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Mag 16, 2016 - cinema    No Comments

Ivan il Terribile Nottetempo

0071ppSapete quando ci si fa un’ultima tazza di tè nottetempo, e mentre la si sorseggia si accende la televisione in cerca di un telegiornale… E invece, su una rete locale, ci s’imbatte in qualcosa. Qualcosa di fuori dal comune.

Bianco e nero, luci drammatiche, scene stilizzate, composizione singolarissima, fotografia strabiliante.  Ora elegantissima, ora inquietante, ora grottesca, ogni inquadratura è un’illustrazione.

Che sia qualcosa di russo è evidente, e la musica ha tutta l’aria di essere Prokofjev – e a dire il vero il tutto mi ricorda tanto Eisentein pur non essendo decisamente Aleksander Nevskij… filmes_5779_Ivan01

Un quarto di minuto – e la notizia del ritorno dello Zar Ivan a Mosca squaderna una corte di Polonia raffigurata come una scacchiera: ah, Ivan il Terribile, allora.

Ivan il Terribile, vedete, è un film che ad Eisenstein commissionò stalin in persona – di cui lo zar in questione era l’idolo e modello. Yes, well… Va detto che quel “terribile” è una traduzione un po’ così, e l’equivalente russo suona più come “potente”, “magnifico” o “grande”, ma resta il fatto che Ivan non è il personaggio più raccomdandabile della storia russa…

Ivan_Groznyj_posterAd ogni modo, Eisenstein partì in quarta, con il fido Prokofjev al seguito, con l’idea di scrivere e confezionare non un film, ma tre. La prima parte, che narra l’infanzia e adolescenza di Ivan, uscì con rimarchevole successo nel 1944. Il giovane e coraggioso Ivan combatte lo strapotere dei boiardi e si fa incoronare con l’appoggio del popolo… E fin qui, tutto bene.

La seconda parte, though… be’, nella seconda parte troviamo un Ivan adulto, feroce e più che un po’ paranoico Figura potente – ma Stalin non apprezzò. Dopo avere assistito a una blindatissima anteprima, vietò la distribuzione del film e bloccò il progetto. La lavorazione della terza parte fu interrotta nel 1946, e un paio di anni più tardi, alla morte di Eisenstein, il poco materiale che c’era fu confiscato. Esiste ancora? E chi lo sa… kadr-17a

Solo dopo la morte di Stalin, a disgelo avviato, Kruschev autorizzò l’uscita della seconda parte – ed è in quella che io mi sono imbattuta nottetempo.

E vi dirò: non sono certa di andare pazza per i dialoghi di Eisenstein – o almeno per la traduzione. Un tono più che un po’ arcaico giova alla storia e si sposa bene con l’insieme – ma la retorica… eh. Bisogna anche ricordarsi quando e in che circostanze tutto ciò sia stato scritto – e bisogna concedere il beneficio del dubbio all’originale russo. Detto ciò, questo film è visivamente una meraviglia, con le ombre dense, le scene opprimenti e irreali, la recitazione stilizzata, i gesti, i simboli, la musica, le sequenze a colori, la fotografia…

Non dico che sia la tazza di tè di tutti e ciascuno – anzi, probabilmente è quel genere di cosa che si adora o si detesta.  Myself, sono decisamente colpita. Se ne avete occasione, date un’occhiata: di sicuro è qualcosa d’inconsueto.

Era una Giornata Bigia e Tempestosa

brigadoon-jane-heronIl 29 di febbraio mi è sempre parso un equivalente di Brigadoon nel calendario… Voglio dire, appare solo una volta ogni quattro anni – per un giorno, perché è, per l’appunto, un giorno – e per il resto del tempo non c’è. Brigadoon.

Dev’essere bizzarro compiere gli anni in un giorno che c’è solo ogni tanto… Rossini, William Wellman, Balthus, Tim Powers: tutti nati il 29 di febbraio. Ripeto: dev’essere bizzarro.

