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Gen 10, 2016 - elizabethana, musica    No Comments

Cinque Canzoni Shakespeariane

12nightVe l’avevo detto che il Sedici è un altro anno shakespeariano?

1616-2016: quattrocentesimo della morte. Per cui sì, aspettatevi di nuovo una certa quantità di shakespearianerie, nel corso dell’anno.

Oggi cominciamo con le cinque incantevoli canzoni che il compositore inglese Roger Quilter musicò tra il 1905 e il 1919.

Fear no more the heat of the sun è presa dal Cimbelino, Under the greenwood tree e It was a lover and his lass da Come Vi Piace,
Take, o take those lips away da Misura per Misura, e Hey, ho, the wind and the rain dalla Dodicesima Notte.

Il baritono è il perfettamente nomato Philippe Sly, e al pianoforte c’è Michael MacMahon:

Forse l’insieme è un po’ più primaverile in atmosfera di quanto sia adatto al calendario, ma mi pare un buon modo per cominciare il nuovo anno shakespeariano.

E buona domenica.

Nov 20, 2015 - elizabethana, Storia&storie    3 Comments

John Ballard, SJ

Padre Ballard, dicevamo

Ebbene John Ballard è a suo modo un notevole personaggio.

CaiusCattolico del Suffolk, si laureò al St. Catherine College di Cambridge, e da lì passò al Caius, un college dalla fama un tantino sospetta – visto che il suo secondo fondatore era un cattolico, così come un considerevole numero di alumni. Sia come sia, nel 1579 Ballard decise che fare il malcontento cattolico sull’Isoletta e pagare la multa per evitare la funzione domenicale non era più abbastanza. Se ne andò a Rheims, dove entrò nel seminario cattolico, e fu ordinato sacerdote nel 1581.

Ora, in generale si considera che fosse un Gesuita – anche se ho letto di recente che Jesuitpotrebbe esserci qualche dubbio in proposito. In realtà non saprei – ma sarei stupita e un po’ delusa. I Gesuiti inglesi usciti da Rheims erano i più attivi nel criptocattolicesimo inglese: tornavano di nascosto sull’Isoletta, contrabbandavano letteratura religiosa più o meno incendiaria, vivevano nascosti, celebravano messe clandestine… Il che era perseguibile come tradimento: essere cattolici nell’Inghilterra di Elisabetta era costosetto ma non proibito; praticare il cattolicesimo era tutta un’altra faccenda. Molti di questi missionari, dopo vicende estremamente romanzesche e piene di fughe, travestimenti, scomodi soggiorni in qualche priest’s hole, delazioni e inseguimenti, venivano scovati, catturati e avviati a una pessima fine.

Il martirologio inglese di questi anni è zeppo di missionari gesuiti: Edmund Campion e Robert Southwell, per dirne un paio. Non John Ballard, però – e per un buon motivo. Ballard non era soltanto un predicatore o un celebratore di messe clandestine… lui voleva la morte di Elisabetta e una conquista cattolica dell’Inghilterra.

Apparentemente l’idea gli era venuta con l’assassinio di Guglielmo d’Orange, detto il Taciturno, ad opera di un cattolico legato alla Spagna di Filippo II. Non che fosse servito a granché – considerando che il potenziale successore cattolico era in Spagna, e a Guglielmo succedette l’altrettanto protestante Maurizio – ma, se ci erano riusciti con il Taciturno, perché non provarci anche con Elizabetta, che di eredi protestanti proprio non ne aveva?

Bernardino-de-MendozaE qui l’ormai Padre Ballard comincia un’attivissima carriera di viaggiatore, reclutatore e orditore di trame. Doveva essere un personaggio pieno di fascino e di eloquenza. Lo si sa in contatto con la corte papale, con l’ambasciatore spagnolo Mendoza, con gli agenti di Mary Stuart a Parigi, con i criptocattolici inglesi… Agli uni raccontava che l’Inghilterra era pronta ad esplodere in ribellione se solo fosse arrivato l’appoggio dal Continente, agli altri che Roma e Madrid erano pronte ad arrivare in forze – se solo l’Inghilterra si fosse ribellata… Onestamente pare che Don Bernardino de Mendoza, vecchia volpe castigliana, fosse un po’ scettico – ma non fece nemmeno granché per scoraggiare Ballard. Tutti gli altri ascoltavano affascinati.

babingtonE nel 1584 Ballard arrivò in Inghilterra – di nascosto, ovviamente – per una campagna di messe clandestine ed esorcismi. Ebbene sì. Noi forse fatichiamo a capire l’impatto di una cosa del genere, ma ai Cattolici inglesi fece molta impressione. Padre Ballard era evidentemente un attore consumato: popolani e gentry fioccavano a dozzine per assistere ai suoi esorcismi – e tra gli spettatori capitò una volta un giovane gentiluomo di belle speranze e natura impressionabile. Anthony Babington aveva un’idea molto eroica del criptocattolicesimo, ed era in cerca di un eroe e modello. Quando vide Padre Ballard liberare dal demonio uno dei suoi domestici, rimase folgorato.

