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Il Latte di Venere…

Al volo per ricordarvi che questa sera…

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Brindare ai tempi di Shakespeare & Co. E si brindava – oh, se si brindava…

Se foste in quel di Mantova e vi pungesse vaghezza, mi par di capire che ci sia ancora qualche posto. Chiamate il numero in fondo alla locandina per informazioni.

A questa sera!

 

Bagolando di Qua e di Là…

Oh, notizie, comunicazioni e informazioni…

Martedì 7 marzo alle 20.00 inizio una serie di aperitivi letterari presso l’Enoteca Porto Catena di Mantova. Parleremo di vini&spiriti attraverso la storia e la letteratura – e degusteremo quello di cui si parla. Gli appuntamenti sono quattro, e si comincia (non sarete sorpresissimi) con Shakespeare e i suoi contemporanei.

Seguiranno l’Antichità Greco-Romana, il Medio Evo e l’Ottocento…

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Mi si dice che per martedì restano pochi posti – ma voi chiamate il numero qui in fondo alla locandina per informazioni – e sentite che cosa vi dicono.

Poi mercoledì otto marzo alle ore 17.oo sarò alla Biblioteca Mondadori di Poggio Rusco con…

LocLUPo2

La storia della fama postuma di Shakespeare è intricata come un romanzo – tra semi-oblio, propaganda puritana, falsificazioni, riscritture, bardolatria, tradizioni teatrali, spiritismo e bizzarrie miste assortite. E, dal tardo Cinquecento ai giorni nostri, s’intreccia con quella di Christopher Marlowe – collega, coetaneo e rivale, più celebre da vivo e ingombrante da morto…

E tecnicamente si tratta di una lezione dell’anno accademico della LUPo – ma volendo è possibile iscriversi a una lezione singola al costo di 5 €. Per informazioni e iscrizioni chiamate la Biblioteca Mondadori al numero 0386 51057.

Ci vediamo la settimana prossima?

 

Enrico a Quattro Mani

NSONel mondo anglosassone la cosa sta facendo una certa quantità di rumore – ma immagino che alla Oxford Press se l’aspettassero: The New Oxford Shakespeare, la nuova edizione critica delle opere complete di Shakespeare, pubblicata a fine ottober essendosi l’anno che è, affibbia a Shakespeare un coautore per ben 17 delle sue opere.

E a dire il vero, gliene assegna 44 invece delle tradizionali 38/39 – incluso Arden of Faversham – ma quel che appare nei titoli dei giornali sono le tre parti dell’Enrico VI, scritte, secondo Oxford, a quattro mani con Christopher Marlowe. D’altra parte, Laggiù Marlowe è molto più noto della maggior parte degli altri coautori, anche a un pubblico generale, e addirittura uno dei candidati alternativi di punta in molte delle (francamente bizzarre) teorie sul Vero Autore.4

E vi ho detto un sacco di volte che secondo me il Canone shakespeariano l’ha scritto Shakespeare – ma non necessariamente tutto da solo. C’era questo modo – probabilmente un retaggio bardolatrico e poi vittoriano – di guardare al Bardo come a un genio solitario e siderale, che produceva in orgoglioso isolamento… C’era e da qualche parte c’è ancora, visto che qualcuno grida allo scandalo a proposito delle collaborazioni. Ma d’altra parte, le teorie in proposito non sono molto più giovani delle colline: già il buon Edward Malone, che pure era un fiero bardolatra, aveva i suoi dubbi a fine Settecento. Quindi, in realtà, quel che fanno a Oxford non è terribilmente nuovo. Solo più vasto, più approfondito, supportato da nuove analisi linguistiche e statistiche – prove empiriche sufficienti a scrivere “Enrico VI, di William Shakespeare e Christopher Marlowe”.

