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E lo sport?

BallA me, ad essere sinceri, il calcio non piace. Però è difficile ignorare gli Europei in corso, e le partite della Nazionale le guardo persino io. E mentre le guardo, rimugino su faccende che strettamente calcistiche non sono – but still. Non ricordo più dove ho letto che le cronache sportive sono l’ultimo rifugio del linguaggio epico – ma concordo abbastanza.  Provate a pensare alle telecronache di calcio, piene di attacchi, di sciabolate, di spalti in delirio, di cannonate… E di certo lo sport è un sostituto socialmente accettabile della guerra per lo sfogo degl’istinti aggressivi, giusto?

Nondimeno mi pare che in Italia il romanzo sportivo proprio non prenda. Negli Stati Uniti lo Sports Novel è un sottogenere, anche se non il più prolifico del mondo, piuttosto concentrato su baseball e football americano, con occasionali incursioni in altri sport. Confesso di essermi chiesta, quando l’ho scoperto, come si riesca a rendere avvincente una scena di baseball per iscritto, ma non ho mai trovato il coraggio di leggere qualche baseball novel per sincerarmene.

Naturalmente ci sono molti film di argomento sportivo, e anche molti anime (la mia generazione è cresciuta con i cartoni animati sulla pallavolo), ma pochi romanzi. Tutto considerato, è abbastanza sorprendente, data la quantità di conflitto e di dramma che circonda lo sport sotto tutti gli aspetti. Dalle corse delle bighe tra Verdi e Azzurri nell’antica Bisanzio in qua, le rivalità, i destini dei campioni, gli intrighi, il denaro, il peso politico degli sport non sono mai diminuiti: tutta roba che si presta dannatamente ad essere raccontata, con o senza trame secondarie gialle o sentimentali, con o senza bildungsroman incorporato…. che diamine, lo sport si presta ad essere incorporato praticamente in qualsiasi genere.

Prendiamo per esempio il pattinaggio artistico. Rimpiango molto il tempo in cui Plushenko e Yagudin si contendevano lo scettro. Rivalità epica, feroce, di quelle che meriterebbero davvero un romanzo:

Nonostante quello che ho scritto qui sopra a proposito del baseball, mi rifiuto abbastanza di credere che una partita sportiva per iscritto non renda. Pur non essendo un’appassionata di sport, mi rendo conto a livello istintivo che, sulla carta e sotto la penna giusta, una partita può avere la stessa carica drammatica di una battaglia. E che Yagudin e Plushenko, col mondo che li circonda, gli allenamenti durissimi, la pressione delle gare, i problemi di alcool (Yagudin) e di salute (entrambi), sono due personaggi perfetti.hippodrome

Persino il linguaggio, dicevamo, esiste già. E allora? Se un libro pieno di battaglie all’arma bianca, ciascuna protratta per molte pagine e descritta nei minimi dettagli, è considerato commestibile e appetibile per il pubblico (e di fatto è letto in sufficiente abbondanza), perché lo stesso non vale per un libro pieno di partite? Perché, considerato l’enorme appeal popolare dell’argomento nessuno scrive romanzi incentrati sullo sport?

Chi segue lo sport non legge libri? Non è un luogo comune, questo? E, quand’anche fosse vero, non potrebbe magari il tifoso-non-leggente medio leggere un po’ di più se trovasse romanzi di stile accessibile e di buona qualità letteraria su un argomento che già lo appassiona?

Giro la domanda…

 

Di Zelo e di Passione

SchoolgirlAvevo dodici anni e il tema era “Un posto che ami particolarmente”. Oh letizia, oh contento! Avendo appena avuto il permesso di usare come studio una stanza vuota a casa di mia nonna – e di sistemarla come volevo – non mi pareva vero di poter scrivere un po’ in proposito. Mi dilungai per una quantità invereconda di fogli protocollo, descrivendo amorevolmente ogni libro sugli scaffali, ogni disegno e quadretto che avevo appeso alle pareti, ogni ninnolo su ogni mobile… Non avete idea di quanto ci rimasi male quando questo labour of love mi fruttò il voto più basso che avessi mai preso in un tema.

Fu il mio primo scontro con il fatto che troppo coinvolgimento nuoce gravemente alla salute della scrittura…school-book-swscan07510-copy-2

L’anno successivo, all’esame di terza media, tutti gli insegnanti si aspettavano da me un peana sulla Cavalleria Rusticana in playback in cui avevo interpretato Santuzza con un trasporto degno di miglior causa, e invece scelsi il tema sul significato delle Olimpiadi. Tutto si poteva dire di me, ma non che non imparassi dai miei errori: a un quarto di secolo di distanza, ricordo precisamente la Clarina tredicenne che vorrebbe proprio tanto scrivere dell’opera, ma decide di non giocarsi il tema d’esame per eccesso di passione.

