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Riveduto E Corretto

Insomma, mettetevi nei panni degli Inglesi post-Restaurazione.

Immaginate i teatri che riaprono nel 1660, dopo diciotto anni di guerre civili prima e cupaggine cromwelliana poi. Immaginate di essere assetati di divertimento, di musica, di gaiezza in generale.

E immaginate di ritovarvi per le mani le opere di Shakespeare. Età dell’oro elisabettiana fin che si vuole, ma che diamine: sono passati sessanta, settant’anni, e il gusto è cambiato. Shakespeare, che già cominciava a passare di moda negli ultimi anni della sua vita, a questo punto appare proprio come il relitto di un’era più cruda, più ingenua, più ferrigna…

E allora che si fa? SI rinuncia del tutto e passa oltre? Niente affatto, perché le storie sono notevoli, la poesia a tratti meravigliosa – se solo il tutto fosse un po’ meno antidiluviano in gusto e stile!  Ma a questo c’è rimedio, giusto? In fondo che ci vuole? Basta riscrivere.

Nahum TateE lasciate dunque che vi presenti Nahum Tate, irlandese e futuro Poet Laureate d’Inghilterra. Nel 1681, giovane e già celebre, scopre il Re Lear, e rimane semifolgorato – e la parte operativa è proprio quel “semi”.

Perché, vedete, Tate si accorge subito di essere inciampato in un mucchietto di gemme. Certo sono grezze, queste gemme, e buttate lì a qualche modo – ma così splendenti nel loro disordine che Tate sente l’impellente necessità di rimetterci mano e rimediare ai molti difetti della tragedia. E così ne riscrive una buona quantità, e cassa cosette del tutto secondarie come la parte del Buffone, ma soprattutto riscrive il finale.

Re Lear, lo sapete, è la storia di questo re vegliardo che caccia di casa l’unica figlia che lo ami veramente, ed è prontamente detronizzato dalle altre due figlie malvagie. Seguono guerra civile, accecamenti in scena, lotte fratricide, follia vera e presunta, tradimenti e controtradimenti, crisi di coscienza – e alla fine muoiono tutti. Ebbene, non ci crederete, ma a tutto ciò Nahum Tate riesce ad appiccicare un lieto fine in cui i malvagi seguitano a morire, ma Lear recupera il suo trono e richiama a corte in trionfo la dolce Cordelia, che così può sposare non il re di Francia cui era fidanzata, ma il giovane Inglese di cui è innamorata.

Er… sì.

Ma d’altra parte, tal dei tempi era il costume, e non è che Tate facesse alcunché di inaudito, scandaloso o inusitato… Non solo il tardo Seicento, il Settecento e l’Ottocento traboccano di riscritture creative, ma la prassi non era nemmeno limitata al teatro, e sconfinava in campo filologico – vedasi Alexander Pope, che nel 1725, nella sua edizione in sei volumi delle opere complete di Shakespeare, non si fa il minimo scrupolo a riscrivere, potare le irregolarità metriche come se si trattasse di un giardino alla francese, cassare un migliaio e mezzo di versi che gli paiono brutti…

Ma non divaghiamo, e torniamo al Re Lear, che la storia è tormentata.

Prima di tutto, bisogna che sappiate che la versione per ottimisti di Tate ha molto successo – tanto da soppiantare quasi completamente l’originale. Quando nel 1755 David Garrick e Spranger Barry si sfidano a colpi di Lear dai rispettivi teatri, in una rivalità tanto accesa e tanto sentita da provocare tumulti nelle strade, non recitavano Shakespeare, ma Nahum Tate.

Barry_002Il che magari rende un po’ strano in quadro di James Barry* che nel 1788 ritrae il finale tragico, ma si sposa perfettamente con la storia di William Henry Ireland che, nel 1794, tra i suoi falsi shakespeariani include un manoscritto “originale” del Re Lear. E anche William Henry non si limita a trascrivere da qualche edizione discesa dal First Folio, ma ci mette del suo – o quanto meno toglie. Toglie tutto lo humour di grana grossa, raffina e purga il Bardo, anticipando i fratelli Bowdler… E la faccenda funziona, perché siamo in piena Bardolatria, e l’Inghilterra Georgiana è ansiosissima di credere al ritrovamento, di scoprire con sollievo che il Cigno di Stratford era più fine e spirituale dei suoi ribaldi curatori postumi.