Dopodiché non so come sia dalle vostre parti, ma qui piovono cani e gatti – e soprattutto tira vento da tre giorni. Magnifico, epico, glorioso vento…

E così ho pensato che sarebbe bella una tempesta in versi. Shakespeare, si capisce. Re Lear, atto 3, scena II.

LEAR
Soffiate, venti, a squarciarvi le guance!
cateratte del cielo ed uragani,
rovesciatevi a fiumi sulla terra,
fino a sommergere le nostre guglie
e ad annegarne i galli giravento.
Voi, fuochi di zolfo,
guizzanti rapidi come i pensieri,
avanguardie dei fulmini
che schiantano le querce,
scotennate questa mia testa bianca!
E tu, tuono, che tutto scuoti e scrolli,
percuoti la rotondità del mondo
fino a schiacciarla tutta, fino in fondo,Lear-in-the-Storm-ONeal-November-2015
stritola le matrici di natura,
spargi e disperdi in aria
tutti i germi che generano l’uomo,
mostro d’ingratitudine!
[…] Ròmbati il ventre, cielo! Sputa fuoco!
Scroscia, tu, pioggia! Pioggia, vento, tuono,
guizzi di fuoco, non sono figlie mie:
non vi posso accusar d’ingratitudine;
a voi non diedi un regno,
né vi chiamai mai figli. Voi elementi
non mi dovete obbedienza di sorta;
e allora rovesciate sul mio capo
i vostri orrendi sfoghi, a sazietà!
Io son qui, vostro schiavo, un pover’uomo
vecchio, debole, infermo, derelitto…
Vi chiamo tuttavia vili strumenti
al servizio di due figlie degeneri,
che scatenate dall’alto del cielo
le vostre schiere su una vecchia testa
canuta come questa. Oh, oh, è infame!

Be’, qui non abbiamo fulmini, tuoni e fuoco vario – ma nemmeno figlie snaturate. D’altra parte oggi è un giorno per le cose che non ci sono, giusto? E comunque è questione di poesia. La potenza, la furia. Animo umano e natura scatenata.

Oh well, buon 29 di febbraio, buon giorno che non c’è – o quanto meno, c’è di rado. E buon vento, se tira anche dalle vostre parti.

Dic 30, 2015 - cinema, Vitarelle e Rotelle    No Comments

Stessa Trama, Altra Storia

the artist, stage beautyIeri sera ho rivisto The Artist. Adoro The Artist. Insomma, un metafilm muto in bianco e nero, ambientato durante la transizione dal muto al sonoro, con un cast strepitoso, una colonna sonora perfetta, tante citazioni cinematografiche da riempirci un fienile e stile da vendere… E poi è un film muto! Ve l’ho mai detto quanto voglio fare un film muto?

E tuttavia, pur perdutamente innamorata, non mi sfugge il fatto che la trama è presa pari pari da un altro film. No, non È Nata Una Stella – cui pure somiglia un po’ – e nemmeno Cantando Sotto La Pioggia, con cui ha in comune l’epoca del passaggio dal muto al sonoro…

No, il film gemello di The Artist è Stage Beauty, l’adattamento cinematografico di Compleat Female Stage Beauty, un lavoro teatrale di Jeffrey Hatcher di cui abbiamo già parlato.

E quando parlo di film gemello, intendo l’espressione piuttosto letteralmente. State a vedere… Ok, no: se non avete visto uno qualsiasi dei due film, se intendete vederlo e se vi irrita da morire quando vi rovinano la trama in anticipo, allora fermatevi qui, perché questo non è il post per voi.

Se fa lo stesso, allora ecco le due trame comparate:

