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Kindle @author: Chiedi All’Autore

Dunque adesso Kindle consente di comunicare con l’autore durante la lettura. Lo dice Jeff Bertolucci qui. Non qualsiasi autore: per ora i partecipanti all’esperimento @author sono una manciata, tra cui – e dite la verità: siete poco sorpresi come lo sono io? – Joe Konrath e John Locke.

Il funzionamento è semplice: se mentre leggete un ebook vi punge un’improvvisa curiosità, di quelle che solo l’autore può appagare, il vostro marchingegno vi consente di rivolgere la vostra domanda alla persona giusta – purché lo facciate in meno di cento caratteri. Mica tanti: farete bene ad avere curiosità sintetiche… Dopodiché l’autore riceverà la domanda e, presumibilmente, risponderà.

Si capisce che bisognerà attendersi tempi lunghetti: lo scrittore non è un call center 24/7, ciò che a mio avviso forse rende @author un nonnulla ridondante: cosa vi impedisce davvero di fare la vostra domanda via Amazon Author Page (oltretutto senza il limite dei 100 caratteri) non appena avrete accesso a una connessione internet vera e propria? Chi è mai morto fulminato per non aver capito una svolta della trama? E non posso fare a meno di chiedermi: come si regoleranno con l’inevitabile quantità domande idiote? E a lungo andare allestiranno una sezione FAQ sulla AP e un responder automatico per @author?

Ma a parte queste idle curiosities, non nego che l’idea di comunicare con l’autore sia sempre interessante.  Potenzialmente pericolosa, forse, ma interessante.

Sorry, ma non potete contattare gli autori morti, conclude Bertolucci. Almeno non ancora.

Peccato, peccato… Ma noi facciamo un gioco: se poteste fare una domanda a un autore morto, se poteste farvi spiegare un punto di trama, dubitare di un tema, fare domande sull’esatta connotazione di una parola in un dato contesto, cosa chiedereste e a chi?

Forza: @deadauthor…

 

Il Mondo Piccolo di Guareschi

Parlando di scrittori, trovo che ci sia un genere speciale di grandezza: la capacità di creare mondi. E badate, non parlo di dettagliatissimo e immaginifico worldbuilding da fantascienza o fantasy – o almeno non necessariamente. Parlo di ogni caso in cui uno scrittore crea una serie di personaggi, luoghi e atmosfere che assumono un grado di realtà per il lettore. “Posti” in cui si vorrebbe stare, in cui ci si sente trasportati per il tempo della lettura, da cui spiace allontanarsi dopo avere chiuso il libro, di cui si sente nostalgia…

Guareschi1.JPGPrendete Guareschi e la sua Bassa del dopoguerra, con gli argini del fiume, i pioppi, i campi, la piazza del paese, le stalle, le trattorie, l’officina, la scuola elementare, la chiesa, la sezione del PCI… Quello che Guareschi chiamava il Mondo Piccolo – da qualche parte sulle rive del Po – è diventato un Posto di questo genere per un’infinità di lettori.

Fontanelle (PR), il paese natale di Guareschi, al Mondo Piccolo ha dedicato un incantevole museino che incarna alla perfezione quest’idea. Ci si arriva vagando per la campagna parmense, lungo strade minori, attraverso campi già mietuti, di paesetto in paesetto. Poi s’imbocca un magnifico viale di tigli – dove ci si aspetta da un momento all’altro di vedere la sagoma di Don Camillo in bicicletta, sottana, saturno e tutto – e ci si ferma a una di quelle vecchie scuole elementari con la facciata d’intonaco giallino e mattoni a vista. Credo che parte della mia generazione – la fetta che abita in campagna – abbia fatto in tempo a imparare a scrivere in edifici del genere. Ci si sente in territorio familiare. Davanti alla scuola c’è il Giovannino in persona. Statua in bronzo a grandezza naturale. In bicicletta. Come se fosse capitato lì e stesse per ripartire da un momento all’altro, fermo solo per il tempo di salutare con un cenno i nuovi venuti. Si ricambia il saluto e si entra nel museo. 