566003394Ora, dalla fine di ottobre in qua, amici e famigliari sghignazzano su quale debba essere la mia soddisfazione in proposito… e sì, non posso negarlo. Ma non tanto – o almeno non soltanto – per via di Marlowe. Il punto è che, se non ho mai creduto alle teorie cospirative del Vero Autore, non ho mai creduto nemmeno all’idea dell’Astro Solitario. E non perché Will Shakespeare da Stratford fosse un guantaio mancato di approssimativa istruzione – ma perché non è così che funzionava la Londra teatrale al tempo della Regina Bess. Era un mondo fitto, incandescente e piuttosto piccolo, in cui tutti conoscevano tutti e collaboravano con tutti, e s’influenzavano e copiavano a vicenda… per dirla con John Donne, nessun poeta è un’isola. Perché Shakespeare dovrebbe essere diverso – e tanto più perché le sue opere lo mostrano profondamente immerso nel suo mondo? Sil2

Adesso sono molto curiosa di leggere i saggi che accompagnano l’edizione – e, dato il prezzo proibitivo dei quattro volumoni, mi sa che dovrò aspettare e confidare in qualche biblioteca. Ma intanto mi dichiaro soddisfatta, in effetti, per questa visione meno romantica di Shakespeare, e perché è davvero facile immaginare la Compagnia dell’Ammiraglio che chiede allo spregiudicato e celebre Kit Marlowe di reggere la mano all’inesperto ragazzotto del Warwickshire, pieno di buone idee ma teatralmente ingenuo da non dirsi…

Quanto poi piacesse a Marlowe la faccenda, è un altro discorso – e qui sconfiniamo in territorio narrativo. Il mio territorio, d’altra parte: sono certa che più d’una di queste collaborazioni si presterà ad essere raccontata/drammatizzata… Un altro felice prodotto del New Oxford Shakespeare.

Di Giochi E Di Candele

Player's BoyIn The Player’s Boy, Bryher racconta la vita di un apprendista attore che poi non diventa attore a cavallo tra i regni della Grande Elisabetta e di Giacomo VI e I. Bryher aveva una passione non solo accademica per il mondo elisabettiano, e in questo romanzo ne racconta il declino con un’intensità struggente. Il suo protagonista James Sands, orfano e sognatore, non è equipaggiato per essere felice mentre il suo mondo tramonta, e la sua parabola di occasioni mancate e aspirazioni calpestate, pur narrata in maniera un pochino episodica, è il genere di storie su cui mi sciolgo.

Ma ancora più rimarchevole del romanzo è la lettera dell’autrice che la mia edizione Paris Press pubblica in appendice. Bryher discute con un amico la sua passione per il mondo elisabettiano e la storia in generale, e conclude così (traduzione mia):

Sì, è questo il bello del “gioco”: la ricerca e l’occasionale scoperta. Se potessimo cambiare il corso del tempo per veder tornare [Sir Francis] Drake, sarebbe solo come vedere un ennesimo film. E’ tutto nello spulciare; nel tenere tra le mani, dopo vent’anni di duro lavoro, un singolo, minuscolo frammento che s’incastra con un altro pezzetto altrettanto incompleto; nel sapere che la soluzione del problema magari verrà in mente a qualcuno che non è ancora nato. E’ per tutto questo che il gioco vale come e più della candela.

funny_historian_tshirt-p235294641369602717qtdg_400.jpgDiscorso da storici – e forse sono d’accordo, almeno in parte. Non dico che mi dispiacerebbe poter dare un’occhiatina al ritorno di Drake, ma capisco in pieno il fascino della ricerca per la ricerca. Anche da un punto di vista narrativo (e sto parlando di narrativa a sfondo storico) la ricostruzione del personaggio, il lavoro paziente di rimettere insieme una personalità combinando fatti, aneddotica, speculazione, conoscenza dell’umana natura e intuizione, è forse la parte migliore del gioco. E’ possibile che il corollario di fittizietà renda leggermente più malsano il lavoro del romanziere rispetto a quello dello storico – anche solo perché, per l’autore e talvolta per i lettori, il personaggio fittizio finisce col diventare quasi più reale dei frammenti di fatti superstiti – ma il crescente numero di storici che sono anche romanzieri mostra che le due specie sono meno incompatibili tra loro di quanto possa sembrare. E la Sindrome di Bryher colpisce imparzialmente entrambe.

In realtà è una scelta lapalissiana, visto che non possiamo viaggiare nel tempo, ma possiamo studiare e ricostruire. Resta però il fatto che la fiamma puntigliosa e insaziabile della ricerca è una seria parte del fascino della storia, una parte che andrebbe perduta il giorno in cui il passato diventasse un altro posto che si può visitare – senza pregiudicare, presumibilmente, il mercato del romanzo storico.

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Oh, e per gli storici: la maglietta HISTORIAN – you’d be more interesting if you were dead si può acquistare qui.

