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Ott 27, 2013 - considerazioni sparse    2 Comments

Il Gatto di Simon

…Che in realtà è abbastanza il Gatto universale – ciò che è stato recentemente riportato alla mia attenzione.

Avete mai provato a lasciare da soli un gatto e una scatola?

O a mettervi tra un gatto e il suo pranzo?

E buona domenica.

A Mano

scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88“Sei veloce a battere al computer,” disse l’Osservatore casuale.

“Hm…” mugugnò la Clarina, senza staccare lo sguardo dallo schermo, né i polpastrelli dalla tastiera.

“Ma usi tante dita?” insisté l’OC, benché potesse vederlo benissimo da sé.

“Dalle sette alle nove, a seconda delle giornate,” rispose la Clarina – un po’ perché era vero, e un po’ per far sobbalzare l’OC.

Alla periferia del campo visivo della Clarina, l’OC sobbalzò debitamente, e poi digerì l’informazione per un pochino. Non chiese da che cosa dipendesse la variazione da giornata a giornata – quella è una domanda che, di solito, pone la gente di formazione scientifica.

“Io più di due dita proprio non le so usare,” disse invece, a digestione ultimata. E lo disse con quel tono vagamente superiore che in genere prelude – e anche questa volta preludeva a… “Io scrivo a mano. Non riesco a pensare con una tastiera, e non so immaginare come tu ci riesca.” 

La Clarina avrebbe potuto dire che non era nata così, che era questione di abitudine e pratica, che col suo genere di lavoro era una necessità… Ma prima che potesse decidere se valeva la pena di distrarsi…

“scommetto che non sai nemmeno più scrivere a mano,” disse l’Osservatore Casuale, con una vaga nota di trionfo nella voce. scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88

E fu allora che la Clarina si fermò per la prima volta, si girò a guardare l’OC e protestò appassionatamente che non era, non era e non era vero.

Perché non è vero affatto: non solo so ancora scrivere a mano, ma lo faccio quotidianamente – e magari lo faccio in una grafia che legioni di insegnanti, colleghi, dipendenti, clienti e corrispondenti hanno definito e definiscono “decorativa ma illeggibile”, but still.

E anzi, a dire la verità, in anni in cui ce n’era necessità, avevo anche adottato una grafia alternativa e semistampata – che a suo tempo non impedì a un dipendente di decifrare un mio “Emanuele” come “Bmannek”, e che mi ostino ad usare ancora per compilare moduli, documenti vari e bollettini… 

Ma tutto ciò era per dire che l’uso massiccio del computer non mi ha tolto la capacità di scrivere a mano. Why, un’abbondanza di appunti a mano fa ancora parte del mio metodo, e uso quantità industriali di taccuini su cui strologo per iscritto, annoto, appunto, abbozzo, faccio liste e promemoria…

E devo dire che negli anni ho sviluppato una predilezione per i taccuini Moleskine, di cui adoro la carta liscia e consistente e vagamente cream-coloured. Per carità: mi piacciono tanto i quaderni rilegati di carta fiorentina o di Fabriano, magari tagliati a mano, belli e significativi. Solo che la grana… la grana è come la mia grafia: decorativa e poco pratica. Quando scrivo a mano mi piace farlo in maniera scorrevole, senza aver l’impressione di andare in bicicletta su una sterrata… Il che fa sì che abbia poca pazienza anche per la carta riciclata, in cui tutte le punte s’impicciano, sopratutto quelle di matita a mina dura.

scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88Oh sì, le matite: per anni ho scritto quasi esclusivamente a matita. Anche a scuola – tutto a matita, tranne i compiti in classe. Matite HB – dal tratto netto quando sono temperate bene, né troppo dure né troppo morbide. La prima stesura di Annibale, dramma storico in un prologo, tre atti e un epilogo, più di vent’anni fa, l’ho scritta tutta a matita. E sì, c’erano anche quei portamine di plastica, ma siamo sinceri: chiamarle matite è quasi un sacrilegio. Tutt’altra cosa sono quei portamatite che consentono di usarle fino al mozzicone più ridotto. Ne ho uno bellissimo, d’argento e lacca nera. Non lo uso granché perché sbilancia la matita, ma è molto chic. L’equivalente scrittorio di un bocchino da sigaretta.

In fatto di penne è stato più faticoso. Trovo che le Pilot scorrano bene. Quelle di plastica usa e getta, intendo. Possibilmente senza bottone, perché detesto quando mi ritrovo a schiacciarlo automaticamente mentre penso. Clic e clac e clic e clac… Mi dò fastidio da sola, e però appena mi distraggo ricomincio. La Penna a Sfera della mia vita, invece, non l’ho mai trovata. Tutti ne riceviamo da qualcuna a un diluvio nel corso della nostra vita* – ma a me non è mai capitato d’inciampare in quella giusta. Colpa mia, sia chiaro: ne ho tante, bellissime, ma nessuna è mai diventata La Penna.scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88

Con le stilografiche è andata meglio e peggio al tempo stesso. Possiedo da anni una meravigliosa Lady Agatha della Waterman, che scrive come un sogno e ha inchiostro di colori bellissimi come il blue-black e il sepia. Alas, dopo qualche anno di uso intenso ha cominciato a perdere e, nonostante innumerevoli pellegrinaggi per la riparazione, non è più stata la stessa. In compenso c’è questa stilo di plastica fluorescente e ultratrentenne, di marca misteriosa ma innegabilmente buona, visto che da decenni continua a scrivere – e bene – qualunque cosa le capiti. Come il ponte di Kashi, è brutta come il peccato – però fa il suo mestiere.

