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Consigli A Una Giovane Poetessa

Alla liceale che gli chiedeva quali consigli avrebbe dato a qualcuno di giovane che desiderasse dedicarsi alla poesia, Seamus Heaney ha risposto quattro cose – che, a mio timido avviso, valgono perfettamente anche per la prosa:

In primo luogo leggere. Leggere tanto. Perché leggere risveglia la mente, e perché c’è un genere di felicità nel leggere cose che piacciono, nel trovare ispirazione per sviluppare una voce propria.

E questo ne segue logicamente: sviluppare una voce propria, una voce che renda felici e che spinga a scrivere. Che faccia desiderare di scrivere.

Poi di trovare un po’ di silenzio per scrivere – e di trovarlo spesso. Se si ha intenzione di diventare professionisti, in un modo o nell’altro bisogna trovarlo tutti i giorni, questo silenzio, questa quiete in cui concentrarsi e lavorare.

E infine, un amico o due. Gente con cui condividere l’interesse per la poesia e per i libri, con cui parlare a notte alta, gente con cui scambiare letture, incoraggiamento, critica costruttiva e sogni… Senza prendersi troppo sul serio, per carità. Qualcuno di affine, per tenersi in carreggiata a vicenda.

Perché, dice Heaney, la poesia è una fine combinazione di tecnica e di mistero. Per farne ci vuole una certa quantità di fiducia in se stessi e nel proprio talento, e ci vuole la pazienza d’imparare la tecnica, e ci vuole infinita pratica per affinare, imparare, cogliere l’ispirazione, cesellare. E poi nascondere la fatica certosina della creazione sotto la fluidità dell’opera finita.

È il lavoro di una vita. Un lavoro dannatamente difficile – ma, secondo Seamus Heaney, intessuto di molta felicità. 

Mag 6, 2013 - gente che scrive, Poesia    7 Comments

Pillole

E così è oggi. Tutto finito. Tutto passato – e nel migliore dei modi.

Ad essere sincera, questo post è stato scritto ieri sera – perché mentre leggete qui, in tutta probabilità sto recuperando qualcuna delle innumeri ore di sonno sacrificate alla causa.

E ad essere altrettanto sincera, ieri sera ero troppo stanca per scrivere molto più che qualche pillola, per l’appunto.

Quella stanchezza giubilante che scioglie le ginocchia, invetria lo sguardo e fissa il sorriso in un arco di felice ebetitudine – non so se avete presente.

Perché tutto, tutto, tutto, ma proprio tutto è andato meravigliosamente bene.

Vi racconterò più in dettaglio, ma a titolo di anticipo, sappiate che:

I. Non credevo possibile che il mio grado di adorazione nei confronti di Seamus Heaney lievitasse ancora – e invece è successo.

II. I poeti contemporanei che hanno lavorato sui temi virgiliani – e sull’Eneide in particolare – sono più di quanti se ne immaginino. O quanto meno più di quanti ne immaginassi io. Rosanna Warren è qualcuno che voglio scoprire. E forse anche Allen Tate.

III. Mai, mai, mai sfoggiare un paio di scarpe con la prospettiva di molte ore in piedi e/o una camminata.

IV. Ted Hughes decise di studiare antropologia e poi diventò il poeta che conosciamo dopo un sogno ai limiti del melodrammatico, con volpi parlanti e macchie di sangue.

V. L’attuale presidente della repubblica irlandese è un poeta. Ed è un ottimo presidente.

VI. Trovarsi in autostrada sotto una grandinata dai chicchi grandi come uova è un nonnulla allarmante.

VII. Duecento studenti che ascoltano per due ore in rapito silenzio sono una vista che fa bene al cuore. Heaney, con la sua meravigliosa chiacchierata sulla poesia, li ha stregati, catturati, commossi e trascinati.

VIII. Si direbbe che la poesia mantenga lo spirito elastico e indistruttibile. Non c’è praticamente nulla da cui Heaney – classe ’39 – si tiri indietro o si lasci sconcertare.

IX. Magari per essere la moglie di un grande poeta non sono indispensabili vaste dosi di pazienza, intelligenza, sense of humour, discrezione e determinazione – però di sicuro aiutano.

X. Con un poeta si può discutere a lungo e meravigliosamente sul significato e la ragione di un trattino. Un trattino.

XI. On a different note, gli implumi mi hanno sorpresa una volta di più, e il Burbero Benefico anziché il bathos che temevo, ha finito con l’essere una deliziosa, ingenua postilla alle mie tre meravigliose giornate.

XII. Quando dicevo che sarei stata contenta una volta arrivata a domenica sera… be’, non è che mentissi – ma di sicuro non dicevo tutta la verità. Mi mancheranno i miei irlandesi, ma anche le corse, i ritmi forsennati e la qualità fiammeggiante degli ultimi tre giorni.

XII e mezzo. Non ho più tonsille. Nemmeno una briciola.