Qualcuno a questo punto sghignazzerà concludendo che, a un quarto di secolo di distanza, con quella che qualcuno definisce la mia scrittura un tantino asettica, sto ancora pagando lo scotto di quel trauma infantile. Sghignazzi pure, questa gente, ma mi lasci illustrare ulteriormente il mio argomento.

Nel corso degli ultimi anni mi è capitato, per varie ragioni, di riprendere in mano due letture ginnasiali: i Promessi Sposi, che mi avevano lasciata indifferente, e l’Eneide che avevo proprio detestato. In entrambi i casi ho rivisto il mio giudizio, adorando Manzoni e rivalutando – seppur con minore entusiasmo – Virgilio. E sì, bisogna considerare i vent’anni intercorsi e la mia mutata prospettiva, ma in entrambi i casi la mia giovanile insofferenza si può attribuire in parte ai commentatori troppo zelanti.

eneide.jpgRenato Bacchielli, aulico traduttore in endecasillabi dell’Eneide, con le sue infinite effusioni liriche sull’elevatissimo carattere morale di Enea, sulla nobiltà del sacrificio di tante giovani vite e sulla luminosa sensibilità precristiana* di Virgilio, era un tantino insopportabile. Da adulta riconosco la sua passione per il poema e il fallimento dei suoi eroici sforzi di obiettività e li trovo solo un po’ irritanti. A quattordici anni detestavo di cuore, e probabilmente detesterei ancora se nel frattempo non avessi sperimentato di persona quel genere di ossessione.promessi%20sposi.jpg

Leone Gessi, poi, bellicoso e condiscendente insieme, con la lancia sempre in resta contro ogni pur timida critica nei confronti del Manzoni, è il tipo di commentatore che provoca travasi di bile. Come il re d’Inghilterra, Don Lisander can do no wrong agli occhi del buon Leone, che diventa specialmente acido con quei critici che si sognino d’ipotizzare un qualche eccesso di angelicità&soavità in Lucia o un filo di soverchia pietà religiosa. Considerando che Lucia Pefettissima Mondella e le dosi da cavallo di Provvidenza&Carità sono i due singoli aspetti dei PS che proprio non digerisco**, ancora oggi Leone Gessi riesce ad inquinare il mio apprezzamento del romanzo. Vedo bene (come non vedevo a quindici anni) che a trascinarlo sono lo zelo cristiano e la passione letteraria in parti uguali, ma ciò non mi rende più simpatico lui e a tratti, cosa più grave, rischia di mandarmi di traverso i PS.

In entrambi i casi, non posso fare a meno di pensare che un pizzico di distacco in più, un filo di passione in meno e qualche parvenza di obiettività avrebbero permesso alla giovanissima Clarina di farsi un’idea personale senza sollevare il suo spirito di contraddizione. E non importa che scrivere sia scrivere e commentare sia commentare. Sometimes less is more è un adagio molto, molto saggio in più di un senso.

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* His words, not mine.

** Merita menzione anche la conversione dell’Innominato, ma consideriamola compresa nel capitolo Provvidenza&Carità.

Bei Ricordi Productions II: La Clarina e gli Appunti Fantasma

NotebookFacciamo finta, volete? Facciamo finta che, dall’ultimo post in qua siate rimasti a mangiarvi le unghie, abbiate perso il sonno e l’appetito chiedendovi…

Che ne è stato degli appunti della Clarina? Essi esistono da qualche parte? Riuscirà ella a riscrivere ciò che deve riscrivere? Come? Quando? Dove? Perché?

Facciamo finta che abbiate passato quest’ultimo paio di giorni trepidando al pensiero della Clarina che fissa, basita e scossa, la sua misera mezza pagina di appunti. Ma – ma – ma…

Ma come? Mezza pagina? E sera dopo sera, in platea o backstage ad annotare annotare annotare? E niente – dopo aver furiosamente sfogliato l’incolpevole taccuino da cima a fondo in un senso e nell’altro, non mi resta che arrendermi: apparentemente ho quel genere d’immaginazione cui, come si diceva, degli appunti piace romanticizzare forma, quantità e collocazione. Il che, a suo modo, è pittoresco di per sé – ma non molto incoraggiante. A parte tutto il resto, vvuol dire che sonoda sola. Riscrittura da farsi senza l’ausilio della Clarina di cinque anni fa… Oh well, che bisogna fare? In alto la testa e avanti, giusto? Eppure mi rode, perché mi pareva proprio di ricordare…NotesPlay

Ed ecco che il film si modifica leggermente. Sera dopo sera, in platea e backstage, ad annotare, annotare, annotare – ma non su un moleskine: su una stampa del testo in fogli A4! Meno romantico ma, a ben pensarci, molto più funzionale.

Ancora un po’ di safari ed ecco spuntare la stampa – più che annotata, abbondantemente segnata in verde. Sottolineature, punti interrogativi, punti esclamativi, onde dubbiose a lato, faccine infelici… Non proprio quello che speravo, scarsi dettagli, ma indicazioni numerose. Meglio che niente, film.

