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Giu 24, 2016 - gente che scrive, teatro    No Comments

Lacca Carminio e Blu di Prussia

SkeltIn un incantevole saggio intitolato “Penny plain, twopence coloured“, R.L. Stevenson racconta della sua passione infantile per i teatri giocattolo. Erano teatrini di carta colorata e legno, talvolta provvisti di un sistema di illuminazione a candeline.

Il primo editore britannico* di questo genere di giocattoli, quello a cui Stevenson fa riferimento, fu Skelt, e quello che vedete quassù a sinistra è il contenuto di una di quelle buste “per teatrini” che i cartolai vendevano: scene, personaggi e testo per commedie, tragedie, drammi e pantomime, disponibili in due versioni, come da titolo: in bianco e nero al costo di un penny, o già colorate per due pence.

Toy_Theatre.jpg

Questo invece è un teatrino di Pollock

A quanto pare, il piccolo Louis ogni tanto comprava uno di questi plays, e la cosa, che avveniva sempre di sabato, di ritorno da un’escursione al porto per vedere le navi, comportava tutta una liturgia particolare. Intanto la scelta non era per nulla facile: Louis esitava talmente tanto da far spazientire i cartolai, perennemente incerto tra titoli come “Il Pirata”, o “La Foresta di Bondy”, oppure “Il Principe Cieco”.

A decisione avvenuta, si pagava il penny dovuto: la scelta cadeva sempre sulla versione in bianco e nero, perché metà del piacere consisteva nel colorare le figure sui fogli. Si mescolavano lacca carminio e blu di prussia per il viola dei mantelli, si usavano verdi diversi per la foresta…

E poi il gioco era finito.

Stevenson confessa di non avere mai ritagliato una volta le figure, mai messo in scena una singola commedia o dramma. La deliziosa incertezza della scelta, il trionfale ritorno a casa, col premio stretto sotto il braccio e la mente a pregustarne l’apertura e il possesso, la gioia di preparare e stendere i colori erano tutte le soddisfazioni che il piccolo Louis chiedeva ai suoi plays. In realtà, l’intrigo descritto dalle istruzioni lo deludeva sempre, e non vedeva davvero necessità di metterlo in scena.** Piuttosto, s’immaginava nei panni dei protagonisti per qualche giorno, e poi ricominciava a fantasticare dell’acquisto successivo, leggendo i titoli del catalogo di Skelt sul retro della busta.

TreasureIsland3Chissà quanto gli sarebbe piaciuto vedere la sua Isola del Tesoro in versione Toy Theatre, come nel  teatrino (moderno) qui di fianco… Chissà se lo sognava mai, mentre colorava le storie altrui e ci ricamava sopra -senza mai ritargliarle né metterle in scena? I genitori rimproveravano Louis di volubilità, perché si disinteressava troppo presto del giocattolo appena comprato, senza accorgersi come quel modo di procedere prefigurasse già il sognatore e, più ancora e peggio, l’uomo che, per tutta la vita, avrebbe cercato di costruirsi una realtà di suo gusto, scontrandosi sempre con i crudi e poco poetici fatti.

Fin da bambino, Stevenson non era fatto per la realtà: si era già accorto di preferire la vigilia, l’attesa e la preparazione all’atto. Aspettare, ricordare, immaginare, e poi aspettare qualcos’altro, senza mai soffermarsi sull’attimo presente. E come altro avrebbe potuto vivere, quest’uomo che era un narratore e nient’altro?

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* Non ho il coraggio di scrivere “inglese”, per una volta. Credo che noi Continentali ci dimentichiamo un po’ di quanto la Scozia sia un altro posto rispetto all’Inghilterra (e viceversa) fino a quando non rileggiamo qualche autore scozzese…

** Anzi, secondo lui, una rappresentazione sarebbe stata una noia infinita per qualsiasi bambino… Non mi capita spesso di dissentire da Stevenson – ma in questo caso devo proprio.

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Shakespeare, la Luna e Borges

BorgesShakespeareParlavamo di Borges e de La Memoria di Shakespeare, ricordate?

E dicevamo anche che, nella forma narrativa, si nascondono un po’ di teorie borgesiane sul Bardo&Cigno – ma forse “teorie” non era la parola giusta. Detto così richiama alla mente gente… er, bizzarra come Wilbur Zeigler o il non-proprio Ayres/Underwood , e invece siamo su un altro pianeta.

Borges non è uno squadrellato che cerca di contrabbandare una teoria bislacca e indimostrabile in forma di cattiva narrativa. Borges racconta una storia affascinante, e le dà spessore e colore e strati di complessità con un certo numero di intuizioni indimostrabili ma bellissime.

Eccone una che mi ha colpita in particolare:

Seppi allora che per lui la luna era più Diana che la luna – e, più che Diana, quella parola dalla lunga vocale buia, luna.*

E questo è meraviglioso – è Shakespeare in venticinque parole. Non l’opera di Shakespeare – ma quel che Shakespeare è stato, o almeno BorgesShakespeareMoonpotrebbe essere stato per quel che ne sappiamo. Il Grammar Schoolboy, con abbastanza educazione classica  e retorica per identificare la luna nella sua incarnazione mitologica – ma prima di tutto l’uomo dall’orecchio squisito, il poeta che vede i suoni e usa ogni parola come se fosse una pennellata. E questo, da parte di Borges, è veramente un colpo di genio.

