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Ott 1, 2014 - grillopensante    No Comments

Veronese: La Forza Del Brand

artCome molti, ho studiato Storia dell’Arte per tre anni quando ero al Liceo. Un paio d’ore la settimana, mi par di ricordare… E ricordo che, vista dal Ginnasio, l’idea mi piaceva proprio tanto – in una maniera che, me ne rendo conto adesso, era alquanto fumosa. Non sapevo di preciso che cosa aspettarmene ma, persino a quindici anni, non avevo dubbi sul fatto che una materia il cui nome comprendeva la parola “storia” dovesse essere interessante…

E invece magari qualche dubbio avrei fatto bene ad averlo.

Per tre anni, un paio d’ore alla settimana, quel che si sentiva spiegare, leggeva e studiava, erano infinite descrizioni di scultura dopo scultura, quadro dopo quadro – sempre con qualche enfasi sull’interpretazione sentimentale delle singole opere. Era carino, ma non era interessante.

Man mano che procedevamo notando espressioni dolcissime, gesti drammatici, panneggi morbidi, colori intensi and stuff, mi rendevo conto che le cose che avrei voluto sapere erano altre. Perché scolpivano, costruivano, dipingevano in quel modo? Quali erano le loro influenze – generali e personali? Chi erano i committenti? Perché volevano quel tipo di opere? Sulla base di quali esigenze? A che scopo? Che tecniche, che materiali si usavano? In che modo? Come si riflettevano sull’arte i grandi cambiamenti, le grandi scoperte, le guerre, i crolli degli imperi? Che rapporti c’erano fra arte, scienza, economia, società? Che posizione occupava l’artista? Come si formava? Da quali basi partiva ciascun grande innovatore? Da dove saltavano fuori le intuizioni, le ribellioni…?

E invece no, niente da fare. All’inizio di ogni capitolo c’era un paio di pagine di contesto storico che a nessuno passava per il capo di spiegare o approfondire granché, c’era qualche cenno biografico sull’uno o l’altro artista e poi si ricominciava opera per opera, con i panneggi morbidi, e i colori intensi and stuff. Come se l’arte fosse un grazioso accessorio, appuntato lì dov’è un po’ per caso e un po’ per vago senso del bello. Come se esistesse per conto proprio, eterea e incontaminata. E magari a quindici anni non lo sapevo con estrema chiarezza, ma l’idea mi sembrava abbastanza irritante.

Morale, per tre anni di Liceo non sono mai riuscita a farmi piacere sul serio la storia dell’arte, né ho mai fatto faville nelle interrogazioni. Di sicuro avrei potuto – avrei dovuto – studiare di più, imparare panneggi, espressioni e colori, e poi magari approfondire per conto mio. Invece ero una ragazzina piuttosto impossibile, seppure a modo mio. Non contestavo quasi mai, ma mostravo la mia disapprovazione e il mio disinteresse navigando sul sette e ostentando un’aria di generale sufficienza… Sì, ero insopportabile. A posteriori, mi rendo conto che non strangolarmi è stato un atto di notevole tolleranza da parte dell’insegnante d’arte…

Anyway, poi sono cresciuta, e ho cominciato a colmare le mie lacune, e trovo molto gusto nel sentir bagolare di storia dell’arte come trovo che si debba. Per esempio, come fa questa sera Giacomo Cecchin per Borgocultura:

Veronese

Da dove saltava fuori il Veronese? In che mondo viveva? Come ci viveva, pensava, imparava, dipingeva? Come viveva della sua arte? In che modo questo ha influenzato la sua produzione? E già che ci siamo, che cosa è cambiato – o non è cambiato poi troppo – nei secoli? Arte, storia, economia, società, cultura, pensiero – tutto in un’unica, brillante confezione. Mica male, no?

I dettagli e la locandina da scaricare li trovate qui – e, se siete da queste parti, magari ci vediamo questa sera.

Facciamo Finta…

jarohess_make_believeForse è il più diffuso, il più universale e il più amato tra i giochi infantili, quello che porta in mondi più lontani, quello che conosce le varianti più disparate e personali: facciamo che io ero Questo, e tu eri Quello, e il salotto era un castello… Giocare a far finta. Con o senza bambole, soldatini o animali di pezza, ricreando le avventure di una storia sentita raccontare o inventando di sana pianta, riproducendo la maternità, il lavoro, la guerra, i rapporti sociali – sempre in qualche specie di equilibrio tra prove tecniche di mondo e il what if più sfrenato.

Chi non ha mai – ma proprio mai – giocato a fingere che… alzi la mano e non si aspetti di essere creduto.

In definitiva, i rapporti tra questo gioco e la letteratura sono stretti: una storia raccontata partendo da un’ipotesi iniziale, la sospensione dell’incredulità, e tutte le possibilità aperte entro le regole del gioco. Narrativa embrionale, e il legame è ancora più evidente nell’espressione inglese make-believe che, a differenza del corrispondente italiano “fare finta” non è associata a connotazioni di menzogna e d’inganno, ma pone l’accento sulla sospensione dell’incredulità da parte del soggetto.

Quindi non è sorprendente che in letteratura si trovino esempi di make-believe, tanto narrati quanto praticati da narratori più o meno in erba- semmai c’è da stupirsi che non ce ne siano di più.

