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Un Tantino Troppo…

fall-of-constantinople-1453-ad_1E in realtà, tutto questo rimuginare di personaggi fittizi nei romanzi storici era perché stavo leggendo (e adesso ho finito) un romanzo da recensire per la HNR.

E non so se mi è piaciuto.

Almeno fino a un certo punto, direi di sì – considerando che è riuscito ad essere una lettura scorrevole e ragionevolmente rapida pur contando quasi quattrocentottanta pagine. Il fatto poi che fosse ambientato attorno a e durante il mio beneamato assedio di Costantinopoli nel 1453 è stato d’aiuto e non lo è stato.

Siege_constantinople_bnf_fr2691Da un lato, c’è la familiarità con luoghi, posti, eventi e personaggi storici. Dall’altro… c’è la familiarità con luoghi, posti, eventi e personaggi storici. Ecco, non so: forse, a non conoscere l’assedio, non avrei sobbalzato così forte nel ritrovare il (genovesissimo, in realtà, e poco più che trentenne) Giovanni Giustiniani Longo invecchiato di una generazione per farne il padre di uno dei due (fittizi) protagonisti e lo zio illegittimo dell’altro… Il quale altro protagonista è il comandante della Guardia variaga – che per quanto ne sappiamo, negli anni Cinquanta del Quattrocento non esisteva nemmeno più. Ma d’altra parte, il primo è il generale prediletto dell’assediante Mehmed – nonché il riformatore e riorganizzatore del corpo dei Giannizzeri… Ed entrambi, anyway, sono nipoti dell’uomo (fittizio) che aveva salvato da solo Costantinopoli durante l’assedio precedente.

VarangianSiete vagamente confusi? E non è ancora nulla. Questi due cugini, i loro padri, zii e nonni riescono ad essere amici fraterni, confidenti, allievi, luogotenenti, pupilli, oggetto dell’affetto oppure nemici acerrimi di tutti quanti. Principesse, filosofi, banchieri, dogi, re, imperatori, ammiragli, sultani, cartografi, cortigiane, esploratori… non c’è quasi figura storica del tempo cui questa famiglia non sia strettamente legata.

MakkimIl che si traduce in un’abbondanza di Azioni Orfane, Azioni Scippate e Azioni Rapite – con maggiore o minor flair ma sempre molto seriosamente. Forse un tantino troppo: l’impressione è che l’assedio e la caduta di Costantinopoli diventino poco più che una faccenda di famiglia.

E ripeto che non sono del tutto sicura: forse, se non avessi passato anni a leggere e documentarmi sull’Assedio, tutto ciò mi farebbe meno effetto? Ma indipendentemente da questo, credo proprio che l’autore qui abbia ecceduto un tantino tra coincidenze, improbabilità e Posti in Prima Fila, e l’insieme ne risulta forzatello anzichenò. E badate che non comincio nemmeno a parlare di plausibilità storica: non dico che non è vero – solo che suona forzato. Il che non è particolarmente bello, ma è senz’altro molto istruttivo.

 

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Lug 5, 2017 - grilloleggente, posti    2 Comments

10 Viaggi Storico-Letterari

LLTCRicordate la Literary London Touring Company? Nel corso di una drammatica riunione, i vertici di LLTC hanno deciso che il mercato, la congiuntura e la naturale evoluzione aziendale impongono di allargare il campo d’azione dell’agenzia da Londra all’Europa tutta, aggiungendo alle passeggiate londinesi una serie di itinerari sulle tracce di romanzi, autori e storia varia. Considerateci un incrocio tra Thomas Cook e Waterstone’s.

E siccome l’estate è giunta, ed è tempo di meditar di vacanze e viaggi, ecco una prima selezione di idee – qualcuna sperimentata, qualcuna della materia di cui son fatti i sogni:
DonQ1) Esquivias, Toledo, Almagro, Puerto Lapice, El Toboso, Mota del Cuervo e Belmonte… un sacco di Spagna rossiccia e bruciata dal sole, mulini a vento, case bianche, città medievali e laghetti incantati sulle tracce del Don Quixote, con puntata ad Alcalà de Hénares (in onore di Cervantes).

2) To(s)tes, Ry e Rouen: campagna profonda, burro, nebbia e cattedrali gotiche nella Haute Normandie di Madame Bovary. Con serata all’opera – possibilmente Lucia di Lammermoor.

3) Puntata extraeuropea: Yenbo, Weih, Aqaba, Maan, Amman, Deraa, Damasco – ripercorrendo le tappe di Lawrence e dei suoi guerriglieri arabi, su su lungo la ferrovia dell’Hijaz, in Giordania e in Siria… Con escursioni facoltative a Suez e Bersheeba. Non necessariamente tutto a dorso di cammello, però. AlanTrek

4) Per gente dai forti garretti, la sgambata di David Balfour e Alan Breck Stewart su e giù per le Highlands scozzesi, tra l’erica, le pecore e gli haggis dalla sperduta isola di Iona fino a Balquhidder, Stirling e infine Edinburgo – comprensivo di partita a carte in nascondiglio di montagna e concerto di cornamusa.

5) Una crociera da Lisbona a Cadice ad Arzila in Marocco – e da lì a cavallo ad Alcacér Quibir, il luogo della Battaglia dei Tre Re, sulle orme della tragica crociata di Don Sebastiano del Portogallo nel 1578. Ritorno garantito – senza versamento di riscatto.

6) Mosca-San Pietroburgo in treno, come Anna Karenina – lungo tragitto diritto tra boschi di betulle e piane nebbiose, allietato dai mercatini improvvisati sui marciapiedi nelle fermate, dove le babushke insciallate vendono frutti di bosco, funghi, semi caramellati e centrini. È vivamente consigliato avere al seguito musica di Tchaikowskij e qualche voluminoso romanzo russo (o francese), dalle pagine intonse. Il tagliacarte d’argento è de rigueur. Vietato attraversare i binari – servirsi del sottopasso.

