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Giu 1, 2014 - elizabethana, teatro    2 Comments

Credo: Un Assaggio

Vi avevo detto che non avevamo finito con Credo, vero?

Ebbene, questa sono io che ne leggo il primo minuto e mezzo durante la premiazione, sabato 24 maggio, al Caffè Colombre di Pisa.

Per motivi che non arrivo del tutto a divinare, convertire, mettere insieme e caricare online questo pur minuscolo video è stata un’impresa di proporzioni piuttosto epiche – e non è come se fossi del tutto soddisfatta del risultato… Per dirne una, il volume è un pochino anemico, temo. Ma insomma, abbiate pazienza – e buona domenica, e buon giugno.

Apr 27, 2014 - elizabethana, musica    No Comments

Macbeth Blues ♫

Hm, d’accordo – l’ho già postato su Scribblings qualche settimana fa, ma è troppo favoloso per lasciarlo solo là….

Chi può resistere a un giovane Leonard Bernstein che coniuga Shakespeare e Billie Holiday? Chi avrebbe mai detto che il blues funzionasse per pentametri giambici?

E buona domenica.

Apr 24, 2014 - anglomaniac, elizabethana    No Comments

Piccolo Bollettino Shakespeariano

William ShakespeareE sì, ieri sarebbe stato il 450° compleanno di Shakespeare… E io me ne sono bellamente dimenticata.

Il che forse è solo giusto, visto che un paio di mesi fa sarebbe stato il 450° compleanno di Marlowe, e mi sono dimenticata anche quello – benché in fondo sia in rapporti più stretti con Kit che con Will. Voglio dire, non ho scritto e non continuo a scrivere su Shakespeare come se piovesse*, giusto? E non ho sulla scrivania una scultura che rappresenta Shakespeare, giusto?

Ma non è quello il punto.

Poi però c’è stato chi mi ha ricordato la faccenda e, almeno su Scribblings, ho parzialmente riparato: qui c’è il post con cui partecipo al progetto #happybirthdayshakespeare.

Con un giorno di ritardo, but still.

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* Anche se, in realtà, qualcosa c’è… possibili sviluppi in autunno.

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Apr 16, 2014 - elizabethana, teatro    2 Comments

In Finale A Pisa

Domani.

Domani i piccoli mercanti, i connestabili, le balie, gli apprendisti, gli stallieri, le verduraie del mercato decidono il destino di Tamerlano. La gente che paga un penny, la gente mal lavata che viene a teatro con le salsicce nel cartoccio. Non è una beffa?

Non è questo che sognavo a Cambridge, mentre scrivevo – anche se il diavolo sa che cosa sognassi. Credevo a una gloria eterea, allora: vaga, fiammeggiante, ma da lontano, come stelle viste in sogno. Ero felice quando forgiavo i miei versi nuovi, versi sciolti, potenti come un galoppo, differenti da tutto quel che era stato scritto prima. Eppure, se avessi voluto solo quella gloria distante, non avrei scritto una tragedia. Un poema sì, per il mio Scita sanguinario, ma una tragedia? Gioco, capriccio, caso – non so neppure più chi mi abbia detto che niente cambia le parole in oro come il teatro, e il denaro mi è sempre piaciuto. Brutta faccenda essere povero e istruito, con un calzolaio indebitato per padre e gusti da gentiluomo. Qualunque estro del destino abbia fatto di me un poeta, sono stati i colletti alla moda e il vino del Reno a condurmi alle tragedie…

TomorrowÈ una notte di maggio del 1587, a Londra. Domani, nel cortile di una locanda dietro la Cattedrale di San Paolo, gli attori della Compagnia dell’Ammiraglio debutteranno con Tamerlano, la tragedia diversa da tutte le altre, destinata a cambiare per sempre la storia del teatro inglese.

Kit Marlowe, poeta, scavezzacollo e spia, ha solo ventire anni, è nei guai con le autorità universitarie a Cambridge (e forse anche con la Corona) e tutti continuano a dirgli che il capriccio del pubblico è imprevedibile. Kit sa che il suo Tamerlano è poesia senza precedenti – ma basterà a dargli la gloria che sogna e la sicurezza di cui avrebbe bisogno? Perché nella Londra elisabettiana un debutto teatrale può essere questione di vita o di morte…

Credo è un monologo che dà voce al più grande drammaturgo elisabettiano insieme a Shakespeare, alle sue visioni, alle sue paure, alla sua sete di arte, conoscenza e bellezza.

Ed è nella cinquina finalista (sezione Teatro) del Premio Colombre, indetto dall’Associazione e compagnia teatrale Quieta Movere di Pisa.

Il finale di questa storia si scoprirà a Pisa il 24 maggio.

Augurateci fortuna – a Kit e a me.

