riuscita a vedere una proiezione di Shakespeare – The Hidden Truth, il documentario che racconta le peregrinazioni dell’organista norvegese Petter Amundsen e del dottorando e attore shakespeariano Robert Crompton alla ricerca del santo graal della letteratura anglosassone: i manoscritti originali di Shakespeare.

Che comunque non sono stati scritti da Shakespeare.

O forse sì, ma non è che importi tantissimo.

E se la penultima riga non vi ha sorpresi poi troppo, la seconda potrebbe avervi incuriositi.

Perché di gente che sostiene che il canone shakespeariano è stato scritto da qualcuno di diverso c’è tutta una fauna, negli ultimi secoli – ma un Norvegese secondo cui, in fatto di canone shakespeariano, il Vero Autore è l’ultimo dei problemi… be’, questo è abbastanza inconsueto.

shakespeare, first folio, petter amundsen, rosacroce, oak island, francis bacon, festivaletteraturaAllora, vediamo di andare con ordine. Petter Amundsen, che è un organista, un massone e un occultista appassionato di steganografia, la sua carriera di cospirazionista l’ha cominciata da baconiano. Come altri prima di lui, quando si è messo a fare le pulci al First Folio armato di compassi e goniometri, ci ha trovato un subisso di messaggi cifrati, simboli massonici, acrostici e triangoli che puntavano tutti a Sir Francis Bacon.

Ora, noi sappiamo che il buon Bacon è il capofila dei cosiddetti Veri Autori, grazie agli sforzi dell’omonima ma non imparentata Delia Bacon, a metà Ottocento. In genere, l’attribuzione è contestata sulla base dell’abissale diversità di stile tra le opere di Bacon e quelle shakespeariane, per non parlare del fatto che Bacon ha pubblicato molto nel corso della sua vita, con il suo nome e in un’abbondanza che, insieme ai suoi studi e alle sue attività diplomatiche, non doveva lasciargli molto tempo per il teatro… shakespeare, first folio, petter amundsen, rosacroce, oak island, francis bacon, festivaletteratura

Ma Amundsen sostiene che queste obiezioni non si applicano alla sua teoria, secondo cui poco importa chi abbia scritto tutto quel teatro, perché il punto non è quello. Il punto è l’edizione a stampa del 1623, il First Folio, appunto, di cui potete vedere un bell’e-facsimile qui. Secondo Amundsen, il First Folio contiene una complicata serie d’indizi steganografici e astronomici volti a rivelare Bacon come vero autore e rivelare il misteriosissimo nascondiglio – celato su un’isola canadese – della menorah del Tempio di Gerusalemme e dei manoscritti originali di Shakespeare.

Er… yes.

Tutto si spiega, secondo Amundsen, quando si considera che Bacon era il gran maestro dei Rosa Croce – una specie di ordine segreto – talmente segreto che della sua esistenza si dubita un nonnulla – i cui membri, filosofi e mistici, aspiravano a una “riforma generale dell’Umanità. Con la maiuscola.

E allora Bacon avrebbe scritto il canone shakespeariano* per cominciare a educare l’Umanità – o almeno quella fetta che si trovava a Londra – attraverso il teatro, e nasconderci dentro la mappa del tesoro.

shakespeare, first folio, petter amundsen, rosacroce, oak island, francis bacon, festivaletteraturaE il film mostra Amundsen che conduce per questi sentieri tortuosi Robert Crompton, un giovane studioso shakespeariano inglese, che parte da scettico blu e finisce dubbioso a sondare il fondale cavo di uno stagno sull’isola di Oak Island…

E ammetto che il film è ben fatto, e che la caccia al tesoro diventa appassionante, e che le coincidenze sono numerose. O sembrano numerose – perché, come Robert, non posso fare a meno di pensare che chi cerca coincidenze e segni finisca sempre col trovarne.

Ma…

E probabilmente sapete già che in materia di Authorship Question sono agnostica, per cui non vi stupirà che abbia dei dubbi sulla teoria di Amundsen, vero?

