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E Intanto il Pubblico Che Fa?

JeffHatchHam_Edit_32514State a sentire che cosa dice Jeffrey Hatcher nell’introduzione al suo libro The Art and Craft of Playwriting. Traduzione mia:

Magari col vostro dramma volete rimediare a un torto, o espiare una colpa, o far ridere, o cambiare il mondo… Ok – ma ricordatevi sempre questa domanda – che R. Elliott Stout, il mio insegnante di teatro alla Denison University, aveva incorniciato e appeso sopra la sua scrivania:

E INTANTO IL PUBBLICO CHE FA?

David Mamet […] una volta disse che far passare al pubblico due ore in un teatro significa chiedere molto a una persona. Contate le ore che anche il più occasionale degli spettatori passa là al buio*,  e vedrete che prima di compiere ottantatre anni, a quello spettatore occasionale piacerebbe riaverne indietro parecchie, di quelle ore… Ecco, il nostro mestiere a teatro è far sì che il nostro ottuagenario non rimpianga un singolo momento di quelli che ha passato al buio in platea.

Pensate a tutte le volte in cui siete andati a teatro alla fine di una giornata lunga, dura e faticosa. Dio sa com’è che avete il biglietto, e mentre si fanno le otto, volete solo andarvene e tornare a casa il prima possibile. Dando un’occhiata al programma scoprite con orrore che lo spettacolo ha non uno ma due intervalli. Sarete fortunati se siete a casa per le undici o mezzanotte… Cercate con gli occhi l’uscita, ma prima che possiate fare la vostra mossa la folla si zittisce, le luci di sala si spengono e voi siete intrappolati – e sotto sotto sapete che mettersi a strillare “al fuoco!” sarebbe brutto… Ed ecco che sono passati quaranta minuti, le luci si riaccendono, la folla sciama verso il foyer – e voi non vedete l’ora di scoprire che cosa succederà nel secondo atto. Tornate alla vostra poltrona ben prima che si apra il sipario, perché non volete perdervi una parola. E all’improvviso è il secondo intervallo, e questa volta non vi alzate affatto, perché state discutendo il dramma con lo sconosciuto seduto accanto a voi. E poi le luci si spengono di nuovo, e prima che ve ne accorgiate il sipario si è richiuso definitivamente, gli attori hanno lasciato il palco e voi siete ancora impegnati ad applaudire, siete ancora lì al vostro posto e non volete andarvene, e state cercando di ricordarvi l’ultima volta che vi siete sentiti così a teatro…

Ecco, questo è il nostro mestiere di autori teatrali. È quel che facciamo: questa gente stanca, che avrebbe tutte le ragioni per tornarsene a casa, noi la obblighiamo a restarsene incollata alla sua poltrona. E a volerci restare. E a tornare la prossima volta.

Ecco. Sì, sì – . È quello che facciamo. Quello che vogliamo fare. Rendere lla gente in platea felice di essere obbligata in questo modo.

Credo di volerla incorniciare a appendere anch’io, questa domanda…

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* Be’, è ovvio che le ore in questione tendono ad essere di più in un paese anglosassone…

Al Cuore del Romanzo

Distillati“Da oggi puoi leggere i best seller più avvincenti e appassionanti tutti d’un fiato. Nascono i Distillati: un’occasione senza precedenti per goderti il meglio della narrativa italiana e internazionale in meno della metà delle pagine dell’originale, ma senza perderti nulla.”

Lo dice Centauria, che ho scoperto essere una costola di Fabbri Editore.

Lo dice con entusiasmo a proposito dei suoi Distillati – che non sono liquori, ma libri abridged. Tagliati. Ridotti. Abbreviati. Condensati. Ma attenzione:

“Un riassunto? Un’edizione semplificata? Niente affatto…”

E sì, ammetto che ci avevo pensato.  Nel mio terrificante cinismo, quando ho incrociato per la prima volta la pubblicità di questa operazione, ho pensato che fosse una reincarnazione dei famigerati Riassunti di Farfadette*. E invece no, no e no. Cattiva, Clarina! Come ho potuto non capire che i Distillati sono tutt’altro?

“Abbiamo tenuto inalterata l’atmosfera, le emozioni, la suspense e lo stile dell’autore: in questo modo a voi rimane solo il piacere di una storia senza tempo, goduta istantaneamente.”

Sì, nel senso che… In che senso, precisamente? A giudicare da un articolo apparso sul Fatto Quotidiano, mancano…

“Descrizioni, scene, trame e personaggi secondari. Manca tutto il superfluo.”

Tutto il superfluo. Dev’essere esaltante, quando sei uno scrittore, sentirsi dire qualcosa come “Ho letto il suo libro, sa – la versione senza le parti superflue.”  Soprattutto considerando che i Distillati distillano in “meno della metà delle pagine dell’originale.”  Quindi, ricapitolando, perché rimanga “solo il piacere” del romanzo, occorre potare “tutto il superfluo” – che apparentemente equivale alla metà abbondante del testo.

E quando parlo di sentirselo dire, non sto facendo della teoria pura. Potrebbe succedere, perché non stiamo parlando dei Fratelli Karamazov, dei Miserabili o dell Ulisse di Joyce – ma di

“…grandi best seller. Romanzi di oggi che sono diventati famosi e letti quanto i classici della letteratura, hanno ispirato film o intere saghe. I nomi dei loro autori e dei loro personaggi sono conosciuti ovunque nel mondo e saranno ricordati per generazioni.”

