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Motori di Ricerca

Un po’ di numeri: qualcuno sensato, qualcuno… er, meno.

Se le statistiche di MyBlog sono attendibili, nel corso della giornata del I Febbraio, i lettori che sono arrivati a Senza Errori di Stumpa via motore di ricerca lo hanno fatto con queste parole chiave:

– Alla fine della storia io tocco

– Manfred von Richtofen storia

– Parallelepipedo

– Tecniche narrative

Per quello che riguarda Cyrano e il Barone, nulla da dire, se non che sono molto contenta che si arrivi dalle mie parti cercando di loro… Ed è evidente che aggiungere “storia” alla ricerca è d’aiuto. In entrambi i casi, chiedendo lumi a Google, SEdS è nella prima pagina. Fort bien.

“Tecniche narrative” ci trova in terza pagina, il che tutto sommato non è male, ma di fare assai meglio non dispero*.

Un po’ più sconcertante è scoprire che, digitando “parallelepipedo” nella search box di Google, SEdS e io spuntiamo a metà della sesta pagina, per via di questo post… Chiunque sia sbarcato qui cercando nozioni geometriche sarà rimasto un tantino deluso!

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* Scoperta effettuata in giorni successivi al 1° di Febbraio: per “Show, don’t tell”, SEdS è a metà della prima pagina… Così va bene.

 

Se Questo E’ Un Uomo

Ho cominciato ieri un laboratorio nuovo alle Scuole Medie di Roncoferraro.

In occasione della Giornata della Memoria, per quattro venerdì leggerò e commenterò brani di Se Questo E’ Un Uomo, di Primo Levi, con i ragazzi di due classi terze. Sono sempre in ansia quando inizio un lavoro nuovo in una scuola, specialmente quando si tratta di un laboratorio creato su richiesta e mai sperimentato prima. Tra l’altro, Se Questo E’ Un Uomo è un libro ostico, di quelli che pretendono attenzione per entrare sotto la semplicità apparente della scrittura. L’asciuttezza deliberata e scarna della cronaca può non coinvolgere a prima vista, e non ci sono personaggi con cui un quattordicenne possa identificarsi d’istinto. Così il mio mestiere è aprire delle porte tra la realtà di questi ragazzi e quella del libro, mostrare loro l’ansia di raccontare del giovane Primo, decifrare l’appello nascosto nella durezza apparente dell’epigrafe, tradurre i civili fantasmi cartesiani e il soldato tedesco irto d’armi in termini che possano riconoscere.

Come ho detto, è il genere d’inizio che mi mette in ansia. Mi domandavo mai, a quattordici anni, se gli adulti che mi spiegavano qualcosa temessero di non riuscirci a sufficienza? Forse no.

Poi però arrivano i buoni segni. Il primo è quando cercano d’impressionarti, vogliono far vedere che capiscono, che partecipano, fanno qualche falsa domanda (“Ma non c’era anche Lenin, in Russia, oltre a Stalin?”). Non è ancora davvero promettente, ma è un inizio: vuol dire, se non altro, che hai la loro attenzione. E poi arrivano le domande vere, in tutta la gamma dal candido al pratico all’acuto, e guai a farsi cogliere alla sprovvista. E poi, quando domandi a tua volta, arrivano le risposte, qualcuna un po’ a caso, qualcuna ingenua ma nella direzione giusta, qualcuna singolarmente pronta.

Vuol dire che seguono, che parliamo, almeno un po’, la stessa lingua, e che, se sono fortunata, almeno qualcuno di loro porterà a casa un modo diverso di leggere, di farsi domande, una nuova considerazione per la storia, per la forza dei libri e della parola scritta. Ed è allora che, tutte le volte, mi ricordo perché mi piace fare questo lavoro.

Dic 5, 2009 - grillopensante    No Comments

Sinestesie

Si parlava, un paio di post orsono, di libri e musica e tè al bergamotto.

Ripensandoci, credo che Sociologia+Mahler+Bergamotto si possa ritenere un’esperienza sinestetica, ovvero che coinvolge più sensi contemporaneamente.