La Città Dei Teatri

Giovedì 10 aprile, alla sala Casoni di Governolo (MN), torno a parlare di Shakespeare&Marlowe – ma non soltanto di loro.

CittàTeatri3

La Città dei Teatri è tutta un’altra faccenda. È una passeggiata in una città che, dopo le decadi buie dei primi Tudor, sotto Elisabetta si stava espandendo come un piccolo universo. Vivace, affollata, cosmopolita, ruomorsa, sudicia e ricca, Londra era in pieno Rinascimento mentre il resto del regno, per lo più, sonnecchiava ancora beatamente nel Medio Evo.

Ma quello di cui i visitatori stranieri e i diplomatici scrivevano a casa – letteralmente – era il teatro. Gli spettacoli che una manciata di magnifiche compagnie professionali, in feroce rivalità, mettevano in scena cinque pomeriggi la settimana (salvo pioggia forte, peste o quaresima), nei cortili di locanda prima, e poi in bizzarri edifici rotondi costruiti ad hoc.

E a scrivere per questa piccola popolazione di attori – idoli della folla e reietti sociali al tempo stesso – c’erano poeti, mestieranti e scribacchini, intenti a produrre a ritmo forsennato, collaborare e copiarsi a vicenda, aggirare le insidie della censura, attirare le folle, creare uno stile, un linguaggio, un modo di fare teatro. E indovinate un po’ chi erano le stelle di questo pittoresco firmamento?

Quello di Shakespeate e Marlowe era un mondo piccolo, ferocemente creativo, intenso fino all’incandescenza, popolato di gente con più ambizione che buon senso o pazienza… Vi va di farci una visitina?

Vi aspetto giovedì 10 aprile, alle 20,45, presso la Sala Casoni di Governolo.

 

 

 

Shakeloviana

The portrait supposedly of Christopher Marlowe...Allora, vediamo un po’…

Vi ho forse accennato, credo – appena un pochino e mai più che en passant – che il Quattordici è l’anno di Shakespeare e di Marlowe.

Ve l’ho accennato, vero?

I thought so.

Be’, insomma, l’Anno di Shakespeare e Marlowe. Quattrocentocinquantesimo anniversario della nascita di entrambi, a due mesi piuttosto esatti l’uno dall’altro. E allora mi sono chiesta: può forse Senza Errori di Stumpa ignorare del tutto la ricorrenza?

O magari, già così com’è non la sta ignorando del tutto, ma può forse trascurare di solennizzarla in qualche modo?

Perché in fondo, per l’anno verdiano abbiamo fatto le Librettitudini – mai finite, è vero, ma abbiate fiducia: ci saranno sviluppi, prima o poi. Più prima che poi. Ma non divaghiamo: perché, mi sono chiesta, non fare qualcosa del genere, ma in salsa elisabettiana e teatrale? E a dire il vero non me lo sono nemmeno chiesta da sola, visto che almeno tre di lettori mi hanno pungolata ripetutamente in proposito.

Ma, supponendo di cedere alla tentazione, in che forma?

La prima e più ovvia risposta era quella di un equivalente marlovian-shakespeariano delle Librettitudini, una sorta di guida semisera alle opere dell’uno e dell’altro.

Però… ecco, un certo qual senso di Già Fatto mi scoraggia un pochino – per non parlare della complessiva mancanza di nonsense del teatro elisabettiano quando lo si confronta con le fioriture dei libretti ottocenteschi… Scrivere le Librettitudini è stato spassoso, ma non credo che troverei lo stesso gusto a riservare lo stesso genere di cottura a Marlowe&Shakespeare.

William Shakespeare

Così, dopo avere tergiversato e strologato a lungo, comincio a veder germogliare un’idea – un’idea che ha a che fare con la quantità di romanzi e plays che il mondo anglosassone ha dedicato all’uno e all’altro autore. E non è soltanto una questione di quantità, ma anche di selvaggia varietà: romanzi storici in senso stretto, ça va sans dire, ma anche gialli, ucronie, rinarrazioni, fantasy, spionaggio, metateatro, storie di fantasmi, la Questione del Vero Autore, l’omicidio a Deptford… E poi, oltre ai romanzi e al teatro, c’è anche tutta una quantità di affascinante saggistica…

Perché non dedicare un post settimanale a una rassegna di questa abbondanza d’inchiostro?

Il caveat è il solito: di tutto ciò, in realtà, ben poco è tradotto – e a volte è davvero un peccato. Magari sarà l’occasione per scoprire qualche titolo inatteso, ma di sicuro sarà interessante vedere la varietà di modi in cui una folla di autori ha immaginato, caratterizzato e interpretato questi due illustri colleghi defunti.