THE ARTIST STAGE BEAUTY
1927. George Valentin è la stella indiscussa del cinema muto – il più grande interprete di film avventurosi del momento. Peppy Miller è un’aspirante ballerina cui l’incontro con Valentin apre le porte di Hollywood. 1660. Ned Kynaston è la stella indiscussa dei teatri londinesi – il più grande interprete di ruoli femminili della sua generazione. Maria è la sua assistente e recita clandestinamente nonostante la legge che impedisce alle donne di esibirsi su un palcoscenico.
Il sonoro incombe, ma Valentin, giudicandolo una moda passeggera, rifiuta di adeguarsi alla novità – al contrario di Peppy, che fa carriera con i film musicali. Carlo II elimina il veto contro le donne in scena – e proibisce invece agli uomini di interpretare parti femminili.  Maria è la prima attrice a interpretare Desdemona.
Valentin decide di produrre da sé un nuovo film muto – che fa fiasco in concomitanza con il trionfo del nuovo film sonoro di Peppy (e con la crisi del ’29). Ned s’intrufola a Corte e affronta il Re per perorare la sua causa e, invitato ad interpretare Otello, fallisce miseramente e scappa con la reputazione a pezzi.
Cacciato di casa dalla moglie, indebitato, e senza scritture, Valentin si riduce a vivere in un appartamentino – cui, in un momento di furia e autocommiserazione, dà fuoco rischiando di morire. Ostracizzato dai teatri, in cattiva salute e abbandonato dal suo aristocratico amante, Ned si riduce ad esibirsi come travestito in una bettola di quart’ordine.
Peppy recupera Valentin dall’ospedale e si prende cura di lui – fino quando Valentin scopre che Peppy ha acquistato i suoi beni messi all’asta. Maria recupera Ned dalla bettola e si prende cura di lui – fino quando Maria si rende conto che Ned la biasima per il suo declino.
Peppy ritrova Valentin appena in tempo per impedirgli di suicidarsi, e impone al suo produttore di scritturarlo per un musical al suo fianco. Scritturata per recitare a Corte e terrorizzata, Maria supplica Ned di insegnarle a superare la pura e semplice imitazione del suo stile. Ned accetta a patto di recitare Otello accanto a lei.
Valentin e Peppy danzano insieme in un film sonoro – con successo trionfale. Ned e Maria recitano insieme Otello per il Re, con successo trionfale.*
The End The End

 

Capito che cosa intendo?the artist, stage beauty

Con una leggera differenza a livello di meccanica del secondo punto di svolta, la trama è praticamente la stessa: un uomo al vertice della sua arte, una giovane aspirante innamorata, la fine di un’era, crisi, declino e redenzione…

Dopodiché, The Artist è una commedia metacinematografica e sentimentale, nonché un meraviglioso omaggio al film muto, mentre Stage Beauty è metateatro più cerebrale di quanto sembri a prima vista, incentrato com’è su questioni d’identità, arte, imitazione, sincerità – ed è anche meno lieto, perché nemmeno per un momento dubitiamo che l’amore possa non trionfare tra Valentin e Peppy, mentre il destino di Ned resta incerto fino alla fine – e, a dire il vero, anche dopo, e non è affatto chiaro se l’amore di Maria prometta poi troppo bene. Ma d’altra parte, segnala inequivocabilmente Hatcher, l’amore non è affatto il punto in questione…

E dunque? E dunque niente. Niente di male, intendo. Io seguito ad adorare The Artist – e in buona parte anche Stage Beauty. Vero, la trama è così simile che è davvero difficile credere a una coincidenza, e non so quanto Hatcher ne sia stato felice. Ma è vero anche che certe trame sono così perfette, così significative e così rilevanti che sarebbe un po’ più – o un po’ meno – che umano non volerle prendere, inclinarle a 45 gradi, tingerle di violetto e farne qualcosa di diverso.

E in fondo è così che funziona, e non da oggi: non è dalla notte dei tempi che l’umanità si racconta le stesse storie – con colori diversi?

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* Con un improbabilissima dimostrazione di metodo ur-realistico, ma fa nulla.

Dic 6, 2015 - cinema, Storia&storie, teatro    2 Comments

Povero Giovanni…

PoorJohnSì, sì – povero Giovanni. Giovanni Senzaterra. John Lackland.

Ho una simpatia per lui. Il re più maltrattato della e dalla storia d’Inghilterra. Perché se poi si va a vedere, lo si trova buon amministratore e buon soldato, più sfortunato che altro, e tormentato dal confronto con quell’irresponsabile di suo fratello – il cosiddetto Buon Re Riccardo, la cui bontà, alla fin fine, consisteva principalmente nell’essersene stato lontano dall’Inghilterra per la maggior parte del tempo. Facendosi, incidentalmente, improgionare a fini di riscatto. Esorbitante riscatto – che Giovanni dovette pagare.

