Browsing "Genius Loci"
Ago 25, 2015 - Genius Loci, posti    2 Comments

Genius Loci

Genius lociSto pensando che mi piacerebbe davvero riprendere e portare in giro Scrittori & Città, le conferenze che avevo tenuto due o tre secoli orsono alla UTE di Mantova. L’idea – credit where it’s due – era partita dalla signora Paola Donati, e io avevo contribuito al ciclo con cinque titoli. Bel tema, un sacco di possibilità interessanti, argomento che mi sta a cuore…. La ricordo come una bella esperienza.

E sì – l’argomento mi piace parecchio. Ho sempre creduto all’alchimia fra posti e persone: posti e persone si costruiscono a vicenda, cosa che ho imparato in un’altra vita, quando costruivo case. Oh, d’accordo: tetti di case, ma il concetto non cambia e vale ancora di più per le città.

Tutti noi siamo, almeno in parte, il prodotto dei posti di cui assorbiamo la cultura, il clima sociale (e anche quello meteorologico), le idee e le tradizioni, di cui sfruttiamo le opportunità o subiamo gl’inconvenienti. Lo scrittore, che per sua natura è una combinazione tra una spugna e un frullatore, oltre ad essere un prodotto dei suoi posti può diventare anche l’osservatore, l’interprete e, talvolta, persino l’artefice.

Pensiamo a Emily Brontë e alle brughiere dello Yorkshire. Emily amava le sue brughiere e le ha ritratte, ricreate e Lorna-Doonedrammatizzate nel suo romanzo con tanta efficacia che tutti noi associamo all’idea di brughiera la voce di Cathy che chiama Heatcliff nel vento. Attraverso Cime Tempestose, le brughiere di Emily sono diventate le brughiere di un sacco di gente che ha visto o non ha visto una brughiera per davvero.

Altre volte l’associazione non è solo geografica, ma anche storica. Pensiamo alle varie componenti sociali della Sicilia ottocentesca ritratte nei romanzi di Verga, di Tomasi di Lampedusa e di De Roberto, per esempio. Oppure all’idealizzazione romantica del Sud degli Stati Uniti alla vigilia della Guerra Civile compiuta da Margaret Mitchell in Via Col Vento. Perché non è affatto detto che lo scrittore debba essere obiettivo o scientifico: i romanzi non fanno cronaca, ritraggono un’era, un’atmosfera, un clima… in un posto specifico.

SalammboPoi ci sono autori vagabondi o cosmopoliti, autori che scrivono di molti posti che hanno visto, che non hanno mai visto o che hanno inventato, autori che ricercano sui libri, autori che immaginano, autori cui non importa molto del posto in cui si trovano. Byron ha trascorso molto tempo a Venezia, e la Venezia delle sue opere è deliberatamente una collezione di fondali d’opera, mentre la Grecia di Durrel è ritratta attraverso una spessa lente nonsense. Per contro, i Caraibi di Salgari sono pura fantasia, così come la Russia di Dumas e l’Italia della signora Radcliffe. Oppure c’è un Flaubert, che, prima di scrivere Salammbo, se ne va in Algeria e Tunisia, a caccia di colori e di luci: “…il cielo diventa di un verde pallidissimo e il mare si rischiara sotto questa grande striscia indefinita… ormai ci sono pochissime stelle, molto diradate; tutta la parte sud e ovest di Cartagine è di un biancore brumoso…” Ci si legge l’ansia puntigliosa di ricreare questo posto (una Cartagine ormai morta da venti secoli) quando sarà di nuovo in Francia, seduto alla sua scrivania.Utopia

Ci sono anche autori che inventano i loro posti: Swift e Lilliput, Thomas More e Utopia, Hope e la Ruritania, Cyrano e i Regni della Luna e del Sole. E il discorso appare meno peregrino quando si pensa a come questi posti inventati rispecchino, distorcano, idealizzino, mettano in parodia o in satira dei posti reali.

Infine ci sono autori che finiscono con l’incarnare un luogo perché non solo le rappresentano ripetutamente nella loro opera, ma a loro volta rappresentano tipicamente un’epoca, un modo di vita, una generazione, una corrente intellettuale. Questi legami sono particolarmente evidenti con quelle città che hanno svolto il ruolo di centri intellettuali. In una grande città piena di gente che va a teatro e legge i giornali, che crea e segue le mode, che sperimenta in prima battuta i cambiamenti sociali e le innovazioni, lo scrittore ha una quantità infinita di stimoli, di contatti, di possibilità e di pubblico. Le città, con le corti, le università, le biblioteche, i musei, le cattedrali, i caffè, i mercati, i teatri, l’umanità fitta, varia e affamata di storie e parole, in tutte le epoche attraggono gli scrittori come calamite, li lusingano, li portano alla fama o li relegano nelle soffitte.

DickensLondonE in cambio, ogni tanto, uno scrittore coglie lo spirito di una città, lo assorbe, lo fa suo, gli dà forma e colore e lo consegna alla letteratura. Qualche volta la città diventa un personaggio a pieno titolo, qualche volta una cornice pittoresca, o una quinta teatrale, o un’ispirazione inesauribile, o un simbolo, o un’idea. Una città di carta e inchiostro può essere tanto varia e complessa quanto la sua controparte di mattoni.

Provate a pensare all’amore/odio tra Dickens e la sua Londra fatta di prigioni, botteghine, tribunali, strade sudicie, slums e ponti, immersa nella nebbia, offuscata dal fumo, nera di fuliggine, eppure brulicante di vita. Non è detto che Londra fosse così – eppure la forza della visione di Dickens è tale da condizionare ancora oggi quella dei suoi lettori: a due secoli abbondanti di distanza, tutti andiamo a Londra e cerchiamo Dickens.

Questo è, in definitiva, il sugo del legame tra uno scrittore e una città. È quel che avevo cercato di indagare e raccontare in Scrittori & Città – e adesso mi ritrovo ad averne nostalgia, e mi piacerebbe rispolverare i risultati. Mi metterò in cerca di posti – ma intanto, se a qualcuno da qualche parte interessa sentirmi bagolare di Londra, Parigi, Vienna ed Edinburgo attraverso le opere dei loro numi tutelari letterari, fatemi sapere. C’è un form, qui in fondo alla colonna a destra, chiamato “Domande, idee, dubbi, curiosità?” Contattatemi – e ne discuteremo.

Dieci Pillole Parigine

Paris2I. La sezione “De Louis XIV à Napoleon” del Musée de l’Armée, piena di oggetti, uniformi e ritratti di cui si è letto e studiato a non finire, che all’improvviso sono lì davanti – di persona. E gli stendardi appesi nella bianca e sobria St. Louis des Invalides.

II. La deliziosa anziana signora in tailleur che si avvicina ai consultatori di mappe a un angolo di strada chiedendo dove vogliono andare, e offre indicazioni.

III. Passeggiare per la Conciergerie immaginandosi Madame Roland, Robespierre, Lavoisier, André Chenier, i 21 Girondini, Maria Antonietta, ma anche Charles Darnay e Sidney Carton – che in realtà erano a La Force, ma fa nulla.

IV. Shakespeare & Company, sulla Rive Gauche, incantevole piccola tana tappezzata di libri, con le salette di lettura, i divani e il pianoforte al piano di sopra, e i calendari dei gruppi di scrittura, e  la fessura per le monete con il cartello “Feed the Starving Writers.”

V. Entrare in Saint-Germain-des-Prés e trovarci un meraviglioso piccolo coro che prova mottetti rinascimentali nell’atmosfera d’acqua verde. E dopo avere ascoltato, uscire e trovare sul sagrato una deliziosa orchestrina jazz.