Nel Museo del Mondo Piccolo, a dire il vero, non è esposto nulla. Ci sono riproduzioni di vecchie fotografie, mappe di varie epoche, audiovisivi, una combinazione di tronchi e specchi che ricostruisce (con una certa efficacia) un boschetto di pioppi, alcuni vecchi banchi scolastici dove ci si può sedere per ascoltare la storia di Faraboli, delle sagome di contadini e un paio di pallets di libri di Guareschi. Nient’altro. Si passeggia e si ascoltano le voci che raccontano la storia della zona, la vita nei campi, la nascita delle cooperative, le vicende del Giovannino.otellobernini.jpg

E si ricorda. Si ricordano letture guareschiane ad opera delle nonne, personaggi irascibili e candidi, così vividi da essere quasi gente di famiglia, citazioni passate a lessico famigliare,  film rivisti all’infinito. E uscendo dalla scuola/museo ci si ritrova ancora nel Mondo Piccolo, nei paesetti, nei viali alberati, nei campi, nelle corti, a tavola con lambrusco e culatello – e non è difficile immaginare in questo scenario la gente e i fatti che si sono appena sentiti descrivere nel museo. Nel museo dove si respirava la stessa aria. Nel museo dove non è esposto nulla. Nulla se non l’atmosfera – l’essenza intangibile del Posto.

Recensioncella – Nonché La Sindrome Del Marinaio Greco

Comunicazione lampo: la Giudi è stata recensita su SognandoLeggendo – sito/community di recensioni, interviste, pennivendolerie e tutto ciò che ha a che fare con quei parallelepipedi di carta (o virtuali) pieni di storie.

La recensione è qui: recensione*, e ci sono anche tutti quei bei bottoni che permettono di segnalarla su FaceBook, o su Twitter, you know

E ora un’appendice alla comunicazione lampo: la recensione è positiva, va da sé. Se fosse stata cattiva, o anche solo mediocre, sarei qui a segnalarvela con tanto di post? Hardly. Conosco la teoria dell’affrontare le critiche negative, ma presentatemi qualcuno che possieda quel genere di masochismo…

Ecco, stavo scrivendo questo, e poi mi sono fermata. C’è un altro tipo di reazione. Se avessi ricevuto una recensione negativa potrei strillare agli alti cieli, dichiararmi perseguitata, ingaggiare scambi d’insulti con il recensore – diretti o a distanza, sul mio sito, sul suo, su blog, forum e social media…), potrei aizzare la mia clique

No, io non ce l’ho una clique, e d’altronde non ho nemmeno ricevuto recensioni negative – almeno non ancora, ma è quel genere di atti inconsulti e truculenti che si vedono accadere in giro per la rete e fuori di essa. Ci sono esempi nostrani recenti, ci sono casi vecchi come le colline – la cosiddetta Querelle Du Cid coinvolse Corneille, nientemeno – e poi c’è il caso che è diventato fulmineamente proverbiale nel mondo editoriale americano, tanto che già si parla di Sindrome del Marinaio Greco. Lettura interessante, se volete vedere una scrittrice che dà di matto nella più pubblica e irreparabile delle maniere** a proposito di osservazioni del tutto ragionevoli sulla qualità della sua scrittura e del suo lavoro autoeditoriale.

Dopodiché, guardate: la reazione è del tutto umana. Ricevere una recensione men che stellare e avere l’impulso di assassinare il recensore con amici, parenti, congiunti, ascendenti e discendenti fino alla quarta generazione è naturale. Questo fa degli scrittori degli equivalenti editoriali delle tazze di tè? Gente che ha nutrito, lisciato e iperprotetto il proprio ego al punto che il primo urto lo fa esplodere in minutissime schegge – e tanto peggio per chi si trova nel raggio? E’ possibile, ma non particolarmente scandaloso. Quello che è imperdonabile è mettersi a ululare in pubblico e – peggio ancora – scadere negli insulti. Potrà sembrare catartico al momento, ma non si fa mai una buona figura…

Non credo che si impari mai davvero a prendere le cattive recensioni con nonchalance, ma è bene sforzarsi di celare bene la propria furia distruttiva e il proprio cuore a brandelli.

