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Feb 17, 2012 - gente che scrive, Poesia    4 Comments

Giornata Nazionale Del Gatto

Ebbene sì, esiste anche questa.

edward lear, foss, giornata del gattoVoi credete al principio secondo cui l’umanità si dividerebbe in dog personscat persons – ovvero gente che ama, capisce e possiede cani, e gente che ama, fa il suo meglio per capire e convive con gatti? Io non molto, ad essere sincera. Sarà che per tutta la vita sia cani che gatti hanno girato per casa mia, e non saprei definirmi esclusivamente attaccata all’uno o all’altro genere di quadrupedi… Sono due tipi di gente molto diversa, questo è certo, al punto che non vedo come possano escludersi vicendevolmente dalla considerazione di un padrone.

Ma sto divagando, è di gatti che si parla oggi – vediamo di restare in tema. E edward lear, foss, giornata del gattopotremmo cominciare col fatto che molti scrittori sembrano aver legato bene con uno o più gatti. Poe e l’adorabile Catterina, Hemingway e la sua colonia di gatti, Stephen King e Clovis, Aldous Huxley che consigliava agli scrittori di tenersi accanto un gatto… Senza parlare dei gatti-musa: Edward Lear disegnò spessissimo l’inseparabile Foss*, ispiratore di The Owl And The Pussy Cat, T.S. Eliot incluse Jellylorum nel suo Old Possum’s Book of Practical Cats, Peter Gethers dedicò ben tre romanzi alle avventure del suo Norton, Thomas Gray scrisse un’ode in memoria di Selima, la gattà di Walpole che annegò nella vasca dei pesci rossi, Dorothy L. Sayers, che scriveva poesie oltre ai gialli, ne dedicò due al suo Timothy, e Christopher Morley mise in poesia l’attitudine al furto del suo Taffy.

E in realtà il fenomeno non è limitato agli scrittori: Freddie Mercury trovò modo di infilare il suo Delilah (sì – maschio) sulla copertina di Innuendo, mentre Mourka, il gatto di Balanchine è il protagonista di una “autobiografia”, e indovinate un po’ chi è Rupi, di Rupi’s Song di Ian Anderson?

edward lear, foss, giornata del gattoBadate che quasi mai si tratta di effusioni o tenerezze. I gatti letterari del mondo anglosassone sono per lo più gente tosta, dalla determinazione inscalfibile e dalle tendenze criminali. Dovete sapere che a un certo punto la Disney contattò la vedova di T.S. Eliot con l’idea di trarre un cartone animato da Old Possum’s Book of Practical Cats, e lei rifiutò. Quando, anni dopo, Andrew Lloyd Webber si fece avanti proponendo un musical, Mrs. Eliot esitò, ma poi finì con l’accettare quando si rese conto che ALW non aveva nessuna intenzione di ritrarre i Practical Cats dei “mici”. E in effetti, Cats ha ben poco di tenero e soffice.

Si direbbe che gatti e artisti prosperino bene insieme – come sembra dimostrare anche questa serie di fotografie… Sarà l’imprevedibilità, l’irriducibile personalità, la combinazione di perfetto egoismo e inopinate tenerezze, la predisposizione a lunghe ore di immobilità, l’intensità di proposito…? Godendo della compagnia di due egocentrici, gelosissimi felini con il dono della sorpresa, il senso del dramma e un talento combinato per il disastro su vasta scala, posso dire con cognizione di causa che si tratta di creature dalle vaste possibilità. Osservare un gatto non è mai tempo perso, e molti gatti sembrano possedere personalità e vite eminentemente narrabili. giornata nazionale del gatto, tess&udrotti

Essendo la giornata che è, lasciate che vi presenti i miei due soriani, Tess e Udrotti (conosciuti anche come The Tabbbies, The Bigginses, The Garden Tigers, Disgrazia&Sciagura SnC, Bedlam Inc. e un sacco di altri nomi meno carini), qui ritratti in un raro istante di quiete. Se dicessi di non avere mai pensato di scrivere qualcosa su di loro, mentirei.

E finiamo con qualche link felino.

– Di nuovo, caso mai vi fosse sfuggita prima, Writers & Kitties, una deliziosa raccolta di foto di artisti con i loro gatti.

– Poesie d’argomento felino in Italiano e in Inglese.

– Due spassosi articoli sul rapporto tra gatti e scrittori – dal punto di vista felino. Uno qui e uno qui.

– Le meravigliose strisce a fumetti di Hallmarks of Felinity.

– L’adorabilmente distruttivo Simon’s Cat.

E per finire… T.S. Eliot in persona che legge The Naming Of Cats (di cui trovate una traduzione orfana nella pagina di poesie in Italiano…):

The Naming of Cats is a difficult matter,
It isn’t just one of your holiday games;
You may think at first I’m as mad as a hatter
When I tell you, a cat must have THREE DIFFERENT NAMES.
First of all, there’s the name that the family use daily,
Such as Peter, Augustus, Alonzo or James,
Such as Victor or Jonathan, or George or Bill Bailey –
All of them sensible everyday names.
There are fancier names if you think they sound sweeter,
Some for the gentlemen, some for the dames:
Such as Plato, Admetus, Electra, Demeter –
But all of them sensible everyday names.
But I tell you, a cat needs a name that’s particular,
A name that’s peculiar, and more dignified,
Else how can he keep up his tail perpendicular,
Or spread out his whiskers, or cherish his pride?
Of names of this kind, I can give you a quorum,
Such as Munkustrap, Quaxo, or Coricopat,
Such as Bombalurina, or else Jellylorum –
Names that never belong to more than one cat.
But above and beyond there’s still one name left over,
And that is the name that you never will guess;
The name that no human research can discover –
But THE CAT HIMSELF KNOWS, and will never confess.
When you notice a cat in profound meditation,
The reason, I tell you, is always the same:
His mind is engaged in a rapt contemplation
Of the thought, of the thought, of the thought of his name:
His ineffable effable
Effanineffable
Deep and inscrutable singular Name.