LWNella letteratura per fanciulli, il MB è moneta corrente, con vari tipi di significato. Louisa Alcott ne fa un uso frequente e diversificato. In Piccole Donne, le quattro sorelle March riproducono una versione semplificata del viaggio di Christian, il protagonista del Libro del Pellegrino di Bunyan, partendo dalla cantina (Città della Distruzione) e salendo fino alla soffitta ribattezzata Paradiso. Il gioco è chiaramente educativo, e non è chiaro se sia stato ispirato dal padre ecclesiastico o semplicemente ideato dalla vulcanica Jo, ma la scena in cui viene rievocato serve a caratterizzare tanto le quattro ragazze quanto il tipo di educazione che hanno ricevuto. Sotto i Fiori di Lillà, comincia con una lunga scena di MB, la festa di compleanno della bambola in cui due sorelline ricreano i riti di un piccolo mondo sicuro e bene ordinato. L’arrivo del piccolo protagonista – un orfanello fuggito da un circo – scombinerà gioco, realtà e senso di sicurezza. Il racconto Dietro la Maschera presenta una versione più adulta e più inquietante del gioco: in una grande casa di campagna inglese, un gruppo di giovani gioca ai quadri animati con dei vecchi costumi teatrali. Apparentemente l’istitutrice scozzese si lascia coinvolgere un po’ troppo nella finzione con il bel fratello della sua allieva. Qualcuno crede al gioco, qualcuno recita, qualcun altro finge – ma non tutto è come sembra.

Più spesso, tuttavia, il MB appare in vesti meno sofisticate. È il caso di Momo, di Michael Ende, i cui piccoli protagonisti si lanciano in un’epica avventura immaginaria, fingendo che un vecchio anfiteatro abbandonato sia una nave oceanografica. L’episodio non ha un ruolo narrativo particolare (a parte forse quello di stabilire le posizioni di vari ragazzini all’interno del gruppo), ma la scrittura rende bene l’entusiasmante straniamento di quei prodigiosi pomeriggi che durano un lampo e un secolo insieme.

Un esempio particolarmente signifiPPHcativo si trova in Puck of Pook’s Hill, di Kipling: nel crepuscolo della sera di Mezz’Estate, Una e Dan recitano una versione adattata di Shakespeare, e la recitano all’aperto, in un cerchio delle fate. Non è chiaro se stiano giocando al teatro o ad essere i personaggi, ma di certo, in un modo che accomuna significativamente gioco, letteratura e incantesimo, Puck in persona obbedisce alla convocazione e compare ai due ignari bambini – per condurli alla scoperta della storia inglese.

Ho un ricordo molto vago di un libro per ragazzi degli Anni Ottanta – di cui mi sfuggono titolo e autore sicuramente italiano. La storia non era particolarmente memorabile, ma conteneva una scena interessante: entrando di nascosto nel giardino di una casa abbandonata per recuperare un pallone, due ragazzini sorprendevano due coetanee che, con gonne lunghe e bigiotterie sottratte alla mamma, giocavano “a regina e principessa”. “Ma che cosa fanno?” chiedeva sbalordito uno dei due intrusi. “Giocano a recitare,” era la risposta. “Le bambine lo fanno spesso.”* Il che sembrava voler implicare una distinzione dei ruoli: calcio per i bambini, make-believe per le bambine. Nell’ultimo capitolo, a mistero risolto, le bambine dichiaravano di avere perso interesse nel giocare “a regina e principessa”, ma non pare che la maturazione di un ragazzino implicasse parimenti il superamento del calcio.

Nella maggior parte dei casi, il MB è associato all’infanzia, ma l’associazione non è sempre particolarmente lieta. Per citare due esempi che più diversi non potrebbero essere, gli eroici sogni ad occhi aperti del futuro Lord Jim (e sostengo con fermezza che, per un bambino solitario, i sogni ad occhi aperti valgono come MB) si riveleranno profezie ironicamente crudeli, e Peter Pan, un ininterrotto, particolarmente magico MB per i fratelli Darling e i Bambini Smarriti, è una storia di irrecuperabilità e di perdita dell’innocenza.**

Quando poi all’aspetto deHU-ernonemecsek-1liberatamente ludico si sostituisce l’imitazione del mondo adulto, la faccenda può assumere colori più sinistri. I Ragazzi della Via Pal di Molnàr e i personaggi de La Guerra dei Bottoni di Pergaud “giocano” alla guerra in modo molto realistico, con tanto di feriti veri e addirittura un morto, in una delle scene più lacrimevoli della storia della letteratura. Nei Promessi Sposi, che per fanciulli non sono, alla piccola Gertrude non vengono mai date altro che bambole vestite da monaca, giusto perché non si faccia idee balzane. In Jane Eyre, la piccola (e a dire il vero insopportabile) Adèle viene energicamente scoraggiata dal danzare e giocare con i costumi, perché la madre assente, francese, ballerina e poco seria***, è tutto fuorché un modello da imitare.