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* E se ve la linko (horrid, horrid, horrid verb!) in questo modo dissennato è perché non riesco a fare altrimenti. Per qualche motivo, all’apposita finestrella di dialogo il “qui” non piace. Va’ a sapere…

** Poi c’è da chiedersi se con questa squilibratissima piazzata la Howett si sia rovinata del tutto qualsiasi possibilità di carriera o sia riuscita ad ottenere lo status di personaggio da talk show. Ho perso il polso della faccenda da ben prima che Big Al chiudesse i commenti, ma provate a cercare “Greek Seaman” su Google – sono certa che troverete abbondanza di materiale.

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Noterella non correlata – nemmeno per sbaglio: buon compleanno, L.!!!

Saviano, Conrad E Padre Pio – A Rant

“…Da domani in edicola, La Linea D’Ombra, di Joseph Conrad…” afferro vagamente. To’, mi dico. E poi… “Introduzione di Roberto Saviano.”

Che cosa? Saviano che introduce Conrad? Devo aver capito male – e non ci penso più. Perché intendiamoci: Saviano è un coraggioso e ammirevole giornalista, ma da qui ad essere un prefatore letterario, ce ne corre.

Poi invece scopro che con Repubblica esce (e cito) “una nuova collana composta da romanzi brevi o raccolte di racconti, testi di assoluta eccellenza scelti fra quelli più rappresentativi della stagione culturale seguita in Occidente al grande realismo ottocentesco.” Lodevole. E non basta, perché “ogni titolo sarà introdotto da un autore di oggi, che ha scelto di spiegare perché leggere quel particolare classico.”

Ah be’, mi dico. Un’introduzione non è una prefazione, dopo tutto. E’ il genere di cosa “questo libro mi è piaciuto tanto perché ta-ran ta-ran ta-ran; leggetelo anche voi perché ta-ran ta-ran ta-ran…” La faccenda comincia a somigliare un po’ più a una questione di marketing che di letteratura: come possiamo rendere attraente un autore generalmente trascuratello? Ma affiancandogli un nome che tira, perbacco! E quale nome tira più di quello di Saviano? Nulla di male in tutto ciò – anzi. Un po’ di curiosità però la confesso. e, quando ho l’occasione di mettere le ugne sul libro in questione, ne approfitto.

E’ la ristampa per gentile concessione di un’edizione Einaudi, tradotta da Flavia Marenco, con prefazione dell’autore e nota introduttiva di Pavese. So far so good. Prima di tutto, però, c’è un’ulteriore introduzione – Saviano, appunto. Vediamo un po’ che cos’ha da dire Saviano su La Linea D’Ombra.

Apparentemente, Saviano ha da dire per prima cosa che “spesso un libro ti sceglie, non lo scegli tu.” E prosegue con altre graziose romanticherie del genere. Bel colpo. Questo è il genere di apertura di sicuro effetto per cui tutti gli altri introduttori ingaggiati da Repubblica tireranno accidenti al primo della lista: avendolo già detto lui, non possono più dirlo loro, mannaggia!

Una volta esauriti i paragrafi generici sulle storie d’amore lettore/libro, però, si passa a parlare del libro in questione, e… hm. Sentite.

“[Sentivo c]he quella non è la vita, ma calme plat, grand miroir de mon désespoir (calma piatta, grande specchio della mia disperazione) è un verso preso da La Musique di Charles Baudelaire, i cui verso descrivono la fratellanza tra la musica e il mare, che può esser in tempesta e gonfiare le vele come la musica gonfia il petto. Ma può anche esser una musica lieve quasi silenziosa, come la bonaccia: calma piatta. E’ una metafora perfetta questo verso per Conrad: la bonaccia è per il marinaio una disperazione, proprio come la calma piatta per il giovane.” (p. 5)

Sic. Sintassi e punteggiatura, sic. Non un corsivo, sic. Costruzione, sic. Non so voi, ma a me sembra, più di ogni altra cosa, una frettolosa trascrizione da parlato. Andiamo avanti.