E voi? O meglio: e i vostri gatti?

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* E sono schizzi di Lear con Foss per soggetto a illustrare questo post. A parte l’ovvia eccezione.

Il Libro Segreto Di Shakespeare – Non Proprio Una Recensione

Quello che non arrivo a capire, alla fine fine, è se Gene Ayres si prenda davvero tanto sul serio come appare da questa intervista rilasciata a Lucius Etruscus di Thriller Magazine, oppure se anche l’immagine del martire antistratfordiano faccia parte dell’operazione di marketing.

Gli antenati quaccheri, il fratello maggiore fisico dedito alla ricerca della verità, i ritrovamenti sensazionali, la persecuzione da parte degli ambienti accademici, il muro di gomma editoriale… Tutto molto drammatico, no? Non siete già curiosi di leggere il frutto di tanta audace originalità e coraggiosa dedizione?

Può darsi che lo siate, e così lo leggete, e scoprite che in realtà quello che Gene Ayres (sotto lo pseudonimo di John Underwood) vi ha propinato è un thrillerino debolissimo e pasticciato, farcito d’improbabilità narrative e di teorie vecchie come le colline…

E badate, questo non è un rant stratfordiano. Non ho nessun particolare affetto per la tesi che Shakespeare e nessun altro abbia scritto le opere di Shakespeare – pur trovando serie difficoltà nella maggior parte delle tesi alternative. Diciamo che in proposito sono agnostica. Semmai, sono pronta ad ammettere che la questione del Vero Autore è ottima materia da romanzi – però mi aspetto di vederla trattata in almeno uno di due modi: o convincente, o sottile. Possibilmente entrambi. Gene Ayres/John Underwood, temo, manca gravemente in entrambi i campi, e non si riscatta nemmeno con una trama gialla di qualche solidità.

Ora, cominciamo col dire che scrivere un giallo letterario significa avventurarsi in territorio pericoloso. Si tratta di rendere avvincente una vicenda in cui qualcuno passa un sacco di tempo disseppellendo minuti dettagli da manoscritti polverosi – attività emozionante per il seppellitore, ma potenzialmente noiosissima per chi ne legge.

Da questo punto di vista, ILSdS rende omaggio al ben altrimenti incantevole La Figlia del Tempo, di Josephine Tey (capostipite del genere e nume letterario del riccardianesimo) in cui, dal suo letto d’ospedale, un ispettore capo di Scotland Yard dirige come un’indagine la ricerca che porterà a stabilire l’innocenza di Riccardo III. Tey riesce, in un miracoloso equilibrio di tensione, tempi perfetti e dialoghi scintillanti, a creare suspence senza far scorrere una goccia di sangue – oltre a quello già versato nella Torre, si capisce. Ayres/Underwood allude a Tey implicitamente ed esplicitamente*, ma poi non è capace di fare altrettanto bene.

Concediamo pure che le dimensioni quadruple e i ripetuti omicidi fossero scelte pressoché obbligate. Nel mondo anglosassone non si vende nulla al di sotto delle 90000 parole, ed è obiettivamente più facile creare tensione quando il protagonista rischia la vita. Peccato che, nell’ansia di creare tensione, Ayres** si sia lasciato prendere un tantino la mano…

E ADESSO, PER FAVORE, FERMATEVI SE NON VOLETE SAPERE COME VA A FINIRE IL LIBRO. QUESTA NON È UNA RECENSIONE: È UNA SPIETATA DISSEZIONE, CON ABBONDANTE ESPOSIZIONE DI ORGANI INTERNI. RIPRENDETE A LEGGERE DAL TERZ’ULTIMO PARAGRAFO E POI TORNATE QUI QUANDO AVRETE LETTO IL LIBRO E CONSTATATO DA VOI.

Ecco – e poi non dite che non vi avevo avvertiti.

Per chi è ancora qui, onwards. Ayres, dicevo, si lascia prendere la mano e dissemina Malvagi come se piovesse. C’è uno studioso shakespeariano alquanto deranged, che si aggira per due continenti nuocendo variamente a rivali accademici e conversando per citazioni del Bardo. Poi c’è una bieca multinazionale offshore, disposta a misure tanto drastiche quanto bizzarre per proteggere i suoi cospicui profitti shakespeariani. E poi c’è Scotland Yard, il cui comportamento nel proteggere gli’interessi nazionali legati al nome dello Zio Will è, nella più benevola delle ipotesi, ambigua. E potremmo aggiungere intere facoltà di letteratura inglese pervicacemente decise a condonare persino l’omicidio, se si tratta di proteggere il nome del Bardo…

