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Sorcery & Cecelia – Il Gioco Delle Lettere

caroline stevermer, patricia wrede, sorcery & cecelia, fantasy storico, reggenza, jane austen, georgette heyerSorcery & Cecelia, The Enchanted Chocolate Pot, di Caroline Stevermer e Patricia Wrede, è un libro delizioso.

Sorcery & Cecelia è un fantasy storico ambientato in un’Inghilterra Reggenza in cui la magia è un dato di fatto, e i maghi notevoli fanno parte del Royal College of Wizards e/o dello stato maggiore del Duca di Wellington.

Sorcery & Cecelia, se a questo punto siete tentati di chiedervelo, precede di sedici anni il notevolissimo Jonathan Strange & Mr. Norrel, di Susanna Clarke – che in qualche modo gli somiglia, ma nemmeno troppo.

Sorcery & Cecelia è deliziosamente austenesco e heyeresco, avendo per protagoniste due giovani cugine della upper middleclass, una a Londra per la sua season, l’altra in campagna a scoprirsi un inatteso talento magico. E ciascuna delle due si ritrova alle prese con un diverso giovanotto tanto fascinoso quanto esasperante, ma anche con gente molto malvagia e molto potente. Per non parlare del bricco da cioccolata. Che è magico per sbaglio. E azzurro. Molto azzurro.

Sorcery & Cecelia è un romanzo epistolare, scritto in via epistolare.

Sorcery & Cecelia è stato scritto per gioco, e la nota conclusiva delle due autrici non è meno deliziosa del libro.

Insomma, a quanto pare, Caroline Stevermer aveva imparato il Gioco delle Lettere da Ellen Kushner, e ci aveva sporadicamente giocato per anni, fino a quando le capitò di parlarne ad un gruppetto di scrittori. Il Gioco delle Lettere, non sarete troppo sorpresi di scoprirlo, consiste nello scambiarsi lettere in character – non necessariamente raccontando una storia. Si finge di essere due personaggi e ci si scrive e risponde senza mai uscire da dietro la maschera. Caroline Stevermer avanza l’ipotesi che si tratti di uno strumento di studio del personaggio nato ad uso degli attori teatrali. Converrete che ha anche tutta l’aria di un magnifico gioco per scrittori*, e in effetti i commensali di Caroline, quelli cui le capitò di parlarne, rimasero affascinati. La più affascinata di tutti era Patricia Wrede, che subissò Caroline di domande in proposito e poi le diede il tormento finché non riuscì a convincerla a giocare. Allora Patricia rimuginò sulla faccenda e, poiché entrambe amavano il fantasy storico e la Reggenza, creò Cecelia, Kate e la loro Inghilterra immaginaria ma non troppo. E Caroline rispose, e poi entrambe ci presero gusto oltre ogni dire e, trattandosi di due romanziere, in men che non si dica, si ritrovarono tra le mani un romanzo.

Un romanzo pubblicabile. Un romanzo delizioso. Un romanzo che uscì per la prima volta nel 1988, rimase pressoché introvabile fino al 2003, fu ristampato, proseguì per altri due volumi, e finalmente ora arriva in edizione Kindle.

Traduzioni italiane? Manco a parlarne, si capisce, ma vale la pena di leggere l’originale, con le sue due voci ben distinte e perfettamente accostate, con la sua commistione di balli da Almack’s e stregoneria riprovevole, sedute dalla sarta e omicidi magici, eterodosse proposte di matrimonio e sacchetti di erbe magiche per scacciare i malefici… Una volta di più, nessuno sta cercando di conquistare il mondo, e la magia è una faccenda perfettamente mondana, un’arte che s’impara, si usa e si abusa, un mezzo ragionevolmente utile sui campi di battaglia e pericoloso nelle mani delle femmes fatales senza scrupoli.

Un altro fantasy fuori da quelli che da queste parti si cerca di far passare per confini – con un attraentissimo gioco in regalo, for good measure.

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* Mi viene in mente, scritto alla stessa maniera, Freedom And Necessity, di Emma Bull e Steven Brust.

Il Mistero Dello Scultore Misterioso

Lo so che la giornata mondiale del libro sarebbe stata lunedì, ma Shakespeare ha interferito. Col che non voglio dire che Shakespeare non sia materia libresca, ma sapete che cosa intendo.

E allora oggi riparo alla mancanza di lunedì con qualcosa che ha a che fare con i libri su vari livelli… 

Avevo sentito parlare di questa incantevole faccenda qua e là per la rete, avevo visto qualche immagine e progettato di postarci su – progettato in quella vaga maniera prima-o-poi…

Ma adesso trovo un reportage completo in proposito su questo bel blog chiamato Scissors + Paper Rock! e non ho scuse per rimandare ulteriormente.

E quindi lasciate che vi racconti una storia…

C’era una volta – e c’è ancora – a Edimburgo, la Scottish Poetry Library, dove un giorno di marzo dello scorso anno lo staff trovò su un tavolo una scultura di carta. Era un meraviglioso piccolo albero su un libro-piedistallo:

edinburgo, libri, sculture di carta

E il biglietto diceva così: …Sappiamo che una biblioteca è molto più di un edificio pieno di libri… un libro è molto più di un insieme di pagine piene di parole… Questo è per voi, in sostegno alle biblioteche, ai libri, alle parole, alle idee… (forse un gesto poetico?)

Da dove saltava fuori? Nessuno aveva visto nulla, nessuno ne aveva idea. Poi, alla fine di giugno, un altra scultura di carta comparve alla National Library of Scotland:

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Un dono in sostegno alle biblioteche, ai libri, alle parole, alle idee… (& contro la loro fine)

E poi fu la volta della Filmhouse. Un piccolo, dettagliatissimo, meraviglioso cinema di carta…

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in sostegno […] a tutto quel che c’è di “magico”.

