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Gen 23, 2017 - commercials    No Comments

Vecchie Storie, Mele e Detersivi

CaroselloAllora, pubblicità.

E cominciamo col dire che per quest’ultimo Natale passato la Lacrimuccia d’Oro per il miglior ricatto natalpubbliemotivo va allo spot Apple, quello con una creatura à la Frankenstein che giunge nella piazza di un villaggio innevato… l’avete visto? Non passo molto tempo davanti alla televisione, ma mi è parso che lo trasmettessero davvero pochino. Ad ogni modo:

La versione breve omette i preparativi chez Frankie, il carillon, il ritratto e l’arrivo per posta delle lampadine, ma il sugo è esattamente lo stesso: il supposto Pericolo Pubblico in realtà desidera calore umano, appartenenza (e un felice Natale) proprio come chiunque altro. E naturalmente ci vuole l’innocenza di una bambina per dare il buon esempio, e una volta rotto il ghiaccio tutti cantano felici attorno all’albero illuminato, e basta poco ad aprire il cuore, e musica, kleenex, sipario. Oh – e comprate Apple per Natale, si capisce. Carino, fatto e raccontato come un piccolo film, efficace nella sua combinazione di effetto sorpresa, riferimenti all’attualità (“Go home!” grida qualcuno nella folla…) e accessori natalizi. Ruffiano  e spudorato nella manipolazione delle sacche lacrimali  ma d’altra parte quale buona storia di Natale non lo è? Dickens, anyone? O. Henry? Andersen…? Ed è vero che nessuno dei tre contrabbandava un suggerimento di comprare telefonini con la mela – ma qui stiamo parlando dell’arte di raccontare storie, e da questo punto di vista non c’è nulla da dire: Apple merita la Lacrimuccia d’Oro.

E poi, proprio agli antipodi e per nulla natalizia, c’è quest’altra piccola cosa:

Che devo dire? Dalla prima volta mi ha colpita il jingle tanto Anni Cinquanta, con la musichetta saltellante, le rimette baciate servite da apposita apocopina – e persino la diastoluccia Quasar/Quasàr… E che dire dello sciame di scintille quando la fanciulla passa il panno sulla vetrata, e del cartello finale su sfondo blu stellato? Se non ci fosse la reazione del ragazzo attorno a 0.30 ad avvertirci che non si fa sul serio, ci parrebbe di essere tornati a Carosello, nevvero? E intanto l’operazione nostalgia è servita, insieme all’implicazione che siamo davanti a un detersivo “come una volta”. E badate che in fatto di detersivi non c’è nessuna ovvia equivalenza tra buon tempo andato ed efficacia – solo una generica idea di solidità e sorridente affidabilità…

E insomma, ho parlato di due spot agli antipodi – ma forse non è del tutto vero: se lasciamo da parte il fatto che il detersivo è molto più diretto nell’uso dei suoi mezzi, non è sempre questione di risuscitare una vecchia storia per far passare, più o meno direttamente, un messaggio?

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Feb 19, 2016 - commercials, grillopensante    4 Comments

La libertà di non dover scegliere

TimVPer la maggior parte del tempo c’è Pif che, sullo sfondo di un cielo stellato di schermi televisivi multicolori, ci racconta come sia meraviglioso vedere la televisione grazie a Tim.  Il punto è che si può vedere tuttotuttotutto: “una galassia sconfinata” – nientemeno – “fatta di calcio e intrattenimento di ogni tipo” da vedersi a piacere. L’idea, apparentemente, è quella di poter vedere di tutto sempre, comunque e ovunque.

Anche a voi l’idea di questa onnipresenza e onniaccessibilità televisiva sembra più che un po’ inquietante – almeno in potenza? Ma questo è ancor nulla, perché tutti sappiamo che i mezzi sono buoni o cattivi a seconda di come li si usa, e alla fin fine la questione si riduce all’individuale discernimento e all’individuale senso della misura.

Peccato che poi Pif prosegua informandoci in tono estatico che…

“Le nuove tecnologie ci stanno dando la libertà di non dover scegliere… Non è fantastico?”

Altro cielo telestellato, musica, logo, informazioni pratiche, fine.

Ecco, appunto: non è fantastico?

