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Apr 23, 2012 - elizabethana, memories    No Comments

A Shakespearean Rite Of Passage

Summer night, warm and damp to the point of stickiness. The lights are doused, and the chattering dies down to a trail of whispers. For a handful of moments, I can hear the crickets in the trees all around the theatre. One of those handfuls of moments calculated to break just when the audience has forgotten to breath – but I’m just eleven, and unaware of this kind of calculations.

Suddenly come a shaft of purplish light, and the bang of a trapdoor opening – then the witches climb onstage in a whorl of black rags and cackles, and run to crouch around the cauldron…

“Way to start,” mutters A., from the next seat. And although she is thirteen and bewildered, she is right. Far more than she knows. 

I am eleven, as I said, and this is my first Macbeth. My first Shakespeare. My first time at the Teatro Romano in Verona. My first less than traditional production. I know who Shakespeare is, but I never saw anything of his staged. As far as staged things go, my experience boils down to some children’s plays and a few nights at the opera – very traditional-minded productions. I’m not prepared for a tale of Medieval kings in Scotland changed – no, distilled to an affair of empty stage, shadows, cutting lights and nondescript, black costumes.  

I’m not even sure I like it all that much. Why, truth be told, I think I’m rather disappointed. Everything is so grim, so dark, no tartan sashes, no cloaks, no swords, no crenellated towers, nothing of what I had expected… And then, little by little, with no bells and whistles to keep my attention, I start to concentrate on the words. Not just the plot, but the way the words make the plot different from its synopsis. Yes, yes, the witches, the prophecy, the regicide, the folly, the defeat, it’s all there. But the creeping fear and guilt, the hoot of the night birds, the ghost, the blood stains that won’t go away, the boughs from Birnam Wood closing in… it all takes life from the power of the words, in a way no painted scenery, no elaborate costume could ever convey. And not just life, but truth.

And mind you, when we file out of the theatre I’m still eleven, and I’m not entirely convinced of what I saw. I still much prefer crenellated towers and period costumes, and I secretly hope all theatre needn’t be like tonight. And yet, when Father asks did I like the Macbeth, and I say yes, it’s not a complete lie. I may not have liked it in the usal sense of the word, but I know I’ve gone through some rite of passage. A door has opened on something that I don’t fully understand yet, but looks meaningful. Something that has to do not only with tales, but the way tales are told. Something that I want to understand – and learn, if I can.

Now, more than twenty-five years later, I know that what Shakespeare taught me that night was the power of words. A similar production of a weaker play would have just bored me, but because Shakespeare’s words were so powerful, the young girl I was grasped the essence of the story – and something else too: a hazy notion that, while the production and the acting were modern interpretation, through the words the long dead Shakespeare was still speaking to me across the centuries.

It was very hazy back then, I grant you, but it was to grow, branch out, develop into several tenets of my faith in words, when it comes to history, literature, and writing. Not bad for one shakespearean night, was it?   

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This (bilingual) post is my contribution to the Shakespeare Birthplace Trust “Happy Birthday Shakespeare” project. For a week, starting today, bloggers all around the world will post all kinds of Shakespearean musings.

Apr 23, 2012 - elizabethana, grillopensante    4 Comments

Un’Iniziazione Shakespeariana

Sera estiva, calda e appiccicosa. Le luci si spengono, con i loro aloni affollati di zanzare e il chiacchiericcio si disfa in uno strascico di bisbigli. Tra gli alberi sul fianco della collina tutt’attorno al teatro si sentono frinire i grilli – questione di un attimo. Uno di quei lunghi attimi calcolati per rompersi quando il pubblico si è dimentcato di respirare – il genere di cose di cui, a undici anni, ancora non so nulla.

La lama di luce livida e il colpo della botola che si apre succedono nello stesso istante – poi le streghe si arrampicano in scena in un turbinio di stoffa nerissima e risate, e si accucciano attorno al calderone…

“Cominciamo bene,” mormora A., seduta alla mia destra. E ha più ragione di quanto possa immaginare.

L’ho detto: ho undici anni, ed è il mio primo Macbeth. Il mio primo Shakespeare. La mia prima volta al Teatro Romano di Verona. La mia prima regia men che tradizionale. So chi è Shakespeare, ma non ho mai visto nulla di suo, e la mia esperienza di cose che si vedono su un palcoscenico è limitata a qualche spettacolo per bambini e all’opera, dove tutto si prende molto alla lettera. Non sono preparata a vedere una storia di re scozzesi trasformata – distillata in una faccenda di scene vuote, ombre, luci taglienti e gente vestita di nero.

Non sono affatto certa che mi piaccia poi granché. Anzi, a dirla tutta, sono un nonnulla delusa. È tutto così truce e buio, senza un’ombra di tartan, senza una spada, senza niente di quel che mi aspettavo… E poi, un po’ per volta, senza niente a distrarmi, mi lascio catturare dalle parole. Non soltanto dalla storia, ma dal modo in cui le parole rendono la storia diversa dal suo riassunto sul programma di sala. Streghe, profezia, regicidio, follia, sconfitta – sì, d’accordo. Ma la paura, lo stridere degli uccelli notturni, i fantasmi, le macchie di sangue, il frusciare minaccioso delle fronde del bosco di Birnam… è tutto nelle pieghe delle parole.