Questo MB in chiave negativa sembra una scelta bizzarra da parte di Charlotte Brontë, considerando il ruolo che il MB aveva avuto nella sua formazione personale e letteraria (e che ancora aveva nella vita delle sue sorelle). La profonda e duratura passione dei quattro ragazzi Brontë per i loro regni immaginari e le loro generazioni di personaggi si spingeva al limite dell’ossessione, e nei diari di una Emily ventisettenne si trova questo episodio :

Anne e io abbiamo fatto il nostro primo lungo viaggio da sole e insieme. Siamo partite da casa lunedì 30 giugno, abbiamo dormito a York, Martedì sera siamo arrivate a Keighley, dove abbiamo dormito per poi tornare a casa a piedi mercoledì mattina. Il tempo era incerto, ma ci siamo divertite moltissimo – tranne per qualche ora a Bradford – e durante il viaggio abbiamo giocato ad essere Ronald Macelgin, Henry Angora, Juliet Augusteena, Rosobelle Esraldan, Ella e Julian Egramont e Catherine Navarre e Cordelia Fitzaphnold. Fingevamo di essere fuggite dal Palazzo dell’Istruzione per raggiungere i Realisti, al momento in rotta davanti ai Repubblicani vittoriosi.

Untitled 1Ed ecco che ritorniamo al punto di partenza: make-believe e letteratura. Tutta la produzione poetica di Emily Brontë è basata sul regno immaginario di Gondal che aveva creato insieme ad Anne, e la trama di Cime Tempestose è di derivazione altrettanto gondaliana. Il legame è meno forte nei romanzi di Anne, ma la Jane Eyre di Charlotte ha la sua origine in diverse eroine di Angria, bruttine e indipendenti. Se dico che quei giochi, quei sogni ad occhi aperti e quelle irrealtà condivise hanno fatto delle sorelle Brontë le autrici che sono diventate, non credo di esagerare molto. Se il make-believe è narrativa embrionale, la narrativa si può considerare make-believe adulto – e il viaggio a York di Emily e Anne ci dimostra che fra la distanza tra i due è molto ridotta.

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* Insisto nel dire che non era memorabile. Se ricordo questo passaggio così dettagliatamente è perché – no doubt – il mio subconscio sapeva fin d’allora che un giorno avrei tenuto un blog letterario…

** Se poi si accetta l’ipotesi secondo cui Peter Pan sarebbe basato sul fratello maggiore di Barrie, morto a tredici anni, e che la madre orbata si consolava dicendosi che il suo bambino morto sarebbe rimasto bambino per sempre, il tutto diventa ancora più allegro.

*** In un qualsiasi ordine di gravità.

Parli Del Diavolo…

Vi ricordate le Serate in Giardino di Casa Andreasi?

Bene, mercoledì scorso Giovanni Pasetti ha aperto le danze con Shakespeare e Marlowe, gemelli diversi – da Faust ad Amleto. Tecnicamente, se vogliamo, non è stata proprio una serata in giardino: c’era un’umidità da nuotarci, e così le signore di Casa Andreasi hanno saggiamente deciso di spostarci tutti nella bellissima sala conferenze… e confesso secondi fini nel dirvelo, casomai, in occasione dei prossimi appuntamenti, foste tentati di lasciarvi scoraggiare dal tempo.

Hamlet-and-the-ghostOra, mercoledì la conferenza è stata gradevolissima e, tra molte altre cose, ha toccato un confronto molto interessante tra le due opere nel titolo – e di conseguenza i rispettivi autori. A partire da diavoli e fantasmi che – ne abbiamo già parlato – per gli Elisabettiani non erano necessariamente due cose diverse.  Ciò che, come ci ha fatto notare il professor Pasetti l’altra sera, consente di far confronti tra l’esperienza di Faust con Mefistofele e quella di Amleto con il Fantasma.

In realtà io trovo che di parallelismo non si possa parlare, se consideriamo che Faust il diavolo va a cercarselo con ogni pervicacia, mentre Amleto l’ectoplasma se lo ritrova tra capo e collo suo malgrado – e non è un ectoplasma qualsiasi, ma uno che sostiene di essere il suo defunto genitore… ma questo non impedisce di osservare la diversità di atteggiamento.

Di fronte al diavolo, l’uomo di Marlowe vuole discutere di teologia (e il diavolo è ben felice di accontentarlo), mentre l’uomo di Shakespeare… Be’, gli uomini di Shakepeare in realtà sono diversi, e incarnano tutti i dubbi Elisabettiani in proposito: Bernardo e Marcello hanno paura, Orazio reagisce con protestantissimo disprezzo mentre Amleto, essendo Amleto, dubita. Dubita se quello che ha di fronte sia un diavolo protestante o un fantasma cattolico. Dubita se dandogli retta ci sia da finire abbrustoliti. E continua a dubitare per un pezzo, e passa un sacco di tempo a cercare conferme di altra natura – ragioni di vendetta che non abbiano troppo a che fare con la terrificante apparizione.

Di fronte al diavolo, Faust chiede Come? Amleto chiede Che cosa?