E così, armata di Meglio Che Niente, mi metto a scavare nel mio fido hard disk in cerca della versione più recente del play – quello defintivo, consegnato alla compagnia e all’editore… Vi mettete a ridere se vi dico che di versioni ne trovo non una, non due e nemmeno tre – ma sette?! No, dico – sette, e le ho tenute tutte… Ah well, poca meraviglia che la mia soffitta sia piena come un uovo. Scuotendo il capino all’indirizzo di me stessa, controllo le date e faccio un’altra scoperta. Il Numero Sette è stato modificato per l’ultima volta dopo la prima. Se c’è da fidarsi della mia memoria (e considerando i precedenti non è affatt detto…) è stato modificato durante il run. Vuoi vedere che…?

Apro il file e…

♫ Musica appropriata ♫*

Il file è annotato. Abbondantemente annotato. Pieno di commenti, suggerimenti, sospiri per iscritto e, nel complesso, molto di quello che credevo di avere scribacchiato sul mio moleskine, sera dopo sera, seduta nella penombra in platea o backstage. E quindi alla fin fine e casi sono due: o dopo tutto c’è da qualche parte un altro taccuino/play stampato/tovagliolino di carta su cui ho annotatoannotatoannotato freneticamente tutto ciò, per poi trascrivere al computer, oppure le annotazioni non ci sono mai state e una sera, tornando da teatro, ho creato una copia nuova del file, riletto e agito a memoria. E in entrambi i casi Bei Ricordi Productions ha sceneggiato il tutto nella maniera che sappiamo.

Ah well – una volta di più: che dobbiamo farci? Immaginate l’Incorreggibile Clarina che ride di se stessa e poi… musica e fade to: riscrittura in corso.

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* Perché qui, se non ve ne siete accorti, si sta girando un altro film…

Bei Ricordi Productions

TakingNotesIl film inizia con un’inquadradura stretta sulle pagine di un taccuino – un Moleskine, per la precisione – e una penna che corre, corre e annota… C’è una penombra strana e dorata e si sentono delle voci. Due voci maschili. Due voci maschili che recitano.

“…Nessuno lo dirà – perché nessuno ne saprà nulla.”

“Lo saprò io. E dovrò vivere con il pensiero di aver bruciato…”

La penna si ferma, l’inquadratura si allarga… Vediamo il proscenio di un piccolo teatro e capiamo che la luce dorata viene dal palcoscenico, dove due uomini stanno recitando. Poi vediamo tra le quinte un altro attore in costume e una direttrice di palcoscenico con il copione in mano, poi vediamo la platea piena – e in prima fila, di lato, la Clarina con il moleskine e la penna. Sta ascoltando in piena concentrazione…

“…Le debolezze umane. Non credo che ti biasimerebbe.”

“Tu non credi.”

La Clarina storce il naso e riprende ad annotare. La signora in tailleur seduta accanto a lei, che la sta sbirciando da un po’, non resiste oltre: si china di lato e le bisbiglia: “È una giornalista?” La Clarina scuote la testa con un piccolo sorriso misterioso e torna ad annotare, e annotare, e annotare…

Musica.

Montaggio:

La Clarina è rannicchiata su uno sgabelletto dietro le quinte, sempre armata di penna e taccuino. In scena – e lo vediamo di lato – l’attore che prima era dietro le quinte sta parlando con uno degli altri due.

“…Una faccenda più drastica, quando si è fatti di carne e d’ossa…”

La platea – gente diversa – ridacchia. La direttrice di palcoscenico da una piccola gomitata alla Clarina, e le due scambiano un sorriso. La Clarina torna ad annotare, annotare, annotare…Audience

Poi panoramica sulla platea – altra gente ancora – fino all’ultima fila, alla cui estremità la Clarina siede vicino alla consolle luci.

“Bisogna pregare gli dei di dispiacerti!” esclama una voce femminile dal palcoscenico che non vediamo.

La Clarina cerca di annotare nella semioscurità. Il tecnico delle luci la guarda, sospira e modifica appena appena l’orientamento della lucetta della consolle, in modo da illuminare un pochino le pagine del moleskine… La Clarina lo ringrazia con un cenno e torna ad annotare, annotare, annotare…

E potremmo andare avanti – ma fermiamoci qui. Vi siete fatti un’idea. Questo è il film che è entrato in programmazione nella mia testa quando mi sono messa a cercare gli appunti che avevo preso a suo tempo in vista della riscrittura di cui vi dicevo. Sera dopo sera in platea o dietro le quinte, ad annotare quel che non funzionava affatto o funzionava solo un po’, quel che mancava e quel che era di troppo… Pagine e pagine e pagine di appunti. Un piccolo, pittoresco film – starring la Clarina nel ruolo de L’Autrice Drammatica Alle Prime Armi.