E badate, non è che esca dal teatro convintissima di quel che ho visto. Ho ancora solo undici anni, e una debolezza per le scene dipinte e i costumi period, e tutto sommato spero che il teatro non debba essere sempre così. Eppure, quando mio padre mi chiede se mi è piaciuto e rispondo di sì, non è una completa bugia. Forse non mi è piaciuto nel senso abituale del termine, ma è stata un’iniziazione. Una finestra aperta su qualcosa che non capisco fino in fondo, ma che ha l’aria di essere significativo. Qualcosa che ha a che fare non solo con le storie, ma con il modo in cui le storie si raccontano. Qualcosa che sono intenzionata capire – e imparare, se posso.

Adesso, a più di venticinque anni di distanza, so che quella sera a Verona Shakespeare mi ha insegnato la forza delle parole. Una produzione altrettanto spartana di un lavoro meno significativo mi avrebbe soltanto annoiata, ma siccome le parole di Shakespeare erano così potenti, la bambina che ero aveva colto l’essenza della tragedia – e anche qualcosa d’altro. Una vaga impressione che, indipendentemente dall’interpretazione moderna del regista e degli attori, attraverso le sue parole, persino in traduzione, Shakespeare parlasse ancora a cinque secoli di distanza.

Era tutto molto vago allora, lo ammetto, ma era destinato a consolidarsi, far talea e svilupparsi in vari articoli della mia fede nelle parole, in fatto di storia, letteratura e scrittura. Non male, per una serata a teatro, direi.

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Con questo post (bilingue) SEdS partecipa al progetto Happy Birthday Shakespeare, dello Shakespeare Birthplace Trust. Per una settimana a partire da oggi, bloggers di tutto il mondo posteranno ogni genere di rimuginamenti shakespeariani.

Ritratto Dell’Artista

E non dico che tutto il mondo sia un teatro affollato di antistratfordiani, ma la sensazione che il povero Will Shakespeare non fosse del tutto qualificato per scrivere ciò che ha scritto dev’essere diffusa – e lo dico sulla base della quantità di Will letterari mostrati mentre non fanno altro che assorbire il loro materiale.

Lo Shakespeare letterario medio, quello che  si trova in un romanzo o a teatro, vive con il taccuino in mano – più o meno metaforicamente – annotando, raccogliendo o rubando ogni spunto che gli passa nel raggio di un miglio.

E non da oggi, se consideriamo Le Voyage de Shakespeare, di Alphonse Daudet, una faccenda a mezza strada tra la storia picaresca e il romanzo di formazione, in cui un giovane Will attraversa l’Europa e tutte quelle esperienze che mancano al figlio del guantaio di Stratford per diventare il Bardo.

In The Dark Lady Of The Sonnets, sconosciutissimo atto unico di G.B. Shaw, la faccenda è più teatrale e più spudorata: il nostro ragazzo incontra sul ponte di Londra la Signora Bruna, un Beefeater e varia altra gente, e per tutto il tempo non fa altro che appuntarsi ogni parola che dicono – irritando tutti da non dirsi.

P. F. Chisholm, che poi è Patricia Finney, nei suoi Carey Mysteries porta occasionalmente in scena un Will di questo genere – solo molto più tecnico e consapevole di quel che fa. A un certo punto Sir Robert Carey racconta del bizzarro piccolo attore della compagnia di suo padre*. Costui, dice Carey, ha l’abitudine di scovare gente di tutte le provenienze (nulla di troppo difficile a Londra) e pagarla un tanto all’ora per ascoltarla parlare o leggere ad alta voce. Per impadronirsi di ritmi, inflessioni e cadenze. He’s odd that way, commenta un perplesso Sir Robert – ma noi capiamo e sorridiamo.

Robert Brustein, in The English Channel, riprende l’idea l’idea di Shaw** con un Will che, in conversazione, continua ad interrompere se stesso e gli altri al grido di “this could be something” ogni volta che riconosce un giro di frase, una possibile trama o un’idea. Dopodiché uno dei suoi interlocutori è Marlowe, che non si diverte particolarmente ad avere la sua conversazione messa in versi – e meno ancora a constatare i piccoli furti di versi del suo ambizioso collega… E se vi chiedete il significato del titolo, ebbene, l’idea è che Shakespeare trasmetta, canalizzi voci e idee del suo tempo – in particolare del defunto Marlowe, il cui fantasma, in una bizzarra cornice di prologo & epilogo, c’informa di aspettarsi che Will continui il suo lavoro.

Ancor più radicale da questo punto di vista è Sarah Hoyt, che in Any Man So Daring ci mostra un prima perplesso e poi terrorizzato Shakespeare che scrive sotto dettatura di Marlowe. Un Marlowe che forse non è proprio morto, ma lo è sotto molti aspetti, e comunque questo è un fantasy piuttosto metaletterario in cui i personaggi fatati del Sogno e della Tempesta prendono vita, sono di grande aiuto e combinano innumerevoli danni, e quindi figuratevi che cosa non può fare un Marlowe tra il defunto e il fatato…

Inutile dire che, in tutto questo, Marlowe invece è sempre perfettamente capace di scrivere da sé, senza un gran bisogno di ascoltare, osservare o prendere a prestito altro che l’occasionale cronaca di Holinshed o atlante di Lonicerus.