Faust vuole sapere. Amleto, cui la conoscenza viene sbattuta in faccia, era più tranquillo quando ignorava. mephisto_erscheint_faust

Faust, che il diavolo se l’è cercato per fargli delle domande – e al diavolo le conseguenze – incarna il lato indagatore del Rinascimento. È tutti i matematici, gli esploratori, i pensatori, gli sperimentatori, gli scienziati, i filosofi…  Amleto incarna l’umano tremar di ginocchia davanti a un mondo che sussulta e cambia, la vertigine di fronte agli squarci in quel che si era sempre creduto.

Faust è un cercatore insaziabile, un Ulisse cinquecentesco, un avventuriero della mente. Amleto è, molto più semplicemente, un uomo pieno di dubbi.

Entrambi pagheranno un prezzo molto alto per avere dato retta al diavolo – e, di nuovo, lo studioso di Marlowe paga un prezzo teologico, mentre il principe di Shakespeare paga un prezzo umano.

E d’altra parte, Faust è l’opera di un giovane alquanto tranchant, con più fuoco e teoria che compassione per l’essere umano medio, mentre Amleto è l’opera di un uomo maturo e disilluso…

Due facce della stessa medaglia, a ben vedere – e in una quantità di modi, ad enesima riprova di come quel che si chiama lo Spirito dei Tempi non sia mai una cosa sola. Mai un uomo solo. Mai uno spirito solo.

 

Gente Nei Guai II – Bilancio

GnGIeri sera ho terminato Gente Nei Guai II, il mio corso avanzato di scrittura narrativa.

Ottima esperienza e ottimo gruppo: una decina di aspiranti scrittrici piene di entusiasmo, sempre pronte a sperimentare, con un’infinita capacità di fare domande stimolanti. Mi mancheranno.

Abbiamo fatto parecchie cose, in queste settimane – alcune piuttosto sofisticate – e abbiamo discusso molto di scrittura, di libri, di narrazione, di tecnica, di bizzarrie… È stato piacevole, molto stimolante e anche istruttivo.

Istruttivo per me, intendo. Be’, anche per loro, mi auguro, ma è stato un passo interessante nella mia esperienza d’insegnamento. Gente Nei Guai, dopo tutto, è un progetto in fieri, che cresce su se stesso. Dapprincipio è stato l’occasione per sistematizzare e organizzare i miei rimuginamenti in fatto di scrittura, poi un po’ per volta ho sviluppato un metodo, scoprendo by trial and error che insegnare scrittura non somiglia granché a dare lezioni private d’Inglese…

No, sul serio.

GnG non è mai stato uguale due volte – un po’ perché è un corso duttile ed esiste in diverse versioni, dalle 6 alle 10 lezioni, un po’ perché molto dipende dal gruppo che ci si trova davanti, un po’ perché ripetere la stessa cosa senza variazioni può essere rassicurante, ma diventa rapidamente piuttosto noioso, e un po’ perché di volta in volta faccio delle scoperte. Scoperte in fatto di metodo, principalmente, e di esercizi che funzionano, e di cose che non sono ovvie o interessanti allo stesso modo per tutti.

Scoperte di questa volta? Vediamo un po’…

1) Questa in realtà non è una scoperta recente, ma mi convinco viepiù della sua importanza: gruppi piccoli, per favore. Otto o dieci persone sono l’ideale, dodici ci stanno ancora, quindici sono troppe, più di quindici assolutamente ingestibili. E sì, a volte arriva la richiesta: uno di più, due di più, per favore, è un peccato mandarli via… E allora si accetta. L’ho fatto una volta e me ne sono pentita amaramente: non si crea l’atmosfera giusta, non si riesce a interagire con i singoli… non va bene.

2) Un workshop mirato durante la prima lezione. Freewriting a tempo, con e senza musica, per esempio. Oppure la costruzione collaborativa di una trama in tre atti. Qualcosa che possano mettere in pratica subito, e discuterne i risultati. Rompe il ghiaccio alla meraviglia, migliora l’atmosfera generale, supera in un balzo unico la fase guardinga e spiana la strada per futuri workshop, senza che nessuno si vergogni a leggere ad alta voce ciò che ha scritto.

3) Spazio per la discussione. Non sto parlando di incoraggiare le domande – ça va sans dire: le domande sono il sugo di questo genere di corso. Poi ci sono gruppi che ne hanno di più e gruppi che ne hanno di meno, ma questo è fisiologico. Quello che intendo è la discussione di aspetti meno pratici del processo di scrittura. Perché si scrive quel che si scrive? Perché si preferisce il lieto fine oppure no? Che genere di storie si vogliono raccontare? Che cosa si cerca nelle storie? Qualche genere di consapevolezza nello scrivere non è una brutta cosa – e l’argomento forse è più adatto a un corso avanzato, ma ho costatato che incontra interesse.

4) Attorno a un tavolo, grazie. La scoperta dell’acqua calda? Maybe, ma negli anni mi è capitato un po’ di tutto: dal ferro di cavallo al tavolone quadrato, alle sedie in cerchio fino alla platea… E invece, l’ideale sembra essere un tavolo non troppo grande quanto basta perché tutti possano sedersi e appoggiarsi comodamente per scrivere, e guardarsi in faccia e parlare senza dover strillare. Motivo di più per mantenere il gruppo entro dimensioni limitate.

