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Quasi una storia di fantasmi

Un giorno, una manciatina d’anni orsono, squilla il telefono, e una voce dall’accento teutonico chiede se è possibile parlare con Chiara Prezzavento. Quando rispondo che non solo è possibile, ma la cosa è già in corso, la signora mi spiega di essere una ricercatrice per conto del Clan Urquhart.

ThomasUrquhart.png“I discendenti di Sir Thomas?” domando io un po’ incredula. Sir Thomas Urquhart è un erudito e viaggiatore scozzese del Diciassettesimo Secolo, uno Sbregaverze fatto e finito. E se pongo la domanda è perché…

“Sì!” esclama la signora all’altro capo del telefono. “E non riesco a trovare il suo libro, né alla biblioteca Teresiana né in libreria, e invece io DEVO leggere il suo libro!”

Perché, vedete, Sir Thomas è uno dei personaggi de Lo Specchio Convesso, il mio primo romanzo, pubblicato nel 2004 presso La Kabbalà, e tristemente uscito di commercio molto presto. O piuttosto, mai entrato veramente in commercio, come capita ai libri pubblicati con microeditori che non hanno distribuzione… Anyway, tornando alla mia telefonata, immaginatemi assolutamente elettrizzata dal fatto che qualcuno abbia disseppellito lo Specchio dal suo oblio. Non capita tutti i giorni che un ricercatore straniero ti chieda del tuo romanzo morto… C’è sempre la possibilità che il ricercatore in questione alla fin fine faccia te e il tuo romanzo a pezzettini molto piccoli per qualche inaccuratezza, ma decido che sono disposta a correre il rischio.

Con Elisabeth ci accordiamo per incontrarci in San Simone (dove è sepolto il Critonio, protagonista del libro e, incidentalmente, l’idolo di Sir Thomas), e una volta là passiamo un’oretta felice scambiandoci storie, aneddoti, fonti e teorie… Elisabeth sta conducendo delle ricerche su Sir Thomas per conto del Clan scozzese degli Urquhart, appunto, che non solo esistono ancora, ma sono riuniti in un’associazione culturale molto attiva per quanto riguarda la loro storia. Adesso le sue ricerche l’hanno condotta a Mantova dove, secondo lei, Sir Thomas non può non essere passato.

Io spiego che nel mio romanzo Sir Thomas è un personaggio abbastanza secondario, che mi sono presa delle libertà con i buchi che ci sono nella sua biografia, che si tratta di un romanzo, dopo tutto: assolutamente e solo un romanzo… Ma Elisabeth rimane pervicacemente entusiasta. Non c’è molta gente in Italia che scriva o abbia scritto su Sir Thomas, e comunque lei è convinta che i romanzi siano porte aperte sulla storia. Perché un’invenzione letteraria non può fornire uno spunto o una direzione per la ricerca? Magari era lo spirito di Sir Thomas a suggerirmi certi particolari, conclude Elisabeth…

E io sorrido all’idea, ma Elisabeth è serissima, e procede ad informarmi che di quest’ultima teoria è convinta nella più granitica delle maniere. Noi crediamo di scrivere saggistica e narrativa storiche di nostra iniziativa, ma in realtà sono gli spiriti dei morti a ispirarci, guidarci e pungolarci. Segue un’affascinante storia à la Delia Bacon, su come visitare il campo di battaglia di Bannockburn sia stato fondamentale per il suo saggio in proposito – e non certo per il colore locale, ma per quello che i morti di tanti secoli fa le hanno sussurrato mentre passeggiava…

Ora, vedete, sentirsi mormorare queste cose nella penombra di una chiesetta gelida e deserta è il genere di cose che v’induce a… diciamo a esplorare possibilità narrative. Così m’immagino il Critonio seduto sul suo cenotafio che ci guarda dall’alto e sospira un po’. E Annibale che da vent’anni a questa parte mi dà il tormento perché scriva, scriva, scriva la sua storia. E in anni più recenti Kit Marlowe ugualmente impegnato… E in realtà è un esercizio lusinghiero, perché magari James Crichton è un tantino dimenticato dalla storia e disperato alla ricerca di un autore qualsiasi, ma l’idea di avere attirato l’attenzione di gente come il generale Barca e Marlowe… eh.

Di Elisabeth, poliglotta, viaggiatrice e mezza spiritista, non ho più avuto notizie dopo quel pomeriggio lievemente surreale. Non mi ha nemmeno più scritto, come aveva promesso di fare per dirmi se il libro le fosse piaciuto… Immagino di no – e in effetti, considerando la sua ammirazione per Sir Thomas e il mio ritratto del personaggio, non posso dire di essere oltremodo stupita. Quel che mi resta è l’idea per una storia che, credo, prima o poi metterò in pratica.

 

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Murphy Sulla Via Dell’Isoletta

55327_girl-writing_lg-1C’era una volta un concorso per atti unici – e il concorso si teneva sull’Isoletta.