Basta vedere certe scene di The Reckoning of Kit and Little Boots di Nat Cassidy, con un vulcanico Marlowe che scrive per tesi e uno Shakespeare a mala pena articolato, ma occupato a raccogliere l’essenza della natura umana. “Stories. People,” spiega in tutto e per tutto Will, accennando con le mani alla folla che lo circonda.

E certo è che, a giudicare dalle sue opere, non si direbbe che quell’egocentrico e ambizioso rimuginatore di Kit Marlowe si sia mai preoccupato soverchiamente di capire o osservare i suoi simili. Non doveva avere un grande interesse per l’aspetto people, quale che fosse la sua passione per le stories. Al punto che in quella bizzarria marloviana che è The Nine Lives of Kit Marlowe, Jay Margrave sente di dover giustificare in qualche modo la nuova umanità del Kit post-1953 – quello che, per intenderci, invece di morire a Deptford sopravvive e scrive l’intero canone scespiriano***. E così, tanto per cominciare, il giovanotto passa abbastanza tempo nascosto, travestito da donna e addestrato a comportarsi come una donna da sviluppare tutta una nuova comprensione per il genere femminile.

Ma eccentricità a parte, bisogna ammettere che stili, maniere e biografie autorizzano questo tipo di caratterizzazione. O forse sto assumendo opinioni bizzarre a mia volta, ma trovo del tutto convincente vedere un Marlowe che essuda e uno Shakespeare che assorbe come una spugna.

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* Carey era il figlio più giovane di Lord Hunsdon, Lord Ciambellano d’Inghilterra e mecenate dei Lord Chamberlain’s Men, la prima compagnia con cui Shakespeare lavorò.

** Direi che mi sono stupita di non trovare Shaw citato tra i precedenti letterari nella prefazione dell’autore – se non fosse che constato quasi quotidianamente la facilità con cui si scrive qualcosa di simile a qualcos’altro – senza averne la più pallida idea. *sospiro*

*** Mai usata in vita mia questa versione italianizzata dell’aggettivo, ma mi sono proposta di fare qualcosa di mai fatto prima almeno una volta al mese, Breakfast-at-Tiffany’s-wise. Ci sono mesi in cui baro un pochino. Scespiriano, scespiriano, scespiriano.

E La Ninfa Al Pastore Appassionato

sir walter raleigh, marlowe, the nymph's replyC’è gente da cui non te lo aspetti, perché per tutta la vita naviga, esplora colonizza, reprime gl’Irlandesi, complotta, si fa accusare di stregoneria e d’ateismo, si tiene in casa il Galileo inglese entra ed esce dalla Torre di Londra… Oppure forse un pochino potresti aspettartelo, perché tra una spedizione in cerca di El Dorado e un tentato coup questa gente trova il tempo di scrivere poesia, corteggiar regine e rovinarsi o quasi per sposarsi in segreto – sfidando l’ira delle regine corteggiate.

Per cui sì, forse te lo potresti anche aspettare, ma resta il fatto che il nome di questa gente è legato ad altro – ai galeoni, alla Virginia, alle battaglie e alle compagnie pericolose… Non certo agl’idilli pastorali.

Per cui è sempre con un certo divertimento che leggi l’ironica – e amarognola – risposta della ninfa al pastorello marloviano – sapendo che è dell’avventuroso Sir Walter Rale(i)gh:

The Nymph’s Reply

If all the world and love were young,
And truth in every shepherd’s tongue,
These pretty pleasures might me move
To live with thee and be thy love.

Time drives the flocks from field to fold,
When rivers rage and rocks grow cold;
And Philomel becometh dumb;
The rest complain of cares to come.

The flowers do fade, and wanton fields
To wayward winter reckoning yields;
A honey tongue, a heart of gall,
Is fancy’s spring, but sorrow’s fall.

Thy gowns, thy shoes, thy bed of roses,
Thy cap, thy kirtle, and thy posies,
Soon break, soon wither, soon forgotten,
In folly ripe, in reason rotten.

Thy belt of straw and ivy buds,
Thy coral clasps and amber studs,
All these in me no means can move
To come to thee and be thy love.

But could youth last and love still breed,
Had joys no date nor age no need,
Then these delights my mind might move
To live with thee and be thy love.

Di nuovo, vi tocca la mia traduzione improvvisata. Abbiate pazienza – è così che van le cose*.


La Replica della Ninfa al Pastore Appassionato

Se il mondo e l’amore fossero giovani,
E tutti i pastori fossero sinceri,
Queste incantevoli delizie potrebbero convincermi
A vivere con te ed essere l’amor tuo.

Il tempo caccia le greggi dal pascolo,
Quando i fiumi s’ingrossano e i massi diventano freddi;
E Filomele si ammutisce;
Ed è tutto un lamento per le pene a venire.

I fiori appassiscono e l’abbondanza dei campi
Paga il conto all’inverno ostinato;
Parole docli e cuore amaro,
Amor di primavera e pena d’autunno.

I tuoi abiti, le tue scarpe, i tuoi letti di rose,
Le tue acconciature, le tue gonne e i tuoi mazzolini,
Son presto disfatti, appassiti e dimenticati,
Maturi quando si è sciocchi, e putridi quando ci si ragiona.