VI. Moules marinières e vino bianco al Quartiere Latino, nell’atmosfera di festa del sabato sera. Ma anche la zuppa di cipolle e un bicchiere di Côtes du Rhône a Les Halles non sono mica male.

VII. Passeggiare tra la folla di cappelle neogotiche del cimitero di Montmartre e incontrarci vecchie conoscenze come Berlioz, Stendhal, Madame Recamier, Zola, Dumas figlio, Nijinski, Gautier, il maresciallo Lannes…Paris3

VIII. Caffè e croissants dietro la chiesa di St. Sulpice, sotto la targa – molto Oulipo – di Plac G org s P r c.

IX. Un favoloso pianista che suona un piano verticale dall’aria vissuta davanti all’Opéra. Parigi è piena di musica.

X. Una classe di studenti d’arte distribuita per Notre Dame a copiare scorci di architettura gotica.

Enhanced by ZemantaE sì, a Parigi c’ero già stata, ma mi sono resa conto che non l’avevo mai apprezzata debitamente. Per cui adesso è chiaro che ci dovrò tornare.

Aspettando Festivaletteratura

Chiedo venia e imploro indulgenza. L’avete visto il bollettino?

Ecco, sono le tre e venti mentre lo pubblico, e ho tanto idea che domani mattina non sarò in piedi per postare in tempo.

festivaletteratura, mantova, seamus heaneyMi cospargo di cenere il capo, mi dò dell’improvvida e tutto – ma tutto quel che faccio è annunciarvi che mercoledì comincia il Festivaletteratura, e quest’anno sono riuscita a tenermi libera per occuparmene.

Ho prenotato tutta una serie di eventi tra poesia, storia, bibliorarità, libretti d’opera, metaletteratura…

Quindi in questi giorni aspettatevi post in materia – e si comincia con lo straordinario poeta irlandese Seamus Heaney, che torna a Mantova per ricevere la cittadinanza onoraria e per parlare di poesia, verità, fiducia e radici…

Intanto potete scaricare il programma del Festival qui.

Dell’Immaginario Mantovano

A Cuneo hanno le streghe masche, sul Rosengarten hanno Re Laurino e i suoi, a San Candido hanno lo Stambecco Bianco, sul Tagliamento hanno le Anguane, altrove hanno fate, folletti, gnomi, draghi, incubi diavoli e babau..

Noi no.

Noi a Mantova siam gente di pianura, placida e difficile agli spaventi. Noi quella gente di dubbia esistenza che va attorno di notte facendo incantesimi e dispetti proprio non ce l’abbiamo.

Quando, una trentina d’anni fa, Stefano Scansani e Mario Setti si son messi a censire le creature leggendarie delle nostre valli* hanno raccolto una popolazione striminzitella tra il bizzarro e il campestremente prosaico.

Noi, per dire, abbiamo il Pidrüs (Chiavicus Verrarae Sylvestralis), che è più o meno un grosso maiale grigio incapace di marcia indietro o di visione laterale. Non fa molto più che dormire al riparo, ma guai ad arrivargli da dietro: se si accorge di voi e non ha modo di fuggire, userà con insospettabile efficacia gli speroni che porta sui talloni…

Oppure abbiamo il Galpédar (Gallus Petri Boriosus), gallo a quattro zampe di natura tanto tronfia quanto pusillanime, con una passione per le sagre di paese.

C’è poi il Marturèl (Martes Furba Deficiens), mustelide razziatore di pollai, creatura di varia e imprevedibile stupidità – di cui non si capisce troppo la funzione, vista la diffusione dei suoi cugini veri, le martore, da cui non differisce in nulla…

In compenso il Busatèl (Creatinus Ustaeprivus Fortis) è un “mirabile incrocio tra cavallo, asina, macaca delle Colonne d’Ercole e cane da pagliaio**”. E dal mirabile incrocio esce una bestia eccezionalmente fastidiosa, in perenne schizofrenica oscillazione tra un feroce istinto protettivo di femmina e prole e inspiegabili attacchi di wanderlust, a speciale danno dei campi di granturco.

L’imprevedibilità sembra essere, d’altra parte, il tratto più frequente delle bestie immaginarie mantovane, visto che del Dormalora (Profictator Omnis Velox) nulla sembra sapersi, se non che nulla di preciso se ne sa, e quindi alla fin fine vattelapesca. A mezza strada tra un lattonzolo e un grosso sorcio, il Dormalora dorme all’ombra – o forse no, essendo com’è “il compendio delle contraddizioni: pare affamato e invece è satollo, pare dormire e invece veglia, pare affabile e invece odia, pare malato e invece è sanissimo… A tal punto ognun direbbe che pare un Dormalora e invece non lo è e, nel contempo, pare non essere un Dormalora e invece lo è.”**

Tutto sommato, il Simsòn (Cimex Odorosus Orripilans) è intellettualmente riposante: almeno si sa che cosa aspettarsi da un insetto grosso, malvagio, puteolente oltre ogni dire e intento ad essere tanto dannoso e irritante quanto si può esserlo…

E profumata non è nemmeno la Bosma (Sus Scrofa Letamica), un altro suino immaginario che, se non altro è una bestia cautelativa. Orrida, repellente e subdola, la Bosma infesta letamai, buche per i liquami e pozzi neri – e vi trascina gli incauti che si avvicinano troppo, specie se gl’incauti sono gente non troppo ben lavata.

Quindi almeno la Bosma sappiamo a cosa serve – il che non è sempre il caso con la nostra popolazione immaginaria. Ecco mentre altrove hanno fate, folletti, stambecchi e diavoli, noi c’immaginiamo bestie di scarsissimo fascino e ancor più ridotto acume***, che non fanno alcunché di soprannaturale e solo di rado tengono i bambini lontani dai letamai…

Gente placida, noi Mantovani, e dal sonno indisturbato.

______________________________________________________

* Sì, non fate come il mio babbo friulano, per favore: a Mantova abbiamo valli. Davvero.

** Così assicura il Bestiario Podiense, sui cui ci basiamo per la descrizione di tutte le bestie immaginarie citate nel post.

*** Non faticherete a immaginare che dare a qualcuno del pidrùs, del galpédar, del marturèl o del Dormalora non è precisamente un complimento…

Feb 24, 2010 - Genius Loci    1 Comment

Un Sogno di Mattoni e Pietra Viva: Stevenson ed Edimburgo

370px-Robert_louis_stevenson.jpgCome fa un libro ambientato a Londra ad essere una metafora edimburghese? Basta che a scriverlo sia Robert Louis Stevenson, che da Edimburgo se ne andò più di una volta, fisicamente, ma ci lasciò il cuore, seppur senza volere.