BallardvMa Ballard ripartì presto e riprese un’altra campagna di viaggi. A Roma, in cerca di approvazione papale, e poi a Parigi a parlare con Mendoza, Paget e Morgan… Il suo gioco era sempre lo stesso: a tutti raccontava quella che probabilmente desiderava fosse la verità – quella che credeva di poter far diventare la verità, con un po’ di incoraggiamento. Nel 1586 tornò nuovamente in Inghilterra con l’incarico di preparare l’insurrezione cattolica, e si raccolse attorno un gruppo di giovanotti uno più esaltato dell’altro – primo tra tutti l’eccitabile Anthony Babington. Per non destare sospetti ed essere libero di muoversi, assunse il nome di Capitano Fortescue, un elegante soldato dai farsetti di seta e dai mantelli ornati di pizzo dorato, conosciuto come “Black Foskew” per il colorito bruno e la predilezione per il nero… Ma né un buon attore né un visionario fiammeggiante fanno necessariamente un buon cospiratore. Il Capitano Fortescue non si accorse mai che il suo compagno inseparabile, un uomo di nome Bernard Maude, era un agente della Corona. E il confidente di Babington, Robin Poley? Un altro agente. Per di più, quando afferrò che l’insurrezione cattolica comportava l’assassinio della Regina, Babington cominciò a sentire un certo qual freddo e a parlare più di quanto fosse prudente.

In realtà la congiura era destinata al fallimento prim’ancor di cominciare. Se arrivò al punto in cui arrivò fu perché Sir Francis Walsingham, spymaster della Regina, voleva lasciare a Mary Stuart abbastanza babington_plot_1565_getty_elvis_orangecorda per impiccarcisi metaforicamente. E in effetti Ballard aveva istruzioni di ottenere il consenso di Mary che, pur cauta, finì per compromettersi. Nel momento in cui Walsingham ebbe in mano la lettera firmata da Mary, cominciarono gli arresti. Ballard fu il primo. Babington e soci fuggirono, in una maniera che è un’incredibile commistione di abilità e goffaggine… Inevitabilmente furono presi e raggiunsero il loro leader. Tutti furono torturati – benché ormai fosse rimasto ben poco da scoprire. Il 20 settembre del 1586 Ballard, Babington e altri quattro furono parzialmente impiccati, poi sventrati ed evirati e infine squartati, con tanta crudeltà da nauseare persino la generalmente imperterrita folla londinese. Tale fu l’impressione che l’indomani gli altri cospiratori ricevettero la grazia di una rapida impiccagione.

MQoSMary Stuart fu processata per tradimento, condannata a morte e decapitata nel febbraio successivo. La congiura che avrebbe dovuto liberarla e incoronarla regina d’Inghilterra – e invece le costò la vita – porta da secoli il nome del suo anello debole, Babington. Forse, tutto sommato, dovrebbe portare quello di Ballard, il leader eloquente e istrionico che creò la congiura su un castello di esagerazioni, ed ebbe l’ingenuità di servirla su un piatto d’argento ai suoi nemici.

Elisabette

elizabeth-(1998)-large-pictureDelusione…

Ieri sera ho visto Elizabeth per la prima volta. Ebbene sì – strano a dirsi, lo ammetto. Avevo visto The Golden Age un paio di volte, ma Elizabeth mai.

Ecco, The Golden Age è una di quelle cose – over-melodramatic, pieno di robe come Sir Walter Rale(i)gh che sconfigge l’Armada (dopo avere sposato di nascosto Bess Throckmorton), e Babington che spara alla Regina – in compagnia di un altro gesuita, perché padre Ballard lo avevano già fatto morire nel primo film – e l’immaginario fratellino cattolico di Walsingham, e Mary Queen of Scots decapitata giovanetta… E vogliamo parlare della Regina a Tilbury, a mezza via tra Giovanna d’Arco e Galadriel? E Leicester? Dov’è Leicester? Però ammetto che in generale è molto bello a vedersi, che Cate Blanchett e Geoffrey Rush mi piacciono proprio tanto, e che qua e là l’insieme riesce ad essere emozionante – una scena per tutte il rincorrersi dei fuochi lungo la costa per segnalare l’arrivo delle navi spagnole. E la battaglia navale – poco storica ma bella.

“E allora guarda Elizabeth,” mi si è detto. “Vedrai.”