Aggiungete il fatto che questa gemma di caratterizzazione non è offerta direttamente, ma come una delle maree con cui la memoria di Shakespeare sommerge gradualmente quella del narratore. Par quasi di vederlo, Hermann Soergel, che guarda distrattamente la luna una sera d’estate – e all’improvviso la consapevolezza irrompe e gli leva il fiato: Diana prima, e poi subito la luce notturna, la semioscurità racchiusa nella “lunga vocale buia”: moon

Lo dico un’altra volta: è meraviglioso. Shakespeare immaginato – visto –  in controluce. Luce lunare, ovviamente. Ho l’impressione che scoprire sul serio Borges sarà un bran bel viaggio.

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* Traduzione mia – dalla traduzione inglese. Eh.

 

Maestri di Carta

YodaQualche tempo fa si parlava con un allievo di influenze, divinità e maestri – di quella gente che non s’incontra mai se non per lettura, eppure ha una parte fondamentale nel fare di noi quello che siamo. Almeno dal punto di vista della scrittura. Col che non voglio dire che non succeda anche in altri campi, ma diciamo che gli altri campi son fatti di ciascuno, e limitiamoci al rapporto tra scrittore e scrittore a mezzo libro. Tra l’altro, è precisamente quello di cui si discuteva con l’allievo in questione.

“Scommetto che ci fai un post,” egli disse a conclusione – e io non dissi né sì né no, ma insomma, sappiamo tutti come  vanno a finire queste cose. E soprattutto sappiamo che quando si tratta di SEdS la mia capacità di resistenza è prossima a nulla… Sappi, o Allievo, che se c’è voluto tutto questo tempo è solo perché mi era passato di mente… 

Ma eccoci qui, alla fin fine: sette maestri sette. Sette perché sì – e in un vago ordine cronologico di apprendistato consapevole*.

I. G. B. Shaw. Perché quando avevo dodici anni e mi chiedevano “che cosa vuoi fare da grande?” io rispondevo “la commediografa”. E rispondevo così solo perché allora studiavo francese e non sapevo che esistesse la parola playwright, che mi piace tanto di più – ma non divaghiamo. Volevo tanto, ma in quella maniera informe, you know. Non era che non ci provassi, ma non avevo troppo idea. Poi, nell’estate dei miei tredici anni, entra in scena Shaw, nella forma delle Quattro Commedie Gradevoli, edizione Anni Sessanta, BUR con la copertina rigida – di mia madre. Folgorazione. In particolare Cesare e Cleopatra e L’Uomo del Destino. Teatro a sfondo storico – proprio quello che volevo fare. E la costruzione dei dialoghi, e l’uso delle fonti, e il tratteggio dell’ambientazione storica, e il funzionamento teatrale…

II. Joseph Conrad. In un sacco di modi. La profondità cui si poteva spingere l’indagine psicologica. Le possibilità infinite dei punti di vista. La possibilità di raccontare una storia attraverso l’accumulo di prospettive. La cesellatura di un personaggio centrale. I dubbi e le domande senza risposta. L’intensità. E poi l’uso della lingua – e di una lingua appresa. È in buona parte per via di Conrad che scrivo in Inglese.

III. Patrick Rambaud. Rambaud non se lo ricorda più nessuno, credo. A un certo punto ha letto nella corrispondenza di Stendhal di un romanzo mai scritto. Allora ha preso l’ambientazione (una battaglia napoleonica), ha preso Stendhal in persona, ha preso una manciata di personaggi storici e ne ha cavato un bel romanzo. Nulla d’immortale, solo una buona storia ben raccontata, fedele alle fonti e romanzesca quanto bastava. All’epoca in cui mi trastullavo con l’idea di scrivere romanzi storici ed ero paralizzata dall’incertezza dei confini tra fonti e immaginazione, Monsieur Rambaud è stato piuttosto fondamentale.

IV. R. L. Stevenson. Ah, i narratori di Stevenson, inaffidabili anche quando sembra che non lo siano, sottilmente minati nella loro attendibilità, irragionevoli, opinionated, a volte nemmeno terribilmente intelligenti… O Lettore, a te il delizioso mestiere di trarre conclusioni. E poi Alan Breck e l’Appin Murder – un personaggio minorissimo e un processo celebre ripresi, rivoltati come guanti, dipinti a colori irresistibili e avventurosi là dove in origine si trattava di un figuro losco e di una vicenda cruda e grigia. Ah, saper indurre il lettore a voler credere a me – persino quando sa benissimo di non poterlo fare…

V. Rodney Bolt. Quando uno scrittore mi fa entrare da una porta saggistico-divulgativa con qualche pretesa, poi mi fa sospettare che si tratti di una parodia accademica, e infine mi scodella in pieno romanzo, quando fa tutto ciò con grazia, sottigliezza e intelligenza, quando mi conduce pei prati in questa maniera e non mi irrita nemmeno un po’, tutto quel che voglio è imparare a barare così a mia volta.

VI. Josephine Tey. Anche lei scriveva teatro in una maniera che mi piace molto, ma non è questo il punto. Il punto è La Figlia del Tempo, che è una riflessione sulla storia, il modo in cui si costruiscono, mantengono e smantellano le leggende nere e un sacco di questioni che mi stanno a cuore – ed è scritto nella forma di un giallo originalissimo, popolato di personaggi ben fatti che parlano in dialoghi scintillanti. Tecnica impeccabile, idee, spirito – e soprattuto il modo di raccontare le storie.