L’Inglese di Shakespeare

ShakespearemainAvete badato alla settimana che è? La settimana più shakespeariana di tutto l’anno shakespeariano…

Venerdì sarà il quattrocentesimo anniversario della morte del Bardo, e quindi non possiamo lasciarci sfuggire la commemorazione, giusto?

E allora parliamo un po’ di lui. Parliamo, per dire, della sua lingua. Insieme all’assenza di libri nel testamento, la lingua è uno degli argomenti prediletti degli anti-stratfordiani. Come poteva il figlio del guantaio di Stratford, con la sua sommaria educazione formale e in un’epoca priva di dizionari, usare con tanta disinvoltura, eleganza e vivacità quasi diciottomila parole distribuite tra i più vari campi della conoscenza e appartenenti a tutti gli ambiti sociali?

Una cosa è innegabile: la lingua di Shakespeare è straordinariamente ricca e vivida, e non si tratta solo del vasto vocabolario. In un’epoca in cui le convenzioni grammaticali erano ancora fluide, il nostro poeta modella la lingua come un filo d’oro, traendone ogni genere di effetti – e contribuendo non poco a codificarla.Buying and selling in Old St Paul's Cathedral

L’Inglese elisabettiano, all’epoca bestia piuttosto nuova dal punto di vista letterario, era strutturato in modo vago, con poca differenza tra scritto e parlato e la più sovrana incuranza per spelling e punteggiatura.  Questo consentiva grande libertà espressiva, perché la lingua scritta rifletteva l’immediatezza e vivacità del parlato – e dubito che qualcuno si preoccupasse delle difficoltà disseminate in ogni testo a beneficio dei posteri.

D’altro canto, il secondo Cinquecento era anche un’epoca di scoperte, aperture, guerre e commerci. Gli eruditi venivano a contatto con nuove idee, e la gente comune, dopo secoli di insularità, si trovava a convivere con stranieri provenienti da ogni parte del Continente.  L’Inglese all’epoca era limitato per il fatto di non essere mai stato davvero un medium letterario, ma essendo una lingua duttile e ferocemente acquisitiva (secondo James Nicol, si nasconde nei vicoli, assalta le altre lingue e scappa con le parole spicciole che trova loro in tasca), di fronte alla necessità di esprimere nuove idee faceva due cose: assorbiva parole altrui, oppure ne creava di nuove. Da un lato, si stima che tra il 1500 e il 1650 l’Inglese abbia acquisito più di trentamila parole dal Latino, dal Greco e dalle lingue romanze e germaniche; dall’altro c’erano poeti pronti a creare tutti i neologismi che servivano – come Spencer, Sidney, Marlowe, il nostro Shakespeare e molti altri.

Shakespeare-and-his-Friends-xx-John-FaedPer un poeta doveva essere un’epoca entusiasmante: una lingua “nuova” da costruire, parole da coniare, idee da tradurre, forme e strutture da creare… E Shakespeare aveva in misura particolare il dono di disciplinare questa materia così fluida e incandescente in forme capaci non solo di conservarne l’immediatezza, ma di trarne sempre il miglior effetto possibile.

A cominciare dal verso. Anche se il vero iniziatore del blank verse (versi di cinque piedi ciascuno – da-DUM, da-DUM, da-DUM, da-DUM, da-DUM – senza rima) è Kit Marlowe, fu Shakespeare a perfezionarne l’uso.  Per esempio ne variava i ritmi per riprodurre lo stato emotivo dei personaggi (quando Macbeth diventa incoerente, i suoi versi si sbilanciano), alternava versi e prosa come mezzo di caratterizzazione (i personaggi di nobile nascita tendono a esprimersi in versi, ma quando deve arringare la folla, Bruto ricorre alla prosa), recuperava la rima per i momenti giocosi, per scandire le scene o per sottolineare particolari passaggi.

Quanto alla creazione di parole ed espressioni, tradizione vuole che, tra sostantivi  usati come verbi, verbi usati come aggettivi, parole composte e creazioni del tutto originali, Will potesse chiamare sue più di duemila parole – ma forse il numero va ridimensionato. Questi conteggi si devono a filologi vittoriani in piena bardolatria: individuavano una parola e non si disperavano più di tanto a cercare occorrenze precedenti in altri autori, come invece si è fatto in anni più recenti. Ma in fondo, importa davvero il numero?Tiring-house writing

Io direi di no. Quel che importa è che Will Shakespeare era un formidabile creatore di metafore, espressioni, parole e nomi – molti dei quali sono passati nell’uso comune e arrivati fino ai giorni nostri, sopravvivendo a tutti i sussulti di una lingua in continuo cambiamento. Nessun anglofono contemporaneo definirebbe un computer impallato dead as a doornail, o chiamerebbe un’esperienza frustrante a wild-goose chase; nessun autore televisivo intitolerebbe un episodio Brave New World, nessuno sospirerebbe che la sua vecchia automobile  has seen better days; nessun genitore chiamerebbe una figlia Jessica o Miranda – se non fosse per Shakespeare.