E in luglio un uovo di drago allo Scottish Storytelling Centre:

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Perché “C’era una volta un libro, e nel libro c’era un nido, e nel nido c’era un uovo, e nell’uovo c’era un drago, e nel drago c’era una storia.”

A questo punto la storia era diventata celebre, tutta Edimburgo e tutta la Rete (Twitter in particolare, visto che i biglietti erano sempre indirizzati al Twitter handle dell’istituzione rilevante) s’interrogavano sull’identità dello Scultore Misterioso. Lasciare le sculture di nascosto doveva essere diventato più difficile, dato il livello di curiosità e attenzione. ma questo non impedì allo Scultore di seminare altri due doni all’Edinburgh International Book Festival. Questo delizioso vassoio della colazione nel bookshop :

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E questo libro/bosco allo stand dell’UNESCO:

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“Nessun fanciullo ha facoltà di decidere da quali circostanze sarà circondato” (Robert Owen)

E poi alla fine di agosto questa lente d’ingrandimento comparve alla Central Lending Library:

 

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Libraries are EXPENSIVE EXPANSIVE, diceva il biglietto. E la lente era puntata su una citazione di Edwin Morgan: “Quando entro, voglio che sia luminoso, voglio trovare tutto quel che c’è in piena vista.”

Fu a questo punto che l’Edinburgh Evening News tentò di trascinare lo Scultore allo scoperto dichiarando di conoscerne l’identità e di cominciare a trovare la faccenda un nonnulla tediosa… E concorderete con me che si trattava di uno stratagemma singolarmente poco sottile: non so immaginare la persona capace di tagliuzzare queste sculture mentre addenta un’esca giornalistica del genere.

E infatti lo Scultore non batté ciglio, se non riconoscendo la necessità di un finale appropriato per una buona storia. Questa storia, apparentemente, si doveva concludere là dove aveva avuto inizio, alla Scottish Poetry Library. Nella sezione delle antologie comparvero una cuffietta di piume e un paio di guanti striati come il dorso di un’ape:

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Proprio come in una poesia di Norman MacCaig.

Insieme alla scultura c’era un messaggio di congedo in cui lo Scultore Misterioso si rivelava essere in realtà una Scultrice Misteriosa e definiva il suo delizioso, poetico gioco come un “minuscolo gesto” a sostegno dei posti speciali, delle cose impossibili…

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Questa era la decima scultura, comunicava la Scultrice – il che significava che dovevano essercene altre due da qualche parte, altre due che nessuno aveva ancora notato…

E infatti, nei giorni successivi, fu la volta di un dinosauro al National Museum of Scotland…

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…e di una strada sinistra nella stanza dedicata a Stevenson nel Writer’s Museum:

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E a questo punto vi aspettereste qualche rivelazione, vero? E invece no. La Scultrice ha tenuto fede alla sua parola: non ha più dato segno di vita ed è rimasta anonima per davvero. Non stava cercando la fama, si direbbe. Aveva profuso una quantità d’impegno e di pensiero in un magnifico progetto, aveva scelto con cura istituzioni e libri, aveva reso omaggio a poeti e scrittori (primo tra tutti Ian Rankin) e in tutto questo aveva fatto ogni sforzo per rimanere dietro le quinte. E c’era riuscita.

Non era una trovata pubblicitaria, non era autopromozione. Era una dichiarazione d’amore nei confronti delle biblioteche, dei libri, delle parole, delle idee, dei posti speciali e delle cose impossibili.

E tutti vissero felici e contenti.

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Per leggere la storia originale e vedere altre fotografie delle sculture e dei loro straordinari particolari, vi rimando ancora a Scissors + Paper Rock!: qui, qui e qui.

Cinque Personaggi Letterari Per Una Notte Folle

Sì, sì, lo so… son proprio su una brutta china. Che devo dire? Ultimamente frequento cattive compagnie. This one you can blame on Ferruccio Gianola, in particolare questo omonimo post.

Tanto è vero che gli copio anche spudoratamente la premessa:

Allora partiamo da questo presupposto: mi sono accorto di avere dei poteri che mi permettono di fare uscire dai libri i personaggi letterari che desidero.

E naturalmente non è come se potessi resistere a un’idea del genere. Poi “notte folle” è un concetto relativo – la mia versione comprende (ma non è limitata a) un sacco di chiacchiere sui massimi sistemi condite di speculazione selvaggia, parecchio nonsense e una certa dose di eccentric mischief. Infine, mi riservo di barare un pochino.

Detto ciò, comincio il mio giro di meta-telefonate.

1) Emily Brontë – ho detto che avrei barato, vero? E comunque Emily compare come personaggio in diversi romanzi*, e quindi ho deciso che si qualifica. Può darsi che la sua idea di avventura si limiti a camminate nella brughiera e viaggi in treno a York, ma ha un’immaginazione selvaggia e un dono per i giochi di ruolo sur-le-camp. Sempre disposta a immaginare di essere qualcun altro e altrove. Vero è che ha un pessimo carattere – permalosa e prepotente come pochi. Vuol dire che ci vorrà un po’ di diplomazia.

2) Veronica – nel senso dell’eroina eponima di Nicholas Christopher. Non la conosco ancora bene, ma è una pianista jazz con un senso dello stile tutto suo, frequenta locali bizzarri a New York e si sussurra che non sia del tutto ignara di viaggi nel tempo. Non sono del tutto certa che non frequenti gente pericolosa, ma cercheremo di non metterci in guai irreparabili.