ElephantCruise7) Cartagena, Sagunto, i Pirenei, il Reno (crociera fluvialelefantina), un passo alpino a scelta, Torino, la Trebbia, il lago Trasimeno, Canne, Capua, breve puntata su Roma, Taranto, traversata in Africa, Adrumeto, Cartagine, Zama. Un viaggio impegnativo: durata consigliata – una  ventina d’anni.

8) Ancora Spagna: Madrid, Alcalà, San Lorenzo del Escorial, San Yuste (che pure è più fuori mano di quanto Schiller credesse), sulle tracce di Don Carlos.

9) 12 giorni nella Francia centro-occidentale, a piedi tra Le Monastier e Saint-Jean-du-Garde, come Stevenson e la sua asina. Gli abitanti di Le Monastier allevano scuderie piene di asinelle astute e cocciutissime chiamate Modestine, e le addestrano alla nobile arte del ricatto morale prima di noleggiarle ai camminatori stevensoniani.Soliman

10) Viaggio complicato: da Lisbona a Barcellona per via di terra, poi per nave fino a Genova. Ancora per terra Milano, Cremona, Mantova, il Brennero, Innsbruck e da lì una lunga crociera fluviale via Inn e Danubio fino a Vienna. La bellezza del viaggio consiste nel compierlo a dorso d’elefante – come avvenne per il pachiderma Solimano alla metà del Cinquecento. Si tende a pensare che l’unico a scriverne sia stato Saramago, ma in realtà Solimano vanta a suo credito tutta una letteratura, dai poemi coevi, alle storie per bambini, alla saggistica, a un trattato sulla diplomazia elefantina…

Ecco. Per una volta, dieci ne avevamo promessi e dieci sono. In alternativa, potete considerarla una lista di suggerimenti per le letture estive. E si capisce che The LLTC sarà lieta di prendere in considerazione suggerimenti, idee ed ispirazioni.

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Burgess100 – 1917-2017

BurgessSiccome mi si accusa di occuparmi di anniversari letterari solo se sono elisabettiani, oggi dimostriamo che si tratta di una calunnia parlando di Anthony Burgess, nato a Manchester cent’anni fa.

E magari tutti conosciamo Burgess più che altro per Arancia Meccanica, ma lasciate che vi dica che non era soltanto l’uomo delle distopie feroci. In fact, era poeta, linguista, commediografo, traduttore, critico letterario, compositore (scrisse la sua prima sinfonia a diciotto anni), autore di libretti d’opera e romanziere abbastanza versatile da scrivere dozzine di romanzi diversissimi tra loro. Uno di questi – e decisamente il mio prediletto – è A Dead Man In Deptford , pubblicato nel 1993, in occasione del quattrocentesimo anniversario della zuffa fatale chez Mrs. Bull.

In realtà, e non se siamo spaventosamente sorpresi, non furono pochi i romanzi marloviani pubblicati quell’anno – ma questo… ah, questo!

BurgessDeadManQuesto è pieno di meraviglie e di sorprese, a partire dal linguaggio… pseudoelisabettiano? Semielisabettiano? Metaelisabettiano? Whatever, ma non immaginatevi una di quelle legnose, faticosissime collezioni di calchi, per favore. Au contraire, il linguaggio di Burgess è ricco, vivido, efficace, scintillante, denso… e non so quanto di tutto ciò vada perso se leggete la traduzione – perché, per una volta, la traduzione* c’è: Un Cadavere A Deptford, pubblicato da Garzanti e disponibile su Amazon.it. E poi, linguaggio a parte… be’, non troppo a parte, se vogliamo, in un romanzo a proposito di Kit Marlowe scritto da Anthony Burgess – ma linguaggio a parte, che dire della meravigliosa voce narrante, che esordisce presentandosi come inaffidabile e del tutto incurante della fiducia del gentile (o non troppo) lettore? O della famiglia Marlowe a Canterbury, dapprima così orgogliosa del figlio/fratello destinato a prendere gli ordini, e poi via via dubbiosa, spiazzata e poi scandalizzata da quel che Kit diventa? O della progressione delle illusioni di Kit a proposito di sé stesso, dell’arte, di Tom Walsingham e del mondo in generale? O del dialogo con (forse) Dio nella Cattedrale di Reims?

Ecco, il dialogo con (forse) Dio è una di quelle cose meravigliose che si leggono, rileggono e rileggono ancora, in reverente ammirazione per la combinazione di voci perfette, aerea leggerezza e vertici di acutezza e profondità. Una di quelle pagine che si vorrebbe tanto saper scrivere una volta nella vita…BurgessIT

Ma insomma, si è capito che questo libro mi piace proprio tanto, vero? Naturalmente, il fatto che ci si parli di Marlowe aiuta, ma è davvero una gemma di romanzo storico – magistrale nella narrazione, superlativo nella caratterizzazione dei personaggi e brillante nel linguaggio.

A mio timido avviso, se dovete leggere un solo romanzo e mai più su Marlowe (o, for that matter, sull’Inghilterra elisabettiana), leggete questo.

Ecco, visto? Un anniversario letterario non elisabettiano – a riprova del fatto che qui a SEdS siamo capaci, capacissimi di occuparci di cose non elisabettiane. Che cosa credete, o gente di poca fede? Tsk!

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* E dico che non so che cosa vada perduto perché non la conosco affatto… magari mi documenterò e vi saprò dire.

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Mag 29, 2017 - grilloleggente    6 Comments

E Come Va A Finire? (Spoilers Ahead)

spoiler-4e440ba-intro-thumb-640xauto-24554.pngOra, cominciamo col dire che con aNobii ho avuto, a suo tempo, una breve relazione – e poi ho smesso, perché ho deciso che il tempo passato su aNobii era tempo sottratto alla lettura.  Però ho fatto in tempo, nel mio periodo di zelo, a scrivere qualche recensione – tra cui una del Gattopardo. E una signora commentò la mia recensione protestando severamente contro lo spoiler non segnalato.