Il che era di soddisfazione anche solo come ricordo – ma prometteva anche di essere d’aiuto: pagine e pagine e pagine d’appunti, giusto? Dovevo solo cercarli, trovarli e farne buon uso. E così mi sono messa a cercare.

Diciamo, per amor di brevità, che dopo una certa quantità di safari sono riuscita a trovare il taccuino che usavo allora. L’ho sfogliato trepidante, ho ritrovato la data giusta e…

E c’era poco più di mezza pagina di noterelle.

MoviePoco più di mezza pagina.

Qualcosetta di utile, qualcosetta di terribilmente generico. Mezza pagina o poco più.

E qui immaginate pure il mio grazioso film interiore che si spiaccica sul pavimento con rumore di semolino freddo…

E..

Fine della prima puntata!

Che ne è stato degli appunti della Clarina? Essi esistono da qualche parte? Riuscirà ella a riscrivere ciò che deve riscrivere? Come? Quando? Dove? Perché?

Non perdete il prossimo appassionante episodio de… La Clarina e gli Appunti Fantasma!

 

 

Potere del Teatro…

Reminiscenza sparsa – abbiate pazienza.

CardiffQuando studiavo a Cardiff, andai a teatro a vedere The School for Scandal, di Sheridan. Quella sera una mia compagna d’appartamento dava una festa e mi aveva invitata – ma io avevo il biglietto per Sheridan da mesi, e nessuna intenzione di rinunciare. Tanto meno per una festa perché, confesso, non sono mai stata un animale da feste. Per cui, quando la coincidenza di date saltò fuori, feci del mio meglio per nascondere che ero molto meno dispiaciuta della mia coinquilina.

“Ma non preoccuparti,” mi disse lei. “Quando torni saremo ancora qui.”

Ecco, a questo non avevo pensato – ma sull’Isoletta si a a teatro presto e si finisce presto… Il che significava che, invece di tornarmene in tempo per salutare e ritirarmi nella mia stanza, mi sarei ritrovata nel bel mezzo di una festa piena di sconosciuti in buona parte brilli anzichenò. D’altra parte, non c’era modo di evitarlo.

La sera in questione, dopo avere aiutato a fare le tartine, indossai il mio abitino blu da teatro e da concerto, salutai le mie flatmates, presi l’autobus e sbarcai davanti al New Theatre. Avevo un buon posto di platea, e lo spettacolo fu incantevole. Regia, interpreti, luci, scene, costumi… Oh, le meravigliose voci – e vorrei tanto ricordarmi chi fosse l’attore che interpretava Joseph Surface. In realtà all’epoca tenevo un diario, e volendo potrei cercarlo e risalire. Forse ci ritroverei persino dentro la locandina… Ma sono pigerrima e quindi accontentatevi  di sapere che Joseph ci conquistò tutti e che l’insieme fu delizioso e perfetto. Sheridan

Uscii da teatro nella più felice delle disposizioni, e nemmeno il fatto di avere perso l’autobus bastò a scalfire il mio entusiasmo. Era una sera primaverile deliziosa, così m’incamminai a piedi strologando sulla possibilità di mettere in scena Sheridan prima o poi e sull’opportunità di far interpretare Joseph Surface al protagonista di ciò che stavo scrivendo (un attore, manco a dirlo…) e altre amenità del genere. Ero così presa dalla mia bolla teatral-narrativa che ero persino decisa a divertirmi a quel che restava della festa. Non era possibile essere a disagio o men che festevoli nello spirito in cui ero, giusto? Per una volta nella mia vita, auspici Sheridan e Talia, mi sarei divertita a una festa in cui non conoscevo quasi nessuno – e che diamine!

E poi arrivai alla residenza, e la festa era ancora in corso, e l’appartamento era pieno di sconosciuti brilli anzichenò, e a nessuno interessava men che nulla della mia meravigliosa serata a teatro – ma d’altra parte la musica era altissima e non c’era modo di parlare nemmeno volendo – e il mio abitino blu e le mie scarpette col tacco erano del tutto inadatti alla situazione, e mancavano ancora due ore abbondanti all’orario limite che la mia coinquilina era riuscita a strappare al responsabile…

Così, con la scusa di andarmi a cambiare, me ne fuggii in camera e mi misi a scrivere, ragionevolmente certa che nessuno avrebbe sentito la mia mancanza. All’ora in cui la musica finì il mio protagonista aveva incantato Londra con il suo Joseph Surface, e io avevo recuperato la certezza di non essere un animale da feste, né passibile né, tutto sommato, specialmente desiderosa di diventarlo.

“E intendi trarre una morale da tutto ciò, o Clarina?”

Una morale? Santo cielo, no – ma potrei osservare che, per quanta fiducia si nutra nel potere del teatro, forse è meglio non aspettarsene cose irragionevoli. Euforia, idee, capitoli decenti – sì. Mutamenti repentini dell’umana natura… not so much.

