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Fiori Secchi, Primavera e Distrazioni

Pressed daisiesA volte succedono graziose serendipità, vero?

Per dire, “L’Officina delle Arti”, di Ricciotto canudo (Edizioni di Bianco e Nero, 1966), in biblioteca a Mantova non c’è. Però si procura tramite prestito interbibliotecario. E quando arriva dalla Biblioteca Augusta di Perugia, sfogliandolo ci si trovano tre margherite essiccate, pressate tra le pagine a mo’ di erbario.

“Oh, bizzarro…” si sorride, e si mettono da parte le margherite. Il portafortuna di qualcuno in vista di un esame di storia del cinema? Chi lo sa…

Ma il lavoro incombe, e si passa l’oretta successiva a caccia di passi riportati nel libro che si sta finendo di tradurre dal Francese. Solo che ogni tanto, di tra le pagine, salta fuori una violetta. pressed violet

E allora non si può fare a meno di pensare alla studentessa che, in un giorno di primavera, è andata a studiare al parco – doveva essere marzo o aprile, magari la prima bella giornata primaverile, di quelle che invitano a cercare un quadrato d’erba per stenderci un plaid. O forse le residenze studentesche a Perugia hanno giardini in cui crescono le violette? Alcuni paragrafi del buon Canudo sono segnati, appena appena, con un punto tracciato a biro accanto all’indentatura. Colore e forma (più un minuscolo cerchiolino che un punto vero e proprio) suggeriscono una BIC blu. Viene da pensare a un astuccio dimenticato a casa. La biro c’era lo stesso, perché tutte abbiamo una biro nella borsetta. Però poi si direbbe che la proprietaria della biro si sia distratta ogni tanto: una margheritina qui, un paio di violette là, poi una violetta sola… Oh, be’: Canudo non è precisamente di quelle cose che si leggono tutte d’un fiato.

pressed flowersChiusa parentesi. Il lavoro incombe (si è promesso di consegnarla la settimana prossima, questa traduzione…), e una volta finito con Canudo, c’è Greenberg che aspetta lo stesso trattamento. E intanto fuori la giornata è deliziosa, e la primavera è in anticipo di almeno dieci giorni, e sarebbe pur bello andarsene a violette e margherite… magari aggiungerne una tra le pagine?

Al lavoro, donna! Non distrarti, che la traduzione non si fa mica da sola. E però… chissà com’è andato quell’esame di Storia del Cinema a Perugia?

In Timida Lode della Procrastinazione Tattica

ProcrastinITParlavasi di procrastinazione, giusto?

E nei commenti, con L., rimuginavasi di diagnosi, guarigioni e cose così. Il che però mi ha dato da pensare – e oggi bisogna proprio che faccia qualcosa che sembrerà un po’ un’inversione a U. O almeno…

Parliamo di scadenze, volete? Vere o artificiali. Qualche tempo fa, nell’intento di finire una stesura in termini ragionevoli, mi imposi di scrivere 1500 parole di romanzo al dì in mezzo a una certa quantità di altre cose – un numero più che ragionevole per i miei ritmi. E in effetti funzionò, come mi aspettavo perché mi conosco e so di lavorare meglio con una scadenza. E tuttavia…

Il fatto è che passavo un sacco di tempo a spostare virgole, cercare immagini di finestre Tudor, farmi una tazza di tè dopo l’altra, controllare la posta, far piani per quello che avrei scritto fra una stesura e l’altra, consultare il beneamato Historical Thesaurus, eccetera eccetera, fino a che non mi restava meno di un’ora prima delle prove/lezione/appuntamento/ora di cena/… E allora, in quell’oretta scarsa, mi riscuotevo e buttavo giù otto o novecento parole di cui non ero troppo dispiaciuta. E poi ripetevo più tardi – di solito a notte fonda fondissima – e finivo col superare le millecinquecento parole quotidiane, ma sempre a forza di frenetiche orette all’ultimo momento…

Ecco, questa a me piace chiamarla Microprocrastinazione, o meglio ancora Procrastinazione Tattica. E non si può negare che in qualche modo funzioni, anche se questo non lo rende necessariamente il più razionale o il più sano dei metodi. Però che devo dire? Funziona – tanto che faccio così anche a livello strategico. A voi non è mai capitato di avere mesi davanti prima di una scadenza – e ridurvi all’ultima settimana per consegnare? Mi si dice che sia una condizione piuttosto comune. Poi l’umanità si divide tra quelli per cui funziona e quelli per cui produce disastri. Io sono di quelli per cui funziona – e infatti continuo a farlo. Talvolta mi chiedo vagamente: e se invece, per una volta, provassi a usare davvero tutto il tempo di cui dispongo? Talvolta ci provo perfino, ma alla fin fine il fatto è che per lo più lavoro meglio sotto pressione, e quando la pressione non c’è la creo artificialmente. Procrastinando.