Ma no: il Buon Re Riccardo, il Baldo Robin Hood e compagnia cantante – e il Malvagio Principe Giovanni.

E poi arriva Walter Scott – e tutti sappiamo che razza di danni fosse capace di fare.

Uno dei pochi ritratti non del tutto negativi (il che non equivale precisamente a dire positivi) del povero Giovanni è quello di Shakespeare – King John. Che tra parentesi, io avrei molta voglia di leggere un momento o l’altro: che ne dite, o Gente del Palcoscenico di Carta?

Chiusa parentesi e veniamo a oggi, con uno scampolino di film del 1899, nientemeno. Un pezzettinino di Herbert Berbohm Tree – star delle scene inglesi a cavallo tra Otto e Novecento – nei panni del John shakespeariano. Solo un minuto – ed è teatro filmato, badate, nemmeno un film muto. Ma è molto pittoresco a vedersi, per la maniera e le convenzioni teatrali di un altro tempo, perché credo che sia tutto quel che resta da vedere di Tree, perché mostra uno dei primissimi anelli fra teatro e cinema…

E la musica è selvaggiamente inappropriata, e davvero non so come e a chi sia parso bello appiccicarla alla scena… Una volta di più: povero Giovanni. Magari guardatelo muto e accostateci… non so, la Morte di Aase del Peer Gynt? Un movimento a scelta della Patetica di Tchaikovskij?

E buona domenica.

Elisabette

elizabeth-(1998)-large-pictureDelusione…

Ieri sera ho visto Elizabeth per la prima volta. Ebbene sì – strano a dirsi, lo ammetto. Avevo visto The Golden Age un paio di volte, ma Elizabeth mai.

Ecco, The Golden Age è una di quelle cose – over-melodramatic, pieno di robe come Sir Walter Rale(i)gh che sconfigge l’Armada (dopo avere sposato di nascosto Bess Throckmorton), e Babington che spara alla Regina – in compagnia di un altro gesuita, perché padre Ballard lo avevano già fatto morire nel primo film – e l’immaginario fratellino cattolico di Walsingham, e Mary Queen of Scots decapitata giovanetta… E vogliamo parlare della Regina a Tilbury, a mezza via tra Giovanna d’Arco e Galadriel? E Leicester? Dov’è Leicester? Però ammetto che in generale è molto bello a vedersi, che Cate Blanchett e Geoffrey Rush mi piacciono proprio tanto, e che qua e là l’insieme riesce ad essere emozionante – una scena per tutte il rincorrersi dei fuochi lungo la costa per segnalare l’arrivo delle navi spagnole. E la battaglia navale – poco storica ma bella.

“E allora guarda Elizabeth,” mi si è detto. “Vedrai.”

E in effetti ho visto…

Che devo dire? Bello a vedersi, Cate Blanchett, Geoffrey Rush, l’occasionale scena emozionante… E ammetto che è meno melodrammatico di TGA.Elizabethrush_walsingham

“E anche meno sentimentale…” mi si era detto – sul che, considerando il Leicester di Joseph Fiennes*, si potrebbe discutere. Ma diciamo complessivamente di sì…

Nevertheless, in fatto di accuratezza storica… Norfolk cattolico? Kat Ashley al massimo coetanea di Elizabeth se non più giovane? Walsingham che taglia la gola al suo aspirante assassino? L’ambasciatore spagnolo De la Cuadra ancora vivo nel 1571 – in tempo per partecipare al Ridolfi Plot ed essere assassinato? Ballard che arriva in Inghilterra già sacerdote attorno al 1570, uccide a mani nude un giovanissimo Elyot apprendista di Walsingham, se ne va in giro in tonaca nera e croce** e poi viene scoperto e fa una brutta fine prima del Ridolfi Plot? Maria di Guisa morta attorno al 1570? Il vescovo Gardiner ancora vivo dopo il 1554?  Leicester sposato a “Isabel” Knollys prima del 1570? E dov’è Amy Dudley? E anche lui coinvolto nel Ridolfi Plot? E fermiamoci pure qui – ma ci sarebbe altro. E la musica, pittikins: la musica! Elgar? Mozart? Oh dear.