Perché a volte è difficile capire se a Stevenson Edimburgo piaccia davvero…

Di sicuro la giudica una città scissa, ed ecco che torniamo all’inizio: Lo Strano Caso del Dr. Jekill e Mr. Hyde è sì una storia londinese, ma il tema della dualità è qualcosa che Stevenson lega sempre alla sua gelida, ventosa, oscura e soprattutto duplice città natale. Cominciamo da qui: quando nel 1707 la Regina Anna, l’ultima Stewart regnante, firma l’Act of Union, facendo di Scozia e Inghilterra un’unica corona, Edimburgo perde non solo il suo status di capitale, ma anche qualsiasi possibilità di recuperarlo. E alla città che era stata il centro di un regno per due secoli, questo non piace nemmeno un po’. Morale, quando gli Stewart in esilio provano per due volte a riprendersi la corona di Scozia (e già che ci sono, magari, pure quella d’Inghilterra), Edimburgo li accoglie con più di un palpito. Nel 1745 le ultimissime velleità giacobite vengono spente brutalmente nel sangue a Culloden, ma gli Hanover, i nuovi re tedeschi che hanno ereditato il trono da Anna, non sono stupidi. L’idea è che, se non può più essere capitale, Edimburgo va trattata come se lo fosse, almeno in parte. Così, nell’ultimo terzo del XVIII Secolo, avviano una ricostruzione in grande: alla vecchia Edimburgo medievale, arroccata sopra e intorno allo sperone di roccia del castello, se ne affianca una nuova, settecentesca, luminosa e ordinata.9858ViewfromCaltonHilllookingwest1822.jpg

Che differenza tra i vicoli ripidi della città vecchia, i palazzoni stretti stretti, alti fino a quattordici piani, i cortili di pietra, le finestre a feritoia, le garguglie e i pinnacoli e, dall’altra parte, le vie ampie, le statue equestri dei vari Giorgi nelle piazze, le cancellate, le facciate a stucco, gli alberghi, i negozi! Tutta la Edimburgo bene, quella che prima si affollava nelle magioni avite intorno al castello, migra sull’altro lato di Princes Street, lasciando indietro un formicaio di small folks tutto attorno al castello, tagliato longitudinalmente dal Royal Mile, la strada che conduce giù giù fino a Holyrood Palace. Due città, una gotica e una georgiana; una cresciuta su se stessa, l’altra progettata a tavolino; una antica, l’altra moderna; una buia, l’altra bianca; una povera e pericolosa, l’altra agiata e rispettabile; una colma di leggende e di fantasmi, l’altra tanto placida quanto si può esserlo in questi climi. Due mondi.

Ma questa non è la sola dicotomia che Stevenson vede nella sua Edimburgo.

0_engraving_-_one_1_088_castle_hill.jpgFin dall’infanzia, il piccolo Louis, malaticcio e solitario, pensa e vede per chiaroscuri, aiutato in questo da un’educazione famigliare rigidamente presbiteriana, una tata con un dono per le storie di battaglie e fantasmi, e un temperamento di sognatore. E per parte sua, Edimburgo è, va detto, perfetta.

Edimburgo è una città di provincia per cinquanta settimane l’anno, che poi si anima all’improvviso in capitale per i quindici giorni di residenza del Lord Commissioner, scatenandosi in un carosello di parate, cerimonie, ricevimenti, petizioni e cortei.

Edimburgo ha una celebre scuola di medicina, dove si formano i migliori physicians delle isole britanniche, ma… gli studenti di Edimburgo sono migliori degli altri perché praticano di più, studiano meglio l’anatomia sui cadaveri. E da dove arrivano i 0_engraving_-_one_3_000_university_and_south_bridge.jpgcadaveri? La vecchia università è piena di storie raccapriccianti: cimiteri violati, furti di cadaveri, omicidi tout court. C’è tutta una letteratura in proposito, e Stevenson stesso nel suo cupo The Body Snatcher, sembra dire: meglio non domandarsi troppo, signori, dove e come il vostro medico ha acquisito tutta la sua maestria!

A Edimburgo, d’altra parte, morte e vita sembrano andare a braccetto con molta familiarità: né Giuseppe II né Napoleone sono mai giunti su questo lato della Manica, e la città vecchia è inaspettatamente piena di cimiteri. Si svolta un angolo, ed eccone uno, su cui guarda magari il retro di cinque o sei palazzi. Dalle finestre escono i rumori della vita quotidiana, l’acciottolio di stoviglie lavate, il pianto di un neonato, il canto di una cucitrice al lavoro si mescolano ai colpi di badile del becchino, gl’inquilini al piano terra stendono la biancheria ad asciugare tra le lapidi, e i gatti del caseggiato cacciano i passeri tra le tombe. D’altra parte, nella città vecchia non è del tutto infrequente, dice Stevenson, passare davanti a qualche porta coperta di tavole inchiodate, chiusa così dall’ultima epidemia di peste e mai più riaperta, nel timore superstizioso che il morbo sia ancora dentro, acquattato e pronto a balzare sull’incauto che apra la porta. O ancora, c’è chi ha per vicino il fantasma di qualche assassinato, o di un criminale irretito dal demonio: tutto il vicinato sa dei rumori che si sentono a notte fonda, e i monelli più coraggiosi vanno a gridare ingiurie attraverso il buco della porta sprangata.0_engraving_-_one_1_129-_royal_mile_-_heart_of_midlothian.jpg

Non è strano, a Edimburgo, questa città così preoccupata della propria anima, così devota, così pia, e dove però i Presbiteriani sono in guerra perpetua con gli Anglicani, e con centro altre sette e confessioni, tanto che la domenica, quando tutte le campane suonano, non è un concerto, ma un coacervo di suoni discordanti. E poi, a fianco di quest’ansia di faziosa devozione, ecco il permanere di certe celebrazioni pagane. Se Natale si celebra in severa, protestante sobrietà, il primo dell’anno è Hogmanay, una giornata di alcool, fiaccole, danze licenziose ed eccessi vari. E guai quando il primo dell’anno cade di domenica!

0_engraving_-_one_2_141-_george_street.jpgInsomma, non c’è aspetto di Edimburgo che, agli occhi di Stevenson, non abbia due facce, come ci viene ben ricordato ogni volta che la città compare nei suoi libri: basta ricordarsi dell’arrivo di David Balfour, che nelle strade della città vecchia trova rifugio e nuovi pericoli, giustizia e una condanna ingiusta evitata di stretta misura, amore e rivalità feroce… Nelle Picturesque Notes, la descrizione della città va tutta per dicotomie, e non si potrebbe essere più chiari. In The Body Snatcher, i due vecchi medici, il luminare e il fallito, allievi della stessa facoltà di medicina, mostrano le due facce di quello che s’impara a Edimburgo. Ma forse è nello Strano Caso, che il pensiero di Stevenson sulla sua città emerge meglio. Perché noi tendiamo a credere che il Dr. Jekill sia una brava persona, e Mr. Hyde un mostro, ma la faccenda è più complessa: il “buon dottore”, in realtà, è un uomo che per tutta una vita riesce a celare delle propensioni oscure sotto una facciata di rispettabilità; i guai cominciano soltanto quando la pozione fa uscire allo scoperto la parte peggiore del nostro eroe, ma la parte peggiore è sempre stata lì… Pare che Stevenson non prenda posizione, tra le due città: la vecchia sarà malsana, oscura e minacciosa, pur nella sua bellezza gotica, ma guardiamoci dal prendere per buona la rispettabilità color gesso e le cancellate ben dipinte della nuova!

EdinburghCastle_CaltonHill.jpgE detto tutto questo, vien da chiederselo: ma a Stevenson piaceva Edimburgo? La domanda è legittima. Il quadro che esce dalle sue opere non è eccessivamente gaio, e lui stesso se ne andò più volte, in cerca di climi più benevoli per i suoi polmoni malridotti. Eppure, quando era distante, ne ebbe sempre nostalgia. Nostalgia del cielo nordico, del vento che canta, delle colline coperte di erica in lontananza, delle luci ammiccanti nella notte, della pietra scura, e di quella qualità irreale, quell’ultima dicotomia sognante che gli fece scrivere, come in una constatazione sorpresa e lievemente incredula, che “questa profusione di eccentricità, questo sogno di mattoni e roccia viva, non è una quinta di teatro, ma una città del mondo reale.”  

