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Pecore Nere Reggenza

Oggi parliamo di epoca Regency, ma dimenticatevi di Jane Austen, delle quadriglie nei salotti e delle buone maniere. Oggi parliamo dei giorni in cui scrivere un romanzo gotico voleva dire stravendere e rovinarsi socialmente in un sol colpo. Oggi parliamo di scandali, vendette e cose truci.

Sapete che, nel secondo Settecento, sull’Isoletta esplode un’epidemia di passione gotica. Se non son rovine medievali, non le vogliamo – e che siano diroccate, coperte d’edera, isolate in mezzo alle brughiere ventose e infestate da fantasmi di assassini e vittime, thank you very much.

Però diventò presto chiaro che di romanzi gotici ce n’erano due tipi: quelli rispettabili e gli altri. 

lady caroline lamb, glenarvon, byron, the monk, matthew gregory lewisDa un lato c’era gente come Walpole – babbo ideale del genere con il suo Castle of Otranto e talmente preso dalle medievalitudini da ristrutturarsi la magione in uno stile pseudogotico di rara bruttezza; o come Mrs. Radcliffe, col suo soprannaturale razionalizzato e con le sue eroine impossibilmente virtuose e belle. Un conte di Oxford e una placida signora borghese – gente  raccomandabile, a parte questo eccentrico penchant per le storiellone ambientate nei manieri: i loro romanzi si leggevano con colpevole piacere, con affettazione di divertita superiorità oppure, nel caso degli animi eccitabili, si divoravano con fanatico ardore.

Diciamo che Mrs. Radcliffe era una specie di Stephenie Meyer in versione Reggenza… Con tanto di parodie al seguito, se considerate Northanger Abbey di Jane Austen – e i guai che l’ossessione udolphiana di Catherine non provoca per miracolo.

lady caroline lamb, glenarvon, byron, the monk, matthew gregory lewisMa nel 1796, ecco salire alla ribalta Mattew Gregory “Monk” Lewis, diplomatico diciannovenne che, per vincere la noia della sua prima posizione di attaché dell’ambasciate inglese all’Aja, scrisse in dieci settimane Ambrosio, or The Monk. Trattasi di un truce romanzone pieno di monaci traviati, agnizioni, stupri, badesse assassine, tanto pregiudizio anticattolico da verniciarci il ponte di Verrazzano in tre mani, streghe travestite da novizi, avvelenamenti, incesti, passaggi segreti, infanticidi, fantasmi veri o presunti, carrozze guaste, diavoli, tortura, la Santa Inquisizione – e di sicuro dimentico qualcosa – il tutto narrato assai sopra le righe, in tanto grafico e morboso dettaglio quanto se ne poteva volere all’epoca – and then some.

Probabilmente tutto ciò non depone granché a favore delle attrattive dell’Aja, ma non è difficile immaginare che cosa accadde in Inghilterra. Sensazione, vendite stellari, scandalo, rapido esaurimento di numerose ristampe…

lady caroline lamb, glenarvon, byron, the monk, matthew gregory lewisIl romanzo era uscito in forma anonima – Lewis aveva avuto tanto buon senso da sospettare che una notorietà letteraria di quel tipo non fosse quel che ci voleva per promuovere una carriera come civil servant, ma dopo il successo gettò ogni cautela al vento e, nel ’97, firmò la seconda e la terza edizione con il suo nome: Matthew Gregory Lewis, M.P. – perché nel frattempo aveva fatto carriera fino alla Camera dei Comuni. E tuttavia aveva fatto male i suoi conti, perché un conto erano le scandalose fantasie di un oscuro romanziere anonimo, ma le cose cambiavano quando le stesse scandalose fantasie si rivelavano partorite da un giovanotto di buona (seppur non del tutto convenzionale) famiglia* e membro del Parlamento. Le vendite, inutile dirlo, aumentarono ancora, ma accuse di immoralità, plagio e selvaggia stravaganza sostituirono le recensioni fino ad allora favorevoli, “Monk” Lewis si ritrovò guardato di storto dalla buona società, Lewis padre rischiò l’infarto e un’azione legale si concluse con un’ingiunzione di cessare e desistere dal ripubblicare ulteriormente il romanzo – a meno di rimuovere tutto ciò che poteva creare scandalo. 

Ops.

E allora il giovane Lewis rientrò nei ranghi con la coda tra le gambe, chiese perdono al babbo e nel ’98 produsse una quarta e castigata edizione di Ambrosio, in cui più che altro, il linguaggio era temperato in una sorta di bowdlerizzazione ante litteram: se il sugo degli eventi rimaneva lo stesso, il protagonista diventava da “stupratore” un “intruso” e un “traditore”, che commetteva non più “eccessi”, ma “debolezze”, motivato da “desiderio” anziché “lussuria”…

Apparentemente bastava: lo scavezzacollo non fu gettato fuori dal Parlamento, tornò nelle grazie della famiglia e della società, continuò a scrivere romanzi e teatro e a tradurre dal Tedesco.lady caroline lamb, glenarvon, byron, the monk, matthew gregory lewis

Andò peggio, una ventina d’anni più tardi, a Lady Caroline Lamb. Lady Caro era una bellezza celebre, ben nata e maritata ancor meglio, colta e brillante – di quel genere di brillantezza che a volte non lascia presagire troppo bene. Per Byron, conoscerla e cominciare a corteggiarla fu tutt’uno, ma lei dapprincipio non ne voleva sapere. Lo trovava mad, bad and dangerous to know. Poi Byron non era tipo da arrendersi, e traboccava di fascino, e forse Caro non diceva del tutto sul serio. Fatto sta che nel 1812, per qualche mese, i due condussero un appassionato affair in quel genere di discrezione secondo cui tutti sapevano, tutti sussurravano e nessuno diceva ad alta voce. La faccenda finì per ennui di Byron – ma stavolta fu Caro a non accettare no come risposta. Raccolta e consolata dal marito* nella quiete dell’Irlanda, la signora cominciò una campagna di ur-stalking. A parte le prevedibili lettere di suppliche, insulti e minacce, a parte i tentativi di introdursi in casa di lui, a parte i messaggi recapitati nei modi più improbabili, Caro rivelò un talento persecutorio fuori dal comune. Essendo perfettamente in grado di falsificare stile e grafia di Byron, riuscì a pubblicare delle poesie sotto suo nome e a farsi mandare da amici comuni un ritratto in miniatura… E se siete tentati di dispiacervi per Byron, potete farne a meno, visto che lui replicò colpo su colpo senza particolari esitazioni. Era il genere di gioco cui si gioca in due, e anche lui sapeva imitare – se non la grafia – lo stile di Caro.

E a volte non ne sentiva nemmeno il bisogno: a un “Remember me!” che lei riuscì in qualche modo a scarabocchiare su un libro che gli apparteneva, il nostro poeta rispose con questa amabile sestina:

Remember thee! Remember thee!