Però adesso non scrivo con la stilografica. Ho sperimentato un po’ con le penne a gel (non sgradevoli quando funzionano bene, pur se leggermente erratiche) ma alla fin fine, quando non scrivo a matita, in genere uso Point 88 della Stabilo. Sono pennarellini, è vero, ma scorrono bene, lasciano un tratto netto, durano ragionevolmente a lungo e tra i tanti colori ho ritrovato qualcosa di simile al blue-black e al sepia della mia amata Lady Agatha. E anche un grigio che somiglia alla mina di una matita. E magari non è del tutto sensato scrivere con una penna perché scrive come una matita, ma tant’è.

scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88Dopodiché, a fini di documentazione, ho provato a scrivere con cose bizzarre come pennini di varia natura, penne d’oca temperate, stili su tavolette cerate e chiodi intinti… no, non nel sangue – tranquilli. Ma quelli sono stati esperimenti e, pur con tutto il mio penchant per i secoli passati, devo confessarmi lieta di vivere in un’epoca di matite HB, Point 88 e Moleskine. 

E voi? Scrivete a mano? Con che cosa scrivete? Su che cosa scrivete? E scrivete leggibilmente?

 

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* Cena di laurea. Siamo in cinque – la neodottoressa, suo fratello e tre invitati. Tre pacchetti. La festeggiata apre il primo… penna. Levo le sopracciglia, incrocio lo sguardo del fratello e mormoro “Anch’io…” e il terzo invitato coglie e ci guarda inorridito. Tre penne su tre, povera ragazza.

Piove, Piove, O Pastorella

Avete badato che fa freddo? E avete badato che piove?

E allora…

Me la cantava mia nonna quand’ero bambina, ma non sapevo che venisse da un’operetta del 1780 chiamata Laure et Pétrarque.

Il pleut, il pleut, bergère
Presse tes blancs moutons
Allons sous ma chaumière
Bergère vite allons
J’entends sous le feuillage
L’eau qui tombe à grand bruit
Voici venir l’orage
Voici l’éclair qui luit

Entends-tu le tonnerre ?
Il roule en approchant
Prends un abri, bergère
À ma droite en marchant
Je vois notre cabane
Et tiens voici venir
Ma mère et ma soeur Anne
Qui vont l’étable ouvrir

Bonsoir, bonsoir ma mère
Ma soeur Anne, bonsoir
J’amène ma bergère
Près de nous pour ce soir
Va te sécher, ma mie
Auprès de nos tisons
Soeur, fais lui compagnie
Entrez petits moutons

Soignons bien, oh ma mère
Son tant joli troupeau
Donnez plus de litière
À son petit agneau
C’est fait allons près d’elle
Eh bien donc te voilà
En corset qu’elle est belle
Ma mère, voyez-la !

Soupons, prends cette chaise
Tu seras près de moi
Ce flambeau de mélèze
Brûlera devant toi
Goûte de ce laitage
Mais tu ne manges pas ?
Tu te sens de l’orage
Il a lassé tes pas

Eh bien voilà ta couche
Dors-y jusques au jour
Sur ton front pur ma bouche
Prend un baiser d’amour
Ne rougis pas bergère
Ma mère et moi demain
Nous irons chez ton père
Lui demander ta main

E buona domenica. E se per caso siete da queste parti e se vi va, ci vediamo a teatro.

Premio Speciale Della Giuria

A Stagionalia.

Un’altra volta.

Lo so, lo so…

È sempre il premio speciale della giuria*…

Ma comincio a pensare che sarà sempre così finché mi ostinerò a scrivere questo genere di cose.

Quale genere di cose, dite?

Be’, giudicate voi:

Cliff era il proprietario dell’unica agenzia funebre express del Maine.

E questo sono io.

No, non Cliff. Io sono “Cliff era il proprietario dell’unica agenzia funebre express del Maine.”

Sono un romanzo. O almeno, si suppone che lo diventi. Per il momento sono dieci parole. Se lo chiedete a me, credo che dovrei essere un racconto. A parte tutto il resto, alla velocità con cui mi sta scrivendo, sarò fortunato se arrivo a 2000 parole prima che lei abbia settant’anni. Cortino, come romanzo.

Per di più, lei non sa un bel niente di agenzie funebri, e ancora meno del Maine. Mi ha buttato giù un pomeriggio, cinque mesi fa o giù di lì, perché ha letto questa faccenda dei funerali express, che l’ha fatta sobbalzare. E cinque mesi dopo se ne sta qui a mordersi il labbro con l’aria di chi medita un assassinio.

Il mio assassinio.

Per qualche ragione, per la mancanza di feminicidi, amori difficili, abbandoni e abusi, perché non c’è nulla di più cruento che qualche giocattolo narrativo smontato**, si direbbe che io dia l’impressione di non fare sul serio. 

È come per i romanzi storici. In qualche maniera, non è serio. Non è the genuine article.

Oh be’…

Il resto de Le Morte Stagioni & La Presente, premio speciale della giuria a Stagionalia, lo potete scaricare e leggere qui.

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 * “E che titolo!” mi ha detto Davide Bregola… Già. Che titolo.

