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Nov 23, 2009 - considerazioni sparse    2 Comments

Influenzata

Ho l’influenza.

No, non è del tutto vero: ho fatto il vaccino (influenza normale, ovviamente) e si direbbe che i miei anticorpi non fossero del tutto d’accordo… una spalla gonfia come un salvagente, dolori, febbre, spossatezza… non vi fate un’idea del gaudio.

E avrei così tanto da fare!

Be’, mi sono detta, smaltirò almeno una parte della mia To Read List, tutti quei libri che voglio leggere, tempo permettendo, e il tempo non permette mai…

Poteri Forti, di Ferruccio Pinotti (cominciato, da finire…)

Viaggio a Taprobana, di Giuseppe Papagno

Who Killed Kit Marlowe?, di M.J. Trow

Il Viaggio di Shakespeare, di Daudet

Per Una Stella da Maresciallo, di Antonio della Rocca

A Hand-book of Volapuk, di Andrew Drummond (che vorrebbe una dieresi sulla u… dov’è una tastiera tedesca, quando servirebbe?)

Il Vizio di Leggere, di Vittorio Sermonti…

Solo per citare i primi, perché la lista intera è lunga come il mio braccio.

E invece no, perché di giorno ho giusto quel tanto di febbre che basta a sentirmi la testa imbottita di cotone idrofilo, prosciutto cotto e biglie, e di notte ne ho troppa per dormire… col risultato che di notte mi rigiro, di giorno dormo e non leggo una virgola. E infatti sto anche postando in tremendo ritardo…

Che posso dire? Passerà. Intanto, abbiate pazienza se in questi giorni non solo il ritratto della costanza e della precisione.

 

 

Strategie Provate

Don Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, è un esperto di comunicazione, religiosa e non. Ascoltandolo presentare il suo ultimo libro (La Famiglia Cristiana – Una risorsa trascurata, Mondadori 2009), e osservando le reazioni del pubblico, si deduce tutta una serie di strategie che evidentemente funzionano, se si è alla direzione del settimanale più diffuso in Italia.

Per esempio:

– Ripetere numerose volte, con voce tonante e accorata, perle di saggezza e originalità come “la famiglia non è un problema: la famiglia è una risorsa”, oppure “si deve fare politica nel senso più nobile del termine, non per rincorrere il proprio interesse”, o ancora “la televisione e internet allontanano i nostri ragazzi dai veri valori”, et caetera similia. Multa caetera.

– Fare attenzione alla densità delle parole chiave: “famiglia” deve comparire in media ogni quattro parole; non meno di tre volte in ogni periodo, ma non c’è limite alla quantità. “Politica” è, ça va sans dire, un altro buon cavallo di battaglia.

– Dichiararsi (mancate) vittime degli attacchi di un Potere miope e ingiusto fa scattare piccoli applausi… stavo per scrivere spontanei. Piuttosto, presente il ginocchio, il martelletto e il riflesso condizionato? Ecco.

– Avviare una sorta di mea culpa della propria categoria, salvo poi tirarsi fuori. Noi giornalisti abbiamo abdicato alla dignità del nostro mestiere. Ma io ho pubblicato il tale editoriale e il tal’altro: non ho abdicato a un bel niente, io!

– Non esagerare con i congiuntivi. Questo lo diceva già Eco nella Fenomenologia di Mike Bongiorno: la gente si identifica più facilmente con chi non usa troppo il congiuntivo.

– Dare un’impressione di generosa equanimità. “Non chiedetemi di esprimere giudizi su XXX e YYY” (nello specifico, Padre Lombardi dell’Ufficio Stampa Vaticano e Avvenire), e poi… fuori l’artiglieria pesante!! Banzai!

– Infine, non c’è quasi bisogno di dirlo: dare addosso al Governo in carica è sempre un bonus. Anche se si è appena detto che la Chiesa deve essere apolitica. Per dovere di cronaca: Don Sciortino sostiene di avere riservato lo stesso trattamento a tutti i governi di qualsiasi colore. Sarà. Questa Clarina non ricorda episodi analoghi in altri tempi, ma è vero che questa Clarina non legge FC da anni, e ne sa solo quello che viene ripreso da altri mezzi d’informazione. Deve questa Clarina supporre che, in altri tempi, gli altri mezzi d’informazione non dedicassero inchiostro e air time alle intemperanze di FC?

Ecco qui: non una, non due, non tre, ma sette piccole strategie. Funzionano, vi assicuro: dopo avere applaudito abbondantemente, la platea se ne va a casa convinta di avere udito parole belle, sagge e giuste.