Nè la tua cintura di paglie ed edera,
Né i tuoi ornamenti di corallo ed ambra,
Né nulla ti tutto ciò mi convincerà
A venire con te ed esser l’amor tuo.

Ma se la gioventù potesse durare e l’amore prosperare,
Se la gioia non conoscesse data, o età o bisogno,
Allora queste delizie potrebbero convincermi
A vivere con te ed esser l’amor tuo.

Che bisogna dire? Che le ninfe hanno un animo più pratico dei pastori. Che alla scuola della notte non si confabulava soltanto di rotazione terrestre, d’alchimia e di massimi sistemi – ma ci si divertiva anche un sacco. E che queste due poesie sarebbero una delizia messe in scena insieme…

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* Ma se qualcuno avesse traduzioni da segnalarmi, sarei grata…

Il Pastore Appassionato All’Amor Suo

christopher marlowe, come live with me and be my love, san valentinoC’è gente da cui non te lo aspetti, perché per tutta la vita scrive tragedie magniloquenti e feroci, popolate di gente che aspira al potere, alla conoscenza, alla ricchezza e al generale nocumento… Oppure forse un pochino potresti aspettartelo, perché tra una scena di battaglia e una di tortura questa gente trova il tempo di piazzare un certo numero di appassionati corteggiamenti tra conquistatori e principesse, tra re e favoriti, tra dei e semidei, tra eruditi e mitologiche bellezze* – e, a latere, traduce Ovidio e scrive (e non finisce, per cause di forza maggiore) uno dei grandi poemi erotici del suo tempo.

Per cui sì, forse te lo potresti anche aspettare, ma resta il fatto che il nome di questa gente è legato ad altro – alle fiamme, alle battaglie, alle aspirazioni sovrumane, alle scene di tortura… Non certo agl’idilli pastorali.

E quindi è sempre con lieve e divertita incredulità che rileggi quella che forse è la più graziosa canzone d’amore di tutta la letteratura inglese – sapendo è che opera del fiammeggiante e truce Kit Marlowe:

The Passionate Shepherd To His Love

Come live with me and be my love,
And we will all the pleasures prove
That valleys, groves, hills, and fields,
Woods, or steepy mountain yields.

And we will sit upon rocks,
Seeing the shepherds feed their flocks,
By shallow rivers to whose falls
Melodious birds sing madrigals.

And I will make thee beds of roses
And a thousand fragrant poises,
A cap of flowers, and a kirtle
Embroidered all with leaves of myrtle;

A gown made of the finest wool
Which from our pretty lambs we pull;
Fair lined slippers for the cold,
With buckles of the purest gold;

A belt of straw and ivy buds,
With coral clasps and amber studs;
And if these pleasures may thee move,
Come live with me, and be my love.

The shepherds’s swains shall dance and sing
For thy delight each May morning:
If these delights thy mind may move,
Then live with me and be my love.

E ammetto di non avere cercato moltissimo, ma non ho trovato traccia di una traduzione pubblicata – per cui dovrete accontentarvi della mia traduzioncella impromptu – una faccenda letterale anzichenò, senza metro né rima, goffa a tratti e puramente funzionale. Magari un giorno o l’altro mi ci metterò sul serio. Per ora, abbiate pazienza:

Il Pastore Appassionato All’Amor Suo

Vieni a vivere con me e sii l’amor mio,
E proveremo tutte le delizie
Che vallate, boschetti, colli e campi,
Foreste o monti ripidi san dare.

E siederemo sui massi,
A guardare i pastori che pascolano le greggi,
Presso i ruscelli alle cui cascate
Gli uccelli canori gorgheggian madrigali.

E ti preparerò letti di rose
E mille mazzolini fragranti,
Un’acconciatura di fiori, e un vestito
Ricamato a foglie di mirto**;

E un abito della lana più fine,
Che prenderemo dai nostri begli agnellini;
Delle belle pianelle imbottite per i giorni freddi,
Con le fibbie d’oro purissimo;

E una cintura di paglia ed edera,
Ornata di corallo e d’ambra;
E se tutto questo può attirarti,
Vieni a vivere con me e sii il mio amore.

I pastorelli danzeranno e canteranno
Per deliziarti nelle mattine di maggio:
Se queste delizie possono convincerti,
Vivi con me, allora, e sii l’amor mio.

Ed essendosi domani San Valentino, eccovi il tutto cantato da Annie Lennox***:

E già che ci siamo, una versione un tantino più… period.

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* In versi che qualche volta attraversano i secoli per finire nei film, nelle scatole di cioccolatini e nell’inconsapevole corredo letterario generale. Was this the face that launched a thousand ships? chiede Faustus, ammirando la Elena che il diavolo gli ha recuperato… “Era questo il volto che lanciò mille navi?” O, come disse una volta un’attrice di mia conoscenza in un momento d’entusiasmo “il volto che gettò mille navi…”

** O di pervinca, se preferite, chè la pervinca minore è parente del mirto. Son quelle nozioni che non si sa mai – potrebbero sempre servire nella vita…

*** Non perché a SEdS abbiamo sviluppato improvvisamente una vena sentimentale – ma ci piace tanto Annie Lennox.

Il Libro Segreto Di Shakespeare – Non Proprio Una Recensione

Quello che non arrivo a capire, alla fine fine, è se Gene Ayres si prenda davvero tanto sul serio come appare da questa intervista rilasciata a Lucius Etruscus di Thriller Magazine, oppure se anche l’immagine del martire antistratfordiano faccia parte dell’operazione di marketing.