Ecco, dodici e mezzo è un buon numero. Credo che per adesso possa bastare. Come si diceva un tempo a chiusura dei telegrammi: seguiranno notizie.

Mag 2, 2013 - gente che scrive, Poesia    No Comments

Heaney A Virgilio, Heaney & Virgilio

seamus heaney, virgilio, bann valley eclogueSeamus Heaney torna a Mantova – e per la precisione torna a Virgilio.

Ci torna per incontrare gli studenti dei Licei, sabato mattina – e dite se non è un’occasione straordinaria per questi ragazzi, che non solo lo ascolteranno parlare di Poetrty Stories – the Strange and the Familiar, ma avranno anche modo di rivolgergli delle domande e di interagire con lui…

E poi domenica Heaney incontrerà il pubblico generale all’AvisPark di Cerese per una conferenza a tre su Virgilio nella poesia contemporanea, insieme a Pietro Andreotti di Alias e a Giorgio Bernardi Perini dell’Accademia Nazionale Virgiliana. E sarà anche l’occasione per presentare Seamus Heaney – Virgilio nella Bann Valley, bel librino di traduzioni e saggi cui ho collaborato anch’io.

E adesso indovinate: chi sarà l’interprete di Heaney in queste intense giornate?

Ebbene sì, o Lettori: c’est moi.

Dire che sono elettrizzata è sottovalutare la situazione in grande stile…

Ci vediamo, se siete nei paraggi e se vi va di sentir parlare uno dei grandi poeti del nostro tempo, domenica mattina alle dieci a Cerese.

L’invito in PDF – con tanto di cartina – lo trovate qui.

Invito1.JPG

Agatha & C. All’Indice

Davvero non so come mi sia potuto sfuggire – o forse lo so: gl’implumi delle mie tre classi si divertono un mondo quando, dopo ogni lezione, con micidiale infallibilità, si rende necessario rincorrermi per i corridoi perchè ho dimenticato in aula la cartella, la borsa, il computer, il giaccone o qualche scartafaccio assortito…

E non ho nemmeno quarant’anni. Che ne sarà di me quando ne avrò ottanta?

Oh well, non divaghiamo. Il punto è che quasi un mese fa è uscito il mio articolo sulle gialliste inglesi della Golden Age su L’Indice Online.

Christie, Sayers, Tey, Allingham, Heyer, Marsh… tutte quelle signore che scrivevano di delitti, e i loro detective di buona famiglia – una sorta di club per soli uomini, se non fosse per Miss Marple…

Ad ogni modo, seppur con ritardo, vi segnalo che l’articolo si trova qui.

Vi va di dargli un’occhiata?

E Il Pescatore Alla Sua Ninfa

john donne, the bait, christopher marlowe, walter raleighC’è gente da cui magari non te lo aspetti, perché per la maggior parte del tempo te ne parlano come de IL poeta metafisico, autore di poesia religiosa, sermoni, elegie, difese del suicidio, traduzioni dal Latino, epigrammi et multa caetera – tutta roba seria. E per di più, ti dicono, è un criptocattolico che poi diventa sacerdote anglicano. Oppure forse un pochino potresti aspettartelo, perché in realtà, tra una roba seria e l’altra, questa gente ha scritto carretate di satire, canzoni e poesia d’amore a forte carica erotica – solo che questo a scuola non te l’hanno mai detto.

Per cui sì, forse te lo potresti anche aspettare, ma resta il fatto che il nome di questa gente è legato a tutt’altro – ai suicidi, e ai Gesuiti, e a nessun uomo è un’isola, e a per chi suona la campana… non certo agli idilli ittico-pastorali.

Per cui è con un certo divertimento che scopri un’ulteriore – ed acquatica – risposta al pastorello marloviano e alla ninfa di Rale(i)gh, ad opera del metafisico reverendo John Donne*:

The Bait

Come live with me, and be my love,
And we will some new pleasures prove
Of golden sands, and crystal brooks,
With silken lines, and silver hooks.

 

There will the river whispering run
Warm’d by thy eyes, more than the sun;
And there the ‘enamour’d fish will stay,
Begging themselves they may betray.

 

When thou wilt swim in that live bath,
Each fish, which every channel hath,
Will amorously to thee swim,
Gladder to catch thee, than thou him.

 

If thou, to be so seen, be’st loth,
By sun or moon, thou dark’nest both,
And if myself have leave to see,
I need not their light having thee.

 

Let others freeze with angling reeds,
And cut their legs with shells and weeds,
Or treacherously poor fish beset,
With strangling snare, or windowy net.

 

Let coarse bold hands from slimy nest
The bedded fish in banks out-wrest;
Or curious traitors, sleeve-silk flies,
Bewitch poor fishes’ wand’ring eyes.

 

For thee, thou need’st no such deceit,
For thou thyself art thine own bait:
That fish, that is not catch’d thereby,
Alas, is wiser far than I.
 