E in effetti ho visto…

Che devo dire? Bello a vedersi, Cate Blanchett, Geoffrey Rush, l’occasionale scena emozionante… E ammetto che è meno melodrammatico di TGA.Elizabethrush_walsingham

“E anche meno sentimentale…” mi si era detto – sul che, considerando il Leicester di Joseph Fiennes*, si potrebbe discutere. Ma diciamo complessivamente di sì…

Nevertheless, in fatto di accuratezza storica… Norfolk cattolico? Kat Ashley al massimo coetanea di Elizabeth se non più giovane? Walsingham che taglia la gola al suo aspirante assassino? L’ambasciatore spagnolo De la Cuadra ancora vivo nel 1571 – in tempo per partecipare al Ridolfi Plot ed essere assassinato? Ballard che arriva in Inghilterra già sacerdote attorno al 1570, uccide a mani nude un giovanissimo Elyot apprendista di Walsingham, se ne va in giro in tonaca nera e croce** e poi viene scoperto e fa una brutta fine prima del Ridolfi Plot? Maria di Guisa morta attorno al 1570? Il vescovo Gardiner ancora vivo dopo il 1554?  Leicester sposato a “Isabel” Knollys prima del 1570? E dov’è Amy Dudley? E anche lui coinvolto nel Ridolfi Plot? E fermiamoci pure qui – ma ci sarebbe altro. E la musica, pittikins: la musica! Elgar? Mozart? Oh dear.

Elizabeth_The_Golden_Age_DVD-Cate_BlanchettE quindi no, non posso dire di avere trovato molta consolazione in Elizabeth. Semmai mi piace meno di The Golden Age… E io capisco che la storia è la storia e i film sono i film, e bisognerebbe prendere il film per quello che è, invece di dar la caccia alle pulci… Il che sarei anche disposta a fare se le pulci in questione rispondessero a qualche buona – o anche solo passabile – necessità narrativa. Per cui inghiottiamo pure il Walshingham d’azione, la giovane Kat, e… stavo per scrivere “il giovane Elyot e la sua fine cruenta”, ma in realtà questo è già oltre la linea, per me. E non la fine cruenta: l’identità. Vogliamo mostrare quanto sono pericolosi, fanatici e sanguinari i missionari gesuiti?*** E allora lasciamo che il Gesuita di turno sgozzi il giovane agente di Walsingham, se proprio si deve – ma che bisogno c’è di contrabbandare la vittima come Thomas Elyot (che era sì un agente, ma non certo di Walsingham – e comunque era morto nel suo letto vent’anni prima) e l’assassino per Ballard? Perché non potevano essere due personaggi fittizi?

Sono pienamente favorevole all’introduzione di personaggi fittizi in un romanzo o in un film storico – ma se bisogna cambiare profondamente un personaggio o un avvenimento reale, preferirei di gran lunga che ci fossero buone ragioni narrative. E quando vedo appioppare un nome storico a un Gesuita fittizio in un film, solo per avere un personaggio fittizio che sostituisce il Gesuita storico nel seguito – for no good reason at all… che devo dire? Non sono felice.

Il che non toglie che la settimana prossima abbia tutta l’intenzione di riguardare The Golden Age – non foss’altro che per i fuochi lungo la costa…

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* E non lo so, ma solo io ho l’impressione che questo Robert Dudley sia indistinguibile da Will di Shakespeare in Love? Questo Fiennes non sembra nemmeno il fratello di suo fratello.

** Riuscendo per lo più a sembrare il Fantasma dei Natali Futuri…

*** E questa è una buona ragione narrativa – anche se storicamente un tantino manichea. Non è che non ci fossero fanatici pericolosi tra i cattolici – ma il critico che a suo tempo lamentò la caratterizzazione nigerrima dei cattolici in questi film non aveva tutti i torti.

 

L’Uomo dal Guanto – Pag. 309

The_End_BookIl che significa che il libro è finito. Din don dan.

Volete sapere come? Well, sul versante cinquecentesco, il giovane Will, privato dell’università dai guai economici dell’ex supermercante che si ritrova per padre, seguita a studiare per conto suo, conosce Anne Hathaway, la mette incinta senza mai amarla veramente, la sposa in fretta e furia con scarso entusiasmo della famiglia, la mette incinta di nuovo e poi… Sapete la faccenda degli Anni Perduti? Il periodo tra il 1585 e il 1592, in cui nessuno sa troppo bene dove diamine fosse Shakespeare? Ebbene, o Lettori, ecco la risposta: il giovane Will era in Italia a girare per atenei, corti e meraviglie, apprezzato da tutti e ciascuno – soprattutto il lontanto cugino duca Guglielmo (che per qualche motivo Covarrubias spesso chiama granduca…), che gli procura persino una morosa a tempo determinato, una bellissima, intelligente e colta danzatrice e coreografa (!) ebrea. E poi torna a casa, naturalmente, e con questa educazione da principe e i suoi bei quarti di noblità, seppure illegittima, si sceglie la carriera più reprensibile e malcerta che l’Inghilterra offra a un uomo al di qua del limite penale: il teatro. Hurrà! mundi_thema_giuntini

E nel nostro secolo? Ebbene, uno dei nostri storici professionisti, messo sulla pista da un sogno premonitore, non solo intuisce l’esistenza di un oroscopo di Shakespeare – ma lo trova al primo colpo! E l’altro decide che, pur con tutte le prove inattaccabili di cui dispongono, non è il caso di presentare la teoria in maniera scientifica. Meglio scriverci sopra un romanzo – che diamine. E un romanzo serio, mica una robetta à la Dan Brown. Non l’abbiamo mai fatto prima, non conosciamo “i trucchi del mestiere” – ma che ci vorrà mai, per due storici professionisti?