Epifanie

A volte ci vogliono vent’anni, per capire.

Vent’anni e una notte semi-insonne a rileggere vecchi diari, a cercare di ricordarsi come si era da ginnasiali, che cosa si pensava, perché si piangeva come fontane davanti ai servizi da Berlino…

Ebbene, adesso – adesso so perché piangevo. Piangevo perché per la prima volta nella mia vita vedevo la storia fuori dai libri. La vedevo succedere intorno a me, ed era così piena di forza, e viva, e travolgente. Gli imperi crollavano davvero, e la folla cantava davvero nelle piazze, e abbatteva frontiere. Un conto era sapere in teoria che il mondo poteva cambiare in una notte, e tutt’altro era vederlo succedere…

E all’improvviso, tutto quello che avevo imparato, tutte le vicende remote che erano state solo carta e inchiostro prendevano vita, come se vederne accadere una le rendesse tutte più reali, infondesse loro respiro, soffiasse via tutta la polvere che le aveva ricoperte. La notte del 9 novembre 1989, mentre finiva la Guerra Fredda, mentre crollava la Germania Est, per me il mondo assunse un nuovo significato, un nuovo grado di realtà che contemplava cambiamento e movimento – tutto diventava più vivido, più profondo, cangiante, pieno di correnti. Era elettrizzante, era sconvolgente, era meraviglioso.

Doveva esserci un motivo se la caduta del Muro è l’avvenimento non strettamente famigliare che mi ha segnata di più nella mia vita. Adesso so perché.

 

Dove eravate?

berlino.jpg
Dov’eravate, vent’anni fa, come stasera?
Io incollata alla televisione, con i miei genitori. “Guarda bene,” disse mio padre, con gli occhi lucidi. “Guarda, perché non te lo dimenticherai più.”

Io avevo quindici anni, e mio padre aveva ragione. A cena i miei genitori mi raccontarono i loro ricordi di quando il muro era stato costruito, e poi brindammo ai Berlinesi, ai Tedeschi, a Gorbaciov, alla fine di un’era, all’inizio di un’altra. Era un mondo nuovo.

E voi?

Ott 28, 2009 - considerazioni sparse    No Comments

Cronache Berlinesi, Parte III

Pensieri misti assortiti.

* Mai viaggiare con le scarpe nuove. Non importa quanto siano carine, non importa quanto sembrino comode. Se non sono rodate, non e’ il caso di metterle alla prova sgambando per cittä sconosciute o facendo la coda davanti a un museo. Ouch.

* POtsdamer Platz vent’anni fa era un prato incolto fra le due ex-metä di Berlino. Adesso e’ circondata da grattacieli e schermi giganti, e ha persino una rampa per la neve artificiale… Rimane qualche pezzetto di Muro, dove i turisti si fanno fotografare. E no, non mi sono fatta fotografare.

* Acquisisci un figlioccio, e all’improvviso hai di nuovo una ragione legittima/impellente per entrare nei negozi di giocattoli. Grazie, Vale!

* Humour berlinese doc: “…E c’era molto, molto vento, quel giorno, cosi’ le autoritä di Berlino Est decisero di evacuare il ristorante girevole in cima alla Torre della Televisione… perche’ se fosse caduta, sarebbe caduta nella parte Ovest, e ciö non era permesso!”

* Accanto alla Komishe Opera c’e’ un magazzino dove vendono vecchi arredi di scena e costumi dismessi. Purtroppo era chiuso.

* A Check Point Charlie ci sono figuranti in uniforme che si fanno fotografare con i turisti. Anche uniformi inglesi e francesi, benche’ nessun Inglese o Francese abbia mai messo piede a CPC.

* L’Ambasciata Russa occupa ancora un intero quartiere, con tanto di scuole e piscina che sfoggia ancora il ritratto di Lenin. Quanto personale puö avere un’ambasciata?

* Se volete fare un esperimento, chiedete a un Berlinese di indicarvi la Gemäldegalerie. E’ una delle pinacoteche piü importanti della cittä, ma qui non sembrano impressionati, e il rischio che vi mandino a smarrire in tutt’altra direyione e’ tutt’altro che limitato.

* A me Van Dyck piace piü di Rubens, e non so cosa farci. E’ cosi’ ed e’ cosi’.

* In una delle mie prossime vite, credo che gestirö un negoyietto di ornamenti natalizi al Nikolai Viertel.

* L’ho giä detto quanto detesto la tastiera QWERTZ?