180px-Cerchio-di-Skrjabin.pngL’argomento è affascinante, abbastanza perché numerosi artisti in vari campi ci si siano cimentati. Viene in mente prima di tutti Skrjabin, con i suoi accostamenti di suoni e colori (figura qui accanto). E poi le Vocali di Rimbaud, e l’odore di fragole rosse di Pascoli…

Confesso che resto sempre leggermente perplessa quando sento parlare di codici sinestetici: tutti, credo, annodiamo spontaneamente delle associazioni di questo genere, e per i motivi più disparati. A proposito di Voyelles, Rimbaud raccontava che per lui la E era bianca a causa dell’illustrazione del suo primo abecedario: per la E, un Emiro dal turbante candido. Non terribilmente scientifico, vero? E però, perfettamente legittimo, così come la mia E, che è verde, e come il Mi azzurro di Skrjabin, e il mio Mi giallo oro…

Ljerka Ocic, questa fantastica organista croata che si occupa molto di didattica musicale, sostiene che le associazioni sinestetiche sono del tutto naturali e altrettanto personali: non tutti le effettuano spontaneamente, ma chi lo fa, associa in base a poche costanti culturali e molti fattori imprevedibili, come l’emiro di Rimbaud. Ma allora, mi domando: com’è possibile elaborare un codice sinestetico, senza che le sue associazioni siano legate all’esperienza di qualcuno e completamente arbitrarie per tutti gli altri?

Comunque, senza perderci in speculazioni, resta il fatto che l’esplorazione sinestetica è un campo di sperimentazione meraviglioso, nella pratica di tutte le arti e nella vita quotidiana. Ciascuno di noi, nel corso della sua vita, elabora una rete complessa che lega tra loro suoni, colori, profumi, forme, parole, consistenze, temperature, situazioni, ricordi… Mi piace molto pensare che quella rete sia personale e irripetibile e significativa: una sorta d’impronta sinestetica in continua evoluzione, che reca traccia non solo delle esperienze, ma anche del pensiero che le elabora e media.

Josephine Tey (per non parlare di Riccardo III)

Mi si chiedono notizie di Josephine Tey, che ho citato a proposito di Henry Morgan.

Ebbene, Josephine Tey (1896-1952) è una scrittrice scozzese, autrice di gialli, di drammi teatrali e anche di qualche romanzo storico, come appunto The Privateer. Un’altra Christie, pochissimo nota in Italia, e non so dire perché, visto che i suoi libri sono davvero scritti deliziosamente, con ottime trame e dialoghi strepitosi.

Qualcuno ha visto Giovane e Innocente? E’ un film di Hitchcock, pre-Hollywood, girato in economia ai Pinewood Studios, con una squadra di attori inglesi sconosciuti e bravi… Ebbene, è tratto da A Shilling for Candles, della Tey. Che poi non si chiamava affatto così: il suo vero nome era Elizabeth Mackintosh, ma pubblicava come Josephine Tey, Gordon Daviot e Craigie Howe. Daviot era il suo nom de plume per il teatro, e non parliamo di teatro qualsiasi: fu con il suo Richard of Bordeaux che John Gielgud si affermò come stella sui palcoscenici inglesi.

Di suo, Mondadori e Salani hanno pubblicato una mezza dozzina di titoli fra gli Anni Trenta e Cinquanta, con l’occasionale ristampa ogni tanto…

King_Richard_III.jpgNel 2000 Sellerio ha ripreso quello che secondo me è il suo romanzo più significativo: La Figlia del Tempo. La figlia in questione è, secondo Francis Bacon, la verità. E a caccia di verità va l’ispettore Alan Grant, l’investigatore di JT, solo che, per una volta, deve andarci metaforicamente. Tutto comincia con una riproduzione del ritratto qui accanto. Immobilizzato in un letto d’ospedale da un incidente, e annoiato a morte, Grant si rifiuta di credere che l’uomo del ritratto sia un assassino, e si mette ad investigare sul caso dei Principi nella Torre: è vero o no che Riccardo III fece assassinare i suoi due nipoti per salire al trono?

Con l’aiuto di una schiera di collaboratori, Grant esamina i fatti, ricostruisce i motivi, disseziona le tesi del Vescovo Morton, di Thomas More e di Shakespeare come quelle di altrettanti testimoni inattendibili, e un po’ per volta… Sembra noioso? Non lo è. Grant e compagnia (dall’infermiera con i libri di scuola sullo scaffale, alla celebre attrice del West End, al giovane storico americano) sono una delizia. I dialoghi sono brillanti (di quella naturalezza e perfezione che fanno ritornare indietro e rileggere le battute per il gusto di farlo) e, benché sappiamo tutti come va a finire, c’è un discreto numero di dubbi e di sorprese lungo la strada.