Tutto questo, è vero, non risponde alla questione dell’identità dell’uomo che si firmava William Shakespeare, ma demolisce in parte l’obiezione di improbabilità mossa alla buona vecchia teoria secondo cui Shakespeare è Shakespeare.

Perché in realtà la Londra elisabettiana era il posto ideale per un uomo dalla mente pronta e dal buon orecchio in cerca d’ispirazione e di parole. A Londra poteva incontrare gente di tutte le provenienze, di tutte le occupazioni, di tutti gli strati sociali. E pescare informazioni miste assortite nelle taverne, al porto, nei mercati o sui banchi degli stampatori attorno a St. Paul. E assistere a processi, impiccagioni, parate, preparativi di guerra, recrudescenze di peste, tornei, combattimenti di orsi, uscite della corte, duelli nelle strade. E confrontarsi e collaborare con i migliori poeti e autori teatrali del suo tempo.

7d5658e0c481d86923667dcefe982633Cosa, quest’ultima, che potrebbe tra l’altro spiegare in parte l’aspetto patchwork dello stile, se proprio non vogliamo attribuirla a una capacità mimetica di adattare la lingua alle diverse necessità della scena. Oppure no…

E alla fin fine restiamo sempre con potenziale mistero: un teatrante semi-educato che usa un numero di parole quattro volte superiore a quello medio dei suoi contemporanei colti, un’eccentrica varietà di competenze e conoscenze e un corpus di opere tanto articolato da consentire tutte le ipotesi. Sarà una collaborazione segreta, una congiura del silenzio, un intrico di identità segrete? O forse uno straordinario poeta dall’immaginazione fervida e dal talento straripante in un tempo di incandescenza culturale – l’uomo che scrittori come Shaw e Chisholm ritraggono col taccuino sempre in mano, pronto a cogliere, distillare e riprodurre le voci e l’anima della sua epoca?

Ritratto d’Ignoto

FairYouthSapete quale è – pur senza immagini – un ritratto d’ignoto, nel senso beffardo e triste – o forse invece triste e beffardo – che discutevamo qui? Il Bel Giovane dei Sonetti.

No, davvero. Provate a considerare cose come il Sonetto 55:

Né marmo né gli aurei monumenti
Di principi, vivran quanto i miei versi possenti,
Ma in questi brillerete di più vivo splendore
Che in un sasso sconciato dalle sozzure del Tempo.
Quando la Guerra rovinosa travolgerà le statue,
E le muraglie verranno sradicate nei tumulti,
Né la spada di Marte né i suoi fuochi veloci struggeranno
Il vivente monumento della vostra memoria.
Contro alla morte e contro ogni nemico oblio
Voi durerete, le vostre lodi troveranno luogo
Ancora agli occhi di quei posteri estremi
Che condurranno questo mondo al finale sfacelo.
Così, sin quando al Giudizio sorgerete in persona,
Voi qui vivrete, o abiterete negli sguardi degli amanti.

Oppure il Sonetto 81:

Sia ch’io viva a dettare il tuo epitaffio,
Sia che tu sopravviva mentre io marcirò in terra,
Non potrà morte di qui sradicar la tua memoria,
Pur quando ogni mio merito sarà dimenticato.
Di qui il tuo nome trarrà vita immortale,
Anche s’io debba, morto, non lasciar più ricordo,
La terra a me darà sol la fossa comune,
Mentre tu avrai tomba degli uomini negli occhi.
Tuo sepolcro saranno i miei versi soavi,
Che occhi non ancor nati leggeranno,
E le lingue future parleran del tuo essere,
Quando tutti che in questo mondo respirano saran morti,
Tu continuerai a vivere – tal virtù ha la mia penna –
Là dove l’alito vitale spira sulle bocche degli uomini!