Elizabeth_The_Golden_Age_DVD-Cate_BlanchettE quindi no, non posso dire di avere trovato molta consolazione in Elizabeth. Semmai mi piace meno di The Golden Age… E io capisco che la storia è la storia e i film sono i film, e bisognerebbe prendere il film per quello che è, invece di dar la caccia alle pulci… Il che sarei anche disposta a fare se le pulci in questione rispondessero a qualche buona – o anche solo passabile – necessità narrativa. Per cui inghiottiamo pure il Walshingham d’azione, la giovane Kat, e… stavo per scrivere “il giovane Elyot e la sua fine cruenta”, ma in realtà questo è già oltre la linea, per me. E non la fine cruenta: l’identità. Vogliamo mostrare quanto sono pericolosi, fanatici e sanguinari i missionari gesuiti?*** E allora lasciamo che il Gesuita di turno sgozzi il giovane agente di Walsingham, se proprio si deve – ma che bisogno c’è di contrabbandare la vittima come Thomas Elyot (che era sì un agente, ma non certo di Walsingham – e comunque era morto nel suo letto vent’anni prima) e l’assassino per Ballard? Perché non potevano essere due personaggi fittizi?

Sono pienamente favorevole all’introduzione di personaggi fittizi in un romanzo o in un film storico – ma se bisogna cambiare profondamente un personaggio o un avvenimento reale, preferirei di gran lunga che ci fossero buone ragioni narrative. E quando vedo appioppare un nome storico a un Gesuita fittizio in un film, solo per avere un personaggio fittizio che sostituisce il Gesuita storico nel seguito – for no good reason at all… che devo dire? Non sono felice.

Il che non toglie che la settimana prossima abbia tutta l’intenzione di riguardare The Golden Age – non foss’altro che per i fuochi lungo la costa…

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* E non lo so, ma solo io ho l’impressione che questo Robert Dudley sia indistinguibile da Will di Shakespeare in Love? Questo Fiennes non sembra nemmeno il fratello di suo fratello.

** Riuscendo per lo più a sembrare il Fantasma dei Natali Futuri…

*** E questa è una buona ragione narrativa – anche se storicamente un tantino manichea. Non è che non ci fossero fanatici pericolosi tra i cattolici – ma il critico che a suo tempo lamentò la caratterizzazione nigerrima dei cattolici in questi film non aveva tutti i torti.

 

Nov 9, 2015 - cinema    No Comments

Una storia di capricci e spadaccini

Rupert6Questa è una storia così.

Nel fine settimana, su Scribblings, si discuteva di Rupert von Hentzau. Credo di avervi detto una volta o due quanto mi piace Rupert, giusto? Ebbene, si parlava di vecchie versioni cinematografiche del Prigioniero di Zenda – e si constatava come, tra i vari Rupert, quello di Douglas Fairbanks Jr sia il più perfetto e fedele allo spirito del libro, mentre quello di James Mason… er.

E chiariamo subito che a me James Mason piace molto, però non posso fare a meno di domandarmi a chi, nel 1952, sia parsa una buona idea affidargli la parte di Rupert. Voglio dire – Rupert, che nel capitolo dodicesimo del Prigioniero di Zenda entra in scena così:

Il giovane Rupert, che aveva l’aria di un rompicollo e non poteva avere più di ventidue o ventitre anni, prese l’iniziativa e ci riferì un discorsetto elegante, col quale il mio devoto suddito e affezionato fratello Michael von Strelsau mi pregava di perdonarlo se non mi presentava di persona i suoi omaggi, né metteva a mia disposizione il suo castello – due apparenti mancanze di riguardo da imputarsi al fatto che mio fratello e alcuni dei suoi domestici erano afflitti dalla scarlattina. O così disse il giovane Rupert, con un sorriso insolente e un moto arrogante della testa ricciuta… Era bello, il mascalzone – e, stando ai pettegolezzi, aveva già turbato i cuori di parecchie signore. RupertJM2