E magari è solo un’altra di quelle gradevoli illusioni – come l’utilità immaginaria e il nome di multitasking – con cui rivestire le ore passate a cercare finestre Tudor, ma se invece, dopo tutto, non tuttissima la procrastinazione venisse per nuocere?

 

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Ahimé, povero Mug…

Mug Oh, catastrofe(tta) domestica…!

E, per una volta, non è nemmeno colpa della Terribile Pru*.

Il mio mug shakespeariano ha reso l’anima. O forse non è proprio del tutto vero – ma ha sostenuto danni che lo invalidano à jamais per fare quel che è stato concepito per fare – ovvero contenere tè.

O almeno si suppone, perché…

Lasciatemi spiegare: il mio mug shakespeariano viene da Londra. Dal Globe, per la precisione. Acquistato al bookshop dopo la mia prima visita, insieme a un libro sulle ultime scoperte archeologiche in fatto di teatri elisabettiani e giacobiti.

“Per favore, un incarto robusto,” dissi al giovane commesso, indicando il mug. “Deve volare fino in Italia.” E il ragazzo, con un sorriso da un orecchio all’altro, prese la plastica con le bolle e ne avvolse un acro non solo attorno al mug, ma anche al libro…

E vi racconto questo per spiegare che il mug non può avere subito danni da trasporto – tanto più che quel viaggio periglioso lo fece nel bagaglio a mano, trattato con la tenera cura che di solito si riserva ai neonati. E una volta a casa cominciò ad avanzare serii titoli per la posizione di Mug Prediletto, in fiera competizione con l’altrettanto londinese (e, mi si dice, ormai più o meno introvabile) mug dei libri, proveniente da un negozietto di Covent Garden… D’altra parte è delizioso, you see, interamente coperto di spiritosi disegnini di personaggi shakespeariani…

Finché, questa mattina presto, poco dopo averci versato dentro la mia prima dose mattutina di Earl Grey al latte…

Tinnnng!

Non so se abbiate esperienza o idea di quanto sia terribilmente musicale il rumore della porcellana che si fessura. Lo strillo di una Clarina che si trova improvvisamente inzuppata di tè bollente lo è assai di meno – ma sono particolari. Il fatto si è che il mug shakespeariano adesso ha una sottilissima fessura che lo divide quasi a metà, e non potrà mai più contenere liquidi caldi o freddi. Mai più, alas and alack…

Ora, siccome dubito che qualcuno produca un mug fatto per non resistere al contatto prolungato con il tè caldo, posso solo immaginare un difetto di fabbricazione o un incidente prima del mio acquisto. O forse gli ha fatto male la lavapiatti? O forse il mug dei libri ha giocato slealmente in qualche modo per liberarsi del rivale? Ma ad ogni modo non è come se il post mortem servisse a qualcosa – se non a farmi dubitare che valga la pena di comprare un altro mug shakespeariano alla prossima occasione londinese.

Però, dopo essermi asciugata il tè di dosso e aver mugugnato un po’ sulla triste sorte dell’arnesetto, ho pensato che ci sono altre cose che un mug può contenere – non tutte liquide. Penne, per esempio, e matite. Sempreché, mi si è fatto notare, la fessura non corra ulteriormente… Così ho telefonato al colorificio di fiducia e ho chiesto come si sigilla una fessura nella porcellana per evitare che sviluppi ambizioni e, dopo un po’ di ipotesi, mi si è detto che, s giuro di non mettere mai più del tè nella porcellana in questione, il Superattack ha buone possibilità di domare la fessura.

Morale? Adesso il mug shakespeariano, rattoppato con la supercolla, se ne sta mogio su uno scaffale, in attesa di diventare un portapenne shakespeariano. È pur sempre una carriera, non vi pare?

 

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* Il vasetto di peperoncini ripieni sott’olio fracassato sul pavimento della cucina ieri sera è un altro discorso…

L’Anno di…

endsy“E come te la caverai, Clarina, adesso che l’Anno Shakespeariano è finito?”

Ed è vagamente possibile che la domanda in questione mi sia stata rivolta con un nonnulla di sollievo… Dopo due anni Shakespeariani (di cui uno anche Marloviano) in rapida successione, you know…

Well, che devo dire? Se proprio volessi, potrei dire che nel Diciassette cade il 430° anniversario del Tamerlano (probabilmente di entrambi i Tamerlani) di Marlowe. E il 420° delle shakespeariane Allegre Comari di Windsor – nonché del primo ritiro dalle scene di Edward Alleyn…

Insomma, se volessi, potrei andare allegramente avanti per la mia strada. E badate, probabilmente ci andrò – almeno un pochino. Però…

Però non sarà tutto e solo Shakespeare&Marlowe. Si dà il caso che il Diciassette sia il 350° anniversario della nascita di Jonathan Swift – del quale, devo confessare, non sono certa di avere tantissimo da dire, ma magari sarà l’occasione per qualche rilettura.

janeE, più significativamente, si dà il caso che sia anche un anno decisamente austeniano: il bicentenario della morte della Zia Jane, nonché della pubblicazione di Nothanger Abbey e di Persuasion, per cui aspettatevi una certa quantità di Jane Austen.