In primo luogo, chiunque abbia scritto le opere di Shakespeare, come sapeva, all’inizio degli anni Novanta del Cinquecento, come scriverle perché le lettere e parole giuste finissero al posto giusto giusto nella versione a stampa in folio nel 1623, per avere tutti quegli acrostici, triangoli massonici e alberi della vita proprio alle varie pagine 53?**shakespeare, first folio, petter amundsen, rosacroce, oak island, francis bacon, festivaletteratura

E sì, Amudnsen mostra un paio di apparenti errori di impaginazione che fanno pensare all’intento di avere pagina 53 proprio dove serve, ma non posso fare a meno di pensare che servisse qualcosa di più complicato di qualche salto di pagina per incorporare tutti quei messaggi cifrati nel testo. Come lo sapeva il misterioso scrittore?

Mi si obietterà che si poteva sempre modificare il testo ad hoc – ed è vero ed era pratica del tutto comune anche senza preoccupazioni mistico-filosofiche. Ma allora mi chiedo: un confronto con le pubblicazioni precedenti in quarto e in octavo, che cominciarono ad apparire fin dal 1594, e che tendevano ad essere pirateria allo stato puro***, evidenzia modifiche tali – soprattutto in corrispondenza delle pagine incriminate – da supportare l’ipotesi?

E tuttavia, mi resta il dubbio più ingombrante: perché?

shakespeare, first folio, petter amundsen, rosacroce, oak island, francis bacon, festivaletteraturaMenorah a parte, secondo Amundsen, sotto Oak Island sono nascosti i manoscritti originali di Shakespeare, conservati sotto mercurio – ma perché diamine i Rosacroce lo avrebbero fatto?

Immaginiamo che davvero il First Folio contenga la chiave della caccia al tesoro: perché prendersi tutto questo disturbo per nascondere, a mezzo mondo di distanza, i manoscritti di Shakespeare? Perché guardate, per noi sono i manoscritti di Shakespeare – ma per i contemporanei di Bacon erano solo i manoscritti di Shakespeare.

No, davvero – pensateci. All’epoca, il teatro si portava dietro ogni genere di stigma sociale ed era considerato una forma d’arte di largo e rapido consumo, certo non la parte della sua produzione cui un autore consegnava eventuali aspirazioni all’immortalità. La pubblicazione era già un segno di notevole successo, e la pubblicazione in folio era una specie inconsueta di consacrazione per dei testi popolari ed effimeri in natura. E d’altra parte, anche ammesso che fossero veicoli per la riforma universale dei Rosacroce, le opere di Shakespeare non contenevano nulla di così percettibilmente rivoluzionario – o non sarebbero passate al vaglio del Master of Revels.

E dunque, perché disperarsi a tramandarne i manoscritti nascondendoli a mezzo mondo di distanza, protetti e rivelati al tempo stesso da un intrico di indizi contenuti nel loro stesso testo? shakespeare, first folio, petter amundsen, rosacroce, oak island, francis bacon, festivaletteratura

Insomma: questa gente avrebbe scritto un vasto corpus di opere teatrali per celarvi il segreto dell’ubicazione… del manoscritto originale delle opere stesse? Di bizantina eleganza – ma perché?

Petter Amundsen era presente alla proiezione ma, per le solite varie&imprevedibili ragioni, non sono riuscita a fermarmi per rivolgergli queste domande. Ho intenzione di farlo per iscritto, e vi farò sapere se e come risponderà. 

Intanto, se siete incuriositi, potete cercare particolari, il trailer del documentario e qualche capitolo introduttivo del libro sul blog in Inglese di Amundsen, qui.

 

___________________________________________________

* O l’avrebbe commissionato a qualcun altro – magari Shakespeare stesso – ma allora, che ne è degl’indizi che puntano a Bacon come autore?

** E, se vogliamo, come poteva – lui o il suo committente rosacrociano – essere certo che le opere in questione arrivassero mai alla pubblicazione in folio?

*** Le compagnie tenevano i testi sottochiave gelosissimamente, e nessun attore aveva mai il testo completo. La pratica comune degli stampatori era quella di spedire a teatro uno scrivano che buttava giù tutto quel che poteva…

Breve Storia Dei Libri Immaginari

libro.jpgDunque, non è per prenderla alla lontana, ma da un po’ di tempo volevo postare su un vago ricordo: la recensione, letta chissà quando, di un catalogo ragionato di libri immaginari. Non ricordo il titolo, non ricordo l’autore, figurarsi se ricordo l’edizione… però ricordo che uno dei libri elencati nel catalogo era la supposta storia di un ordine di clausura i cui membri non parlavano proprio mai, limitandosi a comunicare con un insieme di schiocchi di labbra, moti della glottide e borborigmi, che nei secoli si erano sviluppati in qualcosa di comparabile a una lingua.