Feb 17, 2010 - Genius Loci    No Comments

Bloomsberries: la Londra scintillante di Virginia Woolf

Virginia.jpgTorniamo a Londra, ma è un’altra Londra. Niente più orfanotrofi, vicoli bui, nebbia e acque torbide del Tamigi, thank you very much. E d’altra parte, Virgina Woolf née Stephen non è una giornalista che scrive romanzoni melodrammatici con l’ansia di catturare il pubblico settimana dopo settimana, ma una sperimentatrice senza patemi economici, presa tra cene letterarie e balli, una bipolare di buona famiglia con tendenze suicide.

Siamo in un altro mondo.

Un mondo che comincia con il quartiere bene di Kensington, dove Virginia nasce nel 1882 da una famiglia d’intellettuali tardo-vittoriani collocata, dice Quentin Bell, sul gradino più basso della classe medio-alta. la famiglia è numerosa e molto agiata, le ragazze vengono educate privatamente e la casa, tutta legni scuri, tende di velluto e tappezzerie scarlatte, è frequentata da un bel mondo fatto di relitti vittoriani. Tra un tè delle cinque e una passeggiata a Kensington Park, ecco le note buie: una sorellastra demente*, un fratellastro dedito agli abusi sui piccoli di casa, e poi i lutti. Prima la madre, poi la sorellastra, poi il padre, e intanto Virginia, la brutta e ostinata Virginia, che vuole studiare Greco e Storia, passa di esaurimento in esaurimento.

E’ nel 1904, dopo la morte del padre, che Vanessa, la sorella maggiore, raccoglie Virginia e i fratelli e si sposta dalla sicurezza bon ton di Kensington nelle acque inesplorate di Bloomsbury. group_plane_picture.jpgIn termini di proprietà sociale, Bloomsbury è terra di confine, con le sue pensioni, le sue botteghe e il suo tono bohémien, ma è proprio quello che i giovani Stephen vogliono: basta con le porcellane e le tradizioni, basta con la compassatezza e le convenzioni. “Eravamo pieni di esperimenti,” scriverà Virginia molti anni più tardi. “Intendevamo fare senza tovaglioli, e bere il caffé alla sera, anziché il tè alle cinque.” Curioso concetto di ribellione. Ma non è tutto. Nella casa di Gordon Square** gli Stephen cominciano a riunire settimanalmente gruppi di amici e compagni di studi, giovani intellettuali e artisti altrettanto pieni di sacro entusiasmo. E’ la nascita del Gruppo di Bloomsbury.

Bizzarro gruppo, i Bloomsberries (come li si chiama con intento non proprio benevolo***), eccentrici assetati di genialità: contano tra loro nomi come Virginia, E.M. Forster, John Maynard Keynes, e Roger Fry, ma la loro influenza come movimento intellettuale, come gruppo, è difficile da discernere. La stampa contemporanea e i membri di altri gruppi li descrivono come una clique di squilibrati orribilmente snob, intenti ad osannarsi o coprirsi d’insulti secondo le circostanze, presenziare a tutte le feste possibili e a trasgredire tutte le regole per il gusto della trasgressione. In effetti, è difficile seguire le girandole dei loro amori****, e molti di loro sembrano alternare storie extraconiugali e obiezione di coscienza con pari e indiscriminata disinvoltura.

londdockarial1961.jpgIn quest’aria effervescente e livorosa, Virginia scrive e sperimenta. Il suo primo romanzo, La Crociera, esce nel 1915, con un successo limitato. Ci vorranno i racconti di Notte e Giorno, e poi La Stanza di Jacob e soprattutto la Signora Dalloway e Gita al Faro per affermarla. E intanto Virginia affina le sue sperimentazioni, a metà tra il flusso di coscienza e una visione caleidoscopica: l’occhio si sofferma sugli oggetti, ne coglie un frammento, un colore, un contorno, un gioco di luce, e ricompone queste tessere scintillanti come un mosaico. Spesso, a subire questa decostruzione è Londra. Saggi e romanzi ce la mostrano in perpetuo movimento, con le sue folle, i suoi mercati, i parchi, le luci notturne, le bancarelle chiassose di Oxford Street, i fiumi di volti illuminati dai lampioni, le terrazze di Mayfair, gli omnibus a Piccadilly. Virginia ama Londra e la percorre spesso a piedi. “Londra di per sé mi attrae sempre, mi stimola,” scrive nel suo diario,” mi offre drammi, storie, poesie, senza che debba disturbarmi a fare altro che muovere le gambe per la strada… Non c’è riposo più grande che camminare da soli per Londra.”

Purtroppo per lei, gli psichiatri ritengono che la frenesia cittadina non giovi ai suoi nervi, e così Leonard Woolf, suo marito dal 1912, la trascina in campagna a Richmond al minimo accenno di crisi, vale a dire piuttosto spesso. Ma Virginia non può stare lontana da Londra, dove pulsa “la vita vera”. Londra è il suo palcoscenico, il suo ambiente, il suo campo di esplorazione. E’ a Londra che cerca le sue ispirazioni e mette in scena i suoi personaggi, la Londra delle feste e delle pensioncine d’affitto, dei parchi e dei negozi. 

london_political.gifLa Signora Dalloway e Gli Anni, i suoi romanzi più londinesi, disegnano una sorta di geografia sociale della città. Il mondo di Clarissa Dalloway è circoscritto tra Westminster (il centro del potere e della politica), Regent Park, i negozi raffinati di Oxford Street, le strade signorili e quiete di St.James, e poi di nuovo a casa, chiudendo il cerchio. Il resto di Londra fa soltanto capolino: a Bloomsbury alloggiano di passaggio Peter Walsh, l’amore di gioventù che Clarissa non ha voluto sposare perché non era abbastanza, e Septimus Warren Smith, il veterano traumatizzato che si ucciderà la sera del ricevimento; mentre un autobus per lo Strand e l’Army&Navy Store costituiscono il limite cui si spinge la ribellione della figlia di Clarissa. Ne Gli Anni, invece, la famiglia Pargiter parte da Kensington, proprio come gli Stephen, e poi si disperde. Gli spostamenti di ciascuno coincidono con una traiettoria interiore e sociale. Il figlio più piccolo diventa avvocato a Chelsea, zona un poco audace, ma abbastanza alla moda: accettabile per uno scapolo che non sente ragioni e non vuole mettere la testa a posto; una cugina sposa un lord e conseguentemente vive a Mayfair; una sorella, malmaritata a uno straniero squattrinato, finisce nella parte buia di Westminster, gli alloggi da pochi soldi all’ombra dell’Abbazia; la cugina Sara, anima perduta, si prostituisce in uno degli innominabili quartieri sulle rive del Tamigi. Significativamente, la sorella sposata in Irlanda torna a Londra e organizza una riunione di famiglia in quello che rimane della vecchia casa di Kensington, la parte che non è stata venduta e trasformata in uffici…oxford_street.jpg

Anche Virginia avrebbe voluto richiudere il cerchio, tornare al “grembo materno” di Kensington? Forse. Invece i suoi problemi mentali peggiorano, gli amici si disperdono o muoiono, la guerra incombe, le bombe tedesche divorano bocconi della sua Londra, vie, case e palazzi, mentre la sua biografia dell’amico Roger Fry non incontra successo…

Virginia s’incupisce e si estrania fino a quando, un giorno di marzo del 1941, esce dalla casa di Richmond “per una passeggiata”, e si getta nello stagno con le tasche piene di sassi.