 

 

 

A Scuola

girlMi sono iscritta a non un uno, ma tre corsi online.

Ogni tanto lo faccio. Le possibilità sono infinite, in ogni genere di campo e argomento, dall’astrofisica alla scenotecnica, dalla storia antica alla pollicoltura.* Poi non è che sia straordinariamente brava in proposito. Sono pigerrima, dispersiva, con una tendenza alla procrastinazione su cui vi ho intrattenuti fin troppe volte. E tutto sommato, va ancora relativamente bene se ci sono tempi, scadenze ed esercizi da consegnare… Se il corso è self-paced – ovvero una serie di lezioni da seguire a discrezione dello studente – le mie possibilità di arrivare in fondo sono bassine, indipendentemente dal mio interesse per l’argomento. Capirete, credo, se vi dico che le lezioni di scrittura teatrale scaricate dal sito del MIT sonnecchiano in un angolo buio del mio hard disk dall’agosto del 2011.

Appunto.

E quindi forse è stato un tantino imprudente, da parte mia, iscrivermi ai tre corsi che vi dicevo.

Uno è una specie di storia performativa dell’Othello di Shakespeare. Come è stata rappresentata la tragedia, in questi quattro secoli? Che cosa sappiamo? Che conclusioni possiamo trarre da atteggiamenti registici, interpretazioni e attualizzazioni? Fascinating stuff.

Poi c’è un’introduzione alla scrittura cinematografica. Secoli fa ne avevo già seguito uno della Scuola Holden. Mi era piaciuto, soprattutto perché avevo trovato una tutor molto in gamba, che mi faceva lavorare un sacco e a cui piaceva quel che scrivevo. Riconosco che quest’ultimo non dovrebbe essere un requisito per valutare un corso e trarne beneficio – ma siamo onesti: chi è che non lavora con più zelo e più gusto quando il suo lavoro viene apprezzato? Adesso trovo che sia ora di rinfrescare l’argomento, dopo quindici anni o giù di lì – e di farlo in Inglese. girls

E questi due sono MOOC, ovvero Massive Open Online Courses. Da un lato hanno di buono i tempi e le scadenze che vi dicevo. Dall’altro, hanno una componente di interazione con gli altri studenti, in cui sono pessima. In teoria l’idea di discutere di quel che studio e imparo mi piace molto; all’atto pratico, forse non so usare bene la roba a forma di forum, ma fatto sta che una discussione tra centinaia di partecipanti mi sfugge rapidamente di mano, e tendo a rinunciarci e a interagire ben poco.

Infine c’è un corso di scrittura teatrale. Ci avevo già provato qualche anno fa, e non mi ero trovata bene con il docente.** Un secondo tentativo altrove era andato meglio, ma non posso dire di averne cavato granché. Adesso ci riprovo. Questo sembra un po’ più avanzato, ha un sacco di esercizi pratici e la possibilità di farseli leggere e commentare… Purtroppo è self-paced e, a peggiorare ulteriormente le cose, ho accesso al materiale vita natural durante. Con i miei precedenti, non metterei la mano sul fuoco.

E poi ce ne sarebbero altri – corsi di storia che m’interesserebbero parecchio… ma ho deciso che prima farò meglio a vedere come me la cavo con questi tre.

Quindi forse farò bene a formulare un’ulteriore buona intenzione per l’anno nuovo: seguire i corsi e finirli. Vi farò sapere, eh?

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* No, davvero: l’Università di Edinburgo ne ha uno su comportamento e benessere delle galline. Non è uno di quelli che ho scelto.

** A parte tutto il resto, leggendo il mio esercizio, si stupì moltissimo del fatto che fosse popolato da due personaggi maschili su due. Perché, essendo una donna, non scrivevo donne? Sessista.

Buone Intenzioni

stock-photo-20929944-sparkling-2016E rieccoci qui…

Non so dalle vostre parti, ma qui è irreparabilmente gennaio di nuovo. E siccome, per quanto lo si detesti, gennaio è qui per restare, tanto vale fare… no, non buoni propositi. Nemmeno per idea.

Ho imparato a mie spese che i buoni propositi per me non funzionano.

E allora meglio concentrarsi sulle buone intenzioni.

Per prima cosa,vediamo come è andata nel Quindici.

Intendevo scrivere un romanzo… Be’, ne ho scritto una stesura e mezza. Meno di quanto avrei inteso, ma tutto sommato poteva anche andare peggio. E poi intendevo pubblicare – e considerando Gentleman in Velvet e Bric-à-Brac, non posso dirmi del tutto insoddisfatta. Aggiungiamoci l’Agnese, che pubblicata non è ma rappresentata sì, direi che posso ritenermi soddisfatta. E poi intendevo riprendere in mano qualche vecchia prima stesura e farne qualcosa… ma su questo posso ammettere il buio profondo. Troppo occupata a scrivere cose nuove – e potrei anche dire che non era la più saggia delle intenzioni, ma non lo faccio, perché a questo punto suonerebbe rimarchevolmente come un caso di uva acerba.