5) “Ma è difficile!” Me lo sono sentito ripetere diverse volte. Ebbene sì, è vero: è difficile e nessuno dice il contrario. Richiede pazienza, lavoro, discplina, rigore, infiniti tentativi ed esperimenti, e la consapevolezza che non si finisce mai d’imparare. Ma se non fosse così, ne varrebbe davvero la pena? Come dice McNair Wilson, Certo che è difficile – deve essere difficile! È arte.

Ecco. Per ora basta. Gente nei Guai torna in autunno, a Porto Mantovano, probabilmente sia nella versione base che in quella avanzata.

Gruppi nuovi, gruppi che ritornano. Sarà interessante. Non vedo l’ora.

 

Mar 5, 2014 - grillopensante, teatro    No Comments

In Fin Della Licenza, Io Piango

cyrano2.jpgSì, lo confesso senza soverchie remore: sul finale del Cirano di Bergerac  io piango come una fontana. Sempre. Fatemi causa.

È un dato da cui non si sfugge. Amici e parenti tutti lo sanno: sul quint’atto del Cirano, la Clarina apre le manovre idrauliche. Ho pianto al Fringe Festival di Edimburgo, dove una giovane compagnia anglo-francese lo recitava nel parco di Holyrood Palace (due interruzione per pioggia, ma al primo raggio di sole, via di nuovo!); ho pianto al cinema sull’edizione di Rappeneau, benché avessi dubitato che Depardieu fosse adatto alla parte, e invece…; ho pianto sulla versione di Proietti; ho pianto seduta in prima fila al Teatr(in)o d’Arco di Mantova (esperienza da fare una volta: si è seduti praticamente sul palcoscenico, come i Viscontini nel Cirano stesso. Claudio Soldà/Cirano passegiava giù dal proscenio basso, guardando  in faccia gli spettatori, uno per uno. Io stavo lacrimando…); piango tutte le volte che rivedo l’edizione 1950 con Jose Ferrer; l’unica volta in cui non ho pianto è stato all’Arena di Verona, al galà per i 40 anni di carriera di Placido Domingo, benché si trattasse di Placido Domingo ma, a parte quello, per farla breve e farla parafrasata: in fin del quinto atto, io piango.

E ieri sera me lo sono chiesta per la prima volta: che cos’è che mi scioglie in questa maniera ogni benedetta volta? Perché chiariamo: da bambina al cinema ero abbastanza facile alle lacrime. Fosse il dolby o che, al cinema mi commuovevo spesso, ma al di fuori di quello non capitava quasi mai. Crescendo, poi, ho smesso di fare scene anche al cinema, e anzi: sono diventata una di quelle persone che hanno un certo orrore di piangere in pubblico. E tuttavia, quando Rossana chiede a Cirano se oggi non fa arrabbiare un poco la sua Suor Marta, comincio.

Ripeto la domanda: come mai? Perché proprio quella storia? Perché proprio quel momento? Per la morte di Cirano in sé? Non credo proprio. Per la storia d’amore irrisolta? No davvero. cyrano3.jpg

È, credo, il momento in cui, nel chiostro autunnale, nell’ora del crepuscolo, Cirano guarda indietro alla sua vita, e non vi trova nulla che valesse la pena. “Qui giace Ercole Savignano Cirano di Bergerac, che fu tutto e lo fu invano”. È questo senso di vita gettata via, di occasioni sprecate, di momenti lasciati sfuggire, di talenti sperperati… Il tema ricorre attraverso tutto il dramma, fin dalla scena in cui Le Bret rimprovera Cirano di avere bruciato in una sera tutto il mensile che suo padre gli ha inviato. “Che follia!” brontola Le Bret, e Cirano di rimando: “Sì, ma che gesto!” Dopodiché tutta la trama è punteggiata di occasioni non colte (un posto di poeta alla corte del gran Cardinale, il momento di svelare a Rossana la verità, la scaramuccia alla porta di Nesle, che nessuno ha visto), di possibilità mancate per un soffio (il discorso sul tenero, la notte di nozze di Rossana e Cristiano, l’avvertimento del conte de Guiche – un’ora troppo tardi), di parole non dette, non ascoltate o non comprese. Alla fin fine, Rossana ha amato per quindici anni l’uomo sbagliato, de Guiche si porta dietro “mille piccoli disgusti di sé che tutti insieme non fanno un rimorso”, e Cirano… Cirano ha bruciato la sua vita sull’una e sull’altra fiamma, e ne ha avuto solo sconfitta.

Sì certo, è una sconfitta eroica, la sconfitta dell’orgoglio e dell’integrità, ma nondimeno è triste, infinitamente triste, e anche quel “panache” (che nessuna traduzione italiana potrà mai rendere, perché il senso francese del termine ha delle connotazioni impossibili per la parola italiana pennacchio) che Cirano richiama con il suo ultimo respiro, è una consolazione fredda e grigia come il crepuscolo di ottobre. E forse non era nemmeno quello che Cirano voleva – ma lo scopre troppo tardi.

Anthony Burgess dice che la tragedia di Cirano è quella di chi fallisce per non essere stato capace di conoscere se stesso. O forse di chi ha vissuto inseguendo sogni sbagliati, aspettative sbagliate, ed era tanto impegnato nei suoi voli pindarici, da lasciarsi sfuggire le cose vere… È un peccato che in letteratura – e nella vita? – si paga sempre molto, molto caro.