E sapete perché?* Perché la recensione accennava alla principessina Concetta “sconfitta e altera”. O almeno immagino che quella fosse la ragione, perché non c’era altro che potesse qualificarsi come spoiler. E confesso che la cosa mi aveva divertita molto: come se si leggesse Il Gattopardo per sapere come va a finire Concetta…

Ma evidentemente sì: c’è chi lo legge per sapere come va a finire, e io sono una snob e non dovrei sogghignare su quella che in fondo è un’esigenza tutto sommato legittima e certamente diffusa. In fondo basta gettare l’occhio più distratto a qualsiasi sito di recensioni per vedere che la pratica di indicare preventivamente gli spoilers è universale. Persino quella scanzonata miniera narratologica che è TVtropes**, pur irriverente come pochi nei confronti delle aspettative del lettore/spettatore, ha un sistema anti-spoiler, che consente di calare tendine bianche su tutto ciò che possa qualificarsi come tale. Potrei dire per inciso che lo trovo irritante oltre ogni dire, il sistema anti-spoiler, perché si attiva per default ogni volta che manco per un po’ dal sito, e non mi ricordo mai dove devo andare per toglierla di mezzo. E potrei anche dire che non capisco fino in fondo il gusto o lo scopo di leggere decostruzione narrativa sbianchettata come una lettera dal fronte, ma tant’è: una volta di più, si vede che l’esigenza è diffusa – o i Tropers non ci si sarebbero disperati, direi.

Per quanto mi riguarda, non rimprovererò mai nessuno per avermi spoiled una storia. Oddìo, forse sì, in caso di gialli, perché sapere chi è l’assassino toglie un certo qual gusto alla lettura di un libro costruito attorno alla domanda “Chi Sarà Mai l’Assassino?” Eppure confesso di avere riletto un buon numero di gialli di Agatha Christie per il gusto delle sue descrizioni della vita inglese, e per studiare il modo in cui Aunt Agatha costruisce i suoi meccanismi. Ma forse non faccio testo, perché sono una rilettrice compulsiva, perché smontare i meccanismi delle storie è una delle gioie della mia vita, e perché otto volte su dieci scrivo a partire dal finale. Detto questo, ammetto che ci sono storie in cui la sorpresa finale è stata concepita dall’autore come sorpresa finale, e quindi potrebbe non essere una cattiva cosa leggerle almeno una volta secondo le intenzioni di chi le ha scritte…

Poi c’è la mia amica F. che sistematicamente legge per prima cosa le ultime cinque o sei pagine, così poi è “libera di apprezzare il libro senza l’ossessione di scoprire come va a finire.” E anche questa è una teoria. Vastamente condivisa, tra l’altro, e forse anche scientificamente fondata: in questo post, Jonah Lehrer – che legge con lo stesso metodo di F. – racconta di essersi sentito un lettore squadrellato finché non si è imbattuto in uno studio della University of California in materia. Due ricercatori hanno fatto leggere alle loro cavie una dozzina di racconti di vario genere – compresi quattro piccoli gialli – svelando in anticipo il finale a una parte dei lettori e registrando il gradimento di ciascuna storia. E, sorpresa sorpresa, undici storie su dodici (compresi i gialli – l’eccezione è Cechov) sono piaciute di più a chi sapeva in anticipo come sarebbe andata a finire.

Che se ne deduce? Che F. non ha poi tutti i torti. Che il finale a sorpresa è sopravvalutato. Lehrer individua due meccanismi diversi: da un lato la predilezione della mente umana per la rassicurante prevedibilità rispetto alle sorprese, dall’altro il fatto che conoscere il finale rende ancora più interessante la scoperta di come al finale si arrivi.
In effetti molta letteratura di genere poggia saldamente su schemi prevedibili: l’assassino verrà smascherato, l’eroina convolerà a giuste nozze con l’uomo del suo cuore, l’Eletto salverà il mondo dal potentissimo malvagio di turno, il cowboy con il cappello bianco cavalcherà vittorioso verso il tramonto… Un sovvertimento troppo audace è il genere di mossa che può rovinare una carriera – o un matrimonio, a giudicare dalle vicende del Capitan Fracassa e della strettamente evitata crisi coniugale in casa Gautier.***

D’altro canto, invece, un minacciato sovvertimento funziona alla meraviglia: una tecnica narrativa viepiù diffusa è quella di cominciare con un flashforward del Nostro Eroe più o meno letteralmente appeso per i polpastrelli a ciò che resta di un ponte in fiamme, e poi lasciarlo lì per tornare a due settimane prima, quando il Nostro Eroe stava bevendo il tè con la moglie e i tre figli nel giardino della sua magione di campagna nello Shropshire. Ma badate bene, è un sovvertimento solo apparente, perché la domanda di fondo a questo punto diventa non tanto Il Nostro Eroe Se La Caverà? bensì Come È Arrivato Il Nostro Eroe Dallo Shropshire Al Ponte In Fiamme? E il fascino della storia continua a poggiare sull’implicita certezza che il Nostro Eroe se la caverà eccome, seppure all’undicesimissima ora.

Ma alla fin fine****, resta il fatto che l’ossessione per gli spoilers c’è, e resta la deliziosa ansia di non sapere quello che succederà, e resta il gusto dell’umanità per le sorprese e gli indovinelli, e resta anche la soddisfazione che gli scrittori provano nel congegnare sviluppi imprevisti e imprevedibili, per cui la varietà è probabilmente la chiave della faccenda: dal lato del lettore, ciascuno può avere con i finali il rapporto che preferisce, mentre dal lato dello scrittore, è proprio la diffusione del finale canonico a dar sale al finale imprevisto.