C’era anche, quella stessa volta, una Clarina che viveva sul Continente – quella cosa che, dicono gli abitanti dell’Isoletta, resta isolata quando c’è nebbia sulla Manica. Tuttavia, pur abitando al di qua della Manica, la Clarina desiderava molto partecipare al concorso in questione, e aveva pronto un piccolo atto unico che le pareva adatto alla bisogna.

A dirla proprio tutta, la Clarina l’atto unico l’aveva pronto da lunga pezza – in teoria fin dall’edizione precedente del concorso isolano, solo che… Ecco, diciamo che talvolta la Clarina tendeva a… er, distrarsi.

Quella volta che c’era, tuttavia, la Clarina si annotò la scadenza ben in grande e ben in anticipo, diede un’ultima lustratina al play e si sentì a posto con la coscienza.

E ci si sentì fino a una decina di giorni dalla scandenza, quando all’improvviso la sua coscienza si risvegliò e cominciò a strillare cose poco lusinghiere sulla Clarina e sulle Poste&Telegrafi…

Perché, vedete, non solo il concorso si teneva sull’Isoletta, ma era anche uno dei non numerosissimi concorsi dell’Isoletta che richiedono di spedire per terra e per mare una o più copie cartacee. Siccome questa crisi di coscienza si teneva a un’ora talmente avanzata da essere tarda persino per la pur nottambula, nottambulissima Clarina, fu soltanto l’indomani che la nostra sciagurata si mise all’opera.

“E che ci vuole?” si disse l’improvvida, mentre sorseggiava il primo tè del mattino. “Stampo le due copie e la lettera con i miei dati, chiudo tutto in una busta e vado a spedire…”44880_guten_press_lg

Ma naturalmente questa è una storia, e tutti sappiamo che cosa succede a questo punto nelle storie, vero? Quando la Clarina avviò la stampante per stampare il suo piccolo play in due copie, la stampante sussultò una e poi due volte, ingoiò un foglio di carta, lo buttò fuori bianco, sospirò, rantolò e cadde in deliquio.

“Oh…” mormorò la Clarina, in moderato corruccio. Spense la stampante, la riaccese, reimpostò la stampa, avviò… E la tecnologia non rispose.

“Stampante non in linea,” fu la risposta della tecnologia. “Controllare che i cavi siano collegati e che la stampante sia accesa.”

Oh!” disse la Clarina, un tantino più corrucciata di prima. Controllò i cavi – che erano collegati. Controllò la stampante – che era accesa. Allora spense e riaccese la stampante, just in case, e poi riprovò.

“Stampante non in linea. Controllare che i cavi siano collegati e che la stampante sia accesa.”

E a questo punto potremmo mettere un altro Oh, ma l’incontrovertibile fatto è che la Clarina usò del linguaggio, rifece tutto daccapo e ottenne per la terza volta lo stesso risultato.

Era il tipo di momento in cui c’è soltanto una cosa da fare, e dunque la Clarina si fece una seconda tazza di tè, e sedette sul pavimento davanti alla stampante, maledicendo tra sé il dannato arnese, e pensando all’Isoletta. Il passo successivo fu di trascorrere un’invereconda quantità di tempo a consultare libretti di istruzioni e guide online a caccia di una soluzione – senza cavare dal buco una di quelle orride bestie a otto zampe che fanno le r-tele.

A questo punto, la mattinata avanzava, l’ultimo momento utile per la spedizione in giornata non era più lontanissimo e, considerando tutto quanto, perdere un’altra giornata, non sembrava la migliore delle idee. La Clarina prese una decisione esecutiva: salvò play e carte varie su una chiavetta (ricordandosi per il rotto della cuffia di inserire i numeri di pagina che di solito si dimentica) e si recò dalla vicina D. a supplicare una stampa. D. la Clarina la conosce dall’infanzia, la sa tanto eccentrica quanto disorganizzata, ed è rassegnata a vedersela capitare a orari disparati, disperata e supplicante stampe. D. ha una stampante professionale ed è una specie di angelo. Senza battere ciglio, nel giro di un minuto e mezzo, stampò il play della Clarina e le carte accessorie in duplice copia, e la mandò via felice.

poCosì la Clarina tornò a casa, imbustò il tutto, controllò tre volte l’indirizzo, si premunì di libro e galoppò all’ufficio postale. Ora, sapete tutti che, per una legge di natura, se non ci si porta da leggere all’ufficio postale si è condannati a dover aspettare, aspettare e aspettare. Se ci si porta da leggeere, può darsi di dover aspettare, aspettare e aspettare – oppure no. Per qualche misteriosa forma di compensazione cosmica, quella volta che c’era fu un’occasione in cui oppure no: in dieci minuti la Clarina sbrigò tutto quanto e tornò a casa al piccolo trotto, lieta nella consapevolezza di avere centrato la spedizione in giornata per un pelo – un pelo molto piccolo.