Allo stesso modo, quando il ferocissimo avvocato e studioso shakespeariano Edmund Malone convince il parroco di Stratford a passare una mano di bianco sull’orrido busto funerario – dipinto a vivaci colori perché tale era il costume nel 1616 – ebbene, quella mano di bianco è il simbolo perfetto dell’atteggiamento dell’epoca: Shakespeare si venera, ma si venera molto meglio riveduto, corretto, intonacato e neoclassico.

E se poi può scapparci il lieto fine, tanto meglio. Erano in tanti a pensarla come il Dottor Johnson, che avendo visto una volta in gioventù il finale tragico, ne era rimasto insopportabilmente sconvolto, e considerava di gran lunga preferibile la versione per ottimisti…

E anche se già Garrick comincia a ripristinare pezzi dell’originale shakespeariano, resinserendo per esempio il Buffone,** bisogna aspettare il 1823 perché Edmund Kean provi a riportare in scena il finale tragico – e comunque non è come se andasse straordinariamente bene. Kean incassa un passabile successo personale nel ruolo, ma nulla di più. Alla fin fine sarà William Charles Macready a spuntarla, ma anche lui – pur con la sua ossessione per il rigore filologico – dovrà provarci due volte, prima nel 1834 e poi, definitivamente, nel 1838.

E quindi, sì: c’è sempre qualcuno convinto di poter fare di meglio – e in definitiva, Shakespeare per primo era un riscrittore sopraffino. Dubito che, considerando le disinvolte pratiche dell’età elisabettiana, si sarebbe stupito o indignato più di tanto sulla sorte del suo Re Lear. Tutto sommato, è perfettamente inutile stupirsi dei ritocchi di Nahum Tate. Semmai, se vogliamo proprio levare un sopracciglio, leviamolo sui 157 anni che l’originale ha impiegato per riprendersi il suo posto – a riprova del fatto che non solo c’è sempre qualcuno convinto di poter fare di meglio, ma è anche del tutto possibile che quel qualcuno trovi ragione presso un sacco di gente, per un sacco di tempo.

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* Magari non sono proprio quei dubbi da dormirci, ma mi sono sempre chiesta: in basso a sinistra, saranno Gloucester ed Edgar con il cadavere di Edmund?

** E prima di commuovervi sulla fedeltà di Garrick al suo Bardo, ricordatevi che Garrick aveva riscritto l’Amleto “per salvare il testo da tutte le assurdità del V atto.”

 

Ago 24, 2014 - elizabethana, teatro    2 Comments

Shakespeare In Love – In Teatro

Pur adorando il film, in qualche modo speravo che la faccenda arrivasse a teatro. È così perfetta per succedere su un palcoscenico, che si ha l’impressione che sia così che Stoppard & Norman l’hanno immaginata fin dal principio.

E adesso è al West End, a Londra – neanche terribilmente fuori mano, a voler proprio vedere…

Oh well.

Buona domenica, o Lettori.

Ago 20, 2014 - elizabethana, Storia&storie    No Comments

Casa Andreasi – Di Nuovo

Nachleben.

Non mi sentirete spesso ammettere che una parola tedesca è bella, ma Nachleben, dite quel che volete, lo è. La vita dopo. Dopo la morte, si capisce – ma nel senso letterario della fama postuma di un artista. In questo caso di un poeta – anzi, di due.

Perché questa sera torno a Casa Andreasi per una chiacchierata sulla fama postuma di Kit&Will. E ammettiamolo, è una fama postuma intricata come un romanzo… Uno, e non due – perché, nemmeno a farlo apposta, le due fame postume s’intrecciano più di una volta, attraverso quattro secoli di storia letteraria, teatrale, filosofica, imperiale…

Senza considerare il diluvio di bizzarrie, falsificazioni, iniziative dissennate, colpi di teatro, riscritture, dubbi, risse nelle strade, speculazioni selvagge, souvenir di legno di gelso – e qualche sorpresa… Davvero non ci si annoia mai, con questi due. E quindi, se siete nei dintorni, vi aspetto questa sera a casa Andreasi…

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E considerando il meteo in questo periodo, vale la pena di avvisarvi che, in caso di maltempo, bagoleremo al coperto, nella bellissima sala conferenze della dimora.