** In realtà una guerra c’è. Sullo sfondo e di ter- no, quarta mano, ma c’è. E c’è anche un certo numero di morti – data la professione di Cliff… Si vede che non basta.

Mar 8, 2013 - considerazioni sparse    7 Comments

Niente Mimose, Per Favore

“No, io leggo solo libri scritti da donne,” dice con aria compiaciuta, mentre versa nel caffè d’orzo la terza bustina di zucchero di canna. “Sono un’altra cosa.”

Le sue due giovani compagne di tavolino la guardano ammirate, e annuiscono.

“Anch’io amo molto le scrittrici donne,” annuncia una delle due, e la creatura dello zucchero di canna le sorride con approvazione.

E a nessuno salta in mente di chiedere alla fanciulla se conosce molte scrittrici uomini…

“E’ inutile,” prosegue la capobranco, “le donne hanno un’altra sensibilità. Un altro… sguardo.” E disegna le virgolette nell’aria con gli indici.

“Certe storie le può raccontare solo una donna,” rincara la terza componente di questa piccola sorority letteraria, e si guadagna anche lei il suo bel sorriso rassicurante. “Prendete La Casa degli Spiriti…”

Ah, ecco. Era solo questione di tempo.

“Ah, Isabel Allende!” esclamano in coro le altre due.

“È unica.”

“È meravigliosa.”

“Con questi personaggi femminili così forti e al tempo stesso dolci.”

“Così solari.”

“Anche il film è bellissimo…” azzarda la discepola che ama molto le scrittrici donne – ma questa volta la capobranco storce un pochino la bocca.

“Ovviamente non è la stessa cosa,” la fanciulla si affretta a rientrare nei ranghi. “E comunque una storia così avrebbe potuto scriverla solo la Allende.”

“Per certi sentimenti, per certe emozioni ci vuole solo una donna,” dice l’altra discepola.

“Guarda, nemmeno Coelho – e a me Coelho piace – ma nemmeno lui.”

E la capobranco si alza e raccoglie armi e bagagli scuotendo i riccioli con un’ombra di compatimento. Coelho, per carità. “No, guardate, è inutile. Una donna ha un altro sguardo.”

Ed escono tutte e tre in processione, con l’officiante in testa. Amen.

E a me viene in mente Marion Zimmer Bradley, che curava (cura?) antologie di racconti fantasy al femminile, e in una prefazione raccontava della quantità di gente che le scriveva per protestare contro l’inclusione di autori maschi. Perché le donne avevano un altro sguardo. Perché gli uomini non avevano la capacità, la sensibilità, il diritto di scrivere protagoniste femminili. Con buona pace, immagino, di gente di carta come Anna Karenina e Natasa Rostova, e Isabel Archer, e Lucy Honeychurch – per citarne solo qualcuna.

E mi viene in mente Manda Scott, nei cui libri le donne sono tutte benintenzionate, ragionevoli, generose, profonde, in gamba, intuitive, coraggiose, capaci di sacrificio e chi più ne ha più ne metta – e gli uomini… er, no.

For goodness’ sake.

Oggi e tutti i giorni, per favore, siamo sensate. Non vogliamo essere considerate il sesso debole, ma dobbiamo essere il sesso speciale? Quelle che hanno l’esclusiva di certe storie – certi sentimenti, certe emozioni? Quelle brave e buone sulla fiducia? Quelle forti e dolci e solari?

No, grazie. Sia chiaro: sono molto lieta di essere una donna – ma preferirei essere considerata, nel bene e nel male, prima come individuo che come membro standard di una categoria.

E vorrei essere letta perché scrivo bene – non perché sono una scrittrice donna, thank you very much.

 

 

 

Gen 9, 2013 - considerazioni sparse    4 Comments

La Felicità A Fascicoli Settimanali

Ci avete mai badato? Ogni anno a settembre, puntuali come antirondini (o controrondini, fate un po’ voi…),  tornano le raccolte a fascicoli.

Non è che non ce ne siano un po’ tutto l’anno, ma quando le vacanze/ferie finiscono, la scuola ricomincia, si torna al lavoro, le giornate si accorciano, le foglie mostrano il primo sospetto d’oro, le sere si rinfrescano, l’autunno fa cenni all’orizzonte – è allora che arrivano a stormi interi: bambole, militaria, orologi, collezioni di minerali, modellini navali da montare, set di scacchi, DVD didattici o nostalgici, immagini sacre, attrezzi da cucina, soldatini di piombo o whatnot – sempre in un numero biblico di imperdibili uscite settimanali. 

E restiamo dentro la metafora aviaria per notare che, proprio come gli uccelli migratori, ciascuna raccolta a fascicoli vola in formazione a V, e alla testa dello stormo non c’è quasi mai il primo pezzo in ordine cronologico o logico – ma il più attraente, quello che un sacco di gente comprerà. Che so, Papa Woitila, la Ferrari, Napoleone… Non che ci sia alcunché di male, per carità: in fondo è lo stesso principio per cui è bene che la prima riga, il primo paragrafo, la prima pagina di un romanzo catturino il lettore nella più irrevocabile delle maniere possibili. E non voglio fare della sociologia spicciola, ma mi diverte sempre vedere che cosa viene usato come esca, quali sono le icone all’interno di uno specifico genere, che cosa si considera più attraente per il target di mercato… Per dire, al momento c’è questa collezione di berretti militari: in che cosa consisterà la prima uscita? una bustina della Luftwaffe o un copricapo dell’Armata Rossa?