E a dire il vero, fece talmente presto che sua madre, nel vedersela restituita in sì breve tempo, la accolse con disappunto e al grido di “Oh, non sei riuscita a spedire!”

E invece sì, e il play era già in viaggio verso l’Isoletta, e la Clarina brindò con sua madre alla felice riuscita, e tutti vissero felici e contenti in attesa della long list.

E se, o Lettori, volete trarre qualche utilità da questa storia, la morale è questa: vedete di non ridurvi mai a un passo dalla scadenza – perché è allora che la Legge di Murphy ama colpire. E se le poste&telegrafi possono scioperare, se la tecnologia può fallire, se la neve può cadere, se l’influenza può azzannare, se qualcosa, qualunque cosa può succedere – ebbene, è proprio allora che lo farà.

Là Fuori

VintagePostOfficeAdOggi post fulmineo, abbiate pazienza, perché la giornata è complicata.

Mentre leggete sto peregrinando per uffici postali e/o (più probabilmente) corrieri, cercando la maniera di spedire un atto unico verso l’Isoletta.

In tempi brevi, considerata la scadenza incombente.

E no, questa volta non mi sono lasciata sfuggire particolari rilevanti – o almeno non credo. È che proprio ho scoperto l’altro giorno l’esistenza di questo concorso per atti unici brevi, per cui, a parte tutto il resto, sono reduce  da una cinquantina d’ore di frenetica revisione e levigatura.

E adesso il risultato si manda Là Fuori, o almeno ci si prova – anche perché agli organizzatori del concorso in questione pare bello accettare soltanto materiale cartaceo… niente posta elettronica, il che va benissimo sull’Isoletta, dove le reali poste funzionano egregiamente, ma dal mio punto di vista complica un tantino la vita.

Oh well, fa nulla. È parte dell’avventura.

E domani si ricomincia con un’altra cosa da mandare altrove, sempre Là Fuori. E poi un’altra. RM

Perché quando ho fatto elenchi di buoni propositi per l’anno nuovo, ho l’impressione di averne dimenticato uno. O forse lo possiamo considerare un buon proposito di fine gennaio, ma fa lo stesso: il fatto si è che ho deciso di mandare Là Fuori spesso e in abbondanza, quest’anno.

E in realtà è una decisione che ho già preso altre volte – senza poi metterla particolarmente in atto… Ma diciamo che ci riprovo, ecco.

Vi farò sapere. Intanto, wish me luck.

Cinque Pensieri Di Fine Corso

ja09_books_creative_writingIeri sera ho terminato una versione in sei lezioni di Gente Nei Guai a Porto Mantovano.

Mi è spiaciuto congedarmi dai miei quattordici studenti – un gruppo vivace, simpatico e motivato – ma c’è di buono che probabilmente proseguiremo a primavera con un corso avanzato. E sarà interessante, perché – ripeto –  si tratta di un ottimo gruppo.

Dopodiché, ogni corso è, per forza di cose, una faccenda a sé – ma  ho costatato una volta di più alcune costanti, di cui vi metto a parte.

I. Fino a quindici partecipanti va tutto bene. Di più e, anziché un gruppo, vi ritrovate una classe – il che può andare ragionevolmente bene finché parlate voi, ma non funziona granché per la discussione e  gli esercizi pratici. Può essere un problema, perché a volte gli organizzatori hanno tante richieste, e supplicano di accettarne ancora uno, e ancora uno, e per favore un altro… Ma vale la pena di esercitare fermezza: il corso ne guadagnerà.

II. Non c’è nulla da fare: l’impatto con la tecnica sconcerta sempre, almeno un pochino. C’è chi è curioso, c’è chi si sorprende nello scoprire l’esistenza di tecnica&teoria in un campo in cui non se li aspettava, c’è lo scettico blu, certo (in gradi variabili) che la Scrittura, in quanto Arte e Ispirazione, non possa sottostare a regole… Ad ogni modo, l’impatto è quasi sempre quello del millepiedi di Kipling. Questa volta, l’ho detto, avevo un ottimo gruppo di gente che partiva già bene e gente che ha fatto progressi drastici nel corso delle sei settimane, ma è sempre di soddisfazione veder sperimentare le tecniche, di settimana in settimana, e raccogliere un certo numero di “Ehi, funziona!”

III. La mortalità è inevitabile. A parte i malanni di stagione e gli imprevisti, qualcuno si perde sempre per strada – e su un gruppo limitato le sedie vuote si vedono molto. Le prime volte andavo in crisi – col tempo ho imparato che non è possibile accontentare tutti. Ci sarà sempre qualcuno che dopo tutto si annoia, o che decide che la tecnica non è la sua tazza di tè, o che non apprezza le vostre teorie… Di nuovo, questo gruppo sembrava intenzionato a farmi felice, e la scarsissima mortalità (al netto dell’influenza e degl’impegni di lavoro) si è manifestata solo all’ultima lezione. Però capita – e bisogna tenerne conto. Una cosa che si può fare è interrogare i superstiti attorno a metà corso – sentire impressioni, mugugni e desiderata. Non per questo si cambia la natura del corso, ma è sempre possibile correggere il tiro.