Come al solito, vi tocca la mia traduzione al volo:
 
L’Esca

Vieni a vivere con me e sii l’amor mio,
E proverem  delle delizie nuove
Di sabbie d’oro e rivi di cristallo;
Lenze di seta e begli ami d’argento.

E là sussurrerà scorrendo il fiume,
Caldo degli occhi tuoi ancor più che del sole;
E là dimoreran rapiti i pesci,
Di potersi tradire supplicando.

Quando ti bagnerai  in quell’acqua viva,
Ogni pesce per ogni liquida via
Ti raggiungerà nuotando amoroso,
Più lieto di trovarti che tu di pescar lui.

Se sei ritrosa d’esser vista
Da sole o luna, entrambi oscura,
Che, se ho licenza di guardare,
Ho te e non voglio la lor luce.

Stian altri al freddo con le canne da pesca,
A ferirsi con conchiglie ed alghe,
O a far la posta a tradimento ai pesci,
Strozzarli nelle trappole, acchiapparli nelle reti,

Con mani rudi, dai nidi fangosi
A strappare i pesci ascosi sotto riva;
O con le mosche di seta traditrici,
Ad ammaliare i pesci sventurati.

Ma tu, di tale inganno tu non hai bisogno,
Chè tu, tu stessa la tua esca sei,
E dal pesce che così sfugge alla cattura,
Di me è assai più saggio, ahimè.
 

Verrebbe da dire che i pescatorelli siano più… er, pratici dei pastorelli, vero? E di sicuro non fanno promesse di lungo periodo. Mi piacerebbe veder rispondere la ninfa… Chissà se anche Donne ha avuto il suo Rale(i)gh? 

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* Sì, ok: il ritratto è di prima che diventasse reverendo e metafisico.

L’Uomo Di Zenda

anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceDomani, Mesdames et Messieurs, sarebbe il centocinquantesimo compleanno di Anthony Hope.

Centocinquantesimo, sì. Avete letto bene – ma non allarmatevi. E non allarmatevi nemmeno nello scoprire che a luglio cadrà l’ottantesimo anniversario della morte di Hope… Questo è in effetti un anno hopiano quanto è possibile esserlo, ma davvero, non è necessario che vi allarmiate: un pochino di Hope forse ve lo infliggerò, qua e là, ma nulla di paragonabile alle dosi di Dickens che vi siete sorbiti l’anno passato…

Anche perché, a parte tutto il resto, Hope non è Dickens.

Non perché non ci abbia provato, sia chiaro: gentiluomo di famiglia ecclesiastico-accademico-intellettuale, educato a Oxford e avvocato, Hope in vita sua scrisse… boh, una trentina di romanzi, un buon numero di racconti e, da solo o in compagnia, un diluvio di drammi – qualcuno originale, qualcuno adattato dai suoi lavori. E fu anche estremamente celebre su entrambi i lati della Tinozza, ai suoi tempi, e baronetto, e presidente della Society of Authors

E adesso noi lo ricordiamo soltanto per due titoli – anzi no, mi correggo: per un titolo. E mi correggo ancora: ad ovest della Manica la faccenda è diversa, ma qui lo ricordiamo (quando lo ricordiamo affatto) per il film tratto da uno dei suoi libri: Il Prigioniero di Zenda.anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romance

Per alzata di mano: chi ha visto IPdZ, versione 1952, con Stewart Granger, Deborah Kerr e (sigh) James Mason? Andiamo: technicolor abbacinante, uniformi piene di alamari, incoronazioni, duelli, intrighi, salvataggi dell’undicesima ora, algide principesse dai capelli rossi e avventuriere brune… Non è la versione cinematografica migliore, ma di sicuro è la più celebre… davvero non l’avete visto? No? Oh.

Be’, se l’aveste visto, avreste potuto divertirvi alla pittoresca improbabilità e a una certa tendenza a masticare lo scenario e poi, anni più tardi, in una libreria londinese, avreste potuto scoprire con qualche sorpresa che il film è tratto da un libro. Un libro molto divertente, pieno di scambi d’identità e intrighi di corte in un immaginario staterello mitteleuropeo… E dopo averlo letto, avreste scoperto l’esistenza di un seguito dedicato all’affascinante vilain Rupert von Hentzau – e avreste potuto leggere anche quello, sempre in una piccola edizione Penguin, dotata di abbastanza introduzione da scoprire che Sir Anthony Hope, anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceoltre a scrivere eccellenti piccole avventure, aveva creato un genere. Perché c’è un nome per tutto quel che si ambienta in uno staterello immaginario in età contemporanea (ma non solo, o almeno non troppo rigorosamente) – e questo nome è, Mesdames et Messieurs, Ruritanian Romance*.