Che altro? Ancora un paio di bicentenari riguardano il Rob Roy di Scott e il Manfred di Byron – ma non è come se stessi promettendo alcunché in proposito.

Per il resto, continueremo a occuparci di teatro, di libri, di storia e di storie, di scrittura . Ci occuperemo ancora del Palcoscenico di Carta. Ci saranno debutti e piccoli bollettini, ed esperimenti ogni tanto, e cose così – con occasionali digressioni in direzioni non necessariamente prevedibili.

E detto questo, salpiamo, volete? La rotta tracciata non sembrerà particolarmente audace, ma andiamo a vedere se, dopo tutto, non possiamo trovare qualche sorpresa su e giù per queste rotte dall’aria consueta.

Vento in poppa, calma di mare (o forse non proprio), e felice traversata!

Giochi di Società

56e780e494772b943c932190ce191be0 Mi è sempre piaciuto da matti il modo in cui, in Canto di Natale, alla cena natalizia a casa del simpatico, squattrinato e felice nipote Fred, si fanno giochi di società. E non è solo a casa di Fred: era (e forse è ancora, ma non ne sono certa) una radicata tradizione anglosassone, quella di dedicare le riunioni familiar-amicali delle feste a giochi di parole che coinvolgevano tutte le generazioni. Ce n’è ampia documentazione narrativa e cinematografica: pensate alla Alcott, ad Agatha Christie, da Jane Austen ad Antonia Byatt… Si  va da cose complicatissime – come i quadri viventi e le sciarade animate – ai giochi di memoria e di citazioni…

Posto che una volta nella mia vita mi piacerebbe proprio tanto giocare ai quadri viventi, ammettiamo pure che non è né semplice né comodo e, nella maggior parte dei casi, dopo lunghi preparativi e abbondanti degustazioni, non si ha voglia di nulla di troppo strenuo… Però non è nemmeno detto che si debba  invariabilmente scegliere tra il monopoli e la tombola, giusto?

E allora, visto che di feste ce ne sono ancora a venire, qui ci sono alcuni giochini di società storico-letterari, di quelle cose per passare il tempo in due o più, senza bisogno di dadi, tabelloni, carta o matita – persino più semplici e ubiqui della battaglia navale. Alcuni sono adattamenti di giochi classici, altri invenzioni estemporanee di gente stramba, uno o due sono stati copiati da libri o film.19c5c289941e4651e8990a6d039fd07b

Alfabeto: si sceglie un tema e poi, a turno, bisogna nominare qualcosa di inerente in ordine alfabetico. Se il tema è “libri”, il primo giocatore dirà Arancia Meccanica, il secondo Brat Farrar, il terzo Cime Tempestose, e così via. Una volta raggiunta la Z si ricomincia daccapo. Non si può ripetere un titolo già detto, e chi non ha la risposta è eliminato. Vince, ovviamente, l’ultimo che resta in gioco. Si può rendere più o meno difficile scegliendo con cura il tema. Gli articoli non si contano (L’Eleganza del Riccio vale come lettera E), a meno di voler rendere tutto davvero difficile. “Libri” è un tema facile, tutto sommato, ma con altre cose più criptiche uno dei divertimenti sta nelle dispute che nascono sulla pertinenza o meno di una risposta.

Who By Fire: questo è bizzarro – e anche un pochino macabro. Ne ho già parlato qui. C’è questa canzone di Leonard Cohen che elenca tutta una serie di cause di morte. Per ognuna, a turno, bisogna nominare un personaggio storico o letterario che sia morto in quel modo. Who by fire – Giovanna d’Arco; Who by water – Shelley; e via dicendo. Anche qui nascono discussioni, e parte dell’abilità consiste nell’interpretare ogni verso nel senso più lato e metaforico possibile.

96dc4e6cf4eaf5355994a2e25cbf3481History: Geography è un classico gioco da macchina per bambini, in cui il primo giocatore dice il nome di un posto, per esempio Roma, e il secondo risponde con il nome di un altro posto, che inizi con la lettera finale del nome precedente – in questo caso, per esempio, Ashkelon, a cui ri risponde con New York, e via di seguito. History è una variante che ammette personaggi storici, invenzioni rivoluzionarie, avvenimenti, battaglie, trattati… L’unica condizione è che, qualsiasi cosa citi, devo essere pronta a giustificarne la rilevanza storica (richiesta che avviene più di frequente con i nomi geografici). Si procede per eliminazione finché non rimane solo il vincitore. Il meccanismo, naturalmente, si può utilizzare con qualsiasi altro tema.