 

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Scrivi Ciò Che Conosci?

E un po’ è colpa di questo post su strategie evolutive…

E sì, una volta o l’altra parleremo anche d’ispirazione – ma oggi, abbiate pazienza, vorrei scoprire brevemente l’acqua calda. Dopo tutto è lunedì, bear with me.

Perché Scrivi Ciò Che Conosci lo troverete in tutte maiuscole con assillante frequenza più o meno ovunque si parli di scrittura – e non so voi, ma a me è sempre venuto da chiedermi se sia davvero una buona idea. Perché francamente, se posso/devo scrivere soltanto di ciò che conosco, mi troverò più o meno chiusa da qualche parte. Mi precluderò un sacco di interessanti possibilità da esplorare. Dovrò rinunciare in via di principio a scrivere di tutto quello di cui non ho avuto esperienza personale, tutto quello che non conosco già.

Ecco, a mio timido avviso, è proprio qui il punto, proprio qui il fraintendimento. E non so se questo sembrerà terribilmente eterodosso o terribilmente banale, ma dubito che chiunque abbia formulato la prescrizione avesse in mente proprio di relegare ogni singolo scrittore ai campi che conosce già.

Per quanto si scriva “Scrivi Ciò Che Conosci”, niente mi leverà dalla testa che si debba leggere all’altra maniera: Conosci Ciò Che Scrivi.

Fa’ i compiti. Studia. Documentati. Capisci quel che c’è in ballo. Prendi ragionevolmente sul serio quello di cui scrivi e i lettori che lo leggeranno.

Almeno quanto basta ai fini della storia. Conosci – e poi scrivi.

Per cui, no: non è una preclusione, è un invito ad esplorare e a fare sul serio – e in questa luce mi piace molto di più.

Ecco. Vi avevo detto che sarebbe stato breve e che avrei scoperto l’acqua calda, giusto?

Piccolo Manuale Di Conversazione Italiano-Aspirantese

Perché, per esempio, “Scrivo per me stesso/a” non significa affatto che chi lo dice scriva per se stesso/a… oh, no.

Sciaguratamente spesso, quando viene rivolta a un editor, la frase si traduce con “Queste sono le spontanee effusioni del mio cuore, e come tali non sono criticabili per il sovrano disprezzo di tutti i principi della buona scrittura.” E nei casi più truci, tende a significare altresì, “Tu, o editor, sistemami gli errori di battitura e, semmai – ma senza farlo pesare troppo – la sintassi. Ogni altro suggerimento, osservazione, intervento, sarà ascritto alla tua insensibilità e crassa mentalità commerciale.” Perché loro scrivono, you know, per se stessi…

Noterete come il dubbio che rivolgersi a un editor non sia precisamente il più inequivocabile sintomo dello SPSS abbia l’aria di non sfiorarli affatto. E non vale nemmeno la pena di farglielo notare. Lasciateli fare e, non oltre il secondo contatto, arriverà qualche forma della domanda classica: se credete che… no, per dire, ma insomma, senza ambizioni – per carità! – ma se credete che sia pubblicabile.

E allora a voi verrà in mente Cecily Cardew con il suo diario, e citerete a mezza voce “Sono soltanto i pensieri e le impressioni di una fanciulla – e, come tali, sono destinati alla pubblicazione.”

E l’Aspirante leverà le sopracciglia e, se sarete irritati o divertiti a sufficienza, ripeterete la citazione e… l’Aspirante non avrà idea.

“Cecily Cardew,” direte voi.

“L’Importanza di Chiamarsi Ernesto.”

“Ah…”

“Oscar Wilde.”

“Ah sì, Dorian Gray…”

E allora voi, colti da dubbio, inizierete a sondare le abitudini di lettura dell’Aspirante, ottenendone in cambio una delle seguenti risposte:

a) Non leggo granché/ non mi piace molto leggere/ non ho mai avuto tempo per leggere, però mi piace scrivere.”

b) Ah sì, leggo (molto).

La prima significa proprio quel che sembra – e, se accettate il lavoro, tenderà a saltar fuori ogni volta che vi scapperà una citazione, un esempio o un riferimento letterario. In certuni casi potrebbe persino esserci una punta d’orgoglio, della varietà quel-che-ho-imparato-l’ho-imparato-dalla-vita-non-dai-libri.

La seconda risposta potrebbe significare molte cose – e conviene approfondire. Potreste scoprire che l’Aspirante legge davvero (molto), oppure che crede di leggere (molto) sulla forza di uno, due, tre libri l’anno. Potreste sentirvi sciorinare una lista di Libri del Momento degli ultimi due-dieci anni – con o senza particolare riferimento a quelli che implicano patenti di coscienza civile e/o buon cuore e/o correttezza politica. O potreste scoprire che l’Aspirante divora indiscriminatamente tutto quel che appartiene a un genere specifico (non necessarissimamente quello in cui scrive), ma non ha mai letto altro in vita sua…

E poi, e poi… No, questo non è un manuale esaustivo – né pretende di avere un valore universale. Più che altro potete considerarlo un segnale di pericolo potenziale. Perché magari l’Aspirantese somiglia all’Italiano, e magari in molti casi le cose stanno proprio così – ma state in guardia: non è detto che le parole dell’Aspirante significhino quel che hanno l’aria di voler significare.