E non è come se il campo dei buoni fosse meno confuso. C’è la vittima sacrificale, un eccentrico professore universitario cui Ayres attribuisce la sua ricerca “originale” – o meglio, ci sarebbe, perché costui scompare presto. Poi c’è il protagonista, un giornalista investigativo americano provvisto delle più pallide e superficiali competenze in fatto d’Inghilterra elisabettiana – ideale come veicolo per treni merci di esposizione in materia, perché bisogna spiegargli tutto, ma proprio tutto. Poi ci sono i suoi supposti aiutanti: la figlia laureata in letteratura inglese e decisa a diventare attrice***, un fisico indiano, co-cospiratore del defunto, e un anziano libraio. Ora, il fatto è che tutti costoro hanno memoria selettiva e una natura lievemente sadica. La bella figlia**** ha studiato un sacco di letteratura elisabettiana, ma i nomi di Greene, Nashe e persino Marlowe non le dicono praticamente nulla per tre quarti del libro. Per di più è in (innocente?) combutta con l’assassino, che pure le ha praticamente confessato i suoi misfatti. Il fisico indiano è fisico in omaggio al fratello dell’autore, ed è indiano per giocare meglio il ruolo dell’outsider. A parte questo, è un complottista paranoico di dubbia utilità personale e narrativa e, si scoprirà poi, a sua volta in combutta con Scotland Yard. Il libraio, invece, pur avendo la chiave di tutta la faccenda, centellina le sue informazioni come se si trattasse di una caccia al tesoro, lasciando che il protagonista rischi la vita e perda il sonno strologando su una puerile lista di abbreviazioni trovata – hear ye! hear ye! – nella tasca di una giacca dimenticata dal defunto in tintoria!

Il risultato si è che il nostro giornalista investigativo, assistito da ben tre esperti di cose elisabettiane, impiega duecentocinquanta pagine a scoprire l’esistenza di teorie alternative sul Vero Autore. E adesso fate un piccolo esperimento, o Lettori. Aprite Google, impostate l’Inglese come lingua di ricerca e poi cercate William Shakespeare. Il primo risultato è la relativa voce Wiki, che al paragrafo 7 introduce la questione del Vero Autore e rimanda a tutta una serie di dettagliatissimi lemmi in proposito – ma provate ad aprire gli altri risultati nella prima pagina, e constatate la quasi onnipresenza della Authorship Question… Fatto ciò, supponendo che vi sia sorta qualche curiosità (immaginate, per esempio, che il vostro amico sia stato assassinato di recente – prima di pubblicare un controverso saggio sul Bardo…) e cercate Authorship Question. Fatto?

E allora, avete impiegato la bellezza di un paio di minuti a scoprire il grande segreto che Ayres/Underwood/Lewis sostiene di avere rivelato per primissimo sfidando secoli di bieco e mercenario (per non dire potenzialmente pericoloso) oscurantismo.

Perché, o Lettori, la questione può sembrare di lana caprina da questo lato della Manica, ma nel mondo anglosassone ci si scanna con grande energia su chi abbia scritto le opere di Shakespeare – fin dalla fine dell’Ottocento. Con grande energia e in tutta libertà, bisogna dire, perché non mi risulta che nessuno abbia mai attentato per questo alla vita di Delia Bacon, Mark Twain, Hawthorne, Calvin Hoffman, Freud, Archie Webster o Antonia Wright – tanto per citare solo qualche antistratfordiano di punta. Why, esistono e prosperano decine di associazioni internazionali dedicate a sostenere le pretese dell’uno o dell’altro candidato, e nel 1993 la Marlowe Society è riuscita a far aggiungere un punto di domanda accanto alla data di morte del suo beniamino nel Poet’s Corner dell’Abbazia di Westminster.

Ora, non dubito che tutta questa gente si sia attirata (e abbia ricambiato) molta furiosa e/o sprezzante acidità da parte degli ambienti accademici, ma mi pare che l’idea di cospirazioni del silenzio, pubblico ignaro, attentati oscurantisti e minacce semiufficiali per soffocare una teoria marloviana sfiori molto da vicino il ridicolo. E questo, a mio timido parere, è il motivo principale per cui nessun editore americano o inglese ha voluto pubblicare The Shakespeare Chronicles: da un lato i romanzi marloviani abbondano, e dall’altro questo è basato su premesse improponibili. Non tanto l’ipotesi che Marlowe abbia scritto le opere di Shakespeare (che circola, in forma di saggio e di romanzo, fin dal lontato 1894), quanto l’idea che l’ipotesi in questione possa essere pericolosa, scandalosa, inaudita o ignorata da chiunque abbia mai sentito nominare Marlowe… Fuori dal mondo anglosassone il problema appare più remoto e più ignoto – ed ecco le sette edizioni in altre lingue.

NOTA DI SERVIZIO: CHI SOFFRE DI ALLERGIA AGLI SPOILER PUO’ RIPRENDERE A LEGGERE DA QUI.

Poi, tornando all’intervista, si scopre che Ayres ha cercato di presentare le sue teorie in forma di saggio – ricevendo ripetutamente il due di picche. Allora ne ha fatto un romanzo, cui ha accostato una ripubblicazione del saggio originale sotto il nome di Desmond Lewis – guarda caso l’assassinato del romanzo. il saggio non l’ho letto, ma il romanzo (così come l’intervista) è condito di molta bile nei confronti degli Ayatollah Accademici, ovvero tutti gli studiosi shakespeariani che avrebbero a) abbracciato, avallato e perpetuato una secolare congiura di calunnie a proposito del povero, candido, innocente, virtuoso Kit Marlowe; b) rifiutato le argomentazioni di Ayres solo perché lui non è un accademico; c) appoggiato la congiura editoriale che non gli ha consentito di trovare un editore. 

L’idea di avere scoperto l’acqua calda e di averla rifritta in un thriller mediocre, pare non sfiorarlo. Così come non lo sfiora il dubbio che le inesattezze storico-letterarie possano avere nuociuto alla sua credibilità. Affermare che Thomas Kyd era uno degli University Wits, o che Francis Walsingham era il nonno di Lady Mary Sidney***** non è il genere di exploit che ti fa prendere sul serio in ambito accademico. E il bello è che nell’intervista Ayres ringrazia l’editor italiana di Newton Compton che gli ha segnalato “alcuni errori importanti.” Non oso pensare******.