Gli antenati quaccheri, il fratello maggiore fisico dedito alla ricerca della verità, i ritrovamenti sensazionali, la persecuzione da parte degli ambienti accademici, il muro di gomma editoriale… Tutto molto drammatico, no? Non siete già curiosi di leggere il frutto di tanta audace originalità e coraggiosa dedizione?

Può darsi che lo siate, e così lo leggete, e scoprite che in realtà quello che Gene Ayres (sotto lo pseudonimo di John Underwood) vi ha propinato è un thrillerino debolissimo e pasticciato, farcito d’improbabilità narrative e di teorie vecchie come le colline…

E badate, questo non è un rant stratfordiano. Non ho nessun particolare affetto per la tesi che Shakespeare e nessun altro abbia scritto le opere di Shakespeare – pur trovando serie difficoltà nella maggior parte delle tesi alternative. Diciamo che in proposito sono agnostica. Semmai, sono pronta ad ammettere che la questione del Vero Autore è ottima materia da romanzi – però mi aspetto di vederla trattata in almeno uno di due modi: o convincente, o sottile. Possibilmente entrambi. Gene Ayres/John Underwood, temo, manca gravemente in entrambi i campi, e non si riscatta nemmeno con una trama gialla di qualche solidità.

Ora, cominciamo col dire che scrivere un giallo letterario significa avventurarsi in territorio pericoloso. Si tratta di rendere avvincente una vicenda in cui qualcuno passa un sacco di tempo disseppellendo minuti dettagli da manoscritti polverosi – attività emozionante per il seppellitore, ma potenzialmente noiosissima per chi ne legge.

Da questo punto di vista, ILSdS rende omaggio al ben altrimenti incantevole La Figlia del Tempo, di Josephine Tey (capostipite del genere e nume letterario del riccardianesimo) in cui, dal suo letto d’ospedale, un ispettore capo di Scotland Yard dirige come un’indagine la ricerca che porterà a stabilire l’innocenza di Riccardo III. Tey riesce, in un miracoloso equilibrio di tensione, tempi perfetti e dialoghi scintillanti, a creare suspence senza far scorrere una goccia di sangue – oltre a quello già versato nella Torre, si capisce. Ayres/Underwood allude a Tey implicitamente ed esplicitamente*, ma poi non è capace di fare altrettanto bene.

Concediamo pure che le dimensioni quadruple e i ripetuti omicidi fossero scelte pressoché obbligate. Nel mondo anglosassone non si vende nulla al di sotto delle 90000 parole, ed è obiettivamente più facile creare tensione quando il protagonista rischia la vita. Peccato che, nell’ansia di creare tensione, Ayres** si sia lasciato prendere un tantino la mano…

E ADESSO, PER FAVORE, FERMATEVI SE NON VOLETE SAPERE COME VA A FINIRE IL LIBRO. QUESTA NON È UNA RECENSIONE: È UNA SPIETATA DISSEZIONE, CON ABBONDANTE ESPOSIZIONE DI ORGANI INTERNI. RIPRENDETE A LEGGERE DAL TERZ’ULTIMO PARAGRAFO E POI TORNATE QUI QUANDO AVRETE LETTO IL LIBRO E CONSTATATO DA VOI.

Ecco – e poi non dite che non vi avevo avvertiti.

Per chi è ancora qui, onwards. Ayres, dicevo, si lascia prendere la mano e dissemina Malvagi come se piovesse. C’è uno studioso shakespeariano alquanto deranged, che si aggira per due continenti nuocendo variamente a rivali accademici e conversando per citazioni del Bardo. Poi c’è una bieca multinazionale offshore, disposta a misure tanto drastiche quanto bizzarre per proteggere i suoi cospicui profitti shakespeariani. E poi c’è Scotland Yard, il cui comportamento nel proteggere gli’interessi nazionali legati al nome dello Zio Will è, nella più benevola delle ipotesi, ambigua. E potremmo aggiungere intere facoltà di letteratura inglese pervicacemente decise a condonare persino l’omicidio, se si tratta di proteggere il nome del Bardo…