Ed è chiaro che – con tutti i suoi discorsi di fosse comuni e nessun ricordo – il Poeta ha in mente l’immortalità dei suoi versi, più che quella del Bel Giovane, ma nonetheless…  Immaginate di essere giovani, di sentirvi promettere un’eternità destinata a gente non ancora nata, al di là dei guasti e delle distruzioni, fino all’orlo estremo del tempo. Mette i brividi, vero? A chi non girerebbe la testa? Chi non vorrebbe crederci…? Shakespearemain

No – d’accordo: non fino alla fine dei giorni, magari, ma doveva dare la stessa sensazione di un ritratto del pittore giusto. E invece… Quattrocento anni e moneta più tardi, il Poeta – o quanto meno l’autore – è uno dei nomi più celebri della storia della letteratura, e chi sia il Bel Giovane non lo sappiamo più. Non sappiamo granché nemmeno dei Sonetti, a dire il vero. Quando sono stati scritti di preciso? Per chi? In che ordine? Sono davvero una sequenza unica? Raccontano davvero la storia che hanno l’aria di raccontare? Quanto sono autobiografici? Chi sono i personaggi? Nel Poeta possiamo davvero cercare William Shakespeare da Stratford? E la Bruna Signora? Emilia Bassano? Mary Fitton? Rosa/Aline Daniel? E il Poeta Rivale? Marlowe? Chapman? Barnfield? Barnes? Non lo sappiamo. Non lo sappiamo più – o forse, nella più ottimistica delle ipotesi, non lo sappiamo ancora…

Ma in fondo a nessuno di loro Shakespeare/il Poeta aveva promesso l’immortalità. Al Bel Giovane sì – ma anche lui è sprofondato tra le pieghe di quel tempo da cui i Sonetti avrebbero dovuto difendere il suo nome. Henry Wriothesley, conte di Southampton? William Herbert, conte di Pembroke? Il misterioso giovane attore Willie Hughes? Chiunque fosse il bel ragazzo arrogante e sleale, i versi soavi – e anche quelli meno soavi – dei Sonetti sono un sepolcro senza nome.

Ritratto d’ignoto, indeed. Di un ignoto senza cuore e, alla fin fine, mediocre – capace di tradire il suo amico/amante/poeta in tutti i modi possibili… Non è un ritratto lusinghiero. Va detto che non lo è nemmeno l’autoritratto del poeta – se autoritratto è – e non dobbiamo prendere per buono tutto quel che dice la meravigliosa, irragionevole e occasionalmente lamentosa voce narrante – ma sono capaci di vendette lunghe e crudeli, questi poeti, vero?

Vite Immaginate

UnknownVi ricordate uno sketch di tanti anni fa, in cui si vedeva un Raimondo Vianello in costume rinascimentale che posava per un ritratto, mentre Sandra Mondaini si lamentava della spesa folle di avere ingaggiato un pittore maiuscolo e costoso come Tiziano? O forse era Leonardo – devono essere passati trenta o trentacinque anni, per cui non mi sentirei di giurare sui particolari. Ad ogni modo, il marito protestava che si trattava di denaro ben speso – in immortalità, e la moglie era molto acida in proposito. Fade to un museo moderno, con un gruppo di visitatori in contemplazione del ritratto. “Leonardo da Vinci/Tiziano,” annunciava la guida. “Ritratto d’ignoto.” Ulteriori – seppure incorporei – brontolamenti della moglie, buio, risate.

Solo che io, essendo quel che sono fin da bambina, lo trovavo triste. L’idea del ritratto sopravvissuto senza nome e senza identità, del committente defraudato della sua fetta di immortalità, mi metteva malinconia… E a dirla tutta, qualche forma di questa malinconia mi coglie sempre di fronte ai Ritratti d’Ignoti nei musei e nei libri d’arte. Di solito rimedio cercando d’immaginare chi, cosa, dove e come – il che, a parte tutto il resto, è sempre un buon esercizio e/o un bel gioco.