3) Puck – nella versione di Shakespeare, ovviamente – ma con un tocco di Kipling: vedi alla voce eccentric mischief. Allegro, irriverente, scanzonato – sennò questo gruppo minaccia di diventare un nonnulla gloomy. Non che sia molto affidabile: probabilmente dovremo impedirgli di mettersi a suonar campanelli altrui nel cuore della notte – però è un contastorie come pochi. 

4) Sydney Carton – ci eravamo persi di vista, ma ultimamente abbiamo ripreso i contatti. Acuto, sarcastico con una tendenza al maudlin, amarognolo nella migliore delle ipotesi. Può diventare sgradevole quando beve troppo, ma è compagnia intelligente. Tra l’altro, quando si arriverà a parlare di libri e io, presto o tardi, me ne uscirò l’eterno Lord Jim, sono uasi certa che Sydney non leverà gli occhi al cielo.

5 Kit Marlowe – e sì: sto barando di nuovo, ma avete idea di quanti romanzi e di quanto teatro abbiano Kit per protagonista? Ai fini della serata, diciamo la versione di Burgess: specialista di conversazioni notturne, cose proibite e idee fiammeggianti, più che un po’ primadonna, facile a prender fuoco e una calamita per i guai. Ci vorrà fortuna per non trovarci coinvolti in qualche rissa di strada…

Hm. Si direbbe che la mia idea di notte folle comprenda anche la precisa certezza di cacciarsi nei pasticci, vero? Perché non vedo come, in compagnia di un quintetto simile, possa andare tutto liscio…

Ma d’altra parte, si diceva più sopra che frequento cattive compagnie – e poi a che altro servono le notti folli?

E voi, invece? Chi vi portereste dietro?

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* Emily’s Ghost di Denise Giardina, Charlotte And Emily di Jude Morgan, The Secret Diaries of Charlotte Brontë di Syrie James – giusto per citarne qualcuno. E a dire il vero, sono anche stupita che non ce ne siano di più.


Dedica Un Racconto Al Tuo Autore Preferito – Due

Oggi vi segnalo (un po’ in ritardo, ammetto – mi cospargo di cenere il capo) un delizioso concorsino letterario: la seconda edizione di Dedica un racconto al tuo autore preferito, organizzato da Ferruccio Gianola.

Concorsino perché vi si richiedono racconti miniature di non più di 600 battute. Battute, badate bene. Non parole.

Delizioso perché come altro descrivere questa faccenda di dediche letterarie e di acronimi?

Personalmente ci sto ancora strologando (si direbbe che aappartenga al genere di gente per cui 600 battute sono un rovello più arduo di 6000 parole), ma intanto spargo la voce: rendete omaggio ai vostri idoli letterari, Mesdames et Messieurs. Dopo tutto, se foste idoli letterari, che genere di omaggio apprezzereste di più? Mazzolini di crisantemi, grani d’incenso o 600 battute di obliqua e letteraria dichiarazione d’amore?

E La Ninfa Al Pastore Appassionato

sir walter raleigh, marlowe, the nymph's replyC’è gente da cui non te lo aspetti, perché per tutta la vita naviga, esplora colonizza, reprime gl’Irlandesi, complotta, si fa accusare di stregoneria e d’ateismo, si tiene in casa il Galileo inglese entra ed esce dalla Torre di Londra… Oppure forse un pochino potresti aspettartelo, perché tra una spedizione in cerca di El Dorado e un tentato coup questa gente trova il tempo di scrivere poesia, corteggiar regine e rovinarsi o quasi per sposarsi in segreto – sfidando l’ira delle regine corteggiate.

Per cui sì, forse te lo potresti anche aspettare, ma resta il fatto che il nome di questa gente è legato ad altro – ai galeoni, alla Virginia, alle battaglie e alle compagnie pericolose… Non certo agl’idilli pastorali.

Per cui è sempre con un certo divertimento che leggi l’ironica – e amarognola – risposta della ninfa al pastorello marloviano – sapendo che è dell’avventuroso Sir Walter Rale(i)gh:

The Nymph’s Reply

If all the world and love were young,
And truth in every shepherd’s tongue,
These pretty pleasures might me move
To live with thee and be thy love.

Time drives the flocks from field to fold,
When rivers rage and rocks grow cold;
And Philomel becometh dumb;
The rest complain of cares to come.

The flowers do fade, and wanton fields
To wayward winter reckoning yields;
A honey tongue, a heart of gall,
Is fancy’s spring, but sorrow’s fall.

Thy gowns, thy shoes, thy bed of roses,
Thy cap, thy kirtle, and thy posies,
Soon break, soon wither, soon forgotten,
In folly ripe, in reason rotten.

Thy belt of straw and ivy buds,
Thy coral clasps and amber studs,
All these in me no means can move
To come to thee and be thy love.

But could youth last and love still breed,
Had joys no date nor age no need,
Then these delights my mind might move
To live with thee and be thy love.

Di nuovo, vi tocca la mia traduzione improvvisata. Abbiate pazienza – è così che van le cose*.


La Replica della Ninfa al Pastore Appassionato

Se il mondo e l’amore fossero giovani,
E tutti i pastori fossero sinceri,
Queste incantevoli delizie potrebbero convincermi
A vivere con te ed essere l’amor tuo.

Il tempo caccia le greggi dal pascolo,
Quando i fiumi s’ingrossano e i massi diventano freddi;
E Filomele si ammutisce;
Ed è tutto un lamento per le pene a venire.

I fiori appassiscono e l’abbondanza dei campi
Paga il conto all’inverno ostinato;
Parole docli e cuore amaro,
Amor di primavera e pena d’autunno.

I tuoi abiti, le tue scarpe, i tuoi letti di rose,
Le tue acconciature, le tue gonne e i tuoi mazzolini,
Son presto disfatti, appassiti e dimenticati,
Maturi quando si è sciocchi, e putridi quando ci si ragiona.