Per cui, ecco dove risiede l’immortalità di Hope – be’, quella fettina d’immortalità che gli spetta: nella geografia immaginaria che attraversa la narrativa di genere, e di cui Zenda è la capitale, dal (pre-Zenda) Grunewald di Stevenson alla Laurania di Churchill**, dalla Zembla di Nabokov al Graustark di McCutcheon, fino alla Syldavia di Tin Tin e alla Latveria dei Fumetti Marvel, passando per un diluvio di imitazioni, parodie, deviazioni digressioni cinematografiche. Avete presente, che so, Il Ruggito del Topo, in cui la squattrinata Granduchessa Gloriana, interpretata da Peter Sellers, decide di dichiarare guerra agli Stati Uniti, tanto per fare un po’ di cassa? Il Ruritarian Express fa un sacco di fermate – e qualcuna in regioni improbabili.anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romance

Ed essendo praticamente cresciuta in Ruritania senza saperlo***, sento un debito di gratitudine nei confronti di di Sir Anthony, cui dobbiamo il più pittoresco e bel nome che categoria narrativa abbia mai avuto****. È vero, tutto l’armamentario potrebbe anche chiamarsi political fantasy, ma volete mettere?

A questo punto, semmai voleste leggere qualcosa, fate una capatina alla relativa pagina del Project Gutenberg, e ci troverete parecchio – incluso, naturalmente The Prisoner of Zenda. In Inglese, si capisce, ma che volete farci?

E poi vi segnalo questo bizzarro sito chiamato The Ruritanian Resistance, dove si trova un po’ di tutto, comprese vecchie foto di scena, illustrazioni riprodotte e informazioni su qualcuno dei numerosi adattamenti cinematografici.

anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceRoger Lancelyn Green ha scritto – un nonnulla acidamente – che Hope era un dilettante di prima classe, ma un mediocre autore di professione. Mah… sarà – e tuttavia il giudizio mi sa tanto di genre-snobbishness: dubito molto che Hope abbia mai preteso di essere un Sacerdote delle Arti, ma è riuscito a vivere agiatamente della sua scrittura, ha scritto, pubblicato e messo in scena parecchio e con successo, si è lasciato dietro almeno un titolo amatissimo, lettissimo, tradottissimo, imitatissimo, parodiatissimo, sceneggiatissimo e rappresentatissimo, e ha, se non proprio creato, dato forma a un genere. Non so immaginale molte carriere più professionali di così.

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* E adesso, per favore, non levate il sopracciglio: ne abbiamo già parlato, ma “romance” non è sinonimo di “romanzo rosa”. È una questione di pittoresco romanticizzato, non di fiori d’arancio all’ultima pagina.

** Sì, Winston Churchill. No, really.

*** M., magari non te ne ricordi, ma io sì: mi ricordo del pomeriggio di trent’anni fa in cui hai cercato di ribellarti mentre giocavamo con le bambole e io dirottavo l’ennesima trama in una direzione che non sapevo essere quella della Ruritania… Tu hai tentato di ribellarti, ma io avevo un anno di più ed ero prepotente… “Se non vuoi, non occorre che i tuoi personaggi partecipino al colpo di stato,” ho concesso – e siamo andate avanti per la mia strada. A trent’anni di distanza, M., puoi perdonarmi?

**** Be’, poi naturalmente gli dobbiamo Rupert von Hentzau. Che posso dire? Non sono necessariamente vulnerabile al fascino del Cattivo Ragazzo, ma Rupert è un’altra cosa. Rupert è persino entrato a pieno titolo nel Rimembranzese – che è la lingua ufficiale di casa mia: quando qualcuno fa del suo deliberato meglio per essere indisponente, si dice che sta facendo Rupert. “Stop playing Rupert, will you?” E col tempo si è evoluto anche in un verbo: “Piantala di rupertare/rupertarmi”, o… “Stop ruperting (me)!”

Bicentenario Dickensiano – Sipario

charles dickens, bicentenario dickensiano, senza errori di stumpa, conferenze, bicentennial chapbookLo so, lo so: non ne potete più di me che mi diffondo su Dickens…Ma la bella notizia è che questo è l’ultimo post del Bicentenario.

Contenti?

No, sul serio. Volevo ricapitolare un pochino il mio anno dickensiano, che è stato abbastanza intenso.

Ho cominciato con una lezione intitolata Una Vita da Romanzo: omaggio a Charles Dickens nel bicentenario della nascita, per la Libera Università del Gonzaghese. D’accordo, era ancora il novembre dell’Undici e quindi, a rigor di logica, non era ancora Bicentenario, ma la faccenda faceva parte dell’Anno Accademico 2011-2012 e comunque direi che il titolo era inequivocabile – per cui ho deciso che conta.