E non è come se il campo dei buoni fosse meno confuso. C’è la vittima sacrificale, un eccentrico professore universitario cui Ayres attribuisce la sua ricerca “originale” – o meglio, ci sarebbe, perché costui scompare presto. Poi c’è il protagonista, un giornalista investigativo americano provvisto delle più pallide e superficiali competenze in fatto d’Inghilterra elisabettiana – ideale come veicolo per treni merci di esposizione in materia, perché bisogna spiegargli tutto, ma proprio tutto. Poi ci sono i suoi supposti aiutanti: la figlia laureata in letteratura inglese e decisa a diventare attrice***, un fisico indiano, co-cospiratore del defunto, e un anziano libraio. Ora, il fatto è che tutti costoro hanno memoria selettiva e una natura lievemente sadica. La bella figlia**** ha studiato un sacco di letteratura elisabettiana, ma i nomi di Greene, Nashe e persino Marlowe non le dicono praticamente nulla per tre quarti del libro. Per di più è in (innocente?) combutta con l’assassino, che pure le ha praticamente confessato i suoi misfatti. Il fisico indiano è fisico in omaggio al fratello dell’autore, ed è indiano per giocare meglio il ruolo dell’outsider. A parte questo, è un complottista paranoico di dubbia utilità personale e narrativa e, si scoprirà poi, a sua volta in combutta con Scotland Yard. Il libraio, invece, pur avendo la chiave di tutta la faccenda, centellina le sue informazioni come se si trattasse di una caccia al tesoro, lasciando che il protagonista rischi la vita e perda il sonno strologando su una puerile lista di abbreviazioni trovata – hear ye! hear ye! – nella tasca di una giacca dimenticata dal defunto in tintoria!

Il risultato si è che il nostro giornalista investigativo, assistito da ben tre esperti di cose elisabettiane, impiega duecentocinquanta pagine a scoprire l’esistenza di teorie alternative sul Vero Autore. E adesso fate un piccolo esperimento, o Lettori. Aprite Google, impostate l’Inglese come lingua di ricerca e poi cercate William Shakespeare. Il primo risultato è la relativa voce Wiki, che al paragrafo 7 introduce la questione del Vero Autore e rimanda a tutta una serie di dettagliatissimi lemmi in proposito – ma provate ad aprire gli altri risultati nella prima pagina, e constatate la quasi onnipresenza della Authorship Question… Fatto ciò, supponendo che vi sia sorta qualche curiosità (immaginate, per esempio, che il vostro amico sia stato assassinato di recente – prima di pubblicare un controverso saggio sul Bardo…) e cercate Authorship Question. Fatto?

E allora, avete impiegato la bellezza di un paio di minuti a scoprire il grande segreto che Ayres/Underwood/Lewis sostiene di avere rivelato per primissimo sfidando secoli di bieco e mercenario (per non dire potenzialmente pericoloso) oscurantismo.

Perché, o Lettori, la questione può sembrare di lana caprina da questo lato della Manica, ma nel mondo anglosassone ci si scanna con grande energia su chi abbia scritto le opere di Shakespeare – fin dalla fine dell’Ottocento. Con grande energia e in tutta libertà, bisogna dire, perché non mi risulta che nessuno abbia mai attentato per questo alla vita di Delia Bacon, Mark Twain, Hawthorne, Calvin Hoffman, Freud, Archie Webster o Antonia Wright – tanto per citare solo qualche antistratfordiano di punta. Why, esistono e prosperano decine di associazioni internazionali dedicate a sostenere le pretese dell’uno o dell’altro candidato, e nel 1993 la Marlowe Society è riuscita a far aggiungere un punto di domanda accanto alla data di morte del suo beniamino nel Poet’s Corner dell’Abbazia di Westminster.

Ora, non dubito che tutta questa gente si sia attirata (e abbia ricambiato) molta furiosa e/o sprezzante acidità da parte degli ambienti accademici, ma mi pare che l’idea di cospirazioni del silenzio, pubblico ignaro, attentati oscurantisti e minacce semiufficiali per soffocare una teoria marloviana sfiori molto da vicino il ridicolo. E questo, a mio timido parere, è il motivo principale per cui nessun editore americano o inglese ha voluto pubblicare The Shakespeare Chronicles: da un lato i romanzi marloviani abbondano, e dall’altro questo è basato su premesse improponibili. Non tanto l’ipotesi che Marlowe abbia scritto le opere di Shakespeare (che circola, in forma di saggio e di romanzo, fin dal lontato 1894), quanto l’idea che l’ipotesi in questione possa essere pericolosa, scandalosa, inaudita o ignorata da chiunque abbia mai sentito nominare Marlowe… Fuori dal mondo anglosassone il problema appare più remoto e più ignoto – ed ecco le sette edizioni in altre lingue.

NOTA DI SERVIZIO: CHI SOFFRE DI ALLERGIA AGLI SPOILER PUO’ RIPRENDERE A LEGGERE DA QUI.

Poi, tornando all’intervista, si scopre che Ayres ha cercato di presentare le sue teorie in forma di saggio – ricevendo ripetutamente il due di picche. Allora ne ha fatto un romanzo, cui ha accostato una ripubblicazione del saggio originale sotto il nome di Desmond Lewis – guarda caso l’assassinato del romanzo. il saggio non l’ho letto, ma il romanzo (così come l’intervista) è condito di molta bile nei confronti degli Ayatollah Accademici, ovvero tutti gli studiosi shakespeariani che avrebbero a) abbracciato, avallato e perpetuato una secolare congiura di calunnie a proposito del povero, candido, innocente, virtuoso Kit Marlowe; b) rifiutato le argomentazioni di Ayres solo perché lui non è un accademico; c) appoggiato la congiura editoriale che non gli ha consentito di trovare un editore. 