Ad ogni modo, da decenni non avevo più pensato all sketch di cui vi dicevo – fino ai primi di dicembre, quando ho scoperto l’esistenza di Imagined Lives, Portraits of Unknown People, un piccolo libro pubblicato dalla National Portrait Gallery nel 2011. Credo di avervi già detto molte volte come la NPG sia uno dei miei musei prediletti – e adesso lo è ancora di più, considerando che ha preso una manciata di ritratti d’ignoti e poi ha commissionato a otto romanzieri dei bozzetti biografici per gli ignoti soggetti. ImaginedLives

John Banville, Tracy Chevalier, Julian Fellowes, Alexander McCall Smith, Terry Pratchett, Sarah Singleton, Joanna Trollope e Minette Walters hanno messo insieme un’incantevole collezione di piccole biografie, lettere, narrazioni in prima persona e lemmi d’enciclopedia in una varietà di voci e stili. Sono piccole cose, nemmeno racconti veri e propri – ma sono incantevoli. E il librino aggiunge delle bellissime riproduzioni dei ritratti, per intero e per dettagli, più informazioni sui singoli quadri e un saggio di Tranya Cooper, curatrice della Portrait Gallery, su come l’identità del soggetto di un ritratto possa andare perduta, malinterpretata e, in qualche caso, recuperata.

È, lo ripeto per l’ennesima volta, tutto un po’ malinconico – perché queste persone, o coloro che hanno commissionato i loro ritratti, credevano di ipotecare una fettina di immortalità, e invece guardate com’è andata a finire. Ritratto d’ignoto. Nobildonna ignota. Musicista… Ma è di gradevolissima (e rapida) lettura, è bello a  vedersi, dà da pensare e accende storie a sciami.

E se a questo punto siete incuriositi, lo trovate qui.

 

A Scuola

girlMi sono iscritta a non un uno, ma tre corsi online.

Ogni tanto lo faccio. Le possibilità sono infinite, in ogni genere di campo e argomento, dall’astrofisica alla scenotecnica, dalla storia antica alla pollicoltura.* Poi non è che sia straordinariamente brava in proposito. Sono pigerrima, dispersiva, con una tendenza alla procrastinazione su cui vi ho intrattenuti fin troppe volte. E tutto sommato, va ancora relativamente bene se ci sono tempi, scadenze ed esercizi da consegnare… Se il corso è self-paced – ovvero una serie di lezioni da seguire a discrezione dello studente – le mie possibilità di arrivare in fondo sono bassine, indipendentemente dal mio interesse per l’argomento. Capirete, credo, se vi dico che le lezioni di scrittura teatrale scaricate dal sito del MIT sonnecchiano in un angolo buio del mio hard disk dall’agosto del 2011.

Appunto.

E quindi forse è stato un tantino imprudente, da parte mia, iscrivermi ai tre corsi che vi dicevo.

Uno è una specie di storia performativa dell’Othello di Shakespeare. Come è stata rappresentata la tragedia, in questi quattro secoli? Che cosa sappiamo? Che conclusioni possiamo trarre da atteggiamenti registici, interpretazioni e attualizzazioni? Fascinating stuff.

Poi c’è un’introduzione alla scrittura cinematografica. Secoli fa ne avevo già seguito uno della Scuola Holden. Mi era piaciuto, soprattutto perché avevo trovato una tutor molto in gamba, che mi faceva lavorare un sacco e a cui piaceva quel che scrivevo. Riconosco che quest’ultimo non dovrebbe essere un requisito per valutare un corso e trarne beneficio – ma siamo onesti: chi è che non lavora con più zelo e più gusto quando il suo lavoro viene apprezzato? Adesso trovo che sia ora di rinfrescare l’argomento, dopo quindici anni o giù di lì – e di farlo in Inglese. girls

E questi due sono MOOC, ovvero Massive Open Online Courses. Da un lato hanno di buono i tempi e le scadenze che vi dicevo. Dall’altro, hanno una componente di interazione con gli altri studenti, in cui sono pessima. In teoria l’idea di discutere di quel che studio e imparo mi piace molto; all’atto pratico, forse non so usare bene la roba a forma di forum, ma fatto sta che una discussione tra centinaia di partecipanti mi sfugge rapidamente di mano, e tendo a rinunciarci e a interagire ben poco.

Infine c’è un corso di scrittura teatrale. Ci avevo già provato qualche anno fa, e non mi ero trovata bene con il docente.** Un secondo tentativo altrove era andato meglio, ma non posso dire di averne cavato granché. Adesso ci riprovo. Questo sembra un po’ più avanzato, ha un sacco di esercizi pratici e la possibilità di farseli leggere e commentare… Purtroppo è self-paced e, a peggiorare ulteriormente le cose, ho accesso al materiale vita natural durante. Con i miei precedenti, non metterei la mano sul fuoco.