A marzo è stata la volta di Fuliggine e Nebbia: la Londra cupa di Charles Dickens, presso il Circolo dei Lettori di Levata (MN) – occasione resa notevole dal fatto che la chiacchierata è durata quasi il doppio del previsto. E no, niente sforamenti epici, solo una di quelle felici occasioni in cui il pubblico ha treni merci di domande. charles dickens, bicentenario dickensiano, senza errori di stumpa, conferenze, bicentennial chapbook

Poi c’è stato, per diversi mesi, il laboratorio didattico “Raccontami Un Romanzo”, con le classi terze della scuola media di Roncoferraro. Una settantina di fanciulli guidati alla scoperta di Oliver Twist e de Le Due Città, dell’autore, del mondo in cui si svolgeva ciascun romanzo e del rapporto tra i romanzi e i film che ne sono stati tratti. Esperienza interessante, come spesso capita con i fanciulli… Ne ho scritto qui in corso d’opera e qui a giochi fatti.

Dopodiché pare che nessuno voglia Dickens d’estate, ma in autunno abbiamo ricominciato sul serio.

Abcharles dickens, bicentenario dickensiano, senza errori di stumpa, conferenze, bicentennial chapbookbiamo ricominciato a ottobre al Festival della Letteratura di Nogara con Di Fuoco & d’Acqua: Le Rivoluzioni di Dickens, una chiacchierata su Barnaby Rudge e Le Due Città, e il Dickens leggermente diverso che emerge dalla lettura dei suoi due romanzi storici.

Poi, probabilmente a riprova del fatto che nutro una malsana ossessione nei confronti di A Tale of Two Cities, ha preso il via la lettura (pressoché) integrale de Le Due Città che, in collaborazione con Mario Artioli, sto curando per l’Università della Terza Età di Mantova. La lettura è ancora in corso – seppure sospesa al momento per Natale incombente – e, se tutto va bene*, dovrebbe durare fino ad aprile. Se n’era parlato qui.

E per chiudere, non poteva mancare A Christmas Carol, e infatti non è mancato: lunedì scorso ho introdotto la serata dickensiana dell’Accademia Campogalliani al Teatrino D’Arco, con una piccola chiacchierata su L’Uomo che creò il Natale, come si era detto qui

E naturalmente, non è come se nel corso dell’anno non ci avessi postato su…

Bicentenario Dickensiano è una specie di dichiarazione d’intenti, col merito di contenere il link a un cotillon dickensiano chiamato A Bicentennial Chapbook – che contiene Fuliggine e Nebbia**, una sitografia e un raccontino.

Dickens ad Uso dei Fanciulli è un piccolo rant sul trattamento editoriale e scolastico inflitto a Dickens in Italia.

I Padri di Dickens e Le Ragazze di Dickens sono esattamente quel che c’è scritto sulla scatola: quattro chiacchiere su due tipologie di personaggi onnipresenti.

Canto di Natale è una (vecchia) considerazione un nonnulla cinica sul classico natalizio più classico di tutti…

E adesso abbiamo – con una piccola, piccolissima eccezione: un link a un sito favoloso, che vi passo lunedì – abbiamo finito. Questo non significa che non posterò mai più su Dickens (e se avete contezza di un gruppo di lettura, biblioteca, scuola, università della terza età o altro raggruppamento umano che possa essere interessato alle conferenze che ho elencato, sapete dove trovarmi), ma per ora il sipario si chiude sulla mia personale versione del Bicentenario Dickensiano.

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* Sì, se non succedono cose tipo la fine del mondo oggi…

** Ovvero, la Londra Cupa di Charles Dickens. Originariamente parte de “Gli Scrittori e le Città”, una serie di conferenze che comprende anche la Parigi di Dumas, la Vienna di Joseph Roth, la Londra (again!) di Virginia Woolf e la Edimburgo di Stevenson.

Dic 12, 2012 - gente che scrive, Natale    9 Comments

Cosa Regalare A Uno Scrittore

3155626-67825-christmas-tree-and-santa-bag-with-gifts-vector-illustration.jpgVoi non avete idea di quanta gente arrivi a SEdS cercando lumi su che cosa regalare a uno scrittore. Per cui, lasciate che riproponga un post in materia, vecchio di tre anni, riveduto e corretto un pochino, con qualche aggiunta qua e là…

E dunque, dagli archivi di Senza Errori di Stumpa, ecco a voi…

Come Fare Felice Uno Scrittore – Edizione 2012

Essendo domani Santa Lucia, parliamo di regali e regalini.

“Che cosa si regala a uno scrittore?” mi domanda E. E’ possibile che questa sia in realtà una manovra poco sottile per scoprire che cosa vorrei sotto l’albero, ma forse a E. interesserà sapere che uno scrittore è un tipo di animale che, avendo ricevuto una domanda del genere, per prima cosa ci fa un post.

Allora, vediamo un po’. Come rendere felice uno scrittore/aspirante scrittore (o, for that matter, un lettore) la sera del 24?