Forse a Virginia pareva di no, ma a noi della sua Londra resta molto. Possiamo girare la città con i suoi romanzi e i suoi saggi come guida, raccogliendo di pagina in pagina impressioni, scorci, lampi di colore, l’accendersi di un lampione, un riflesso sull’acqua, e “[a]llora si vede Londra nella sua interezza… Londra affollata, fatta a pezzi e ricomposta, con le sue cupole a sovrastare la città e le sue cattedrali a vigilarla; i suoi comignoli e le sue guglie; le sue gru e i suoi gazometri; e quella fuliggine perenne che né primavera né autunno riescono a spazzare via.”

_______________________________________________________________________

* Sir Leslie Stephen aveva sposato in prime nozze l’ultima figlia di William Makepeace Thackeray (La Fiera delle Vanità, Le Avventure di Barry Lindon…), che però era morta dopo avergli dato una figlia con un grave handicap mentale. Julia Stephen era a sua volta vedova, con tre figli di primo letto. Leslie e Julia ebbero poi quattro figli: Vanessa, Thoby, Virginia e Adrian.

** E’ solo la prima di una lunga serie. In una frenesia di nomadismo urbano, gli Stephen/Bell/Woolf e i loro amici migreranno negli anni, non solo di civico in civico attorno a Gordon Square, ma per tutta Bloomsbury: Tavistock Square, Fitzroy Square, Mecklemburg Square e Brunswick Square…

*** Il gioco di parole è difficile da spiegare in Italiano. Bloom significa germoglio oppure fioritura (to bloom, fiorire), mentre berry significa bacca. Di conseguenza, Bloomsberries diventa qualcosa come fiorin di fragola, o fragolette in fiore, o qualcosa di altrettanto ironico.

**** A un certo punto Vanessa, la sorella di Virginia, viveva con il marito separato Clive Bell, i loro due figli Julian e Quentin, la nuova compagna di Clive, Duncan Grant (amante di Vanessa), Angelica Bell (figlia di Vanessa e Duncan, ma riconosciuta da Clive) e l’amante (uomo) di turno di Duncan… Come dire? Tutti insieme appassionatamente?

Feb 10, 2010 - Genius Loci    2 Comments

Finis Austriae: Joseph Roth e Vienna

Joseph Roth.pngFino alla metà degli Anni Settanta tutti credevano che Joseph Roth fosse il rampollo di un ufficiale austroungarico e che, a sua volta, avesse servito come ufficiale durante la I Guerra Mondiale, finendo prigioniero in Russia. E di conseguenza si credeva che libri come Fuga Senza Fine, La Marcia di Radetzky e La Cripta dei Cappuccini fossero largamente autobiografici. Queste informazioni si trovavano sulle quarte di copertina e nei lemmi d’enciclopedia, per un motivo molto semplice: Roth stesso le aveva fornite.

Peccato che non fosse vero.

In realtà, prima di diventare un giornalista celebre, un romanziere e un esule girovago, Joseph Roth era stato un figlio della piccola borghesia ebraica nella provincia galiziana, uno studente borsista e poi un sottufficiale nell’ufficio stampa dell’Esercito Austroungarico durante la guerra, senza vedere un singolo giorno di servizio al fronte.

Ecco uno scrittore che, invece di creare personaggi autobiografici, crea una biografia fittizia simile a quella dei suoi personaggi, in particolare di Franz Trotta, il protagonista de La Cripta dei Cappuccini*. Quello che è curioso, se vogliamo, è che la vicenda bugiarda di Franz diventa il simbolo di tutta una generazione di Viennesi, la generazione perduta, la generazione sconfitta: non quelli che muoiono in guerra, ma quelli che hanno l’ancor peggiore ventura di tornare, fantasmi di una Vienna finita. Anzi no: di un Impero finito. Aquila.png

Perché, diciamolo subito, Roth non concepisce l’Austria post-bellica, la piccola Austria che parla Tedesco, raccoglie stelle alpine e canta canzoni sentimentali. L’Austria, per Roth, è l’Impero; e di questo Impero Vienna è un po’ la madre e un po’ il parassita, una sorta di scrigno della grandezza imperiale (malinconicamente incarnato prima dal vecchio Francesco Giuseppe, poi dalla cripta dove riposano gli Asburgo), che governa, protegge, punisce e sfrutta le sue periferie con pari, inesorabile equanimità**.

Non è una Vienna allegra, quella di Roth, fatta di uffici ministeriali dove nulla mai compie e nulla si dimentica, di palazzi in rovina che diventano pensioni, di caffè dove i giovani di buona famiglia trascorrono le loro giornate, discutendo di come il senso dell’Impero sia più vivo in Ungheria e in Polonia che nelle città germanofone. Allo scoppiare della guerra, Franz e i suoi amici sono quasi sollevati: dal momento che il loro mondo sta già crollando senza che possano farci alcunché, dal momento che non vedono un futuro, una morte in guerra, una buona morte in nome delle ultime vestigia dell’Impero, è forse il meglio che possano inconsciamente augurarsi. La morte che incrocia mani di scheletro sopra le coppe da cui questi giovani bevono è l’immagine che ricorre in tutta la prima metà del romanzo.

Ma la guerra e la morte passano oltre, Franz sopravvive e, sfuggito alla prigionia in Russia, torna fortunosamente in una Vienna che stenta a riconoscere. Con la madre e con gli amici sopravvissuti, beffati come lui, ricomincia a celebrare, come in un’eterna liturgia funebre, i piccoli riti secondari dell’Impero che non c’è più: nessuno ha denaro, il vino e il caffè sono diventati pessimi, da Demel non servono più meravigliosi pasticcini dai colori di gioiello, e le candele di sego hanno sostituito quelle di cera, ma in fondo tutto questo è appropriato. Appropriato a una città che non ha più un Impero, né un Imperatore. Finito è il tempo in cui un cittadino austroungarico poteva viaggiare da Lwow a Trieste, a Praga a Sarajevo, ritrovando sempre simili le stazioni intonacate di giallo, i giocatori di domino nei caffè, lo spirito dell’Impero***. FranzJoseph.jpgPerduta è la crisalide dell’identità antica, al di sopra delle nazioni e delle lingue. Nella nuova Vienna, testa senza più corpo né corona, rimane solo la scelta tra correre con il nuovo mondo (come fa Elisabeth, la moglie separata di Franz), oppure lasciarsi morire un poco per volta insieme ai brandelli del vecchio. Per Franz e i suoi amici, gli sconfitti che un futuro non lo avevano mai preso in considerazione, la scelta è terribilmente facile.

Quando scrisse La Cripta dei Cappuccini, Roth era in esilio in Francia, sfuggito per tempo alle persecuzioni naziste, legato ad ambienti veteromonarchici che caldeggiavano un impossibile ritorno degli Asburgo su un fantomatico trono d’Austria. Scelta  stravagante e cavalleresca, omaggio di devozione ostinata e consapevole all’ideale tramontato.

Non stupisce – ma commuove – il finale del romanzo: è il marzo del 1938 e Franz siede al caffè, come sempre, quando giunge notizia dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista. La novità provoca concitazione, e il caffè si svuota. Solo Franz indugia e, rimasto solo, se ne va, per le strade ventose e deserte, fino alla chiesa dei Cappuccini al Neuer Markt, per rendere, dalla porta che non gli è consentito di varcare, un ultimo omaggio al suo Imperatore e al vecchio mondo sconfitto. Gott erhalte! – Dio conservi! grida Franz, quando non c’è più nulla da conservare.