E fu così che iniziarono…

E dite la verità: l’avevate indovinato che le parti “storiche” di questa faccenda erano i capitoli del romanzo dei nostri eroi? Per cui, se questo è il risultato dell’implicito “che ci vorrà mai?” con cui si conclude la parte moderna… well.

AnashakespeareE non parlo soltanto della festicciola a base di tè – per quanto, in un romanzo purportedly scritto da due storici, il tè sia già uno scivolone maiuscolo. Ma che dire di Will che si chiede se la sua preferenza per l’unico figlio maschio sia un retaggio medievale – e poi decide che no, sono il Rinascimento e il Neoclassicismo a parlare in lui? O di John Shakespeare, che fa fuoco e fiamme quando Will deve sposare l’inadeguata Anne, ma accetta abbastanza allegramente l’idea che il suo superfiglio onnicompetente si metta a scrivere per il teatro? E Will stesso, che il teatro lo vuole per scrivere robe immortali e migliorare l’immagine della sua natia Italia agli occhi degli Isolani?

Insomma, stiamo parlando di un’epoca in cui “teatrante” era più o meno sinonimo di scarafaggio, e se c’era un tipo di scrittura che si considerava effimera, inferiore e commerciale, era – you guess it – il teatro. E questo uno storico dovrebbe saperlo anche nel sonno – così come un non-storico cui pruda l’uzzolo di scrivere un romanzo su Shakespeare.

Ma, pare obiettare Covarrubias nella predicatoria postilla, il punto è che “questo non è un romanzo, è una storia vera, seppure romanzata.” Questa sarebbe “la vera storia di William Shakespeare”  – e, se è vero che la postilla è firmata dai due storici fittizi, la traduttrice e curatrice conferma nella sua presentazione che Covarrubias partiva da documenti che gli erano effettivamente capitati tra le mani.

Viene da chiedersi quali, vero?UomodalGuanto048

Il libro contiene in effetti la riproduzione di parte di un elenco di battezzati – tra cui Scespe Guglielmo di Giovanni – e della registrazione del battesimo dello stesso Guglielmo, datato 30 aprile 1564 – entrambi in Italiano. Non ci sono riferimenti, ma sia il  l’elenco – alfabetico e numerato – che la registrazione mi sembrano un nonnulla strani. Però, pur avendo consultato qualche liber baptizatorum dell’epoca, ammetto che la mia esperienza in materia è limitata e non mi pronuncio oltre.

E tuttavia, se volete, posso spingermi ad ammettere che questo non importa poi molto. Se fosse un gioco incentrato su dei documenti immaginari, non ci sarebbe nulla di male. Un romanzo storico è un romanzo storico, e il Documento Ritrovato è forse la più vecchia e onorata convenzione del genere. A patto che poi dal documento ritrovato si parta per scrivere bene una storia plausibile, senza bambinaie francesi e, potendosi, senza anacronismi.

Qui, alas – e quale che sia la dose di veridicità di questa storia – non è andata così.

Faustus

LocandinaFaustusPiccola

Dopo la felice esperienza di maggio, il Palcoscenico di Carta torna con una nuova lettura: per tre settimane, a partire dal 15 di settembre, ci ritroveremo alla Libreria Galleria Einaudi per leggere Il Dottor Faust di Christopher Marlowe.

E potrei lanciarmi in un peana su che opera straordinaria sia il Faustus – ma lo farò più avanti. Per ora invece vorrei mettervi a parte del fatto che questa lettura è inserita in un evento internazionale. Tra settembre e ottobre ci saranno tre letture del Faust – in due lingue e due paesi: noi, The Paper Stage, West London e The Paper Stage, Canterbury.

Come dice Harry Newman, docente di letteratura rinascimentale alla Royal Holloway University e ideatore del progetto, sarà qualcosa di unico e notevole. Io essendo io, non posso fare a meno di domandarmi che cosa ne penserebbe Kit Marlowe di questa gente che, a quattrocentocinquant’anni e moneta dalla sua nascita, di qua e di là della Manica, si riunisce per leggere il suo Faustus… Considerando le aspirazioni di grandezza e immortalità che prestava costantemente ai suoi personaggi, non credo che gli dispiacerebbe.

Detto questo, se volete leggere con noi oppure ascoltare, se volete scoprire una tragedia poco nota e ancor meno rappresentata, se volete essere parte di questo abbraccio ideale e poetico con l’Isoletta, qui trovate tutto quel che vi serve sapere.