Ago 8, 2014 - blog life, elizabethana    1 Comment

Sei Anni!

indexSe gli anni scorsi in occasioni come questa ci compiacevamo dei numeri crescenti, questa volta il cavallo è di tutt’altro colore.

Grazie alle convulsioni della piattaforma e alla Spaventevole Migrazione, SEdS ha avuto il suo annus horribilis. Post a singhiozzo, serie interrotte, commenti impossibili, sparizioni e altri disastri misti assortiti hanno reso difficile la vita a me e, ne sono certa, anche a voi, O Lettori.

Confesso che sono stata più di una volta a un passo dalle decisioni drastiche. Ho accarezzato ripetutamente l’idea di chiudere SEdS. A parte tutto il resto, vedersi decimare i lettori dopo cinque anni di lavoro – in massima parte per sconsideratezza altrui – non è, ma proprio non è una gran gioia.

Però…K&W

Però poi ci siete voi, O Lettori. Non ve ne siete andati nonostante tutto, avete portato pazienza mentre SEdS cercava di tornare balzellon-balzelloni a qualche parvenza di normalità, vi siete disperati tentando di commentare, non ve la siete presa troppo per le incoerenze, le interruzioni, i frequenti mooligrubs e l’occasionale angolo tagliato.

Non siete tantissimi, ma siete i destinatari di tutta la mia gratitudine – mia e di SEdS cui, senza voler essere melodrammatici, avete salvato la vita.

E in segno di gratitudine, oltre alla pasta di mandorle virtuale e al vino bianco fresco, eccovi Kit&Will, un cotillon Shakespearian-Marloviano che si concentra sul diluvio di dubbi, speculazioni selvagge e bizzarrie che germogliano da secoli attorno alla fama postuma di questi due straordinari poeti – tanto rivali quanto complementari, in vita e in morte.

E dunque andiamo avanti, e iniziamo con un brindisi, O Lettori – a SEdS, a Will, a Kit, ma soprattutto a voi.

In Originale

Sì, lo so. Ieri non c’era il post.

Mi piacerebbe avere un buon motivo, ma il fatto è che ho sbagliato blog. Ho postato su Scribblings anziché qui. Eh… E allora oggi posto qui anziché su Scribblings – che se volete, più che rimediare, significa aggiungere nonsense a nonsense, ma diciamo che fa nulla, e parliamo invece della giovane studentessa di Lingue che la settimana scorsa, a Gonzaga, dopo la chiacchierata su La Città dei Teatri, mi ha raccontato del suo incombente esame d’Inglese…

“Devo leggere Shakespeare e Marlowe in originale… non lo avevo mai fatto prima. Ci sto provando, ma faccio molta fatica. Lei ha l’aria di qualcuno che lo fa spesso e ci trova anche gusto: mi dica qualcosa d’incoraggiante!”

first-folioE io le ho detto quel che direi a degli ipotetici allievi, se insegnassi letteratura inglese – ed è una rielaborazione di quel che a suo tempo è stato detto a me. Riassumiamolo in quattro comodi punti, volete?

I. Cominciamo con qualcosa che abbiamo già letto in Italiano. Avere un’idea di che cosa si sta leggendo,della trama e dei personaggi, è già d’aiuto, ma conoscere bene la traduzione facilita molto le cose: sappiamo che cosa aspettarci, sappiamo dove siamo e non abbiamo bisogno di preoccuparcene. È l’equivalente dell’andarcene in giro con una mappa – e a questo punto siamo soltanto noi e la lingua.