Nè la tua cintura di paglie ed edera,
Né i tuoi ornamenti di corallo ed ambra,
Né nulla ti tutto ciò mi convincerà
A venire con te ed esser l’amor tuo.

Ma se la gioventù potesse durare e l’amore prosperare,
Se la gioia non conoscesse data, o età o bisogno,
Allora queste delizie potrebbero convincermi
A vivere con te ed esser l’amor tuo.

Che bisogna dire? Che le ninfe hanno un animo più pratico dei pastori. Che alla scuola della notte non si confabulava soltanto di rotazione terrestre, d’alchimia e di massimi sistemi – ma ci si divertiva anche un sacco. E che queste due poesie sarebbero una delizia messe in scena insieme…

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* Ma se qualcuno avesse traduzioni da segnalarmi, sarei grata…

Shakespeare Chi?

Oggi esce Anonymous, di Roland Emmerich.

E no, non sono oxfordiana – why, non sono nemmeno anti-stratfordiana – e temo di non avere un briciolo di fiducia né in Emmerich né in Orloff.

E però.

Da un lato ne avete tutti fin sopra i capelli della mia infatuazione nei confronti del posto e dell’epoca: potrei mai trascurare un film ambientato in epoca elisabettiana – e che parla di teatro? Giammai.

E d’altro canto è pur vero che attorno alla fama postuma del buon Will nei secoli si è prodotta la fauna più straordinaria…

william-shakespeare.jpgDi solito sono gli scrittori a fare cose folli per amor di letteratura, ma – in questo come sotto altri aspetti – William Shakespeare sembra essere un caso a sé. A contare le stramberie commesse nei secoli attorno alla nachleben del Bardo c’è da rimanere basiti.

A partire dal dibattito di base: che cosa sappiamo dello Zio Will? Tutto quel che c’è da sapere, appena quanto basta, una ragionevole quantità di cose, o non sappiamo un bottone? Inutile dire che le opinioni in materia divergono selvaggiamente: c’è chi lo fa sembrare l’uomo del mistero, poco più di una cifra nascosta dietro lo straordinario corpus di opere che si sa, e chi sostiene – non del tutto a torto – che per essere stato un teatrante di epoca elisabettiana (categoria popolare fin che si vuole, ma non proprio socialmente comme il faut), si è lasciato dietro un considerevole numero di tracce. 

La domanda successiva è: che cosa si deduce da quello che si sa? Una sorprendente quantità di gente sembra dedurne che Will Shakespeare non può avere scritto le sue opere, che era una specie di prestanome, un autore mediocre, attore, mezzo impresario e mezzo mercante di granaglie, un provinciale poco meglio che illetterato, pronto a vendere il suo nome per consentire a qualcun altro di pubblicare di nascosto tutte quelle opere geniali.

Chi altro di preciso? Su questo c’è ogni genere di sconcertante ipotesi.

Marlowe.jpgComincio con la legione di neo-marloviani, secondo i quali Kit Marlowe non morì affatto a Deptford nel 1593 ma, dopo avere inscenato la rissa fatale per sottrarsi ai potenti nemici che si era procurato nella sua attività di spia, fuggì sul continente e continuò a scrivere indisturbato, spedendo a Shakespeare un capolavoro dietro l’altro perché li pubblicasse sotto falso nome. La teoria si presenta sotto varie forme che possono coinvolgere o meno lo spymaster Francis Walsingham e suo nipote Thomas (qualche volta indicato come l’amante di Marlowe), Walter Raleigh e la Scuola della Notte, la Grande Elisabetta in persona e chi più ne ha più ne metta.

Parlando di Elisabetta I, c’è anche chi sostiene che sia stata proprio lei a scrivere le opere di Shakespeare, solo che non stava bene che una regina scrivesse teatro, e quindi… Però gli elisabettisti sono una sparuta e malconsiderata minoranza, nulla a che vedere, per esempio, con i baconiani o gli oxfordiani.

Francis_Bacon.jpgI baconiani – quelli secondo cui Shakespeare-l’Autore era in realtà il filosofo e saggista Francis Bacon – annoverano nelle loro file uno dei più singolari personaggi del serraglio: Delia Bacon, una signora nata nel Connecticut nel 1811, un po’ squadrellata ma piena di fascino, considerando che riuscì  a coinvolgere nella sua ossessione innumerevoli finanziatori ed editori e persino (postumamente) gente come Henry James, Mark Twain e Helen Keller (quella di Anna dei Miracoli). Persino Delia-Bacon.jpgHawtorne, a suo tempo, si lasciò indurre a scrivere una prefazione al suo libro, cosa di cui poi si pentì, data la sprezzante accoglienza che il libro in questione ricevette negli ambienti accademici. La povera Delia, mai troppo stabile di suo, finì col morire in manicomio, ma la sua teoria fece scuola e generò una branca particolare: non si contano i crittografi che, anagrammando versi con un puntiglio e un’ingegnosità degni di miglior causa, trovarono oscuri riferimenti al buon Bacon.

Edward_de_Vere.jpgUn altro e ben distinto bunch è quello degli oxfordiani, gente il cui argomento primario sembra essere che il figlio di un guantaio di Stratford, provvisto di un’educazione sommaria e autore di un testamento in cui non compare un singolo libro, non può avere scritto tutte quelle opere raffinate, complesse, piene di riferimenti a luoghi esotici, viaggi per mare, campi specialistici come diritto e medicina e usi di corte. E allora, dicono costoro, capitanati dal mestro di scuola inglese J.T. Looney, chi meglio di Edward de Vere, 17esimo conte di Oxford? Eccolo lì il raffinato cortigiano, viaggiatore e autore occasionale… Temo che la causa oxfordiana non sia precisamente aiutata dal fatto che in Inglese Looney si pronuncia come loony, vale a dire “matto”, ma la cosa non sembra avere scoraggiato illustri sostenitori come John Galsworthy, Sigmund Freud (almeno per un certo tempo), Orson Wells e Sir Derek Jacobi.