Er… no.

Per niente, perché la “libertà di non dover scegliere” ha inevitabilmente degli echi orwelliani da far accapponare la pelle. Ricordate il discernimento individuale di cui si diceva un paio di paragrafi più sopra? Ecco, Tim ci informa allegramente che non abbiamo bisogno di farne uso: le nuove tecnologie ce ne dispensano – e siamo caldamente invitati a gioirne. Honestly, non riesco a guardare questa pubblicità senza pensare a 1984, e voi?Nineteen

E poi in realtà so benissimo che chiunque abbia scritto questa campagna non aveva in mente nulla del genere. Suppongo che l’intenzione fosse proporre un’immagine di spensierato e sconfinato intrattenimento, una sorta di gioioso telebengodi senza patemi. “Noi, a differenza di altri, non poniamo confini al vostro intrattenimento. Non avete bisogno di scegliere perché noi vi offriamo tuttotuttotutto…”

Solo che a questo punto a qualcuno è scivolata la penna e, invece di “Vi offriamo una scelta illimitata”, noi sentiamo “Lasciate che pensiamo per voi, abdicate a una delle fondamentali caratteristiche umane, non affaticatevi a scegliere, divertitevi e basta…” – e non suona terribilmente bene, you know.

E tanto più perché la campagna ha chiaramente qualche pretesa, avendo in cima Tim Berners-Lee, l’apertura celestiale,  idee come quella che ogni bambino possa “inventare la sua scuola”… E se cercate gli spot su YouTube,  li trovate intitolati “Il futuro secondo [il testimonial di turno*]”…

Ecco, imperniare una campagna pubblicitaria su un’idea di futuro ha perfettamente senso per un’azienda come Tim – però è impegnativo. Non è solo questione di quel che si propone, ma anche di come lo si racconta. Bisognerebbe badare alle parole che si usano. Alle implicazioni di quel che si dice. E magari anche al passaggio di tono tra la visione generale e l’offerta di un servizio specifico.

Sennò poi si finisce coll’evocare Orwell, col dare l’impressione di voler anestetizzare neuroni, col risultare inquietanti – e, tanto dal punto di vista del consumatore quanto da quello del marketing, temo che non sia poi così fantastico.

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* E non so, magari sono io – ma qualcun altro ha avuto un certo senso di bathos passando da Berners-Lee a Fabio Fazio?

 

Gen 20, 2016 - commercials    No Comments

Il Buon Genitore Secondo i Ragazzi del Marketing

VoltarenDulcamaraApparentemente certe cose non cambiano mai… O quanto meno certi bottoni si possono toccare ancora, ancora e ancora con la ragionevole certezza che seguitino a funzionare.

Abbiate pazienza se vi rimando a leggere un vecchio post datato 2010, chiamato Un Buon Genitore Usa Voltaren. Pubblicità e ricatto morale… All’epoca sembrava particolarmente spudorato.

Letto?

Bene, ora fast forward di quasi due anni, a fine 2011, per Il Detersivo ai Tempi della Crisi, in cui si mostra il proliferare del principio in circostanze in cui i bisogni indotti avevano bisogno di usare l’artiglieria pesante. E quale artiglieria è più pesante del ricatto morale fondato su maternità/paternità?

Ora avanti al novembre 2012 per Il Tuo Sogno è Possibile –  di cui in realtà ci interessano la prima parte, in cui si parla di un’ulteriore metempsicosi della Campagna Voltaren, e dal quarto commento in giù, per una piccola discussione sul sottotesto di questo genere di pubblicità.Voltaren

E non è come se nel frattempo il marketing del ricatto fosse sparito – ma volevo farvi notare che è il gennaio del 2016 e, per l’ennesima volta, ci risiamo. C’è la bambinetta bionda vestita e pronta per qualcosa di speciale, e c’è la mammina in difficoltà. “Chiara, non  vorrei deluderti, ma devo prendermi un giorno di malattia…” Ed è naturale che mai e poi mai la pubblicità potrebbe permettersi di mostrare un bambino ragionevole: sarebbe controproducente al massimo grado – e in effetti Chiara è delusa al quadrato.