Till Lethe quench life’s burning stream

Remorse and shame shall cling to thee,

And haunt thee like a feverish dream!

Remember thee! Ay, doubt it not.

Thy husband too shall think of thee!

By neither shalt thou be forgot,

Thou false to him, thou fiend to me!**

E intanto i mesi e gli anni passavano, e la faccenda diventava sempre meno privata, e la buona società mormorava, e i due si scambiavano colpi bassi con ossessiva ferocia… finché, nel 1816, Caro pubblicò – e qui arriviamo al punto – un romanzo gotico intitolato Glenarvon.

lady caroline lamb, glenarvon, byron, the monk, matthew gregory lewisOra, dai tempi di “Monk” Lewis erano passati vent’anni, e l’Inquisizione Spagnola non era più di moda. Glenarvon è invece la storia di una nobile fanciulla che non può sposare il cugino che ama, vien data in moglie a un uomo che impara ad amare e poi cade vittima delle seduzioni dell’eponimo Glenarvon, un ribelle irlandese fascinoso&tormentato, nonché seduttore seriale dalle identità multiple – nessuna di esse una brava persona.

Anche qui abbondano infanticidi, intrighi, maledizioni, duelli, tradimenti, agnizioni, crepacuore di varia natura, spettri e maledizioni e Glenarvon, perseguitato dallo spettro vindice di un monaco che gli ripete in continuazione “Hell awaits its victim,” impazzisce, si suicida – e muore in due tempi, perché a una bella scena di terrificante agonia non si dice mai di no.lady caroline lamb, glenarvon, byron, the monk, matthew gregory lewis

Ora, forse tutto ciò non sarebbe stato poi troppo scandaloso, se non fosse stato per due particolari: in primo luogo, Glenarvon era un ritratto particolarmente malevolo di Byron – why, era l’atto di creazione dell’eroe byroniano fuori dall’opera di Byron, cosa che forse l’originale avrebbe anche potuto apprezzare, se non si fosse trattato di una drammatizzazione tanto crudele quanto trasparente di fatti fin troppo reali. Inutile dire che non solo Byron non ci faceva una gran figura, ma nella caratterizzazione, nella trama, nello stile – in tutto – si annusava un certo qual sentore di feroce parodia. E sospetto che l’assalto letterario fosse quel che rodeva di più, perché nel 1816 Byron non aveva più granché in fatto di reputazione da difendere – con tutta la pena che si era dato per distruggersela da sé. Glenarvon però dovette pungere a giudicare dal commento che sopravvive: “E ho letto il Glenarvon di Caro Lamb. Ma dannazione.”***

In secondo luogo, Caro non si era accontentata di sparare metaforicamente su Byron. Intelligente, aguzza e dotata di opinioni robuste, aveva colto l’occasione per fare a pezzetti molto piccoli l’alta società, la monarchia, il Reggente, un paio di governi, la repressione delle rivolte irlandesi… Donna imprudente.

È difficile per noi capire non solo la furia dell’alta società, ma la sua esitazione nel decidere quale tra i due peccati di Caro fosse il peggiore: l’imperdonabile cattivo gusto di un’adultera che scrive un romanzo kiss-and-tell**** o la sfacciataggine abissale di una nobildonna che si fa taglientissime beffe del suo ambiente. Ma in fondo, poco importava: erano entrambi peccati capitali, e Caro fu socialmente condannata. Cominciarono con l’escluderla dall’esclusivissimo circolo Almack – e bisogna avere letto Austen e Heyer per capire la gravità del gesto. Dopodiché fu la rovina. Ostracizzata e ridicolizzata, Caro si ritirò in campagna. Mai troppo stabile di suo, finì i suoi giorni tra alcol, laudano e attacchi di follia. Il solo a non abbandonarla fu il pur divorziato marito.

A differenza di “Monk” Lewis, Caro non aveva avuto il modo o la volontà di rientrare nei ranghi. E di certo l’aveva combinata più grossa. E poi era una donna – e senza voler salire sulle scatole di detersivo, Jane Austen aveva ragione nel dire che una donna pagava i suoi errori a un prezzo molto più alto di quello che si esigeva da un uomo.

E ad ogni modo, è chiaro che, a meno di prendere precauzioni di rispettabilità collaterale, un romanzo gotico rischiava di essere un serio gradino nella discesa verso la perdizione.

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* Babbo proprietario terriero nelle Indie Occidentali e civil servant di alto rango, mamma dama di compagnia della Principessa del Galles, adultera fuggita di casa col bel giardiniere e scrittrice a sua volta. Scommetto che nei ranghi del ton, scoprendo la paternità di The Monk, si commentò che certo, con una madre del genere, il ragazzo non poteva venir su bene… lady caroline lamb, glenarvon, byron, the monk, matthew gregory lewis

** Posso solo immaginare che qualcuno abbia già tratto un romanzo da questa storia, perché è così perfetta… So che c’è un film, con Vera Miles nel ruolo di Caro e Richard Chamberlain che interpreta un Byron davvero detestabile. Se ben ricordo, c’è anche Laurence Olivier, da qualche parte.

*** In originale rende di più: I’ve read Caro Lamb’s Glenarvon too. God damn.

**** Byron fu più grafico nel descrivere l’impresa come un caso di fuck-and-publish… Mi sa che non l’avesse presa tanto bene.

 

 

 

Scrivendo Scrivendo…

“Tu scrivi? Che bello. Anche a me piacerebbe tanto scrivere…”

“E allora scrivi.”

“Come? Cosa? Qui? Adesso?”

“Adesso. Qui. La storia che hai in mente da sempre – oppure la lista del droghiere. A mano o al computer, o con un chiodo intinto nel tuo sangue…”

“Ah, no, sai…” (risatina) “Non ho tempo, non sono capace, devo spazzolare il mio pastore alsaziano, non so da dove iniziare, ci vuole un sacco di tempo libero, mica a tutti riesce facile come a te…”

“Sssssssì, se ne potrebbe parlare. Ma resta il fatto che l’unico modo per scrivere è cominciare a scrivere. E leggere un sacco – cosa che avresti dovuto fare prima. E studiare la teoria – cosa che puoi cominciare a fare dopo avere provato a scrivere.”

“Eh, ma ci vuole il tempo. E soprattutto ci vuole l’ISPIRAZIONE. Mica puoi metterti lì e dire ‘adesso scrivo,’ no?”

“E invece è proprio quel che devi fare. Scrivere tutti i giorni, almeno un po’. Costruirti una disciplina. Pensa, se scrivessi 500 parole al giorno, cinque giorni la settimana, in otto mesi avresti la prima stesura di un romanzo di 80000 parol…

“Orrore! Sacrilegio! Anatema! Vade retro! Stiamo parlando di Letteratura, di Arte, mica di lavoro a cottimo! Forse così ci puoi scrivere la robaccia commerciale, ma la Scrittura vera… giammai!!!” 