VII. Jeffrey Hatcher. Ci voleva qualcuno che mi scrollasse fuori dalla maniera di Shaw, ed è stato Hatcher, che scrive un teatro d’ambientazione storica vivido, spigoloso e pieno di ritmo, appeso a un cambiamento epocale per rendere tutto più irreparabile, thank you very much.

E poi sono sempre la solita che si dà dei numeri e non riesce a tenerli neppure per sbaglio, per cui lasciate che aggiunga ancora Emily Dickinson. E no, non scrivo poesia, ma la densità e iridescenza del linguaggio… non si può scrivere prosa in questo modo, ma il principio mi piace proprio tanto.

E voi, o Lettori? Chi sono i vostri mentori di carta?

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* E niente autori di manuali… Quella è un’altra faccenda. La prossima volta, magari.

Revisioni in Corsa

dumas-william-henry-powellAdoro quelle storie dietro-le-quinte in cui gli autori modificano i loro drammi dopo il primo contatto con il pubblico – per lo più in risposta alla reazione del pubblico stesso, ma qualche volta… be’, perché hanno cambiato idea. Le adoro almeno al pari – e in almeno un caso persino di più – delle opere di cui parlano.

Per esempio, c’è questa storia di Alexandre Dumas Père che, dopo la prima del suo dramma storico Christine, fece le ore piccole insieme ai suoi amici Victor Hugo e Alfred the Vigny, per riscrivere qualche centinaio di versi che erano parsi un po’ legnosi. Viene da chiedersi quanto sia piaciuto agli attori dover mandare a memoria “qualche centinaio di versi”  tra il debutto e la prima replica – ma l’idea di questi giovani scrittori che collaborano febbrilmente per tutta una nottata primaverile è meravigliosa. Dalle due alle sei del mattino, dice l’aneddoto. Che nottata per il Romanticismo francese! FeliceCavallotti

Poi c’è Cavallotti – di cui abbiamo parlato a proposito di Agnese e Nulla Più. Cavallotti vendette la sua agnese ad Alamanno Morelli, celebre capocomico, che la fece debuttare a Roma. E il pubblico apprezzò moltissimo fino al quarto atto – e poi diventò freddino… E questo continuava a succedere rappresentazione dopo rappresentazione… Nondimeno, Morelli portò l’Agnese a Firenze, e poi a Torino, e la Freddezza da Quart’Atto continuò a prodursi, e ci vollero mesi prima che a qualcuno venisse in mente di consultarsi con l’autore. Cavallotti seguì a una rappresentazione, osservò il bizzarro fenomeno e fece una cosa molto sensata: chiese lumi a qualche membro del pubblico. E soprattutto le signore espressero la loro disapprovazione nei confronti di una scena che pareva loro “troppo violenta.” Avendo letto la tragedia nella versione originale, posso dire che a noi cinici del XXI Secolo sembra tutto molto blando – ma è chiaro che nel 1873 l’effetto era diverso. Cavallotti, uomo saggio, potò la scena -e l’Agnese continuò in scena con gran successo.

schillerIl caso del Don Karlos è un pochino diverso, visto che Schiller cambiò idea ben prima che il dramma arrivasse in scena – ma dopo che il primo paio d’atti era stato pubblicato (con gran successo e non poco scandalo) sul Deutsche Merkur. Solo allora A Schiller venne in mente di leggersi un po’ di storia spagnola* – e scoprì che non solo aveva fatto un gran pasticcio storico, ma anche che Re Filippo era un personaggio molto più complesso e interessante del Carletto eponimo. Peccato che quel che era già stato pubblicato non si potesse più cambiare… E così Schiller fece un’inversione di marcia là dove era arrivato e, quando si legge il Don Karlos per intero, si vede perfettamente il punto in cui l’autore cambiò idea, levò la scena al povero Karlos e concentrò il dramma sul Re e su Rodrigo di Posa, l’amico fittizio di Karlos. Marlowe

E che dire dell’unica pagina manoscritta del Massacro a Parigi arrivata fino a noi – forse** autografa di Marlowe – che contiene una versione del monologo di Guisa più lunga di quella che si vede nell’unica (e dubbia) pubblicazione in octavo sopravvissuta? In qualche modo fatico a immaginare Marlowe che cassa anche uno solo dei suoi preziosi versi – e comunque morì appena pochi mesi dopo il debutto del Massacro ad opera della Compagnia dell’Ammiraglio… Forse la versione pubblicata è un’edizione pirata dettata da qualche attore con poca memoria e ancor meno scrupoli? Oppure è una versione abbreviata, fatta per essere portata in provincia? E se sì, chi la adattò? Magari Shakespeare e Munday, come suggeriscono alcuni studi recenti? Sia come sia, le differenze tra la pagina manoscritta e il decisamente inferiore testo a stampa aprono un’affascinante finestra su pratiche e abitudini del teatro elisabettiano.

E vedete perché adoro queste storie? Ciascuna ci lascia intravedere il processo creativo e la personalità di un autore, la vita dietro le quinte in un altro secolo… È sempre dove le cuciture non sono perfette, dove si apre qualche crepa e si possono sbirciare le ruote del meccanismo, che si annidano le storie, in attesa di essere scritte.