L’idea di avere scoperto l’acqua calda e di averla rifritta in un thriller mediocre, pare non sfiorarlo. Così come non lo sfiora il dubbio che le inesattezze storico-letterarie possano avere nuociuto alla sua credibilità. Affermare che Thomas Kyd era uno degli University Wits, o che Francis Walsingham era il nonno di Lady Mary Sidney***** non è il genere di exploit che ti fa prendere sul serio in ambito accademico. E il bello è che nell’intervista Ayres ringrazia l’editor italiana di Newton Compton che gli ha segnalato “alcuni errori importanti.” Non oso pensare******.

Insomma, in tutto questo, l’unico aspetto vagamente interessante del libro – l’ipotesi (improbabile e non provata, ma non peggiore di tante altre) che il Bel Giovane dei Sonetti sia un figlio illegittimo dell’autore, anziché un amante – finisce soffocata in una farragine di assurdità, esposizione, scrittura mediocre, inesattezze, coincidenze e pretese di originalità, senza nemmeno l’ombra di un finale*******. E paradossalmente, almeno ai miei occhi, il voler dipingere l’autore come un martire letterario/accademico è l’aspetto più irritante dell’insieme. Se è marketing, è proprio bieco. Se è self-righteousness, è tanto ingiustificata quanto insopportabile.

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* Mi domando se il riferimento esplicito non sia stato aggiunto per la pubblicazione nei paesi non anglofoni. Credo che il lettore medio anglosassone difficilmente potrebbe non notare la linea di discendenza.

** Ne ho abbastanza di scrivere Ayres/Underwood, perdonate…

*** Altra strizzata d’occhio a Tey, la cui coprotagonista Marta Hallard è, appunto, un’attrice teatrale.

**** E quanto tempo passa il padre a compiacersi della bellezza, intelligenza, astuzia, determinazione e forte personalità di questa figlia…

***** Ma c’è parecchia confusione in proposito, perché in un altro passaggio la vedova di Sir Philip Sidney (fratello di Lady Mary) divenda la sorella di Walsingham, del quale invece era figlia.

****** Oh, e già che ci siamo, nota di biasimo anche per le traduttrici. Questo non è un saggio con un apparato critico colossale e note a pie’ di pagina nell’ordine delle migliaia. I dettagli non sono così tanti da non poterli controllare – e, se è abbastanza ovvio che Calvin Hoffman e Archie Webster sono uomini, perché la povera Una Mary Ellis-Fermor deve diventare “lo studioso inglese U.M. Ullis-Fermor”? A parte tutto il resto, quanti nomi maschili inglesi ci sono che cominciano per U? E sì, d’accordo: è un rant. Ho solo detto che non sarebbe stato un rant stratfordiano, no?

******* But fear not (oppure fear a lot, dipende dai punti di vista): Ayres/Underwood sta già lavorando al seguito.

 

Gen 6, 2012 - elizabethana, teatro    No Comments

La Dodicesima Notte

Contando dalla sera del giorno di Natale (e non dalla notte di Natale stessa, ciò che ho sempre trovato lievemente bizzarro) la Dodicesima Notte è la vigilia dell’Epifania.

shakespeare, la dodicesima notte, epifaniaNell’Inghilterra Tudor-elisabettiana-giacobina, quella che era stata una festività cattolica si era trasformata in un’occasione piuttosto carnevalesca, che comportava danze, vino e burle, l’elezione di un Lord Of Misrule e una licenza non scritta per domestici, apprendisti e dipendenti in genere a beffare i propri padroni – o addirittura travestrisi come loro.

La faccenda era vastamente diffusa e popolare, e giungeva fino a corte. Apparentemente a Shakespeare fu commissionata una commedia da rappresentare come intrattenimento per la festa reale la sera dell’Epifania del 1601 o 1602.

Come spesso accade, di questa prima e titolata rappresentazione non si sa nulla di preciso. shakespeare, la dodicesima notte, epifaniaLa prima data che abbiamo è quella del 20 febbraio 1602, quando la 12N venne rappresentata al Temple, la scuola di Diritto di Londra. La domanda diventa dunque: quanto tempo passava prima che i futuri giurisperiti potessero divertirsi con un intrattenimento dopo che questo aveva debuttato a corte? Sei settimane? Un anno abbondante? Non si sa – non più, o forse non ancora.

Ad ogni modo, la commedia era perfettamente adatta all’occasione: una vicenda di identità e generi scambiate, gemelli identici, corteggiamenti incrociati, agnizioni, travestimenti e, soprattutto, burle. Quella che dovrebbe essere la vicenda principale, i casi dei gemelli Sebastian e Viola/Cesario, naufraghi in Illiria (of all places!) è sovrastata dalla trama comica, una cospirazione tra servi e padroni ai danni del detestabile intendente Malvolio. Tutto finisce bene – ma in carattere assai dodicenottesco, con il duca e la contessa che sposano un naufrago ciascuno, e un baronetto che sposa una dama di compagnia, con scarsa soddisfazione dell’intendente beffato.

Una favola buffa e rassicurante, in cui, dopo tutto, si vedeva che sovvertimento dell’ordine sociale, beffe e confusioni di genere avevano il loro spazio – nel cerchio incantato e invalicabile di  una notte di festa e di un palcoscenico.

shakespeare,la dodicesima notte,epifaniaQui – per la vostra calza – trovate la pagina shakespeariana del Progetto Manuzio. Scendete un po’ per trovare La Dodicesima Notte scaricabile in PDF, TXT o RTF. Buona Epifania!