“Quel marinaio in secca che sente che quella non è la vita che vuole.” (p. 6)

A Saviano piace proprio scrivere per frammenti – il che non è necessariamente un difetto, a patto che i frammenti funzionino. Ma tre “che” di fila? E c’è altro.

“Se ne rende conto solo uno degli ospiti della ‘Casa del Marinaio’, un uomo che ha già percorso ciò che il giovane ha davanti. Il capitano Giles lo ascolta, ma avendo capito l’inconfessabile aspirazione del suo interlocutore, a un certo punto gli dà una dritta decisiva.” (p. 7)

Siamo franchi: se uno di noi avesse scritto queste 46 parole in un tema di letteratura al Liceo, se ne sarebbe sentite cantare quattro. Per i pronomi selvaggi (lo ascolta? Chi, please?), per mancanza di logica (a che serve e che cosa significa quel ma?), per le scelte lessicali (inconfessabile? E che c’è di inconfessabile – ovvero turpe, tanto grave da non potersi confessare senza vergogna – nell’aspirazione a diventare capitano? Non sarà per caso inconfessata?), e infine per la generale ineleganza della costruzione. E se siete disposti a considerarli peccati veniali, c’è di peggio.

“Di colpo quelli che considerava idioti perché non affrontavano la vita con la passione e la velocità d’idee che riconoscevi a te stesso, ora ti sembrano più capaci di te.” (p. 7)

E concediamo pure che gli errori di stumpa possano non essere colpa di Saviano – ma “Di colpo/ora”? E la “velocità d’idee”? E, se devo dirla tutta, a me quel considerava non sembra tanto un eds, quanto il relitto di un periodo più lungo, sistemato inconsultamente e poi non ricontrollato.

Come, del resto, questo passaggio, a proposito del confronto con Cuore Di Tenebra*: “Non riesco a pensare i due libri separati, forse nemmeno di amare uno più dell’altro, ma scegliere La linea d’ombra è stato facile.” (p. 8)

E poi potrei citare brutture miste assortite come “Non è solo semplicemente stanchezza” (p. 9),  o “Quando Conrad scrisse questo romanzo era un uomo maturo, di 60 anni, aveva sorpassato quella linea già da parecchio tempo” (p. 9) – calchi del parlato così evidenti e così sciatti che sconsolano.

Se poi cercate una giustificazione nell’idea che la forma sia sacrificata a chissà quale profondità di contenuto, temo di dovervi disilludere: non ci scostiamo mai dalla lettura più generica e dalla maniera più blanda. E non è che la maniera più blanda sia aiutata da costruzioni arruffate ai limiti dell’incomprensibile, tipo “E’ una maturità che emerge nel personaggio del capitano Giles, così mal sopportato all’inizio dal nostro protagonista, che lo considera noioso, pedante – esattamente come si immagina che i giovani considerino gli adulti – ma dotato di una saggezza che il giovane riconosce progressivamente.” (p. 9)

Per finire poi con questa convoluta e, va da sé, frammentata perla di saggezza e profondità: “E comprendi che quella linea d’ombra la superi e ti supera, ti è davanti e non l’hai mai superata. Nell’incessante cammino della tua esistenza.” (p. 9)

Ora mi sembra di sentire cori furibondi di proteste: il mestiere di Saviano non è essere elegante, lui dice quel che deve dire, l’importante è l’efficacia, l’importante è il contenuto…

Davvero? Parliamone.

Saviano vive della sua scrittura. Non m’importa cosa scrive e perché lo scrive: scrive professionalmente e, per chi scrive professionalmente, la forma è sostanza. Il suo mestiere è esprimere e comunicare concetti, e la lingua, la grammatica, la sintassi e la retorica sono i suoi strumenti. Pensereste tutto il bene possibile di un cuoco che serve in tavola ingredienti accostati senza criterio, cotti e presentati come capita? Non credo – e poco importa quanto gli ingredienti stessi siano di per sé nutrienti. Un cuoco che non sa distinguere il lievito dal bicarbonato e non ha idea (o riguardo) dei tempi di cottura, non è un bravo cuoco. Uno scrittore che non ha idea (o riguardo) della sintassi non è un bravo scrittore. E non stiamo parlando di deliberate distorsioni stilistiche, ma di trascuratezze gravi.