Insomma, in tutto questo, l’unico aspetto vagamente interessante del libro – l’ipotesi (improbabile e non provata, ma non peggiore di tante altre) che il Bel Giovane dei Sonetti sia un figlio illegittimo dell’autore, anziché un amante – finisce soffocata in una farragine di assurdità, esposizione, scrittura mediocre, inesattezze, coincidenze e pretese di originalità, senza nemmeno l’ombra di un finale*******. E paradossalmente, almeno ai miei occhi, il voler dipingere l’autore come un martire letterario/accademico è l’aspetto più irritante dell’insieme. Se è marketing, è proprio bieco. Se è self-righteousness, è tanto ingiustificata quanto insopportabile.

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* Mi domando se il riferimento esplicito non sia stato aggiunto per la pubblicazione nei paesi non anglofoni. Credo che il lettore medio anglosassone difficilmente potrebbe non notare la linea di discendenza.

** Ne ho abbastanza di scrivere Ayres/Underwood, perdonate…

*** Altra strizzata d’occhio a Tey, la cui coprotagonista Marta Hallard è, appunto, un’attrice teatrale.

**** E quanto tempo passa il padre a compiacersi della bellezza, intelligenza, astuzia, determinazione e forte personalità di questa figlia…

***** Ma c’è parecchia confusione in proposito, perché in un altro passaggio la vedova di Sir Philip Sidney (fratello di Lady Mary) divenda la sorella di Walsingham, del quale invece era figlia.

****** Oh, e già che ci siamo, nota di biasimo anche per le traduttrici. Questo non è un saggio con un apparato critico colossale e note a pie’ di pagina nell’ordine delle migliaia. I dettagli non sono così tanti da non poterli controllare – e, se è abbastanza ovvio che Calvin Hoffman e Archie Webster sono uomini, perché la povera Una Mary Ellis-Fermor deve diventare “lo studioso inglese U.M. Ullis-Fermor”? A parte tutto il resto, quanti nomi maschili inglesi ci sono che cominciano per U? E sì, d’accordo: è un rant. Ho solo detto che non sarebbe stato un rant stratfordiano, no?

******* But fear not (oppure fear a lot, dipende dai punti di vista): Ayres/Underwood sta già lavorando al seguito.

 

Certe Volte

“Beata te, che te ne stai tutto il giorno lì a scrivere…” (Mia Cugina – 3 volte solo il 28 dicembre, mentre cercavo di finire ASfC in tempo per spedirlo, oscillando tra frenetica disperazione e disperata frenesia.)

“Oh… hai scritto un’altra favolina? Sì, lo so che la definizione non ti piace, ma io le chiamo favoline lo stesso!” (Ancora mia cugina, a proposito di Di Uomini E Poeti.)

“Dev’essere bellissimo: ti siedi lì e le parole ti vengono in mente e tu le scrivi… che invidia!” (T.)

“Ho sempre voluto scrivere un racconto, ma non sono fortunato come te: a me scrivere riesce difficile.” (C.)

“Tu, che sei una scrittrice, scrivi il biglietto per gli sposi. Tanto a te ci vuol niente!” (Innumerevoli persone)

“Sono incantato dalla facilità con cui produci. Ti chiedono un atto unico e tu lo scrivi come se niente fosse…” (Più di una persona)

Un giorno mi farò un ciondolo, una tazza, una spilla o una maglietta, o forse un cartello – qualcosa che si veda bene – con questo:

E-Book4.jpeg

E comunque mia cugina non mi crederà.

 

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Utterly unrelated thing: buon compleanno, P.!

E Poi C’è Kipling

rudyard kipling, bibliografia, link, traduzioniUltimo genetliaco letterario di dicembre: oggi Rudyard Kipling compirebbe 146 anni.

Come al solito, qualche link e, di nuovo, non c’è granché in Italiano:

Qui la pagina dedicata di LiberLiber/Progetto Manuzio, che per una volta mi delude un po’: solo il Libro delle Bestie, in una vecchia traduzione.

Per cui ci si rivolge al Project Gutenberg, qui, per gli originali. Unsurprinsingly, c’è più scelta.

Se non avete voglia di scaricare, aggiustare e convertire, qui ci sono parecchie cose (molte raccolte di racconti, in particolar modo): cartacei scannerizzati che si possono leggere online o scaricare in PDF.

Qui c’è un breve audio di Kipling che legge alcuni versi dalla sua France. Non vi viene mai la curiosità di sapere che voce avessero gli scrittori?

Se non avete obiezioni a leggere a schermo, qui c’è pressoché tutto in versione HTML. Qui invece c’è un’opera omnia in PDF scaricabile – anche in versione mobile.

Qui c’è il sito della Kipling Society, pieno di informazioni e immagini.

E se siete interessati alle immagini, qui ci sono le pagine che l’università di Yale ha dedicato a una mostra kiplingiana. C’è anche il podcast di una conferenza.

E per finire, nel tentativo di farmi perdonare questa linkografia quasi solo anglofona, vi segnalo la mia bibliografia ragionata, un PDF scaricabile in cui sono elencate diverse traduzioni italiane recenti: Kipling_ Bibliografia Ragionata.pdf

E sì, lo so: Kipling lo avete letto da bambini, e che palle il Libro della Jungla, e poi era colonialista… Ma siete disposti a fare un esperimento? Dimenticatevi Mowgli e Kim, dimenticate i romanzi in genere, e dimenticate anche i giudizi di massima. Concedete una possibilità ai racconti e alle poesie. Odds are, credetemi, che scopriate un poeta e narratore sottovalutato – vivido, curioso di tutto, multicolore… Provateci e sappiatemi dire.