Ma…

E a questo punto confesso che la pubblicità in questione l’ho vista per la prima volta ieri sera e anche un po’ distrattamente, ma il concetto è ancora quello del Voltaren: “I genitori possono ammalarsi,” concede la rassicurante voce fuori campo, per poi aggiungere che però in questi casi, a mò di fata madrina, arriva il Medicinale Miracoloso di Turno.

Così Mammina sta bene, l’irragionevole Chiara è felice e, per questa volta, ci siamo evitati i sensi di colpa.

Insomma, quasi sei anni sono passati per nulla, e l’umanità consumante è pronta – o almeno si suppone che lo sia e viene incoraggiata – a farsi ricattare esattamente come nel Dieci.

Voltaren temper_tantrumA parte tutto il resto, a voi non viene voglia di vedere un implumino o un’implumina che, per una volta, rinunciano alla gratificazione istantanea, giocano al dottore e portano alla mamma il Medicinale Miracoloso di Turno e una copertina di pile? “Mettiti qui sul divano, mamma – vedrai che con il MMdT starai bene subito.” E l’indomani escono a giocare… Che diamine, persino l’elefante della Mastercard era più premuroso di questi mostriciattoli…

Perché magari sono solo io che mi incupisco invecchiando – ma, a ben pensarci, l’implicazione ricattatoria di questo genere di pubblicità comincia a piacermi ancor meno di quanto mi piacesse sei anni orsono. Non solo Un Buon Genitore Usa il MMdT, ma il buon genitore è solo quello che obbedisce istantaneamente alla volontà del pargolo, sempre e comunque – anche quando ha il colpo della strega o la febbre a trentanove e sette…

Anche a voi sembra poco edificante?

 

Ott 28, 2015 - commercials    No Comments

Il treno dei desideri

ITALO_02È un pomeriggio di sole, e l’elegantissimo treno rosso si approssima alla stazione centrale di Milano.

In cabina di guida, il capotreno in altrettanto elegante e rossa uniforme – probabilmente euforico per l’approssimarsi della fine del turno – controlla il libro di viaggio (si chiama così?) e intanto canterella tra sé.

♫ Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me… ♫

Ma il microfono della cabina è rimasto aperto dopo l’annuncio dell’arrivo imminente, e nei vagoni i passeggeri, occupati a raccogliere giacche, borse ed effetti personali, sentono il concertino impromptu. Per fortuna, il ferroviario giovanotto è ragionevolmente intonato, per cui, dopo i primi sguardi perplessi, i viaggiatori cominciano a cantare uno dopo l’altro.

♫ Mi accorgo di non avere più risorse senza di te… ♫

È tutto un tripudio di sorrisi. Il treno entra in stazione, e sconosciuti compagni di viaggio chiudono i portatili e, cantando a squarciagola, si scambiano sguardi complici e felici. Particolarmente canore sono una mammina elegantissima e la sua deliziosa bimba in cappottino rosa.

♫ E allora io quasi quasi prendo il treno e vengo… vengo da te…” ♫

cinguetta l’implumina, mentre (non prima che il treno sia giunto a completo arresto), le porte si aprono, rivelando il suo papà. La piccola si getta tra le braccia del babbo, mentre i passeggeri canterini sciamano sulla banchina, facendo da coro al grazioso quadretto famigliare.

♫ Il treno dei desideri…

Brusco stop alla musica.

“Viaggia con Italo,” declama una rassicurante voce maschile fuori campo. “Il treno dei desideri.”

Fade to nothing.

Er…  Sì.

Il treno dei desideri? Quello che dei miei pensieri all’incontrario va?  E davvero a qualcuno è parsa una buona idea pubblicizzare un servizio ferroviario suggerendo che il treno in questione vada all’incontrario di alcunché? Non fino in fondo, evidentemente – a giudicare dalla brusca chiusura… Ma davvero hanno creduto che qualcuno in Italia potesse non concludere automaticamente l’ultimo verso?  È praticamente un riflesso condizionato: fermate un passante qualsiasi, canticchiategli “Il treno dei desideri…” e state a vedere che cosa succede.

E a questo punto non voglio domandarmi se tutta questa musicale felicità di arrivare a Milano non sia per caso dovuta alle contrarietà del viaggio – ma davvero… Forse la campagna avrebbe richiesto qualche piccola riflessione in più?