IV. I compiti a casa sono di quelle cose. Prima di tutto, evviva la posta elettronica, che semplifica indicibilmente la vita. In genere se ne preoccupa un numero limitato di partecipanti. Il resto si divide tra quelli che fanno gli esercizi ma non ve li mandano per un motivo o per l’altro, e quelli che proprio non ci provano nemmeno. Tra i diligenti, poi, ci sono inevitabilmente quelli che fraintendono l’esercizio. Per quanto crediate di esservi espressi chiaramente, rassegnatevi: succederà. Un po’ – specialmente all’inizio – perché non sono abituati a pensare alla scrittura nei termini tecnici che voi intendete. Un po’ perché qualcuno è talmente ansioso di impressionarvi con il racconto/romanzo/poema in pentametri trocaici che ha nel cassetto, che ve ne contrabbanderà  una fetta – qualche volta tout court, qualche volta fingendo che sia l’esercizio. Aggiungere “Non Speditemi Cose Che Avete Già Scritto – Svolgete L’Esercizio” può funzionare oppure no. Così come porre dei limiti, come un massimo di parole per esercizio, o un giorno entro cui spedirvi i lavori… Potete provarci – ma spesso vi ritroverete più che altro una fenomenologia dell’interpretazione elastica…

V. Alla fin fine, un sacco di buone domande, settimana dopo settimana, è quello che rende davvero felici. Non volete davvero una platea zitta e prigioniera – non siete a teatro. Quando cominciano a volerne sapere di più, a cercare approfondimenti, a chiedere titoli, a discutere sul serio, a trarre conclusioni (che non sono necessariamente le vostre), allora significa che il corso sta funzionando.

E lo ripeto un’ultima volta e poi chiudo: o Portesi, mi avete resa davvero felice sotto tutti gli aspetti – e con un’abbondanza di domande. Se tutto va bene, ci vediamo a primavera.

 

Nov 29, 2013 - considerazioni sparse    4 Comments

Guanti Spaiati, Pezzetti Di Spago E Biglie

Avete presente il cassetto che tutti abbiamo, in cui finiscono le cose bizzarre, smarrite, quasi finite o spaiate? L’Inglese ha questa bella ed efficace espressione – odds and ends, di cui al momento non mi viene in mente un corrispondente in Italiano. Ma insomma, questo post è fatto più o meno come quei cassetti lì.

1) Volevo cominciare con il mio ennesimo caso di Serendipità Storica – uno stampatore elisabettiano che, dopotutto, ha proprio il nome che gli avevo appiccicato provvisoriamente in prima stesura – ma poi ho letto questo post su strategie evolutive, e mi sono resa conto che il mio stampatore non può competere. In fondo Jones e il suo Tamerlano anni Novanta potrebbero essere un caso di memoria sepolta, magari l’avevo letto da qualche parte e non me ne ricordavo più consapevolmente – ma il ritorno della Buran… ah, questo è assolutamente fantastico.Teatroviaggiantesubito_fi--400x300

2) Domattina, salute permettendo, dovrei partire con Hic Sunt Histriones per una cosa molto à la Capitan Fracassa – o, se preferite, Scaramouche. Andiamo in quel di Biella con il mio atto unico Aninha. Non sto ancora benissimo, e l’idea del viaggio, del freddo e della neve mi scombussola un po’. E sì, il carro coperto e le sgambate notturne e i bivacchi nei boschi sono soltanto nella mia immaginazione guastata da troppi romanzi storici – but still. E l’immagine qui di fianco è merito della mia amica Milla, che ha scovato da qualche parte questo meraviglioso autobus convertito in teatro… l’Autobus di Tespi! Naturalmente non abbiamo nulla del genere – ma sarebbe fantastico.

3) Se davvero riesco a partire, domenica non sarò qui a postare il consueto posterellino musica-domenicale. Oh, proverò a programmare tutto quanto, con video e link, visto il modo in cui le cose funzionano – o più che altro non funzionano – ultimamente, ma non è affatto detto che serva ad alcunché. Per cui, se passando di qui domenica non trovate nulla, potete immaginarmi a bordo di un carro coperto nei boschi biellesi, a rabbrividire con le altre attrici in mezzo ai sacchi dei costumi, mentre gli uomini cercano di convincere i cavalli da tiro… ah no. Ho detto niente carro coperto, vero? Be’, potete immaginare qualcosa del genere – a vostro piacimento.