Naturalmente, la simil-lingua era immaginaria, l’ordine era immaginario, why, il libro stesso era immaginario, come tutti quelli contenuti nel “catalogo”… e assolutamente affascinante. Sarà perché l’idea di libri che non esistono mi intriga da matti, sarà perché è una cosa che faccio per gioco fin da bambina*, qualche che sia il motivo, la faccenda mi è rimasta impressa in mente.

E facendo una ricerchina in rete, non ho ritrovato quello che cercavo, ma mi sono imbattuta nel sito di Paolo Albani** che contiene un sacco di cose deliziosamente bizzarre – compresa una storia dei cataloghi immaginari. Perché si tratta di un genere antico, la cui nascita risale al XVI Secolo.

Il babbo e nume ispiratore del genere è Rabélais, con l’elenco dei libri dell’Abbazia di San Vittore nel Gargantua et Pantagruel. Considerando autore ed opera, non avrete difficoltà ad immaginare. E in effetti, il primo Catalogum Catalogorum durabile et perpetuo, che esce a stampa nel 1590, è opera di un traduttore tedesco di Rabélais****, che riprende in pieno il tono del suo modello: quello di uno sberleffo alla pedanteria della cultura contemporanea.

Questo è lo spirito con cui il genere viene coltivato per tutto il XVII e XVIII Secolo, da vari autori tedeschi, francesi, italiani e inglesi (tra cui persino John Donne): ci si fa gioco del sussiego che circonda la gestione della cultura giuridica, scientifica e – divertimento più rischioso – teologica, parodiando titoli esistenti o inventandone di sana pianta, come un trattato che dimostra come il 66 e il 99 siano uguali se si rovescia il foglio, una proposta per l’abbreviazione del Paternoster attribuito a Lutero, o un manoscritto groenlandese sulla febbre quartana delle balene.

Dal XIX Secolo, a quanto pare, la produzione di questi cataloghi comincia ad assumere il carattere di beffa vera e propria, come l’annuncio della vendita all’asta della biblioteca di esemplari unici del defunto conte di Fortsas, recapitata a librerie antiquarie, biblioteche e collezionisti di Francia e Belgio nel 1840. Ci fu chi gridò al millantatore, affermando di possedere a sua volta esemplari dei supposti “unici”, ci fu chi chiese al Ministero dei Lavori Pubblici un credito per l’acquisto di alcuni volumi, ci fu una famiglia aristocratica che prese contatti per acquistare discretamente le scandalose memorie di un avo donnaiolo, ci furono richieste di trattative private… E a quel punto, sconcertati dalle reazioni, gli ideatori della beffa, il presidente della Società Bibliofila Belga***** e i suoi sodali, misero fine alla faccenda con tatto e discrezione, dichiarando che l’asta non poteva tenersi, perché la città natale del conte aveva acquistato tutto quanto in blocco.

Cito ancora, più tardi, un catalogo francese del 1910 che, ai titoli immaginari, affiancava indicazioni sullo stato e le caratteristiche del volume, in questo spirito: Abelardo, scompleto – tagliato; Fenimore Cooper, L’Ultimo dei Mohicani, pelle rossa; Beaumont, Il bel Colonnello, perfettamente conservato, e via dicendo. Anche questo fu stampato come un catalogo d’asta, ma suppongo che il tenore delle indicazioni accessorie fosse un dead give-away.

Nel 1928, un Americano pubblica il catalogo di una supposta biblioteca del XVII Secolo, contenente titoli come un trattato di Magia Naturalis dedicato alla fabbricazione dei pipistrelli, e riceve richieste di informazioni e addirittura cifre in acconto… e questo lo cito a dimostrazione del fatto che i bibliofili possono abboccare a bizzarre esche, alle volte.

In realtà non esistono soltanto i cataloghi: potrei citare autori come Solber o Kostova, che corredano la loro storia immaginaria/alternativa/con elementi fantastici di elaborate bibliografie immaginarie. O, un passo oltre, Rodney Bolt, con la sua biografia immaginaria di Shakespeare/Marlowe, che mette in parodia le teorie neomarloviane e cita un misto di fonti reali e fasulle. Tutti libri assolutamente brillanti. Un caso meno innocente, magari, è quello di William Henry Ireland – che all’inizio del XIX Secolo cominciò col voler impressionare suo padre, e finì col produrre nientemeno che una falsa tragedia shakespeariana. Sembrava il ritrovamento del secolo… solo  che non lo era.