Così, in fondo, perché no? Da lunedì prossimo, si parte alla scoperta di Marlowe&Shakespeare per iscritto. La faccenda si chiamerà Shakeloviana*. Non ho idea di quanto durerà. Per ora, si parte – poi si vedrà.

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* Credit where it’s due: grazie per l’idea, M.

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Il Viaggio di Shakespeare

DaudetPoche cose mi rendono scettica come sentir descrivere un libro in termini di “non succede niente, ma è scritto così bene…” D’altronde, si sa, sono ossessionata dalla fabula. Per cui, se qualcuno mi avesse detto che ne Il Viaggio di Shakespeare di Léon Daudet “non succede quasi niente, ma è scritto così bene…” probabilmente non avrei sfiorato il libro in questione nemmeno con l’orlo della veste.

E avrei fatto malissimo.

Perché ancora non so se davvero non succeda niente (oddìo, fino a pagina 50 non abbiamo fatto molto più che attraversare la manica senza incidenti: non il più fulmineo degl’inizi), ma il linguaggio, il linguaggio… ah, il linguaggio! Gli squarci descrittivi, i personaggi tratteggiati di sghembo, il fluire dei minimi moti dell’immaginazione di Shakespeare! Questo William di vent’anni non pensa davvero: immagina. Non vede direttamente: tutto ciò che guarda passa attraverso la lente distorcente di una fantasia di poeta. E pensieri, mare, vento, ricordi, germi di personaggi si fondono in questo linguaggio iridescente, questa danza di ritmi cangianti. Absolutely dazzling.

Ecco il nostromo deforme, Calibano in boccio: “Solo ai suoi occhi, Fred oscurava l’estasi dorata della natura, il disco infinito, scintillante, azzurro e verde del cielo e dell’acqua confusi. Diventava lo spirito del male e del brutto, il destino rabbioso che sorveglia la culla dei bambini, i semi delgli alberi, i ciottoli che faranno la roccia, presagendo la loro distruzione nel germe stesso delle cose.”

Un temporale, anzi una Tempesta, giusto per movimentare il passaggio: “Il colore del mare era cambiato. Era nero come il cielo, attraversato da mobili strisce d’argento, perché il moto delle onde aumentava. La pioggia cessava di colpo per riprendere poi con maggior violenza e i lampi si succedevano senza tregua, in un frastuono assordante. Come uccelli d’oro, fendevano lo spazio. William ne osservava il volo furioso, la traiettoria fiammeggiante, la nascita, la morte e la traccia postuma del loro passaggio. Qualche volta una mosca azzurra, una scintilla violetta annunciavano questi grandi protagonisti, e lo scarto violento dell’aria sembrava infinito; a volte era un chiarore pallido seguito da un fremito dell’etere. Si manifestava così quella rabbia, cui corrispondeva quella delle onde, scosse, ritorte, attorcigliate, scarmigliate, in lunghe strisce e frange, in forma fantastica di cavalloni, tutta una galoppata di nebbia e di schiuma.”

Sì, lo so: oltre a Shakespeare stesso c’è Victor Hugo, qui, come nume tutelare. E devo dire che la traduzione di Donatella Dini è superlativa: tutto splende, barbaglia, crepita, luccica… devo assolutamente procurarmi l’originale e vedere da che cosa è partita e che cosa ne ha fatto.

La quarta di copertina dell’edizione Robin descrive questo libro come un romanzo picaresco, leggi “collezione d’incidenti”: William viaggerà per l’Europa raccogliendo impressioni destinate a dar vita ai suoi personaggi, e bisognerà vedere se, alla lunga, 365 pagine di questo reggeranno. Per ora, (nel senso della scorsa notte fino alle 3) mi accontento di essere dazzled.

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Mar 19, 2014 - elizabethana, Elsewhere    No Comments

The Circle Review, 5

TCR5E così siamo arrivati al quinto numero di The Circle Review.

Numero più snello questa volta: soltanto una settantina di pagine, ma zeppe di storie, poesie, due bei saggi e un pochino di teatro.

Io ci sono in duplice veste, ma alla fine fine sempre di teatro si tratta. Prima di tutto, un estratto da Di Segni e Stelle Erranti – romanzo inedito che, tanto per cambiare parla di Christopher Marlowe. È una faccenda – non il romanzo, ma il mezzo capitolo che compare nel n° 5 – di Re d’Asia, moschetti carichi e imprudenze. Un episodio che fece qualche scalpore, quando accadde (per davvero) e fu una momentanea sensazione. Romanzarlo è stato divertente.

E poi una fetta di Happy Ends, play metateatrale in cui Romeo, Giulietta, Mercuzio e Isabella di Vallombrosa discutono di… be’, di lieto fine – con la partecipazione di Will Shakespeare in persona, e dei coniugi Gautier.