E sì. Best seller contemporanei. Tipo Stieg Larsson – che scrive gialli, e me l’ero chiesto in passato e me lo chiedo ancora: chi può voler leggere un giallo abbreviato? Oppure tipo Nicholas Sparks – di cui si possono dire molte cose ma non certo che eserciti troppa pressione sui neuroni del lettore. Oppure tipo Margaret Mazzantini, che è viva e italiana, e a cui potrebbe davvero capitare la surreale conversazione di cui prima. Ma d’altra parte è consenziente, come tutti gli altri e tutti i loro editori – perché non stiamo parlando di edizioni piratate. È un’operazione editoriale bella e buona. Abridge

E magari, o Lettori, vi viene da chiedervi a che pro? Ebbene forse non vi sorprenderà troppo scoprire che la spiegazione è, guarda caso, la stessissima dei Riassunti di Farfadette: tutti dicono di non avere tempo di leggere? E noi, siore e siori, offriamo la soluzione! Libri più corti! Così…

“…oggi possiamo goderci questi capolavori tutti d’un fiato, nel tempo di un film o di un noioso viaggio in treno.”

Solo il piacere, ricordate? Da godersi istantaneamente. E in fondo che c’è mai di strano? Narrativa ai tempi della gratificazione istantanea, della soglia d’attenzione lillipuziana.

Un filo deprimente, non trovate?

Che poi non ci vengano a dire che la loro

“speranza è che dopo avere letto i […] distillati di romanzi i lettori decidano di leggere altri libri dell’autore. Originali.”

Non dico che non possa capitare – ma quanti lo faranno? Quanti, dopo avere letto da implumi qualche riduzione di David Copperfield sono andati a cercarsi e leggersi l’originale alto come il codice civile? Ecco, appunto. Che posso dire? I Distillati come mezzo di evangelizzazione alla lettura non mi convincono.

Poi sulla home page dei Distillati quelli di Centauria si tengono un social wall in cui compaiono pubblicità e attacchi in una maniera che potrebbe indurre a giudicarli masochisti o spudorati – o entrambe le cose… Ma in realtà, a guardare bene, si vede che l’operazione è tutt’altra. Provate a leggere i commenti, le fiammeggianti difese del Libro con la maiuscola, la pacata replica redazionale col richiamo al Reader’s Digest e la battuta sulla Sacralità dell’Arte e del Creatore… Tutto ben calcolato per far sembrare un pochino isterici i detrattori.

Ma vi assicuro che non sono isterica, e sulla Sacralità dell’Opera e del Creatore credo di essere smaliziata quanto basta. La mia obiezione è diversa: che ne è della lettura? Che ne è della parte del lettore nel processo? Che ne è del libero arbitrio del lettore? Nessuna legge mi obbliga a leggere Margaret Mazzantini o Stieg Larsson – né, se voglio leggerli, a leggerne ogni singola parola. Ma dovrei essere io a scegliere quel che mi piace e a saltare quel che mi annoia… Questa è lettura predigerita. Questo è come l’apprendimento in pillole: un ulteriore colpo all’umana capacità di assorbire, selezionare, valutare ed elaborare informazioni. Persino quando si tratta di farlo per piacere.

Al cuore del romanzo – indeed. Un bel colpo al cuore.

 

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* Che a quanto pare prosperano ancora, ed esistono ora anche in formato audio… Così si possono colmare le proprie falle culturali mentre si guida, si stira o si fa la cyclette…

Il Bardo & Gian Burrasca

GianB 1In una quinta elementare qui attorno avevano iniziato a leggere Il Giornalino di Gian Burrasca – con scarsa soddisfazione degli implumi, scoraggiati dal linguaggio antiquato.

Salta fuori allora che esiste una… versione? Traduzione? Retelling? Mah… diciamo che esiste Gian Burrasca in linguaggio d’oggidì. La maestra ci riprova e… buona la seconda. Gli implumi leggono Vamba tradotto, e ci trovano un gran gusto. Sipario.

Intanto, Oltretinozza, il prestigioso Oregon Shakespeare Festival commissiona a 36 autori teatrali altrettante traduzioni – their own words – di opere shakespeariane in Inglese più o meno contemporaneo… qui un finale ancora non c’è, perché il progetto PlayOn! è ancora in corso. L’idea dell’OSF è quella di mettere in scena le “traduzioni” accanto agli – e non al posto degli – originali e, come era scontato che accadesse, accademici, teatranti vari e spettatori potenziali si dividono in fazioni con una certa ferocia.

È presto per dire, e bisognerà vedere le reazioni del pubblico americano a PlayOn! – ma Gian Burrasca e il Bardo tradotti sono una faccenda interessante e allarmante al tempo stesso.

Non mi metterò a strillare allo scandalo e al sacrilegio* e la prenderò invece da un altro lato. Che la prospettiva storica sia una questione vastamente negletta non è una novità di oggi. Ogni singola “modernità” ha mostrato più interesse nel rileggere il passato alla luce di sé stessa che nel capirlo nel suo contesto. Why, Shakespeare stesso dava ai suoi antichi Romani linguaggio, mentalità e comportamenti elisabettiani. È l’umana natura – un misto di bisogno di identificazione, appropriazione culturale e spudorata pigrizia. PlayOn

Shakespeare in particolare sembra avere stimolato ogni genere di rimaneggiamenti attraverso i secoli. C’è sempre qualcuno convinto di potere o dovere dare una sistematina alle sue opere, per amore della spettacolarità, della simmetria, dell’ordine, della logica, del buon gusto, del pudore, del costume dei tempi… È, a suo modo, un segno della vitalità dello zio Will. Tutti hanno l’aria di dire “È nostro!” in modi che sono raccapriccianti dal punto di vista filologico, ma molto rivelatori e, alla fin fine, molto affascinanti.