L’Impresario

Se c’è qualcuno a cui dobbiamo più che ad altri quel che si sa oggi sul funzionamento pratico del teatro elisabettiano, quello è Philip Henslowe.

Sì che sapete chi è – anche se credete di non averlo mai sentito nominare. Avete mai visto Shakespeare in Love? Sì? E allora avete già incontrato il nostro uomo: è il proprietario del Rose, uno dei due impresari cui il giovane Will ha venduto l’ancora inesistente lavoro che poi diventerà Romeo And Juliet. Il fatto che Henslowe sia interpretato da Geoffrey Rush aiuta. Così come aiutano alcune favolose battute che Tom Stoppard ha scritto per lui*.

Come molta gente che compare in quell’incantevole film, Philip Henslowe è esistito davvero. Era il figlio di un guardiacaccia del Sussex, approdato a Londra attorno al 1570 per diventare apprendista e poi mastro tintore. Dopodiché, l’uomo aveva il bernoccolo degli affari e cominciò a diversificare, occupandosi, oltre che di tinture, di amido, legname, pegni, bordelli, proprietà immobiliari, usura, combattimenti di animali e commercio di pelli di capra. Il fatto che un individuo di tanti e discutibili interessi fosse anche fabbriciere e sovrintendente al sollievo dei poveri della sua parrocchia e ottenesse un paio di incarichi minori a corte non è particolarmente strano – solo molto elisabettiano. Nel 1587, già che c’era, costruì il Rose, uno dei primi grandi teatri permanenti al di là del Tamigi, e cominciò a farci lavorare la Compagnia dell’Ammiraglio, capitanata dal giovane e già celeberrimo Ned Alleyn – a sua volta legato al più sensazionale autore del momento: Christopher Marlowe. Boom.

Francamente non credo che Henslowe fosse motivato da un travolgente amore per le arti. Aveva soltanto il dono di riconoscere un settore redditizio quando ne vedeva uno: quelli che non conoscono stagioni, come usura e prostituzione, e quelli che si stavano espandendo con i mutamenti del gusto e del costume, come amido e teatro. Henslowe era un uomo d’affari accorto e attento, abituato a badare ai suoi conti con pugno di ferro – e fu così che si guadagnò la gratitudine imperitura dei posteri: con i suoi Diari. In realtà si tratta di un registro del Rose, che copre il periodo 1592-1609. Dalle sue pagine** apprendiamo che Henslowe ebbe a libro paga ventisette tra i maggiori autori del tempo, ma non Shakespeare – almeno non direttamente. E scopriamo come funzionavano le collaborazioni e le riscritture, e che una compagnia poteva pagare di più per un singolo costume  femminile che per il testo di una tragedia, e che a fine Cinquecento gli effetti speciali erano già una fiorente industria… Si tratta di una lettura affascinante, piena di dettagli pratici e di tocchi di colore. Per citarne uno, mi ha sempre divertita il fatto che, quando era in collera con Ben Jonson, Henslowe lo definisse “Il muratore”, in non proprio benevolo riferimento all’apprendistato giovanile di cui il buon Ben non andava per nulla fiero.

Henslowe morì nel 1616, ricco sfondato, appagato nel suo sogno di diventare sovrintendente degli orsi reali e del tutto ignaro di avere lasciato alla posterità un documento così prezioso – anche se in realtà qualche debito di gratitudine va anche a Ned Alleyn, che di Henslowe era genero ed erede (avendone sposato la figliastra Joan), e che ne conservò il diario in mezzo alle sue carte.

Philip Henslowe in tutta probabilità non era una cara persona. Vari contemporanei lo descrivono come duro, avido e privo di scrupoli***. Però a questo usuraio, tormentatore di debitori e tenutario di bordelli dobbiamo molte tessere di quel pittoresco mosaico che possiamo ricostruire come palcoscenico per i più grandi autori del suo tempo. Senza di lui, il modo in cui capiamo Shakespeare, Marlowe e i loro contemporanei sarebbe più limitato. Potremmo quasi definirlo un involontario Heminges/Condell del dietro-le-quinte. Somewhat fittingly, non è debito da poco.

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* La mia preferita (cito a memoria): “La condizione naturale del teatro è un susseguirsi di ostacoli insormontabili sulla strada del disastro inevitabile. Poi alla fine, in qualche modo, tutto si sistema. Come avviene? Non si sa – è un miracolo.” So true. oh so very true.

** In origine il registro apparteneva al cognato di Henslowe, un ricco fabbricante d’armi. Poi passò di mano – ed è divertente immaginare Henslowe che, facendo visita al cognato, inciampa in un enorme registro scartato per qualche ragione. “Ve ne fate nulla di questo, Ralf? E allora, se non vi dispiace, lo prendo io. Che cosa me ne faccio? Oh, non si sa mai – può sempre venire utile…”

*** Non sono certa che la sua apparente propensione a prestare denaro ai suoi autori sia una circostanza attenuante – a parte i commenti caustici che tendevano ad accompagnare il prestito, stiamo parlando di un usuraio: dubito molto che lo facesse per pura bontà di cuore.

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