Unitevi a noi – ne varrà la pena.

Paesaggi Sonori

Paris1739Sono stata recentemente introdotta al concetto di paesaggio sonoro*, con questa cosa meravigliosa. Una passeggiata 3D per la Parigi del 1739 – ma questo non sarebbe nulla se il video, realizzato da ricercatori dell’Université Lyon-2, non fosse accompagnato dalla ricostruzione di suoni, voci e rumori vari… E devo dire che per me questo aspetto auditivo fa tutta la differenza possibile.  Non ho nulla contro le ricostruzioni 3D – anzi, mi piacciono molto – ma non sono mai altro che questo: ricostruzioni 3D. Invece la ricostruzione sonora è un viaggio nel tempo molto più convincente e immersivo.

Dopo essermi incantata a proposito della Parigi settecentesca, naturalmente mi sono chiesta se non ci fosse nulla del genere a proposito della Londra elisabettiana – e me lo sono chiesto per piacere e per documentazione, perché se la ricostruzione sonora è così efficace, perché non provare a servirmi di un paesaggio sonoro a fini descrittivi?LondonSound

E così mi sono messa a caccia – e quel che ho trovato è Hark! The Acoustic World of Elizabethan England, un meraviglioso documentario radiofonico che fa proprio quel che dice l’etichetta. Quasi un’ora di ricostruzione di quel che un Elisabettiano sentiva ogni giorno della sua vita. Le circostanze sonore così familiari da non badarci nemmeno più. Il paesaggio sonoro dei miei personaggi. È favoloso a sentirsi e, anche se non avete tanto interesse nel periodo da ascoltare tutto quanto, vi consiglio vivamente di fare anche solo un piccolo esperimento – possibilmente con un buon paio di cuffie.

Tra l’altro, all’inizio sentirete esporre l’affascinante idea che tutti i suoni emessi non si spengano affatto, ma seguitino a viaggiare a distanze sempre maggiori – e quindi siano ancora tutti là fuori, da qualche parte… “In teoria, con la giusta tecnologia, potremmo sentire la voce di Shakespeare che recita il fantasma nel suo Amleto…” Non so quanto sia solido dal punto di vista scientifico, ma trovo il concetto assolutamente meraviglioso – sia per la permanenza di tutti i suoni, sia per la teorica possibilità di recuperarli. Nel frattempo, però, in attesa della “giusta tecnologia”, mi piace pensare che l’immaginazione, la ricerca e l’indagine del passato possano fare da ponte, e recuperare almeno l’ombra dei suoni perduti.

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* Grazie, D.

Mag 3, 2015 - elizabethana, musica    No Comments

La Signora dalle Maniche Verdi ♫

greensleeves-rossetti-mod1Vi stupite se vi dico che sono in un mood elisabettianeggiante anziché no?

No, non vi stupite troppo. E allora King’s Singers, con una cosa vecchia come le colline, il cui narratore si duole melodiosamente dell’indifferenza e crudeltà della sua Signora dalle Maniche Verdi…

E lo so – è una delle cose più udite, rifatte e whatnot della storia della musica, ma questa è una bella versione.

E questa magari è per… mah, diciamo verso sera, quando il crepuscolo comincia a stringersi. La luce cala, voi vi fate una tazza di tè, la sera arriva, tutta verde e azzurra… oppure verde e grigia, a seconda del meteo – ma va benissimo lo stesso. Guardate, mi spingo a dire che va benissimo anche se tira un po’ di vento e/o piove. Musica per tutte le stagioni. Dopo tutto è stato Shakespeare a far invocare al suo Falstaff una pioggia di patate e tuoni al ritmo di Greensleeves…

E buona domenica.

L’Uomo del Globe

Globe WanamakerSam Wanamaker era un attore americano trentenne quando nel 1949 sbarcò a Londra e, per primissima cosa, chiese al tassista di portarlo “al posto di lavoro di Shakespeare.”

“Io a Stratford-upon-Avon non ce la porto,” gli rispose il cabbie, e Sam, convinto di avere trovato il tassista più tetragono delle isole britanniche, fece un sorrisetto e spiegò che intendeva il posto di lavoro di Shakespeare a Londra.

“Shakespeare, ha presente? Il poeta e drammaturgo.”

Il cabbie alzò le spalle. Chi diamine si credeva di essere, questo transatlantico del cavolo? ” E io che ho detto? William Shakespeare, 1564-1616. Stratford-upon-Avon.”

Sam cominciava a sentire un vago sconforto, ma si fece portare a Bankside, giusto sull’altra riva del Tamigi, dove, secondo lui, dovevano esserci quanto meno le rovine del Globe Theatre…

Il tassista fece quel che gli si chiedeva: chi era lui per rifiutare denaro dagli Americani squadrellati? Era il Quarantanove, e l’Inghilterra faticava assai a riprendersi dopo la guerra… se il piccolo coloniale voleva pagare per essere portato a vedere un bel niente, erano fatti suoi, giusto?