Ma Ireland era probabilmente squilibrato, e la sua era una truffa. Niente a che vedere con quel gioco letterario che consiste nell’inventare libri inesistenti per parodia, per beffa o per il puro gusto dell’invenzione.

___________________________________________________________________________________________

* Ebbene sì, lo confesso: possiedo elenchi su elenchi di titoli immaginari. Per lo più riguardano la storia, la letteratura, le leggi, la flora&fauna et caetera similia dei miei stati immaginari.

** Ricordate l’OuLiPO? Ecco, Albani è un esponente della parente OpLePo.

*** A quanto pare, i traduttori di Rabélais sono sempre gente notevolmente eccentrica. Tipo Sir Thomas, per capirci.

**** Maggiore dell’Esercito belga in pensione. E poi dicono che i militari non hanno sense of humour.

Mantellina Scarlatta

Che ne dite di una sfida?

Ebbene, state a sentire: nel 1957 James Thurber scrisse The Wonderful O, che narra di una lettera eliminata dalla lingua inglese. Tutta la vicenda è scritta senza usare questa lettera, ed è una delizia.

Una bizzarria? C’è chi ha ne ha fatte di più estreme: nel 1969 il Francese G. Perec scrisse  La Disparition, due centinaia di pagine senza utilizzare la lettera E. La trama è incentrata su tale Anton Voyl, che sparisce e dà il via a una serie d’incidenti. Perec, che faceva parte di una clique letteraria assai incline a sperimentare, diceva che il limite accende e ispira la fantasia.

Pare anche a me: aggirare i limiti spinge a cercare, e semmai creare, strade alternative.

E quindi, la sfida: cercare di scrivere pezzi senza una lettera a scelta, e riuscire a limitare le bizzarrie linguistiche. E’ stupefacente quel che si riesce a fare…

C’era, tanti e tanti anni fa, una bambina detta da tutti Mantellina Scarlatta, a causa della cappa che teneva sempre sulle spalle. La bambina viveva assieme alla mamma in una casetta al limitare della selva. Grandmaman, invece, viveva dall’altra parte, e per raggiungere la sua casa si passava per sentieri bui, lunghi e malsicuri, stretti tra gli alberi antichi e i cespugli carichi di spine. Accadeva raramente che Grandmaman si ammalasse, e in quei casi Mamma mandava da lei Mantellina Scarlatta. Prima che la bimba partisse, Mamma metteva in un paniere le ciambelle appena fatte, e ripeteva: guai a fermarsi nella selva, guai a parlare agli estranei! E specialmente, attenta ai lupi! Mantellina Scarlatta stava a sentire e rideva. Dite la verità: qual è la bambina che, prima di partire per una gita nella selva, dà retta alla mamma in ansia?

Basta, grazie, perché la faccenda richiede una certa fatica.

Chi altri tenta? Fatemi sapere i risultati!

_________________________________________________________________________________

E a questo punto spero che apprezziate il fatto che in tutto il post qui sopra, se non mi è sfuggito qualcosa, ci sono soltanto cinque O, e nessuna di esse è mia: due sono nel titolo di Thurber, una nel titolo di Perec e due nel nome del suo protagonista. Qui sotto ci sono le note relative a due particolari che ho sottolineato: niente asterischi, perché non ho avuto la pazienza di scrivere anche le note senza O, e non volevo scoprire le mie carte troppo presto…

Voyl: Voyl-Voyelle, got it? Immagino che sia Anton Vocal nella traduzione italiana (La Scomparsa, Guida, 1995, trad. di Piero Falchetta), che non ho letto. Esistono anche traduzioni in Inglese (A Void), Tedesco, Spagnolo, Olandese, Svedese e Turco, quanto meno, e non mi stupirei se ce ne fossero altre: dev’essere il genere di sfida che un traduttore sogna per tutta la vita.

Clique letteraria: per ovvie ragioni non potevo scrivere “movimento letterario“, ma c’è la consolazione che una delle auto-non-definizioni di OuLiPo (che sta per Ouvroir de Littérature Potentielle) è quella di non essere un movimento letterario. Quando si è detto che a OuLiPo sono appartenuti autori come Calvino e Queneau, le cose diventano, je crois, un pochino più chiare.