* Al Rathaus Cafe’ servono un delizioso “Stolzer Heinrich”, che e`un grosso wurstel cotto in una salsa di birra e curry, servito con le patatine fritte. Pare che sia una specialita’ berlinese. Come e quando lo sia diventata, visto che il curry e’ una spezia indiana, e’ oggetto della mia curiosita’.

* In Alexander Platz vent’anni fa c’era folla a tutte le ore del giorno e della notte. Adesso c’e’ ben poca gente che osserva un allestimento commemorativo della Caduta del Muro.

* Berlino mi mancherä.

E adesso, a casa…

 

Ott 27, 2009 - considerazioni sparse    No Comments

Cronache Berlinesi – Parte II

*NOTA DI SERVIZIO: martedi’ sarebbe il giorno dello Sbregaverze, lo so. Momentaneamente sospeso per ovvie ragioni. Martedi`prossimo si riprende. FINE NOTA DI SERVIZIO, e torniamo a Berlino*

Giornata di viaggi nel tempo. E di musei.

A partire dal Pergamon Museum, che raccoglie alcune tra le meraviglie archeologiche visibili in Occidente, con una ricchezza che supera persino il British Museum, ed e’ tutto dire. Come l’altare eponimo: si entra in un immenso salone e si resta senza fiato davanti al fianco  ovest di una costruzione incredibile, tutta fregi e colonne e statue… l’idea che possa essere stata eretta per celebrare uno scampato attentato non mi convince troppo. Una guerra vinta mi parrebbe piü probabile. Altra emozione, la porta del mercato di Mileto, che vent’anni fa non aveva di fronte parte del Traianeo, ma adesso si. Poi, uno dei miei pezzi preferiti in assoluto: la porta di Ishtar con la via processionale. Un immenso corridoio rivestito di piastrelle blu cobalto, decorate con un fregio di leoni in rilievo che vanno incontro a chi arriva, e in fondo… la porta propriamente detta, incredibilmente blu, incredibilmente vivida con le sue decorayioni a fiori, animali, alberi stilizzati. Immaginate quanto poco colore vedesse in vita sua l’abitante medio della mezzaluna fertile; immaginate di arrivare dal deserto, o da un villaggio di mattoni di fango, o da una cittadina della piü sperduta provincia, o da qualche steppa lontana, e trovarvi di fronte una fortezza blu… Quando saro’ a casa carichero’ qualche fotografia. E poi, le tavolette coperte di scrittura cuneiforme, e i bassorilievi con i carri da guerra assiri, e il sepolcro di Assurbanipal, e le incredibili mura di M´shatta, di pietra lavorata come se fosse un merletto… Non me sarei piü venuta via.

Invece l’ho fatto per andare al Neues Museum. Vent’anni fa era chiuso, credo. Proprio questo mese si sono chiusi i lunghissimi lavori di restauro, e il Neues Museum e’ stato aperto al pubblico. Sono molto felice di essere arrivata al momento giusto per vederlo, perche’ e’ un posto incredibile. A parte le meraviglie che contiene, e’ pensato, allestito e organizzato con un’intelligenza rara. Le collezioni sono disposte su vari piani e in vari modi, valorizzandole al meglio. La collezione egizia, per esempio, e’ organizzata in modo da mostrare anche il percorso dell’egittologia classica tedesca e inglese, con diari di scavo, quadri ottocenteschi a soggetto archeologico e ricostruzione di vecchi metodi conservativi. La collezione dei papiri e’ allestita in tavoli mobili, dove si possono ammirare antichissime ricevute, lettere di lagnanza e liste di materiale da costruzione. E Nefertiti… be’, Nefertiti e’ Nefertiti. L’avevo giä vista all’Altes Museum, dove era in lunga provvisorietä. Adesso la regina ha una sala ottagonale tutta per se’, semibuia e perfetta. E’ li’, antichissima, un po’ crudele e cosi’ vera! Sembra prendersi gioco degli osservatori, dall’alto dei suoi millenni… sembra che debba parlare da un momento all’altro, e quando girate dietro di lei, sembra che lo sguardo dell’immagine riflessa nel vetro della teca cerchi il vostro, vagamente incuriosito e forse áppena malinconico. Pesa, ´l’immortalitä, Nefertiti? Non c’e’ solo lei: c’e’ il tesoro che Schliemann voleva tanto fosse appartenuto a Priamo, c’e’ un incredibile cappello rituale/calendario d’oro dell’etä del Bronzo, c’e’ lo scheletro di un alce preistorico, ´c’e’ una sala di antiche vetrine buie, con i cartellini scritti a mano, come doveva essere il Museo nell’Ottocento… Si esce un po´storditi, sperduti tra i secoli e le terre… e intanto si e’ fatta sera.