Insomma, 1,5/3 non è il più brillante dei risultati. Medio – e medio non va bene. Bisogna fare di più e di meglio nel Sedici appena iniziato.

E allora, vediamo un po’. Intenzioni. 0c5c62b0e0db87dd473a5d361ccc392e

Intendo finire il romanzo. E ci mancherebbe altro, giusto? Finirlo e tirarlo a lucido in tempo per la conferenza della HNR, in settembre a Oxford – dove, se tutto va bene, potrebbe succedere qualcosa di buono.

Intendo darmi da fare theatre-wise. E quanto a questo ho già iniziato. Ci sono progetti – molti progetti piccoli, medi e grandi. C’è soprattutto un progetto che, seppur non destinato a giungere a compimento nel corso di quest’anno, richiederà un sacco di lavoro. È qualcosa d’importante, di grosso, di estremamente faticoso – e probabilmente è una follia. È il genere di roba di cui son fatti i sogni. Vi saprò dire – ma, indipendentemente dal Progetto, lo ripeto: intendo lavorare parecchio in fatto di teatro.

3afb82fb6ba0464df3f9ac72eae96b1fE infine intendo fare del freewriting e della meditazione pre-scrittura con qualche costanza. Ossignore – chi avrebbe mai detto che avrei scritto una cosa del genere? Immaginatemi con un sopracciglio sollevato, che cerco di non suonare troppo sulla difensiva. Perché il fatto è che sono sempre stata scettica su questo genere di cose, tanto che mi è difficile liberarmi del mio scetticismo persino dopo avere constatato che diamine: funziona! Il freewriting scioglie blocchi, nodi e magagne, e la meditazione favorisce la concentrazione… E allora, perché non praticare l’uno e l’altra? E allora quest’anno intendo farlo, nonostante la combinazione di pigrizia e scetticismo residuo.

Ecco fatto. Qualche altra intenzioncella ci sarebbe, ma siamo realistici: sarebbe già molto bello far qualcosa con queste tre.

Ne riparliamo tra un anno.

E voi, o Lettori? Che cosa intendete fare quest’anno?

Minori

Allora, parlavamo di Cavalieri di Malta – in particolare di quelli postumi di Sir Walter Scott, ricordate? Ebbene, in coda a quel post, Antonio ha scritto questo:

Non si potrebbero considerare queste opere come quello che sono, esperimenti, abbozzi, sogni non compiuti o compiuti di un autore invece di paragonarli alle opere maggiori? […] Io considero questo genere di opere, “le opere minori”, imprescindibili per raggiungere le opere maggiori ma su di esse sospendo la mia capacità di giudizio.

Picasso2La faccenda è interessante sotto più di un aspetto – principalmente perché le cosiddette opere minori non sono tutte uguali. Ci sono le opere minori che sono per l’appunto ‘prentice work, quelle che conducono verso i capolavori, quelli che l’autore pubblica pieno di entusiasmo – salvo a volte pentirsene anni più tardi. E mi viene in mente Balzac con cose come Les Chouans, che poi avrebbe tanto preferito non dover mettere nella Comédie… Oppure The Golden Cup, opera di uno Steinbeck ventisettenne, radicalmente diversa in concetto e tono da quel che verrà dopo, ma già piena dei semi dello stile maturo, seppure a uno stato nonnulla brado.  E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perchè scrivere è un’arte che s’impara e si coltiva, andando per esperimenti. È un po’ come vedere le opere giovanili di Picasso, prima che sviluppasse idee e stile tutti suoi: sono opere tradizionali fino all’oleografia, e mostrano l’artista che diventa padrone dei suoi mezzi, che impara a perfezione le regole prima di infrangerle – e di crearne di proprie.BarnabyRudge

Cose di questo genere sono una lettura interessante, a mio timido avviso, perché consentono di vedere lo scrittore in fieri, il formarsi della voce e dello stile, l’acquisizione progressiva della tecnica, gli esperimenti e i tentativi. Provate a pensare ai due romanzi storici di Dickens: da un lato Barnaby Rudge, seminato di cose belle, ma informe e sbilanciato, cresciuto come un fungo su se stesso; e dall’altro – e ben più tardi – Le Due Città, costruito e pianificato in anticipo, tanto più coerente e serrato. Le folle feroci di Barnaby, i temi e l’uso simbolico di un elemento nell’imagery precorrono e promettono quelle di ATOTC – solo che nel frattempo Dickens aveva imparato a tendere assai meglio i suoi archi. E leggere Barnaby fa apprezzare molto meglio certi aspetti di ATOTC.