Non è finita qui, c’è anche chi tifa per la bella e colta Lady Mary Sidney, con o senza la collaborazione del suo celebre fratello, Sir Philip Sidney, oppure per Walter Raleigh, o per William Stanley, conte di Derby, o per un’altra quarantina di candidati in ordine sparso.

Ora, diciamolo piano perché il dibattito è violento ai limiti della fisicità, ma tutte queste teorie tendono a fare acqua in un modo o nell’altro: Marlowe era… be’, un tantino morto per scrivere; Bacon condusse una vita politicamente e intellettualmente molto piena anche senza infilarci l’opera omnia di Shakespeare, e poi aveva l’abitudine di pubblicare a suo nome, proprio come Oxford, il quale oltretutto, essendo morto nel 1604, avrebbe dovuto preparare in anticipo una considerevole parte della sua opera, lasciandola da pubblicare postuma. Improbabilità analoghe affliggono anche tutte le altre teorie…

E tuttavia, se vi siete fatti l’idea che gli spostati stiano tutti in campo anti-stratfordiano, provvedo subito a correggere l’impressione.

Dove vogliamo mettere, per esempio, William Henry Ireland che, a cavallo tra Sette e Ottocento, per william-henry-ireland.jpgattirare l’attenzione e l’affetto del padre – incisore celebre e studioso shakespeariano dilettante – cominciò a produrre falsi autografi del Cigno di Stratford? Cominciò con qualche firma e con l’occasionale documento, e fu creduto anche dagli esperti del tempo. Il padre, che fino ad allora aveva creduto di avere un figlio stupido, nel suo entusiasmo diede a tutta la faccenda molta più pubblicità di quanta William ne desiderasse, innescando un meccanismo che portò il ragazzo a cimentarsi addirittura con il supposto manoscritto di una tragedia perduta, Vortigern and Rowena. L’opera fu persino rappresentata, seppur senza un gran successo, nientemeno che dalla compagnia di Sheridan e Kemble. Poi il povero William fu smascherato da Edmond Malone, un avvocato irlandese e studioso di letteratura, col risultato che la sua frode venne esposta, il padre lo disconobbe e diseredò… una storia triste.

Malone.pngMalone, d’altronde, mancava a sua volta di qualche venerdì: aveva l’abitudine di prendere a prestito documenti antichi di enorme valore (come i registri parrocchiali di Stratford per l’epoca rilevante) e non restituirli se non dopo molti anni, e talvolta tagliuzzati. E questo era considerato uno studioso serio, figuratevi un po’ voi!

Si potrebbe continuare con l’eccentrica coppia americana che dedicò buona parte della sua vita e del suo patrimonio a fare ricerche negli archivi inglesi – e sempre si credette spiata e perseguitata dai servizi segreti di Sua Maestà Britannica; o con Freud che, dopo essere stato un oxfordiano si convertì all’altrettanto bizzarra convinzione che lo Zio Will fosse in realtà un Francese di nome Jacques Pierre; o con la gente che vuole il Bardo italiano (specificamente siciliano) o tutto fuorché inglese. Potrei sbagliarmi, ma credo proprio di ricordare un tempo in cui Gheddafi giurava sull’origine maghrebina di Sheik Spear.

Non del tutto sorprendentemente, tutto questo marasma pseudo-accademico ha dato origine anche a una certa quantità di letteratura narrativa. Qui mi limiterò a citare tre titoli: The Propagation of Knowledge, un racconto di Kipling in cui Stalky, Beetle e M’Turk fanno sfoggio delle teorie di Delia Bacon ai danni del detestato professor King; Il Manoscritto di Shakespeare, di Domenico Seminerio, che ambienta il dibattito in Sicilia e mostra una versione all’acqua di rose della scrittura un romanzo storico; e il ripetutamente citato History Play di Rodney Bolt, meraviglioso gioco letterario che si fa garbate beffe delle teorie marloviane e del mondo accademico, a mezza strada tra una sciarada, un saggio e un romanzo storico.

Ma se volete qualche lume in più su questa narrativa anti-stratfordiana, date un’occhiata a questo articolo, il mio primo intervento bardocentrico su Thriller Magazine – perché, di nuovo, la fauna è abbondante e bizzarra.

Ce n’è di gente bizzarra al mondo, vero? E per di più, date loro una causa di qualsiasi tipo e vi solleveranno una quantità di polvere, accademica e otherwise.

Nomi Letterari

E poi ci sono le volte in cui un autore inventa un nome – per significato, per suono, per caso – e poi il nome diventa di uso più o meno comune.

A volte si tratta di un’invenzione pura e semplice, come Pamela… e adesso tutti pensiamo a Richardson e al romanzo omonimo. Ma in realtà prima di Richardson venne Sir Philip Sidney, fiore della cavalleria nell’Inghilterra elisabettiana, poeta, cortigiano e soldato che a fine Cinquecento coniò il nome (probabilmente nel senso di Tutta Miele) per un personaggio secondario del suo The Countess Of Pembroke’s Arcadia. Poi nel 1740 o giù di lì venne Richardson – seguito da Fielding con la sua biliosa parodia Shamela) – ma fu nel XX secolo che il nome diventò davvero popolare, prima nel mondo anglosassone e poi da noi.

Anche Cora è una creazione letteraria a partire da radice greca: James Fenimore Cooper lo coniò a partire da Kore (fanciulla) per un personaggio secondario de L’Ultimo Dei Mohicani, la sorellina minore che nel romanzo sopravvive e si marita felicemente con l’ufficiale inglese.