Ora, non so dire nulla sulla traduzione, perché non l’ho letta, ma di solito Sellerio fa le cose per bene. E’ probabile che voce e tono siano rimasti. Anche ammesso che se ne sia perso qualcosa, vale di sicuro la pena di dare un’occhiata a questo libro, affascinante dal punto di vista storico, ben scritto, appassionante come giallo, e popolato di gente simpatica. E se tutto ciò non bastasse, dà anche da pensare sul modo in cui si formano luoghi comuni, leggende nere e convenzioni storiche. Che si può volere di più da un libro?

 

 

 

Parliamo di Logica

Siccome (qualora il particolare fosse sfuggito a qualcuno) ho l’influenza, la serata al cinema è saltata. L’amica con cui dovevo uscire si è giustamente rifiutata di venire a farmi compagnia e adottare un po’ dei miei agenti virali, però mi ha mandato in prestito un DVD.

Inkheart.

“E’ proprio il tuo genere,” mi ha detto. “Gente che leggendo ad alta voce tira fuori cose e persone dai libri.”

Incoraggiata da questa recensione, e dal fatto che il cast comprende Helen Mirren e Paul Bettany, ho guardato Inkheart. Oh, è un film carino, sia ben chiaro. Peccato che dia tutto un nuovo senso all’espressione “buchi nella trama”… Ora, non ho letto il libro da cui è tratto, per cui non posso dire se la colpa sia dell’autrice originaria (una Cornelia Funke, tedesca) o degli sceneggiatori.

[Ora, se qualcuno non vuole sapere come va a finire Inkheart, sarà bene che si fermi qui: le mie analisi narrative tendono ad essere faccende truci e prive di scrupoli.]

Quello che so per certo è che, se all’inizio della mia storia affermo ripetutamente e con fermezza che l’eroe non ha controllo sul modo in cui fa uscire la gente dai libri, non posso farglielo acquisire come se nulla fosse, e poi perdere di nuovo con altrettanta inspiegata facilità, a seconda di quel che mi serve per la trama.

E non è che non possa far consistere il grande segreto nel leggere i passaggi che si riferiscono alla persona/cosa/evento atmosferico che voglio estrarre dal libro… Posso, ma se lo faccio, non devo aspettarmi che il mio protagonista, impiegando metà della storia a rendersene conto, ottenga una candidatura per il Nobel.

Invece, se la regola di base della faccenda è che per ogni personaggio uscito dal libro, una persona vera deve entrarci, non posso sovvertire la faccenda a fini puramente umoristici, barattando il ciclone del Mago di Oz (con annessa casa di Dorothy) in cambio di un mezzo personaggio.

Ma d’altra parte, se tutto questo andirivieni di gente vera e non vera non produce cambiamenti nel testo scritto, e quindi non c’è veramente traccia di chi è entrato nel libro, come si fa a “leggerlo fuori”?

Poi, (anche sorvolando sull’importanza, permanenza e immortalità della parola scritta, su cui tutti predicano diffusamente) se alla fine la figlia dodicenne dell’eroe può salvare mamma, papà, prozia, amici e mondo intero (sconfiggendo i malvagi per soprammercato), scrivendosi un finale alternativo sul braccio e leggendolo ad alta voce, perché deve aggiungere al finale stesso qualificazioni gratuite che impediscono il ritorno nel libro all’unico personaggio che proprio ci vuole tornare? Sì, lo sappiamo: perché così suo padre può fare il bel gesto di rispedire a casa questo alleato un po’ dubbio. Solo che non è un motivo narrativamente valido. Tanto più che, per farlo, che cosa deve produrre il paparino? Ma è naturale: una copia del libro, miracolosamente sopravvissuta! Ma come? si chiede a questo punto lo spettatore*, perché non possono semplicemente “riscriverlo” a casa, come hanno fatto con due terzi del cast durante il climax? Hanno persino l’autore al seguito, perbacco!

Sì, appunto.

Tutto ciò per dire, che il lettore/spettatore si aspetta una logica nelle storie che legge. Anche nel fantasy più bizzarro, anche nella storia più surreale, mi aspetto una serie di leggi intrinseche al mondo che lo scrittore crea. E mi aspetto che, una volta stabilite, queste leggi funzionino in modo uniforme. Oppure, che l’unica costante sia la mancanza di uniformità, come nel caso meraviglioso delle avventure di Alice, ma vedete il paradosso? Persino nella mancanza di regole c’è almeno una regola!