Roth sarebbe morto un anno dopo, esule e malato. Della sua Vienna oggi non rimane più molto, a meno di cercarla negli angoli più bui di Demel, o nella Cripta. Ma fuori di lì, alla luce del sole Vienna (insieme a tutta l’Austria) ha abbracciato un modello sentimental-turistico dell’Impero, fatto di figuranti vestite da Sissi, concerti di capodanno e feste da ballo****. Dell’Impero rimane solo questa pallida immagine di zucchero, crinoline e boschi tirolesi.Cripta.jpg

Joseph Roth, che si era costruito una biografia simbolica per meglio aderire a una Vienna ideale e sovrannazionale, non avrebbe apprezzato.

____________________________________________________________________________________________________

* I Trotta, lo sappiamo da La Marcia di Radetzky, sono una famiglia di origine Slovena, il cui ramo principale è stato nobilitato in seguito a un salvataggio dell’allora giovane Francesco Giuseppe, in un episodio finito, con molti abbellimenti, sui libri di testo. Il romanzo ha il suo culmine in un desolato incontro tra il figlio del salvatore nobilitato e un ormai vecchio Francesco Giuseppe, che dei Trotta non ricorda più nulla, se non di dover essere loro grato.

** A noi, cresciuti a una dieta di Pellico e Mazzini, questo fa un po’ specie. Eppure, la percezione generale dell’Impero corrispondeva a un’entità soffocante e benevola in parti uguali, affetta da elefantiasi burocratica e tendenzialmente pervasa da un’identità sovrannazionale.

*** Questo spirito, in realtà, era ancora abbastanza vivo alla metà degli Anni Trenta perché mia nonna, cresciuta in un territorio che era stato alternativamente Italia e Slovenia, chiamasse il suo primogenito Francesco Giuseppe in onore dell’Imperatore.

**** Mi si dice che il Prefetto di Vienna partecipi in media a centocinquanta balli l’anno.

Feb 3, 2010 - Genius Loci    No Comments

Salotti e Teatri: la Parigi Gaia di Alexandre Dumas

cle-19-dumas2delpech.jpgAlexandre Dumas Père arriva a Parigi ventenne, carico di sogni di gloria e pretese d’eleganza. Ne ha abbastanza di fare il giovane di studio per un notaio di provincia, ha testa solo per i drammi e i giornali, e anela alle infinite possibilità della capitale. Nelle sue fluviali Memorie* il Nostro racconta della sua prima serata parigina a teatro, quando alcuni zerbinotti ebbero l’idea di farsi beffe del giovane provinciale.

“Signore, il mio nome è Alexandre Dumas Davy de la Pailleterie**,” comunicò altezzosamente il ragazzo al più rumoroso dei beffeggiatori. “Abito al numero 20 di Rue de la Quintaine, e domattina mi troverete in casa.”

Era la formula della sfida a duello, almeno stando ai romanzi d’appendice. Invece, i Parigini cominciarono a sghignazzare e spintonare, e quando l’offesissimo Alexandre reagì, si ritrovò messo alla porta come disturbatore, furibondo e con le penne alquanto arruffate.

Non vi ricorda l’arrivo a Parigi di qualcun altro? Ma proprio come il suo D’Artagnan, Dumas sarebbe stato presto vendicato dell’infelice accoglienza ricevuta. Nel giro di qualche anno, il piccolo provinciale sarebbe diventato il beniamino di tutta Parigi, dai garzoni di negozio alle duchesse.

margot2.jpgCome per Dickens (ma così diversamente da lui!) il successo passò per il teatro e i giornali: tra il 1829 e il 1832, tre drammi in costume e uno contemporaneo – e un tantino scandaloso – ne fecero l’astro delle scene parigine. Gli attori più celebri del tempo si litigavano i suoi ruoli, e le attrici si gettavano nel suo letto***: Dumas ne mantenne fino a tre per volta, e per comodità aveva adottato il sistema di alloggiarle tutte nello stesso quartiere in cui abitava anche sua madre, così da poterle visitare tutte in poco tempo, mentre trottava tra teatri, caffè, redazioni, ristoranti salotti bene e salotti letterari, dove frequentava la crema del romanticismo letterario francese.

Nel 1838, Dumas incontrò un professore di Liceo con velleità letterarie frustrate, di nome Maquet: fu l’inizio di uno dei più straordinari team letterari della storia. Basti pensare che il primo parto del matrimonio tra le ricerche storiche di Maquet e l’estro narrativo di Dumas fu il ciclo dei Moschettieri, pubblicato dapprima a puntate con un successo strepitoso. Ormai Dumas era consacrato come autore, e ricevuto dappertutto, compresi i salotti del duca d’Orleans e della principessa Mathilde Bonaparte. E’ proprio lì che ce lo descrive Edmond de Goncourt: “…enorme, sudato, sbuffante, eccessivamente gaio… parla dei suoi romanzi, del suo teatro… di un privilegio teatrale che non può ottenere, poi ancora di un ristorante che vuole aprire agli Champs Elysées. Un personaggio enorme, a misura d’uomo, ma con un’esuberanza infantile.”

Con la sua vitalità instancabile, i suoi romanzi storici, la sua passione politica e i suoi viaggi esotici, Dumas incarna alla perfezione il fermento scintillante della Parigi del XIX Secolo, dove la cultura si faceva nei salotti e nei caffè, dove un dramma storico a teatro era un avvenimento nella storia della letteratura.

petitchatelet.jpgE poi Dumas immortala Parigi, facendone lo sfondo di una buona metà dei suoi romanzi. Ma non aspettatevi denuncia sociale à la Dickens o à la Victor Hugo, non aspettatevi miseria e squallore, perché la Parigi dei romanzi di Dumas è pittoresca e colorata come uno sfondo teatrale, piena di giardini dove si duella o si amoreggia, di ponti per le imboscate, di palazzi illuminati da centinaia di candele, da taverne linde e allegre e, alla peggio, di torrioni medievali adibiti a prigioni. Persino gli omicidi più cruenti, persino le sollevazioni di piazza hanno l’alone romantico di una scena d’opera bene illuminata. A dire la verità, le Parigi di Dumas sono due: da un lato la sua città brillante che fa da sfondo ai lavori contemporanei, come il susseguirsi di foyer di teatro, alberghi eleganti e saloni nella porzione parigina dei Fratelli Còrsi; dall’altro, la Bastiglia di Ange Pitou, lo Chatelet di Ascanio, la Rue Tiquetonne dove alloggiava D’Artagnan, e tutta la parte medievale della città che all’epoca stava scomparendo per fare posto ai boulevards del barone Haussmann****. Entrambe irreali come altrettanti sfondi dipinti.

E Parigi, in cambio?

Oh, Parigi adorava Dumas per il suo successo. Operai e sartine compravano a puntate i suoi feuilletons, mentre borghesia e nobiltà riempivano scaffali interi dei suoi volumi, e tutti si affollavano a teatro per assistere ai suoi drammi. Tutti giudicavano le grand Alexandre brillante, divertente, generoso, ammiravano il suo spirito e lo avevano in gran simpatia, ma… Lui, Alexandre, avrebbe voluto di più: avrebbe voluto essere preso sul serio. Avrebbe voluto un ministero dopo la Rivoluzione di Luglio del 1830, nella quale si era esposto per il duca di Orléans, ma non lo ebbe; avrebbe voluto un seggio all’Académie Française, e non lo ebbe; avrebbe voluto un seggio in Parlamento, e non lo ebbe; non avrebbe disdegnato una moglie del bel mondo, e non la ebbe. Quando si veniva al sodo, Dumas era troppo chiassoso, troppo volubile, troppo inaffidabile: chi poteva dire quale sarebbe stata la sua prossima eccentricità? Vero, quando si trattava di rendere appetibile al pubblico la conquista dell’Algeria, era Dumas che il Governo mandava in crociera spesata sul posto per scriverci un romanzo o un dramma – ma un ministero? A quello scapigliato? Andiamo!! Ce n’est pas serieux!818.jpg

E così, Dumas seguitò per conto suo, fondando giornali che fallivano uno dopo l’altro, sfornando romanzi a dozzine, comprando teatri, mettendo in scena drammi, facendosi costrurire castelli improbabili, ammassando fortune e sperperandole tra amanti, figli illegittimi, amici, approfittatori, cause legali*****, spese folli, sempre generoso, sempre imprudente, sempre stravagante, sempre di corsa dietro un altro sogno più nuovo, più luccicante, più improbabile.