Taccuini. Magari di quelli con lo spazio per una penna, ma piccoli, da tenere in borsetta o in tasca, da portarsi sempre dietro, ma proprio sempre, perché non si sa mai quando si vorrà prendere nota di qualcosa. La scelta è infinita, dal classico taccuino Moleskine ai Paperblanks che riproducono rilegature antiche, ai quadernini minimalisti Ikea… Ha anche il vantaggio di essere uno di quei regali dove fare un doppione non conta, perché di questi arnesi, lo scrittore medio ne consuma a bizzeffe.

Cancelleria. Con giudizio, e premurandosi di conoscere preventivamente il metodo del destinatario: una scatola intera di biro blu confezionata con cura è molto benaugurante per chi scrive tutte le sue prime stesure a mano. Per gli aficionados della tastiera, però, meglio un mousepad a tema. Una volta, durante un periodo di sconforto, ho ricevuto una scatola: dentro c’erano un bel po’ di biro e una risma di carta, sul cui primo foglio il donatore si era premurato di stampare un’ipotetica copertina del romanzo in cui ero impantanata. Avevo apprezzato molto. Un caveat: la penna elegante, questo classico tra i regali, non è sempre la migliore delle idee. Chi scrive con una penna speciale, probabilmente la penna speciale ce l’ha già, mentre la maggior parte degli amanuensi usa biro, roller o matite di largo consumo.

Mugs. Ovvero quelle tazzone alte con il manico. Potrei dire che è un dato di fatto: gli scrittori fanno le ore piccole e si sostentano a tè e caffè lungo; oppure potrei dire che è un fatto: gli scrittori scrivono nelle soffitte, dove fa freddo, e una bella tazzona fumante serve a scaldarsi le mani ogni tanto… Ma siamo onesti, il fatto è che il mug fumante accanto alla tastiera/quaderno/pila di fogli fa tanto, tanto, ma proprio tanto scrittore all’opera. Che ne esistano tante a tema è senz’altro d’aiuto.

Penne colorate. O pennarelli. O matite. Per sottolineare le fotocopie degli articoli, per cercar di chiarire il tortuosissimo schema del XXXII capitolo, per codificare gli interventi necessari in fase di revisione (verde: sono così felice di essere la persona che ha scritto questo paragrafo; giallo: a cosa stavo pensando quando ho scritto ciò?; arancione: urge energico intervento; le sfumature di rosso vanno dal disastro al macello, alla catastrofe, all’apocalisse, a come-ho-mai-potuto-pensare-di-avere-un-briciolo-di-talento?), per disegnarsi luoghi e personaggi se si è abbastanza bravi. Ad ogni modo, lo scrittore medio ama le penne colorate. Come le Stabilo Pen 68, che esistono a punta media e punta fine, e in una cinquantina di colori.

Writing Software. C’è di tutto un po’. Ci sono editor di testo/gestione progetti a prezzi ragionevoli (20-40 $): Writer’s Cafè, molto colorato, con pretese di stile e una quantità di funzioni, compresi i suggerimenti giornalieri, una vasta scelta di esercizi di scrittura, un sistema di brainstorming, un sistema di importazione, raccolta e archiviazione di materiale (foto comprese), un diario/agenda, un generatore di nomi e una funzione di progettazione “Storylines”, oppure Liquid Story Binder (per PC) o Scrivener. Questi sono strumenti di lavoro, buoni per organizzarsi e tenere a portata di mano il materiale. Per chi vuole qualcosa di più didattico, c’è il celebre Dramatica Pro, che costa un’ira e consente di sviluppare personaggi, archi narrativi, trama e sottotrame, ambientazioni, dialoghi, ritmo e passo tramite una serie di strumenti molto sofisticati. Un po’ meno costoso è Write Pro, di Sol Stein (celebre autore di manuali di scrittura creativa), che però è a mezza via tra un software e un corso. Il che ci porta a…

Corsi di scrittura. Qui bisogna essere certi che il destinatario non prenderà il regalo come un apprezzamento poco lusinghiero. In un mondo ideale, tutti gli scrittori sarebbero gente matura, umile e seria, sempre ansiosa d’imparare e perfezionare la propria arte… essendo il mondo quello che è, siate ben sicuri di non provocare incidenti diplomatici, prima di regalare uno di questi. Detto questo, la scuola di scrittura più celebre d’Italia è la Scuola Holden di Torino, che offre una scelta di corsi, laboratori e seminari, da seguirsi in loco oppure online. Naturalmente non parlo tanto del (costoso) biennio di Scrittura&Storytelling, quanto dei corsi brevi, dei weekend di scrittura, dei corsi di narrativa o sceneggiatura online, o magari dell’accesso ai servizi editoriali… c’è un po’ di tutto, per chi è in vena di un regalo importante. Per chi conosce bene l’Inglese, ho già parlato di più di una volta di Holly Lisle, ma potrei citare anche il celebre Gotham Writers Workshop, il cui materiale si trova anche tradotto in italiano in forma di manuale di scrittura.