E con questo giungiamo alla ragione per cui scrivo adesso di questa faccenda settembrina. Perché non so se non ci avessi mai badato prima o se sia una relativa novità di quest’anno, ma di uscite a fascicoli ne vedo pubblicizzare in quantità anche in questi giorni.

Vuoi vedere che non è – o non è più – questione di settembre? Avete presente il diluvio di servizi sulla depressione/stress da rientro che tutti i telegiornali ci propinano ogni benedetto anno alla fine dell’estete? Avete presente come tra gli immancabili consigli degli esperti ci sia sempre quello di crearsi un nuovo hobby – o qualcosa del genere?

Ecco, gli editori di raccolte a fascicoli giocano proprio su questo: il ritorno alla routine, la conseguente malinconia, il desiderio di qualcosa di ludico, qualcosa da aspettare ogni settimana, il bisogno di un piano di piccole* gratificazioni a lunga scadenza. Aggiungeteci l’effetto assuefazione, il fascino delle piccole rate e il gusto della collezione** e il gioco è fatto. Poco importa se alla fin fine non s’imparerà mai la notazione musicale da autodidatti***, se non si monterà mai il modellino del veliero russo, se non si giocherà mai una singola partita con gli scacchi vestiti da elfi e orchi. Per un certo numero di settimane si pregusterà, aspetterà e godrà l’Uscita Settimanale, ci si sentirà (o quanto meno si avrà l’impressione di sentirsi) un pochino più felici – e l’editore farà ottimi affari.

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* Naturalmente “piccole” è un concetto relativo. Conosco gente che è partita con l’idea di raccogliere i pezzi di un innocente set di scacchi fantasy e, tra un’espansione e l’altra, ha finito con lo spenderci migliaia di euro…

** “In fondo al suo cuore, ogni essere umano è un criceto,” mi disse una volta una persona saggia.

*** E sì: questo è un dettaglio autobiografico.

Buoni Propositi

duemilatredici, anno nuovo, buoni propositi, procrastinazione, scritturaBuoni propositi per l’anno nuovo…

Sì, d’accordo, oggi è il due, e la giornata giusta sarebbe stata ieri, ma fa nulla. Diciamo di essere ancora in tempo, e facciamo buoni propositi.

1. Quest’anno intendo concentrarmi sulla scrittura. No, sul serio. Quest’anno voglio scrivere parecchio. Prima di tutto, scrivere. Ho un romanzo fermo a metà strada, momentaneamente parcheggiato nella corsia di servizio, ed è più che tempo di rimettercisi d’impegno. Ho due atti in seconda stesura e sto aspettando notizie da un paio di lettori sperimentali, dopodiché sarà ora di sistemarlo una volta per tutte. Ho un atto unico in ultima stesura, quasi – quasi – pronto per essere consegnato. Ho una mezza dozzina di progetti, tra vecchi e nuovi, su cui non vedo l’ora di cimentarmi. Avrete visto dal PBN che ho iniziato un atto unico miniature nuovo, ieri sera, perché non so se sia vero che chi scrive il primo dell’anno scrive tutto l’anno, ma mi è parso che, iniziare il nuovo corso, ci fossero modi peggiori di un inizio nuovo. Essì, forse avrei potuto dedicarmi a qualcosa che avevo già iniziato e che intendo finire, ma va bene lo stesso. Quel che conta è che il nuovo corso è iniziato.

2. Occasioni. Non perderne nemmeno una e, se possibile, crearne. Mai pensarci dopo, mai lasciar correre, mai dire “sarebbe bello ma…”, mai accantonare anche la più remota delle possibilità. Vero: se non ci provo non può andar male, ma non può nemmeno andar bene. Per cui, quest’anno ci si proverà. Si coglieranno tutte le possibilità che si presentano e anche qualcuna che non ha poi tutta quest’aria di volersi presentare, .

3. Corollario inevitabile dei due propositi precedenti: guerra alla procrastinazione. Posso voler scrivere un romanzo e un play dopo l’altro fino al prossimo dicembre, ma è ovvio che non succederà mentre cerco il nome cinquecentesco di un tipo di tessuto che forse – forse – potrebbe servirmi di qui a una decina di capitoli, o cerco su Pinterest il giusto tipo di paesaggio primaverile inglese con le siepi di biancospino. Mi piacerebbe dire che ogni volta in cui sarò tentata di procrastinare in un modo qualsiasi, mi metterò di buzzo buono e scriverò cinquecento parole, ma mi conosco: tutto quel che posso dire è che mi impegnerò seriamente.

E adesso basta così, perché tre buoni propositi sono, in my expercience, un’abbondanza di lavoro per un anno soltanto.

Ne riparliamo di qui a un anno, volete?

E voi? Che buoni propositi avete fatto per il Tredici?

Nov 21, 2012 - considerazioni sparse    11 Comments

Domare Gli Implumi

Allora, per prima cosa fate un salto su strategie evolutive* e leggetevi questo post. E poi passate dal Blog di Siminore, e leggete quest’altro post.

Fatto? Anche i commenti?

E allora parliamone.