CharlotteE fin qui ci siamo – ma trovo che la questione sia un po’ diversa quando si tratta di juvenilia ripescati da quaderni e diari mai intesi per la pubblicazione. Come il tema in Francese di Charlotte Brontë – che, considerando date e circostanze, potrebbe nascondere sotto l’apparenza di una storiella morale un bel po’ di amarezza dei confronti del fratello sciagurato. Di certo, tuttavia, non era stato scritto per essere visto da altri che dal professor Heger. Peggio ancora va con i racconti e le poesie faticosamente trascritti dai libricini di Angria e Gondal, cose scritte per gioco dai Brontë ragazzini… È vero che anche in questo si vede il formarsi degli scrittori in erba – ma resta il fatto che si trattava di un gioco del tutto privato tra sorelle e fratello… Non è come se non avessi letto la mia parte di juvenilia, ma ho sempre l’impressione di sbirciare. Arrow

Dopodiché c’è il caso del libro brutto – perché a molti scrittori capita di non essere sempre allo stesso livello. Tutti sapete della mia parzialità nei confronti di Conrad, giusto? Ebbene, non ho la minima difficoltà nell’ammettere che Conrad ha scritto anche un certo numero di libri che non si possono descrivere se non come brutti. Parlo delle collaborazioni con Ford Madox Ford – dalla prima all’ultima – e poi di cose come the Golden Arrow, the Rescue et similia. E questi libri brutti non appartengono a una fase particolare della carriera dell’autore: hanno l’aria di capitare ogni tanto. Scrittore disuguale – e per carità, capita. All’uomo che ha scritto Lord Jim sono disposta a perdonare molte cose e a dire che di alcuni titoli non parliamo.

Ma le opere del declino? Di The Siege of Malta si è detto: opera ultima di uno Scott malato e angosciato, abbandonata senza mai tentare di pubblicarla mentre l’autore era ancora in vita. Oppure Weir of Hermiston, che Stevenson scrisse quando era già in pessima salute – ed era intenzionato a farne il suo capolavoro, ma quel che resta non è terribilmente incoraggiante. D’altra parte, è incompiuto, e di conseguenza non è certo come l’autore avrebbe voluto presentarlo al pubblico. Come Edwin Drood, ultima fatica di Dickens… E allora è giusto esporre l’autore colto in un momento in cui non era ancora pronto?  E forse addirittura – come nel caso di Scott – era consapevole di non poterlo più essere?

eneideUn caso estremo è quello dell’Eneide, che Virgilio, morendo, chiese di distruggere perché troppo incompiuta, e poi Augusto la volle vedere pubblicata ugualmente, così com’era. Come Virgilio non avrebbe voluto… Emily Brontë, sentendo la fine vicina, bruciò tutti i suoi manoscritti – cosa che addolorò molto Charlotte, ma forse fu una mossa saggia. Non c’è nessuna certezza che gli amici rispettino i desideri di uno scrittore defunto – figurarsi i posteri! Dubito che Emily conoscesse la storia dell’Eneide, ma di certo conosceva sua sorella, e la sua incapacità di comprendere cose come un desiderio di riservatezza.

Insomma, le opere minori non sono tutte uguali. Ci sono opere di formazione e opere di declino, opere strappate all’oblio, opere pubblicate per accanimento letterario e opere frutto di un cattivo periodo o di un’idea malconsiderata… Oggetti che, per un motivo o per l’altro, orbitano nella penombra, a qualche distanza del centro luminoso dell’artistry di un autore. Confesso di avere spesso un debole per queste anatre zoppe. Mi dico che è solo perché quel che succede dietro le quinte mi interessa quasi più della storia stessa – ma, soprattutto con le opere tarde, incompiute o rifiutate dall’autore, o altrimenti non intese per la pubblicazione, non riesco mai a leggere senza qualche remora – senza l’impressione di fare qualcosa di indiscreto.

 

 

 

E Altri Specchi Convessi

massysQuando, in un commento a questo post, Artiglio mi ha fatto scoprire il quadro di Quentin Massys “L’Usuraio e Sua Moglie”, mi è venuta voglia di andarmene a caccia di specchi convessi dipinti.

E così ho scoperto che Van Eyck è solo il capostipite di una lunga, lunga discendenza di pittori di specchi convessi. Considerando quello che era riuscito a fare, non è sorprendente. Le potenzialità stilistiche e simboliche di un arnese del genere ne fanno un elemento molto interessante da inserire in un quadro, la specularità affascina da sempre artisti e bambini, gatti e osservatori casuali alike, e la prospettiva incurvata nella superficie di vetro è quel genere di virtuosismo che non può non attrarre un pittore…-campin

E così avevo pensato di dedicare questo post a una galleriola di specchi convessi attraverso i secoli… poi ho scoperto che qualcuno l’ha già fatto – e molto bene. E allora, perdonate la pigrizia agostana,* credo che vi metterò un link a questo bellissimo ed esauriente post su Didatticarte. All’inizio, in realtà, troverete un po’ di teoria, le sculture riflettenti di Anish Kapoor e qualche anamorfosi e poi, a partire dal nostro Jan Van Eyck, una lunga, magnifica cavalcata attraverso la storia dell’arte, inseguendo gli specchi convessi.