 

Sottotesto al caffè

subtVe li ricordate quei vecchi spot di Nespresso – quelli con George Clooney… Yes well, Nespresso ha fatto un sacco di spot con George Clooney – ma ne ho in mente uno in particolare, che un capolavoro in miniatura di uso del sottotesto, e che uso ancora nei miei corsi di scrittura a titolo di esempio – perché il sottotesto non la più immediata e intuitiva delle tecniche, e trovare un minuto e mezzo di testo che ne concentri in quantità è qualcosa da festeggiare.

E prima che qualcuno protesti, ho detto ancora che la pubblicità è scrittura, vero? Ottima scrittura, quando funziona sul serio – il che non succede precisamente tutti i giorni, ma lo spot che ho in mente era un gioiellino. E allora, una volta premesso che per sottotesto s’intendono i significati che non sono espressi verbalmente, ma implicati dal contesto, dalle azioni, oppure per allusione, analogia, eccetera, analizziamo il gioiellino.

George sta uscendo dal negozio con una macchina da caffè nuova quando, in una scena molto subt4wilcoyotesca, guarda in su e vede un pianoforte a coda in caduta libera sopra di lui. Fade to white. George si ritrova a salire una scalinata bianca in mezzo a una distesa di nuvole ancora più bianche. In cima lo sta aspettando un personaggio vestito di bianco e provvisto di barbetta bianca (che, incidentalmente, è John Malkovich).

[Noi abbiamo già fatto 2+2, ovviamente: grosso pianoforte, luogo bianco e luminoso…]

“Hello, George!” saluta allegramente il Personaggio in Bianco.

subt3“Where am I?” chiede George.

[Se i film sono da prendere sul serio, è la domanda classica di chi riprende conoscenza, ma qui non c’è sottotesto, se non quello che George è comprensibilmente confuso. E ha ancora, notalo bene, o Spettatore, la sua macchina da caffè]

“Make an educated guess,” dice il Personaggio in Bianco, ovvero “Prova a indovinare.”

[Sottotesto alla seconda: a) “Sei morto”; e poi b) “Non essere ottuso, George!” – Notate che, di per sé, la battuta non significherebbe nulla di tutto ciò, se non fosse per il contesto. Inoltre, questo modo di non rispondere, caratterizza il Personaggio in Bianco e abbozza la relazione tra lui e George. Tutto questo in 4 parole!]

“It’s not my time!” protesta George: “Non è la mia ora!”Subt1

[Nulla di particolare: George non è presentato come una figura di particolare sfavillio intellettuale. Non è lui a portare il peso del messaggio.]

“Maybe we could make an arrangement,” dice John Malkovich, occhieggiando significativamente la macchina da caffè.

[Eccoci giunti al nocciolo. Ancora una volta, il PiB non risponde direttamente a George, e dice invece qualcosa che ha senso solo nel contesto, e che implica il significato di tutta la piccola scena che abbiamo visto. Primo livello, significato letterale “Se non vuoi essere morto, dammi la tua macchina da caffè.” Secondo livello, significato implicito: “Queste macchine da caffè sono abbastanza spettacolari da tentare Dio in persona.” Terzo livello: “Questa è un’iperbole ironica, un raffinato effetto comico destinato a un pubblico intelligente.”]

George, a bocca aperta, gira uno sguardo incredulo dal PiB alla macchina da caffè e di nuovo al PiB, il quale annuisce con aria tra birichina e lievemente colpevole. Fade to white. George, ritrovandosi davanti al negozio senza macchina da caffè, gira sui tacchi e torna dentro, salvandosi dalla caduta del pianoforte.

Ecco qui: ci hanno magnificato l’appeal, la desiderabilità sociale e la qualità del prodotto, ci hanno strappato un sorriso, ci hanno strizzato l’occhio dicendoci che gente in gamba come noi compra questo genere di cose, tutto in cinque piccole battute (19 parole), e senza che nessuno menzionasse una macchina da caffè nemmeno per sbaglio. Dal punto di vista della scrittura, questa io la chiamo classe.