Perché la mia prima reazione nel leggere il post di Davide è stata: oh sì. Tristemente sì. È capitato anche a me. I gruppetti di gente seduta di tre quarti**, i bisbigli, le facce annoiate/ostili/superiori, il silenzio tombale in cui cadono i vostri attempts at humour e le vostre domande…  

E dico gruppetti, badate. La dinamica in un’aula scolastica è diversa da quella di una platea. Tra i banchi si vedono piuttosto distintamente crocchi, alleanze, gerarchie – ed è una faccenda del tutto diversa dal singolo fanciullo annoiato. Perché i crocchi vengono dalla necessità di dimostrare che si è troppo cool per degnare di un briciolo di attenzione l’anziana signora che parla di… oh, di qualsiasi cosa, importa davvero poco.

Perché sì, signori: il fatto è che per questi ragazzini siamo vecchi. Ho quasi quarant’anni, probabilmente sono più stagionata delle loro madri e, quando avevo la loro età, la mia idea di soglia della vecchiaia si era appena spostata dai diciotto ai venticinque.

E questo è un altro ostacolo da aggiungere alle dinamiche del branco. Un po’ di tempo fa mi è capitato di trovarmi a cena con alcuni insegnanti in scuole diverse, e tutti lamentavano il momento in cui anche la classe più deliziosa, curiosa e interessata decide come un sol fanciullo di chiudersi in un guscio. Diventano cinici, fanno a gara a chi è più disinteressato e a chi fa di meno – e le ragazzine sono peggio dei ragazzini, gemeva un’insegnante di Lettere che ho visto all’opera e ho constatato essere molto in gamba. Una volta non era così

E che posso dire? È vero.

Esperienza dello scorso anno: HSH ha messo in scena il mio Somnium per sei classi tra quinte elementari e prime medie, e allo spettacolo era abbinata una serie di incontri sul passaggio dalle fonti storiche al testo teatrale e dal testo allo spettacolo. No, non scuotete la testa: è molto meno dreary di quanto possa suonare. E in effetti le quinte elementari hanno partecipato con un entusiasmo gratificante oltre ogni misura, facendo ricerche di loro iniziativa, sommergendomi di domande, provando a scrivere piccole scene a partire da aneddoti storici e fornendo un Annibale bambino per lo spettacolo… Poi si passava alle prime e lo stesso progetto incontrava silenzi, blank eyes e file di bambine che si osservavano le doppie punte.

Salvo poi il singolo fanciullo (o fanciulla) che viene a cercarti quasi di nascosto durante l’intervallo per chiederti il titolo di un libro che hai citato, o un particolare storico o teatrale, o com’è scrivere un libro… Ed è chiaro che in classe non poteva – ma proprio non poteva.

Dopodiché non è sempre così – e anzi, ho lavorato con un certo numero di incantevoli terze medie, ma c’è quel momento in cui smettono di fidarsi degli adulti, e da lì la storia può prendere varie direzioni.

Ad ogni modo, tenete conto del fatto che una conferenza e un laboratorio che dura settimane o mesi non sono assolutamente la stessa cosa. La conferenza/incontro/singola lezione è rischiosissima: o li catturi o non li catturi – e se non intendono farsi catturare, se sono particolarmente maleducati, se gli insegnanti non si sforzano almeno un po’, è una battaglia persa in partenza e pressoché*** impossibile da recuperare nel giro di un’ora.

Ma con un po’ di tempo a disposizione, le cose possono cambiare. A un certo punto dite o fate qualcosa che li incuriosisce. O si lasciano prendere dal fascino del teatro, della scrittura o – qualche volta – della storia. E allora cominciano a chiamarvi “Profe, profe…” a farvi domande a raffica, a salutarvi se v’incrociano per strada****, a fidarsi di voi, a volervi impressionare.

E non si tratta di corteggiarli, sapete? Sono una persona estremamente impaziente, non ho nessuna simpatia preconcetta per gli implumi come categoria e non faccio mistero della mia preferenza per gli esemplari svegli. Se dovessi corteggiare terze medie, starei fresca. È solo che, con un po’ di tempo per studiarli, di solito si trova il modo di ottenere la loro attenzione e, ripeto, la loro fiducia. Di convincerli che non sono terribilmente simpatica, ma vale la pena di starmi a sentire.

Ci vuole tempo, non sempre funziona con tutta la classe – anzi, diciamo pure che non sempre funziona, period. Quando funziona, un branco di implumi motivati è capace di cose sorprendenti. Può essere uno spettacolo intero o un po’ di occhi tondi e brillanti di fronte alla scoperta che la storia non è poi così morta e polverosa.

Per contro l’occasione singola… che posso dire? Mi terrorizza abbastanza, perché il disinteresse, il branco, il cinismo in erba, la maleducazione, l’immaginazione rattrappita, l’incapacità di astrarre ci sono. E non è divertente sbatterci contro. 

E voi? Pensieri? Idee? Impressioni? Esperienze? Come ve la cavate con gli implumi?

 

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* Nota per il Dr. Dee: ho imparato a non metterle, le maiuscole, but it so very much goes against the grain

** Ai  fanciulli tendo a parlare nelle scuole, quando voltare la sedia non è un’opzione, e così c’è la variante Trequarti.

*** Sì, va bene, ci sono storie di miracoli compiuti in corsa, di folgorazioni collettive, di colpi di reni e catture prodigiose. In genere succedono nei film americani.