Dic 4, 2011 - gente che scrive, musica    No Comments

Buon Compleanno, JC

Lord Jim Suite.jpgIeri, 3 dicembre, sarebbe stato il 154° compleanno di Joseph Conrad, il mio idolo e modello letterario*. Cercavo qualcosa di musicale per celebrare il genetliaco – e ho trovato una sopresa.

Tra tutte le cose che potevo aspettarmi a proposito di Lord Jim, una suite di musica jazz ispirata al romanzo doveva essere più o meno l’ultima. E invece c’è chi l’ha fatto. Il chitarrista, compositore e arrangiatore catalano Publio Delgado, alumnus del Berklee College of Music di Boston, ha scritto proprio questo: sette brani jazz per un organico di una dozzina di elementi, ispirati ad altrettanti personaggi e momenti del romanzo di Conrad.

Devo confessare che, benché l’idea m’incanti e i brani mi piacciano molto, fatico un po’ ad accostare Lord Jim a questa musica – ma è colpa mia e dei molti anni di rimuginamenti sul personaggio e sul romanzo. Se dovessi scegliere adesso della musica per LJ, magari delle musiche di scena per una riduzione teatrale, sarei in seria difficoltà, lo confesso. Forse la X di Mahler, o la Sinfonia Anctartica di Vaughn Williams, o forse no… Ci penserò su. Qualcuno ha idee in proposito?

Intanto, però, qui c’è Marlow, la bellissima introduzione alla suite di Delgado: 

E poi Lord Jim – Uno de los nuestros:

Incidentalmente, uno di noi – one of us – è la prima impressione che Marlow ha di Jim, ed è quello che in un primo momento lo indispone nei suoi confronti. Gli altri ufficiali del Patna sono chiaramente gentaglia, ma Jim è un Inglese e un gentiluomo – uno di noi, appunto – e proprio per questo il suo atto di codardia è tanto più inaccettabile… Il modo in cui Marlow cambierà idea (o meglio, arriverà a vedere la faccenda in modo diverso) è una delle tante meraviglie di questo libro.

Altri tre brani della suite (El Patna, Culpa, e le due parti di Un Dios Blanco) si trovano qui.

Buona domenica!

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* Funnily enough, quattro tra i miei scrittori preferitissimi son gente di dicembre. Ne sentirete riparlare

Come Non Ottenere Una Recensione

Ricevo mail così concepita:

Salve, le scrivo per il seguente motivo.

La XXX di YYY ha pubblicato il mio primo romanzo, ZZZ. Le sarei molto grato se potesse inserirlo in un catalogo o “presentarlo” in altri modi.

I dati del libro sono riportati sia in calce alla pagina che nel file allegato (più dettagliati).

Qualora avesse bisogno di altro materiale, non esiti a contattarmi.

Grazie e cordiali saluti

Tweedle Dee Dum

Segue descrizione dall’inequivocabile sapore di fattoincasa, dati vari, compresa l’altezza – 1 centimetro – e il prezzo: € 14.90. Apperò. In allegato c’è un’altrettanto artigianale cartella stampa: copertina, descrizione, nota biografica dell’autore – much the usual, sprizzante entusiasmo del neofita da ogni poro digitale.

Dapprima resto interdetta davanti alla crudeness della faccenda. Impersonale e sbagliata come un orologio a cucù, in tutta probabilità circolare, e per di più che cosa si aspetta? Che spenda quindici euri per recensire un libro su richiesta, o che copi&incolli la sua descrizione del suo libro? Libro che, badate bene, non è nemmeno il mio genere… Ha mai posato occhio su SEdS, Tweedle Dee Dum?

E poi, stupidamente, m’intenerisco. Penso che è al suo primo romanzo, che si dibatte tra gl’intricati misteri dell’internet marketing editoriale, che la casa editrice (come molte piccole case editrici) non segue la promozione dei propri autori… Non è come se non ci fossi passata – come se, sotto la maggior parte degli aspetti, non ci fossi ancora in mezzo. Però ho avuto una fortuna: quando ero altrettanto verde, qualcuno si è mosso a pietà e mi ha spiegato un po’ di galateo minimo e qualche trucco del mestiere. E bisogna proprio dire che io sia sesquipedalmente stupida, perché rispondo alla dinomail spiegando che non curo “cataloghi” e non “presento” libri senza averli letti (cosa facilmente riscontrabile dal mio blog), che per le recensioni usa inviare una copia, ma che non mi occupo di narrativa di argomento contemporaneo. E posso suggerire che forse una mail generica non è il più efficace dei metodi? Che forse è meglio sondare un poco il panorama, scegliere i propri destinatari con oculatezza e contattarli uno a uno in modo personalizzato? Promuoversi è complicato, ma farlo in modo approssimativo è controproducente. Cordiali saluti e migliori auguri, eccetera eccetera eccetera. 

Silly me.

Risposta:

Salve, ho imparato più dalla sua responsiva che non dai miei studi e dalle mie letture. Serberò gelosamente lo scritto e, di tanto in tanto, ne rileggerò qualche passo, al fine di assimilarne i concetti.

Grazie, soprattutto per il consiglio, in merito al quale la rinvio ad un vecchi adagio di George Bernard Shaw.

Cordiali saluti

TDD

Capita l’antifona? TDD scrive chiedendo, out of the blue e con la grazia di un rinoceronte, che compri e/o promuova il suo libro e, quando decido di attribuire la maniera all’inesperienza anziché alla maleducazione, TDD assume un tono superiore e fa dell’ironia. Ho deciso di non rispondere. Avrei fatto meglio a deciderlo prima: comincio a credere che avesse ragione mia nonna quando diceva che quella che sembra maleducazione molto spesso lo è. 