Non è detto affatto.

 

 

 

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Gente Vera E Personaggi

In realtà, ormai sono passati anni da quando A. S. Byatt ha dichiarato che piazzare in un romanzo gente vera – viva o morta – è riprovevole e pericoloso.

“Proprio non mi piace l’idea di basare un personaggio su qualcuno,” disse nel 2009 in un’intervista in occasione della sua candidatura al Man Booker Prize. “È come appropriarsi della vita e della privacy altrui. Inventarsi qualcun altro è un po’ come usargli violenza.”

English: This photograph was taken in Lyon, Fr...

E procedeva spiegando come conoscesse casi di gente giunta al suicidio per essersi “ritrovata” in un romanzo, e come lei per prima cercasse di parlare di sé il meno possibile con certi colleghi romanzieri, sempre così interessati a quel che si ha da dire…

Ecco, io la Byatt la ammiro molto, ho letto diverse cose sue e mi piacciono davvero tanto – ma questa sua boutade mi ha lasciata davvero perplessa.

Potremmo cominciare col dire che lei per prima ha basato parecchi personaggi su “qualcuno”. In Possession, per dire, può darsi che Ash sia una commistione tra Browning e Tennyson, ma nessuno mi toglierà di mente che Christabel sia Christina Rossetti in diguise. Per non parlare di The Biographer’s Tale, i cui ritratti di Ibsen, Galton e Linneo fanno abbastanza a pugni con il veemente attacco contro quegli scrittori che “mescolano realtà e finzione.” Entrambi libri vecchi di uno o due decenni, nel 2009, questo è vero – peccato che nel suo titolo candidato al Booker di quell’anno, The Children’s Book, apparisse gente come Oscar Wilde o Rupert Brooke… cui però, a suo dire, non aveva messo in bocca nulla d’inventato…

Mah. Sarà stato per questo che più di un giornale, all’epoca, vide in tutta la faccenda un attacco, nemmeno troppo velato, contro la sua rivale per il Booker, la romanziera storica Hilary Mantel – che, guarda caso, le soffiò la vittoria…

Ma in fondo non è questo il punto. Da nessuna parte è scritto che le grandi scrittrici debbano essere sempre sensate ed obbiettive, giusto? Il punto è che, se la signora Byatt avesse ragione, i romanzieri storici si ritroverebbero il campo severamente limitato. Perché se è vero che si può sempre lavorare sulla gente fittizia sullo sfondo di fatti veri, è vero anche che parte del fascino del genere consiste nella possibilità di indagare la mente, la mentalità, le motivazioni e le idee di quei personaggi che la storia l’hanno forgiata.

Ho fatto qualche tipo di violenza ad Annibale e all’Ammirabile Critonio, cercando d’intessere una personalità attorno all’ossatura nuda dei documenti (pochini) che sono arrivati fino a noi? Ho mancato loro di rispetto, nel cercare di leggerli attraverso i secoli? Se sì, è un crimine che mi ritrova in buona compagnia. Provate a immaginare il genere senza nessun personaggio storico… non resta granché, temo. histnov

E poi, non si tratta soltanto del romanzo storico – anzi. A voler essere cinici, i romanzi storici sono proprio il problema minore, perché se non altro nessuno ci si suiciderà sopra. Ma tutto il resto? Tutti gli altri? Tutti i parenti, genitori, coniugi, amici, insegnanti, colleghi, nemici, conoscenti, contatti occasionali degli scrittori, quelli che sono serviti ad alimentare millenni di narrativa? Perché se è vero che nessuno scrive a prescindere da se stesso, lo è altrettanto che nessuno scrive a prescindere da chi gli sta attorno. Magari non saranno sempre ritratti dal vivo, magari si tende a combinare più persone in un personaggio, ma chi non ha mai, mai, mai basato almeno in buona parte un personaggio su una persona vera alzi la mano – e non si aspetti di essere creduto.

Non ho usato il verbo “alimentare” a caso: la letteratura si nutre di gente, almeno tanto quanto la gente consuma letteratura. E gli scrittori sono, alla fine fine, un genere ragionevolmente incruento di vampiri. Ragionevolmente incruento, ma vorace. E se, in linea generale, non compiono sacrifici umani, è pur vero che talvolta scrivere anestetizza un tantino la coscienza, e poi esistono cose come gli incidenti, le vendette, i danni collaterali e gli effetti preterintenzionali…

Il che mi fa ricordare la polemica della signora inglese che, qualche anno fa, scrisse alla HNR lamentandosi di come una romanziera avesse romanzato i suoi antenati. E mi fa ricordare Charlotte Brontë, maestra nel farsi nemici e offendere amici nella sua ansia creativa. E mi fa ricordare la spiritista tedesca secondo cui i morti fanno il diavolo a quattro per dettare le loro storie ai romanzieri storici. E mi fa ricordare C. che, una volta in cui ci scambiavamo confidenze, si bloccò e mi chiese se la stessi studiando per scriverla…

Perché il fatto è, o Lettori: se non basiamo i nostri personaggio su qualcuno, di chi – di che scriveremo?