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* E a costui Goethe procurò una cattedra di Storia all’Università di Jena…

** Saremmo tutti più felici in proposito se la pagina l’avesse trovata qualcuno che non fosse John Payne Collier – notevole studioso ma, alas, anche falsario compulsivo.

 

Salamini Foscoliani

FoscoloHo sempre pensato che questa storia, pur non deponendo a favore del buonsenso di Foscolo,  fosse meravigliosa. Ed è anche interessante a titolo di cautionary tale per autori – dentro e fuori da un teatro.

Dovete sapere che la sera dell’undici dicembre del 1811 – quasi duecento e quattro anni esatti orsono – il pubblico accorso alla Scala di Milano per l’Aiace, la nuova tragedia di Ugo Foscolo, si stava annoiando educatamente. In parecchi pensavano che sarebbe stato molto meglio per tutti se l’autore si fosse concentrato su odi, sonetti e poemi, standosene ben lontano dal teatro… A un certo punto, giusto per migliorare le cose, un araldo si piantò in mezzo alla scena e declamò:

“S’avanza Aiace, Re dei Salamini!”

Un certo sbalordimento, colpi di tosse per dissimulare qualche risata colpevole, zittii, e avanti si andò, fingendo di nulla. Se qualcuno sperava che l’Aiace acquistasse un po’ di passo col procedere, era destinato a rimanere deluso: monologhi infiniti, tirate, altri monologhi, altre tirate in cui un limitato numero di gente riferiva, commentava, rimuginava, malediva, delirava e si disperava variamente… Tutto molto bello, tutto molto notevole, tutto molto greco, tutto in versi squisiti, ma di una noia mortale – e ce n’erano cinque atti cinque!

Cosicché, se al quint’atto l’ormai sfoltito pubblico aveva perduto un po’ del suo beneducato riserbo, possiamo biasimarlo del tutto? Immaginate di avere passato una lunga, lunga serata ascoltando gente in chitone che declama quantità sesquipedali di poesia molto, molto aulica… E adesso immaginatevi Teucro che, in tutta solennità, prende il centro scena e intona la sua ovazione al grido di…

“O Salamini!”

Quando è troppo, è troppo. L”irritazione, la noia e la pura e semplice assurdità ebbero il sopravvento, e l’intera sala scoppiò in un scalaconvulso di risa. Alas, l’Aiace, iniziato tra le migliori attese e proseguito tra gli sbadigli, si concluse ignominiosamente tra i cachinni.

Dopo questa infelice prima, la censura volle vedere nella tragedia delle allusioni non proprio lusinghiere a Napoleone e ne proibì le repliche, which was just as well, probabilmente.

Foscolo ci avrebbe riprovato un paio d’anni più tardi con la Ricciarda, prima di decidere che il teatro non era il suo mestiere, ma nel frattempo si offese a morte con il pubblico milanese per via dei Salamini… Se non avesse davvero considerato il potenziale della faccenda, o se avesse deciso che chi non sapeva distinguere tra Salamini e salamini non meritava che ce se ne preoccupasse, è una di quelle cose che non sapremo mai – ma trattandosi del buon Ugo, a dire il vero, non mi sento di escludere del tutto la seconda ipotesi.

L’Ajace annegato nell’ilarità sta a provare che, già dal 1811, nessuna delle due era una buona idea.

 

Il Romanziere Istantaneo

Rant ahead, vi avverto.

coauthorsAllora, dicevamo che ne L’Uomo dal Guanto* a un certo punto, i due protagonisti contemporanei decidono di scrivere un romanzo storico – possibilmente un bestseller. Sì, è vero, non l’hanno mai fatto prima, e non conoscono i “trucchi del mestiere”, ma sono due storici, “abituati a scrivere con proprietà” e provvisti di un argomento esplosivo… In fondo “è soprattutto l’argomento il motivo d’interesse principale”… E l’implicazione si è che diamine, che ci vorrà mai?

Vi sembra irritante e implausibile? Dovrebbe – e tuttavia, guardate: potrebbe essere peggio. Se non altro, Salvatore&Silvio sono due storici, con lunga esperienza di ricerca generale e specifica alle spalle, ben documentati e con un interesse nei confronti di Shakespeare e del suo tempo**, della letteratura e dell’arte…

Pensate invece al protagonista de Il Manoscritto di Shakespeare, di Domenico Seminerio. Costui, un professore di Liceo con un romanzo (contemporaneo e autobiografico) pubblicato, a un certo punto si ritrova per le mani le prove manoscritte e inconfutabili della sicilianità di Shakespeare***. Benché il nostro sia alquanto scettico, qualcuno gli chiede di cavarne un romanzo storico – e quest’anima bella che fa? Invece di obiettare che non l’ha mai fatto prima, che non conosce il mestiere, che ci vogliono lunghe ricerche o qualche altra cosa sensata, si procura qualche libro di storia dell’arte (per avere un’idea di abbigliamento e mobilio dell’epoca, you know), si siede alla scrivania e, nel giro di qualche settimana, produce un romanzo storico con piena soddisfazione sua e del committente.