Categoria non del tutto dissimile per l’italiano Ornella, creato da D’Annunzio per La Figlia Di Jorio: piccolo faggio. Il Vate era un creatore e ripescatore di nomi seriale – con varia fortuna. Pensate solo alle sorelle di Ornella, Splendore e Favetta…

D’altra parte, non sempre i nomi inventati sono fatti per essere presi sul serio. Per qualche ragione, non scommetterei granché sul sense of humour di D’Annunzio, ma Dickens ci dice Mrs. Kenwig, personaggio minorissimo in Nicholas Nickleby, ha inventato personalmente il nome Morleena per la sua primogenita, e ne è così compiaciuta che la chiama molto più spesso di quanto sia necessario – con scarsa soddisfazione dell’interessata. Morleena è concepito per avere un suono romantico e vagamente irlandese – e pertanto pittoresco – in risposta alle pretese di raffinatezza della madre.

Serissima è invece la storia di Vanessa, creato come un omaggio personale: nel 1713 scrisse Cadenus and Vanessa, un poema autobiografico. L’eroina semieponima portava un collage dei nomi dell’amante di Swift cui era ispirata: Esther (detta Essa) Vanhomrigh. Di nuovo, perché il nome diventasse di uso comune* ci vollero il XX secolo e Sir Michael Redgrave, che lo scelse per la sua primogenita – futura celebre attrice. Se ve lo state chiedendo, la faccenda delle farfalle è opera di un entomologo tedesco nel 1806.

Wendy ha una duplice storia – prima e dopo Peter Pan. Era un vezzeggiativo di Gwendolen prima che Barrie ne facesse un nome in proprio, prendendolo dal modo in cui non so più quale bambino dalla erre moscia chiamava i suoi amichetti: Friendy, in teoria, ma pronunciato Fwendy, donde Wendy – che dunque vorrebbe significare “piccola amica”.

Shirley era un nome maschile (e in qualche caso un cognome**) prima che Charlotte Brontë*** lo affibbiasse alla sua eroina, figlia unica di gentiluomo desideroso di figli maschi. Il nome maschile della nostra fanciulla (intesa da Charlotte come ritratto idealizzato di Emily) è in effetti oggetto della curiosità, dell’esasperazione, dell’ammirazione e/o dello scandalo di molti personaggi nel romanzo.

Coraline esisteva prima di Neil Gaiman, femminile, normale ma trascurato. Un giorno Gaiman stava battendo al computer e, invece di Caroline, scrisse per errore Coraline. Gli piacque tanto da battezzarci una protagonista – per poi scoprire che il nome esisteva già, seppure in uso sporadico.

Poi ci sono gli errori di cui l’autore è innocente. Imogen, nome shakespeariano dal Cymbeline, in tutta probabilità doveva essere Innogen, nome celtico dal significato di “fanciulla”. Dopodiché, sapete come andava in epoca elisabettiana: la gente non aveva mai del tutto chiaro lo spelling del proprio nome, figurarsi quello di un personaggio letterario. Il misprint si diffuse e così fece il nome, e la morale si è che nel mondo anglosassone un sacco di gente si chiama Imogen grazie a un errore di stumpa.

D’altra parte Shakespeare era un altro attivissimo creatore di nomi: altri suoi parti  sono Jessica, la figlia del Mercante di Venezia, e Miranda, offerta alla generale ammirazione nella Tempesta.

Un caso del tutto diverso è quando l’autore ripesca un nome vecchio come le colline ma pressoché dimenticato e lo rende famoso. Prendiamo Sabrina, per esempio, antico nome gallese legato alla prevedibilmente truce leggenda di una principessa illegittima affogata nel fiume Severn e  trasformata in ninfa. La versione celebre della storia era quella di Goffredo di Monmouth, ripresa poi da Milton nel 1634 in Sabrina Fair, ma francamente il nome rimase alquanto raro finché il commediografo S.L. Taylor non lo scelse per la protagonista di una certa commedia – il cui adattamento cinematografico conosciamo tutti. Ricordate la scena in cui la signora Larrabee domanda spazientita come fa un autista a chiamare la figlia Sabrina e Linus/Larry le risponde “E come doveva chiamarla, Volante?” In realtà l’autista Fairchild era stato molto letterario e molto inglese.

Nel 1760 James MacPherson tentò per far passare per un caso del genere il nome Fiona, supposta antichità celtica. Ma d’altra parte, in una specie di prescienza dell’arte del caso letterario, MacPherson stava cercando (con un certo successo) di far passare per antichità celtiche tutta la sua poesia ossianica, per cui forse possiamo considerare Fiona un peccatuccio minore. Mi si dice che negli ultimi anni il nome si stia diffondendo in Germania come se piovesse. Merito di MacPherson, mi domando, o merito di Shrek?

Ma d’altra parte, come si vede nello scambio di battute in Sabrina, un nome eccentrico è un nome eccentrico – e ho il sospetto che le prime Pamela, Vanessa e Jessica/Gessica siano state accolte con lo stesso genere di scetticismo e incredulità assortiti che oggi riserviamo ai nomi da gossip o da soap opera. Con la differenza che, se lo sa, la bimba può stupire tutti annunciando che il suo è un nome letterario, thank you very much.

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* Comunissimo negli Stati Uniti, dove resiste saldamente tra i cento nomi più diffusi dal 1977 a oggi.

** Per dire, Anna dai Capelli Rossi di cognome fa Shirley.

*** Oh gioia: finalmente ho scoperto che Alt+0235 produce una meravigliosa ë!

Stati Di Scarsa Realtà

Plan.jpgQuesta cosa mi torna in mente dopo aver sentito gente che cercava disperatamente di piazzare la Ruritania nella geografia pre-bellica… Purtroppo non ho sentito la fine della discussione, ma non può essere andata molto bene, perché in realtà la Ruritania non esiste.