Ecco, torno a chiederlo: a chi sarà parso bello affidare questa parte a un Mason quarantaquattrenne e fargliela interpretare con la cupa seriosità di uno junker prussiano di fronte al Rudolph Rassendyll di Stewart Granger? E sì, Rupert è pericoloso, completamente inaffidabile e matto da legare – ma sorridente e beffardo e pieno di fascino. E giovanissimo…

scaramouche-death1xE allora mi è tornata in mente un’altra storia, che non ricordo più dove ho letto. Avete presente Scaramouche, parimenti del 1952di nuovo con Stewart Granger, evidentemente specializzato in film in costume e duelli all’arma bianca? Ebbene l’antagonista, il malvagio marchese Noël de Maynes, è Mel Ferrer, che forse non era uno spadaccino provetto ma, possedendo una formazione da ballerino classico, si muoveva con molta eleganza. Tanto che Granger ne fu infastidito, puntò i piedi e, a quanto pare, insisté per ridimensionare il ruolo di Ferrer nel film. Addirittura, il duello si sarebbe dovuto concludere con un’agnizione e la morte del marchese (più o meno come nel romanzo, anche se con un paio di notevoli differenze), ma dietro pressioni di Granger la scena fu tagliata e Noël de Maynes lasciato vivere nella più anticlimatica e inspiegata delle maniere… Potrebbe sembrare un pettegolezzo hollywoodiano – ma c’è la foto qui di fianco, chiaramente la scena tagliata – a renderla plausibile.

E allora mi domando… E badate, proprio non lo so – ma non posso fare a meno di domandarmi: data questa avversione di Granger a essere upstaged, supponendo che avesse davvero il peso e il potere per ottenere questo genere di modifiche, e considerando che nel romanzo e nelle versioni precedenti Rupert ha questa irritante tendenza ad essere più interessante del protagonista, non può essere che il Rupert di Mason abbia subito una sorte simile a quella del de Maynes di Ferrer? Che Stewart Granger abbia fatto i capricci e ottenuto una potatura del suo fastidioso antagonista? Ed è pur vero che James Mason era un attore molto, molto migliore di Granger – ma è così fuori parte e così plumbeo nei panni di Rupert, che il rischio che potesse fare ombra al protagonista era bassino.

Ah well – lo ripeto di nuovo: è solo un’ipotesi e davvero non lo so – ma pare che non sia del tutto implausibile, e Stewart Granger non ne esce affatto bene. Ad ogni modo, se volete Scaramouche, guardate la versione muta del 1924 con Ramon Novarro e Lewis Stone, e se volete Il Prigioniero di Zenda, c’è la versione del 1937 con Ronald Colman e Douglas Fairbanks Jr. E naturalmente ci sono Sabatini e Hope…

 

 

Lug 29, 2015 - cinema, Storia&storie, teatro    No Comments

Caccia alle Orfanelle

Orphans_of_the_Storm-241716294-largeSono a caccia.

Non un libro, questa volta – o almeno non in senso stretto, perché stiamo parlando di una sceneggiatura. Quella di Orphans of the Storm, film muto diretto da D.W. Griffith nel 1921, con entrambe le sorelle Gish. È una storiellona di affetto fraterno, ingiustizia, amore, fanatismo e crudeltà sullo sfondo della Rivoluzione Francese… Melodramma allo stato puro – se non fosse per una certa qual tendenza del regista alla predicazione. Ad ogni modo, il film è visivamente molto bello, e la vicendona è attraente, alla sua gonfia e purpurea maniera.

Ciò detto, dal mio punto di vista il fascino maggiore di questa storia sta nelle fonti.