E mi viene da pensare che l’appropriazione shakespeariana (e vambiana) del XXI secolo abbia nome “fretta”. In fondo è una cifra dei nostri tempi: tutto va afferrato e goduto subito, giusto? Subito e con il minore sforzo possibile. Che si debba sudare un pochino per godere di qualcosa fa storcere la bocca. Se bisogna aspettare, fare qualche sforzo, guadagnarsi qualcosa un po’ per volta – odds are che si perda interesse e si vada a cercare altrove. Qualcosa di più facile.

easy-buttonEcco, più facile. È questo il nocciolo allarmante di PlayOn! e del Vamba per i Fanciulli d’Oggidì: la possibilità che la facile accessibilità di queste versioni finisca per scalzare gli originali. Quanti, dopo avere visto un Riccardo III “tradotto”, dopo aver letto il Vamba ventunesimizzato, andranno a cercarsi gli originali? Potreste dirmi – lo dico anch’io – che nel caso di Gian Burrasca non è poi così grave. Vero, di per sé. Nessuno sarà spaventosamente impoverito per non avere letto la prosa originale di Vamba – ma il punto è un altro. L’implume che, dopo avere storto il naso sul linguaggio difficile, legge con soddisfazione la traduzione facile, ci avrà guadagnato qualche risata, ma avrà perso l’occasione di imparare ad accostarsi  a un linguaggio diverso dal suo. Se va bene ne avrà altre – ma il precedente gli avrà insegnato che non è necessario. Che c’è un modo più facile – e quindi perché faticare a capire che cosa dicevano nel 1912, come lo dicevano e magari perché lo dicevano in quel modo?

In qualche modo, tradurre Vamba mi sembra persino più grave che tradurre Shakespeare. Sono tentata di vederci il sintomo di qualcosa di peggio. Perché tradurre Vamba in realtà non ha altre giustificazioni. Potete difendere PlayOn! dicendo che è un tentativo di riprodurre l’immediatezza fra scena e pubblico che era l’esperienza quotidiana dei theatre-goers elisabettiani. Potete dire che l’OSF fa quello che hanno fatto Tate, Davenant, Pope, Garrick, i Lamb e i Bowdler – e sperare che passi come sono passati gli altri. Potete meditare su traduzioni in Inglese e traduzioni in altre lingue**… Potete fare un sacco di cose con le traduzioni di Shakespeare – ma Vamba? A che serve tradurre Vamba, se non ad offrire ai fanciulli una via “più facile”, sanzionata dalla scuola?

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* E qui parlo di Shakespeare, ovviamente. Non so voi, ma con la profanazione dell’opera di Vamba sento di poter convivere.

** Una delle meraviglie delle traduzioni shakespeariane di Quasimodo non è forse proprio quella certa atemporalità del linguaggio? Dovremmo considerare solo le traduzioni in Italiano cinquecentesco? Sarebbero praticabili dal punto di vista teatrale? Domande, domande, domande…

 

Giu 24, 2015 - blog life, grillopensante, teorie    3 Comments

Lo Specchio Convesso

CatturaEra un po’ di tempo che meditavo di aggiungere in cima alla colonna qui a destra un’immagine significativa – qualcosa che avesse a che fare con SEdS, con me, con quel che scrivo…

E finalmente mi sono decisa. Avete visto? È lo specchio convesso del Ritratto Arnolfini, di Jan van Eyck, che si trova alla National Gallery – e che passo a salutare ogni volta che vado a Londra. Non sono ancora del tutto certa che resterà definitivamente dov’è*, ma di sicuro è significativo per me in più di un modo.

E non tutto il ritratto, a dire il vero. Il Ritratto Arnolfini, a voler vedere, è un bel ritratto fiammingo del quindicesimo secolo, con un mercante fiorentino a Bruges e la sua sposa dall’aria un nonnulla pecorina, originale nell’uso della prospettiva, semi-incomprensibile a noi posteri nell’iconografia… Ma nulla di tutto ciò è rilevante al momento.

Quel che conta è lo specchio. Lo vedete lo specchio rotondo con la cornice, sulla parete di fondo, dietro i due coniugi? A prima vista potrebbe sembrare un particolare decorativo – ma diamo un’occhiata da vicino:

The_Arnolfini_Portrait,_détail_(2)

Visto? Lo specchio mostra Arnolfini e signora di spalle, il resto della stanza con un’altra finestra e soprattutto, vestito di azzurro, il pittore che lavora nel vano della porta. E dietro, la vedete la piccola figura in rosso che osserva la scena da dietro la spalla di van Eyck? Ecco – quelli siamo noi. È lo spettatore, trascinato all’interno di questa piccola storia dal gioco di prospettive incrociate nello specchio.

Ebbene, questa piccola immagine dentro un’immagine, questa strizzata d’occhio all’osservatore, questo minuscolo sfondamento della quarta parete, per me simboleggia perfettamente una quantità di cose che si fanno in narrativa e a teatro. Metanarrativa e metateatro, per la precisione – due cose che mi appassionano particolarmente. Storie che parlano di storie, di come si scrivono e si raccontano, di come funzionano, di come arrivano al lettore/spettatore. Storie di gente che scrive e/o recita. Storie di prospettive incrociate e conseguente inafferrabilità della Storia… Alla fin fine è di questo che scrivo più spesso che d’altro. E quando non scrivo, è di questo che mi occupo: le prospettive sovrapposte della traduzione, il modo in cui funzionano (o si possono far funzionare) le storie altrui…

E quindi sì: lo specchio convesso** di Jan van Eyck è, a mio timido avviso, un’immagine estremamente adatta ad essere appesa sulla porta di questo blog.