Sciarade: questo è un po’ più complesso e si può giocare con parole singole o frasi, nel qual caso funziona benissimo con i titoli di libri o film, in una specie di via di mezzo tra il gioco dei mimi e il cruciverba. La sciarada è costituita da una serie di definizioni (in genere tre più una) da combinare insieme. Esempio: Il mio Primo congiunge; il mio Secondo determina; il mio Terzo marcia; il mio Intero giganteggia in due continenti. La congiunzione E, l’articolo determinativo LE e il FANTE, insieme, danno la soluzione: ELEFANTE. Se si gioca con i titoli si può decidere di ignorare articoli e congiunzioni. Il sugo consiste nell’elucubrare bene le definizioni, ed è divertente da giocare in due squadre.

Personaggi: semplice semplice ed estremamente addictive. Un giocatore sceglie un personaggio storico o immaginario, e gli altri fanno domande a risposta sì/no fino a quando qualcuno indovina e passa a sua volta a scegliere un personaggio. Si può fare anche con libri al posto dei personaggi. Potrei raccontare storie di interi scompartimenti ferroviari di perfetti estranei coinvolti nel gioco…fd42bd9e8bfaa7ddbbf16d39dd36e526

Botticelli: versione insanamente complicata del precedente. Anche qui un giocatore sceglie un personaggio e ne comunica l’iniziale. Una lettera sola, quella del nome con cui è conosciuto – nel caso di Botticelli chiaramente sarebbe la B, e per Rossella O’Hara la R. Gli altri giocatori, a turno, pensano a loro volta a un personaggio compatibile con l’iniziale indicata, e pongono una domanda in proposito. Supponiamo che l’iniziale sia B, e che io voglia provare di capire se si tratta di James Bond. “Guidi una Aston-Martin?” chiederò allora al primo giocatore. Il Primo Giocatore (henceforward PG) può rispondermi a) “No, non sono James Bond”, nel qual caso il turno passa al giocatore successivo; oppure b) “No, ma non so chi hai in mente,” e allora posso fargli una domanda diretta a risposta sì/no, come per esempio “sei un personaggio immaginario?” E poi il gioco passa al giocatore successivo, che ricomincia come ho fatto io, e via così fino a quando qualcuno indovina – e allora formula la sua domanda in termini inequivocabili (“Hai dipinto Le Tre Grazie e La Nascita di Venere?”), a cui il PG può rispondere soltanto “Sì, sono Botticelli”. Naturalmente, la mia domanda sulla Aston-Martin non è furba; dovrei usare riferimenti meno ovvi, in modo da guadagnare la mia domanda sì/no. Se il riferimento fosse troppo oscuro, il PG può chiedere a un altro giocatore di individuare il personaggio, pena la perdita della domanda e del turno. Se ci fosse un altro personaggio dal nome che incomincia per B e che guida una Aston-Martin, e il PG indicasse quello, la sua risposta sarebbe valida ugualmente e io dovrei passare il turno. Come dicevo, è complicato ma, una volta assimilato il meccanismo, molto divertente.

Storia a Catena: meno competitivo degli altri. Il primo giocatore racconta l’inizio di una storia, il secondo prosegue, poi il terzo… Più è improbabile o sospeso il punto in cui ci si ferma, più è divertente. Mi par di ricordare che le sorelle March e i loro amici ci giochino durante un picnic in qualche capitolo di Piccole Donne Crescono. Con il gruppo giusto sconfina facilmente nel gioco di ruolo estemporaneo.

Et voilà. Posso dire di avere giocato a tutti quanti (a volta nei posti più improbabili), sempre con soddisfazione, e posso garantire che il tempo passa. Poi può capitare d’impuntarsi sull’esatto spelling del Kashmir, di partire per la tangente in discussioni su arte, letteratura e massimi sistemi o di chiedere arbitrato neutrale alla signora dell’ombrellone accanto – ma di sicuro non ci si annoia.

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Muoviti, o Clarina!

ReadShakespeare_094_6001È una gelida e nebbiosa mattina ai primi di dicembre. La Clarina galleggia in uno spazio indefinito, insieme a stampanti, teatrini di carta, vetuste valigie piene di palline natalizie, copioni, ciotole di frutta secca e mantelli rossi. Tutto galleggia. Anche Belisario, il Pendolo della Nonna che suona sempre l’ora che vuole, e anche lo Spirito del Bardo.

Belisario – Dong!

SdB – Muoviti, o Clarina!

C (fa frenetici gesti tra il natatorio e il non si sa troppo bene) – Mi sto muovendo!