Nov 30, 2014 - commercials    No Comments

La Vispa Teresa Lallallà…

Questo è per F.

F., lo sapevi che c’era un Carosello con la Vispa Teresa? E voi, o Lettori che non siete F., lo sapevate?

Io no. Scoperto adesso – e vi metto a parte.

E sì, magari il passaggio finale alle sottovestine e ai pigiamini di qualità è un nonnulla brusco – ma in fondo fa parte del fascino di Carosello, giusto?

Oh well. Buona domenica.

Ott 10, 2014 - commercials    4 Comments

Niente Vende Come La Passione

Untitled-1Che le campagne pubblicitarie dell’Omino Bianco siano spudoratelle non è una novità di oggi. Ricordate la fase Un-Buon-Genitore-Usa-Omino-Bianco?

D’altra parte era una politica commerciale diffusa, e tutt’altro che tramontata. Adesso però Omino Bianco è passato oltre, abbracciando il nuovo corso pubblicitario – quello delle passioni&passione.

Ah, le passioni.

Che poi, grattando appena un pochino, si scopre che sono quelli che un tempo chiamavano hobby, passatempi, uzzoli, pallini… Ma volete mettere il senso di travolgente ineluttabilità se le chiamiamo passioni?

Gli Italiani sono pieni di passioni, c’informa la voce narrante. E ogni passione ha la sua macchia

E intanto vediamo un allegro gruppo di amici che mangia in compagnia – con grave pregiudizio della tovaglia. Qual’è la passione qui? L’amicizia? La buona cucina? Never mind. La cosa importante è che il giusto perborato ci consenta di coltivarle serenamente, le nostre passioni, senza che la padrona di casa debba rimetterci una tovaglia ogni volta.

Narrazione diversa ma gancio simile per la campagna TIM “Milioni di passioni”, in cui Pif gira per l’Italia documentando il modo in cui la commistione di telefonia mobile e internet incide sul tempo libero degli Italiani.

E vi ricordate, un annetto fa o giù di lì, lo spot Diadora che montava immagini di sportivi professionisti e dilettanti e tifosi – senza una parola fino allo slogan finale, “passione totale”? O l’appassionatamente irresistibile ultimo cioccolatino?

Passione diversa è quella che Campari agita davanti al nostro naso di consumatori, mostrandoci gli ultimi istanti di preparativi prima di una festa in costume, suggerendo che l’attesa del piacere sia essa stessa piacere… “Campa-ari Red Pa-assion,” sussurra una sensuale voce femminile – e noi capiamo che, se vogliamo vivere una vita appassionata, non c’è altro aperitivo possibile.passion (300 x 300)

Poi c’è la passione associata al prodotto, sempre singola – la Passione in astratto – e allora non si tratta più di qualcosa di così primigenio, radicato e vitale da non poter/dover essere negato, represso o trascurato. Questa passione non è un’aspirazione confusa cui il prodotto/servizio in vendita offre finalmente una forma. No, questa passione qui è mirata, controllata, convogliata in eccellenza. Come la passione per il mare che rende Fincantieri il coraggioso, elegante, audace leader nella cantieristica navale. E in questo filone, tutto è prodotto, fabbricato, offerto con passione, dalla passata di pomodoro alle merendine, dalla pastasciutta alle stufe a pellets… “Passione per la qualità” è un tipo di slogan particolarmente gettonato.

E poi c’è la birra Peroni, che da qualche anno in qua la passione la caccia da tutte le parti – e in almeno un caso riunisce passioni e passione, cominciando col mostrare gente che gioca a rugby, che balla, che suona, che pesca, che discute di calcio… E tutti, prima o poi, bevono birra. E intanto una simpatica voce fuori campo c’informa, in sostanza, che non importa molto quel che si fa, né come lo si fa. L’importante è metterci passione. E allora ecco la birra giusta, perché è prodotta, you guess it, con passione – e di conseguenza è adatta a gente appassionata. Sii appassionato, o Consumatore, noi siamo dalla tua parte, ti capiamo, ti appoggiamo: e come no? Siamo appassionati anche noi!