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* Qui in cima alla colonna a destra, intendo – non alla National. Ho provato a chiedere se mi permettevano di portarlo a casa, ma mi hanno detto di no…

** Sì, il nome mi piace. Ci ho persino intitolato un romanzo. Ne parleremo.

A Parte la Scrittura

grantorinoFLposterfullDiscutevasi ieri sera a cena di “Gran Torino”.

Avete presente? Clint Eastwood. Duemilanove, mi si dice – e io ci credo. L’ho visto al cinema quando è uscito e poi di nuovo più di recente e a pezzetti ma, se devo dire la verità, non mi piace. Magari a voi sì – e allora per favore non tiratemi oggetti pesanti, e/o considerate la possibilità di andare a leggere qualche altro post – ma non so che farci: non mi piace, non mi piace e non mi piace. Trovo da ridire soprattutto sulla scrittura. A parte il fatto che la storia è telegrafata allo spettatore fin dal primo istante in cui entra in scena la famiglia di immigrati coreani (e non basta il relativo twist del finale a riscattare la prevedibilità), quello che secondo me nuoce di più a questo film sono i dialoghi pedestri e la sommaria caratterizzazione dei personaggi.

E per carità, magari per i dialoghi si può incolpare la traduzione. E altrettanto magari, in fatto di personaggi, la cosa è in parte intenzionale, e l’idea era quella di partire dalla fiera dello stereotipo etno-sociale per giungere ad un quadro molto differente, ma la realizzazione, per quel che ne ricordo, manca di sottigliezza in un modo imbarazzante. Così, si parte circondati da una serie di personaggi sterotipati (il protagonista polacco, reduce tormentato della guerra di Corea; la ragazzina – guarda caso – coreana tosta e intelligente), macchiettistici (ho ricordi di un barbiere italiano…) o addirittura grotteschi (la truce nonna coreana) che appesantiscono tutta la prima metà del film e sono incongrui nella seconda.

L’impressione è che lo sceneggiatore sia partito con nobili intenzioni, abbia lasciato che i personaggi gli sfuggissero di mano, e si sia ritrovato con un manipolo di caratteri da sitcom e con quelli abbia tentato di far passare il messaggio. A colpi di accetta.

Ma non è questo il punto. Il punto è che ieri sera, quando ho espresso le mie perplessità, E. mi ha detto “Può darsi, ma a parte quello è un bel film, no?”

Ebbene, non lo so. Clint Eastwood è ben lungi dall’essere il mio attore preferito (e il doppiaggio sopra le righe non aiuta), la regia non mi colpisce in modo particolare, gli altri attori, la fotografia e la colonna sonora sono perfettamente dimenticabili… ma supponiamo che fosse tutto meraviglioso. Supponiamo che la recitazione, il passo registico, la musica e la fotografia fossero da togliere il fiato: sarei capace di trovarlo “un bel film” a scapito della cattiva scrittura?BWS

La risposta è no.

Sarò deformata mentalmente, ma non posso vedere un film se non come una storia raccontata più che soltanto a parole. Di conseguenza, non posso fare a meno di vedere gli altri aspetti della produzione (interpretazione, regia, fotografia, colonna sonora, ecc…) come emanazioni della struttura narrativa. Ci sono ovviamente tipi di film in cui l’impatto spettacolare, le astronavi, la circonferenza toracica delle donne, lo slapstick o whatnot hanno deliberatamente il sopravvento, ma non è quello di cui sto parlando qui. E ci sono anche casi in cui un ritmo trascinante, un’interpretazione carismatica o una fotografia mozzafiato possono riscattare in parte una storia che non sta in piedi da sé. Un buco di trama, se rivestito con cura o contrabbandato con abilità, si può perdonare, ma la cattiva scrittura no. La cattiva scrittura condiziona le interpretazioni (c’è un limite a quello che il più grande degli attori può fare con del pessimo dialogo), impiccia la regia, distrae da tutto il resto, e irrita nel profondo.

Si può dire quello che si vuole, ma se i personaggi di un film, le loro parole, le loro motivazioni, la loro evoluzione, le loro scelte e la loro storia suonano fasulli – per eccesso o per difetto – perché dovrebbe importarmi del film?

 

Elogio Dell’Espressiva Imperfezione

Questo post, a suo tempo, prendeva le mosse da un sacco di cose: parte di un articolo di Massimo Firpo sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore, una chiacchierata in proposito con G.S., una vecchia discussione con A., uno sconsolato commento dell’ex-Renzo e, per finire, uno scambio di vedute sulle scelte metriche in un paio di edizioni recenti del Boiardo.

Ingredienti eterogenei, ma vediamo un po’.

Con G.S. si parla spesso di lingue e linguaggi, perché l’argomento piace a entrambi, e così si commentava l’articolo di Firpo che (in risposta a un altro articolo di Sergio Luzzatto), tra l’altro distingueva fra la necessità di un Italiano accademico/scientifico più chiaro e la colpevole esterofilia congiuntivicida; tra la deliberata (e colpevole) nebbia verbale e l’eleganza della consecutio temporum.

Credo che l’ex-Renzo simpatizzasse con Firpo, mentre badava al laureando che, nella sua tesi, usava sistematicamente “è risultato essere” al posto del buon vecchio e semplice “è”… E ho ancora vivido in mente il ricordo del tutor gallese che mi dice come gli studenti italiani battano tutti nel farcire le tesine di costruzioni convolute ed espressioni idiomatiche inutili per raggiungere il wordcount prescritto.

Tuttavia, sospirava G.S., citando Firpo, “sarebbe stato meglio se non avessi detto” non è tanto più bello di “era meglio se non dicevi”?