Dizionari. Non troverete molte altre categorie disposte ad andare in estasi per un dizionario. E non dico il vocabolario italiano (quello deve già averlo, deve averne più d’uno, sennò non è uno scrittore!), ma di tutte le meraviglie come dizionari ragionati dei sinonimi e dei contrari, dizionari idiomatici, dizionari tecnici, glossari specifici, dizionari storici, cronologie complete, atlanti storici, dizionari scientifici, dizionari visuali, repertori, libri di terminologia… non c’è argomento che non abbia la sua quantità di dizionari, è solo questione di cercare. E da questo segue logicamente, last but not least…

Libri. E qui, che posso dire? Un’edizione preziosa di un autore molto amato, un manuale di scrittura, un libro che a voi è rimasto nel cuore e vorreste tanto condividere, l’ultimo bestseller da analizzare riga per riga, un saggio su quel certo argomento, immagini di quel dato posto… Non c’è limite alle possibilità, e non c’è libro che uno scrittore non sia, in un modo o nell’altro, interessato a leggere. E ancora: se il vostro scrittore parla/vuole imparare/vuole perfezionare una lingua, provate con un libro in lingua originale del suo scrittore preferito, anche se l’ha già letto in Italiano. Di alcuni classici si trovano persino delle versioni abbreviate e/o semplificate.  Da un lato è un magnifico modo per fare pratica della lingua in questione, e dall’altro la differenza tra l’originale e una traduzione, per quanto buona, è sempre un’esperienza che vale la pena di essere fatta, certe volte ai limiti della folgorazione. Ci sono regali peggiori di un’esperienza letteraria, direi. Naturalmente, oggidì tutto questo si può fare anche in versione elettronica, il che ci porta a…

Cose Digitali. E-reader, in primo luogo – ma si tratta di un regalo impegnativo, e prima di imbarcarcisi è bene conoscere intenzioni, preferenze e aspettative del destinatario. E se poi il destinatario un e-reader ce l’ha già, ci sono un sacco di possibilità: ebooks, naturalmente, ma anche accessori come lucette o custodie. Ma se il vostro scrittore non è digitalizzato, ci sono sempre…

Segnalibri ed Ex-libris. Sui primi non c’è molto da dire, sono un pensierino sempre gradito. I secondi esistono in varie forme. Ci sono le etichette di carta, vendute a pacchetti, più o meno elaborate, più o meno personalizzate. Una possibilità un po’ più costosa ma più definitiva sono i timbri di gomma. Anche questi si trovano “generici” oppure si possono far personalizzare, magari scegliendo non soltanto il nome del proprietario, ma anche l’immagine. Una terza alternativa è quell’arnese che consente d’imprimere a secco un’iniziale o una sigla su frontespizi e carta da lettera. Meno ovvio, ma classy

Bizzarrie & Eccentricità Varie Assortite. Perché siamo sinceri, allo scrittore medio non dispiacerà affatto ricevere un regalo lievemente eccentrico, che lo distingua dalla popolazione generale dei destinatari di regali. Un regalo da scrittore. E allora non posso non segnalare cose come la maglietta** “Careful or you’ll end up in my novel“, la maglietta** “Unreliable Narrator“, la tazzona “Go away, I’m writing“, la sciarpa fatta di lettere maiuscole e le matite della Bodleian Library, tutti disponibili su questo sito. Oppure c’è quest’altro posto, dove, oltre alla cancelleria e agli orecchini, potere procurarvi persino uno Shakespeare, una Jane Austen o un Oscar Wilde di pezza…

Ecco qui. Poi tutto è relativo, ma di sicuro c’è qualcosa cui queste bizzarre creature non sanno resistere (come dicevano in quel documentario della BBC in cui Gerald Durrel attirava allo scoperto un echidna con un pezzo di formaggio), ed è mostrare che considerate la loro scrittura una parte integrante della loro vita e della loro personalità: un tratto fondamentale, che vale la pena di prendere in considerazione nella scelta dei regali natalizi. A parte la fatidica domanda “che cosa stai scrivendo?” non c’è mezzo più sicuro per far felice un echidna, a Natale o in altre stagioni.

Uno scrittore: volevo dire uno scrittore, of course!

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* Controllate il blog del vostro scrittore, non è affatto improbabile che abbia una wish list su Amazon o altrove, il che semplifica notevolmente le cose e rende un tantino ridondante questo post.

Who Is Who

Se avete mai presentato un libro, odds are che qualcuno, quando il vostro relatore ha sollecitato le domande del pubblico, ve l’abbia chiesto: Quanto C’è Del Tuo Vissuto In Questo Libro? Maiuscole non casuali, perché questa, in questa forma o in qualche variazione, sembra essere La Domanda. Why, magari non c’è nemmeno bisogno che venga dalla platea, magari ve l’ha posta il relatore.