4) Ho ricevuto da recensire il terzo volume della trilogia di James Aitcheson sulla conquista normanna dell’Inghilterra. Ne avevamo parlato qui, ricordate? La cosa curiosa è che sulla sovraccoperta, tra gli stralci di recensione riportati a fini di marketing, c’è un pezzetto della mia recensione del secondo volume. A nome HNR, naturalmente – ma adesso posso dire che qualcosa di mio è apparso in un volume pubblicato da Random House.

5) La settimana scorsa, la lezione di Potsdam si concentrava su giochi e storytelling. Giochi al computer, you know. Per compito dovevamo discutere gli aspetti narrativi del gioco che ci ha colpiti di più da questo punto di vista. Dovevamo – o avremmo dovuto. Mi sono resa conto di aver giocato ben poco al computer in vita mia, e mai a nulla di più narrativamente complesso di Chocolatier – di cui mi sono annoiata presto, perché non c’era dentro una storia. Che devo dire? Sono proprio cresciuta su un platano, e tutt’ora ci vivo, e per di più ho una provata incapacità di muovermi con il topo, con le frecce direzionali o con un joystick. Morale: non ho fatto i compiti. O almeno, non sul serio.

6) Mi fermo qui. Buon finesettimana – e vi racconterò come sarà andata a Biella.

La Tettonica Delle Lingue

la dante, adotta una parola, lingue viveVi ricordate di Adotta una Parola – l’iniziativa de La Dante? Ne avevamo parlato qui un paio di anni fa (pittkins, come passa il tempo…), e da allora ogni tanto ripasso da quelle parti e sbircio tra i lemmi e adotto qualche altro orfanello, più o meno a seconda di quel che sto scrivendo.

Per dire, nel corso dell’ultima visita ho adottato Sonettista, Marineria, e una manciatina di altre cose – e tra l’altro mi sono mangiata le unghie per essere stata preceduta su Anemofilo… 

Perché non so che farci, a me le parole desuete piacciono proprio tanto. Forse fin troppo. Perché a parte tutto, posso anche divertirmi a usare “sesquipedale” in conversazione, ma non posso fare a meno di pensare che, se è uscito dall’uso, un motivo ci sia…

Ne parlavo qualche giorno fa con F., che lamentava il diluvio di usi invalsi – cose che dieci, o anche solo cinque anni fa consideravamo sbagliatissime, e adesso ormai sono inestirpabili. Tipo, per citare un pet peeve personale, “Vicino casa.”

In questi casi, lo riconosco, la tentazione è quella di continuare a fare sesquipedali e teatralissimi sobbalzi ogni volta che qualcuno racconta di come non riesce a parcheggiare vicino casa, e produrmi in esclamazioni di “A! a! a! Vicino A casa! A casa!!”…  E non è come se non cedessi alla tentazione con qualche frequenza – ma sempre con qualche remora. Sempre con la sensazione di arroccarmi su posizioni che la battaglia ha già ampiamente superato.

E badate, non sto parlando di veri e propri orrori grammaticali, crimini sintattici e spaventi lessicali, ma di quei cambiamenti, quegli aggiustamenti, quegli scivolamenti che capitano, e capitano di continuo nella storia delle lingue.

Perché il fatto è che le lingue non stanno ferme. Mai. Cambiano, si evolvono, assorbono, si gonfiano, cambiano colore, si arricchiscono e impoveriscono, rapinano le altre lingue nei vicoli bui, semplificano la loro struttura, scivolano le una verso le altre, le une nelle altre, le une sopra le altre, si adattano, si mescolano, si ibridano e fanno un sacco di cose – che non sempre sembrano lodevoli a chi le vede succedere. E tuttavia succedono, ed è quello che rende vive le lingue vive.

E cercare di fermarle, o anche soltanto di trattenerne il flusso, ha sempre un che di artificiale – e nessuna lingua artificiale ha mai funzionato davvero. Non è così che funziona. E questo è, ammettiamolo, parte del fascino del gioco.

E quindi, Adotta una Parola è un bel gioco, e temo che continuerò ad usare sesquipedale, versipelle, corrusco e tutte quelle altre belle parole che mi piacciono tanto, e temo anche che continuerò a storcere il naso sugli usi invalsi, perché in fondo ho, almeno in parte, l’animo di una purista conservatrice con un certo gusto antiquario… Ma sarà sempre con una vaga sensazione di causa perduta – e ricordandomi che tutto quel che a noi adesso pare l’apice della più forbita correttezza, in qualche secolo passato avrà fatto inorridire qualche purista conservatore.

Cyrano 2.0

lettera damore per lui

Siete abbacinati come lo sono io? È la query con cui qualcuno che non so – ma presumo, o almeno spero, una ragazzina – ha raggiunto SEdS via Google, in un momento che non so tra il primo di novembre e oggi. Proprio così come la vedete.