E voi, o Lettori? L’ultima pagina prima di tutto o la lenta scoperta? E avete mai staccato la testa a morsi a qualcuno che vi aveva anticipato un finale?

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* Oh, e naturalmente fermatevi qui, se non volete ritrovarvi con Il Gattopardo spoiled.

** E per chi ha sempre creduto di non poter godere di TVtropes per barriere linguistiche, scopro stamattina che ne esiste una versione italiana.

*** Hm… storia interessante anche questa. Ne parleremo in un altro post, eh?

**** So very apt, isn’t it?

Riletture

RereadYellowParlavamo qui di riletture, e in un caso di serendipità quasi perfetta, mi è capitato di conversarne proprio ieri e a tutt’altro proposito. E nel corso della conversazione ho detto che il gusto di rileggere è, quand’anche non fosse nient’altro, la dimostrazione di un fatto: non conoscere il finale non è il fattore chiave del piacere di leggere. Ripensandoci, però, forse la faccenda è un nonnulla più complessa e merita che ci si rimugini un po’ su.

Allora, vediamo. Intanto, non tutti rileggono. Mio padre era un rilettore compulsivo: molti dei libri che erano suoi si riconoscono dalle rilegature: hanno visto parecchio servizio. La mia amica C., in compenso, non ha mai riletto un libro in vita sua “perché una volta letto è letto: quel che vale la pena resterà, quel che si dimentica non valeva la pena.” E si dice che nel corso della sua (breve) vita il generale vandeano Henri de la Rochejaquelein non abbia letto e riletto altro che le memorie di non so più quale illustre stratega seicentesco. Forse non conosceva San Tommaso d’Aquino, che trovava un po’ inquietante lo hominem unius libri.

In secondo luogo, non tutto si rilegge. Ci sono libri che diventano gente di famiglia, a cui si torna ancora e ancora in cerca di conforto o di guida; ci sono libri della cui bellezza non ci si stancherebbe mai e allora ogni tanto ci si concede una rilettura nello stesso spirito con cui si torna alla National Gallery ogni volta che si passa per Londra; ci sono libri associati a un momento particolare, che si rileggono per ritrovare un’atmosfera che può essere interna al libro oppure aggiunta da circostanze ormai vecchie di anni*; ci sono storie così buffe o così commoventi che le si riprende in mano per sollevarsi il morale o per piangere un pochino; ci sono esempi così perfetti di trame o personaggi o ambientazioni che ci si ritorna per studiare come diamine sono stati fatti; ci sono capitoli, scene e descrizioni prediletti, ci sono pagine stagionali al limite del rituale; e poi ci sono libri che si sarebbe curiosi di apprezzare più di quanto si sia fatto a una prima lettura.rereadblue

La mia teoria generale in proposito è che anche per il più accanito dei rilettori, anche nel caso della rilettura più perfetta, leggere e rileggere siano due attività profondamente diverse. La prima lettura è un’esplorazione, un incontro e una continua scoperta, una faccenda piena di thrills e di sorprese – e non mi riferisco al non sapere come va a finire. O almeno non solo, perché in realtà è questione di ogni svolta della trama, ogni tratto di caratterizzazione, ogni battuta di dialogo, ogni metafora e ogni aggettivo. È, nei casi più felici, quel genere di sospensione che tiene il lettore alzato per una notte intera, che gli fa divorare pagina dopo pagina dopo pagina, che gli fa aspettare con ansia il momento in cui potrà tornare a leggere. E che, per converso, gli fa rallentare i ritmi mano a mano che le pagine diminuiscono – per timore di finire troppo presto. È una specie di primo amore e, una volta passato non torna più.

La rilettura è un’altra questione. La rilettura è più analitica e più sottile Si ricercano le gioie della prima volta e se ne osservano le ragioni. Si notano gioie nuove, strati più profondi, e particolari minuti che erano sfuggiti la prima volta. Si assapora, si setaccia e si categorizza. Si ricorda e si voltano gli angoli – I mean, le pagine – con la stessa piacevole anticipazione che si sente nel tornare in luoghi conosciuti. La familiarità del paesaggio generale consente di approfondire la conoscenza dettagliata e, se qualche volta si sospira per la perduta fiamma della prima volta, tuttavia ci si conforta con il piacere di scavare ancora un po’. E se il libro è abbastanza complesso e le riletture sono giudiziosamente distanziate, ci sono buone probabilità di trovare ancora qualche nuova sorpresa ogni volta – semidimenticata o solo nascosta dove non era mai capitato di guardare prima.

Alla fin fine, non è poi così diverso dal rapporto con una persona, vero?

7ca158176ce9d91067607e4cece866e0E sì, io rileggo. Rileggo Lord Jim, rileggo Canto di Natale ogni notte di Vigilia, rileggo i racconti di Kipling, rileggo Shaw, Shakespeare, Schiller e Marlowe. Rileggo Durrell nelle giornate nere. Rileggo persino certa Agatha Christie for Englishness’sake. E se un autore ha scritto un romanzo storico in tutto il suo corpus, è quello che vado a rileggere. Rileggo Rostand e certo Burgess, rileggo Graves e Runciman. Rileggo Emi Mascagni, La Freccia Nera o The White Boar attorno a Pasqua. Rileggo il finale de La Cripta dei Cappuccini – e ogni volta mi commuovo. E rileggo poesia – ma quello è un cavallo di tutt’altro colore. E ultimamente ho riletto bocconi e spizzichi di Ronald Blythe, perché avere in mente il favoloso ritmo della sua voce narrante mi aiuta a trovare il mio. E a volte rileggerei di più, poi mi trattengo per il motivo che si diceva: se seguito a farlo, dove troverò il tempo per i libri nuovi?

E voi, o Lettori? Rileggete? Cosa rileggete? Come rileggete? Perché rileggete?