E così Sam arrivò a Bankside e scoprì, sconcertatissimo, che il cabbie aveva ragione: non c’era… niente. Oddìo, c’era una placca commemorativa sulla parete di una birreria: In questo luogo sorgeva… eccetera eccetera. E basta. Nient’altro. Della culla del teatro inglese non restava nulla.

Sam, pieno di sacro fuoco artistico, non capiva come ciò potesse essere – ma vedeva un soluzione: perché non ricostruire un Globe al posto giusto? E in uno di quei momenti che cambiano la vita, sposò quello che sarebbe diventato il suo Sogno con la S maiuscola: un nuovo Globe. Globe_Theatre_mid

Ma il nostro transbardolatra non aveva fatto i conti con due problemi: da un lato, l’Inghilterra era, come dicevamo, stremata dalla guerra, e dall’altro… Be’, immaginatevi il mondo accademico inglese davanti a un attore americano ansioso di prendere in mano delicate questioni shakespeariane e ricostruire un teatro elisabettiano distrutto da secoli, e portarci dentro pubblico e turisti… Heavens above – giammai! E il povero Sam se ne tornò in America sospinto dal fragore delle loro esclamazioni inorridite.

Ma non per questo rinunciò. Anzi, fece qualcosa di geniale: cercò alleati tra le file nemiche, per così dire, cominciando a corrispondere con singoli accademici su entrambe le sponde dell’Atlantico, raccogliendo le più accreditate opinioni su come dovesse/potesse essere stato un teatro elisabettiano… Perché il fatto era, vedete, che allora come adesso nessuno lo sa con certezza. Abbiamo qualche descrizione, una certa quantità di evidenza archeologica da altri posti, lo schizzo di un turista svizzero, e un contratto per la costruzione di un altro teatro che riporta con dettagliata precisione alcuni particolari da copiarsi dal Globe – ed è tutto. Ma ciò non impediva agli studiosi di intrecciare teorie su teorie, e ogni sorta di ragionevoli ipotesi…

Sam era un visionario e un uomo perseverante. A dispetto di un sacco di oppositori che temevano una specie di Disneyland pseudoelisabettiana nel cuore di Londra, e con qualche appoggio dalla famiglia reale, nel 1970 fondò lo Shakespeare Globe Trust, e cominciò a raccogliere fondi in tutto il mondo. Perché il fatto è che l’interesse per il progetto era enorme, e si cominciava a vedere che l’Americano faceva le cose molto, ma molto seriamente.

globe-todayNon che i problemi fossero finiti: non era possibile costruire là dove erano sorti i due successivi Globes originali (costruiti rispettivamente nel 1599 e nel 1614), e il progetto che andava emergendo era spaventosamente incompatibile con le moderne norme antincendio… Sam e i suoi scesero a ragionevoli compromessi: si spostarono nel punto utile più vicino, incorporarono modifiche antincendio, fecero qualche concessione all’idea generale di come dovesse apparire un teatro elisabettiano… E in premio ebbero un colpo di fortuna: nei tardi anni Ottanta gli archeologi trovarono, a poca distanza, le fondamenta di quello che era stato il teatro rivale: il Rose di Philip Henslowe… Henslowe aveva detestato con qualche energia i Burbage, forza motrice del Globe, e teatri e rispettive compagnie si erano fatti guerra per anni: decidete voi se sia una beffa o una poetica riconciliazione il modo in cui il ritrovamento del Rose servì a consolidare e definire il progetto del Globe risorto, i cui lavori di costruzione cominciarono nel 1991.

E alla fine la perseveranza, l’entusiasmo e l’intelligenza di Sam Wanamaker vinsero la partita – anche se lui non visse abbastanza a lungo per vederlo: quattro anni dopo la sua morte, lo Shakespeare’s Globe Theatre ha aperto i battenti nel 1997, ed è una meraviglia – a vedersi e per le meravigliose stagioni teatrali e musicali che vi si tengono. Per l’opera educativa che vi si svolge. Per la sensazione di viaggio nel tempo che offre…GlobeWan

Dall’anno scorso è affiancato da un altro, piccolo teatro al chiuso: la ricostruzione – ipotetica ma molto ragionevole – di un teatro giacobita indoor. Ed è solo giusto – non trovate? – che quest’altra meraviglia, dove si recita rigorosamente a lume di candela, porti il nome del sognatore che ha dato inizio a tutta l’avventura: the Sam Wanamaker Playhouse.