E guardate, accantoniamo pure il fatto che un apostrofo, roseo or otherwise, fra le parole d e amore ci sarebbe stato proprio bene. Ammetto che è un fatto maiuscolo da accantonare, ma concediamo il beneficio del dubbio, della fretta, delle tastiere temperamentali – e accantoniamolo.

Resta il fatto che qualcuno, volendo scrivere una lettera d’amore, ha pensato bene di cercarsene una già pronta su internet. La mia prima reazione è stata, confesso, d’incredula ilarità – finché non ho pensato che in fondo, nell’impulso di fondo, non c’è nulla di terribilmente diverso da quello che muove Christian a rivolgersi all’amico nasuto e facondo, o la Marilù di Giana Anguissola a levarsi la scarpa e battere con il tacco sul pavimento per convocare dal piano di sotto Rossella che ha la media dell’otto…

In fondo, non è come se Cyrano tenesse in gran conto i desiderata stilistici di Christian. Ilettere d'amore, cyrano de bergerac, giana anguissola, yahoo answersl tema è uno e si esprime in tre parole, e poi lo svolgimento è affar suo – tanto che, da un certo punto in poi, le lettere continuano all’insaputo del supposto mittente. Il che suggerisce inquietanti immagini di lettere che continuano ad arrivare, spedite da qualcosa a mezza via tra un e-Cyrano e Hal 9000… Ma non divaghiamo.

Magari questa piccola nativa digitale ha in qualche modo assorbito l’idea che le lettere d’amore siano l’apice del romanticismo.* magari non ha ben chiaro come articolare il discorso al di là di TVB, TVTB e TVTTTTTB, e un confuso e persino lodevole senso che per una volta le sigle non bastino l’ha spinta a cercare aiuto. E magari, di questi tempi digitalizzati, in assenza di amici nasuti e amiche con la media dell’otto, o forse temendo di essere presa in giro, la fanciulla ha pensato di cercare la lettera nello stesso posto in cui cerca le canzoni da scaricare, i desktop col vampiro e i temi già svolti… 

E però ci viene da dubitare: anche ammettendo che del narratore dei Promessi Sposi e delle espressioni algebriche non le importi un bottone (al di là dell’evitare un’insufficienza e metterci il minor tempo possibile), forse di quel che scrive al ragazzino del suo cuore potrebbe importarle un po’ di più… E mentre Christian sa che Cyrano è un poeta e Marilù ha dimestichezza con le medie di Rossella, come sa la nostra fanciulla che le lettere damore che trova in rete siano anche solo vagamente decenti?

Ma in fondo, forse, non le interessa poi troppo – né quello né il rischio di essere sgamata. Da un lato, dubito che il Rossano medio d’oggidì sia incline a scegliere, tenersi o lasciare una morosa sulla base della sua prosa eloquente e fiorita. Né, in tutta probabilità, il ragazzino rastrellerà la rete in cerca di lettere damore per lui…

Il che però introduce un’altra domanda. Supponendo che, dopo essere rimasta delusa qui, la nostra implume abbia proseguito le sue ricerche, davvero avrà trovato in rete lettere damore preconfezionate? Incuriosita, e anche per vedere come una ricerca del genere potesse condurre a SEdS, ho fatto una picola indagine, e ho scoperto che la risposta è: eccome! lettere d'amore, cyrano de bergerac, giana anguissola, yahoo answers

Già la search box di Google mi offre tutta una serie di affascinanti possibilità: non solo la fanciulla ha avuto da scegliere tra la lettera d’amore per lui, la lettera d’amore per lui triste e, se non basta, anche la lettera d’amore per lui** commovente, un’abbondanza di lettere d’amore bellissime o stupende, o addirittura la lettera d’amore più bella…

Ed è poi vero che, seguendo i link, si trovano per lo più collezioni di frasi più o meno celebri, più o meno à la Baci Perugina – facendo sorgere il dubbio che le nuove generazioni non abbiano ben chiara la distinzione tra lettera e citazione – oppure siti in cui un pubblico per lo più femminile mette in piazza lettere d’amore vere o immaginarie. Ma c’è anche il sempre sconcertante Yahoo Answers, dove si trovano threads come questo. Date un’occhiata e badate a come la richiedente specifichi che la lettera è per un terzo anniversario e dev’essere abbastanza lunga – manco fosse in pasticceria – e badate a come la più apprezzata delle risposte sia quella che contiene la lettera su richiesta, e come nessuna delle obiezioni sensate riceva un singolo voto – ad eccezione di una, che sensata è, però contiene quanto meno un paio di ogniuno.

Insomma, si direbbe che a questa generazione sembri sufficientemente normale cercare lettere d’amore già pronte come se fossero torte con la glassa – senza curarsi dell’altrui sintassi o grammatica,*** sprezzando il rischio di essere sgamati…

E credetemi, mi sento vecchia nel dirlo, e anche un pochino acida, ma non posso fare a meno di sospettare che non sia tanto questione di contenuto, quanto di packaging. Si scrive la lettera perché fa tanto romantico, e più suona come i dialoghi di Twilight, meglio è – perché il punto non è quel che si scrive. Il punto è averlo fatto, e poter dire: ho mandato al mio ragazzo una lettera damore, e appartenere al club di quelle che scrivono lettere damore, appendono lucchetti ai ponti e tengono Romeo e Giulietta sul comodino. 