Ora, ho detto che molte di queste trascuratezze sembrano venire pari pari dal parlato, o essere frutto di scarsa revisione. Se credete che una di queste due sia un’attenuante, parliamo anche di questo. Uno: se c’è qualcosa che uno scrittore deve sapere, è che lingua parlata e lingua scritta non sono la stessa cosa. Riprodurre il parlato per iscritto non è questione di trascrivere sulla carta quel si dice, parola per parola. Occorre sfilettare, adattare, sistemare, sfrondare e recuperare l’impressione della lingua parlata senza il beneficio dell’intonazione e della fuggevolezza. E’ quasi, mutatis mutandis, come tradurre in un’altra lingua. E’ – indovinate un po’ – a matter of hard work. Due: rileggere, rivedere, ricontrollare, levigare e aggiustare non sono corollari opzionali. Sono parte integrante e fondamentale del lavoro dello scrittore. E’ una questione di rispetto di sé e del lettore mandare Là Fuori il meglio che si può fare – sempre. Di nuovo: a matter of hard work. E in tutta franchezza, di duro lavoro in questa introduzione se ne vede poco. Se c’è stato, lasciate che dubiti delle capacità tecniche di Saviano**. Se non c’è stato, temo di dover dubitare del suo rispetto per il suo mestiere e per i suoi lettori: possibile che non avesse mezz’oretta per controllare che non ci fossero magagne, prima di mandare il pezzo a Repubblica?***

Con tutto ciò, per onestà, a questo punto devo scendere un attimo dalla mia scatola di sapone per riferire che A. – persona che non considero stupida – dopo avere letto l’introduzione ha espresso con qualche emozione l’intento di rileggere il romanzo. “Ma non ti accorgi di quanto è mal scritta?” m’infurio io. E A. scrolla le spalle: “Non m’importa. A me interessa come dice le cose lui, e mi ha fatto venire voglia di rileggerlo.” 

Il che significa che l’introduzione di Saviano, almeno nel caso di A., ha svolto la sua funzione. Cosa che i marketers di Repubblica si aspettavano in pieno, o non avrebbero aperto la collana proprio con questo libro così introdotto. Non credo che sia un caso se qui c’è in anteprima solo la prefazione dell’autore. Quello che la gente deve comprare (e comprerà) sono le quattro pagine di Saviano – Conrad è un accessorio.

Sono malvagia? Sarà, ma sentite qui: il Corriere, per non restare indietro, avvia una collana chiamata Inediti d’Autore, “Una serie di racconti inediti dei più grandi autori italiani contemporanei” (Gazzetta Store), “una straordinaria collezione di romanzi brevi di grandi autori italiani, mai prima pubblicati” (PostCardCult), nonché “opere inedite dei più grandi narratori contemporanei italiani” (pagina FB Qualunquismo di Fabio Volo). L’elenco degli autori comprende, tra gli altri, grandi narratori come Federico Moccia, Silvio Muccino e Mauro Corona, e indovinate un po’ chi è il capofila? Ma il nostro immancabile Saviano, naturalmente.

A parte tutto il resto, avete presente quelle collezioni in centoventi uscite settimanali – soldatini di piombo, santini, modelli di navi da costruire, cd musicali, you name it? Avete presente come la prima uscita non sia mai il primo pezzo in ordine cronologico o logico – ma il più attraente, quello che un sacco di gente comprerà? Appunto: Saviano come Padre Pio, la Ferrari e il legionario romano. Non scriverà molto bene, ma di sicuro può vantarsi di essere diventato un’icona.

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* Perché, sapete: “Si dice che il lettori di Conrad, si dividono…” Sic: i lettori di Conrad virgola si dividono. Sicchissimo.

* Riconosco che c’è un’altra possibilità: può darsi che il testo originale fosse ragionevole, e poi qualcuno lo abbia tagliato con poco criterio in fase di allestimento del libro. In realtà, a parte un paio di casi, non mi sembra questo il problema – ma se fosse così, al posto di Saviano, denuncerei Repubblica.