 

Idea Volante

GloE non lo so… Mi prude un uzzolo. Una di quelle idee – quelle cose per cui in realtà ci vuol più tempo di quanto ne abbia, e avrei potuto pensarci prima, e va’ a sapere. E tuttavia…

Devo meditarci con cura – ma intanto, a titolo di assaggio… Ricordate Rewards and Fairies – il seguito di Puck of Pook’s Hill? Ricordate la Regina Bess? Continuo a promettere che ne parleremo – e in effetti ne parleremo – ma intanto, come dicevo, a titolo di assaggio, perché non mettere qui uno scampolo di traduzione?

Il racconto è Gloriana, Dan e Una sono i piccoli protagonisti cui Puck il Folletto consente di incontrare… be’, la Storia d’Inghilterra – con tutte le maiuscole del caso. E la signora misteriosa… State a vedere:

 

Willow Shaw, il boschetto recintato dove ci sono i pali accatastati come tende indiane,  era il Regno di Dan e Una fin da quando erano piccoli. Crescendo erano riusciti a tenerlo privato e solo per loro. Persino Phillips, il giardiniere, li avvertiva prima di entrarci a cercare un palo per i suoi fagioli – e il vecchio Hobden non si sarebbe mai sognato di metterci le sue trappole da conigli senza permesso (permesso da rinnovarsi ogni primavera), né si sarebbe mai azzardato a rimuovere dal salice grande il cartello scritto a inchiostro indelebile che diceva “I grandi possono entrare nel Regno solo accompagnati.”

Quindi potete capire l’indignazione di Dan e Una quando, in un pomeriggio ventoso di luglio, mentre andavano a Willow Shaw con delle patate da arrostire alla brace, videro qualcuno che si muoveva tra gli alberi. Saltarono di furia la staccionata – lasciando cadere metà delle patate, e mentre le raccoglievano, Puck uscì da una delle tende indiane.

“Ah, sei tu, allora,” disse Una. “Pensavamo che ci fosse della gente.”

“Si vedeva che eravate arrabbiati. Si capiva dalle gambe,” rispose lui con un sorriso largo.

“Insomma, è il nostro Regno – a parte te, si capisce.”

“È un po’ per questo che sono qui. C’è una signora che vuole vedervi.”

“A che proposito?” domandò cautamente Dan.

“Oh, Regni e cose così. È una che se ne intende, di Regni.”

C’era una signora vicino alla staccionata, vestita con un mantello lungo e scuro che lasciava vedere solo le scarpe dai tacchi alti e rossi. Aveva la faccia coperta per metà da una maschera di seta nera, con le frange e senza occhialoni – ma non aveva per niente l’aria di un’automobilista.

Puck accompagnò i bambini da lei, e s’inchinò solennemente. Una fece, meglio che poteva, la riverenza che aveva imparato a lezione di danza. La signora fece a sua volta una riverenza bassa, lenta, che le fece gonfiare il mantello.

“Poiché sei, a quanto sembra, la Regina di questo Regno,” disse, “non posso far di meno che riconoscere la tua sovranità.” E si voltò di scatto verso Dan che la fissava. “E tu che hai in testa, ragazzo? E le buone maniere?”

“Stavo pensando a che riverenza meravigliosa avete fatto,” rispose lui.

La signora diede una risata un po’ stridula. “Così giovane e già un cortigiano. E tu sai qualcosa di danza, fanciulla – o dovrei dire Regina?”

“Ho preso qualche lezione, ma in realtà non so danzare per niente,” disse Una.

“E allora dovresti imparare.” La signora fece un passo avanti, come se volesse insegnarle all’istante. “Quando una donna è sola in mezzo a degli uomini o a dei nemici, danzare le lascia il tempo di pensare a come può vincere – o perdere. Una donna può lavorare soltanto in quella che agli uomini sembra l’ora dello svago. Ah!” Sospirò, e sedette sull’arginello.

Il vecchio Middenboro, il pony che tirava la falciatrice, venne trotterellando attraverso il pascolo e si appoggiò alla staccionata con aria malinconica.

“Un grazioso Regno,” disse la signora, guardandosi attorno. “Ben difeso. E come lo governa la tua Maestà? Chi è il tuo Ministro?”

Una non capiva bene. “A quello non ci giochiamo,” disse.

“Giocare?” la signora levò le mani con una risata.

“È di tutti e due insieme,” spiegò Dan.

“E non litigate mai, giovane Burleigh?”

“Qualche volta, ma non lo diciamo a nessuno.”

La signora annuì. “Io non ho marmocchi, ma so come si tengono i segreti tra Regine e Ministri. Oh se lo so, ay de mi! Ma, senza mancar di rispetto alla presente Maestà,  questo regno mi sembra piccolino, una preda facile per uomini e bestie. Per esempio,” e indicò Middenboro, “quel vecchio cavallo là, con quella faccia da frate spagnolo – non sconfina mai?”

“Non ci riesce. Il vecchio Hobden ci chiude tutti i passaggi,” disse Una, “e noi gli lasciamo prendere i conigli nel bosco.”