A Saramago, ne La Storia dell’Assedio di Lisbona, non serve nemmeno il manoscritto ritrovato. E nemmeno Shakespeare, in realtà. Tutto ruota attorno a uno stimato correttore di bozze che, in un momento di follia, aggiunge un “non” al saggio di storia medievale che sta correggendo, negando la riconquista di Lisbona da parte dei Portoghesi. E non solo l’editore, anziché licenziare in tronco lo sciagurato, pensa bene di commissionargli un romanzo ucronico su Lisbona non riconquistata – ma lo sciagurato che, badate bene, non ha mai scritto una riga in vita sua, vince al volo qualche pallida riluttanza e accetta.  Senz’altra documentazione oltre al libro di cui ha corretto le bozze, lo vediamo meditare su come entrare nella testa di questa gente del XII secolo, e poi abbozzare una piccola scena in cui un armigero e una lavandaia s’incontrano al fiume e, in breve tempo, ecco a noi un romanzo ucronico perfettamente pubblicabile.

Quindi, vedete, scrivere un romanzo storico è facilissimo e indolore: mettete in una ciotola capace una buona conoscenza di grammatica & sintassi****, unite un argomento interessante, meglio se un po’ controverso. Aggiungete acqua calda, mescolate et voilà: romanzo storico istantaneo.

Non ci vuol nulla, sussurrano Covarrubias, Seminerio e Saramago. Why, qualunque individuo ragionevolmente istruiti può sfornare un romanzo storico senza bisogno di esperienza o trucchi del mestiere e – peggio ancora – senza interesse particolare per l’epoca, il soggetto, il genere, e poco meglio che senza ricerca e documentazione. In fondo, non stiamo nemmeno parlando di letteratura… Roba di genere, un mestiere che si esercita per trucchi…*****

E sentite, lo so: anni di ricerche, letture infinite, esperienza precedente, due o tre lunghe stesure, settimane di revisione, frustrazioni, biscotti al cioccolato, camminate sulle scogliere (metaforiche) e tutto il resto difficilmente sono buona materia narrativa. Lo so, e sono anche abbastanza d’accordo – salvo rare eccezioni. Ma allora lasciamoli fuori dai romanzi e giù dai palcoscenici, questi romanzieri storici – almeno mentre scrivono. Che bisogno c’è di ritrarli – di ritrarci mentre mettiamo insieme romanzi come se fossero altrettante scodelle di minestra liofilizzata.

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* Poi la pianto, promesso.

** Yes well, poi magari sfugge loro qualche particolare – come il tè nel XVI secolo – ma non sottilizziamo.

*** Essì. Anche lui. Che vogliamo farci?

**** Certo, essere docenti universitari o liceali o correttori di bozze aiuta…

***** Sì, è del tutto possibile che ultimamente io passi troppo tempo in compagnia di certi teatranti elisabettiani…

 

Il Romanziere Istantaneo

ECCO NO, PER DIRE… QUESTE QUI SOTTO SONO LE SPOGLIE DI UN POST AZZANNATO DAL BLOGO MANNARO.

DI NUOVO.

 

Rant ahead, vi avverto.

mentre mettiamo insieme romanzi come se fossero altrettante scodelle di minestra liofilizzata.

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* Poi la pianto, promesso.

** Yes well, poi magari sfugge loro qualche particolare – come il tè nel XVI secolo – ma non sottilizziamo.

*** Essì. Anche lui. Che vogliamo farci?

**** Certo, essere docenti universitari o liceali o correttori di bozze aiuta…

***** Sì, è del tutto possibile che ultimamente io passi troppo tempo in compagnia di certi teatranti elisabettiani…

Alessandro Forlani: le Avventure di Clara 
Hörbiger

clara-horbiger-e-l-invasione-dei-selenitiFräulein Clara 
Hörbiger è l’unica figlia di un colonnello asburgico, vedovo e iperprotettivo. Fin da subito, fin dalle prime battute di quella che sembra un’innocente gita al Lido di Venezia, diventa chiaro che Clara non è una ragazzina come le altre – e le burbere apprensioni del Colonnello Hörbiger hanno motivi ben diversi dalla norma…

Perché Clara, quattordici anni appena compiuti, ha dei poteri. Poteri allarmanti, pericolosi e persino sacrileghi – poteri di cui è istruita a vergognarsi e parlare il meno possibile. Soprattutto, non dovrebbe mai, mai, mai farne uso – ma si sa come vanno queste cose, giusto?

E questi parrebbero già problemi maiuscoli per una ragazzina – ma non è ancor nulla: mentre Clara, il suo babbo e tutta Venezia si godono il plenilunio, qualcosa di enorme e sconvolgente succede… Un’altra luna, verdognola, meccanica e sinistra, piomba su questo Lombardo-Veneto steampunk, con i suoi dirigibili, automi e vaporicicli – e comincia una terrificante opera di distruzione.

È il giugno del 1847 – e prima delle rivoluzioni e dei risvegli nazionali, l’Impero di Clara piomba negli sconvolgimenti di un’invasione aliena…

E mi fermo qui – perché non voglio svelare troppi particolari di questa storia insolita, piena di sorprese e fastosa nella scrittura. L’incantevole Clara Hörbiger – capricciosa, ostinata, intelligente e coraggiosa, ora adorabilmente bambina, ora assai più adulta della sua età,  in lotta con i suoi pericolosi poteri e con nemici apparentemente invincibili, è la protagonista di un’ottima nuova serie steampunk nata dalla penna di Alessandro Forlani ed edita da Delos Digital. E Alessandro, immaginatore di mondi, virtuoso del linguaggio e buon amico, ha gentilmente accettato di rispondere a qualche domanda.