E sì, elisabettianerie in abbondanza, e Marlowe e Shakespeare, e narrativa e teatro – ma in fondo che anno è questo?

E siccome SEdS non è stato l’unica vittima della migrazione di MyBlog, ora il n° 5 di The Circle Review si scarica seguendo le istruzioni a questo link.

Buona lettura.

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Marlowe, Aubrey, Spenser, Jonson

Questa è la storia di una collisione storico-letteraria – con la partecipazione del sentito-dire.

The antiquarians John Aubrey and William Stuke...Per prima cosa bisogna che vi dica di John Aubrey, uno di quei bizzarri ed eclettici eruditi secenteschi, ur-archeologo, ur-folklorista, naturalista, storico, occultista, curioso generale, glorioso pettegolo e biografo, autore – tra un diluvio di altre cose pubblicate postume, delle Brief Lives, o Schediasmata, una raccolta di… be’, lo dice il titolo: note biografiche di personaggi notevoli, elisabettiani e contemporanei.

Ora, queste note biografiche tendevano ad essere pittoresche. Aubrey si documentava spulciando l’occasionale libro, ma soprattutto raccogliendo aneddoti e annotando conversazioni – il che tande a rendere le Brief Lives più affascinanti che affidabili. È al pettegolo ma credulo Aubrey che dobbiamo, tra l’altro, alcune singolari informazioni sugli anni perduti di Shakespeare, che vogliono il giovane futuro bardo maestro di scuola in provincia, bracconiere lungo l’Avon e parcheggiatore di cavalli a Londra…

L’attendibilità di queste notizie, pur riprese con entusiasmo da successivi biografi settecenteschi, in realtà lascia molto a desiderare. Quanto a desiderare? Be’, è possibile farsene un’idea considerando la nostra collisione, che si trova nelle pagine che Aubrey dedica a un altro autore elisabettiano, Ben Jonson.

A un certo punto, veniamo informati che Jonson

 Uccise Mr. … Marlowe, il poeta, a Bunhill – giungendo dal teatro chiamato Green Curtain. Così dice Sir Edward Shirburn.

Ora, chi fosse questo malinformato baronetto non sono riuscita ad appurare, ma di sicuro non aveva le idee chiare. Marlowe, come  Benjamin Jonson, after Abraham van Blyenberch.... sappiamo bene, era morto a Deptford, nel 1593 – in circostanze dubbie, se volete, ma che nulla avevano a che fare con Ben Jonson. Col che non voglio dire che Jonson non fosse tipo da omicidi, sia ben chiaro. Da quel che sappiamo di lui, e dalle non-proprio-memorie che dettò al suo amico – il paziente poeta scozzese William Drummond, doveva essere singolarmente irascibile e permaloso, con un ego delle dimensioni di un fox terrier. Nel 1598 uccise in duello un celebre attore, il ventenne Gabriel Spenser. In realtà, che si trattasse di un duello formale e che a lanciare la sfida fosse stato Spenser lo sappiamo soltanto da Jonson (via Drummond). Quel che è certo è che Spenser era a sua volta un personaggio alquanto infiammabile, e che il buon Ben sarebbe finito a Tyburn se, grazie a uno sconcertante residuo giudiziario di origine medievale, non avesse dimostrato di saper leggere e scrivere, cavandosela così con un marchio a fuoco sul pollice…

Quindi sì: Marlowe fu ucciso in una rissa, e Jonson uccise un uomo in duello – solo che non si trattava della stessa occasione. E naturalmente, dopo gli anni ottanta del Seicento, epoca di compilazione delle Brief Lives, le circostanze della morte di Marlowe erano abbondantemente note – se non altro perché una quantità di autori di persuasione puritana ne avevano fatto un caso esemplare di hybris punita, godendo nel raccontare in truce e sanguinoso dettaglio la fine dell’ateo colpito con il suo stesso pugnale – e proprio nel cervello che aveva partorito tante perniciose idee…

Considerando tutto ciò, possiamo soltanto immaginare che il misterioso Sir Edward Shirburn, magari alticcio dopo una cena bene annaffiata, combinasse le due storie della morte di Marlowe e del duello di Jonson in una sola, a beneficio di un altrettanto avvinazzato Aubrey* – con il singolare effetto, per un lettore particolarmente pio che conoscesse anche gli autori puritani, di trasformare Ben Jonson in uno strumento del furore divino.

L’irruente Ben aveva ammirato Marlowe, creatore del possente verso sciolto – ma aveva una notevole opinione di se stesso e un moderato riguardo per la verità. Non posso fare a meno di domandarmi quanto gli sarebbe piaciuto vedersi raffigurare, seppur indirettamente, nei panni della vendetta celeste.

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* Che le sue conversazioni di documentazione fossero alquanto conviviali ce lo dice lui stesso – più di una volta.

 

 

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