E voi, a dire il vero, vi siete mordicchiati il labbro inferiore e avete ingoiato un sospiro, e vi siete silenziosamente chiesti perché, perché, perché diavolo lo vogliono sapere. Che importa? Che cambia? È una storia, dammit, non possono apprezzarla senza sapere che è basata su un incidente della vostra infanzia, o su nulla in particolare?

Poi vi siete detti che, se non altro, siete in buona compagnia e avete risposto con la necessaria buona grazia.

Perché sì, siete in buona compagnia. In ottima compagnia, se ci pensate: tutte quelle prefazioni, quegli articoli, quei tomi in cui biografi, critici e psicanalisti si affannano a dissezionare Jane Eyre, Casa Desolata, Camera con Vista, Grandi Speranze, Circolo o La Musa Tragica o qualsiasi altro romanzo a caccia di elementi autobiografici… E magari vi è anche piaciuto scoprire che tutti i protagonisti maschili di Charlotte Brontë sono basati sul professore belga di cui si era innamorata infelicemente. Per cui, in fondo, chi siete voi per andare immuni dalla Domanda?

L’umanità, a quanto pare, non solo è insaziabile in fatto di storie, ma vuole anche sapere che cosa c’è di vero.

E voi in realtà continuate a domandarvelo: che diamine cambia, in realtà? Che importa, ai fini del romanzo, se Lord Jim sia basato su Rajah Brooke o su Stephen Crane – o su una combinazione di entrambi?

Sì, ok: Jim si costruisce a Patusan un regno de facto alla maniera di Sarawak – ma più ufficioso e più tragico – e l’affetto tra protettivo, amarognolo ed esasperato di Marlow nei confronti di Jim può rispecchiare il rapporto tra Conrad e il più giovane e tormentato Crane.

Ma poi, se cercate con sufficiente pazienza*, v’imbatterete in articoli che individuano the real life Jim in gente come Jim Lingard, altro rajah bianco non ufficiale, che vestiva sempre di bianco e i suoi indigeni chiamavano Tuan Jim. O in Augustine Williams, ufficiale mercantile di buona famiglia che si rovinò la carriera abbandonando un piroscafo carico di pellegrini – e il piroscafo non affondò affatto… E d’altra parte, basta una capatina su Wiki per scoprire che Conrad decise di voler andare per mare a sedici anni, fuori dal blu e sulla solida base dei romanzi d’avventura.

Tutto molto interessante – fino a quando il saggista/biografo/critico/psicanalista non comincia a insistere di avere trovato il vero Jim. E no, perbacco: Brooke può avere fornito Patusan, e senz’altro i guai di Williams sono serviti da base per l’incidente del Patna, in particolare all’inizio, quando Conrad intendeva farne solo un racconto breve, o al massimo una novella. Ed è difficile negare che Lingard, Crane e Conrad stesso entrino nella caratterizzazione di Jim, ma il fatto è che il vero Jim è quello del romanzo, quello di carta e inchiostro, quello che ha pensieri, reazioni, paure e debolezze così umane e reali eppure non invecchia mai.

C’è una pagina di una stesura precedente, in cui Marlow descrive Jim ritrovato a Patusan, un po’ appesantito, con qualche ruga attorno agli occhi, un po’ meno immacolato ed elegante…

Poi però, nella versione definitiva, Conrad ha cassato questo passaggio. Per noi lettori è necessario che, dopo anni di fughe, tormenti, fatica e clima tropicale, Jim sia ancora impossibilmente giovane come a pagina 1. È, se ci badate, l’Autore che ci dice come il vero Jim non sia una persona reale da cercare sull’Enciclopedia Britannica o negli annuari della Marina Mercantile, ma un personaggio letterario, una creazione artistica, un simbolo complesso e stilizzato al tempo stesso.

E non dovrebbe importare quanto c’è del Vissuto dell’Autore – salvo il fatto che il messaggio** diventa più chiaro e più rilevante quando andiamo a spulciare tra le stesure, alla luce dei dubbi e delle decisioni dell’autore stesso…

Perché alla fin fine, la storia funziona lo stesso, ed è amaramente bella lo stesso, ma si direbbe che sia nella nostra natura voler sapere, se non proprio che cosa c’è di vero, almeno che cosa c’è dietro.

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* A dire il vero, con sufficiente pazienza, troverete anche un’interpretazione freudiana secondo cui nel non-naufragio del Patna Conrad sta esorcizzando la morte precoce di sua madre… Per cui, sappiatelo, il Patna resta a galla non perché altrimenti la storia non funzionerebbe, ma perché il piccolo Konrad si era sentito tradito dalla sua mamma tisica, e vuole drammatizzare l’evento – ma con un finale diverso, catartico e consolatorio al tempo stesso. Yes, well.

** Non il Messaggio, scampi&liberi. Questo specifico messaggio.

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