Allora, vediamo un po’…

È raro che le tue storie si siedano buone buone all’interno di un genere preciso – e Clara non fa davvero eccezione: steampunk, fantascienza, una discreta dose di horror, più di una strizzata d’occhio metaletteraria… e non è improbabile che dimentichi qualcosa. Più che una commistione, mi vien voglia di chiamarla un’alchimia di generi, per quanto è diverso il risultato. Si violano segreti innominabili chiedendo come funziona?

È un processo dovuto alle mie letture, credo. Non sono un conoscitore profondo di quella che si chiama “narrativa di genere”; e frequento poco assiduamente gli autori di cui, al contrario e con ragione, i veri appassionati approfondiscono ogni rigo. Leggo ciò che ho voglia e son curioso di leggere (più saggistica che narrativa, in realtà…); argomenti del tutto avulsi dagli ambiti di cui scrivo.  Sconfino o “contamino” volentieri perché i limiti, le regole, mi annoiano e imbarazzano: la fantascienza che deve essere scientifica; lo steampunk che deve essere vittoriano; il fantasy che dev’essere high o low… II mondo, la storia, le fonti letterarie e culturali cui si attinge sono troppo generose di materia divertente, strana e entusiasmante per escluderle da un romanzo che abbiamo in mente di scrivere. Se accosto spettri, alieni e macchine a vapore cerco però di farlo con coerenza stilistica: è questo, penso, che fa la differenza.

Per gioco: se dovessi coniare una definizione di sub-genere per Clara?

Clara è steampunk. Per altre storie e ambientazioni che ho scritto, però (per esempio Eleanor Cole delle Galassie Orientali; Sonno Verde; Centralino Celeste), ho coniato la definizione baroquepunk: che sposta l’immaginario all’estetica e civiltà del XVII-XVIII secolo.

Le avventure di Clara Hörbiger escono a episodi. Scelta puramente editoriale o c’è qualche motivo diverso, per esempio qualche richiamo alla tradizione ottocentesca delle pubblicazioni a puntate?

È una scelta editoriale e – per me – un’esperienza del tutto nuova. Sono molto curioso di vedere come andrà.

Infine, ricordo sul tuo blog i disegni e i modelli dei pinguini seleniti – e, possedendo la manualità di un attaccapanni, invidio alla follia chi è in grado di dare “altre forme” al frutto della sua immaginazione… Oltre a scrivere, tu giochi di ruolo, disegni e costruisci modelli: come entra tutto ciò nel tuo processo creativo?

Giocare, disegnare e modellare mi servono come “storyboard” delle scene che scrivo. Il roleplay restituisce dal vivo l’effetto di una battuta e la reazione di un personaggio; l’agire, l’esprimersi di qualcuno sottoposto a “pressione narrativa”. Disegnare aggiunge particolari, dettagli, atmosfera a descrizioni che si hanno in mente prima ancora di scriverle; perfeziona un elemento che deve esserci in una scenografia e suggerisce il momento giusto di inserirlo nel paragrafo. Miniature e modellini (soprattutto di veicoli fantastici) danno fisicità per esempio ad astronavi, carri armati, leviatani meccanici che finché non si costruiscono – pur in scala – non si riesce a capire quanta & quale ne abbiano.  E infine, soprattutto… il roleplay e il wargame, modellismo e scarabocchi, sono hobby molto molto divertenti!

Grazie mille.

Grazie a te!

Clara Hörbiger e l’Invasione dei Seleniti, il primo episodio, è disponibile in ebook dalla settimana scorsa – e Alessandro presenterà la serie a Stranimondi, sabato pomeriggio alle 14.00.

Minori

Allora, parlavamo di Cavalieri di Malta – in particolare di quelli postumi di Sir Walter Scott, ricordate? Ebbene, in coda a quel post, Antonio ha scritto questo:

Non si potrebbero considerare queste opere come quello che sono, esperimenti, abbozzi, sogni non compiuti o compiuti di un autore invece di paragonarli alle opere maggiori? […] Io considero questo genere di opere, “le opere minori”, imprescindibili per raggiungere le opere maggiori ma su di esse sospendo la mia capacità di giudizio.

Picasso2La faccenda è interessante sotto più di un aspetto – principalmente perché le cosiddette opere minori non sono tutte uguali. Ci sono le opere minori che sono per l’appunto ‘prentice work, quelle che conducono verso i capolavori, quelli che l’autore pubblica pieno di entusiasmo – salvo a volte pentirsene anni più tardi. E mi viene in mente Balzac con cose come Les Chouans, che poi avrebbe tanto preferito non dover mettere nella Comédie… Oppure The Golden Cup, opera di uno Steinbeck ventisettenne, radicalmente diversa in concetto e tono da quel che verrà dopo, ma già piena dei semi dello stile maturo, seppure a uno stato nonnulla brado.  E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perchè scrivere è un’arte che s’impara e si coltiva, andando per esperimenti. È un po’ come vedere le opere giovanili di Picasso, prima che sviluppasse idee e stile tutti suoi: sono opere tradizionali fino all’oleografia, e mostrano l’artista che diventa padrone dei suoi mezzi, che impara a perfezione le regole prima di infrangerle – e di crearne di proprie.BarnabyRudge