È uno staterello immaginario, di cui non si capisce mai se sia piccolo o grande, i cui abitanti e luoghi hanno nomi tra il tedesco e l’operettistico. Non dev’essere lontano dalla Germania, perché c’è un treno che, diretto a Dresda (partendo da non si sa bene dove), ferma a Zenda. O forse a Strelsau. O in entrambi i posti, a dire il vero. Comunque, uno stato mitteleuropeo con due sole città importanti non può essere enorme.

Sono certa che Anthony Hope si è divertito un mondo a creare la Ruritania, e con lui tutti i suoi imitatori ed epigoni. E predecessori, se vogliamo, perché quello di creare stati immaginari è uno sport vecchiotto. Vogliamo citare Utopia di More, che prima di significare quello che intendiamo adesso era un posto immaginario? Vogliamo citare Lilliput, Brobdingnag, Laputa* e Houyhnhnms? Ah sì, e c’è anche Lindalino. Swift faceva della satira, e More… dite quello che volete, io sulla santità, e le intenzioni, e la santità delle intenzioni di Thomas More non finirò mai di avere dei dubbi. Comunque anche lui si era inventato il suo stato immaginario.

Altro caso famoso: Charlotte, Emily, Branwell e Anne Bronte, da piccoli si erano inventati due stati, Angria e Gondal – più o meno colonie inglesi angria.jpgin un’Africa immaginaria, in cui ambientavano ogni genere di avventure. Ciascuno aveva i suoi personaggi, e c’erano guerre, esplorazioni, colpi di stato, matrimoni dinastici, elezioni, missioni diplomatiche… La cosa curiosa (e poco risaputa) è che tutta la poesia di Emily, e molti personaggi della produzione adulta di tutte le sorelle, originano da questi giochi. Ancora più bizzarro e incantevole è l’episodio di un viaggio in treno a York, nel corso del quale una Emily ventisettenne e una Anne venticinquenne giocano ad essere due principesse di Gondal in fuga da una rivoluzione… 

Poi mi viene in mente un giallo di Mary Roberts Rinehart (l’Agatha Christie americana, secondo alcuni…), chiamato Lunga vita al Re!, con tanto di punto esclamativo: stato simil-tedesco con elementi slavi, erede al trono di otto anni, congiure, matrimoni dinastici e tutto, ma proprio tutto, il repertorio. 

Ancora: non ricordo più chi fosse, purtroppo, ma ricordo di avere letto nelle memorie di uno scrittore (direi un Francese, ma non posso giurare…) che da piccolo disegnava francobolli di stati immaginari. Ne aveva un’intera collezione, album su album. E siccome i francobolli commemoravano eventi storici, annessioni, incoronazioni, guerre, vittorie, trattati di pace, nascite e morti di personaggi illustri, scoperte scientifiche e via dicendo, in definitiva che cosa aveva creato questo ragazzino (e futuro scrittore), se non una serie di stati immaginari?

aigle.jpgL’Aquila a Due Teste, di Jean Cocteau, si svolge in una pseudo-Austria immaginaria e piccina, dove una Regina (à la Sissi), vedovata per mano degli anarchici, s’innamora di un giovane rivoluzionario che poi l’accoltella e si accoltella… Personalmente ho sempre trovato Jean Marais in calzoncini di camoscio lievemente ridicolo, ma non è questo il punto. Il punto è che Jean Cocteau non era al di sopra di un po’ di Ruritania glorificata in salsa tragica.

E se è per questo, nemmeno Nabokov lo era del tutto: il suo non notissimo Pale Fire ha un protagonista che si crede (?) il re in esilio di un regno lontano, là su nel nord, detronizzato da una rivoluzione sovieticheggiante…

E se volessimo continuare, potremmo citare parecchi autori dallo specializzato (come G. B. McCutcheon) all’improbabile (Andre Norton), passando per Frances H. Burnett. E potremmo citare anche parodie come Le Armi E L’Uomo di Shaw**, Topolino Sosia di Re Sorcio o vari film di Peter Sellers, primo tra tutti Il Ruggito Del Topo.

La scoperta recente, invece, è che il genere è tutt’altro che defunto. È appena uscito in Australia un romanzo per ragazzi intitolato A brief history of Montmaray, in cui Montmaray è un minuscolo regno immaginario, su un’isola posizionata in modo tale da poter risentire degli effetti delle due guerre mondiali. Non ne so molto di più, se non che i protagonisti sono principi e principesse della casa regnante, e quindi siamo in pieno ruritarian romance.

Senz’ombra di dubbio, l’ambientazione immaginaria permette una maggiore libertà sotto molti punti di vista. The sainted More (come lo chiama con un filo di sarcasmo Josephine Tey, nel suo bellissimo Figlia del Tempo), faceva di Utopia una critica molto amara dello stato delle cose al suo tempo; Swift, si è già detto, faceva della satira; i piccoli Bronte potevano far vivere ai loro eroi ogni genere di avventura negli spazi sconfinati di Angria e Gondal; Nabokov esplorava il labile confine tra capacità d’ingannarsi e incapacità di distinguere realtà e immaginazione. Hope, Stevenson, Mary Rinehart, e tutti i Ruritaniani di ogni epoca potevano ambientare in questi staterelli vicende pittoresche e romantiche e allegramente anacronistiche. Ma non credo che sia tutto qui.