Temo di avere risposto “secondo le circostanze,” cominciando col distinguere non solo tra lingua parlata e lingua scritta, ma anche tra lingua scritta accademica (nella quale corretezza grammaticale e chiarezza dovrebbero essere priorità gemelle) e lingua scritta narrativa, che sullo stesso gradino della chiarezza mette l’efficacia espressiva. E questo mi ha riportato in mente una discussione vecchia di lustri, in cui A. sosteneva una versione estrema del sospiro qui sopra: “era meglio se non dicevi” è un crimine linguistico che andrebbe punito con impiccagione, annegamento e squartamento. La faccenda era resa ancor più drastica dal fatto che ero stata io a usare un certo numero di orrori del genere in un dialogo all’interno di un romanzo. A. era un purista molto tosto, e disapprovava con foga, incurante del fatto che la mia intenzione fosse quella di riprodure la lingua parlata di un gruppo di contadini vandeani.

“Neanche il parlato dovrebbe essere così,” tuonava A. back in the day, e anche lui aveva in mente l’eleganza della consecutio temporum.

Ma il fatto è che la lingua si evolve continuamente, che la lingua parlata si evolve più in fretta di quella scritta, che la tendenza è verso la semplificazione, che esistono arnesi come i registri linguistici, e che i registri bassi e informali semplificano più degli altri.

Nessuno tiene il discorso sullo stato della nazione nello stesso registro che impiega durante una partita a briscola* – per fortuna. E quando si scrive narrativa, la diversificazione dei registri, delle inflessioni e degli accenti è un mezzo espressivo potente. Queste variazioni servono a rendere il tono alla narrazione, a caratterizzare la voce narrante e i singoli personaggi nel dialogo, a ricreare un luogo o un’epoca, a sfondare la quarta parete, a richiamare una fonte, una convenzione o un genere… e mi viene in mente almeno un caso in cui costituisce il meccanismo della trama – Pygmalion, di G.B. Shaw, incentrato sulla trasformazione fonetica, grammaticale e sintattica di Eliza da fioraia Cockney a plausibile principessa morganatica.

Mi viene in mente anche Stevenson, che creò scalpore dando a Kidnapped un protagonista narrante che parlava Scots English invece dell’Inglese standard. La sua deliberata infrazione a una regola non scritta delle convenzioni letterarie e a un certo numero di regole grammaticali, sintattiche e fonetiche, costituì una svolta epocale rispetto a molti secoli di tradizione che confinavano l’uso letterario delle imperfezioni linguistiche a personaggi minori – spesso con funzioni di comic relief – e aprì molte strade espressive**, alcune delle quali ancora adesso non piacciono troppo agl’irriducibili del Regsitro Unico.

O lei, Barbuto Spettatore che, dopo una rappresentazione di Bibi E Il Re Degli Elefanti, cercò l’autrice e, avendola trovata, la invitò in tutta serietà a stare più attenta ai suoi congiuntivi***, mi creda: l’avevo fatto apposta. La mia esperienza di bambine di otto anni può essere limitata, ma credevo e credo ancora che una di loro, sul punto di piangere e frenetica nel tentativo di non lasciar andare il suo elefante immaginario, non si preoccupi molto della consecutio. Credevo e credo ancora che la bimba dica “Hai detto che non mi lasciavi sola,” e non “hai detto che non mi avresti lasciata sola.”

Col che non voglio dire che la sciatteria linguistica sia una bella cosa, naturalmente – cosa di cui pure mi accusò il Barbuto Spettatore, e per questo sento l’ansia di precisarlo: si spera sempre che sia possibile distinguere tra l’uso approssimativo dell’idioma e l’imperfezione deliberata.

L’imperfezione deliberata è espressiva, è significativa, serve a qualcosa, sta bene dov’è, perché c’è stata messa con uno scopo. Anche se sembra che a volte, quando passano i secoli, non sia più ben chiaro quale fosse questo scopo. E sto pensando a un’imperfezione metrica in particolare, certi endecasillabi dubbi nell’Orlando Innamorato che, a quanto pare, endecasillabi non sono. Qualche anno fa Cristina sentii Montagnani, dell’Università di Ferrara, proporre una soluzione che trovo ancora affascinantissima: con la “sillaba vuota” infilata qua e là per il poema, Boiardo avrebbe voluto richiamare la tradizione canterina, ovvero quei Libri di Battaglia – diciamo una versione pop dei romanzi cavallereschi – che del poema costituivano in parte i precedenti. Nei versi di questi poemi era comune la presenza di sillabe vuote che, come ancora fanno i pupari siciliani, i narratori riempivano battendo le mani o il piede, in una specie di accento non verbale.

A quanto pare, quando lo suggerì nella sua edizione critica nel 1999, la Montagnani fu metaforicamente lapidata da un buon numero di italianisti, che giudicarono l’idea dissennata. Che devo dire? A me piace immaginare un poeta quattrocentesco occupato a lardellare i suoi versi d’imperfezioni metriche nella metaletteraria intenzione di strizzare l’occhio a un genere minore, proponendo la versione colta della versione popolare dei poemi cavallereschi.

Perché la sillaba vuota non può essere ur-metaletteratura? Basterebbe a canonizzare San Matteo Maria Boiardo come patrono degl’infrangitori volontari di regole a fini espressivi.

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* Anche se mi si narra di un anziano avvocato che, in un momento di selvaggio abbandono in una tribuna di stadio, si unì ai tifosi che insultavano cordialmente un attaccante e gridò “Ma perdio, gliela passi, quella palla!” E d’altronde, un’anziana suora del mio collegio universitario, quando perdeva veramente le staffe, ululava “Furore tremendo!” come l’eroina di una tragedia greca…

** A dire il vero, aprì anche la strada a una quantità di irritanti eccessi: non vi mette una certa furia penare su pagine intere di trascrizione fonetica di chissà quale dialetto? Non che sia colpa di Stevenson…

*** Giuro: “Sa, il testo potrebbe essere anche carino, ma non ci s’improvvisa scrittori. Se non ci riesce da sola, può farsi aiutare da qualcuno che le controlli i testi, prima di darli a una compagnia.” Giuro.