Griffith, pescò prima di tutto un dramma francese celeberrimo – Les Deux Orphélines di Adolphe d’Ennery ed Eugène Cormon, e la sua Orphansaltrettanto celebre traduzione inglese, The Two Orphans. La storia è quella di due sorelle adottive, arrivate a parigi per cercare una cura alla cecità di una delle due. Dopodiché, nella migliore tradizione di queste cose, le due fanciulle restano separate – una preda di un marchese lussurioso&malvagio, l’altra sfruttata da una megera che la spedisce a mendicare… Ma vogliamo che due angeliche e bellissime fanciulle non trovino un cavaliere senza macchia e senza paura? Ci pensano da un lato un bell’aristocratico di sani principi e dall’altro un povero arrotino zoppo di buon cuore – e naturalmente alla fin fine si aggiusta tutto, con tanto di agnizione per cui le due sorelle proprio sorelle non sono, ma finiranno cugine acquisite. Din don dan.

Come vi dicevo, questa cosa piaceva enormemente. Innumeri spettatori, di qua e di là dall’Oceano, si erano commossi sulle lacrimevoli avventure di Henriette e Louise, e quando Griffith arrivò a interessarsene, il dramma era già stato trasformato in un romanzo, un’opera e non in uno, ma in sei film muti uno dietro l’altro.

No, davvero: sei film. Millenovecentosei e Sette, due volte nel Millenovecentodieci, e poi Millenovecentoundici e Millenovecentoquindici. Ve l’ho detto che la storia piaceva?*

OrphansofthestormEbbene, Griffith arrivava tardi, in apparenza… Ma, essendo Griffith, fece qualcosa a cui nessuno aveva pensato prima. Una volta acquisiti (faticosamente) i diritti del dramma, lo trascinò di qualche anno in avanti – dal 1784 al 1789 e dintorni – certo pensando che , arrivando a Parigi alla vigilia della Rivoluzione, Henriette e Louise potessero avere molte più occasioni per mettersi nei guai.

E in effetti, in questa versione Henriette si trova ad avere a che fare niente meno che con Danton (rivoluzionario buono) e Robespierre (rivoluzionario cattivo), e finisce processata in compagnia del suo aristocratico innamorato e finirebbero entrambi sulla ghigliottina, se non fosse per un salvataggio dell’ultimo minuto molto à la Griffith… Ma non tutto viene dalle Due Orfanelle. Ci sono di mezzo almeno altri quattro drammi, un romanzo (Le Due Città di Dickens) e, secondo me, un libretto d’opera – perché il Danton di Griffith, con il suo tentativo di salvataggio e la perorazione in tribunale, somiglia al Carlo Gérard dell’Andrea Chenier. Orphans_of_the_Storm_(1921)_-_L_Gish_&_Schildkraut

Insomma, ammettetelo: è una favolosa insalata di fonti – e vi dirò che è piuttosto divertente anche solo riconoscere la provenienza dei singoli incidenti o personaggi… Al momento sto cercando di raccogliere tutto quel che posso. Le Due Città non hanno bisogno di rilattura, e in fatto di drammi sono a buon punto, grazie al Project Gutenberg e a Internet Archive.

Quel che mi manca è il passaggio intermedio, l’anello di congiunzione tra la parola scritta e lo schermo: la sceneggiatura – ed è di questo che sono a caccia. Ancora non ho le idee ben chiare su quanto sarà difficile. Qualche ricerca preliminare non ha condotto a nulla. Farò ancora qualche tentativo, e poi inizierò a seccare i contatti Oltreoceano… Stiamo a vedere, ma ho qualche fiducia. E intanto, anyway, ho una caccia al tesoro in corso – ed è già bello di per sé.

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* E non pensate che fosse finita lì. Post Griffith, tra America, Francia, Spagna, Italia e Egitto, tra film e telefilm, le orfanelle titolari torneranno sullo schermo nel 1933, 1942, 1944, 1947, 1949, 1950, 1954, 1961, 1965, 1976 e 1971. Poi basta. Uno o due di questi in Italia vanno sotto il nome de Le Due Orfanelle – e non lo so per certo, ma credo che siano della varietà senza Rivoluzione. C’è anche una parodia – credo – con Totò.