E non vale solo per i generi speculativi: è lo stesso principio per cui, in qualsiasi genere, i personaggi devono agire in modo credibile, gl’incidenti stradali devono rispettare le leggi della fisica, le svolte della trama devono seguire il principio di causa ed effetto,  gli eventi devono essere inquadrati negli usi, costumi e leggi dell’epoca in cui sono ambientati…

Se lo scrittore trascura la logica, il lettore si sentirà imbrogliato (illogicità dolosa) oppure deluso (illogicità colposa), e nessuna delle due situazioni tende a condurre ad un verdetto favorevole.

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*A costo di ripetermi: magari poi Frau Funke è innocente, e nel libro è tutto chiaro, logico, trasparente, ialino… Non lo so, e tengo a precisarlo.

 

Piste Mentali

Di questa dovrei fare uno schemino.

Qualche post fa si parlava di libri perduti, e Renzo ha commentato raccontando di un film perduto. Ora, questo film non era affatto L’Isola del Dottor Moreau, ma in un primo momento, dall’inizio della descrizione, avevo pensato di sì.

De L’IdDM, ho visto una vecchissima versione in bianco e nero, chiamata The Island of Lost Souls, con Charles Laughton, Franchot Tone e Richard Arlen.

Laughton e Tone hanno recitato insieme anche nella versione de Gli Ammutinati del Bounty con Clark Gable, il quale a me piace molto, ma francamente, come Fletcher Christian era un nonnulla fuori parte.

Il capitano Bligh, quello vero, è sepolto in un cimitero di Southwark, next door al posto dove abitavo a Londra. Nella chiesa adiacente, ormai sconsacrata, c’era una specie di mostra permanente su una creatrice di giardini, di cui ora mi sfugge il nome.

Franchot Tone è anche Forsythe ne I Lancieri del Bengala, altro film di prima del diluvio (1935), che a me piace tanto. In esso, Gary Cooper fa McGregor. Ogni volta che vedo questo film, mi ricordo una specifica occasione in cui l’ho visto, di ritorno dall’aver accompagnato un’amica a visitare Sabbioneta.

Laughton fa anche l’avvocato in Testimone d’Accusa di Billy Wilder, con Marlene Dietrich e, se ben ricordo, Elsa Lanchester. E Tyrone Power, forse? Ad ogni modo, la prima volta che ho visto Testimone d’Accusa erano i primi di novembre, e hanno interrotto le trasmissioni per annunciare l’assassinio di Ytzak Rabin.

Richard Arlen non era un gran buon attore, seppur non proprio un cane totale. La parte di comprimario in Wings l’aveva avuta per due ragioni: a) physique du role; b) sapeva pilotare un biplano. Wings, di William Wellman, fu il primo film a vincere l’Oscar nel 1927. Una particina l’aveva anche Gary Cooper.

E potrei andare avanti a lungo, ma sono già finita in America, in India, a Sabbioneta, a Gerusalemme, a Tahiti, non si sa bene dove, in Francia e su e giù tra il XVIII e il XX secolo… partendo dal film sbagliato.

Mi piacciono tanto, queste vagaries… Il giro del mondo in sette pensieri.

Strategie Provate

Don Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, è un esperto di comunicazione, religiosa e non. Ascoltandolo presentare il suo ultimo libro (La Famiglia Cristiana – Una risorsa trascurata, Mondadori 2009), e osservando le reazioni del pubblico, si deduce tutta una serie di strategie che evidentemente funzionano, se si è alla direzione del settimanale più diffuso in Italia.

Per esempio:

– Ripetere numerose volte, con voce tonante e accorata, perle di saggezza e originalità come “la famiglia non è un problema: la famiglia è una risorsa”, oppure “si deve fare politica nel senso più nobile del termine, non per rincorrere il proprio interesse”, o ancora “la televisione e internet allontanano i nostri ragazzi dai veri valori”, et caetera similia. Multa caetera.

– Fare attenzione alla densità delle parole chiave: “famiglia” deve comparire in media ogni quattro parole; non meno di tre volte in ogni periodo, ma non c’è limite alla quantità. “Politica” è, ça va sans dire, un altro buon cavallo di battaglia.

– Dichiararsi (mancate) vittime degli attacchi di un Potere miope e ingiusto fa scattare piccoli applausi… stavo per scrivere spontanei. Piuttosto, presente il ginocchio, il martelletto e il riflesso condizionato? Ecco.