Troverete un sacco di meraviglie. Personalmente ho un debole per gli specchi fiamminghi (Campin!) ma non dico che, se me lo permettessero, non porterei a casa anche cose come lo specchio rotondo di George Lambert o Lo Specchio di Orpen…

FurtenagelE a questo punto ho ben poco da aggiungere, se non questo quadro qui a sinistra: Il Pittore Hans Burgkmair e Sua Moglie Anna, di Lukas Furtenagel – anno 1525.

 

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* In realtà è per modo di dire, perché qui si lavoralavoralavora senza sosta. Non c’è sabato né domenica, e non ho fatto vacanza nemmeno il giorno di Ferragosto. Adesso, se volete, potete sospirare: “Oh, povera Clarina…”

Al Tempo in cui la Peste Filava

Rant ahead, vi avverto.

O forse non è nemmeno un rant – più che altro una sconsolata considerazione…

anno-nuovoA volte capita che vi augurino un prosperoso anno nuovo – e voi, considerando i chiletti che avete messo su durante le feste, siete tentati di domandarvi se l’auguratore stia facendo dello spirito… E invece no, nella maggior parte dei casi è solo che l’auguratore non distingue fra “prosperoso” e “prospero.”

Ed è già abbastanza doloroso così – e naturalmente non avete cuore di correggere il benintenzionato, così ringraziate e sorridete, ingoiando tant0 l’ilarità quanto la lieve amarezza…

Poi vi capita di riprendere in mano un libro, e di doverne leggere un pezzo ad alta voce in pubblico – e notate per la prima volta che il traduttore (che pure in generale ha fatto un buon lavoro) ci è caduto a sua volta, e a Pera i Genovesi hanno un prosperoso quartiere commerciale.

E lì per lì v’interrompete con un sussulto, e scoppiate a ridere, e fate ridere il vostro pubblico – ma in

Talmente prosperosa che è grande quasi come mezza Città...

Talmente prosperosa che è grande quasi come mezza Città…

realtà ci risiamo, ed è doloroso. Molto più doloroso degli auguri di buon anno, perché un traduttore, cielo benedetto, è qualcuno che con le parole, con la precisione semantica, con la differenza tra una parola e l’altra, ci lavora tutti i giorni, e ci vive, e ci respira. E sì, vi dite che che lo svarione è sempre in agguato, che ci si distrae, che l’originale inglese, prosperous, è un’autostrada a quattro corsie verso il disastro… D’altra parte, il libro è stato tradotto e pubblicato decenni orsono, quando si supponeva che le case editrici (e questa è – o almeno era – una casa editrice seria) facessero passare un testo sotto più di un paio d’occhi professionali prima di mandarlo in stampa… E invece nessuno se n’è accorto, e Pera è diventata un prosperoso quartiere commerciale.

E sì, è una perla editoriale come tante altre – ma per essere sinceri, vi viene la tentazione di mettervi a un angolo di strada trafficato e fermare i passanti e chiedere loro la differenza tra prospero e prosperoso – e avete ogni genere di sconfortanti misgivings in proposito.

Poi vi dite che siete dei terribili snob – e per un po’ vi domandate se questo debba rinfrancarvi, finché non sentite un telegiornalista confondere le file e le fila… E non è come se fosse la prima volta che capita. Sarà pur vero che, a suo tempo, la televisione ha insegnato l’Italiano agli Italiani, ma si direbbe che abbia abdicato un tantino al compito, a giudicare dalla frequenza di gente televisiva

Attenti alla peste...

Attenti alla peste…

cui pare che le file (dell’esercito)* e le fila (della situazione) siano allegramente intercambiabili…  Adesso non mi trattengo dal citare una reminiscenza ginnasiale: “La peste filava tra le strisce dell’esercito imperiale”, disse una volta qualcuno che non avrebbe dovuto dire nulla del genere – ma questo scampolo di glorioso nonsense era chiaramente un lapsus, mentre fila/file è uno scivolamento per disinteresse, temo.

Perché questa – questa è la cosa più dolorosa di tutte. Molto, molto peggio di prospero/prosperoso: la sensazione che a un sacco di gente non interessi poi troppo che le file non siano le fila, e viceversa… Che non valga la pena di scoprire e imparare la differenza. Che sia più o meno lo stesso. Più o meno.

E ve l’avevo detto: è tutto molto sconsolato. È una forma (non letale) di peste che striscia tra le file italofone. O forse fila fra le strisce – in fondo è più o meno lo stesso, giusto?