E poi ce ne sarebbero altri – corsi di storia che m’interesserebbero parecchio… ma ho deciso che prima farò meglio a vedere come me la cavo con questi tre.

Quindi forse farò bene a formulare un’ulteriore buona intenzione per l’anno nuovo: seguire i corsi e finirli. Vi farò sapere, eh?

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* No, davvero: l’Università di Edinburgo ne ha uno su comportamento e benessere delle galline. Non è uno di quelli che ho scelto.

** A parte tutto il resto, leggendo il mio esercizio, si stupì moltissimo del fatto che fosse popolato da due personaggi maschili su due. Perché, essendo una donna, non scrivevo donne? Sessista.

Gen 10, 2016 - elizabethana, musica    No Comments

Cinque Canzoni Shakespeariane

12nightVe l’avevo detto che il Sedici è un altro anno shakespeariano?

1616-2016: quattrocentesimo della morte. Per cui sì, aspettatevi di nuovo una certa quantità di shakespearianerie, nel corso dell’anno.

Oggi cominciamo con le cinque incantevoli canzoni che il compositore inglese Roger Quilter musicò tra il 1905 e il 1919.

Fear no more the heat of the sun è presa dal Cimbelino, Under the greenwood tree e It was a lover and his lass da Come Vi Piace,
Take, o take those lips away da Misura per Misura, e Hey, ho, the wind and the rain dalla Dodicesima Notte.

Il baritono è il perfettamente nomato Philippe Sly, e al pianoforte c’è Michael MacMahon:

Forse l’insieme è un po’ più primaverile in atmosfera di quanto sia adatto al calendario, ma mi pare un buon modo per cominciare il nuovo anno shakespeariano.

E buona domenica.

Nov 20, 2015 - elizabethana, Storia&storie    3 Comments

John Ballard, SJ

Padre Ballard, dicevamo

Ebbene John Ballard è a suo modo un notevole personaggio.

CaiusCattolico del Suffolk, si laureò al St. Catherine College di Cambridge, e da lì passò al Caius, un college dalla fama un tantino sospetta – visto che il suo secondo fondatore era un cattolico, così come un considerevole numero di alumni. Sia come sia, nel 1579 Ballard decise che fare il malcontento cattolico sull’Isoletta e pagare la multa per evitare la funzione domenicale non era più abbastanza. Se ne andò a Rheims, dove entrò nel seminario cattolico, e fu ordinato sacerdote nel 1581.

Ora, in generale si considera che fosse un Gesuita – anche se ho letto di recente che Jesuitpotrebbe esserci qualche dubbio in proposito. In realtà non saprei – ma sarei stupita e un po’ delusa. I Gesuiti inglesi usciti da Rheims erano i più attivi nel criptocattolicesimo inglese: tornavano di nascosto sull’Isoletta, contrabbandavano letteratura religiosa più o meno incendiaria, vivevano nascosti, celebravano messe clandestine… Il che era perseguibile come tradimento: essere cattolici nell’Inghilterra di Elisabetta era costosetto ma non proibito; praticare il cattolicesimo era tutta un’altra faccenda. Molti di questi missionari, dopo vicende estremamente romanzesche e piene di fughe, travestimenti, scomodi soggiorni in qualche priest’s hole, delazioni e inseguimenti, venivano scovati, catturati e avviati a una pessima fine.

Il martirologio inglese di questi anni è zeppo di missionari gesuiti: Edmund Campion e Robert Southwell, per dirne un paio. Non John Ballard, però – e per un buon motivo. Ballard non era soltanto un predicatore o un celebratore di messe clandestine… lui voleva la morte di Elisabetta e una conquista cattolica dell’Inghilterra.

Apparentemente l’idea gli era venuta con l’assassinio di Guglielmo d’Orange, detto il Taciturno, ad opera di un cattolico legato alla Spagna di Filippo II. Non che fosse servito a granché – considerando che il potenziale successore cattolico era in Spagna, e a Guglielmo succedette l’altrettanto protestante Maurizio – ma, se ci erano riusciti con il Taciturno, perché non provarci anche con Elizabetta, che di eredi protestanti proprio non ne aveva?