– Avviare una sorta di mea culpa della propria categoria, salvo poi tirarsi fuori. Noi giornalisti abbiamo abdicato alla dignità del nostro mestiere. Ma io ho pubblicato il tale editoriale e il tal’altro: non ho abdicato a un bel niente, io!

– Non esagerare con i congiuntivi. Questo lo diceva già Eco nella Fenomenologia di Mike Bongiorno: la gente si identifica più facilmente con chi non usa troppo il congiuntivo.

– Dare un’impressione di generosa equanimità. “Non chiedetemi di esprimere giudizi su XXX e YYY” (nello specifico, Padre Lombardi dell’Ufficio Stampa Vaticano e Avvenire), e poi… fuori l’artiglieria pesante!! Banzai!

– Infine, non c’è quasi bisogno di dirlo: dare addosso al Governo in carica è sempre un bonus. Anche se si è appena detto che la Chiesa deve essere apolitica. Per dovere di cronaca: Don Sciortino sostiene di avere riservato lo stesso trattamento a tutti i governi di qualsiasi colore. Sarà. Questa Clarina non ricorda episodi analoghi in altri tempi, ma è vero che questa Clarina non legge FC da anni, e ne sa solo quello che viene ripreso da altri mezzi d’informazione. Deve questa Clarina supporre che, in altri tempi, gli altri mezzi d’informazione non dedicassero inchiostro e air time alle intemperanze di FC?

Ecco qui: non una, non due, non tre, ma sette piccole strategie. Funzionano, vi assicuro: dopo avere applaudito abbondantemente, la platea se ne va a casa convinta di avere udito parole belle, sagge e giuste.

Epifanie

A volte ci vogliono vent’anni, per capire.

Vent’anni e una notte semi-insonne a rileggere vecchi diari, a cercare di ricordarsi come si era da ginnasiali, che cosa si pensava, perché si piangeva come fontane davanti ai servizi da Berlino…

Ebbene, adesso – adesso so perché piangevo. Piangevo perché per la prima volta nella mia vita vedevo la storia fuori dai libri. La vedevo succedere intorno a me, ed era così piena di forza, e viva, e travolgente. Gli imperi crollavano davvero, e la folla cantava davvero nelle piazze, e abbatteva frontiere. Un conto era sapere in teoria che il mondo poteva cambiare in una notte, e tutt’altro era vederlo succedere…

E all’improvviso, tutto quello che avevo imparato, tutte le vicende remote che erano state solo carta e inchiostro prendevano vita, come se vederne accadere una le rendesse tutte più reali, infondesse loro respiro, soffiasse via tutta la polvere che le aveva ricoperte. La notte del 9 novembre 1989, mentre finiva la Guerra Fredda, mentre crollava la Germania Est, per me il mondo assunse un nuovo significato, un nuovo grado di realtà che contemplava cambiamento e movimento – tutto diventava più vivido, più profondo, cangiante, pieno di correnti. Era elettrizzante, era sconvolgente, era meraviglioso.

Doveva esserci un motivo se la caduta del Muro è l’avvenimento non strettamente famigliare che mi ha segnata di più nella mia vita. Adesso so perché.

 

Cose che non sapremo mai

In teoria, la fedeltà alle fonti storiche è il primo articolo del mio credo di autrice. Voglio dire: in un mondo perfetto, il mestiere del romanziere storico consisterebbe nel ricreare quello che non sappiamo sulla base ed entro i limiti di ciò che sappiamo.

Il mondo non essendo perfetto, alle volte il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo è un tantino confuso, e anche ciò che sappiamo non è poi così certo.

Il mondo non essendo perfetto, inoltre, i romanzieri storici hanno una certa tendenza a non razzolare tanto bene quanto predicano. O almeno io ce l’ho. Sia chiaro: faccio sempre del mio dannato meglio per non contraddire nessuna fonte certa, per attenermi ai fatti, per essere tanto precisa quanto posso con date, luoghi e persone…

E tuttavia, se esistono versioni differenti, fonti che riportano diversamente lo stesso avvenimento, la stessa battaglia, lo stesso personaggio? Non è colpa mia, giusto? E succede, sapete? Forse non avete idea di quanto spesso succeda… E che cosa può fare in questi casi una povera ragazza? *makes cocker spaniel eyes*

Be’, questa povera ragazza ha raggiunto un compromesso con se stessa e con la Storia: in caso di fonti non uniformi o contrastanti, sceglie sempre la versione che le fa più comodo dal punto di vista narrativo…

Sì, sì, questa ragazza sa perfettamente che esistono gerarchie delle fonti e criteri per stimarne, se non proprio stabilirne, l’affidabilità affidabilità, ma al tempo stesso, ringrazia spesso il Cielo che, per le sue vie e ragioni imperscrutabili, l’ha condotta a scrivere narrativa anziché saggistica.