SdB – Non abbastanza. Hai stampato il disegno luci?

C – Li ho stampati entrambi.

SdB – Hai spedito tutto per il Palcoscenico di Carta?

C – Sto spedendo…

Belisario – Dong!

SdB – E il file con la musica? L’hai messo sulla chiavetta?

C – Pittikins… no! Dov’è la chiavetta?

SdB – E lo chiedi a me? E il mantello rosso – ricordati il mantello rosso. christmas_pudding

C – Pittikins pittikins! L’ho visto passare poco fa… L’ho visto, vero?

SdB – Se non lo sai tu… Perché ci sono ciotole di frutta secca in volo?

C – Ciotole di… oh! Il pudding!

SdB – Non hai tempo per il pudding.

C – Devo averlo. Domenica sono al seggio tutto il giorno, quindi domani devo cuocerlo…

SdB – Il seggio?

C – Il pudding!

BelisarBelisario – Dong!

C – Oh, zitto, tu!

Belisario (offesissimo) – Dong! Dong! Dong!

SdB – Credi che zittirlo ti renderà meno in ritardo?

C (Tentando di nuotare in tre direzioni diverse) – E ho anche il raffreddore! Pudding, mantello rosso, disegno luci, PdC…

SdB – E il file.

C – Pittikins, pittikins, pittikins! Se sopravvivo a oggi…

Belisario – Dong!

SdB – Se sopravvivi a oggi, domani hai il pudding e domenica il seggio.

C – Se sopravvivo a domenica…

SdB – Se sopravvivi a domenica, martedì hai il PdC, e… holla! È un mantello rosso che vedo davanti a te? Afferralo, intanto che puoi, donna!

C (si tuffa e afferra il mantello) – Ottimo. Adesso dov’è la valigia? Non quella dei Ninnoli, la valigia dei costumi…

SdB – Lo chiedi a me? E ricordati del file.

Belisario – Dong! Dong! Dong!

E non cala nemmeno il sipario, perché siamo in pieno primo atto. Sarà una lunga giornata. Tre lunghe giornate. Cinque… Oh, never mind. Però stasera venite a vederci a teatro, eh?

LocSiWQuistellosmall

La Maschera di Rame (Atto III)

Ricordate? Il sipario si era chiuso sul ritorno di Alchemilla a una Clarina vaga e confusa, smarrita tra due direzioni di pensiero: mascheramascheramaschera e terrorpanico!

Quando le luci di scena si riaccendono, immaginate Alchemilla & Clarina sedute a un tavolo coperto di carte colorate, mascherette di plastica, nastri di raso, tubetti di colore e barattoli di colla, intente a strologare sulla dozzina di disparate idee di cui si diceva.

ea65fe86ec0a2c5e58c55b70ba08d7d6Color rame – e questo è assodato. La bacchetta… sì, la bacchetta serve assolutamente, perché la maschera deve essere gesticolabile. Ma allora la mezza maschera à la Phantom of the Opera confina l’uso a una mano soltanto. Right, niente Fantasma. Una maschera intera. Ma quanto intera? E sopra? E sotto? Deve arrivare al mento, altrimenti dove si attacca la bacchetta ambidestra? E alla fine, dopo molto rimuginar di filigrane, tagli, forme e massimi sistemi, si giunge alla conclusione di ispirarsi all’immagine che vedete qui di fianco – ma con il mento.

E si comincia. O meglio, Alchemilla comincia, mentre la Clarina guarda, porge forbici e taglierini, gira attorno e ritaglia foglie/fiamme di cartoncino.

E intanto il tempo scorre, e la prima si avvicina…

“E la maschera?” chiede G. ogni sera, vedendomi arrivare con la mascheretta provvisoria.

“Quasi pronta,” dico io – anche se, a dire il vero, qualche piccolo palpito d’ansia comincio ad averlo. 20160731_193410_resized

Ansia e anche un nonnulla di dubbio quando, al primo applicar di foglie/fiamme, la maschera assume un’aria un nonnulla lapina… “Sembrerò il Bianconiglio…” non posso fare a meno di mormorare. “Il Ramconiglio.”

Alchemilla ride e mi rassicura e procede – come se avesse maneggiato teatranti nervosi per tutta la vita. D’altra parte è stata una teatrante nervosa a sua volta, in tarda fanciullezza: un’idea di come funziona la specie, dopo tutto, ce l’ha. E se entrambe abbiamo l’impressione che la maschera, di per sé, abbia dei lineamenti un tantino alieni, le cose cambiano incredibilmente all’aprirsi di occhi e bocca, e poi man mano che la plastica sparisce sotto gli strati di carta di riso… Intanto A. il Consorte Paziente offre consiglio e aiuto, e io rivesto la bacchetta (oh, biadesivo – dove sei stato per tutta la mia vita?!) e faccio pensieri ad alta voce su due sfumature di color rame, e fingo di non agitarmi perché il tempo passa e passa.