Ott 1, 2014 - grillopensante    No Comments

Veronese: La Forza Del Brand

artCome molti, ho studiato Storia dell’Arte per tre anni quando ero al Liceo. Un paio d’ore la settimana, mi par di ricordare… E ricordo che, vista dal Ginnasio, l’idea mi piaceva proprio tanto – in una maniera che, me ne rendo conto adesso, era alquanto fumosa. Non sapevo di preciso che cosa aspettarmene ma, persino a quindici anni, non avevo dubbi sul fatto che una materia il cui nome comprendeva la parola “storia” dovesse essere interessante…

E invece magari qualche dubbio avrei fatto bene ad averlo.

Per tre anni, un paio d’ore alla settimana, quel che si sentiva spiegare, leggeva e studiava, erano infinite descrizioni di scultura dopo scultura, quadro dopo quadro – sempre con qualche enfasi sull’interpretazione sentimentale delle singole opere. Era carino, ma non era interessante.

Man mano che procedevamo notando espressioni dolcissime, gesti drammatici, panneggi morbidi, colori intensi and stuff, mi rendevo conto che le cose che avrei voluto sapere erano altre. Perché scolpivano, costruivano, dipingevano in quel modo? Quali erano le loro influenze – generali e personali? Chi erano i committenti? Perché volevano quel tipo di opere? Sulla base di quali esigenze? A che scopo? Che tecniche, che materiali si usavano? In che modo? Come si riflettevano sull’arte i grandi cambiamenti, le grandi scoperte, le guerre, i crolli degli imperi? Che rapporti c’erano fra arte, scienza, economia, società? Che posizione occupava l’artista? Come si formava? Da quali basi partiva ciascun grande innovatore? Da dove saltavano fuori le intuizioni, le ribellioni…?

E invece no, niente da fare. All’inizio di ogni capitolo c’era un paio di pagine di contesto storico che a nessuno passava per il capo di spiegare o approfondire granché, c’era qualche cenno biografico sull’uno o l’altro artista e poi si ricominciava opera per opera, con i panneggi morbidi, e i colori intensi and stuff. Come se l’arte fosse un grazioso accessorio, appuntato lì dov’è un po’ per caso e un po’ per vago senso del bello. Come se esistesse per conto proprio, eterea e incontaminata. E magari a quindici anni non lo sapevo con estrema chiarezza, ma l’idea mi sembrava abbastanza irritante.

Morale, per tre anni di Liceo non sono mai riuscita a farmi piacere sul serio la storia dell’arte, né ho mai fatto faville nelle interrogazioni. Di sicuro avrei potuto – avrei dovuto – studiare di più, imparare panneggi, espressioni e colori, e poi magari approfondire per conto mio. Invece ero una ragazzina piuttosto impossibile, seppure a modo mio. Non contestavo quasi mai, ma mostravo la mia disapprovazione e il mio disinteresse navigando sul sette e ostentando un’aria di generale sufficienza… Sì, ero insopportabile. A posteriori, mi rendo conto che non strangolarmi è stato un atto di notevole tolleranza da parte dell’insegnante d’arte…

Anyway, poi sono cresciuta, e ho cominciato a colmare le mie lacune, e trovo molto gusto nel sentir bagolare di storia dell’arte come trovo che si debba. Per esempio, come fa questa sera Giacomo Cecchin per Borgocultura:

Veronese

Da dove saltava fuori il Veronese? In che mondo viveva? Come ci viveva, pensava, imparava, dipingeva? Come viveva della sua arte? In che modo questo ha influenzato la sua produzione? E già che ci siamo, che cosa è cambiato – o non è cambiato poi troppo – nei secoli? Arte, storia, economia, società, cultura, pensiero – tutto in un’unica, brillante confezione. Mica male, no?

I dettagli e la locandina da scaricare li trovate qui – e, se siete da queste parti, magari ci vediamo questa sera.

Facciamo Finta…

jarohess_make_believeForse è il più diffuso, il più universale e il più amato tra i giochi infantili, quello che porta in mondi più lontani, quello che conosce le varianti più disparate e personali: facciamo che io ero Questo, e tu eri Quello, e il salotto era un castello… Giocare a far finta. Con o senza bambole, soldatini o animali di pezza, ricreando le avventure di una storia sentita raccontare o inventando di sana pianta, riproducendo la maternità, il lavoro, la guerra, i rapporti sociali – sempre in qualche specie di equilibrio tra prove tecniche di mondo e il what if più sfrenato.

Chi non ha mai – ma proprio mai – giocato a fingere che… alzi la mano e non si aspetti di essere creduto.

In definitiva, i rapporti tra questo gioco e la letteratura sono stretti: una storia raccontata partendo da un’ipotesi iniziale, la sospensione dell’incredulità, e tutte le possibilità aperte entro le regole del gioco. Narrativa embrionale, e il legame è ancora più evidente nell’espressione inglese make-believe che, a differenza del corrispondente italiano “fare finta” non è associata a connotazioni di menzogna e d’inganno, ma pone l’accento sulla sospensione dell’incredulità da parte del soggetto.

Quindi non è sorprendente che in letteratura si trovino esempi di make-believe, tanto narrati quanto praticati da narratori più o meno in erba- semmai c’è da stupirsi che non ce ne siano di più.