E a questo punto, se non ho ancora perso del tutto la pazienza, di solito faccio notare che Stevenson scrisse Treasure Island in due settimane. E che Dickens scrisse la maggior parte dei suoi romanzi consegnando X parole una volta alla settimana… 

E che poche cose giovano alla scrittura come la pratica costante e disciplinata – e le scadenze.

Detto ciò, non è che ci si sieda lì e si scriva un romanzo ex abrupto: si va in battaglia preparati. In un mondo ideale, si predispone una mappa di quel che si vuole fare, ci si procura il grosso della documentazione che servirà, si fa conoscenza con i personaggi – e poi si scrive. Si scrive la prima stesura senza fermarsi, seguendo i piani, tenendo conto degli sviluppi inaspettati, senza preoccuparsi eccessivamente dei particolari. Per le finezze stilistiche, lo spelling esatto del nome del fabbro di spade toledano e le rime estemporanee della protagonista ci sarà tempo dopo. È a questo che servono le revisioni.

E questo genere di sistema vale anche se si ha tutto il tempo del mondo, ma tanto più se cè (o ci s’impone) una scadenza. Che devo dire? È da quando ho scoperto la genesi di Treasure Island che voglio fare qualcosa del genere. Una volta l’ho fatto con una novella – 42000 parole in una settimana – ma mai con un romanzo.

In questi giorni – dopo un anno abbondante dedicato esclusivamente al teatro – mi è tornato un gran prurito di provarci, e il merito è in buona parte di Davide Mana. Perchè Davide l’ha fatto. In sei giorni. Con tanto di incendio. Sei giorni più la vasta preparazione di cui si diceva – ma in quei sei giorni DM ha messo insieme la prima stesura di un romanzo.

Awesome.

davide mana, romanzo, sei giorni per salvare il mondo,  Qui trovate* i post in cui si narra l’impresa, moorcockianamente nomata “Sei Giorni Per Salvare Il Mondo”.

Qui invece trovate 6GpSiM – Il Manuale, ovvero la serie di articoli, note e stralci d’intervista che costituiscono la base teorica dell’esperimento.Vedrete che Stevenson non c’entra affatto.

Esperimento, gioco, duro lavoro, esplorazione della struttura, narrazione. E, più di tutto, scrittura. Quella cosa che non si fa aspettando l’Ispirazione.

Riuscite a leggere tutto ciò senza volerci provare anche voi? Io – ma forse s’era intuito – assolutamente no.

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* O almeno dovreste trovarli – perché forse non sembra, ma sto sperimentando con un genere di link che non ho mai tentato prima. Se non ci riuscite fatemi sapere, per favore, e provvederò a qualcosa di più tradizionale…

 

 

 

 

La Sindrome Del Nome Ricorrente

La Sindrome Del Nome Ricorrente in realtà non è una malattia specifica – è un sintomo che capita agli scrittori per le ragioni più diverse.

Pare che Jane Austen spendesse un sacco di tempo nello scegliere i nomi dei suoi personaggi maschili, cambiandoli più volte mentre scriveva – salvo poi riutilizzare spesso gli stessi: Charles, Henry, Frederick, John, William, James e George ritornano in quasi tutti i romanzi. E non è che la upper-middle class e landed gentry inglesi dell’epoca fosse incline a usare nomi eccentrici, ma bisogna supporre che quella manciata di nomi alla Zia Jane piacessero davvero. Incidentalmente erano tutti nomi appartenenti ai suoi numerosi fratelli… E non contenta di questo, nell’incompiuto The Watsons si era scelta una seconda eroina di nome Emma.

Anche Stevenson doveva avere una fantasia limitata in fatto di nomi: la popolazione di Treasure Island contiente ben quattro John (Silver, Trelawney e due marinai) e due Richard. Per cui interrogarsi sulla presenza di due Christina nell’incompiuto Weir of Hermiston diventa quasi buffo. E i due James in due libri diversi (Jim Hawkins e il Master of Ballantrae) passano quasi sotto l’uscio, no?

Naturalmente tutto ciò avveniva prima che i manuali di scrittura prosperassero consigliando di evitare come la peste nomi troppo simili tra loro. Questa è una faccenda su cui tendo ad essere of two minds: da un lato voglio dar credito ai miei simili di saper distinguere fra due personaggi nonostante un’iniziale in comune – dall’altro… be’, non si sa mai, vero? E in linea generale, better be safe than sorry, e nel mio eterno lavoro in corso sulla caduta di Costantinopoli sto ancora cercando un nome per un ufficiale bizantino che non può più chiamarsi Alexios, essendo il coprotagonista veneziano nomato Alvise.

Tuttavia, quando si scrivono romanzi storici, capita di non poterci fare molto: pensate a Vingt Ans Après, in cui compaiono il Principe di Condé, suo fratello il Principe di Conti e poi il Coadiutore Gondi… Ammetto che un nonnulla di confusione può sorgere, ma non è come se Dumas avesse avuto scelta.

Un caso peggiore se l’è trovato davanti Peter Wheelan, con il suo dramma storico The School of Night. Trovandosi nella necessità documentata di avere due Thomas in scena, ha scelto la soluzione spudorata: ne ha aggiunto un terzo fittizio – in realtà Shakespeare sotto falso nome – ha affidato a Marlowe un commento infastidito in proposito (What, is all the world named Tom, these days?) e una sbrigativa suddivisione in Tom, Tam e Thomas. Non sono certa di trovare l’insieme convincentissimo, ma ammetto che era interamente necessario, visto che a teatro non si può nemmeno tornare indietro di qualche pagina per ricapitolare chi è chi.

Poi ci sono casi in cui si può solo immaginare un’antipatia da parte dell’autore, come i Simon di Josephine Tey. Di Josephine Tey/Gordon Daviot ho letto, tra romanzi e lavori teatrali, una decina di titoli, e mi sono imbattuta in tre Simon. Il Simon del semigiallo (con agnizioni e controagnizioni) Brat Farrar, rampollo della landed gentry, è un affascinante manipolatore, parimenti privo di carattere, backbone e senso morale. Il Simon del dramma storico riccardiano Dickon è un paggio avido e voltagabbana, con un gusto per i risvolti più crudeli delle politiche di corte. E il Simon dell’atto unico Barnharrow è un essere velleitario, ansioso e petulante – che si lascia trascinare dal fanatismo altrui, con conseguenze fatali. Personaggi abbastanza diversi, nel complesso, accomunati dal senso morale di una traversina ferroviaria e dal fatto di essere prole degenere di ottime famiglie che non hanno fatto nulla per meritarli. Difficile non pensare a un’incoercibile avversione per il nome. Non ho mai letto una biografia della Tey abbastanza dettagliata da sapere se ci fosse nella sua vita un Simon a giustificare la faccenda, ma sarei curiosa.