“E la maschera?” chiede G., alla prova generale.

“Pronta domani,” rispondo allegramente. È bellissima.”

E forse G. crede che voglia farle una sorpresa – oppure metterla davanti a un fatto compiuto – ma non è affatto così. La maschera è ancora chez Alchemilla, in attesa del color rame. Quasi pronta, e nel corso del pomeriggio l’ho tenuta in mano con tanto di bacchetta, ma non era ancora pronta quando me ne sono andata per fuggire direttamente alle prove…

E la prova generale va fin troppo liscia, e la notte sogno facce color rame che mi guardano con disapprovazione, e poi è il giorno della prima.

“È pronta,” mi informa Alchemilla in tarda mattinata.

20160805_182428_resizedE nel pomeriggio, prima della prova tecnica, vado a ritirare la maschera.

E la maschera, nella sua custodia blu e rame, è meravigliosa e perfetta. La prendo in mano, ed è giusta: né troppo pesante, né troppo leggera, bilanciata che è una bellezza. La guardo in faccia – e lei mi guarda a sua volta: bellissima, enigmatica, un nonnulla inquietante. La provo, e mi sento antica, e onnisciente… mi sento il Coro. Sono il Coro. Qui dietro niente può andare meno che bene, penso. È perfetta.

E la rimetto nella custodia, e parto, e vado a Ostiglia, e non ho più molto tempo per pensarci, perché la prova tecnica va come vanno le prove tecniche, e finiamo tardissimo, e c’è a malapena il tempo di fuggire a indossare il costume – e allora, e solo allora, sfodero la mia maschera, nella luce rossiccia dietro le quinte che non sono quinte affatto. E G. è incantata – si vede benissimo – e tutti lo sono.Chorus

E mi sistemo dietro una colonna, pronta per il mio ingresso – e guardo la maschera, e la maschera guarda me. Sono il Coro. Sono il Coro. La giga riempie l’aria, le luci si accendono, e io entro in scena – dietro la mia maschera.

La maschera di rame.

“Oh, aver qui una musa di fuoco…”

Sipario. Il resto è un’altra storia.

 

La Maschera di Rame (Atto I)

Red-Masquerade-Eye-MaskParlando di cappelli, avevo accennato alla maschera, nevvero?

Ebbene, eccoci qui: oggi maschera.

Dunque, dovete sapere che il Coro è una sorta di voce narrante. Una. “Non un coro: il Coro,” mi sono divertita a rispondere a più di un perplesso nel corso degli ultimi mesi.  “Come un Coro Greco ma non un Coro Greco. Un Coro Elisabettiano. Una persona sola.”

È una soluzione  antica e blasonata per la necessità di cucire insieme eventi, tempi o faccende diverse, riassumere e spiegare senza averne troppo l’aria, et caetera similia. E SiW, mescolando fette di almeno tre drammi storici e due sonetti, di un legante aveva proprio bisogno. Non dico che non si sarebbe potuto fare diversamente – ma ho fatto così: un Coro.

E del Coro non sono troppo insoddisfatta. Come poi sia finita a recitarlo io è un’altra faccenda – ma tant’è. E presto, prestissimo, è stato chiaro che volevamo una messa in scena sobria e minimale: tutti in costume rigorosamente nero, con un elemento di colore a distinguere il Coro. Perché il Coro non è un personaggio in senso stretto e, come si diceva, non è qualcuno: è qualcosa. Qualcosa di onnisciente, atemporale e più che un po’ crudele, che osserva, racconta e talvolta muove i personaggi. Quindi andava distinto in qualche modo. p187983_1

Il mio primo pensiero era stato una stola. Una stola color rame, molto lunga, da potersi indossare e usare in molti modi diversi mano a mano che il Coro attraversava le sue varie funzioni… E per un po’ abbiamo provato così, ed è parso che andasse ragionevolmente bene – finché, una sera, G. la Regista mi guarda per bene, aggrotta la fronte e mi chiede che cosa intendo usare come elemento speciale del Coro.

Io alzo una stola e un sopracciglio, e G. storce il naso.

“Quella roba lì da mezza sera? Hmf.”

58f928516d69d368489c0fd4796121b4Ora, tra una cosa e l’altra sono quasi venticinque anni che faccio teatro con G. e ho imparato a non dire quasi mai cose come “Ma se ancora ieri hai detto che andava bene!” Tuttavia mi sono affezionata alla mia stola, e potrei dar voce all’Obiezione Che Non Si Fa, se G. me ne lasciasse il tempo.

Ma non me lo lascia. “No, sai che cosa ti ci vuole? Una maschera. Una di quelle maschere greche meravigliose. Non sei un coro, tu?”