Insomma, la lezione sembra essere questa: vogliamo vendere qualcosa? Vediamo di buttarla sulla passione, che suona da un lato tanto più nobile, e dall’altra tanto più meritevole. La passione del consumatore non è un uzzolo qualsiasi, è un travolgente fuoco interiore che è ingiusto e dannoso non appagare. E la passione del produttore, che diamine, vogliamo non premiarla?

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Oh, e se volete fare un piccolo esperimento, provate a gugolare “passion” e poi “passione”, e guardate come gli Anglosassoni sembrano capaci di mescolare passione erotica e passione in altre accezioni e gli Italiani… er, meno.

Nov 24, 2013 - commercials, musica    No Comments

Opera… Ma Non Troppo

Ecco, avevo programmato per questa mattina un post con il piccolo video domenicale…

Ma naturalmente non c’è verso e non c’è modo.

Il dannatissimo blog si è mangiato la programmazione e, già che c’era, anche il video…

Per cui, se lo volete vedere, dovrete andare qui.

E io intanto mi rodo il fegato, perché le cose, anziché migliorare, peggiorano di giorno in giorno.

Buona domenica a tutti.

Gen 23, 2013 - commercials    5 Comments

Potremmo Mostrarvi…

La musica è epica, l’Automobile Blu corre lungo un viadotto in cima a una diga da togliere il fiato. In quel certo tono che sopravvive solo nei trailer americani e nelle pubblicità delle auto, la Voce Narrante glossa:

Per dimostrare la sua resistenza, potremmo farla correre su un ponte senza fine…

Fade to un’inquadratura di un dettaglio dell’Automobile Blu, magnificamente illuminata di taglio sotto una pioggia rallentata.

Potremmo far vedere delle gocce che scivolano lentamente sulla sua carrozzeria…

Voce e musica sempre a un paio di passi dal drammatico. Zoom sul confortevole e tecnologico interno e poi… Fade to i quarti posteriori dell’Automobile Blu che si allontanano dalla camera lasciandosi dietro un turbine di foglie nel pallido sole autunnale, e poi via, su per le curve e i tornanti di una strada a picco sul mare.

Mostrarvela su una strada di montagna, per provare quanto è robusta…

Procede la Voce, salendo di una tacca sulla scala del dramma, mentre archi, ottoni e percussioni si fanno più serrati e più marziali. E d’altra parte, anche il montaggio si fa più serrato, così che passiamo al galoppo alla nostra Automobile Blu impegnata nella traversata di una vasta desolazione piatta.

Portarla nel deserto, per dimostrare la sua affidabilità. Per esaltare il suo carattere…

E qui la Voce arrampica decisamente sopra le righe e, semmai non ci avesse punti prima, questo è il momento in cui dovrebbe proprio pungerci l’uzzolo che non dobbiamo prendere sul serio tutto ciò. Tanto più che… fade again sulla nostra Automobile Blu parcheggiata davanti a uno sfondo di città, colline e luce del tramonto che, very oblingingly, splende dorata sulla carrozzeria. E da una parola all’altra, senza preavviso né provocazione, la Voce Narrante si fa carezzevole, quasi tenera.

Potremmo illuminarla con la luce del tramonto.

E poi… Zac! La musica s’interrompe bruscamente, si sente lo scatto di un interruttore e la scena cambia: l’Automobile Blu è parcheggiata in un algido garage bianco e nero, unica macchia di colore – col beneficio di un’illuminazione che la fa splendere e risaltare contro il neon dello sfondo.

Ma perché dovremmo?

Domanda la Voce Narrante, improvvisamente matter of fact, ma in una maniera complice e ironica.

Non c’è bisogno di dire altro. Nuova Dacia Sandero. Realizza i tuoi sogni a settemilanovecento euro. 

Eccetera eccetera. Ovvero, o Consumatore, tu non sei di quelli che si fanno incantare. La nostra Automobile Blu fa tutte queste cose, ma noi non te la contiamo su. La nostra automobile blu è resistente, bella, confortevole, tecnologica, robusta, affidabile, piena di carattere… in un modo che a una persona in gamba come te, o Consumatore, non può sfuggire. Oh, e costa anche poco. Realizza i tuoi desideri, o Consumatore. Noi facciamo sul serio, non te la diamo a bere e ti strizziamo anche l’occhio: la pubblicità delle auto è diventata un genere, perché non ci facciamo quattro risate insieme sui suoi props&trappings?