Così come sarei curiosa a proposito di Agatha Christie, i cui (non numerosissimi) Michael tendono a essere vittime o assassini. Anche gli aviatori della zia Agatha tendono a morire presto, e quello, si sa, è in tenero omaggio al primo e fedifrago marito Archie Christie. E quindi una certa tendenza alla vendetta per iscritto c’è: chi sarà mai stato il Michael in questione?

E comunque va a sapere. Battezzare un personaggio è una faccenda complicata e laboriosa, e a volte c’è gente che si rifiuta di avere una voce o di essere scritta come si deve finché non si ritrova con il nome giusto. Suono, associazioni mentali, plausibilità storica, geografica e sociale, simpatie e antipatie, precedenti letterari – ci sono treni merci di motivi per scegliere o non scegliere un nome. E magari può capitare che, dopo averne trovato uno che va proprio bene, sembri uno spreco usarlo una volta soltanto?

Buon Compleanno, Charlotte

charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, juliet barker, george richmondDomani Charlotte Brontë compirebbe 196 anni.

Sì, lo so, non è una cifra particolarmente tonda, but never mind. Nel Sedici, se SEdS sarà ancora in piedi, vi capiteranno charlottitudini in un’abbondanza e frequenza paragonabili al Dickens di quest’anno, perché è così che funzioniamo qui.

Per il momento ve la cavate con una collezione di link rilevanti.

Cominciamo con il Progetto Manuzio, dove dobbiamo constatare che c’è soltanto Jane Eyre. In una varietà di formati – compreso un libro parlato – ma solo quello. E sia chiaro che non ho assolutamente nulla contro JE, ma Charlotte ha scritto altri tre romanzi, tonnellate di juvenilia e una certa quantità di poesie e – se non è del tutto improbabile che delle poesie si possa fare a meno – i romanzi meriterebbero di essere letti.

Se lo volete fare, però, bisogna farlo in Inglese.

Qui trovate la collezione completa (romanzi e poesie, più Mrs Gaskell’s Life of Charlotte Brontë*) sul sito dell’università di Adelaide. Potete leggere in html, stampare oppure scaricare in formato ePub o Kindle. E se posso, vi consiglio in particolare Shirley, con la sua popolazione di curati irlandesi e imprenditori alle prese con il luddismo.

Per quanto riguarda le opere giovanili, si tratta di un territorio ancora abbastanza inesplorato e ben poco pubblicato – il cui fascino risiede nella possibilità di vedere la formazione di una scrittrice a partire dall’infanzia. Charlotte cominciò a scrivere prestissimo, mettendo su carta le storie che ambientava nel suo mondo immaginario, quella colonia africana di Angria che aveva creato insieme al fratello Branwell. In proposito qui potete trovare una storia di fantasmi tratta da una novella intitolata The Green Dwarf, qui un bel sito dell’Università del Missouri dedicato a due racconti giovanili – rigorosamente angriani – intitolati Lily Hart e The Secret.

La cosa interessante è che nelle opere adulte di Charlotte, anche ciò che è autobiografico (per esempio Bruxelles e Constantin Héger – ne abbiamo parlato qui) arriva sempre attraverso Angria. Ad esempio, Jane Eyre, l’istitutrice bruttina e determinata, è l’evoluzione di alcuni personaggi femminili sviluppati nel mondo immaginario. E allora lasciate che vi segnali la più affascinante biografia letteraria che abbia mai letto: The Brontës, di Juliet Barker – un tomo spesso una spanna che ripercorre vita, morte e miracoli di tutta la famiglia, basandosi su lettere, diari, documenti di ogni genere e soprattutto gli scritti giovanili. Se volete conoscere Charlotte da vicino, credo che non ci sia di meglio. Lo trovate qui – e c’è anche in versione Kindle.

E non crederete che non ci sia una Brontë Society, vero? Il mondo anglosassone ha associazioni per tutto, e non poteva mancarne una per questa notevole famiglia – con sede al Brontë Parsonage, la casa parrocchiale in cui Charlotte crebbe scrivendo e immaginando. charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, juliet barker, george richmond

E infine una parola sui due ritratti che illustrano il post. In alto a sinistra vedete quello che l’editore George Smith commissionò al ritrattista George Richmond. Il babbo di Charlotte lo trovava somigliantissimo in tratti e in espressione, benché fosse stato dipinto in un abisso di sconforto per la modella e in estremo imbarazzo per il pittore. Nelle sue memorie Richmond racconta che Charlotte gli si presentò in studio terrorizzata e ostile. Lui cercò di metterla a suo agio, le offrì il tè e la invitò a togliersi il cappellino perché potessero lavorare. Charlotte obbedì, scoprendo un oggetto d’incerta natura, una specie di matassina marrone che portava in testa. Perplesso, Richmond suggerì che forse Miss Brontë voleva togliere anche quel… quella.. er… quell’oggetto che… E la povera Charlotte scoppiò in lacrime, perché l’oggetto era un toupet, destinato a migliorare l’aspetto della non rigogliosissima capigliatura. Singhiozzi, costernazione, imbarazzo, fuga e in seguito ci volle tutta la capacità di persuasione di George Smith* per indurre Charlotte a tornare da Richmond e farsi ritrarre.

E a quanto pare era prassi comune: tutti restavano tra lo stupito e il deluso nell’incontrare l’autrice di Jane Eyre. Come poteva una scrittrice di tale potenza e audacia essere quel topolino di donna, fragile, brutta e patologicamente timida? C’è una lettera della figlia di Thackeray che racconta l’indicibile difficoltà di fare conversazione con Miss Brontë a una serata organizzata in suo onore… A un certo punto, incapace di sopportare lo spettacolare fallimento della sua iniziativa social-letteraria, Thackeray se ne fuggì di soppiatto al suo club.

E siccome per i lettori adoranti era difficile accettare che il loro idolo fosse una creatura del genere, ecco la celebre e diffusissima incisione colorata che vedete qui accanto – nominalmente tratta dal ritratto di Richmond, graziosa, elegante, menzognera, generica e tanto più conforme all’idea di come debba apparire una scrittrice.  Dove si vede che certe politiche editoriali, come la bella foto in quarta di copertina, in fondo non sono nulla di nuovo, vero?

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* Un piccolo caveat: questa è la prima biografia di Charlotte, scritta poco dopo la sua morte da una sua amica che aveva conosciuto bene lei e la famiglia. Tuttavia, Mrs. Gaskell era fermamente intenzionata a costruire il personaggio della donna di genio maturata in circostanze romanzescamente avverse. Per lo più, le biografie più recenti dipingono un quadro ben diverso della famiglia – in particolare del povero reverendo Brontë. che Mrs. Gaskell ritrae come un feroce e incolto tiranno domestico, e invece pare essere stato anything but.