Bernardino-de-MendozaE qui l’ormai Padre Ballard comincia un’attivissima carriera di viaggiatore, reclutatore e orditore di trame. Doveva essere un personaggio pieno di fascino e di eloquenza. Lo si sa in contatto con la corte papale, con l’ambasciatore spagnolo Mendoza, con gli agenti di Mary Stuart a Parigi, con i criptocattolici inglesi… Agli uni raccontava che l’Inghilterra era pronta ad esplodere in ribellione se solo fosse arrivato l’appoggio dal Continente, agli altri che Roma e Madrid erano pronte ad arrivare in forze – se solo l’Inghilterra si fosse ribellata… Onestamente pare che Don Bernardino de Mendoza, vecchia volpe castigliana, fosse un po’ scettico – ma non fece nemmeno granché per scoraggiare Ballard. Tutti gli altri ascoltavano affascinati.

babingtonE nel 1584 Ballard arrivò in Inghilterra – di nascosto, ovviamente – per una campagna di messe clandestine ed esorcismi. Ebbene sì. Noi forse fatichiamo a capire l’impatto di una cosa del genere, ma ai Cattolici inglesi fece molta impressione. Padre Ballard era evidentemente un attore consumato: popolani e gentry fioccavano a dozzine per assistere ai suoi esorcismi – e tra gli spettatori capitò una volta un giovane gentiluomo di belle speranze e natura impressionabile. Anthony Babington aveva un’idea molto eroica del criptocattolicesimo, ed era in cerca di un eroe e modello. Quando vide Padre Ballard liberare dal demonio uno dei suoi domestici, rimase folgorato.

BallardvMa Ballard ripartì presto e riprese un’altra campagna di viaggi. A Roma, in cerca di approvazione papale, e poi a Parigi a parlare con Mendoza, Paget e Morgan… Il suo gioco era sempre lo stesso: a tutti raccontava quella che probabilmente desiderava fosse la verità – quella che credeva di poter far diventare la verità, con un po’ di incoraggiamento. Nel 1586 tornò nuovamente in Inghilterra con l’incarico di preparare l’insurrezione cattolica, e si raccolse attorno un gruppo di giovanotti uno più esaltato dell’altro – primo tra tutti l’eccitabile Anthony Babington. Per non destare sospetti ed essere libero di muoversi, assunse il nome di Capitano Fortescue, un elegante soldato dai farsetti di seta e dai mantelli ornati di pizzo dorato, conosciuto come “Black Foskew” per il colorito bruno e la predilezione per il nero… Ma né un buon attore né un visionario fiammeggiante fanno necessariamente un buon cospiratore. Il Capitano Fortescue non si accorse mai che il suo compagno inseparabile, un uomo di nome Bernard Maude, era un agente della Corona. E il confidente di Babington, Robin Poley? Un altro agente. Per di più, quando afferrò che l’insurrezione cattolica comportava l’assassinio della Regina, Babington cominciò a sentire un certo qual freddo e a parlare più di quanto fosse prudente.

In realtà la congiura era destinata al fallimento prim’ancor di cominciare. Se arrivò al punto in cui arrivò fu perché Sir Francis Walsingham, spymaster della Regina, voleva lasciare a Mary Stuart abbastanza babington_plot_1565_getty_elvis_orangecorda per impiccarcisi metaforicamente. E in effetti Ballard aveva istruzioni di ottenere il consenso di Mary che, pur cauta, finì per compromettersi. Nel momento in cui Walsingham ebbe in mano la lettera firmata da Mary, cominciarono gli arresti. Ballard fu il primo. Babington e soci fuggirono, in una maniera che è un’incredibile commistione di abilità e goffaggine… Inevitabilmente furono presi e raggiunsero il loro leader. Tutti furono torturati – benché ormai fosse rimasto ben poco da scoprire. Il 20 settembre del 1586 Ballard, Babington e altri quattro furono parzialmente impiccati, poi sventrati ed evirati e infine squartati, con tanta crudeltà da nauseare persino la generalmente imperterrita folla londinese. Tale fu l’impressione che l’indomani gli altri cospiratori ricevettero la grazia di una rapida impiccagione.

MQoSMary Stuart fu processata per tradimento, condannata a morte e decapitata nel febbraio successivo. La congiura che avrebbe dovuto liberarla e incoronarla regina d’Inghilterra – e invece le costò la vita – porta da secoli il nome del suo anello debole, Babington. Forse, tutto sommato, dovrebbe portare quello di Ballard, il leader eloquente e istrionico che creò la congiura su un castello di esagerazioni, ed ebbe l’ingenuità di servirla su un piatto d’argento ai suoi nemici.

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