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Oh, e qualcuno ha idea di quale sia l’adagio di Shaw cui TDD si riferisce? Chiedo, perché immagino che sia qualcosa a proposito di consigli non richiesti, ma non mi viene in mente nulla.

Ott 14, 2011 - gente che scrive    2 Comments

In Buona Compagnia

“Ma ti vedo agitata,” mi dice ieri il tassista mentre andiamo a Bologna a recuperare la comitiva dall’Irlanda, “sta’ tranquilla: in fondo sono persone come noi…”

E invece no: Seamus Heaney non è una persona come noi.

Oh, non fraintendetemi: è un delizioso anziano signore, cortese e spiritoso, disponibile e curioso di tutto. E Mrs. Heaney è effervescente e simpaticissima, e Peter Fallon ha un’aria sorniona e battute irresistibili… Solo che poi cammini per Mantova con loro, e siedi a cena con loro e traduci in Inglese il menu di tortelli e luccio in salsa, e intanto la conversazione è a dir poco scintillante, mentre ricordano lezioni, pubblicazioni, prime teatrali, e amici di casa dai nomi semi-leggendari come Friel e Guthrie… E poi a un tratto ricordano il matrimonio italiano della sorella di Mrs. Heaney, e il viaggio solitario che Heaney fece per raggiungere tutti quanti in Toscana…

“Oh, Professor, isn’t there this beautiful poem of yours, about coming to Italy with a grey wedding-guest suit, and etruscan sepulchres, and climbing up a hill… Might this be…?”

E lui s’illumina come un ragazzino, e dice che sì, ma allora ho proprio letto i suoi lavori! E poi procede a raccontare come, tanti anni fa, aveva distillato le impressioni del viaggio in quella poesia…

“And whole lots of Chianti wine, you know…” dice Fallon a un certo punto.

E Heaney fa finta di pensare per un attimo e poi dice che sì, anche quello, in effetti…

E da quello si passa all’Antigone che Heaney ha tradotto, alle Georgiche che invece ha tradotto Fallon, e della volta in cui, passeggiando per Battery Park a New York, Mrs. Heaney trovò una poesia del marito incisa nel bordo di un sentiero…

Quindi no: sono incantevoli persone, ma non sono – proprio non sono – persone come noi.

Oh, e stasera è la gran sera. Pensatemi…

Ott 12, 2011 - gente che scrive, Poesia    No Comments

Seamus Heaney

Ogni tanto scopro un poeta e resto folgorata.

È successo anche con Seamus Heaney, straordinario poeta irlandese, premio Nobel per la Letteratura nel 1995, cantore di un’Irlanda amara, nebbiosa e verdissima, di schegge di pietra e pattuglie inglesi, di personaggi mitici reincarnati in viandanti nelle campagne, di leggende mediterranee e celtiche inestricabilmente annodate tra di loro. Ma soprattutto, Heaney canta l’anima, la coscienza e il tormento di chi non ha combattuto, di chi è rimasto a guardare con sgomento mentre IRA, orangisti e “occupanti” inglesi insanguinavano l’Irlanda. E qual è il ruolo del poeta in tutto ciò? Questo è il rovello che Heaney esplora e scava da decenni, venendo gradualmente a patti con la sua posizione di osservatore e distillatore, novello Virgilio estromesso dalla sua terra e forgiatore di versi per se stesso e per l’umanità.

Il risultato è una poesia asciutta, possente, che mescola questioni metafisiche, mito, rugiada sui campi e dettagli quotidiani.

Questa è una delle sue poesie miliari, in cui accosta scrittura e lavoro dei campi, se stesso e la sua famiglia di contadini: una diversa fatica, altrettanto scavare…

DIGGING

Between my finger and my thumb   
The squat pen rests; snug as a gun.

Under my window, a clean rasping sound   
When the spade sinks into gravelly ground:   
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds   
Bends low, comes up twenty years away   
Stooping in rhythm through potato drills   
Where he was digging.

The coarse boot nestled on the lug, the shaft   
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked,
Loving their cool hardness in our hands.

By God, the old man could handle a spade.   
Just like his old man.

My grandfather cut more turf in a day
Than any other man on Toner’s bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, going down and down
For the good turf. Digging.

The cold smell of potato mould, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I’ve no spade to follow men like them.

Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I’ll dig with it.

Solo in Inglese, abbiate pazienza. La recente full immersion nell’opera di Heaney mi ha fatto perdere ancora un po’ di fede nella traduzione letteraria – specialmente in fatto di poesia, e più di tutto una poesia densa come quella di Heaney, dove ogni parola intreccia fasci di significati. Vale la pena di fare qualche sforzo con l’originale, credete.

Ecco, domani vado a Bologna ad accogliere Seamus Heaney che arriva per ricevere sabato mattina il Premio Internazionale Virgilio. Fino a lunedì sarò la sua interprete e, se tutto va molto, molto, molto bene, assisterà anche a Di Uomini E Poeti venerdì sera. Non so dirvi quanto sia emozionata in proposito. Heaney è il più grande scrittore che abbia mai avuto il privilegio d’incontrare.

Vi farò sapere.

Elogio Del Taccuino

appunti,scrittura creativa,processi mentali,taccuini,kafka,leopardi,chatwin,fogazzaro, henry james, moleskineIl bigliettino salta fuori da un libro che non prendevo in mano da un po’ di tempo. Scivola di tra le pagine e plana a terra con vago errore, come i petali del Petrarca.