** George Smith, incidentalmente, era innamorato di Charlotte – con scarsissima soddisfazione della famiglia di lui, che era il ragazzo d’oro dell’editoria londinese. A Mrs. Smith davvero non pareva il caso che il suo giovane, affascinante, ricco e bel figlio sposasse una piccola romanziera dello Yorkshire, più vecchia di lui, completamente spiantata e priva di grazie sociali… Tutto sommato avrebbe potuto evitare di preoccuparsi: Charlotte era ancora così innamorata del Professor Héger che rifiutò il povero George nella più pubblica delle maniere – in un romanzo. 

Chi Ha Paura Di Isaac Asimov?

isaac asimov, fantascienza, Io.

Lo confesso: ho paura di Asimov.

E mi rendo conto che, messa così, suona un nonnulla eccentrica. Nella migliore delle ipotesi.

A mia giustificazione posso addurre un rapporto con la fantascienza in generale fatto di una serie di traumi infantili. Gente Che Ne Sa Molto Più Di Me conferma che precedenti come i miei sono atti a rovinare una persona – e in effetti, non so se mi sento rovinata del tutto – ma di sicuro sulle letture fantascientifiche impromptu della mia infanzia ho perso molte notti di sonno e rimediato una seria avversione nei confronti del genre. Non diffidenza: proprio avversione.

E tutto ciò per preparare la strada a una seconda confessione: ho paura di Asimov senza aver mai letto nulla di suo.

Patetico, vero? I know.

Ma Asimov, insieme a Bradbury, Philip K. Dick e alcuni altri, appartiene – o così mi si dice – alla nobiltà di penna di un genere che mi ha resa molto infelice in passato. È così irrazionale e puerile, da parte mia, non volerci aver nulla a che fare?

Oh, d’accordo: probabilmente lo è. Lo deduco anche dal fatto che Gente Che Ne Sa Molto Più Di Me, pur avendo mostrato molta comprensione per la mia triste storia, non è riuscita a restare del tutto seria nello scoprire la mia asimofobia.

“Ma Asimov è una mammoletta,” they say.

E pur sospettando che si tratti di un genere di mammoletta pericoloso per il mio ritmo sonno-veglia, non posso fare a meno di riconoscere l’assurdità della faccenda. Così oggi, a vent’anni esatti dalla morte di Asimov, decido di tentare di vincermi un pochino.

Sì, perché tra l’altro, anche alla più superficiale delle documentazioni, il buon Isaac si rivela persona after my own heart: eclettico, di formazione scientifica e vasti interessi letterari e storici, un divulgatore di letteratura, scienza, storia e teatro musicale, un autore prolifico a limiti della grafomania – e nei generi più diversi, un coniatore di parole, un creatore di storia futura, un brillante annotatore di Shakespeare, Milton e Swift – ruolo in cui nessuno lo prendeva troppo sul serio, perché i suoi lettori volevano fantascienza, thank you very much, e tutti gli altri non capivano che cosa potesse aver da dire in fatto di Shakespeare un autore di fantascienza…

Per di più aveva un senso dell’umorismo. A parte la parodia di articolo scientifico che pubblicò proprio prima di discutere la sua tesi di dottorato*, scrisse una quantità di limerick – alcuni dei quali ispirati alle indagini di Sherlock Holmes. Insomma, limerick investigativo-letterari: how can you but like the man?

E a proposito di Holmes, non dimentichiamo i gialli: Asimov scrisse anche un certo numero di gialli – tra cui la serie dei Vedovi Neri, sorta di club d’investigatori dilettanti – per non parlare dei gialli fantascientifici.

E poi innumerevoli articoli su innumerevoli argomenti, qualche voce dell’Encyclopaedia Britannica, un paio di manuali di sopravvivenza per scrittori, un progetto di riforma del calendario…

Sono certa che dimentico qualcosa, ma la morale di tutto questo è che forse posso progettare di accostarmi ad Asimov sul fianco, di soppiatto, praticamente nascosta tra i cespugli. Voglio dire, posso cominciare da Shakespeare, giusto? E poi magari passare ai limerick o ai gialli. Oppure posso cominciare dai libri di divulgazione storica e vedere dove questo porta?

Essì, lo so: sto tergiversando – e avrò modo di tergiversare parecchio, se voglio, perché quest’uomo ha scritto da solo una piccola biblioteca. Ma chissà che (per quanto al momento la sola idea m’inquieti un filino), col tempo non riesca a navigare in prossimità della sezione fantascienza. Chissà che il lato delle mammolette non sia quello giusto da cui passare. Chissà che questo non finisca con l’essere il metodo per superare qualche trauma infantile – con il suo corredo d’irragionevoli e pluridecennali strascichi.

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* Mistimed, ma non del tutto suicida: aveva chiesto che il non-articolo uscisse sotto pseudonimo, ma qualcuno sbagliò qualcosa e invece uscì con il suo nome. Fortunatamente, anche i membri della commissione erano spiritosi – ciò che non era del tutto scontato…

E Fu La Scintilla

stephen king,alba de cespedes,branwell brontë,patrick rambaud,scritturaNel suo On Writing – quella cosa a metà strada tra una biografia e un manuale di scrittura, l’unico suo libro cui sia stata capace di accostarmi – Stephen King dice che c’è sempre un incidente scatenante, il momento in cui, leggendo qualcosa di altrui e pubblicato, l’aspirante scrittore viene colto dalla folgorazione: ma io posso fare meglio di così!

Quanto meno, così è stato per lui. Da ragazzino leggeva storie a puntate sulle riviste pulp, e a un tratto ha deciso che era capace anche lui. Non passava metà della sua vita a raccontarsene di simili?

Dopodiché, King non finge che dalla rivelazione in poi sia tutta una strada in discesa – anzi. Dopo la prima fiammata di entusiasmo cominciano le docce fredde, l’apprendimento dell’umiltà, i rifiuti, il duro lavoro… Però intanto la scintilla c’è stata, e ha spinto l’aspirante oltre la scogliera. L’aspirante ha smesso di aspirare e basta, e ci si è messo sul serio – tanto sul serio da mandare i suoi sforzi Là Fuori in cerca di fortuna.

blackwood's magazine, stephen king, branwell brontë, alba de cespedes, patrick rambaudQualcosa del genere avvenne a Branwell Brontë, noto a tutti come lo sciagurato fratello delle sue sorelle, ma con aspirazioni letterarie sue, in gioventù. A giudicare dalle lettere, fu leggendo le poesie sulla Edinburgh Review e su Blackwood Magazine che, ancora adolescente, Branwell decise che i suoi giochi letterari* meritavano platea più ampia delle sue tre sorelle. In realtà inclino a credere che il ragazzo coltivasse già un’ottima opinione di sé stesso e delle sue poesie: il confronto con quelle pubblicate sulle riviste non fece altro che spingerlo all’azione. Allora cominciò a tormentare i redattori di quelle che erano tra le maggiori riviste letterarie del tempo, sommergendoli di componimenti accompagnati da lettere introduttive in cui si definiva da sé un genio. In realtà nessuno gli diede mai retta** e col tempo Branwell abbassò il tiro: in vita sua non pubblicò mai più in grande che sulla stampa locale dello Yorkshire. stephen king, alba de cespedes, branwell brontë, patrick rambaud, scrittura