*** Oh, e naturalmente, non è che tutto questo dica un gran bene del rispetto di Repubblica verso i lettori, either.

Mag 25, 2011 - Digitalia, gente che scrive    5 Comments

Emilio Salgari, Che Avrebbe Voluto Esser Tutto E Lo Volle Invano

salgari, romanzi d'avventura, ebook, sandokan, il corsaro neroOggi fanno cent’anni e un mese che Emilio Salgari uscì di  casa con un rasoio in mano e se ne andò a suicidarsi nei boschi, lasciandosi dietro un diluvio di romanzi d’avventura, una moglie pazza, un sacco di debiti e quattro figli chiamati Omar, Nadir, Romero e Fatima – tutti destinati a morte precoce.

A me Salgari ricorda tanto Charlie, l’impiegatino protagonista de La Più Bella Storia Mai Raccontata, di Kipling: un approssimativo autodidatta con velleità letterarie, molto entusiasmo e una formazione del tutto insufficiente, benedetto però da un’immaginazione narrativa straripante. Charlie si salva perché, quando si innamora di una graziosa e placida dattilografa della City, il suo dono (che Kipling descrive come una memoria di vite passate) si dissolve come neve al sole. Salgari invece si ritroverà condannato dalla sua facilità narrativa e dal suo candore di fronte a editori senza scrupoli, costretto a produrre tre romanzi l’anno per evitare la rovina finanziaria… emilio salgari, centenario della morte, il corsaro nero, la tigre della malesia, ebook gratuiti, progetto manuzio

E così ecco corsari su corsari di ogni colore, e le figlie, i figli e i nipoti dei corsari in saghe, faide e vendette; ed ecco le tigri della Malesia, gli avventurieri portoghesi, le principesse della jungla, gli Inglesi malvagi, gli assassini thug; e poi il Far West, le Filippine, le Bermude, Damasco, il Sudan, Asia, Africa, cieli ed oceani, e ogni genere di luogo esotico, costruito con tocchi di colore locale saccheggiati da libri e atlanti – come gli scenari dipinti di una recita filodrammatica.

Salgari non vide mai nessuno dei suoi posti lontani: studiò da ufficiale mercantile e non prese mai il brevetto di capitano – che pure millantò per tutta la vita. Da ragazzo fece per tre mesi il piccolo cabotaggio lungo le coste adriatiche, e questa fu tutta la sua acqua salata. Il resto è fantasia spudorata e lussureggianti vaghezze. Ricordo – anche se non so più in quale dei romanzi – che nella biblioteca del protagonista c’erano numerosi “scaffali di metallo dorato di foggia antichissima”… Scaffali di metallo? Di metallo dorato? Di foggia antichissima? Ma d’altra parte, quando si butta fuori un romanzo ogni tre mesi non c’è tempo per la documentazione meticolosa, e che poteva mai saperne il povero Salgari, capitano di nulla e schiavo degli editori?

emilio salgari, centenario della morte, il corsaro nero, la tigre della malesia, ebook gratuiti, progetto manuzioUna storia semitragica il cui prodotto ha allietato l’infanzia di generazioni. Non la mia, devo dire. Da bambina ricevetti (e ancora possiedo) una scatolata di Salgari, edizioni Anni Quaranta con copertine rigide decorate a pelle di leopardo – regalo di un cugino acquisito di mia madre, cui piaceva la mia avidità di piccola lettrice. Provai, davvero. Ricordo i corsari multicolori e il perfido Wan Guld, e Kammamuri, e Ada, e Tremal Najk… Non ebbi mai il coraggio di dire al cugino che li avevo detestati, insieme all’insopportabile e spiritato Sandokan televisivo. Ma io tenevo per gli Inglesi (Rajah Brooke per primo) e non faccio testo: quanti bambini hanno giocato ai corsari tra le lenzuola stese o cacciato le tigri in giardino? Facciamo che tu eri Yanez e assaltavamo la fortezza…

Questo forse è il tipo di tributo che sarebbe piaciuto più di tutti a Emilio Salgari, l’uomo che battezzava col suo stesso nome il suo bel corsaro nobile e tormentato – e che, figlio e padre di suicidi, finì suicida a sua volta perché gli avevano tolto tutta la gioia che cercava nel meraviglioso gioco delle storie.