II. Non leggiamo con il dizionario accanto, fermandoci ogni volta che non capiamo una parola. E non leggiamo con la traduzione a fronte – per carità: non c’è nulla di più noioso e frustrante. Tiriamo dritto, invece, senza concentrarci sulla singola parola – e nemmeno sul singolo verso. Seguiamo il flusso della lingua e del discorso, il ritmo, la costruzione, osservando e confrontando il modo in cui l’autore usa le stesse parole ed espressioni in contesti diversi. Scopriremo che, se non proprio tutto, in genere riusciamo ad afferrare il senso. Una volta finita la scena, ricominciamo daccapo, sottolineando quel che non capiamo : adesso è il momento del dizionario – monolingue, appena possibile.

IIbis. Ricordiamoci che l’idea non è quella di tradurre in Italiano, ma di capire in Inglese…

III. Dopo avere letto, andiamo a teatro. In originale. Il che nella maggior parte dei casi significa procurarsi qualche DVD, ma va quasi bene lo stesso. Shakespeare e Marlowe non scrivevano per essere letti, ma per essere rappresentati. Le parole recitate su un palcoscenico sono diverse dalle parole stampate sulla carta, eppure per l’ascolto-visione tutto sommato valgono gli stessi principi della lettura: invece di cercare di capire ogni singola parola, vale la pena di seguire il flusso, il ritmo…

IV. Insistiamo senza scoraggiarci. Tutto ciò non è facile e non funziona al primo colpo. Ci vuole qualche perseveranza, ci vuole esercizio, ci vuole tempo. E ci vuole un pizzico di fede nel fatto che, insistendo a sufficienza, diventerà sempre più facile e più affascinante. Volendo, è del tutto possibile considerarla una caccia al tesoro particolarmente tosta: se fosse facile, che gusto ci sarebbe?

E volendo, c’è anche un punto V: adesso – e solo adesso – possiamo tornare alla traduzione, per il gusto di vedere che cosa si è conservato, che cosa è andato perduto, che cosa ha cambiato colore e gusto…

Ecco. E badate che non vale soltanto per l’Inglese elisabettiano, ma per qualsiasi lingua. Perché in fondo, l’Inglese cinquecentesco è, anche a conoscere l’Inglese, un’altra lingua. Il passato è un paese straniero, ricordate? Fanno le cose in modo diverso. E parlano in modo diverso. E pensano in modo diverso. E che si tratti del tardo Cinquecento, della Francia, dell’Uzbekistan, quale miglior modo d’impararne la lingua e capirne la mentalità se non attraverso le storie, la letteratura e il teatro?

 

 

Piccoli Drammi, Colpi Di Calore E Promemoria

Sì, lo so – è lunedì e dovrebbe esserci Shakeloviana…

Ma il fatto si è che al Destino Beffardo piace accanirsi un nonnulla. Abbiamo cominciato con turbolenza sulla linea ADSL, poi all’Innominatino è parso bello farsi venire un colpo di calore, e poi non so se i guai siano ancora della linea o di MyBlog, ma postare in questi giorni è agevole come traversare l’Oceano Indiano in bicicletta.

Per cui credo che per oggi mi limiterò a ricordarvi che mercoledì sera sono a Casa Andreasi a bagolare del mio prediletto Kit Marlowe – poeta, tragediografo, innovatore, provocatore e personaggio poco raccomandabile. Nonché, a detta di Tennyson, la stella del mattino del grande teatro elisabettiano.

Loc Casa Andreasi

 È una faccenda che potrebbe quasi sottotitolarsi dickensianamente Le Tre Città.  Se siete da queste parti, e se vi va, vi aspetto a Casa Andreasi – nel magnifico giardino rinascimentale se il tempo lo consente, oppure nella bellissima sala conferenze.

Shakeloviana torna lunedì prossimo, ma prima – se la tecnologia e il Destino Beffardo lo consentono – mercoledì parliamo di qualcosa di speciale.

Lug 16, 2014 - elizabethana, Storia&storie    No Comments

Notturno Shakespeariano

…E Marloviano, of course.

Vi avevo parlato del mio corso estivo presso la Libera Università del Gonzaghese? Be’, eccoci qui. Quattro serate agostane a bagolare dei nostri due festeggiati nel bellissimo chiostro dell’ex Convento di Santa Maria – sempre che non piova, perché allora si migra alla Millenaria – con postilla culinaria.