___________________________________________

* Tiro a indovinare: ci si scambiano lettere d’amore in Twilight?

** Ma esistono, in abbondanza, anche per lei.

*** Nel mio cinismo dubito che si tratti di una faccenda à la Wilde, con Cecily che si commuove sulla (e di fatto falsifica la) cattiva grammatica delle lettere di Algy all’epoca della rottura del fidanzamento.

Ott 27, 2013 - considerazioni sparse    2 Comments

Il Gatto di Simon

…Che in realtà è abbastanza il Gatto universale – ciò che è stato recentemente riportato alla mia attenzione.

Avete mai provato a lasciare da soli un gatto e una scatola?

O a mettervi tra un gatto e il suo pranzo?

E buona domenica.

A Mano

scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88“Sei veloce a battere al computer,” disse l’Osservatore casuale.

“Hm…” mugugnò la Clarina, senza staccare lo sguardo dallo schermo, né i polpastrelli dalla tastiera.

“Ma usi tante dita?” insisté l’OC, benché potesse vederlo benissimo da sé.

“Dalle sette alle nove, a seconda delle giornate,” rispose la Clarina – un po’ perché era vero, e un po’ per far sobbalzare l’OC.

Alla periferia del campo visivo della Clarina, l’OC sobbalzò debitamente, e poi digerì l’informazione per un pochino. Non chiese da che cosa dipendesse la variazione da giornata a giornata – quella è una domanda che, di solito, pone la gente di formazione scientifica.

“Io più di due dita proprio non le so usare,” disse invece, a digestione ultimata. E lo disse con quel tono vagamente superiore che in genere prelude – e anche questa volta preludeva a… “Io scrivo a mano. Non riesco a pensare con una tastiera, e non so immaginare come tu ci riesca.” 

La Clarina avrebbe potuto dire che non era nata così, che era questione di abitudine e pratica, che col suo genere di lavoro era una necessità… Ma prima che potesse decidere se valeva la pena di distrarsi…

“scommetto che non sai nemmeno più scrivere a mano,” disse l’Osservatore Casuale, con una vaga nota di trionfo nella voce. scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88

E fu allora che la Clarina si fermò per la prima volta, si girò a guardare l’OC e protestò appassionatamente che non era, non era e non era vero.

Perché non è vero affatto: non solo so ancora scrivere a mano, ma lo faccio quotidianamente – e magari lo faccio in una grafia che legioni di insegnanti, colleghi, dipendenti, clienti e corrispondenti hanno definito e definiscono “decorativa ma illeggibile”, but still.

E anzi, a dire la verità, in anni in cui ce n’era necessità, avevo anche adottato una grafia alternativa e semistampata – che a suo tempo non impedì a un dipendente di decifrare un mio “Emanuele” come “Bmannek”, e che mi ostino ad usare ancora per compilare moduli, documenti vari e bollettini… 

Ma tutto ciò era per dire che l’uso massiccio del computer non mi ha tolto la capacità di scrivere a mano. Why, un’abbondanza di appunti a mano fa ancora parte del mio metodo, e uso quantità industriali di taccuini su cui strologo per iscritto, annoto, appunto, abbozzo, faccio liste e promemoria…

E devo dire che negli anni ho sviluppato una predilezione per i taccuini Moleskine, di cui adoro la carta liscia e consistente e vagamente cream-coloured. Per carità: mi piacciono tanto i quaderni rilegati di carta fiorentina o di Fabriano, magari tagliati a mano, belli e significativi. Solo che la grana… la grana è come la mia grafia: decorativa e poco pratica. Quando scrivo a mano mi piace farlo in maniera scorrevole, senza aver l’impressione di andare in bicicletta su una sterrata… Il che fa sì che abbia poca pazienza anche per la carta riciclata, in cui tutte le punte s’impicciano, sopratutto quelle di matita a mina dura.

scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88Oh sì, le matite: per anni ho scritto quasi esclusivamente a matita. Anche a scuola – tutto a matita, tranne i compiti in classe. Matite HB – dal tratto netto quando sono temperate bene, né troppo dure né troppo morbide. La prima stesura di Annibale, dramma storico in un prologo, tre atti e un epilogo, più di vent’anni fa, l’ho scritta tutta a matita. E sì, c’erano anche quei portamine di plastica, ma siamo sinceri: chiamarle matite è quasi un sacrilegio. Tutt’altra cosa sono quei portamatite che consentono di usarle fino al mozzicone più ridotto. Ne ho uno bellissimo, d’argento e lacca nera. Non lo uso granché perché sbilancia la matita, ma è molto chic. L’equivalente scrittorio di un bocchino da sigaretta.