L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare III

E il venerdì, più puntuale delle rondini a primavera, torna William Henry Ireland. Lo ritroviamo in spasmodica attesa della prima di Vortigern and Rowena a Drury Lane. La sua tragedia shakespeariana. Immaginatevelo, questo ragazzino di ventuno anni, che col peso della più maiuscola frode letteraria dei suoi tempi sullo stomaco, si torce le dita in un misto di sovreccitata anticipazione, sogni di gloria e terror panico.

E in mezzo a tutto questo, due giorni prima del fatidico debutto, Malone fece scoppiare la sua bomba editoriale.

shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridanEdward Malone era un altro bardolatra, un avvocato irlandese fiammeggiante e un pochino squadrellato a sua volta. In anni successivi lo si sarebbe scoperto colpevole di cose riprovevoli come furto e tagliuzzamento di documenti originali, ma nel 1796 aveva una considerevole reputazione – e la usò tutta per distruggere la collezione Ireland in quattrocentoventiquattro pagine di furibonda requisitoria illustrata con tavole fuori testo. Lo spelling dei supposti autografi, concionava Malone nel suo libro, non era elisabettiano; lo stile non era elisabettiano; una considerevole parte del lessico non era elisabettiana; le firme non somigliavano poi così tanto a quelle conosciute… tutto era falso, falso, spudoratamente e criminalmente falso.

Il libro fu un successo immediato, per cui immaginatevi che genere di pubblico riempisse platea e palchi del Drury Lane due giorni più tardi. Il teatro era pieno di giornalisti, curiosi e claques rivali: quella organizzata da Sheridan, quella voluta da Malone e varie altre a spese dell’uno o dell’altro giornale o fazione. E poi c’erano bardolatri di ogni colore, appassionati di teatro, fan di Kemble, partigiani degli Ireland e feroci maloniani… shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridan

È quasi un miracolo che i due primi atti riuscissero ad andare bene – e ad essere persino applauditi – in questa atmosfera incandescente. William Henry, nascosto nei camerini col cuore in gola, cominciava a sperare che dopo tutto, dopo tutto… e poi entrò in scena un attore giù di voce e lievemente buffo – e fu il disastro. Parte del pubblico non aveva aspettato altro: cominciarono gli sghignazzi, i lanci di bucce d’arancia, le contestazioni, gli insulti – e intanto gli attori s’innervosivano viepiù. Persino Kemble fu fischiato, e quando l’attore che interpretava il malvagio rimase incastrato sotto il sipario, in platea si scatenò una vera e propria rissa.

All’epoca non era cosa tanto inconsueta o tanto grave da far sospendere una rappresentazione, ma di certo il Vortigern non ebbe repliche – e la pur pilotatissima reazione del pubblico, con l’inglorioso naufragio della tragedia ritrovata, era tutta acqua al mulino di Malone.

Era finita. Nei mesi successivi critiche, dubbi e scherno fioccarono su Samuel Ireland, che tutti consideravano responsabile della frode – se frode era. Oh sì, c’era ancora chi credeva al sonetto, alla professione di fede e al pagherò, ma il Vortigern era stato un duro colpo, e la credibilità shakespeariana di Samuel era irreparabilmente franata a valle. In tutto ciò, il vecchio incisore biasimava suo figlio – ma non per avere falsificato alcunché, bensì perché non voleva presentargli Mr. H., il misterioso proprietario dei documenti, che avrebbe potuto chiarire tutta la faccenda…

Come suol dirsi all’opera, O umana cecità sei pertinace. Samuel non volle mai rassegnarsi all’idea che i suoi autografi fossero falsi. E quando William Henry, sfinito dalla tensione e dalla vergogna, finì per confessare, il padre non gli credette. E non perché avesse fede nell’onestà di suo figlio, sapete, ma perché lo considerava troppo stupido per avere architettato – e meno ancora realizzato – un piano del genere.