Corso14Gonzaga

Si comincia il 1° di agosto con Shakespeare & Marlowe, Poeti in Londra – quello che sappiamo, quello che non sappiamo (più) e quello che s’ipotizza e immagina sull’indocumentata ma inevitabile rivalità poetica tra i nostri due.

Poi si prosegue, venerdì 8, con La Città dei Teatri – una visita ideale alla Londra elisabettiana e al suo turbolento, pittoresco, incandescente mondo teatrale.

Dopo la pausa di ferragosto, si ricomincia il 22 con L’Uomo dei Sonetti – alla scoperta di dubbi, meraviglie, storie d’amore, pennivendolerie e identità misteriose nascosti tra i versi di uno dei cicli poetici più celebri della lingua inglese.

E per finire, il 31 daremo uno sguardo alla fama postuma dell’uno e dell’altro, tra semi-oblio, propaganda puritana, falsificazioni, riscritture, bardolatria, tradizioni teatrali, spiritismo e bizzarrie miste assortite – con Ai Posteri d’Ardua Sentenza.

Intanto potete scaricare qui la locandina in PDF. E poi se siete da queste parti, e se vi va, ci vediamo a Gonzaga in agosto.

 

Parli Del Diavolo…

Vi ricordate le Serate in Giardino di Casa Andreasi?

Bene, mercoledì scorso Giovanni Pasetti ha aperto le danze con Shakespeare e Marlowe, gemelli diversi – da Faust ad Amleto. Tecnicamente, se vogliamo, non è stata proprio una serata in giardino: c’era un’umidità da nuotarci, e così le signore di Casa Andreasi hanno saggiamente deciso di spostarci tutti nella bellissima sala conferenze… e confesso secondi fini nel dirvelo, casomai, in occasione dei prossimi appuntamenti, foste tentati di lasciarvi scoraggiare dal tempo.

Hamlet-and-the-ghostOra, mercoledì la conferenza è stata gradevolissima e, tra molte altre cose, ha toccato un confronto molto interessante tra le due opere nel titolo – e di conseguenza i rispettivi autori. A partire da diavoli e fantasmi che – ne abbiamo già parlato – per gli Elisabettiani non erano necessariamente due cose diverse.  Ciò che, come ci ha fatto notare il professor Pasetti l’altra sera, consente di far confronti tra l’esperienza di Faust con Mefistofele e quella di Amleto con il Fantasma.

In realtà io trovo che di parallelismo non si possa parlare, se consideriamo che Faust il diavolo va a cercarselo con ogni pervicacia, mentre Amleto l’ectoplasma se lo ritrova tra capo e collo suo malgrado – e non è un ectoplasma qualsiasi, ma uno che sostiene di essere il suo defunto genitore… ma questo non impedisce di osservare la diversità di atteggiamento.

Di fronte al diavolo, l’uomo di Marlowe vuole discutere di teologia (e il diavolo è ben felice di accontentarlo), mentre l’uomo di Shakespeare… Be’, gli uomini di Shakepeare in realtà sono diversi, e incarnano tutti i dubbi Elisabettiani in proposito: Bernardo e Marcello hanno paura, Orazio reagisce con protestantissimo disprezzo mentre Amleto, essendo Amleto, dubita. Dubita se quello che ha di fronte sia un diavolo protestante o un fantasma cattolico. Dubita se dandogli retta ci sia da finire abbrustoliti. E continua a dubitare per un pezzo, e passa un sacco di tempo a cercare conferme di altra natura – ragioni di vendetta che non abbiano troppo a che fare con la terrificante apparizione.

Di fronte al diavolo, Faust chiede Come? Amleto chiede Che cosa?

Faust vuole sapere. Amleto, cui la conoscenza viene sbattuta in faccia, era più tranquillo quando ignorava. mephisto_erscheint_faust

Faust, che il diavolo se l’è cercato per fargli delle domande – e al diavolo le conseguenze – incarna il lato indagatore del Rinascimento. È tutti i matematici, gli esploratori, i pensatori, gli sperimentatori, gli scienziati, i filosofi…  Amleto incarna l’umano tremar di ginocchia davanti a un mondo che sussulta e cambia, la vertigine di fronte agli squarci in quel che si era sempre creduto.