Foglio quadrettato di un notes pubblicitario – residuato della vita precedente – con orrido logo fuxia e nero e un diluvio di numeri telefonici, di segreteria, di fax…

Ma sopra ci sono delle annotazioni in vari colori:

1) a biro blu, uno snippet di dialogo in Inglese. Kit Marlowe che dice qualcosa a Thomas Walsingham. Non mi dispiace affatto: ci si sentono la voce beffarda, l’intento di provocare e, al tempo stesso, il fondo di leggera ansia del figlio del calzolaio che non ha ancora imparato fin dove può spingersi con il suo aristocratico mecenate – coetaneo in adorazione del poeta di genio, ma pur sempre quello che ha in mano i cordoni della borsa.

2) ancora a biro blu, tre righe di descrizione – e neanche queste mi dispiacciono del tutto. Marlowe-related a loro volta, sospetto, a giudicare dalle candele e dalla stanza rivestita a pannelli di quercia.

3) penna a inchiostro gel viola: un’idea per un post. Neanche del tutto indecente. Ve la ritroverete qui, un momento o l’altro.

3b) con la stessa penna viola, un adolescenzialmente entusiastico LIKE THESE!!! con tre punti esclamativi e tanto di freccette in direzione del dialogo e della descrizione. Arrossisco.

4) penna a inchiostro gel verde: altra idea per un altro post. Anche questo verrà un giorno e – tanto perché lo sappiate – con i nomi non abbiamo ancora finito.

5) biro blu diversa dalla prima: scrawl scarabocchiato in condizioni un tantino estreme, si direbbe, e in tutt’altra direzione rispetto agli altri. THE COMPANY, dice. Non so, mi par di ricordare che sia un film che parla di una compagnia di danza classica… vi dice nulla?

Sono sproporzionatamente felice di avere ritrovato questi appunti. Li userò tutti, in un modo e nell’altro, ma avrei potuto sopravvivere anche senza. E tuttavia inciampare in questa carotatura di pensieri volanti, ideuzze e noterelle misti assortiti mi è piaciuto da matti.

È anche un sostegno alla teoria secondo cui tenere sempre a portata di mano qualcosa su cui scrivere è una sana, produttiva e soddisfacente idea per uno scrittore – teoria provata dalla quantità di scrittori che la pratica(va)no.

Fogazzaro aveva sempre un quadernetto in tasca. Lo si sapeva, ma si credeva che ne fossero rimasti pochi o nessuno. Di recente ne sono saltati fuori parecchi, pieni di annotazioni, appunti e rimuginamenti – pietruzze grezze che poi si ritrovano lucidate e incastonate nelle opere finite.

Di Leopardi vogliamo parlare? Lo Zibaldone è forse IL taccuino letterario per eccellenza. Secondo Iris Origo, biografa classica del Giacomo, l’idea gli fu suggerita dall’abate Antonio Vogel, secondo cui ogni letterato avrebbe dovuto avere un piccolo caos per iscritto, un taccuino di sottiseries, adrersa, excerpta, pugillares, commentaria… una riserva da cui potesse uscir letteratura come il sole, la luna e le stelle erano emerse dal caos.

I Quaderni Azzurri di Kafka forse non erano precisamente dei taccuini, ma di sicuro erano più piccoli dei suoi abituali diari e, che se li portasse dietro o meno, ci annotava aforismi, appunti e strologamenti filosofici.

Henry James usò i taccuini per tutta la sua carriera, annotandoci idee, possibilità, tratti di caratterizzazione per i suoi personaggi, nomi e indirizzi, osservazioni personali, commenti, impegni, e ogni genere di minuzia anche solo vagamente letteraria – tra l’altro la sua solenne decisione di abbandonare per sempre il teatro dopo il fiasco di Guy Domville. Sono un documento affascinante e se ne può leggere qualcosina qui. appunti,scrittura creativa,processi mentali,taccuini,kafka,leopardi,chatwin,fogazzaro, henry james, moleskine

Bruce Chatwin era un consumatore seriale di taccuini – e li voleva tutti di un particolare tipo: quelli che poi, usciti di produzione e ripresi da una ditta italiana, sarebbero diventati i Moleskine. E non si capisce fino in fondo perché i Moleskine debbano essere conosciuti universalmente come “i taccuini di Hemingway”, quando in realtà erano quelli di Chatwin.

Insomma si direbbe che la storia della letteratura sia piena di taccuinatori compulsivi, e non è particolarmente strano. Da un lato un taccuino, con quelle pagine che sembrano supplicare “riempimi! riempimi!” è un magnifico incentivo a scrivere. E poi, più seriamente, più si è esercitati a cogliere idee in ogni dove (e lo scrittore medio lo fa tutto il tempo), più le idee si presentano. Ma essendo creature dispettose, temperamentali e di pessimo carattere, le idee arrivano a tradimento, germogliano irrepressibilmente e, se non si è pronti a dar loro retta, si offendono e si dileguano. Non c’è modo di dire a un’idea “aspetta, ne riparliamo fra dieci minuti – quando non starò guidando/facendo la spesa/facendo yoga/calcolando un tetto/trapiantando le begonie/prendendo sonno.” L’idea va catturata immediatamente e imprigionata, altrimenti è perduta. E spesso e volentieri l’unico modo per riuscirci è l’immemorabile tradizione del taccuino – da portarsi sempre dietro.

Perché, come dice MacNair Wilson, “Tutto quel che vale la pena di essere ricordato, vale la pena di essere scritto.”