Noterella ulteriore: il duomo di Berlino va visto di sera, con le luci accese e un organista che suona Bach, e allora anche la sua imponenza barocca diventa un altro viaggio nel tempo…

Ripeto, un momento o l’altro aggiungerö qualche fotografia. Altre cronache seguiranno.

Ott 26, 2009 - considerazioni sparse    No Comments

Cronache Berlinesi – Parte I

Dunque, solo qualche annotazione veloce, perche’ sono lessa.

1. La Ryan Air, quando si atterra, lo annuncia con uno squillo di tromba stile passaggio di livello nei videogiochi: “Ta-dah! E anche oggi, signore e signori, siamo arrivati in anticipo!”

2. Avvio di conversazione con la signorina del Tourist Info: “Buongiorno, dovrei andare ad Alexander Platz.” E lei mi guarda per un paio di secondi. Io sollevo un sopracciglio. “Devo andare ad Alexander Platz,” ripeto. E lei, placida: “E vuole sapere come andarci?” Ma certo che no! Mi sembrava bello comunicarlo al primo Tedesco che trovavo!!

3. In albergo, lasciata a se stessa, la televisione si comporta come un caminetto fasullo.

4. Alexander Platz e’ molto cambiata, in vent’anni. Praticemente deserta, in pieni lavori. Sotto l’ex Hotel Stadt Berlin (ora Park Inn), c’e’ un anyiano Berlinese che suona un organetto a manovella. Sulla facciata dell’hotel, uno che si cala giu’ con le corde da alpinismo.

5. Le guide della Lonely Planet non sono assolutamente affidabili per quanto riguarda gli orari dei musei.

6. Avvio di conversayione con una custode dell’Altes Museum: “Buongiorno, dove si comprano i biglietti?” “Per entrare serve il biglietto.” “Si’, lo so. Dove si compra?” “Lei non ha il biglietto?” “No.” “E vuole sapere dove si compra?”

7. Il Nikolaiviertel e’ un quartiere assolutamente deliyioso, con degl’incantevoli negoyi di addobbi natalizi e di giocattoli, e adorabili caffe´.

8. Quando si ordina un caffe’ in Germania, bisogna prepararsi all’idea di poterci nuotare dentro. Tuttavia, a Berlino e’ quasi bevibile.

9. Marienkirche ha un bellissimo interno di un gotico bianco, luminoso e severo al tempo stesso, contro le cui pareti spiccano piü scure le lastre tombali. Nel pomeriggio funge da mensa dei poveri; alle 6 c’e’ un deprimentissimo serviyio luterano chiuso da un pezzo per organo che, a costo di sembrare irriverente, sembra proprio un flamenco; alle 7 e meyya arrivano gli Anglicani.

10. La Torre della Televisione e’ illuminata a terribili colori cangianti.

11. La tastiera QWERTZ is a pain in the back. Mi spiace per i refusi, ma non ho la forya morale di tornare indietro e correggerli.

12. Ci sono ancora le bancarelle di memorabilia sovietici e della DDR, ma gestiti da orientali.

E per ora e`tutto. Seguiranno altre cronache. Per ora, Viele Grüße aus Berlin.

Ott 25, 2009 - considerazioni sparse    No Comments

Berlino

D’accordo, non è stata la partenza più meditata della mia vita, ma… mentre leggete sono già in viaggio.

Torno a Berlino.

Torno a Berlino a vent’anni dalla caduta del Muro, e a meno di diciannove dal mio primo viaggio in Germania. Quando era successo tutto solo da pochi mesi, e Alexander Platz era piena di gente a ogni ora del giorno e della notte. Quando i Berlinesi andavano dalla zona Est a quella Ovest e viceversa, avanti e indietro, semplicemente perché potevano farlo. Quando i soldati russi passavano la libera uscita seduti in riga sulle panchine nei parchi, perché non avevano i soldi per fare altro, e tentavano di vendere le loro mostrine ai turisti per racimolare qualche Marco. Quando ogni piazza aveva il suo quartetto d’archi e la sua bancarella di pezzi di Muro. Quando era tutto nuovo, ed entusiasmante, e untried. Quando si aveva l’impressione di camminare dietro la Storia.

Torno a Berlino, a vedere che cosa è cambiato in questi vent’anni, a sentire se è rimasto qualcosa di quell’aria che si respirava allora.

Torno a Berlino.