Piccolo esempio illuminante: visitando il palazzo dell’Ajuntament a Barcellona, ci si ritrova a un certo punto nel Salò des Cròniques, dove nel 1929 Josep Maria Sert ha dipinto un ciclo di affreschi che narrano le vicende di Roger de Flor, cavaliere senza macchia e senza paura, che dopo aver generosamente salvato l’Impero Bizantino da qualche tipo di Turchi, viene ricompensato con l’inganno, il tradimento e l’omicidio. Che pessima gente sono questi Bizantini… Ebbene, più guardavo gli affreschi, più mi sembrava che ci fosse qualcosa di strano. Ero certa di avere ricordi in proposito: i nomi erano quelli, il secolo era quello, eppure la storia non quadrava. Poi, folgorazione! Ma certo, Roger de Flor, ex Templare, pirata e capitano della Compagnia Catalana, una delle più costose, pericolose e celebri compagnie mercenarie del XIII secolo! A sentire i bizantinisti anglosassoni (gente come Norwich e Runciman), il suo “generoso aiuto” veniva ad un prezzo astronomico, che comprendeva, tra molte altre cose, la mano di una principessa imperiale), e una volta respinti i Turchi, i Catalani si erano rivelati il classico rimedio peggiore del male, scatenandosi in saccheggi, incendi, stupri e distruzioni miste assortite in giro per l’Impero… E allora i Bizantini, che non andavano tanto per il sottile, avevano adottato la sperimentata tecnica tradimento-assassinio. Quando si dice a mali estremi… con quel che segue.

Rogerelaprincipessa.jpgInsomma, due storie diametralmente opposte. A sentire Norwich, Roger era un pessimo soggetto; i Catalani hanno l’aria di pensarla diversamente. A Barcellona c’è una Calle Roger de Flor. Ci sono monumenti, hotel, istituti intitolati a lui. Ci sono siti web celebrativi… Una rapidissima ricerca su Google rivela almeno una trilogia di romanzi storici che ha Roger e i suoi Catalani, o Almogàvares, per eroi, ma non mi stupirei se ce ne fossero altri.

E tuttavia, se io volessi scrivere un romanzo i cui protagonisti ed eroi fossero gli Imperatori Paleologi, Andronico II e Michele, intenti a salvare il loro impero da quello stormo di cavallette, gli Almogàvares, capitanati dal crudele, esoso ed infingardo Roger? Il bello è che potrei! Anzi, non sono nemmeno certa che qualcuno non l’abbia già fatto – di sicuro le fonti lo consentirebbero senza eccessivi patemi d’animo.

La morale di tutto questo è varia. In primo luogo, un romanziere storico può fare pressoché di tutto anche conservando una coscienza decente; e questo è cosa buona e giusta per la letteratura, se non proprio per il fegato degli storici. In secondo luogo, ma in realtà questo è il punto fondamentale, non da oggi penso che la Storia abbia un quid d’inafferrabilità. I contemporanei la narrano con un’ottica deformata dalla loro posizione al suo interno; i posteri la interpretano da distanze cronologiche e culturali che non possono non essere deformanti a loro volta. Aggiungiamo a questo che i documenti vanno perduti, o sopravvivono in modo parziale, o vengono trascurati, e che il peso relativo dei fattori di valutazione cambia attraverso i secoli… E’ inevitabile: come dice Gianni Granzotto nel suo Annibale, “ci sono cose che non sapremo mai. Cose che non sappiamo più”.

E questo è forse uno degli aspetti più affascinanti della Storia. Per gli storici, sono vuoti da riempire cercando e ricercando, e per i romanzieri è un’iridescenza (o un’opacità, a seconda dei casi) da raccontare ancora e ancora, da ricreare, da immaginare. E non sempre nello stesso modo, anzi.

Alla fin fine, la forza vitale di tutte le cose risiede sempre in ciò che ancora non sappiamo.

 

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