LWNella letteratura per fanciulli, il MB è moneta corrente, con vari tipi di significato. Louisa Alcott ne fa un uso frequente e diversificato. In Piccole Donne, le quattro sorelle March riproducono una versione semplificata del viaggio di Christian, il protagonista del Libro del Pellegrino di Bunyan, partendo dalla cantina (Città della Distruzione) e salendo fino alla soffitta ribattezzata Paradiso. Il gioco è chiaramente educativo, e non è chiaro se sia stato ispirato dal padre ecclesiastico o semplicemente ideato dalla vulcanica Jo, ma la scena in cui viene rievocato serve a caratterizzare tanto le quattro ragazze quanto il tipo di educazione che hanno ricevuto. Sotto i Fiori di Lillà, comincia con una lunga scena di MB, la festa di compleanno della bambola in cui due sorelline ricreano i riti di un piccolo mondo sicuro e bene ordinato. L’arrivo del piccolo protagonista – un orfanello fuggito da un circo – scombinerà gioco, realtà e senso di sicurezza. Il racconto Dietro la Maschera presenta una versione più adulta e più inquietante del gioco: in una grande casa di campagna inglese, un gruppo di giovani gioca ai quadri animati con dei vecchi costumi teatrali. Apparentemente l’istitutrice scozzese si lascia coinvolgere un po’ troppo nella finzione con il bel fratello della sua allieva. Qualcuno crede al gioco, qualcuno recita, qualcun altro finge – ma non tutto è come sembra.

Più spesso, tuttavia, il MB appare in vesti meno sofisticate. È il caso di Momo, di Michael Ende, i cui piccoli protagonisti si lanciano in un’epica avventura immaginaria, fingendo che un vecchio anfiteatro abbandonato sia una nave oceanografica. L’episodio non ha un ruolo narrativo particolare (a parte forse quello di stabilire le posizioni di vari ragazzini all’interno del gruppo), ma la scrittura rende bene l’entusiasmante straniamento di quei prodigiosi pomeriggi che durano un lampo e un secolo insieme.

Un esempio particolarmente signifiPPHcativo si trova in Puck of Pook’s Hill, di Kipling: nel crepuscolo della sera di Mezz’Estate, Una e Dan recitano una versione adattata di Shakespeare, e la recitano all’aperto, in un cerchio delle fate. Non è chiaro se stiano giocando al teatro o ad essere i personaggi, ma di certo, in un modo che accomuna significativamente gioco, letteratura e incantesimo, Puck in persona obbedisce alla convocazione e compare ai due ignari bambini – per condurli alla scoperta della storia inglese.

Ho un ricordo molto vago di un libro per ragazzi degli Anni Ottanta – di cui mi sfuggono titolo e autore sicuramente italiano. La storia non era particolarmente memorabile, ma conteneva una scena interessante: entrando di nascosto nel giardino di una casa abbandonata per recuperare un pallone, due ragazzini sorprendevano due coetanee che, con gonne lunghe e bigiotterie sottratte alla mamma, giocavano “a regina e principessa”. “Ma che cosa fanno?” chiedeva sbalordito uno dei due intrusi. “Giocano a recitare,” era la risposta. “Le bambine lo fanno spesso.”* Il che sembrava voler implicare una distinzione dei ruoli: calcio per i bambini, make-believe per le bambine. Nell’ultimo capitolo, a mistero risolto, le bambine dichiaravano di avere perso interesse nel giocare “a regina e principessa”, ma non pare che la maturazione di un ragazzino implicasse parimenti il superamento del calcio.

Nella maggior parte dei casi, il MB è associato all’infanzia, ma l’associazione non è sempre particolarmente lieta. Per citare due esempi che più diversi non potrebbero essere, gli eroici sogni ad occhi aperti del futuro Lord Jim (e sostengo con fermezza che, per un bambino solitario, i sogni ad occhi aperti valgono come MB) si riveleranno profezie ironicamente crudeli, e Peter Pan, un ininterrotto, particolarmente magico MB per i fratelli Darling e i Bambini Smarriti, è una storia di irrecuperabilità e di perdita dell’innocenza.**

Quando poi all’aspetto deHU-ernonemecsek-1liberatamente ludico si sostituisce l’imitazione del mondo adulto, la faccenda può assumere colori più sinistri. I Ragazzi della Via Pal di Molnàr e i personaggi de La Guerra dei Bottoni di Pergaud “giocano” alla guerra in modo molto realistico, con tanto di feriti veri e addirittura un morto, in una delle scene più lacrimevoli della storia della letteratura. Nei Promessi Sposi, che per fanciulli non sono, alla piccola Gertrude non vengono mai date altro che bambole vestite da monaca, giusto perché non si faccia idee balzane. In Jane Eyre, la piccola (e a dire il vero insopportabile) Adèle viene energicamente scoraggiata dal danzare e giocare con i costumi, perché la madre assente, francese, ballerina e poco seria***, è tutto fuorché un modello da imitare.

Questo MB in chiave negativa sembra una scelta bizzarra da parte di Charlotte Brontë, considerando il ruolo che il MB aveva avuto nella sua formazione personale e letteraria (e che ancora aveva nella vita delle sue sorelle). La profonda e duratura passione dei quattro ragazzi Brontë per i loro regni immaginari e le loro generazioni di personaggi si spingeva al limite dell’ossessione, e nei diari di una Emily ventisettenne si trova questo episodio :

Anne e io abbiamo fatto il nostro primo lungo viaggio da sole e insieme. Siamo partite da casa lunedì 30 giugno, abbiamo dormito a York, Martedì sera siamo arrivate a Keighley, dove abbiamo dormito per poi tornare a casa a piedi mercoledì mattina. Il tempo era incerto, ma ci siamo divertite moltissimo – tranne per qualche ora a Bradford – e durante il viaggio abbiamo giocato ad essere Ronald Macelgin, Henry Angora, Juliet Augusteena, Rosobelle Esraldan, Ella e Julian Egramont e Catherine Navarre e Cordelia Fitzaphnold. Fingevamo di essere fuggite dal Palazzo dell’Istruzione per raggiungere i Realisti, al momento in rotta davanti ai Repubblicani vittoriosi.