La storia di un incidente del tutto diverso, invece, ricordo di averla letta a proposito di Alba de Cespedes. Storia narrata in prima persona, letta più di vent’anni fa in un’antologia scolastica – of all places – e davvero non ricordo se fosse tratta da un romanzo o da qualcosa di più personale, ma all’epoca ebbi l’impressione di qualcosa di molto autobiografico. Ricordo con una certa precisione questa bambina sola in un salotto all’imbrunire, accoccolata sul “divanetto di seta celeste”, immalinconita per qualche motivo. E a un certo punto le “belle parole” cominciano ad eromperle dentro “dolorosamente”. La piccola Alba scoppia a piangere per l’impatto della rivelazione, e non sa come spiegare quel che succede al padre che l’ha trovata in lacrime. E da quel giorno comincia a scrivere. Nulla a che fare col confronto, e non ho idea di quanto la storia sia romanticizzata, ma ci siamo capiti.

stephen king, alba de cespedes, branwell brontë, patrick rambaud, scritturaE a dire il vero, un incidente scatenante l’ho avuto anch’io – composito. La lettura de La Bataille, di Patrick Rambaud, non scatenò nessuna certezza di poter fare di meglio***, ma mi fece domandare se non potessi fare altrettanto, e mi spedì in Francia a visitare possibili ambientazioni per una storia d’epoca napoleonica. Come poi invece finii in Vandea e cambiai periodo è un’altra storia, ma ancora mi si levano stormi di lepidotteri nello stomaco al ricordo di una certa notte insonne in una stanza d’albergo in una cittadina chiamata Cholet. La stanza era tutta bianca e verde, faceva un caldo assassino e io avevo una certezza nuova: avrei scritto un romanzo sulle guerre di Vandea. Sapevo farlo. Potevo farlo. L’avrei fatto. And sure enough, appena tornata a casa cominciai il romanzo e – cosa più rilevante – lo finii. Cosa ancor più rilevante, quindici anni più tardi sono ancora su quella strada.

Quindi, quando concordo con Stephen King in fatto d’incidenti scatenanti lo faccio per una commistione di fiducia, precedenti letterari ed esperienza diretta dell’esaltante, prometeico momento in cui la scintilla scocca e i sogni allo stato gassoso prendono fuoco****. Non è detto che funzioni, non è detto che bruci a lungo e non è nemmeno detto che conduca da qualche parte – ma a parte tutto, è un momento felice nella vita di uno scrittore.

 

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* Molta della poesia dei Brontë aveva a che fare con i mondi immaginari di Angria e Gondal – prima o poi ne parleremo.

** E a volte viene da domandarsi se qualcuno dei rifiuti non fosse motivato anche dalle lettere, perché il ragazzo poteva essere davvero obnoxious, quando voleva.

*** A parte tutto, è proprio un bel libro – battaglia di Essling con sottile taglio meta-letterario. A quanto pare la traduzione italiana non è più in commercio. Tocca cercare copie di seconda mano – o leggere in originale, che è sempre una buona idea.

*** Waxin’ lyrical, am I?

I Padri Di Dickens

charles dickens, john dickens, figure paterne in dickens, festa del papàA volte mi domando che cosa pensasse John Dickens dei romanzi di suo figlio, in cui i padri ricadono pressoché invariabilmente in tre categorie: quelli morti, quelli inefficaci e quelli senza cuore.

Non che John fosse stato mai un modello di padre presente ed efficace, con le sue velleità di gentiluomo, la sua cura approssimativa degli undici figli e i debiti perenni che lo portarono anche in prigione – ma facciamo un rapido inventario dei padri nei romanzi che Dickens pubblicò prima della morte di suo padre:

The Pickwick Papers – non è che Mr. Wardle eserciti un gran controllo su casa, famiglia e servitori, vero? Inefficace comico.

Oliver Twist – l’unico padre che si menzioni è quello (illegittimo) di Oliver, defunto da anni, debole di carattere, run to seeds anyway, e incapace di assicurare un futuro ai suoi figli.E quando Mr. Bumble dice che i signori del comitato parrocchiale sono “tanti padri” per Oliver… well.

The Old Curiosity Shop – Il padre di Nell è morto, and good riddance, se somigliava anche solo un po’ al suo riprovevole figlio. Nell ha un nonno, ma non è che sia di grande aiuto. Tra l’altro, le ha perso al gioco tutta l’eredità. A parte questo, Kit è orfano, la Marchesa è orfana e mi par di ricordare che Barbara sia orfana anche lei…

Barnaby Rudge – Dunque, vediamo un po’. Il padre di Barnaby non è così morto come tutti credevamo, ma in compenso è un assassino. Il padre di Emma Haredale è morto molti anni orsono. Il padre di Joe Willet è tirannico e collerico. Il padre di Edward Chester è gelido e amorale. Il padre di Dolly Varden è una brava e benintenzionata persona, ma non capisce un bottone; il padre di Hugh è… oh well: diciamo che, se fossi un orfano dickensiano, non mi augurerei di ritrovarmi meno orfano di quanto credessi.

Nicholas Nickleby – il padre di Nicholas è morto. Il perfido Zio Ralph un figlio (illegittimo) ce l’ha – internato in una scuola dove lo picchiano e maltrattano tanto che se ne viene via con le biglie nel cervello e il genere di tubercolosi letteraria che non perdona. Uno inefficace e uno duro/crudele.

A Christmas Carol – il padre di Scrooge non lo voleva a casa per Natale. Bob Cratchit è una brava persona timida e affettuosa, ma nel Natale Futuro A può fare ben poco per salvare Tiny Tim, che nel Natale Futuro B sopravvive per merito di Scrooge. Oh, e il padre di Fred invece è morto.

Dombey & Son – Dombey trascura e maltratta Florence, perché una figlia è inutile; quando arriva il figlio maschio, Dombey lo tratta con tale severità, nella sua ansia di farne un uomo d’affari, che il piccolo Paul non passa i 6 anni. Oh sì: padre e figlia si riconciliano nell’ultimo capitolo.