817220.jpg J.R.R. Tolkien, che di stati immaginari sapeva qualcosa (della sua Terra di Mezzo aveva calcolato persino le fasi lunari…) definiva questa tendenza di tanti scrittori come “complesso della subcreazione”. Lo scrittore, in definitiva, è un creatore di mondi in seconda. Non è proprio come Dio, all’interno delle sue creazioni, perché lo scrittore è limitato dalle leggi interne di coerenza narrativa del mondo che ha creato, ma ci va vicino. E più la creazione è dettagliata e precisa, maggiore è la soddisfazione del creatore. Maggiore è il suo senso di onnipotenza, immagino. E questo mi porta a citare un caso cinematografico tratto da una storia vera: la Borovnia dell’inquietante Creature del Cielo, di Peter Jackson, che parrebbe mostrare come immaginare staterelli non sia sempre il più sano dei passatempi.

Ciò detto (e forse non sarebbe il paragrafo migliore per ammetterlo), confession time: ce l’ho anch’io, il mio stato immaginario. Oh, va bene, ne ho più d’uno, tutti con i loro guai, ma il mio prediletto, quello che per parte della sua storia è stato anche in Europa ed è dunque più ruritaniano di altri, è il Bishopstein. “Per parte della sua storia”, e non parte della sua Storia, perché tecnicamente ci sono due Bishopstein, quello che sta da un’altra parte, e quello mitteleuropeo, evolutosi dai territori di un Principe Vescovo (ma va’?), ingranditosi e rimpicciolitosi, passato da marca a signoria, a granducato, a repubblica, a regno, a repubblica ancora e poi sparito con la I Guerra Mondiale… Giusto perché si sappia quanto sono malata, dirò anche che il Bishopstein ha avuto sovrani di ben tre dinastie diverse, ha un secolare conflitto interno tra elemento tedesco ed elemento slavo, e persino un inno nazionale, composto nel 1848***.

E perché ho creato il Bishopstein? Perché potevo ambientarci qualsiasi cosa mi passasse per la testa, perché potevo manipolare la storia e servirmene a fini narrativi, perché potevo avere colpi di stato e rivoluzioni to my heart’s content, perché potevo passare pomeriggi interi a redigere cronologie di sovrani, pessimi versi per l’inno, rapporti diplomatici di ambasciatori di varia provenienza… potevo fare tutto questo invece di studiare Diritto Pubblico Comparato, ed era glorioso!

 E quindi posso dirlo con cognizione di causa: la Ruritanite è una malattia certificabile, cronica e invalidante.

Chiudo con un link del tutto dissennato. Non avevo idea che ci fosse gente che passa il suo tempo a censire stati immaginari in letteratura, e a ordinarli alfabeticamente, ma ho come l’impressione che non dovrei stupirmene troppissimo…

E voi? Suvvia, non siate timidi: sono certa che qualcuno, prima o poi, ha scritto, disegnato o altrimenti messo insieme qualche stato immaginario. And, failing that, quali sono i vostri stati immaginari prediletti in letteratura?

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* Er… sì. E no, non lo so.

** Arms And The Man, in realtà, è ambientato in Bulgaria – e quindi tecnicamente non sarebbe ruritania – ma anche la lettura più distratta basta a notare che si tratta di una Bulgaria largamente immaginaria. Aggiungete poi l’irriverente rilettura dell’Eneide che fa da ossatura al tutto, e saremo tutti d’accordo che non occorre prendere l’ambientazione troppo sul serio.

*** Per essere del tutto sinceri, la musica è una lieve variazione di un tema preso da “La Peregrina”, il ballettone Grand-Opéra del Don Carlos di Verdi, ma tanto fa lo stesso, perché nessuno esegue mai La Peregrina…

Faccende Da Echidna: Sei Parole Al Giorno…

hemingway,six words story every day,scrittura creativaNon è che levino il medico di torno, ma la faccenda è carina e volevo segnalarvela.

Dunque, avrete sentito parlare della celebre storia in sei parole di Hemingway:

For sale. Baby shoes. Never worn.*

Per pochino che Hemingway mi piaccia, di fronte a uno scrittore capace di condensare una tragedia famigliare in un annuncio economico mi levo il proverbiale cappello. Se è tutto vero**, niente da dire.

E naturalmente queste altre bizzarre creature – gli scrittori – non possono resistere alla sfida di un feat del genere, non più di quanto un echidna possa resistere al formaggio. Non è acrobazia gratuita: è l’appetito primigenio per qualcosa di difficile da fare e dannatamente efficace quando riesce bene. Quindi non è una sorpresa che periodicamente compaiano (più nel mondo anglosassone che qui, a dire il vero) concorsi letterari con lo stretto limite delle sei parole.

Questo che vi propongo, Six Words Story Every Day, è diverso dal consueto perché implica anche una certa quantità di lavoro grafico: la storia non va solo scritta, ma anche presentata visivamente prima di essere inserita nella gallery del sito. In realtà vedrete che per lo più si tratta di immagini molto semplici – e se dobbiamo dire il vero anche molte delle “storie” non sono storie affatte. Non lo sono perché…

Hm, no: ripensandoci non ve lo dico. Vediamo se siete stati attenti: secondo voi che cos’è che distingue la storia di Hemingway dalla maggior parte delle non-storie che ci sono nella gallery di SWSED? E, seconda domanda: per quanto mi riguarda, non so resistere a questo genere di formaggio. Prima o poi ci provo. E voi? Vi punge vaghezza di cimentarvi a vostra volta? Se lo fate, sappiatemi dire, volete?

Buon appetito, echidna.

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* Vendesi scarpe bambino. Mai usate. Faccio notare che il mio istinto sarebbe di dire “vendonsi” – e che la mia traduzione di parole ne conta cinque.

** In realtà potrebbe essere una leggenda – specie con il corollario che EH considerasse questa faccenda il suo miglior lavoro.

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