Cose di questo genere sono una lettura interessante, a mio timido avviso, perché consentono di vedere lo scrittore in fieri, il formarsi della voce e dello stile, l’acquisizione progressiva della tecnica, gli esperimenti e i tentativi. Provate a pensare ai due romanzi storici di Dickens: da un lato Barnaby Rudge, seminato di cose belle, ma informe e sbilanciato, cresciuto come un fungo su se stesso; e dall’altro – e ben più tardi – Le Due Città, costruito e pianificato in anticipo, tanto più coerente e serrato. Le folle feroci di Barnaby, i temi e l’uso simbolico di un elemento nell’imagery precorrono e promettono quelle di ATOTC – solo che nel frattempo Dickens aveva imparato a tendere assai meglio i suoi archi. E leggere Barnaby fa apprezzare molto meglio certi aspetti di ATOTC.

CharlotteE fin qui ci siamo – ma trovo che la questione sia un po’ diversa quando si tratta di juvenilia ripescati da quaderni e diari mai intesi per la pubblicazione. Come il tema in Francese di Charlotte Brontë – che, considerando date e circostanze, potrebbe nascondere sotto l’apparenza di una storiella morale un bel po’ di amarezza dei confronti del fratello sciagurato. Di certo, tuttavia, non era stato scritto per essere visto da altri che dal professor Heger. Peggio ancora va con i racconti e le poesie faticosamente trascritti dai libricini di Angria e Gondal, cose scritte per gioco dai Brontë ragazzini… È vero che anche in questo si vede il formarsi degli scrittori in erba – ma resta il fatto che si trattava di un gioco del tutto privato tra sorelle e fratello… Non è come se non avessi letto la mia parte di juvenilia, ma ho sempre l’impressione di sbirciare. Arrow

Dopodiché c’è il caso del libro brutto – perché a molti scrittori capita di non essere sempre allo stesso livello. Tutti sapete della mia parzialità nei confronti di Conrad, giusto? Ebbene, non ho la minima difficoltà nell’ammettere che Conrad ha scritto anche un certo numero di libri che non si possono descrivere se non come brutti. Parlo delle collaborazioni con Ford Madox Ford – dalla prima all’ultima – e poi di cose come the Golden Arrow, the Rescue et similia. E questi libri brutti non appartengono a una fase particolare della carriera dell’autore: hanno l’aria di capitare ogni tanto. Scrittore disuguale – e per carità, capita. All’uomo che ha scritto Lord Jim sono disposta a perdonare molte cose e a dire che di alcuni titoli non parliamo.

Ma le opere del declino? Di The Siege of Malta si è detto: opera ultima di uno Scott malato e angosciato, abbandonata senza mai tentare di pubblicarla mentre l’autore era ancora in vita. Oppure Weir of Hermiston, che Stevenson scrisse quando era già in pessima salute – ed era intenzionato a farne il suo capolavoro, ma quel che resta non è terribilmente incoraggiante. D’altra parte, è incompiuto, e di conseguenza non è certo come l’autore avrebbe voluto presentarlo al pubblico. Come Edwin Drood, ultima fatica di Dickens… E allora è giusto esporre l’autore colto in un momento in cui non era ancora pronto?  E forse addirittura – come nel caso di Scott – era consapevole di non poterlo più essere?

eneideUn caso estremo è quello dell’Eneide, che Virgilio, morendo, chiese di distruggere perché troppo incompiuta, e poi Augusto la volle vedere pubblicata ugualmente, così com’era. Come Virgilio non avrebbe voluto… Emily Brontë, sentendo la fine vicina, bruciò tutti i suoi manoscritti – cosa che addolorò molto Charlotte, ma forse fu una mossa saggia. Non c’è nessuna certezza che gli amici rispettino i desideri di uno scrittore defunto – figurarsi i posteri! Dubito che Emily conoscesse la storia dell’Eneide, ma di certo conosceva sua sorella, e la sua incapacità di comprendere cose come un desiderio di riservatezza.

Insomma, le opere minori non sono tutte uguali. Ci sono opere di formazione e opere di declino, opere strappate all’oblio, opere pubblicate per accanimento letterario e opere frutto di un cattivo periodo o di un’idea malconsiderata… Oggetti che, per un motivo o per l’altro, orbitano nella penombra, a qualche distanza del centro luminoso dell’artistry di un autore. Confesso di avere spesso un debole per queste anatre zoppe. Mi dico che è solo perché quel che succede dietro le quinte mi interessa quasi più della storia stessa – ma, soprattutto con le opere tarde, incompiute o rifiutate dall’autore, o altrimenti non intese per la pubblicazione, non riesco mai a leggere senza qualche remora – senza l’impressione di fare qualcosa di indiscreto.

 

 

 

Cavalieri di Malta

knights_of_maltaGli Ospitalieri di San Giovanni – in generale meglio conosciuti come Cavalieri di Malta, in narrativa appaiono in diversi colori, ma in genere non godono della nomea nigerrima che affligge altri ordini cavallereschi – primi tra tutti i Templari.