È la beffa finale. È ciò che fa di William Henry Ireland un personaggio semitragico. È il motivo per cui questa storia sarebbe perfetta per un romanzo…

shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridanWilliam se ne andò di casa per sposare una fanciulla dal passato interessante, che mantenne pubblicando romanzi gotici, le sue tragedie – e soprattutto, il suo più grande successo, un libro sulla sua incredibile frode. Inutile dire che suo padre era inorridito, non aveva la minima intenzione di essere scagionato in quel modo e anzi negava, negava e negava con ferocia che ci fosse alcunché di vero in quei deliri a stampa. Samuel Ireland morì nel 1800, convinto che la sua collezione shakespeariana fosse autentica e senza mai essersi riconciliato con quell’orribile ragazzo, quel figlio stupido e disonesto, la sua vergogna, la sua rovina, il più fatale errore della sua vita.

Depresso e diseredato, William seguitò a campare con i suoi romanzi gotici e le sue satire da poco, e un secondo libro sulla sua vicenda di falsario. Ma siccome anche allora vivere di scrittura non era soverchiamente confortevole, seguitò anche a integrare le entrate al modo che gli riusciva meglio: producendo falsi falsi autografi shakespeariani.

No, davvero.

Avete letto bene: falsi falsi autografi. Falsi dei suoi falsi. shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridan

Perché vedete, immagino che Samuel si rigirasse nella tomba, ma se non era riuscito a diventare celebre scrivendo, William aveva fatto centro nel momento in cui aveva confessato di avere condotto per il naso accademici, principi, scrittori e primi ministri. Non solo le sue Confessions furono un secondo successone, ma i collezionisti cominciarono a offrire discrete somme per i suoi falsi. Molti collezionisti. Tanti che, una volta esauriti i pezzi della collezione paterna – e la domanda continuando inabbattuta, William non vide ragione di deludere tanti ammiratori e rinunciare a una fonte di reddito. E allora cominciò a produrre manoscritti originali del Vortigern, dell’Enrico e del sonetto di Anne come se piovesse.

Falsi falsi.

Cosicché è vero, quando nel 1821 l’incorreggibile William Henry annunciò di avere scoperto il testamento di Napoleone, l’Inghilterra si fece quattro risate. E quando qualche anno più tardi se ne uscì con il carteggio tra Giovanna d’Arco e il Delfino, nessuno finse nemmeno di crederci.

Epperò, quest’Inghilterra smaliziata continuava a comprare i falsi falsi, e mi domando – mi domando…

shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridanMi domando se l’ex ragazzo stupido si aspettasse davvero di essere creduto con il suo falso Napoleone e la sua falsa Pulzella. Se non gli fosse solo parso il caso di ricordare all’Isoletta che lui era ancora lì, il pittoresco falsario confesso – e in tutta discrezione, qualcuno voleva per caso acquistare l’ultimo, ultimissimo falso shakespeariano che ancora gli restava tra le mani?

Oh, non saprei, ma dal ragazzino che marinava la scuola e si costruiva di nascosto armature di cartone e carta stagnola, potrei anche aspettarmelo. E mi piace figurarmelo così, William Henry, mentre il sipario si chiude: un po’ triste, al pensiero di quel padre che non era capace di credergli, ma con un accenno di sorriso beffardo e un po’ storto mentre fa marketing delle sue frodi e delle sue bugie.

See? Not so very stupid after all, am I?”

L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare II

Rieccoci qui, e riecco William Henry Ireland.

Lo avevamo lasciato – ricordate? – a mangiarsi le unghie in attesa degli esperti di cose shakespeariane che dovevano esaminare i suoi autografi del bardo.

Ebbene, i due studiosi arrivarono, esaminarono, cogitarono, mormorarono, interrogarono un tremebondo William, elucubrarono ancora un po’ e, alla fne, dichiararono i documenti autentici.

shakespeare,william henry irelandCon tutta la Londra bene, capitanata da gente come il principe di Galles, il primo ministro Pitt e James Boswell, che fioccava nel suo salotto per vedere le reliquie autenticate, Samuel Ireland era al settimo cielo. Ma chi aveva l’impressione di vivere in un sogno era William Henry.

Ce l’aveva fatta.

E se ce l’aveva fatta, perché fermarsi?