David Copperfield – i padri di David, Ham ed Em’ly, Tommy Traddles, Steerforth e Rosa Dartle sono morti prima che la storia inizi. Il padre di Dora cede a ogni capriccio della figlia e comunque muore presto. Il padre di Agnes è debole, alcolizzato e incapace di proteggere se stesso, sua figlia e il suo studio dai maneggi di Uriah Heep. Mr. Micawber è cronicamente indebitato, disordinato e vago. Vale la pena di notare che Dickens lo scrisse come un ritratto di suo padre…

E nel 1851 John Dickens morì, per cui non lesse altro – ma direi che, se aveva mai cercato gratificazione personale e ragioni di autostima nelle opere di suo figlio, il messaggio doveva essergli arrivato forte e chiaro. D’altra parte, dopo che Charles era diventato famoso, John non aveva fatto altro che metterlo in imbarazzo, chiedendo denaro a prestito ai suoi amici e vendendo di nascosto le sue carte autografe… Tutto sommato non è una sorpresa constatare come i padri non migliorino granché nei romanzi post 1851, vero?

Er… buona Festa del Papà.

 

 

 

Ritratto Dell’Artista

E non dico che tutto il mondo sia un teatro affollato di antistratfordiani, ma la sensazione che il povero Will Shakespeare non fosse del tutto qualificato per scrivere ciò che ha scritto dev’essere diffusa – e lo dico sulla base della quantità di Will letterari mostrati mentre non fanno altro che assorbire il loro materiale.

Lo Shakespeare letterario medio, quello che  si trova in un romanzo o a teatro, vive con il taccuino in mano – più o meno metaforicamente – annotando, raccogliendo o rubando ogni spunto che gli passa nel raggio di un miglio.

E non da oggi, se consideriamo Le Voyage de Shakespeare, di Alphonse Daudet, una faccenda a mezza strada tra la storia picaresca e il romanzo di formazione, in cui un giovane Will attraversa l’Europa e tutte quelle esperienze che mancano al figlio del guantaio di Stratford per diventare il Bardo.

In The Dark Lady Of The Sonnets, sconosciutissimo atto unico di G.B. Shaw, la faccenda è più teatrale e più spudorata: il nostro ragazzo incontra sul ponte di Londra la Signora Bruna, un Beefeater e varia altra gente, e per tutto il tempo non fa altro che appuntarsi ogni parola che dicono – irritando tutti da non dirsi.

P. F. Chisholm, che poi è Patricia Finney, nei suoi Carey Mysteries porta occasionalmente in scena un Will di questo genere – solo molto più tecnico e consapevole di quel che fa. A un certo punto Sir Robert Carey racconta del bizzarro piccolo attore della compagnia di suo padre*. Costui, dice Carey, ha l’abitudine di scovare gente di tutte le provenienze (nulla di troppo difficile a Londra) e pagarla un tanto all’ora per ascoltarla parlare o leggere ad alta voce. Per impadronirsi di ritmi, inflessioni e cadenze. He’s odd that way, commenta un perplesso Sir Robert – ma noi capiamo e sorridiamo.

Robert Brustein, in The English Channel, riprende l’idea l’idea di Shaw** con un Will che, in conversazione, continua ad interrompere se stesso e gli altri al grido di “this could be something” ogni volta che riconosce un giro di frase, una possibile trama o un’idea. Dopodiché uno dei suoi interlocutori è Marlowe, che non si diverte particolarmente ad avere la sua conversazione messa in versi – e meno ancora a constatare i piccoli furti di versi del suo ambizioso collega… E se vi chiedete il significato del titolo, ebbene, l’idea è che Shakespeare trasmetta, canalizzi voci e idee del suo tempo – in particolare del defunto Marlowe, il cui fantasma, in una bizzarra cornice di prologo & epilogo, c’informa di aspettarsi che Will continui il suo lavoro.

Ancor più radicale da questo punto di vista è Sarah Hoyt, che in Any Man So Daring ci mostra un prima perplesso e poi terrorizzato Shakespeare che scrive sotto dettatura di Marlowe. Un Marlowe che forse non è proprio morto, ma lo è sotto molti aspetti, e comunque questo è un fantasy piuttosto metaletterario in cui i personaggi fatati del Sogno e della Tempesta prendono vita, sono di grande aiuto e combinano innumerevoli danni, e quindi figuratevi che cosa non può fare un Marlowe tra il defunto e il fatato…

Inutile dire che, in tutto questo, Marlowe invece è sempre perfettamente capace di scrivere da sé, senza un gran bisogno di ascoltare, osservare o prendere a prestito altro che l’occasionale cronaca di Holinshed o atlante di Lonicerus.

Basta vedere certe scene di The Reckoning of Kit and Little Boots di Nat Cassidy, con un vulcanico Marlowe che scrive per tesi e uno Shakespeare a mala pena articolato, ma occupato a raccogliere l’essenza della natura umana. “Stories. People,” spiega in tutto e per tutto Will, accennando con le mani alla folla che lo circonda.

E certo è che, a giudicare dalle sue opere, non si direbbe che quell’egocentrico e ambizioso rimuginatore di Kit Marlowe si sia mai preoccupato soverchiamente di capire o osservare i suoi simili. Non doveva avere un grande interesse per l’aspetto people, quale che fosse la sua passione per le stories. Al punto che in quella bizzarria marloviana che è The Nine Lives of Kit Marlowe, Jay Margrave sente di dover giustificare in qualche modo la nuova umanità del Kit post-1953 – quello che, per intenderci, invece di morire a Deptford sopravvive e scrive l’intero canone scespiriano***. E così, tanto per cominciare, il giovanotto passa abbastanza tempo nascosto, travestito da donna e addestrato a comportarsi come una donna da sviluppare tutta una nuova comprensione per il genere femminile.

Ma eccentricità a parte, bisogna ammettere che stili, maniere e biografie autorizzano questo tipo di caratterizzazione. O forse sto assumendo opinioni bizzarre a mia volta, ma trovo del tutto convincente vedere un Marlowe che essuda e uno Shakespeare che assorbe come una spugna.

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* Carey era il figlio più giovane di Lord Hunsdon, Lord Ciambellano d’Inghilterra e mecenate dei Lord Chamberlain’s Men, la prima compagnia con cui Shakespeare lavorò.

** Direi che mi sono stupita di non trovare Shaw citato tra i precedenti letterari nella prefazione dell’autore – se non fosse che constato quasi quotidianamente la facilità con cui si scrive qualcosa di simile a qualcos’altro – senza averne la più pallida idea. *sospiro*

*** Mai usata in vita mia questa versione italianizzata dell’aggettivo, ma mi sono proposta di fare qualcosa di mai fatto prima almeno una volta al mese, Breakfast-at-Tiffany’s-wise. Ci sono mesi in cui baro un pochino. Scespiriano, scespiriano, scespiriano.

Mar 2, 2012 - gente che scrive    4 Comments

Charlotte Ritrovata

charlotte bronte, constantin hégerLe sorelle Brontë avrebbero voluto aprire la loro scuola per fanciulle nella casa parrocchiale di Haworth.