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* E questo è potenzialmente rischioso. A volte lo si fa ed è come tornare in un posto e restarne delusi. Try at your own risk.

Prismi Narrativi

dilemmaCi sono storie, periodi o personaggi a cui ci si appassiona al punto che raccontarli una volta sola non basta. Ci sono casi in cui la scelta delle forme narrative è quasi un’amputazione. Adottare un taglio, un punto di vista, un tipo di finale esclude necessariamente una quantità di altre possibilità alternative.

Qualche volta ci sono solide ragioni narrative che rendono scelte ed esclusioni quasi necessarie, altre volte si riescono a salvare punti di vista alternativi complicando la struttura della narrazione – altre volte ancora la scelta deve essere netta per l’economia del racconto, ma le alternative sono tutte ugualmente solide o quanto meno ugualmente attraenti.

Che cosa si fa allora? Nella maggior parte dei casi si rimpiange un pochino e si passa oltre; qualche volta si rielaborano le possibilità scartate in altri contesti e altre storie; e infine, caso più raro, si racconta la stessa storia più di una volta.

Non sto parlando dell’avere individuato una nicchia di successo e riscrivere lo stesso libro ancora e ancora finché il pubblico divora – intere carriere letterarie sono state costruite così, ma quello che intendo è diverso. Ci sono scrittori che non riescono a staccarsi da una storia, e dopo averla scritta una volta, magari a distanza di anni, la riprendono in mano ed esplorano i lati che hanno dovuto scartare in precedenza.Reunion

Un caso celebre e viscerale è la Trilogia del Ritorno di Fred Uhlman, composta di tre volumi che, a distanza di anni l’uno dall’altro, raccontano tre volte la stessa storia – con variazioni.

1971 – L’Amico Ritrovato: Hans Schwarz, Ebreo tedesco e alter ego dell’autore, trova e perde il grande amico della sua giovinezza, in una vicenda di affinità elettive, pregiudizi e storia che marcia senza badare a chi e cosa calpesta. L’epilogo è dolceamaro: a distanza di anni Hans scopre che Konradin, che si era allontanato da lui per simpatie naziste, è stato condannato a morte per avere partecipato a una congiura contro Hitler.

1979 – Niente Resurrezioni, Per Favore: anche Simon Elsas, come Hans (e come Fred) torna in Germania dopo un lungo esilio negli Stati Uniti e ritrova i compagni di classe e persino il suo antico amore, l’aristocratica Charlotte. Ma con nessuno di loro Simon riesce a superare il risentimento generato dai ricordi delle umiliazioni che avevano segnato la sua adolescenza. Simon è un Hans più disincantato e il finale non offre consolazioni di sorta.

1987 – Un’Anima Non Vile: è la volta di Konradin von Hohenfels, l’amico perduto, che, prima di salire al patibolo, scrive una lunga lettera a Hans, ricordando con rimpianto la loro amicizia e con rimorso il fatto di non averla saputa difendere. Prima di morire, Konradin cerca di riconciliarsi con Hans, non per giustificarsi, ma per chiedere di essere perdonato delle sue debolezze di ragazzo. Sembrerebbe di essere tornati alla parabola consolante del primo romanzo, se non fosse che il padre di Konradin contravviene alla richiesta del figlio e non recapita la lettera ad Hans.

Non ho mai letto una biografia vera e propria di Uhlman – nulla di più approfondito delle note biografiche sulla mia edizione Guanda (prestata e mai più rivista *sigh*), per cui ne so giusto abbastanza da essere certa che la vicenda esplorata nella trilogia è autobiografica.

Uhlman2Se dovessi azzardare un’ipotesi, tuttavia, direi che Uhlman ha scritto L’Amico Ritrovato per esorcizzare e risanare. La storia è dolorosa, la ferita aperta, ma la scoperta del fato di Konradin cambia tutto, perché l’amico perduto si è riscattato. Per scrivere questo piccolo romanzo, Uhlman ha dovuto scegliere tra il desiderio di redenzione e compimento e le vecchie amarezze non cicatrizzate – perché non tutto “si aggiusta”, non dopo un dramma devastante come la perdita di tutto un mondo. Niente Resurrezioni raccoglie le domande che non sono destinate a trovare risposta, l’irreparabilità e l’imperdonabilità, e offre un contraltare desolato all’atto di speranza dell’Amico Ritrovato. E Un’Anima Non Vile? Ho l’impressione di vederci due cose: da un lato, il punto di vista di Konradin meritava di essere esposto – dal punto di vista narrativo e in una forma tutta particolare di perdono. Dall’altro, la trilogia aveva bisogno di una chiusura, e non è così amara come potrebbe sembrare. Preso da solo, il terzo romanzo ha tutta l’aria di una sconfitta: il padre di Konradin, che aveva sempre disapprovato l’amicizia del figlio con un Ebreo, riesce ad esercitare l’interferenza definitiva trattenendo la lettera e negando a Konradin la sua redenzione. Ma noi sappiamo che la lettera non è necessaria: Hans saprà per altre vie come è morto il suo amico. Forse non arriverà a capire tutto, ma potrà perdonare, ben al di là del livore del vecchio von Hohenfels. E alla fine, ci dice Uhlman, è questo che conta.

On the other hand, nella maggior parte delle edizioni, la Trilogia viene presentata in un altro ordine: L’Amico Ritrovato, Un’Anima Non Vile e poi Niente Resurrezioni, ciò che cambia significativamente la luce che ciascun volume getta sugli altri… Mi domando – e cercherò di scoprire – se questo ordine fosse un’idea di Uhlman o no.

Morale? Non abbiamo a che fare con tre romanzi brevi – non davvero: Uhlman continua ad esplorare la stessa storia sotto angolazioni diverse, e attraverso scelte narrative complementari, in una serie di variazioni che si combinano in un’unica chiave di lettura. La Trilogia Del Ritorno non è l’ossessione di un sopravvissuto, né un’apertura di cuore spontanea e ripetuta: è una raffinata e intensa dimostrazione del fatto che, parlando di scrittura, la forma è sostanza.