In fatto di penne è stato più faticoso. Trovo che le Pilot scorrano bene. Quelle di plastica usa e getta, intendo. Possibilmente senza bottone, perché detesto quando mi ritrovo a schiacciarlo automaticamente mentre penso. Clic e clac e clic e clac… Mi dò fastidio da sola, e però appena mi distraggo ricomincio. La Penna a Sfera della mia vita, invece, non l’ho mai trovata. Tutti ne riceviamo da qualcuna a un diluvio nel corso della nostra vita* – ma a me non è mai capitato d’inciampare in quella giusta. Colpa mia, sia chiaro: ne ho tante, bellissime, ma nessuna è mai diventata La Penna.scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88

Con le stilografiche è andata meglio e peggio al tempo stesso. Possiedo da anni una meravigliosa Lady Agatha della Waterman, che scrive come un sogno e ha inchiostro di colori bellissimi come il blue-black e il sepia. Alas, dopo qualche anno di uso intenso ha cominciato a perdere e, nonostante innumerevoli pellegrinaggi per la riparazione, non è più stata la stessa. In compenso c’è questa stilo di plastica fluorescente e ultratrentenne, di marca misteriosa ma innegabilmente buona, visto che da decenni continua a scrivere – e bene – qualunque cosa le capiti. Come il ponte di Kashi, è brutta come il peccato – però fa il suo mestiere.

Però adesso non scrivo con la stilografica. Ho sperimentato un po’ con le penne a gel (non sgradevoli quando funzionano bene, pur se leggermente erratiche) ma alla fin fine, quando non scrivo a matita, in genere uso Point 88 della Stabilo. Sono pennarellini, è vero, ma scorrono bene, lasciano un tratto netto, durano ragionevolmente a lungo e tra i tanti colori ho ritrovato qualcosa di simile al blue-black e al sepia della mia amata Lady Agatha. E anche un grigio che somiglia alla mina di una matita. E magari non è del tutto sensato scrivere con una penna perché scrive come una matita, ma tant’è.

scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88Dopodiché, a fini di documentazione, ho provato a scrivere con cose bizzarre come pennini di varia natura, penne d’oca temperate, stili su tavolette cerate e chiodi intinti… no, non nel sangue – tranquilli. Ma quelli sono stati esperimenti e, pur con tutto il mio penchant per i secoli passati, devo confessarmi lieta di vivere in un’epoca di matite HB, Point 88 e Moleskine. 

E voi? Scrivete a mano? Con che cosa scrivete? Su che cosa scrivete? E scrivete leggibilmente?

 

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* Cena di laurea. Siamo in cinque – la neodottoressa, suo fratello e tre invitati. Tre pacchetti. La festeggiata apre il primo… penna. Levo le sopracciglia, incrocio lo sguardo del fratello e mormoro “Anch’io…” e il terzo invitato coglie e ci guarda inorridito. Tre penne su tre, povera ragazza.

Piove, Piove, O Pastorella

Avete badato che fa freddo? E avete badato che piove?

E allora…

Me la cantava mia nonna quand’ero bambina, ma non sapevo che venisse da un’operetta del 1780 chiamata Laure et Pétrarque.

Il pleut, il pleut, bergère
Presse tes blancs moutons
Allons sous ma chaumière
Bergère vite allons
J’entends sous le feuillage
L’eau qui tombe à grand bruit
Voici venir l’orage
Voici l’éclair qui luit

Entends-tu le tonnerre ?
Il roule en approchant
Prends un abri, bergère
À ma droite en marchant
Je vois notre cabane
Et tiens voici venir
Ma mère et ma soeur Anne
Qui vont l’étable ouvrir

Bonsoir, bonsoir ma mère
Ma soeur Anne, bonsoir
J’amène ma bergère
Près de nous pour ce soir
Va te sécher, ma mie
Auprès de nos tisons
Soeur, fais lui compagnie
Entrez petits moutons

Soignons bien, oh ma mère
Son tant joli troupeau
Donnez plus de litière
À son petit agneau
C’est fait allons près d’elle
Eh bien donc te voilà
En corset qu’elle est belle
Ma mère, voyez-la !

Soupons, prends cette chaise
Tu seras près de moi
Ce flambeau de mélèze
Brûlera devant toi
Goûte de ce laitage
Mais tu ne manges pas ?
Tu te sens de l’orage
Il a lassé tes pas

Eh bien voilà ta couche
Dors-y jusques au jour
Sur ton front pur ma bouche
Prend un baiser d’amour
Ne rougis pas bergère
Ma mère et moi demain
Nous irons chez ton père
Lui demander ta main

E buona domenica. E se per caso siete da queste parti e se vi va, ci vediamo a teatro.