Non so chi pensassero di poter attirare in un posto così isolato, così malsano, così sperduto tra le brughiere – un posto che, a parte tutto, avrebbero perduto alla morte del loro padre. Tra l’altro, a nessuna delle tre piaceva affatto insegnare… Ma d’altra parte, nessuna delle tre faceva gran conto di sposarsi, c’era l’esigenza di guadagnarsi da vivere e non c’erano molte possibilità aperte per una donna della loro situazione sociale.

Scartata l’ipotesi di fare le dame di compagnia, se insegnamento doveva essere, che fosse almeno a casa, e per qualche anno tutta la famiglia fece del suo meglio per considerare The Misses Brontë’s School For Young Ladies un’opzione sensata per il futuro delle ragazze.

Per allettare le young ladies con l’offerta di un buon curriculum di studi, era necessario che le future insegnanti parlassero un Francese non troppo eccepibile – magari perfezionato all’estero. Parigi, la scelta ovvia, dovette sembrare troppo lontana, troppo costosa, troppo risqué – ma c’erano alternative: nel 1842, con la benedizione del Reverendo Patrick e il finanziamento della zia Branwell, Charlotte e Emily partirono per Bruxelles con l’intenzione di studiare il Francese al Pensionnat Héger – dove si pagavano parte della retta insegnando a loro volta Inglese e musica.

All’epoca e nelle circostanze generali, non era cosa di tutti i giorni. Era un passo audace e una maniera di costruirsi un futuro che mi autorizzerebbe quasi a considerare questo post il mio tardivo contributo al Future Day. Suppongo che sia perfettamente in carattere dedicare al Giorno del Futuro – con un giorno di ritardo – un post che parla di una storia vecchia di un secolo e mezzo.

Una storia che, tra l’altro, non andò a finire nel modo che tutti si aspettavano. A Bruxelles Emily durò poco – come sempre accadeva quando si cercava di allontanarla da Haworth e dalla sua casa. Era un’allieva molto brillante ma, quando la zia Branwell morì pochi mesi più tardi e si rese necessario tornare in Inghilterra, decise che ne aveva avuto abbastanza. Rivoleva la libertà di scrivere, camminare per miglia nelle brughiere e scrivere to her heart’s content. constantin héger, charlotte brontë

Invece Charlotte tornò a Bruxelles nel gennaio del ’43. Ci tornò perché era innamorata del suo professore – incidentalmente il marito della proprietaria della scuola. Constantin Héger era un’omarino brusco, colto e affascinante, mosso a simpatia nei confronti delle due allieve inglesi – eccentriche, quasi adulte e tanto più intelligenti della scolara belga media. Charlotte, intrecciò con lui un’intensa amicizia intellettuale, s’innamorò (letteralmente) come una scolaretta, visse per un anno al pensionato – solitaria, infelice, tormentata dai sensi di colpa e, quando Mme. Héger ebbe il buon senso di metterla alla porta con tutta la grazia e il tatto possibili, se ne tornò a casa con il cuore a pezzetti molto piccoli e treni merci di materiale da romanzo.

Il suo primo romanzo (prima di Jane Eyre, anche se venne pubblicato solo nel 1857) s’intitolava, guarda caso, The Professor. Protagonista un giovane insegnante (celibe) in una scuola femminile di Bruxelles, che s’innamora (ricambiato) della sua giovane allieva anglo-svizzera, nonostante le beghe della perfida direttice della scuola…

Già.

Nel 1853 Charlotte era ancora abbastanza presa dalle sue esperienze di Bruxelles da riscriverle nella forma di Villette, di nuovo una storia di pensionati, allieve e professori in un Belgio appena velato sotto i nomi fittizi. Interestingly, la protagonista inglese Lucy, la consueta orfana che studia Francese, s’innamora di due uomini diversi – il Prof. Paul, modellato su Héger, e un giovane dottore inglese che era il ritratto di George Smith, l’editore di Jane Eyre. Ora, si dà il caso che il giovane e bel George Smith fosse più che un po’ innamorato di Charlotte e, seguendo la stesura di Villette, fu tanto esplicito quanto le convenzioni del tempo lo permettevano nel suggerire a Charlotte di far convolare Lucy e il Dottor John. Ma Charlotte, incrollabile, tenne Lucy fedele al (defunto?) Professor Paul.

Inutile dire che Smith non la prese particolarmente bene.

Ingratitude.jpgPerché vi racconto tutto questo? Perché dagli archivi di un museo belga (ri)salta fuori L’Ingratitude, un compito scritto di Charlotte, datato ai primi mesi di Bruxelles, una sorta di favola ispirata a quelle di La Fontaine. Questo genere di dévoir era parte del metodo del Professor Héger, che credeva nello sviluppo per imitazione. Le allieve dovevano scrivere variazioni su brani di scrittori classici, come si vede tanto in The Professor quanto in Villette. Attraverso questo esercizio, sia Frances Henri* che Lucy Snowe rivelano non solo un’abissale superiorità rispetto alle compagne di classe, ma anche un talento fuori dal comune, attirando così l’attenzione dei rispettivi insegnanti.

Molto autobiografico, anche se, a dire il vero, L’Ingratitude, storia di topini senza lieto fine, scritta in un Francese claudicante, non sembra granché ad occhi moderni. È affascinante vedere la giovane Charlotte che cerca le sue gambe narrative in una lingua che non è la sua – pensando anche alle lettere in cui, in anni più tardi, confessava l’influenza dell’insegnamento di Héger non solo sul suo Francese, ma sulla sua scrittura in generale.

C’è da presumere che, se avesse mai aperto la sua scuola, Charlotte avrebbe applicato lo stesso metodo nell’insegnamento del Francese.

Ma The Misses Brontë’s School For Young Ladies non andò mai oltre lo stadio di una bozza di volantino pubblicitario. La mancanza di denaro, la disgrazia famigliare nella forma del riprovevole fratello Branwell (chi avrebbe mandato una figlia a studiare presso la famiglia di un seduttore di donne sposate?), la malattia e la morte si misero di mezzo.

Il protagonista de L’Ingratitude (di cui potete leggere qui l’originale e una Branwell Brontëtraduzione inglese) è un giovane topo ingrato che finisce male per non avere ascoltato i consigli paterni. Niente più di una cautionary tale ma, col senno di poi, la tentazione di vederci un ritrattino di Branwell, che nel 1842 si stava già attivamente mostrando come un inaffidabile caposcarico, è forte.

E chissà se, dopo che Branwell era morto di tisi, laudano e cattivo gin nel 1848, Charlotte ripensasse mai alla fine del suo topolino ingrato. Non è un’idea allegra.

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* “Composition became the breath of her nostrils…” nota William di Frances, che prima di allora aveva giudicato un nonnulla dull.

 

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