**** E più tardi, nell’istante in cui il sipario calerà e il laboratorio sarà finito, le ragazzine faranno a gara nel darvi del tu e chiamarvi per nome, mentre i ragazzini continueranno a chiamarvi Profe fino alla fine dei giorni…

La Macchina Del Tempo

Sentite, oggi niente libri e niente teatro (almeno fino a questa notte). Oggi vi metto a parte di quel che ho trovato mentre rovistavo in soffitta.

In realtà cercavo la mia grammatica greca del Ginnasio, ma a un certo punto mi sono ritrovata per le mani un quaderno di analisi logica delle medie. Era un quadernetto ad anelli rosa con una terribile fantasia a coccodrilli e, data la mia radicata antipatia per la teoria grammaticale in qualsiasi lingua, l’avrei rimesso dove l’avevo trovato senza un secondo pensiero, se non avessi notato due fogli a quadretti di colore diverso.

E sui fogli a quadretti erano annotati dei titoli di telegiornale. Non so a voi, ma a me facevano fare queste cose. Quindici titoli di un telegiornale di mezza vita fa – una fetta di un’altra esistenza regolata da altre paure, altri nomi, altre circostanze quotidiane. Abissalmente diversa… forse.

TG1, 1988, telegiornale, macchina del tempoImmaginate la vecchia, vecchia sigla del TG1 con gli ottoni e le cornici concentriche di rombi gialli e blu, e uno speaker che poteva essere – chissà, magari Paolo Frajese? E immaginatevi anche una piccola Clarina che annota freneticamente…

 

1) La camera* approva il bilancio, la maggioranza ha retto bene.
Eh…

2) Reagan e Gorbaciov: entrambi interessati a un incontro. Schultz alla NATO, Shevarnadze a Praga. Reagan rassicura l’Europa.
Considerate che siamo dopo il vertice di Reykiavik e IRNFT, e direi che era troppo presto per i negoziati START I, per cui doveva trattarsi di tentativi di apertura reciproca. D’altra parte, come si vede dalla voce successiva, l’Ottantanove era dietro l’angolo. 

3) La crisi mediorientale minaccia nuovamente il Libano. Inutili ricerche del colonnello Higgins. Nuovi scontri in Israele.
E da questo si capisce che siamo nel febbraio dell’Ottantotto. Niente d’insolito per quanto riguarda il Libano e Israele, ma il Colonnello Higgins era un ufficiale americano, capo degli osservatori militari di UNTSO in Libano. In febbraio venne rapito da gente di Hezbollah, interrogato e torturato. Il Consiglio di Sicurezza ONU ne richiese la liberazione con la Risoluzione 618, senza ottenere il minimo risultato. Sarebbero passati due anni prima che si ritrovasse il suo cadavere, coperto da segni di tortura.

4) La resistenza afgana annuncia un futuro goveno provvisorio. Scomparso a Roma un diplomantico Afgano.
E anche questa è una di quelle storie così vecchie e sempre in corso di validità… I governi provvisori in Afghanistan, I mean, non i diplomatici che scompaiono. Il diplomatico forse scomparve con la cassa dell’Ambasciata – ma si vociferava anche che si fosse consegnato alla CIA. Non ricordo come sia andata a finire la storia.

5) Decimo rialzo consecutivo x** il mercato azionario. Cala leggermente il dollaro.
Decisamente altri tempi.

6) Nuovi scioperi negli aeroporti.

7) Debenedetti s’incontra a Bruzelles con i maggiori esponenti del governo belga.
I tempi in cui qualche volta si andava a Bruxelles per parlare anche con i Belgi…

8) Altri 109 ordini di cattura x spacciatori e trafficanti di droga a Verona.
Epperò.

9) Violenta esplosione a               : 1 morto e 6 feriti.
E questa mi era proprio sfuggita.

10) Più di 1400 i malati di AIDS.
E il numero faceva molto effetto.

11) Servizio sulla pornografia.
Così, generico e senza dettagli. Forse la famiglia esercitò censura? Trattandosi dell’allora Tenente Colonnello, peut-être.

12) Oggi a Bologna i funerali di Salomuzzi.
O Salamuzzi? O Salomucci? Non solo proprio non ricordo, ma nemmeno Google è del minimo aiuto. Qualcuno ha idea?

13) Arrestato dall’F.B.I. a New York Salvatore Inzerillo, presunto mafioso.
E chi può dire se fossi io o il TG1 a mancare di un criterio nello scrivere le sigle…

14) Domani sera il festival di S. Remo.
Puntualmente.

15) Fuori dalla zona medaglie gli azzurri del Biathlon a Calgary. Russi e tedeschi di*** disputano i primi posti.
Dove si vede che forse ero io – quanto meno avevo le maiuscole allo stato brado.

Ecco qui. Una finestrina in formato A5 – carta a quadretti – aperta su una sera di ventiquattro anni fa. Tempi di Libano in fiamme e di Olimpiadi canadesi, tempi in cui avevo per la testa più che altro la Cavalleria Rusticana in play-back che preparavamo a scuola, ma evidentemente il mio interesse si concentrava sugli esteri. Ed era un mondo che, di lì a un anno o poco più, sarebbe cambiato in modo profondo – solo che ancora non lo sapevo.

E voi? Ha funzionato la macchina del tempo? Dov’eravate poco dopo la metà di febbraio dell’Ottantotto? Che cosa facevate? Che cosa aspettavate? Di che cosa avevate paura?

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* Sic: minuscolo.