Gli uomini come lui muoiono in miseria, e così fu anche per Dumas. Almeno non morì solo: il figlio, l’altro Alexandre Dumas, lo accolse presso di sé, rovinato e malato, ed ebbe cura di lui fino alla fine.

“Sai, Alexandre,” disse il padre al figlio una sera, “mi hanno sempre detto che sono uno scialacquatore, ma io non credo. Guarda sulla mensola del camino: c’è un luigi d’oro. La stessa somma con cui arrivai a Parigi, tanti anni fa… lo vedi, che in tanti anni non ho scialacquato un solo centesimo? Il luigi è ancora lì…”

Haussmann.jpgDi lì a pochi giorni morì di apoplessia, lasciando incompiuti gli ultimi volumi delle sue memorie e un colossale dizionario gastronomico. Era il 1870, e Haussmann stava completando le sue ristrutturazioni: la Parigi di Dumas non gli sopravvisse granché.

____________________________________________________________________________________________________

* Trentadue volumi trentadue. L’uomo non aveva misura in nulla, eh?

** In realtà il padre di Dumas, generale napoleonico, era figlio illegittimo del marchese de la Pailletterie e di una schiava di Santo Domingo, ma a quanto pare Alexandre non aveva eccessive remore a millantare il nome del nonno marchese.

*** A quanto pare, dopo la seconda, trionfale rappresentazione del suo dramma Christine, Dumas usciva dal teatro e si sentì chiamare da una carrozza. “Ehi, voi! Siete Alexandre Dumas, lo scrittore?” domandò una voce femminile. Alexandre rispose di sì e si avvicinò. “E allora, salite e baciatemi!” ordinò l’occupante della carrozza. Dumas non se lo fece ripetere. L’audace signorina era Marie Dorval, “la più tenera e patetica attrice di Parigi”, che di lì a pochi mesi sarebbe diventata l’amante di Dumas e la protagonista del suo dramma successivo.

**** Mi ha un po’ sconcertata scoprire che il barone Haussmann non era barone affatto. Millantava anche lui, benché non avesse la scusante di avere vent’anni o quella di essere un romanziere. Not good.

***** Nel 1857 Maquet fece causa a Dumas, rivendicando la co-paternità dei Moschettieri e di molti altri romanzi. La giurisprudenza sulla proprietà intellettuale era una disciplina giovane e incerta: la sentenza riconobbe a Maquet un sostanzioso indennizzo, ma non il diritto ad avere il suo nome accanto a quello di Dumas in veste di co-autore.

 

Gen 27, 2010 - Genius Loci    3 Comments

Fumo e Nebbia: La Londra Scura di Charles Dickens

Dickens.jpgCharles Dickens, questa icona della britannicità, questo iper-londinese tra gli scrittori londinesi, non nasce affato a Londra. Invece ci arriva a dieci anni, strappato alla gaia e marittima Portsmouth, alla scuola che amava, alla confortevole certezza di essere figlio di un gentiluomo moderatamente agiato…

Immaginate di trovarvi all’improvviso in un quartiere poco meglio che squallido in una città che passa da uno a sei milioni di abitanti nel giro di un secolo… sudicia, buia, affollata, puzzolente, pericolosa, traversata da un fiume che era una cloaca a cielo aperto, perennemente avvolta in una cappa di fuliggine e fumo: ecco come doveva apparire Londra al piccolo Charles. Per di più, suo padre John era un impiegato amministrativo di basso rango, scarsamente assennato* e alquanto prolifico. Quando, a furia di coltivare velleità sociali irragionevoli, finì in prigione per debiti, toccò a Charles, il maggiore tra i figli maschi, lasciare la scuola e la famiglia** e, abitando a pensione, lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe. Poi va detto che si trattò solo di qualche mese passato a incollare etichette sulle bottiglie. Ben presto, Dickens padre ereditò da una nonna una somma sufficiente a pagare i creditori, così la famigliola lasciò il carcere di Marshalsea e il piccolo Charles fu recuperato dalla fabbrica e rispedito a scuola. Fine dell’infanzia tragica: onestamente, credo che possiamo risparmiarci qualche lacrimuccia quando leggiamo delle traversie del piccolo David Copperfield.

A diciassette anni, il nostro ragazzino era giovane di studio presso un avvocato al Temple, dove si supponeva che svolgesse quella sorta di apprendistato informale che, all’epoca, poteva condurre a qualche ramo della professione legale. In realtà Charles non aveva nessun interesse per l’avvocatura, e impiegava la maggior parte del suo tempo osservando la fauna londinese che popolava gli studi legali e studiando da sé la stenografia. A diciannove anni stava già mettendo a buon frutto tanto la sua capacità di osservazione quanto la stenografia, lavorando come cronista giudiziario per diversi giornali. Il giovanotto aveva occhio e un bernoccolo istintivo per il bozzetto descrittivo. Qualche caporedattore impiegò poco tempo a spedirlo a Westminster come cronista parlamentare dapprima, e poi a pubblicare i suoi sketches, bozzetti di vita londinese.

Nel 1833, a 23 anni soltanto, Dickens era conosciuto ed apprezzato, sotto lo pseudonimo di Boz, da tutti gli strati della popolazione londinese, e nel frattempo aveva fatto esperienza di vari ambienti destinati a giocare ruoli fondamentali nella sua futura vita di narratore: le fabbriche, le prigioni, i tribunali, quei quartieri in cui legioni di londinesi lottavano ferocemente per mostrare qualche grado di rispettabilità o signorilità…

Nel 1836 il Morning Chronicle cominciò a pubblicare le puntate settimanali di The Pickwick Papers, più che un romanzo vero e proprio, un susseguirsi di episodi alla maniera di Smollet, di Fielding e di altri autori settecenteschi. Le prime puntate non ebbero un successo travolgente, ma l’introduzione di Sam Weller, il valletto di Mr. Pickwick, con la sua parlata cockney e la sua combinazione di astuzia e buon senso, mandò le vendite alle stelle. Dickens aveva dimostrato di saper ritrarre i Londinesi, e Londra lo ripagò da allora con incessante adorazione e un’insaziabile appetito per i suoi lavori.Immagine2.jpg

Dickens non si tirò indietro. Dopo The Pickwick Papers vennero, nel giro di pochi anni, Oliver Twist, Nicholas Nickleby e The Old Curiosity Shop, tutti ambientati a Londra, tutti pubblicati a puntate su vari periodici. Diciamocelo: era una vitaccia: ogni dannata settimana (oppure ogni quindici giorni nei casi più fortunati) bisognava produrre un capitolo di tot parole, non di più e non di meno, che terminasse lasciando qualche personaggio in difficoltà tali da costringere il lettore a comprare il numero successivo. E non c’era posto per i ripensamenti: se al capitolo XVI si decideva che il personaggio X sarebbe riuscito meglio come un bon vivant irresponsabile anziché un malvagio vero e proprio, non si poteva tornare indietro, perché i primi quindici capitoli erano già stati pubblicati… Scrittori meno abili affondavano a dozzine su queste difficoltà.