Untitled 1Ed ecco che ritorniamo al punto di partenza: make-believe e letteratura. Tutta la produzione poetica di Emily Brontë è basata sul regno immaginario di Gondal che aveva creato insieme ad Anne, e la trama di Cime Tempestose è di derivazione altrettanto gondaliana. Il legame è meno forte nei romanzi di Anne, ma la Jane Eyre di Charlotte ha la sua origine in diverse eroine di Angria, bruttine e indipendenti. Se dico che quei giochi, quei sogni ad occhi aperti e quelle irrealtà condivise hanno fatto delle sorelle Brontë le autrici che sono diventate, non credo di esagerare molto. Se il make-believe è narrativa embrionale, la narrativa si può considerare make-believe adulto – e il viaggio a York di Emily e Anne ci dimostra che fra la distanza tra i due è molto ridotta.

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* Insisto nel dire che non era memorabile. Se ricordo questo passaggio così dettagliatamente è perché – no doubt – il mio subconscio sapeva fin d’allora che un giorno avrei tenuto un blog letterario…

** Se poi si accetta l’ipotesi secondo cui Peter Pan sarebbe basato sul fratello maggiore di Barrie, morto a tredici anni, e che la madre orbata si consolava dicendosi che il suo bambino morto sarebbe rimasto bambino per sempre, il tutto diventa ancora più allegro.

*** In un qualsiasi ordine di gravità.

Parli Del Diavolo…

Vi ricordate le Serate in Giardino di Casa Andreasi?

Bene, mercoledì scorso Giovanni Pasetti ha aperto le danze con Shakespeare e Marlowe, gemelli diversi – da Faust ad Amleto. Tecnicamente, se vogliamo, non è stata proprio una serata in giardino: c’era un’umidità da nuotarci, e così le signore di Casa Andreasi hanno saggiamente deciso di spostarci tutti nella bellissima sala conferenze… e confesso secondi fini nel dirvelo, casomai, in occasione dei prossimi appuntamenti, foste tentati di lasciarvi scoraggiare dal tempo.

Hamlet-and-the-ghostOra, mercoledì la conferenza è stata gradevolissima e, tra molte altre cose, ha toccato un confronto molto interessante tra le due opere nel titolo – e di conseguenza i rispettivi autori. A partire da diavoli e fantasmi che – ne abbiamo già parlato – per gli Elisabettiani non erano necessariamente due cose diverse.  Ciò che, come ci ha fatto notare il professor Pasetti l’altra sera, consente di far confronti tra l’esperienza di Faust con Mefistofele e quella di Amleto con il Fantasma.

In realtà io trovo che di parallelismo non si possa parlare, se consideriamo che Faust il diavolo va a cercarselo con ogni pervicacia, mentre Amleto l’ectoplasma se lo ritrova tra capo e collo suo malgrado – e non è un ectoplasma qualsiasi, ma uno che sostiene di essere il suo defunto genitore… ma questo non impedisce di osservare la diversità di atteggiamento.

Di fronte al diavolo, l’uomo di Marlowe vuole discutere di teologia (e il diavolo è ben felice di accontentarlo), mentre l’uomo di Shakespeare… Be’, gli uomini di Shakepeare in realtà sono diversi, e incarnano tutti i dubbi Elisabettiani in proposito: Bernardo e Marcello hanno paura, Orazio reagisce con protestantissimo disprezzo mentre Amleto, essendo Amleto, dubita. Dubita se quello che ha di fronte sia un diavolo protestante o un fantasma cattolico. Dubita se dandogli retta ci sia da finire abbrustoliti. E continua a dubitare per un pezzo, e passa un sacco di tempo a cercare conferme di altra natura – ragioni di vendetta che non abbiano troppo a che fare con la terrificante apparizione.

Di fronte al diavolo, Faust chiede Come? Amleto chiede Che cosa?

Faust vuole sapere. Amleto, cui la conoscenza viene sbattuta in faccia, era più tranquillo quando ignorava. mephisto_erscheint_faust

Faust, che il diavolo se l’è cercato per fargli delle domande – e al diavolo le conseguenze – incarna il lato indagatore del Rinascimento. È tutti i matematici, gli esploratori, i pensatori, gli sperimentatori, gli scienziati, i filosofi…  Amleto incarna l’umano tremar di ginocchia davanti a un mondo che sussulta e cambia, la vertigine di fronte agli squarci in quel che si era sempre creduto.

Faust è un cercatore insaziabile, un Ulisse cinquecentesco, un avventuriero della mente. Amleto è, molto più semplicemente, un uomo pieno di dubbi.

Entrambi pagheranno un prezzo molto alto per avere dato retta al diavolo – e, di nuovo, lo studioso di Marlowe paga un prezzo teologico, mentre il principe di Shakespeare paga un prezzo umano.

E d’altra parte, Faust è l’opera di un giovane alquanto tranchant, con più fuoco e teoria che compassione per l’essere umano medio, mentre Amleto è l’opera di un uomo maturo e disilluso…

Due facce della stessa medaglia, a ben vedere – e in una quantità di modi, ad enesima riprova di come quel che si chiama lo Spirito dei Tempi non sia mai una cosa sola. Mai un uomo solo. Mai uno spirito solo.

 

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