** Sic: non ero immune. I plead not-quite-fourteen.

*** Dic. Er… Sic.

 

Giu 27, 2012 - considerazioni sparse, meme    8 Comments

Undici Di Tutto

Nick del blog Nocturnia mi coinvolge in questo meme… lo sapete, vero, che sono sempre un po’ riluttante a bloggare per meme? Non perché non li trovi divertenti, ma perché non sono terribilmente certa che al lettore di SEdS, che passa di qui in cerca di libritudini assortite, interessino troppo i miei rimuginamenti personali. Per cui tento di resistere alla tentazione – e fin qui ho resistito, con un paio di eccezioni giustificate dal fatto che in un caso si trattava di ossessioni di scrittura e nell’altro di personaggi letterari.

Stavolta la faccenda è un pochino meno pertinente, anche se cercheremo di tenerla entro i binari per quanto si può, ed è anche complicata – in tre fasi più passaggio del testimone. E il fatto è che è anche tanto graziosa, e non resisto…

Per cui, senz’altri indugi, andiamo a cominciar.

La cosa funziona così:

Scrivere 11 cose su di sé;
Rispondere alle 11 domande del taggatore;
Scrivere 11 domande per i taggandi;
Taggare 11 blogger.

Quindi, prima undicina: Cose Su Di Me

1) Non distinguo troppo bene la destra dalla sinistra. Mi si dice che dipende dal mancinismo corretto forcibly in prima elementare. Sarà – ma adesso sono piuttosto ambidestra e devo portare un anello sulla mano sinistra per sapere se sto camminando sul mio marciapiedi o se devo cedere il passo. Tengo a chiarire però che distinguo molto bene il sedile del passeggero da una portiera, per cui alla guida non sono pericolosa. Tranne in Inghilterra – ma questa è un’altra storia.

2) Una volta ho portato a casa da Londra un bonsai nello zaino. Ho telefonato alla British Airways prima per assicurarmi che non ci fossero obiezioni e poi, quando sono arrivata ai controlli, la signorina dei bagagli ha aperto lo zaino e ha dato uno squittio deliziato: “Hey, this lady has a tiny tree in her rucksack!” Un attimo dopo, c’era una piccola folla di addetti e passeggeri occupati a entusiasmarsi per il tiny tree. Che, tra parentesi, si chiamava Lemuel…

3) E questo mi porta a dire che dò nomi ta tutto quanto, in particolare la tecnologia. Nomi tendenzialmente letterari. Il mio primo lettore CD portatile si chiamava Captain Brassbound come un personaggio di Shaw. La mia automobile si chiama Bat (short for Batrace, trattandosi di una Ka verde – però quando mi irrita va anche sotto il nome di Kaa). Il vetusto e non silenziosissimo condizionatore si chiama Belfagor. Una successione di telefoni cordless ha portato i nomi di diavoli danteschi. Il computer fisso attuale si chiama L’Innominatino-cum-Steno. Il netbook si chiama The Beastie. E così via.

4) E, parlando di tecnologia, mi secca maledettamente che non ci sia più la Google bar per Firefox. Probabilmente c’è modo di girarci attorno, ma non ho ancora avuto il tempo di strologarci, e per ora mi limito a snocciolare imprecazioni elisabettiane ogni volta che ci bado.

5) Ma tornando invece a parlare di aeroporti, si vede che ho l’aria da terrorista: non mi è mai successo di arrivare in Inghilterra (o in Scozia, o in Galles, se è per questo) senza che il personale isolano sentisse di dovermi perquisire personalmente. Ripeto: si vede che sembro pericolosa.

6) Ancora aeroporti: una volta, nel corso di un viaggio allucinante per disguidi, ritardi e improbabilità aeree, mi sono trovata nel bel mezzo di un allarme bomba all’aeroporto di Bruxelles. Non è stato divertente.

7) A quattordici anni sono caduta da cavallo incrinandomi un polso – solo che al pronto soccorso hanno deciso che non era nulla di rilevante. Ci ho guadagnato un barometro personale, visto che quasi un quarto di secolo più tardi il mio polso segna l’avvicinarsi del maltempo con discreta precisione.

8) Per sette anni ho commerciato legnami per l’edilizia. Diciamo che è stata un’esperienza molto istruttiva da tutta una varietà di punti di vista – non escluso quello antropologico. Per qualche motivo, la gente si siede in ufficio (avevo un ufficio molto vecchia maniera – con tanto di ritratti degli avi alle pareti…) e racconta la propria vita alla sconosciuta del magazzino di legnami. Mentre calcolavo luci e portate ho raccolto storie che voi umani…

9) Un tempo ogni tanto partivo da Verona alle dieci di sera con il pullman delle badanti, arrivavo a Vienna in tarda mattinata, la sera andavo all’opera e poi tornavo a casa con il primo treno del mattino. Oppure partivo per Roma o per Zurigo nel primissimo pomeriggio, arrivavo in tempo per andare all’opera e poi tornavo con il treno della notte. E andavo direttamente dalla stazione al lavoro. Ah, mais j’étais jeune alors

10) Quando avevo otto anni, per un annetto mio padre mi diede lezioni di Ebraico antico. Poi smettemmo e cominciai a studiare pianoforte – per il quale ero interamente negata. Peccato. Per l’Ebraico, non per il pianoforte.