Titoli

TitleSono alla disperata caccia di un titolo, un titolo, un titolo per un racconto – il che, come spesso accade, mi ha portata non a un titolo come sarebbe tanto necessario, ma a ogni genere di rimuginamenti in proposito. Confesso di avere un’ossessione per i titoli – quasi pari a quella che ho per i nomi. E in fondo, che cos’è un titolo se non il nome di un libro?

Le due cose tendono a coincidere, tra l’altro, nella vasta serie di casi (spesso ottocenteschi) in cui il libro trae il suo titolo dal nome del protagonista, come Jane Eyre, David Copperfield*, Anna Karenina, Martin Eden, Daniel Deronda, Lucien Leuwen, Ermanno Raeli e via dicendo. Nome e cognome e basta, senza specificazioni di sorta. Qualche volta, addirittura solo il nome, come Emma. In questi casi immagino che tutto dipenda dalla simpatia del lettore per il nome specifico e da un minimo di attenzione nell’evitare cacofonie. Le cose cambiano appena quando il titolo indica rapporti di parentela (I Fratelli Karamazov, Le sorelle Materassi, La Cugina Bette, I Buddenbrook, Otto Cugini) oppure titoli e funzioni (I Viceré, Il Signore di Ballantrae, Il Colonnello Chabert, Il Piccolo Principe).

Ma questi sono casi “facili”, tutto sommato: sappiamo di doverci aspettare la storia dell’individuo o della famiglia il cui nome appare in copertina. A dispetto dei casi ingannevoli – Il Signore degli Anelli è in realtà l’antagonista, mentre il titolo apparentemente nobiliare di Lord Jim (combinato tra l’altro con un diminutivo non particolarmente aristocratico, al pari del Ruy Blas di Hugo) si rivelerà essere ben altro – tendiamo a sapere che cosa aspettarci da un titolo di questo genere.

La narrativa di genere ha talvolta titoli che abbinano il nome di un protagonista ricorrente a qualcosa di descrittivo: Poirot a Styles Court, Maigret e il Lettone**, ma non è necessariamente così. I gialli di Sherlock Holmes sono tanto di genere quanto si può esserlo, ma hanno titoli evocativi come Uno Studio in Rosso e La Banda Maculata. Agatha Christie alterna what-it-says-on-the-tins come Assassinio Sull’Orient Express a eccentricità come Perché Non L’Hanno Chiesto A Evans, per non parlare delle citazioni: Sento I Pollici Che Prudono o And Then There Were None***.Titles

Citazioni e titoli descrittivi abbondano al di fuori della narrativa di genere. La Battaglia, I Miserabili, La Rivolta Nel Deserto, 1984, Guerra e Pace ed altre cose autoevidenti da un lato; e dall’altro L’Inverno Del Nostro Scontento, Fuoco Pallido, Le Armi E L’Uomo…****

Poi ci sono le cose semi-ermetiche, il cui senso si paleserà (se siamo fortunati) leggendo il libro, come Il Rosso e il Nero, Farhenheit 451, Uno, Il Nome Della Rosa, citazioni del libro stesso, come La Coppa D’Oro o L’Eleganza Del Riccio, metatitoli come Se Una Notte D’Inverno Un Viaggiatore o Gl’Insorti di Strada Nuova, nomi di posti come Mansfield Park o Una Terra Chiamata Alentejo, titoli ricattori tipo Va’ Dove Ti Porta Il Cuore, titoli che non sono affatto quello che sembrano, à la Pfiz, O La Città Perfetta e Cento Colpi Di Spazzola…

E poi mi fermo qui, ma si potrebbe continuare a lungo. Alle volte si spendono quasi più pensieri, dubbi e succo di meningi sul titolo che sul romanzo; alle volte non si trova affatto il titolo giusto; alle volte viene giù come un colpo di fulmine; alle volte arriva un titolo perfetto – peccato che non ci sia ancora il libro, e il guaio è che non si può registrare, brevettare o accaparrare un titolo in alcun modo se non pubblicando il libro relativo; alle volte ci s’imbatte in siti che propongono generatori di titoli, per scherzo o ne producono a pagamento sul serio*****; alle volte se ne escogita uno perfetto e poi è talmente perfetto che qualcun altro lo usa prima di noi; alle volte se ne elucubra uno con fatica e affetto e poi l’editore lo cassa senza un’ombra di remora…

Viene da pensare che si potrebbe scrivere romanzi solo sulla genesi dei titoli, vero? Ne riparleremo.

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* E Oliver Twist, Martin Chuzzlewith, Barnaby Rudge, Nicholas Nickleby…  a Dickens piaceva questa maniera.

** Che cito confessando di avere creduto, da bambina, che vi si parlasse di un grosso letto – e invece era un abitante della Lettonia…

*** Che sarebbe Dieci Piccoli Indiani, ma la traduzione non è, come l’originale,  l’ultimo verso di una filastrocca leggermente macabra.

**** Shakespeare è una vera miniera da questo punto di vista, e qui c’è una piccola lista di titoli tratti dai suoi versi.

***** Hanno persino la tariffa maggiorata per le urgenze!!

Mar 30, 2016 - grilloleggente    No Comments

Rane di Carta

Bullfrog_Diaz_EssenceMi piacciono le rane.

Le rane. Le rane sono simpatiche. Le rane sono gente. Appartengo alla categoria di persone che nelle strade di campagna, dopo il tramonto, frenano bruscamente per non investire le rane che attraversano balzellon balzelloni. Figurarsi se potrei mai mangiare una rana assassinata e cotta…

Un tempo succedeva più spesso. Di dover frenare per strada, intendo. Dalle mie parti le strade corrono tra fossi doppi e risaie, èer non parlare di un paio di seri fiumi che, da qualunque parte ci si volti, sono sempre nelle vicinanze. Un tempo, certe sere d’estate erano piene dei concerti  di rospi, rane e raganelle. E le rane bue – oh, l’epico muggito delle rane bue!