Spiego che no, non sono un coro – sono il Coro. E comunque sono il Coro Elisabettiano, e non un Coro Greco… G. dice “sciocchezze”; io dico “niente affatto”; G. dice “procurati una maschera greca”; io dico “nemmeno per idea”; G. dice che sono sempre stata troppo cerebrale per il mio bene e piena di resistenze (o qualcos’altro allo stesso effetto) e che comunque lei vuole una maschera greca – e le prove non finiscono proprio nello spirito migliore, e me ne vengo a casa di umor ribelle. Una maschera greca – figuriamoci…! Untitled 5

O quanto meno, parto di umor ribelle. Epperò, più guido e sbollisco il nervosismo, più l’idea della maschera mi pare degna di considerazione. Di certo è più significativa di una stola. Rimuginon-rimuginoni me ne arrivo a casa, e dissotterro una bautta comprata a Venezia, mezza bianca e mezza nera. “Ecco il Coro!” penso tra me – e l’indomani ne metto a parte G. per telefono.

“Banale,” è il verdetto. Cercati una maschera greca.” Fuoco e fiamme: sono forse un Coro Greco, io? E qui potete immaginare una ripetizione pressoché verbatim della discussione di due paragrafi più sopra. Una maschera greca, forsooth!

E… Sipario! Fine dell’Atto Primo. Luci di sala, intervallo, brusio, calicetti di vin bianco nel foyer.

Come andrà a finire? G. e la Clarina troveranno un accordo? Coro Greco o Coro Elisabettiano? Ci sarà una maschera affatto? Non perdete il prossimo appassionante episodio de… La Maschera di Rame.

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E lo sport?

BallA me, ad essere sinceri, il calcio non piace. Però è difficile ignorare gli Europei in corso, e le partite della Nazionale le guardo persino io. E mentre le guardo, rimugino su faccende che strettamente calcistiche non sono – but still. Non ricordo più dove ho letto che le cronache sportive sono l’ultimo rifugio del linguaggio epico – ma concordo abbastanza.  Provate a pensare alle telecronache di calcio, piene di attacchi, di sciabolate, di spalti in delirio, di cannonate… E di certo lo sport è un sostituto socialmente accettabile della guerra per lo sfogo degl’istinti aggressivi, giusto?

Nondimeno mi pare che in Italia il romanzo sportivo proprio non prenda. Negli Stati Uniti lo Sports Novel è un sottogenere, anche se non il più prolifico del mondo, piuttosto concentrato su baseball e football americano, con occasionali incursioni in altri sport. Confesso di essermi chiesta, quando l’ho scoperto, come si riesca a rendere avvincente una scena di baseball per iscritto, ma non ho mai trovato il coraggio di leggere qualche baseball novel per sincerarmene.

Naturalmente ci sono molti film di argomento sportivo, e anche molti anime (la mia generazione è cresciuta con i cartoni animati sulla pallavolo), ma pochi romanzi. Tutto considerato, è abbastanza sorprendente, data la quantità di conflitto e di dramma che circonda lo sport sotto tutti gli aspetti. Dalle corse delle bighe tra Verdi e Azzurri nell’antica Bisanzio in qua, le rivalità, i destini dei campioni, gli intrighi, il denaro, il peso politico degli sport non sono mai diminuiti: tutta roba che si presta dannatamente ad essere raccontata, con o senza trame secondarie gialle o sentimentali, con o senza bildungsroman incorporato…. che diamine, lo sport si presta ad essere incorporato praticamente in qualsiasi genere.

Prendiamo per esempio il pattinaggio artistico. Rimpiango molto il tempo in cui Plushenko e Yagudin si contendevano lo scettro. Rivalità epica, feroce, di quelle che meriterebbero davvero un romanzo:

Nonostante quello che ho scritto qui sopra a proposito del baseball, mi rifiuto abbastanza di credere che una partita sportiva per iscritto non renda. Pur non essendo un’appassionata di sport, mi rendo conto a livello istintivo che, sulla carta e sotto la penna giusta, una partita può avere la stessa carica drammatica di una battaglia. E che Yagudin e Plushenko, col mondo che li circonda, gli allenamenti durissimi, la pressione delle gare, i problemi di alcool (Yagudin) e di salute (entrambi), sono due personaggi perfetti.hippodrome

Persino il linguaggio, dicevamo, esiste già. E allora? Se un libro pieno di battaglie all’arma bianca, ciascuna protratta per molte pagine e descritta nei minimi dettagli, è considerato commestibile e appetibile per il pubblico (e di fatto è letto in sufficiente abbondanza), perché lo stesso non vale per un libro pieno di partite? Perché, considerato l’enorme appeal popolare dell’argomento nessuno scrive romanzi incentrati sullo sport?