La signora rise come un uomo. “Capisco! Hobden si piglia i conigli, e vi tien salde le vostre difese. E lui ci guadagna, con i conigli?”

“Non gliel’abbiamo mai chiesto,” disse Una. “Hobden è un nostro grande amico.”

“Oh senti-senti!” esclamò stizzosamente la signora. Poi rise. “Ma dimentico che è il vostro regno. Una volta conoscevo una signorina che ne aveva da difendere uno più grande di questo – e nemmeno lei faceva domande ai suoi uomini, fintanto che le tenevano chiusi i passaggi nelle staccionate.”

“Anche lei cercava di coltivare dei fiori?” chiese Una.

“No, degli alberi. Alberi fatti per durare. I suoi fiori appassivano tutti. “ La signora appoggiò la guancia su una mano.

“Succede, se non li si cura bene. Noi qualche fiore l’abbiamo. Vi piacerebbe vederli? Ve ne raccolgo un po’.” Una corse alla macchia d’erba alta nell’ombra dietro la tenda indiana e ritornò con una manciata di fiori rossi. “Visto che belli?” disse. “Sono Malcolmie della Virginia.”

“Virginia?” la signora li sollevò all’altezza della frangia della sua maschera.

“Sì, è da lì che vengono. La vostra signorina non ne ha mai piantati?”

“No, lei no – ma i suoi uomini si avventuravano per tutta la terra a raccogliere e piantare fiori per la sua corona. Pensavano che lei ne valesse la pena.”

“Ed era così?” domandò allegramente Dan.

Quien sabe? Chi lo sa? Ma almeno, mentre i suoi uomini faticavano in terre lontane, lei faticava in Inghilterra, così che avessero un posto sicuro in cui tornare…”

 

…E naturalmente prosegue – e per essere una storia per bambini è singolarmente dura, con Elisabetta che discute del peso della corona e delle dure necessità associate… Ma seguito a dire che Kipling è un autore a bassissimo tasso di saccarina.

Magari andrò avanti – non so. Molto dipende dalla mia capacità di resistere agli uzzoli e – francamente – dall’insonnia. Staremo a vedere, eh?

Ri-Serendipità

Little Moreton windowSerendipità storica, ricordate? Ne avevamo parlato qui, e qui, e altrove – perché non c’è niente da fare: ogni tanto capita.

E cominciamo con la definizione che io credevo di ricordare farina del sacco di Diana Gabaldon*, ma sono andata a ripescare la pagina in questione** e ho scoperto che DG l’attribuisce a un romanziere/a storico/a di sua conoscenza:

[La condizione per cui] quando si arriva al punto in cui diventa necessario… (gasp!) inventare qualcosa, le scelte narrative non solo sono storicamente plausibili, ma molto spesso si rivelano a posteriori per nient’altro che l’onesta verità.

Ecco, non so se a me capiti davvero molto spesso, ma indubbiamente capita. E vi ho anche già raccontato ripetutamente di che genere di enorme soddisfazione sia, per cui non lo farò di nuovo – o forse solo un pochino, per mettervi a parte del vago senso di vertigine. Più che vago, a dire il vero, perché viene con l’impressione di avere aperto una finestra su un altro secolo, e di avere visto qualcosa – qualcosa.

Ma non importa – o meglio, importa solamente perché è successo di nuovo.

In piccolo, se volete: in una scena del primo capitolo avevo mandato il celebre buffone Dick Tarlton ad assistere alle prove della Actorscompagnia del mio protagonista – e sghignazzarne – in un’altra locanda. Considerando quanto fosse competitivo e piccolo al tempo stesso l’ambiente teatrale elisabettiano, non era un enorme sforzo di immaginazione – ma nondimento è stato soddisfacente ritrovare in un documento dell’epoca la descrizione di una scena molto simile, una visita teatral-concorrenziale di Tarlton ad altri teatranti, proprio nella locanda in cui l’ho piazzata…

Finestra aperta. Qualcosa – qualcosa.

In realtà, lo ripeto, non era un salto logico particolarmente improbabile, e altrettanto in realtà, le cose sono cambiate da quando ho scritto la scena, ed è possibile che debba spostare la “mia” compagnia – e di conseguenza la scena – altrove. Ma non cambia molto le cose: Dick Tarlton faceva queste cose, e non c’è proprio nessun bisogno di considerarla un’occasione isolata e irripetibile.

E dunque credo di poterlo considerare un ulteriore piccolo attacco di serendipità storica. Se vuol succedere ancora, non ho obiezioni di sorta.

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* Sì, Diana Gabaldon. Ho letto La Straniera secoli orsono, quando è uscito in Italia per la prima volta. Molti e molti anni prima che se ne traesse una miniserie.

** La deliziosa introduzione al brillante A Plague of Angels, un volume dei Carey Mysteries di P.F. Chisholm – su cui non mi dilungo entusiasticamente, perché l’ho già fatto un sacco di volte.

 

 

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