Poi… be’, poi l’inquinamento, i gamberoni della Louisiana e i pesticidi hanno decimato la popolazione batracica al punto che l’occasionale rospo in cortile si accoglie come la Regina d’Inghilterra in visita di stato. Al pari delle lucciole, a dire il vero, e dei ricci.

E tutto ciò è molto triste. Francamente, uno dei motivi per cui l’anno scorso ho messo in piedi uno stagno è una vaga speranza che, se lo costruisco, possano ritornare. Le rane, sia chiaro – non i fantasmi.* Non è come se avesse funzionato, ma ho intenzione di ripetere l’esperimento. Vi terrò aggiornati. Nel frattempo, a voler batraci, pare proprio di doverseli cercare nei libri.batracomiomachia-di-leopardi-guida_064891e8b6d140a3986332f3f49c6a45

Come Re Gonfiagote e le sue rane nella giocosa parodia omerica della Batracomiomachia – in cui, tra parentesi, le rane le prenderebbero di brutto dai topi, non fosse per l’intervento divino in forma di granchi… E anche Gonfiagote, letalmente distratto, pusillanime e bugiardo, non è proprio il batrace della mia vita.

Anche le rane di Esopo, temo, non saranno mai candidate al Nobel per la Fisica. O fanno pessime scelte politiche tra Re Travicello e la Gru, o cercano di gonfiarsi a misura bovina – con risultati… er, esplosivi.

Per fortuna che a riscattare il buon nome dei batraci ellenici pensa Aristofane, le cui Rane, eponime pur con una scena sola, battibeccano con Dioniso meritandosi il titolo di più incantevole e spassoso tra i cori greci. Brekekekèx-koàx-koáx!

Dan'lA Dan’l Webster, il ranocchio saltatore di Twain, va decisamente peggio – ingozzato di pallini di piombo per impedirgli di vincere la scommessa del suo padrone… Twain non dice che cosa ne sia del povero Dan’l alla fine, ma dubito che l’indigestione possa avergli fatto bene.

Poi però c’è Mr. Toad of Toad Hall, ne Il Vento tra i Salici, l’egocentrico signorotto in tweed, con un debole per le mongolfiere, i punts e le automobili. E sì, Mr. Toad è un pericolo per sé e per gli altri, ma il suo entusiasmo, i suoi occasionali pentimenti e la sua assoluta mancanza di buon senso lo rendono, nonostante tutto, adorabile.

Oh – e non dimentichiamoci Puddeneen Wheelan! Sospetto che non siamo in tantissimi a ricordarci di Pat O’Shea – ma tra le deliziose creature che, ne La Pietra del Vecchio Pescatore, assistono Pidge e Brigit contro gli esseri più feroci dei miti celtici, c’è anche questo rospo spudorato, simpaticissimo e con un accento irlandese da tagliarsi con il coltello.FrogPrince

E poi ci sono principi/ranocchi a non finire… Quello originale dei Fratelli Grimm, a dire il vero, è trasformato in giovanotto di sangue blu da una biglia incantata. Ma bisogna ammettere che, tra una biglia che cade a una principessa sventata e un bacio, story-wise non c’è competizione.

E sì, credo che alla fine mi terrò Aristofane per consolazione – perché le rane di carta col lieto fine si contano sulle dita di una mano. Ne verranno ad abitare nel mio stagno? Come ho detto, vi farò sapere. Magari intanto potrei ricorrere alle rane origami? Brekekekèx-koàx-koáx…

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* E adesso ho quest’immagine mentale di ranocchi che giocano a baseball nel mio stagno…

Dentro Un Libro

12647153_504376653067983_4012154964606394078_nLa cosa qui a sinistra mi è giunta via Facebook – a me e ad altra gente – da parte di M. E quindi è tutta colpa sua, vedete? Non mi si può coinvolgere in una cosa del genere e pensare che mi limiti a rispondere con un titolo e basta…

E non si può perché da piccola leggevo Gianconiglio ed ero innamorata della biblioteca del Professor Dindon – che invece dei libri aveva delle porte che permettevano di entrarci, nei libri… E perché anche adesso che piccola non sono più, l’idea di quella biblioteca continua a sembrarmi almeno tanto attraente quanto quella del viaggio nel tempo. Se non addirittura lievemente di più.

Quindi non era come se potessi giocare a questo gioco a cuor leggero, giusto? O magari dapprincipio ho pensato di sì – ma dopo avere resistito alla tentazione di rispondere Lord Jim…

Sì, lo so. Non sembro nemmeno io. Ma il fatto è che ho affrontato la tentazione e ho resistito. O quanto meno… Qualche anno fa avevo scritto un piccolo racconto in proposito: la prossibilità di entrare in un libro, Lord Jim, il non-naufragio del Patna, la tentazione di interferire – ma poi… che ne sarebbe della storia se si interferisse a quel punto? Non era precisamente il tipo di esperienza su cui investire un desiderio usa-e-getta. Desktop-tablet-book-wallpapers-The-Book-of-Secrets-thumbnail

Quindi, dicevo, a quella tentazione ho resistito e, mentre consideravo possibilità alternative, ho cominciato a pormi domande di tipo tecnico. Per dire, che significa di preciso “un giorno”? Un giorno all’interno della storia – e se è così, lo scelgo io o mi capita in sorte? Oppure un giorno della mia vita – e allora a quanto corrisponde in termini del libro? Quel che posso leggere in un giorno o che altro? E mentre ponderavo questo genere di particolari, ecco che mi capita fra capo e collo la risposta di F., cui piacerebbe entrare in Uccelli di Rovo, nel ruolo di Mary Carson.