Praticamente metapubblicità – e la Dacia appartiene al gruppo Renault, e non è la prima volta che Renault rischia qualcosa con delle campagne fuori dagli schemi. Perché, ecco la confessione del mese, sono snob e ammetto di essermi chiesta quanto diffuso possa essere l’apprezzamento per una forma di pubblicità così obliqua. E l’unico commento sotto il video dello spot postato da Renault su YouTube sembra darmi ragione, visto che il commentatore chiede perché mostrino l’automobile così, se l’immagine non è rappresentativa. E d’altra parte, dei diciottomila e rotti visionatori, solo tredici hanno apprezzato abbastanza da cliccare “mi piace”…

Ma sono comunque deliziata dall’idea che qualcuno faccia della metapubblicità – anzi, a dire proprio tutta la verità, lo trovo incoraggiante e spero che l’Automobile Blu si venda molto sulla base di questo spot. Potrebbe voler dire che c’è speranza anche per la gente che si ostina a scrivere metaromanzi e metateatro?

 

Gen 4, 2013 - commercials, Digitalia    11 Comments

L’Eleganza Del Libro (Elettronico)

Tre anni fa, quando ho comprato il mio Kindle (pittikins, come passa il tempo!), sul sito di Amazon.com c’era una pagina in cui si diceva che Kindle poteva non profumare di carta, ma riproduceva esattamente la caratteristica più elegante del libro cartaceo: la capacità di scomparire. Nel momento in cui ci si immerge nella lettura, il supporto scompare, e ciò che conta è la storia che si sta leggendo. Sto citando a memoria, e probabilmente sono imprecisa, ma il sugo del discorso era quello.

Ricordo di avere pensato, a una prima lettura, che l’idea fosse ben trovata, ma ero ancora un pochino scettica sulla capacità di scomparire di un arnese che sembrava, a tutti gli effetti, un piccolo frigorifero.

Qualche tempo più tardi, dopo avere letto il mio primo libro su Kindle, ho dovuto ammettere che Amazon non millantava affatto. Nel giro di qualche capitolo, schiacciare un bottone per procedere era diventato naturale come voltare una pagina: Kindle scompariva con la stessa quieta efficienza di un libro di carta.

Più di recente, dopo avere fatto esperienza di odoratori di libri che mi considerano una specie d’iconoclasta perché leggo libri elettronici, mi è venuto il dubbio che con quel discorso Amazon stesse mettendo le mani avanti, facendo notare come, andando al sodo, il Kindle non fosse poi così diverso dal libro.

Adesso quella strategia di marketing sembra essere stata abbandonata, sacrificata alla battaglia con Apple, al touch screen a colori e all’incombere degli enhancements. La priorità di Kindle non è più quella di scomparire…

Peccato, mi vien da dire.

Ma, non so se ci abbiate badato, di recente qualcun altro ha ripreso l’idea della capacità di scomparire e l’ha sviluppata in forma più narrativa.

Avrete senz’altro visto la pubblicità di Kobo…

Rieccoci qui, visto? Non che cosa è Kobo, ma chi.

Perché Kobo non è un lettore. Kobo è i personaggi, le storie e i libri che ami. Che i libri siano da leggere dove e quando il lettore vuole è quasi un afterthought: la cosa importante è che Kobo scompare talmente bene da diventare il personaggio, la storia, il libro.

O meglio, un’abbondanza di personaggi, storie e libri da portarsi comodamente in tasca. Avrai, O Lettore, tutti i libri che vuoi, sempre con te – e non temere che l’arnese su cui li leggerai frapponga una distanza. Comincia a leggere, e ti dimenticherai che ci sia.

Si direbbe che le cose non siano cambiate poi troppo in tre anni, e che ci siano ancora due modi per commercializzare un e-reader: puntare sulla differenza tra lettura tradizionale e lettura elettronica, oppure sulla mancanza di differenze sostanziali. E si direbbe che Kobo, almeno per ora, si rivolga a quel pubblico che da un e-reader vuole, tutto sommato, la stessa cosa che vuole dal libro cartaceo: leggere.

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