Dickens invece prosperava in quell’atmosfera frenetica. Riempiva i suoi romanzi di sottotrame e personaggi minori, di conversioni a 180 gradi e di coincidenze improbabili, ma lo faceva con tanto estro che il pubblico era in delirio. E lui adorava il contatto con il pubblico, le lettere dei lettori, era sommerso dagl’impegni, dalle letture pubbliche, dalle produzioni teatrali amatoriali. E ciò benché nel frattempo avesse messo su famiglia con l’infelice Catherine Hogarth. Povera Kate, con un marito stravagante, irresponsabile, iperattivo, pieno di fascino e di capricci! Ma forse Dickens non aveva un gran bisogno di felicità domestica: era troppo preso dai suoi successi letterari, dall’ambiente frizzante e vivace del giornalismo londinese…

Paradosso: se c’è un autore che critica aspramente Londra, i suoi mali, la sua corruzione e le sue ingiustizie, questo è proprio Dickens. La gestione degli orfanotrofi e delle scuole, le lentezze del sistema giudiziario, le disparità sociali, l’aspetto disumanizzante dell’industrializzazione, le leggi sulla povertà, l’allignare della criminalità negli slums, pochi sono gli aspetti della vita cittadina che sfuggano alla sua censura. Addirittura, in The Old Curiosity Shop c’è un tentativo abbastanza scoperto di un’equazione tra Città e Corruzione dell’Umanità, cui corrisponde un associazione speculare tra campagna e vita incorrotta e semplice. Eppure, togliete Dickens da Londra, ed eccolo perduto! Cosa farebbe il Nostro senza le redazioni dei giornali, senza i teatri, senza le strade affollate, senza la calca attorno ai tribunali, senza la varia, affaccendata, viva umanità che sgomita nelle vie di Londra? Lo ammetterà lui stesso, molti anni più tardi, quando faticosamente occupato con la prima stesura di Dombey&Son in Svizzera, confiderà a un amico: “Lontano da Londra non so scrivere!”

E nel frattempo, piovono i successi: A Christmas Carol (Canto di Natale), forse la storia più famosa di tutta la letteratura inglese; David Copperfield, il prediletto e più autobiografico tra i suoi romanzi; Bleak House (Casa Desolata), con la sua feroce denuncia di un sistema giudiziario incancrenito; Little Dorrit, che punta il dito contro la prigione per debiti***; A Tale of Two Cities (Le Due Città), l’unico romanzo storico insieme al meno fortunato Barnaby Rudge; e poi Great Expectations (Grandi Speranze), e Our Mutual Friend (Il Nostro Comune Amico)… tutti così profondamente impregnati dello spirito, dei costumi, delle abitudini e dei vizi di Londra… Leggete dei pescatori di cadaveri annidati come ratti lungo il Tamigi, della sarta delle bambole che va a vedere le signore davanti alla Royal Opera House per copiare gli stili degli abiti, del giovanotto assunto per catalogare una biblioteca nelle stanze piene di muffa al Temple, della pittrice di ritratti in miniatura che vive in affitto accanto alla buona famiglia decaduta a Camden Town, delle piccole aziende nella City, degli imbalsamatori, delle ragazze da marito, dei venditori di ballate agli angoli di strada, degli spazzini a nolo, dei ladruncoli, degli avvocaticchi, delle levatrici, delle vecchie madri tiranniche… C’è tutto un mondo nelle pagine di Dickens, e per la maggior parte, questo mondo si agita nelle vie di Londra. Anzi, Londra stessa è un personaggio a pieno titolo: sempre scura, nebbiosa, fredda, un po’ crudele, con i suoi campanili che bucano il cielo grigio, con il fiume opaco, buono appena per i suicidi e il contrabbando, con le vie sporche e gli appartamenti pieni di muffa, i ponti deserti dove la gente si accoltella. Londra non è mai accogliente, di rado appare gaia, ma è sempre vivida, reale e pittoresca insieme.

Immagine4.jpgUno dei tanti misteri alchemici che resero questo scrittore disordinato e affannoso, crudele e allegro l’idolo della sua città. Quando morì, nel 1870, Dickens era immensamente popolare. Centoquarant’anni più tardi, lo è ancora, i suoi romanzi sono letti in tutto il mondo, e quanta gente forma la propria idea di Londra prima di andarci, sulle pagine di Canto di Natale, di Oliver Twist e di David Copperfield****? E il fatto è che della Londra di Dickens resta sorprendentemente molto, a volerla cercare. Passeggiando intorno a St.Paul in una giornata bigia, traversando i cortili del Temple sotto la pioggia, rispondendo al bigliettaio cockney dell’autobus in Fleet Street, attraversando il vecchio Mercato delle Mele a Covent Garden, ecco che David, Amy Dorrit, Mrs. Nickleby, i fratelli Pinch, Sam Weller, Dick Swiveller e tutti gli altri ci vengono incontro.

La Londra di Dickens, quella che ha nutrito i lavori di Dickens, quella che Dickens ha immortalato e, in parte, creato – quella Londra è ancora al suo posto.

_____________________________________________________________________________________________

* E forse nemmeno terribilmente onesto: è possibile che il suo precipitoso trasferimento a Londra fosse il frutto di qualche colpevole leggerezza nel maneggiare il denaro destinato alle paghe della Royal Navy.

** Com’era d’uso all’epoca, moglie e figli “a carico” vivevano in prigione con il detenuto.

*** Tribunali, prigioni, fabbriche… suona familiare?

**** Confesso di essermi allarmata quando ho saputo che a Londra avrei abitato in una residenza universitaria a Southwark… perché Southwark, ai tempi di Dickens, era uno slum per nulla raccomandabile.

Gen 12, 2010 - Genius Loci    No Comments

Genius Loci

Bene, è giunto il momento di riscuotersi dall’accidia post-vacanziera, dalla tendenza al lamento da Lunedì Mattina Cosmico, dal salterellar di palo in frasca. E’ giunto il momento di concentrarsi su una nuova serie di post a tema.

Perciò, dalla settimana prossima, avrà inizio – rullo di tamburi… – Genius Loci, ovvero scrittori e città.

Questo nasce da una serie di lezioni tenute, nel quadro di un corso in collaborazione, presso la UTE di Mantova, e prevede cinque puntate con un’abbondanza di illustrazioni, letture, aneddoti, storia e letteratura, senza trascurare il minimo indispensabile di geografia. Nell’ordine (o forse no) avremo:

* Londra e Dickens

* Parigi e Dumas père

* Vienna e Joseph (non Philip) Roth

* Londra (di nuovo, sì…) e Virginia Woolf

* Edimburgo e Stevenson.

Considerando un’introduzione generale a mistica e realtà del rapporto scrittori/città, e un congedo per tirare le conclusioni a cose fatte, ciò significa che per sette settimane ci occuperemo di genio dei luoghi, luoghi del genio, luoghi e genio. Sette settimane a partire dalla prossima ci dovrebbero portare, se la matematica e il calendario non sono un’opinione (debatable matters, both of them), agl’inizi di marzo, quando nei prati fioriranno le violette e sbocceranno le margherite. E per allora si vedrà.

E sì, lo so: tre su cinque sono autori britannici… Ma d’altra parte non è una novità: io sono un’anglomane malata e convinta e voi, alla fin fine, ve lo aspettavate, nevvero?