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E adesso, letture. Ho scoperto a mie spese che rileggere da adulti i libri che abbiamo amato da ragazzi tende ad essere un errore: in linea generale, meglio lasciarli dove sono, in fondo alle nebbie dorate dell’entusiastico ricordo e della nostalgia. Tuttavia, se non avete letto Salgari da implumi, se non vi è piaciuto nemmeno allora, se non siete sentimentali alla mia stessa maniera, o se volete celebrare leggendo il centenario salgariano, qui trovate i numerosi titoli digitalizzati in vari formati dal Progetto Manuzio/ LiberLiber. C’è di tutto un po’, compresi racconti e romanzi meno conosciuti.

Apr 20, 2011 - gente che scrive, teatro    3 Comments

Di Spie, Verbi e Paranoia

Gli scrittori, sapete, son gente pittoresca.

Qualche mese fa contatto un autore americano, chiedendogli come posso procurarmi una copia del suo play biografico su Christopher Marlowe, che risulta pubblicato ma fuori commercio. Siccome non ottengo risposta alcuna, mi rivolgo allora alla Shakespeare Society of America, che a suo tempo aveva pubblicato il testo: è possibile contattare l’autore, oppure acquistare una copia in qualche modo? Non è la prima volta che lo faccio: in genere l’autore si dimostra piacevolmente stupito che qualcuno sull’altro lato della Tinozza sia interessato al suo lavoro, e come ne ho sentito parlare, e posso trovarne una copia così-e-così, e mi va, quando l’avrò letto, di dirgli che cosa me ne pare?

Questo signore qui, invece, mi cerca su Facebook, chiedendo se sono “la persona che ha conttattato la SSA per il suo Marlowe“, e se può sapere perché sono interessata.

Gli spiego di avere tentato un contatto diretto per prima cosa, e gli racconto del mio interesse per il personaggio e della mia intenzione di scrivere in proposito a mia volta…

E questo signore,  che sarà meglio lasciare innominato, mi spiega che no, non mi metterà in condizione di leggere il suo testo, perché poi non potrei fare a meno di esserne influenzata, e non vorrebbe che mi esponessi ad accuse di plagio. In fondo, si tratta di fatti storici, e c’è un limitato numero di interpretazioni che ne possono scaturire – e la sua è sua.

Replico allora che, avendo letto e studiato parecchio su Marlowe negli ultimi anni, ho fiducia nella mia capacità di produrre un’interpretazione personale e originale dei fatti in questione, thank you very much. Dininguardi, non parliamo più di leggere il suo play, ma resta il fatto che su Marlowe esistono infiniti romanzi e plays: vuole suggerire che siano tutti plagi del suo lavoro?

Questo Slightly Paranoid American Playwright dice che non sa nulla degli altri, ma il suo è basato su anni di ricerca originale e una profonda conoscenza del funzionamento dell’intelligence, avendo lui stesso lavorato per molti anni nei servizi segreti militari americani: come già detto, non potrei evitare di esserne influenzata. Se proprio voglio lavorare su Marlowe, perché non scrivo un romanzo, invece? Potrei perseguire gli aspetti personali e psicologici del personaggio, ai quali lui non è davvero interessato: non essendo un sociopatico sadico e morboso, non riesce a calarsi nella psiche di un uomo del genere – e nemmeno ci tiene. A man has to know his limitation.

Incerta se offendermi o divertirmi, ingollo i miei dubbi sul fatto che i servizi di spionaggio elisabettiani funzionassero granché come quelli contemporanei, ignoro l’implicazione che io debba essere una sociopatica sadica e morbosa e lo ringrazio molto del permesso di scrivere un romanzo. in realtà, con o senza il suo permesso, preferirei proseguire con il mio progetto, ma può stare tranquillo, perché sono molto più interessata alla psiche di Marlowe, alla sua poesia e a un possibile taglio metaletterario – senza nessuna enfasi sull’intelligence, di cui peraltro so soltanto quello che ho letto. A woman must know her limitations.