Il Nuovo Nome Della Rosa – Eco A Canossa?

umberto eco, il nome della rosa, il messaggero, riscrittura, bompianiChe vuol mai dire? Umberto Eco che riscrive Il Nome Della Rosa? Stando al Messaggero* la notizia è certa, anche se finora se ne sa pochino – si può dire che i soli particolari già noti siano il numero di pagine e il prezzo del volume…

E perché “riscrivere” un super-bestseller a trent’anni di distanza?

La risposta mi colpisce in più di un modo.

In primis, secondo l’innominato redattore de Il Messaggero.it, per renderlo più accessibile ai nuovi lettori degli anni Duemila.

Hm. Più accessibile. In effetti, a suo tempo, ricordo di essermi fatta soprattutto una domanda, nel leggere INdR: come si conciliavano l’immensa popolarità del romanzo e le consistenti quantità di Latino, filosofia scolastica, divagazioni teologiche, occasionali passaggi in Greco ed Ebraico, e molta altra materia indigesta offerta in un linguaggio non precisamente divulgativo? E la domanda aveva una risposta lapalissiana, che si scopriva provando a discuterne con un campione appena consistente della legione di lettori nomerosisti: più che una lettura, INdR era un meeting di atletica, in cui molti saltavano spesso, molti altri (s)correvano rapidamente e qualcuno combinava entrambe le discipline. 

D’altro canto, il romanzo era molto à la page, il genere di tomo che bisognava avere letto e che, una volta letto, autorizzava a dire “sì, leggo molto.” E se non si capiva granché… oh well, è bastato avere un po’ di pazienza perché arrivasse il film. Così tutti si leggeva in muta adorazione e si usciva dall’esperienza patentati: “sì, io leggo molto – per esempio Umberto Eco.”

Poi le decadi sono passate, e altri autori hanno soppiantato Eco nel ruolo di dispensatori di patenti: Baricco, Khaled Hosseini, Muriel Barbery e Saviano, per citarne solo alcuni. Tra l’altro, tutta gente (da un po’ a molto) più facile da leggere: è possibile dire “sì, io leggo molto…” senza doversi sentire stupidi per molte centinaia di pagine. E l’atteggiamento nei confronti del professor Eco è cambiata da muta adorazione in impaziente indifferenza.

Di recente ho letto un articolo in cui la romanziera e autrice teatrale americana Cora Bresciano discuteva di metodi per l’utilizzo di lingue diverse in narrativa. Bresciano citava Eco come esempio del metodo più irritante – quello di inserire ampie quantità di una lingua straniera senza offrire nessun tipo di traduzione, lasciando che il lettore si arrangi se ne è capace o se ne ha voglia.

“Naturalmente lui è Umberto Eco,” commenta Bresciano, “autore di fama mondiale ed erudito, per cui può fare tutto quel che vuole – ma non posso fare a meno di sentirmi frustrata dalla sua indifferenza verso chiunque non sappia tutte le lingue che lui conosce.”

E forse Eco si è accorto che ai lettori d’oggidì, in particolare ai giovani abituati fin da piccoli alle tecnologie digitali, non va di leggere libri che li confondono e frustrano per la maggior parte del tempo. Il corsivo è tratto di nuovo dall’articolo del Messaggero, e non so se sia solo un riferimento alla tendenza delle nuove generazioni a perdere interesse in tutto ciò che non offre immediata gratificazione, o se voglia preannunciare che a breve, dopo le traduzioni della nuova versione, ci ritroveremo alle prese con Il Nome della e-Rosa enhanced – completo di canti gregoriani, fruscii di pergamena e urla nella notte…

No, siamo seri: sembra che Eco (o qualcuno per lui da Bompiani) abbia sentito il bisogno di rivedere il […] romanzo per sveltirne certi passaggi e rinfrescare il linguaggio. E subito mi coglie un altro dubbio: immagino che i “certi passaggi” da sveltire comprenderanno molti degli sfoggi di erudizione dell’autore – e fin qui tutto bene – ma il linguaggio? Per me il fascino de INdR consiste in buona parte nel linguaggio tra il medievaleggiante, lo scottiano e il vecchiamaniera, con la sua rete fittissima di citazioni, calchi, riferimenti, parodie e imitazioni… che ne sarà della personalità del libro, della sua voce, una volta che il linguaggio sarà stato rinfrescato?

Ho tanto la sensazione che, nella migliore delle ipotesi, ne resterà un giallo storico come molti altri.umberto eco, il nome della rosa, il messaggero, riscrittura, bompiani

Insomma: inclino a credere che tutto ciò sia assai più un’operazione editoriale che una conversione del nostro semi-romanziere nazionale. A dire il vero sono abbastanza curiosa di vedere come verrà condotta, ma non è un bel genere di curiosità: è un po’ come voler vedere il Dr. Frankenstein che trapianta un cervello nuovo in un corpo del tutto inadatto. Senz’altro si può fare – ma sarà davvero una buona idea?

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* Leggete anche i commenti: come spesso accade, sono istruttivi come e più dell’articolo…

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ETA: mi si segnala che, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Eco avrebbe smentito riscritture drastiche, parlando invece di qualche errata corrige di anacronismi botanici (suppongo i celebri peperoni) e poco altro. Una rapida ricerca in rete mi ha dato accesso a questo articolo de Il Corriere della Sera.it, che sembra ridimensionare l’intervento cosmetico, ma ammette qualcosa di più dei peperoni e riporta qualche polemica transalpina in proposito – oltre a citare illustri precedenti. Resta il fatto che serviranno traduzioni nuove, cosa che sembra indicare, di nuovo, qualcosa di più consistente dei peperoni. Staremo a vedere – dal 5 ottobre in poi.

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