Ci sono pessimi Cavalieri di Malta, come Farnese, governatore dell’isola nell’Ebreo di Malta di JewofMalta.jpgMarlowe – un opportunista machiavellico e fedifrago, cui non pare nulla di brutto non solo vessare gli Ebrei (peccato veniale a fine Cinquecento – ammesso che peccato fosse affatto), ma anche di venir meno alla parola data con estrema facilità. Insomma, se il Barabas eponimo è l’antieroe della tragedia, non è che Farnese ci faccia una gran figura… Oh, d’accordo: nessuno fa una gran figura in questa storia – ma d’altra parte una delle tesi di Marlowe era che in fatto di religioni c’era poco da scegliere e, come si dice con colorita efficacia dalle mie parti, prendi uno e strozza l’altro…

Don_Carlos_Marquis_Posa__500x664_On the other hand, avete presente il Marchese di Posa? L’amico di Don Carlos, quello di animo nobile, fiero e disinteressato, il campione del libero pensiero che si guadagna l’ammirazione e l’affetto dell’algido Re Filippo, quello che alla fine – con più generosità che buon senso, if you ask me – si fa uccidere per salvare il suo amico? Ecco, all’opera di solito lo si dimentica, ma Rodrigo, Marchese di Posa, è un Cavaliere di Malta. Ed è il genere di giovanotto che a diciotto anni lascia gli studi per arrivare a Malta alla vigilia del Grande Assedio, presentandosi come uno “la cui croce è stata comprata, e ora viene a guadagnarsela. E se la guadagna eccome – battendosi valorosamente a Sant’Elmo e, dopo che il forte è perduto ai Turchi e tutti i suoi compagni sono morti, tornando a nuoto sull’isola a portare notizie vitali.

Tutto ciò per dimostrare che di Ospitalieri narrativi ce ne sono di buoni e di cattivi – ma d’altra parte, l’Ordine non aveva Sir Walter Scott a fare cattiva stampa. Ora, Sir Walter Scott può piacere o non piacere, ma non gli si può negare una capacità non comune nel creare miti duraturi. I Malvagi Templari, il Malvagio & Meschino Giovanni Senzaterra, la Guerra delle Due Rose e gli Scozzesi in kilt sono soltanto alcune delle ombre lunghe dei suoi romanzi – di quelle cose che non si sa se volerlo strangolare per i macelli storici che ha combinato, o ammirare la sua capacità di modellare la percezione della storia per secoli a scendere… knightssiege

E quest’uomo pericoloso non nutriva per i Cavalieri di Malta un briciolo dell’antipatia che invece riservava ai Templari. Anzi. Li trovava abbastanza simpatici e ammirevoli da voler dedicare un romanzo al loro exploit più celebre: il Grande Assedio di Malta del 1565. Ora, è vero che è più facile simpatizzare con gli assediati – e questo assedio in particolare fu una di quelle faccende che sembrano fatte apposta per un romanzo: poco più di seimila difensori che ricacciano indietro otto volte tanti Ottomani… Immaginatevi una seconda edizione di Costantinopoli 1453 – però vittoriosa. E in tutto questo i Cavalieri si comportarono bene e pagarono un prezzo piuttosto alto .

Quindi si capisce la simpatia di Scott, che partì con una manciatina di Spagnoli in vari gradi dell’Ordine, poi si spostò nel campo turco, e infine si stancò della storia che stava scrivendo, e virò sulla cronaca dei fatti, disinteressandosi dei suoi personaggi… Poi nel 1832 Scott morì, lasciando un po’ meno di ottantamila parole manoscritte di The Siege of Malta – talmente bruttine che un perplesso esecutore letterario si augurò di non vedere mai pubblicato un romanzo così poco all’altezza della carriera dell’autore.

SiegeSolo che poi si sa come vanno queste cose: un ultimo Scott? Uno Scott inedito? Uno Scott sepolto con il suo autore? E i lettori, allora? E gli studiosi? Tutto sommato, c’è da stupirsi che si sia aspettato il 2008 prima di arrivare a una pubblicazione. Meno sorprendente è il caos che ne seguì, con i filologi che si accapigliavano sulla trascrizione dell’illeggibile manoscritto, i recensori impegnati a dissezionare la qualità tutt’altro che eccelsa dell’insieme, e qualche purista indignato per la speculazione editoriale sugli ultimi sforzi di un autore decaduto. Perché il fatto è che The Siege of Malta non è davvero un granché. Dopo una serie di ictus e indebitato fino al collo, Scott non era più lo scrittore di un tempo, e The Siege, con la sua trama senza capo né coda e i personaggi abbandonati per strada, ha tutta l’aria di risentirne. D’altra parte, Scott si dichiarò soddisfatto del romanzo – ma non fece nessun tentativo di pubblicarlo prima di morire, il che probabilmente è significativo…

Piacevano davvero a Sir Walter Scott questi suoi ultimi personaggi, Don Manuel de Vilheyna, il giovane Francisco e Ramegas? O li aveva lasciati cadere perché dopo tutto non si trovava così bene con i Cavalieri di Malta come aveva creduto dapprincipio? Si sarebbe mai sforzato di finire il romanzo se non fosse stato per tutti i debiti che doveva pagare? Sono di quelle cose che non sapremo più, e forse – forse sarebbe stato davvero giusto e compassionevole lasciare il manoscritto pieno di correzioni là dov’era – chiuso in una biblioteca, nell’ombra di un uomo malato, infelice e smarrito, che aveva avuto il dono di plasmare l’immaginazione dei secoli a venire, e forse sapeva fin troppo bene di averlo perduto.

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