 

Alice 1903

Alice par John Tenniel 31 Parlavamo di Alice, giusto? E di quanto la storia inventata remando lungo il Tamigi si sia portata dietro in fatto di adattamenti e rimaneggiamenti di ogni genere.

E allora oggi diamo un’occhiata alla prima, primissima versione cinematografica diretta da Cecil Hepworth e Percy Stow: otto minuti di film, girati quando il cinema era in quell’infanzia che comprimeva le storie in bignamini di se stesse.

Epperò questa mini Alice ispirata alle illustrazioni di Sir John Tenniel, che si credva persa e invece è stata ritrovata e restaurata con pazienza certosina, è assolutamente deliziosa… Immaginate di tornare indietro di centododici anni e di non avere mai visto nulla del genere. Immaginate di avere letto il libro e di amare le illustrazioni di Tenniel. Immaginate di vederle improvvisamente animarsi sullo schermo…

Avete notato il soriano del regista nella parte del Gatto del Cheshire?

E buona domenica.

 

Giu 28, 2015 - cinema, musica    No Comments

I Sistri Tintinnavano… ♫

Geraldine FarrarVi ricordate questa Carmen muta?

Ebbene, la protagonista era un soprano vero, Geraldine Farrar, talmente celebre che nel 1915 importarla dall’opera al cinema era una di quelle operazioni a fini di popolarità.

E noi si pensa all’epoca, alle convenzioni teatrali dell’opera del tempo, e ci vien da rabbrividire, giusto? Ce la immaginiamo a recitare statica e stilizzata, e ci chiediamo se sia saggio mettere davanti a una telecamera una persona abituata a gestualità e mimica facciale che debbono vedersi a un teatro di distanza… E invece la recitazione spigliata e naturale di Miss Farrar è una sorpresa – almeno finché non si considera che “Gerry” era una precorritrice dell’idea che il cantante d’opera debba essere un attore non meno che un cantante.

Non a caso, il successo della Carmen in questione fu tale che Geraldine continuò nella sua nuova carriera, recitando in una quindicina di film muti tra il 1915 e il 1920, senza per questo rinunciare all’opera, per i cui compositori (tra gli altri Puccini, Giordano, Mascagni e Humperdinck) era una apprezzatissima creatrice di ruoli.

E di ruoli ne cantò moltissimi in vita sua, compresa quella Carmen che la portò per la prima volta al cinema:

Insomma, Geraldine era una donna intelligente, di grande talento, spiritosa ed eclettica. Qualcuno da ammirare, non trovate?

E buona domenica.

Apr 6, 2015 - cinema    No Comments

Immaginiamo Che…

CarmenAllora, immaginiamo che sia… non so, il lunedì dell’Angelo.

E immaginiamo che il tempo non sia tiepido e soleggiato come lo si potrebbe desiderare in una giornata di vacanza tradizionalmente dedicata alle scampagnate.

Immaginiamo allora che, delusi, annoiati e ansiosi di sfuggire al ramino con i parenti, vi venga l’uzzolo di occupare un’oretta del bigio pomeriggio facendo qualcosa che non avete mai fatto prima…

Una cosa a caso: guardare un film muto.

E allora, avendo immaginato tutto questo, perché non scegliere la Carmen del 1915, diretta da DeMille, con Geraldine Farrar e Wallace Reid?

Il film dura un’oretta scarsa, è vivace, ben recitato e ben diretto, pieno di ritmo, ragionevolmente libero da quell’affettazione che si tende (non del tutto a ragione) ad associare ai film muti, tecnicamente parlando non è in bianco e nero – ed è accompagnato dalla musica di Bizet, che non fa mai male. E se pensate che un’opera muta sia un ossimoro, ricordatevi che, prima dell’opera, ci fu la novella di Mérimée…

Insomma, se siete neofiti, o curiosi, o anche solo annoiati, se vi domandate come fosse DeMille prima dei Dieci Comandamenti, o come se la potesse cavare una cantante d’opera prestata al cinema negli anni Dieci, allora potreste fare di peggio che tentare la via del film muto, cominciando con questa Carmen.

E buona Pasquetta.