Chi segue lo sport non legge libri? Non è un luogo comune, questo? E, quand’anche fosse vero, non potrebbe magari il tifoso-non-leggente medio leggere un po’ di più se trovasse romanzi di stile accessibile e di buona qualità letteraria su un argomento che già lo appassiona?

Giro la domanda…

 

Di Zelo e di Passione

SchoolgirlAvevo dodici anni e il tema era “Un posto che ami particolarmente”. Oh letizia, oh contento! Avendo appena avuto il permesso di usare come studio una stanza vuota a casa di mia nonna – e di sistemarla come volevo – non mi pareva vero di poter scrivere un po’ in proposito. Mi dilungai per una quantità invereconda di fogli protocollo, descrivendo amorevolmente ogni libro sugli scaffali, ogni disegno e quadretto che avevo appeso alle pareti, ogni ninnolo su ogni mobile… Non avete idea di quanto ci rimasi male quando questo labour of love mi fruttò il voto più basso che avessi mai preso in un tema.

Fu il mio primo scontro con il fatto che troppo coinvolgimento nuoce gravemente alla salute della scrittura…school-book-swscan07510-copy-2

L’anno successivo, all’esame di terza media, tutti gli insegnanti si aspettavano da me un peana sulla Cavalleria Rusticana in playback in cui avevo interpretato Santuzza con un trasporto degno di miglior causa, e invece scelsi il tema sul significato delle Olimpiadi. Tutto si poteva dire di me, ma non che non imparassi dai miei errori: a un quarto di secolo di distanza, ricordo precisamente la Clarina tredicenne che vorrebbe proprio tanto scrivere dell’opera, ma decide di non giocarsi il tema d’esame per eccesso di passione.

Qualcuno a questo punto sghignazzerà concludendo che, a un quarto di secolo di distanza, con quella che qualcuno definisce la mia scrittura un tantino asettica, sto ancora pagando lo scotto di quel trauma infantile. Sghignazzi pure, questa gente, ma mi lasci illustrare ulteriormente il mio argomento.

Nel corso degli ultimi anni mi è capitato, per varie ragioni, di riprendere in mano due letture ginnasiali: i Promessi Sposi, che mi avevano lasciata indifferente, e l’Eneide che avevo proprio detestato. In entrambi i casi ho rivisto il mio giudizio, adorando Manzoni e rivalutando – seppur con minore entusiasmo – Virgilio. E sì, bisogna considerare i vent’anni intercorsi e la mia mutata prospettiva, ma in entrambi i casi la mia giovanile insofferenza si può attribuire in parte ai commentatori troppo zelanti.

eneide.jpgRenato Bacchielli, aulico traduttore in endecasillabi dell’Eneide, con le sue infinite effusioni liriche sull’elevatissimo carattere morale di Enea, sulla nobiltà del sacrificio di tante giovani vite e sulla luminosa sensibilità precristiana* di Virgilio, era un tantino insopportabile. Da adulta riconosco la sua passione per il poema e il fallimento dei suoi eroici sforzi di obiettività e li trovo solo un po’ irritanti. A quattordici anni detestavo di cuore, e probabilmente detesterei ancora se nel frattempo non avessi sperimentato di persona quel genere di ossessione.promessi%20sposi.jpg

Leone Gessi, poi, bellicoso e condiscendente insieme, con la lancia sempre in resta contro ogni pur timida critica nei confronti del Manzoni, è il tipo di commentatore che provoca travasi di bile. Come il re d’Inghilterra, Don Lisander can do no wrong agli occhi del buon Leone, che diventa specialmente acido con quei critici che si sognino d’ipotizzare un qualche eccesso di angelicità&soavità in Lucia o un filo di soverchia pietà religiosa. Considerando che Lucia Pefettissima Mondella e le dosi da cavallo di Provvidenza&Carità sono i due singoli aspetti dei PS che proprio non digerisco**, ancora oggi Leone Gessi riesce ad inquinare il mio apprezzamento del romanzo. Vedo bene (come non vedevo a quindici anni) che a trascinarlo sono lo zelo cristiano e la passione letteraria in parti uguali, ma ciò non mi rende più simpatico lui e a tratti, cosa più grave, rischia di mandarmi di traverso i PS.

In entrambi i casi, non posso fare a meno di pensare che un pizzico di distacco in più, un filo di passione in meno e qualche parvenza di obiettività avrebbero permesso alla giovanissima Clarina di farsi un’idea personale senza sollevare il suo spirito di contraddizione. E non importa che scrivere sia scrivere e commentare sia commentare. Sometimes less is more è un adagio molto, molto saggio in più di un senso.

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* His words, not mine.

** Merita menzione anche la conversione dell’Innominato, ma consideriamola compresa nel capitolo Provvidenza&Carità.

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