book-characters-coming-to-life-as-boy-reads-bmpE questo cambia le cose, perché avevo pensato che nei libri ci si entrasse come osservatori neutrali (e magari incorporei ed invisibili) oppure come personaggi aggiuntivi… Se invece ci si entra nel ruolo di un personaggio già scritto, è tutta un’altra faccenda. Per esempio, che succede al mio giorno quando il personaggio in questione non è in scena?  Perché se non voglio il ruolo del protagonista, odds are che sia fuori scena per parti consistenti della trama… Ammettiamo che scelga Rapito: non posso entrarci nei panni di Alan, perché Alan lo vorrei incontrare, e di sicuro non vogli entrarci nei panni di quell’idiota ottuso che è David – ma quale altro personaggio è in scena e a contatto con i protagonisti per un “giorno” intero? *

Ed ero a questo punto quando è arrivata l’ulteriore risposta di D., che invece nei libri vorrebbe book_world-1680x1050entrarci come sé stesso (I think) per visitare i posti descritti nei libri – certo di trovarci tutte le avventure che si possono volere. E questa è un’ulteriore e interessante possibilità, a dire il vero – anche se nel mio caso si tratterebbe più di tempi che di posti.

Altri tempi – o, più precisamente, la visione di altri tempi. Il Medioevo pittoresco e irreale di Scott? L’era elisabettiana da fondali dipinti di Josephine Preston Peabody? O quella tramontante e malinconica di Bryher? O quella amarognola e brillante di Burgess? O la Corfù nonsense di Durrell? O le fiamme notturne dei Gordon Riots secondo Dickens?

Cartoon Characters Coming Out Of A BookEcco, sì: credo che alla fin fine questo dovrebbe essere il mio criterio di scelta. Come R., che invece ha scelto il Segreto del Bosco Vecchio in cerca di un’atmosfera, farei bene ad andarmene in cerca dell’interpretazione di un’epoca. Di colori e luci e pittoresche occorrenze. E poi, una volta là – una volta allora – di certo le avventure arriverebbero.

Quanto a scegliere un libro… oh, non ho nemmeno cominciato. Ma almeno adesso ho un’idea di come provare a scegliere.

E voi, o Lettori? In che libro vi piacerebbe passare una giornata?

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* Be’, forse in realtà ci sarebbe Cluny MacPherson…

 

 

Gen 15, 2016 - grilloleggente, scrittura, teatro    3 Comments

Nemmeno Una Donna

silhouette-woman-draftingHo ricevuto domande a proposito della nota a questo post, e al docente americano che si stupì perché “non scrivevo personaggi femminili”…

Spiego. C’era questo corso di scrittura teatrale, e l’idea era che facessimo pratica ed esercizio scrivendo un 10-minute-play, ovvero un atto unico in miniatura della durata di dieci minuti è giù di lì. È un genere più diffuso e praticato di quanto noi si possa credere – nel senso che Oltre l’Acqua* queste robine tascabili non sono solo per esercizio, ma arrivano in scena, hanno concorsi dedicati e generalmente riscuotono molto apprezzamento. E non a torto, perché scriverle bene, le robine tascabili, non è per niente facile.

Ad ogni modo, tornando a noi e al corso, venne il momento di sottoporre al docente la prima pagina. Nella mia prima pagina entravano in scena due giornalisti anni Trenta – il direttore di un quotidiano e il suo redattore capo. Ora non starò a dire che la pagina fosse un granché, perché non lo era. Il docente mi fece qualche osservazione sensata – ma quello che lo perplimeva e stupiva più di tutto era che, essendo io una donna, avessi scelto due protagonisti maschili e nemmeno una donna. Silhouette-teacher

Gli chiesi lumi. Trovava forse che i due fossero poco convincenti? Scritti male? Non adatti al contesto? Inefficaci, blandi o che altro? No, fu la risposta, per niente – però erano due uomini, e io una donna.

Feci notare che negli Anni Trenta le direttrici di quotidiani erano pochine – così come le redattrici capo – e mi sentii dire che non era quello il punto. Né costui mi disse, come avrebbe potuto fare con qualche ragione, che oggidì la Protagonista Forte tira moltissimo a teatro come nei romanzi – ma nemmeno questo era il punto. Il punto era, evidentemente, che secondo il mio docente le donne dovrebbero scrivere donne.

silhouette-manE badate bene, non sto facendo del femminismo spicciolo. Mi irriterebbe altrettanto sentir dire (o implicare) che gli uomini devono scrivere uomini. Perché allora, seguendo questa logica, che deve fare il povero scribacchino di fronte a un’ambientazione che gli preclude personaggi del suo stesso sesso? Bryher non avrebbe mai dovuto scrivere The Player’s Boy perché nei teatri elisabettiani non c’erano donne? E Bernanos&Poulenc** avrebbero fatto meglio a lasciare Les Dialogues des Carmelites a delle colleghe? Insomma, se una storia ha/deve avere, richiede/mi pare più adatta ad avere/mi piace di più se ha dei protagonisti maschili, allora non è una storia che dovrei scegliere di scrivere? Che non dovrei voler scrivere? E questo perché non è quel che ci si aspetta, perché ci sono dubbi congeniti sulla mia capacità di scrivere uomini convincenti, perché fa di me una donna stramba?

Come che sia, la trovo un’applicazione molto letterale, molto miope e più che un po’ deprimente del sopravvalutato (e spesso male interpretato) adagio “Scrivi ciò che sai”. E questa, tutto sommato, è ancora la migliore delle ipotesi – perché otherwise si tratta di un discorso terribilmente sessista.

Capite perché quel corso non mi piacque molto?

 

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* Abbiate pazienza, devo ancora smaltire un lieve mood giacobita…

** Presumo che, se vale per gli scrittori di parole, valga anche per quelli di note?

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