11) Voglio scrivere radiodrammi. Sono affascinata dai radiodrammi. C’è qualcosa in queste voci disincarnate, in questi rumori ed effetti che dipingono un palcoscenico inesistente – qualcosa che mi attira oltre ogni dire. Un giorno, presto o tardi, scriverò un radiodramma. E ditemi se non suono come Grisù: farò il pompière! Un giorno io farò il pompière!…

And so far, so good. O almeno spero. Vi siete annoiati a morte? Adesso cambiamo gioco: le domande di Nick.

1) Si avvicina un (o una tua) ex che hai amato profondamente, però lui (o lei) ti ha lasciato per un altra persona. Adesso dice che vuole tornare con te.Tu come ti regoli?
Mai capitato, per cui lasciatemi sperare che saprei sfoggiare un sorrisetto tra l’amarognolo e il feralmente comprensivo e mormorare “There was a time for this…”

2) Un editore vuole pubblicare il tuo libro fumettosaggio però a pagamento. Cosa gli rispondi?
No. Uh, aspetti: No, grazie. È così che si dice, vero?

3)Dovendo scegliere: amore o soldi?
Suona molto brutto se dico soldi? È perché si ha questa impressione che l’amore senza un soldo frani  facilmente a valle, e allora ritrovarsi senza amore & senza soldi sarebbe una beffa sesquipedale.

4) Il tuo animale preferito e quello che più odi o che ti fa più paura e perchè.
Mi piacciono tanto gli elefanti, e la colpa è da attribuirsi in buona parte a Kipling e a Toomai of the Elephants. “Barraò, my Lords!” Invece nutro un invincibile, paralizzante ribrezzo per i R, le bestie con 8 zampe che fanno le r-tele, di cui non so nemmeno indurmi a scrivere il nome per intero. E in realtà, tutto quello che ha da 6 a 8 zampe ed è più grosso di una mosca, a tutti gli effetti pratici è più grosso di me.

5) La poesia o il libro che più ti hanno fatto odiare durante gli anni della scuola?
L’Eneide, I believe. Mai sopportato Enea – modello di perfezione, abbandonatore seriale di donne innamorate, stuoino degli dei, succube del fato, sottrattore di fidanzate altrui, vincitore per intervento divino plurimo e ineluttabilità congenita. Epperò non solo dovevo leggere, commentare, analizzare, tradurre e imparare a memoria vasti brani del suo poema – dovevo anche apprezzare le sue molteplici virtù perché era cosa buona e giusta. Furore Tremendo.

6)Cartaceo o eBook?
Entrambi, grazie. E in abbondanza, grazie. No, niente panna sopra, grazie.

7)Un film che rivederesti in continuazione.
Due, in realtà: Cyrano di Rappeneau, fedele al testo, raffinato, bello a vedersi, fotografato divinamente, recitato ancora meglio, moody quanto basta. E poi Shakespeare in Love, perché è un adorabile giocattolo shakespeariano e perché la sceneggiatura di Tom Stoppard è tanto, tanto, tanto vicina alla mia idea di metaletteraria perfezione.

8) La volta che hai pensato “Questa roba l’ avrei fatta meglio io!”
Qualche volta capita. Romanzi storici, per lo più.

9) La cosa che per prima ti colpisce di più in un uomo o in una donna (secondo le vostre inclinazioni: E non state a rispondere la sensibilità o l’inteligenza che tanto non vi crede nessuno!)
La voce prima di tutto. Timbro, colore, uso, vezzi, accenti e inflessioni. Poi, nell’ordine, Occhi, statura, sorriso e mani.

10) Cosa non vi piace della città dove vivete.
Ah, Mantova, Mantova, bella addormentata…

11) Rifareste un altro meme?
Dico sempre di no, ma poi…

E adesso cerchiamo di predicare almeno tanto male quanto si razzola, e induciamo in tentazione un po’ di altra gente. Per prima cosa, è la mia volta di far domande:

1) A che cosa proprio non sapete resistere?

2) Macchina del tempo: dove? Quando? Chi? Che cosa? Perché?

3) No, non siete inclini all’omicidio – però siete fortemente tentati quando…?

4) “Facciamo che il salotto era X, io ero Y e tu eri Z…” Chi giocavate ad essere, da bambini?

5) Il concerto della vita?

6) Il vostro fenomeno atmosferico prediletto – quello che, quando vi alzate e aprite la finestra, vi rende già felici sulla fiducia?

7) Il finale letterario (o cinematografico, o teatrale) con cui proprio non sapete riconciliarvi?

8) …E a un certo punto vi siete resi conto che eravate “dentro” un libro. Quale? Come?

9) Dal questionario di Proust: se non foste voi, chi vorreste essere?

10) Che cosa non avete mai fatto e vorreste tanto fare?

11) Finale in crescendo, à la Faust di Goethe: il momento cui avreste voluto dire “Sei bello, fermati…”?

E per finire, le mie undici vittime designate – in nessun ordine particolare:

1) Alessandro Forlani

2) Davide Mana

3) Marta Manfioletti

4) Mattia Nicchio

5) Marta Traverso

6) Alex Girola

7) Ferruccio Gianola

8) Andrea Camillo

9) Marco Freccero

10) Rossana Rotolo

11) Irene Gualtieri

e 12), che blog non ha, ma ci sono i commenti: Andrea F. (ex Renzo!)

Che poi, se non siete in lista e le domande vi solleticano, siete più che benvenuti. Qui nei commenti o sul vostro blog…