Faust è un cercatore insaziabile, un Ulisse cinquecentesco, un avventuriero della mente. Amleto è, molto più semplicemente, un uomo pieno di dubbi.

Entrambi pagheranno un prezzo molto alto per avere dato retta al diavolo – e, di nuovo, lo studioso di Marlowe paga un prezzo teologico, mentre il principe di Shakespeare paga un prezzo umano.

E d’altra parte, Faust è l’opera di un giovane alquanto tranchant, con più fuoco e teoria che compassione per l’essere umano medio, mentre Amleto è l’opera di un uomo maturo e disilluso…

Due facce della stessa medaglia, a ben vedere – e in una quantità di modi, ad enesima riprova di come quel che si chiama lo Spirito dei Tempi non sia mai una cosa sola. Mai un uomo solo. Mai uno spirito solo.

 

Giu 18, 2014 - elizabethana    No Comments

Shakespeare & Marlowe A Casa Andreasi

CasaAndreasiE cominciamo con il dire che Casa Andreasi è una magnifica dimora quattrocentesca nel bel mezzo di Mantova, con un incantevole giardino rinascimentale – nonché sede dell’attivissima Associazione per i Monumenti Domenicani, una delle realtà culturali più vivaci e interessanti di Mantova.

Ogni estate, l’Associazione organizza le Serate in Giardino, una serie di conferenze nel giardino rinascimentale di cui vi dicevo. Lo vedete in fotografia: bel posto, vero? Immaginatevelo di sera e d’estate, fiorito, illuminato…

Ebbene, quest’anno le Serate sono dedicate a Shakespeare&Marlowe – e tra i relatori ci sono anch’io.

Ma andiamo con ordine.

Si comincia il 25 giugno, mercoledì prossimo, con Giovanni Pasetti che parla di “Shakespeare e Marlowe, Gemelli Diversi – da Faust ad Amleto.”

Il 23 di luglio sarà il mio turno, con “Kit Marlowe: Vita, Morte e Misteri.” E poi di nuovo il 20 di agosto, con “Ai Posteri l’Ardua Sentenza – la fama postuma di Shakespeare e Marlowe.”

Chiuderà il ciclo, il 24 settembre, Rita Severi con “Mantova in Shakespeare: un itinerario.”

Vario e promettente, non vi pare? Tra tutti e tre, cercheremo di esplorare vita, opere, nachleben e questioni irrisolte dei due festeggiati – e lo faremo in un posto davvero perfetto per atmosfera. Personalmente, non vedo l’ora.

Vi ricorderò le mie date più avanti, perché sono spudorata e tutto quanto, ma se siete a Mantova e dintorni e l’argomento v’inuriosisce, credo proprio che valga la pena di seguire tutto il ciclo, a partire da mercoledì prossimo.

Intanto, qui* potete scaricare il programma dell’attività estiva dell’AMD.

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* O almeno spero. Se il link dovesse condurvi di nuovo alla homepage, fate caso ai rettangolini color grano maturo impilati sulla sinistra. Ce n’è uno che recita “Calendario Attività.” Cliccatelo, e vi ritroverete sulla pagina giusta, con un altro rettangolino che vi permette di scaricare il PDF del programma.**

** Nota alla nota: sì, lo so: ci sareste arrivati anche da soli. Però mi si è fatto notare che tendo a dare istruzioni un nonnulla criptiche, così questa volta ho cercato di essere chiara, esplicita ed esauriente. Ecco.

Giu 1, 2014 - elizabethana, teatro    2 Comments

Credo: Un Assaggio

Vi avevo detto che non avevamo finito con Credo, vero?

Ebbene, questa sono io che ne leggo il primo minuto e mezzo durante la premiazione, sabato 24 maggio, al Caffè Colombre di Pisa.

Per motivi che non arrivo del tutto a divinare, convertire, mettere insieme e caricare online questo pur minuscolo video è stata un’impresa di proporzioni piuttosto epiche – e non è come se fossi del tutto soddisfatta del risultato… Per dirne una, il volume è un pochino anemico, temo. Ma insomma, abbiate pazienza – e buona domenica, e buon giugno.

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