Il parto successivo fu un sonetto d’amore dedicato ad Anne Hathaway, poi vennero dei libri a stampa annotati a margine, e poi addirittura un manoscritto del Re Lear– ma non una copia fedele dal First Folio, oh no. Perché vedete, se Shakespeare aveva un difetto agli occhi dei suoi adoratori di epoca georgiana, era il suo humour di grana non proprio finissima. E così, nel copiare, il nostro giovanotto non seppe trattenersi dal purgare il tutto, anticipando in questo i celebri fratelli Bowdler. E non v’immaginate la gioia pubblica nello scoprire che dopo tutto il Cigno di Stradford era più fine dei suoi ribaldi curatori postumi… shakespeare,william henry ireland

Londra, con Samuel in testa, sembrava intenzionata a bere qualsiasi elaborata fandonia William preparasse. Doveva essere una sensazione inebriante per il ragazzo troppo stupido per ricevere un’istruzione, lo scrivano di ripiego, il figlio insoddisfacente. E se tutti avevano creduto al suo sonetto, se il suo Lear sanitizzato era piaciuto persino più dell’originale, che cosa gl’impediva di lanciarsi in qualcosa di più grosso ancora? Qualcosa di suo?

E fu il Vortigern.

shakespeare,william henry irelandUn inedito, capite? Vortigern e Rowena, per la precisione. Una tragedia storica tratta dal buon vecchio Holinshed, fonte d’ispirazione per tutti i tragediografi elisabettiani. Samuel Ireland, in brodo di giuggiole, montò una campagna pubblicitaria e vendette i diritti a nessun altro che Richard Sheridan, , perché rappresentasse la straordinaria trouvaille al Drury Lane, con l’astro delle scene, John Kemble, nel ruolo del protagonista.

Tutto sembrava predisposto per il trionfo segreto di William, vero? Peccato che Sheridan cominciasse presto ad avere dei dubbi. Peccato che una tragedia intera fosse tutt’altro che qualche sonetto e una manciata di versi cambiati. Peccato che Kemble annusasse il falso…

Le prove si trascinarono, e intanto la straordinaria fortuna di William cominciava a mostrare la corda. Procurarsi la carta antica e l’inchiostro finto-antico diventava difficile e sospetto, e ci fu un terribile pomeriggio in cui un amico, piombato nello studio legale a sorpresa, trovò William intento con tutto l’armamentario per la falsificazione, c’era il celebre avvocato bardolatra Edward Malone che cominciava a gettare dubbi sugli autografi, c’era l’occasionale articolista che si faceva beffe dell’approssimativo Inglese elisabettiano di William, c’era Samuel che voleva a tutti i costi conoscere il misterioso Mr. H…. e sapete che cosa era peggio di tutto? Dopo il primo moto di entusiasmo, Samuel aveva perso interesse per il ruolo di suo figlio nella faccenda. A lui interessavano gli autografi, e anzi, semmai era un po’ impaziente nei confronti di William, che non ne portava a casa con sufficiente regolarità.

shakespeare,william henry irelandCredo che a questo punto il nostro giovanotto cominciasse a sentire tutto il suo piano sfilacciarglisi tra le dita – ma che poteva fare? E poi c’era il Vortigern. William voleva convincersi che, una volta rappresentato con successo il Vortigern, tutto si sarebbe sistemato. Nessuno avrebbe più osato dubitare, e suo padre si sarebbe ritenuto soddisfatto. Sì, per fortuna c’era il Vortigern.

E consolandosi con l’idea della prima imminente, William Henry continuava a scrivere come un dannato. Non posso fare a meno di farmi qualche domanda sul suo principale. Che cosa credeva che facesse il suo scrivano, da solo tutto il giorno nello studio? Si sarà pur accorto che il lavoro legale non procedeva granché… Possibile che non avesse il minimo sentore della nuova frode shakespeariana che si consumava sotto il suo tetto? Un altro dramma storico, nientemeno: un Enrico II.

shakespeare,william henry ireland, john Kemble

E questa volta il nostro falsario aveva le idee un po’ più chiare, e il nuovo lavoro era più articolato, più complesso, più solido, senza le ingenuità e gli angoli tagliati del Vortigern. Era quasi un peccato non avere atteso un po’, non avere imparato un po’ meglio il mestiere prima di gettarsi in pasto ai teatri… Ma ormai era fatta. Nonostante i tentennamenti di Sheridan e il sarcasmo di Kemble, la prima era stata fissata per il 2 di aprile del 1796 – e William voleva esserne certo: il successo del Vortigern avrebbe travolto tutti e tutto.

Come andrà la prima del Vortigern? Come accoglierà il pubblico londinese l’inedito giovanile del bardo? Riuscirà il nostro eroe a trionfare ancora una volta?

Scopritelo nel prossimo episodio de… L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare!

Pagine:«1234»