SPAP sembra essere allora colto dal dubbio di avere reagito un nonnulla inconsultamente. Devo perdonare un filo di deformazione professionale, ma il fatto è che il suo play è ora in predicato di diventare un film che verrà distribuito anche in Italia, e quindi non è un po’ strano che io me ne salti fuori proprio adesso con una richiesta del genere?

Ormai convinta di avere a che fare con uno squadrellato, auguro a SPAP ogni bene per il suo film e considero chiusa la corrispondenza.

Un paio di settimane fa, invece, SPAP si fa vivo per comunicarmi che il suo play è appena stato ripubblicato in versione Kindle. Visto che in precedenza non si era comportato troppo bene, tiene a farmelo sapere. Gli farebbe piacere conoscere la mia opinione – e naturalmente, se ho delle domande, sarà ben felice di rispondere.

Bemused and amused, leggo debitamente. E più leggo, più resto perplessa. Intanto, l’edizione Kindle è disseminata di errori di stumpa. Poi la faccenda è scritta in un Inglese pseudo-elisabettiano, improbabilmente rigido e con un uso dei verbi e delle forme di cortesia che lascia adito a molti dubbi. Tra parentesi, a cosa pensava la Shakespeare Society of America, mentre pubblicava un testo che confonde seconde e terze persone come se piovesse? Poi la caratterizzazione dei personaggi è tanto bidimensionale quanto può esserlo – ma già: SPAP non è interessato alla psiche, ricordate? Be’, mi dico, vediamo almeno i frutti della ricerca originale e dell’approfondita conoscenza delle operazioni d’intelligence… E leggo e leggo, ma l’unica cosa che mi pare scostarsi un po’ dal coro è la possibilità che Marlowe fosse più o meno il supervisore della sua cellula, e non un agente di basso rango. Ne deduco che SPAP abbia trovato qualche pezza per sostenerlo… Sia ben chiaro: a teatro potrebbe sostenerlo anche senza un’ombra di pezza, ma dove diamine è la ricerca originale?

Così gli scrivo cautamente, dicendomi incuriosita da questo specifico aspetto del play.

“Oh, quella è una tesi non documentata, basata sulla mia profonda conoscenza delle operazioni d’intelligence,” mi risponde SPAP, “E’ la logica di queste cose. Però la confessione di Kyd è autentica, sa? E ho recentemente scoperto che c’era un altro agente incaricato di sorvegliare Marlowe, un certo Baines. E questo è molto, molto interessante, se ci pensa bene: una confessione sotto tortura non sarebbe mai stata sufficiente per far arrestare Marlowe, e agli avvocati della Corona servivano prove per corroborarla.”

E qui ormai è chiaro che non  ci siamo. Spiego che la confessione di Kyd e le note di Baines sono documenti ben noti da molti anni. D’altro canto, all’epoca la tortura era considerata un mezzo d’interrogazione del tutto legittimo, e quindi trovo la sua interpretazione… singolare.

Ed ecco che SPAP comincia a sudare. All’improvviso sono diventata My dear Ms. Prezzavento: è chiaro che ho idee molto intelligenti e un’approfondita conoscenza del periodo (lo sentite il violino sullo sfondo?), ed è un piacere discutere con me. Però mi ricordo, vero, che stiamo parlando di teatro e solo di teatro? E poi lui la sua ricerca l’ha fatta in altri tempi, prima che Internet rendesse tutto facile com’è successo per la mia generazione…

E con questo siamo arrivati a ieri sera. Credete che dovrei infierire? Dovrei fargli notare che tutti i documenti in questione sono citati estesamente o riportati per intero in qualsiasi biografia degna del nome? Dovrei suggerirgli con tatto di controllare con qualche cura i suoi doth, dost, maketh e thou?

Sì, lo so, sarebbe malvagio da parte mia… magari sono vagamente sociopatica, un pochino sadica e dotata di un tocco di morbosità. E se lo sarebbe anche meritato alla grande – però è un anziano signore, e non sono sicura che non sia già destinato a una sesquipedale delusione per quel che riguarda il film… Oh be’, stiamo a vedere. Intanto, però, permettetemi: Italia 1 – USA 0.

 

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