 

E se ne andò di qua e di là

Nei corsi di scrittura americani possono succedere cose bizzarre, a volte. Come per esempio, dover realizzare un video di due minuti che illustri uno specifico problema di scrittura. Cose che capitano. Così come capita, scrivendo, di partire con un’idea, dipartirsene poi per la tangente (o per la tangenziale, come mi disse una volta un muratore) e ritrovarsi… be’, non dove ci si aspettava di arrivare. Il che può essere una piacevole sorpresa oppure un disastro.

Cattiva notizia: è più spesso un disastro che una piacevole sorpresa. Buona notizia: quasi tutto si può sistemare; è a questo che servono revisioni e seconde stesure.

Questo è il mio piccolo video in proposito. Si capisce tanto che mi piacciono i film muti?

 

Ott 16, 2009 - considerazioni sparse    No Comments

Virgilio in Pillole

Ieri, 15 ottobre, era il cosiddetto Compleanno di Virgilio.

L’Accademia Nazionale Virgiliana di Scienze, Lettere e Arti ha celebrato la ricorrenza con un convegno in Santa Maria della Vittoria, e la Clarina era là, nonostante debba confessare una simpatia limitata per il poeta in questione. O forse questa è un’ingiustizia, perché in realtà tutto si risolve nel fatto che la Clarina proprio non regge il Pio Enea. Una volta o l’altra ne parleremo.

Ad ogni modo, il convegno ha avuto tra i suoi meriti quello di occuparsi di Virgilio in modo inconsueto, scegliendo temi poco frequentati, come la storia delle traduzioni virgiliane in Russia, la duplice (e polemica) traduzione dell’Eneide del letterato e diplomatico mantovano Ercole Udine, e la traduzione delle Bucoliche in dialetto alto-milanese di Edoardo Zuccato.

Spero di non suonare irriverente se condenso qui alcune pillole tra le molte cose interessanti che si sono dette.

– Dopo ventuno secoli di letture, riletture e interpretazioni, a quanto pare, non siamo ancora sicurissimi sul significato di certi versi virgiliani. E d’altro canto, abbiamo perso definitivamente la conoscenza di come i Romani pronunciassero effettivamente il Latino. Sono, come si diceva altrove, alcune di quelle cose che non sapremo mai. Ma ciò non impedisce di continuare a cercare. 

– Il mito non si propone come affermazione di verità, ci ha spiegato il Professor Dario Cosi (Storia delle Religioni, Brescia-Bologna), ma come strumento d’interpretazione della realtà. In fondo, pare a me, il mito è si comporta in modo più filosofico/scientifico che religioso…

– Tanto nella Russia zarista quanto poi nell’Unione Sovietica, ci ha spiegato l’ex sindaco di Mantova Vladimiro Bertazzoni, si studiava e traduceva Virgilio. Non molto, ma abbastanza perché Puskin lo citasse in mezzo al bagaglio culturale di dubbia utilità di Onegin, e perché nel XVI secolo il poeta fosse raffigurato tra i precursori  della Cristianità sulle pareti della Chiesa dell’Annunciazione a Mosca. Mi affascina sempre scoprire come parti del nostro paesaggio culturale vengano percepite altrove.

– Ercole Udine ha tradotto l’Eneide non una, ma due volte. E disapprovava Annibal Caro con tutta l’anima sua. Caro è così profondo nell’interpretare l’Eneide, dice Udine, che ci vede cose che nessun altro può arrivare a vederci. (Sottinteso: perché infatti non ci sono per niente. Prendi, incarta e porta a casa, Annibal). Molto più occupato a confutare il Caro, dice la mia amica Elena Coppini (Università di Padova) che a tradurre sul serio. Comincio a pensare che sarebbe un buon personaggio, narrativamente parlando.

I Bucoligh in dialetto alto-milanese, di Edoardo Zuccato, non sono sempre di facilissima comprensione per i non alto-milanesi (nemmeno per un esperto di dialetti come il professor Mario Artioli), ma sono una delizia. Confesso che al sentire le Muse apostrofate come “Bei gagiòt dal Piero”* è stato difficile mantenere un contegno serio e decoroso.

Buon compleanno, Virgilio!

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* Le belle Pieridi, figlie di Pierio, che potrebbero essere le Muse oppure no (be’, secondo Virgilio sì, evidentemente), che forse avevano gli stessi nomi oppure no… Secondo una versione del mito, tentarono di fare le scarpe alle Muse e non ci riuscirono. Secondo altre, furono le vere madri dei figli delle Muse. A scelta e a piacere di ciascuno.