 

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Passato Remoto Sgradevole

marathon-battle-1Questo post è parte di un rimuginamento più lungo. Rimuginamento in fatto di storia. Ancora non so quanto lungo, ma andiamo a cominciare – e cominciamo con una confessione.

Qualche giorno fa mi si è segnalato questo articolo su Black Gate, il cui autore, M. Harold Page, scrive avventura storica, ucronia e fantasy storico.

Se non avete voglia di leggere l’articolo, il sugo è questo: l’autore, provvisto di tanto senso della storia quanto ne serve per spargere una lacrima sul tumulo di Maratona, fatica a riconciliare la sua commossa ammirazione per i cittadini-soldati che danno il fatto loro ai potentissimi Persiani con dettagliuzzi quali la schiavitù e la condizione femminile nell’Atene del V Secolo…

Quando mi vengono di queste paturnie, dice Page, di solito mi rifugio nella Space Opera o nello Sword and Sorcery, due generi capaci di riprodurre eccitanti ambientazioni storiche senza gli aspetti discutibili. Si può combattere Maratona daccapo – ma con delle tostissime guerriere nei ranghi, e senza schiavi che ci aspettano a casa.

Confesso che nel leggere questa quasi-conclusione sono inorridita un nonnulla. Non solo Page si confessa colpevole di giudicare il passato attraverso sensibilità moderne, ma in risposta immagina un V Secolo fantasy, con le guerriere tostissime e nemmeno uno schiavo in vista… orrore, orror.

Ed è a questo punto che ho cercato di capire chi stessi leggendo, e mi sono stupita di scoprire non un autore di fantasy, ma un cultore di scherma d’epoca che scrive narrativa storica. E sia ben chiaro: non nutro l’ombra di un pregiudizio contro il fantasy e i suoi autori in via di principio, ma odds are che l’atteggiamento di un autore di fantasy nei confronti della storia sia diverso dal mio…

E se bazzicate SEdS da qualche tempo, sapete della mia violenta allergia all’anacronismo psicologico con annessi e connessi. Salta fuori, tuttavia, che non posso assumere che Page soffra di Sindrome della Bambinaia Francese. O meglio, magari un po’ ne soffre, a giudicare dall’articolo, ma da quel che leggo sul suo blog e nelle recensioni su Amazon ho qualche remora nell’assumere automaticamente che la condizione si rifletta sui suoi romanzi.

E persino nell’articolo incriminato si riscatta parzialmente ai miei occhi ammettendo che la Maratona originale, brutta, sporca e politically uncorrect, non smette per questo di esercitare il suo fascino…

Insomma, il punto è che alla fin fine, e pur con qualche riluttanza, lo capisco, Page. I secoli passati sono pieni di fascino e di riprovevoli sgradevolezze in parti uguali, e non c’è modo di negarlo. bearbaiting

Ci sono autori che sposano con zelo le riprovevoli sgradevolezze, e riempiono le loro storie con il sudiciume, le pessime abitudini, le torture, le deficienze sanitarie e altre consimili gioie del loro periodo… Devo confessare che di questo genere di accuratezza mi stanco abbastanza presto. A parte tutto il resto, so che le cose stavano così – o quasi così* – e non sento il desiderio di sentirmelo ripetere ad nauseam pagina dopo pagina. E questa magari è una questione tanto di senso della misura quanto di atteggiamento storico – ma resta il fatto che magari, dopo un’immersione nei sanguinolenti dettagli dei combattimenti di orsi e mastini o nelle tecniche predilette di Richard Topcliffe** – e più ancora nell’assoluta normalità di combattimenti e torture – è un gran sollievo leggere un po’ di Josephine Preston Peabody. E badate che JPP non è particolarmente allegra o soleggiata, ma temo che il suo Marlowe idealizzato non sia davvero meno fantasy delle tostissime guerriere a Maratona…

E quindi ecco la confessione: in realtà non posso inorridire affatto. In via di principio so che non posso giudicare l’allegra propensione alla crudeltà, i terribili pregiudizi, la giustizia sbrigativa e l’intolleranza degli Elisabettiani secondo le mie sensibilità del XXI Secolo. All’atto pratico, le mie sensibilità del XXI Secolo sono anestetizzate solo in parte dalla prospettiva storica.***

E devo presumere che lo stesso valga, e a maggior ragione, per il lettore. Che cosa cerca davvero il lettore in un romanzo storico?

Ne parleremo – vi ho detto che questo rimuginamento si sgranerà su più post. Intanto, la mia confessione l’avete avuta. Ho peccato – magari non in parole o in opere – ma in pensieri, in letture e nell’occasionale omissione. Si direbbe che, se si tratta di lapidare bambinaie francesi, non sia in condizione di scagliare il primo tomo di enciclopedia.

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* In realtà sull’igiene dei secoli passati gira anche un buon numero di pittoreschi pregiudizi. Sulla crudeltà il discorso è diverso.

** Granted: Richard Topcliffe, torturatore al servizio della Grande Elisabetta, era uno psicopatico sadico e crudele, che sarebbe stato orribile in qualunque epoca, per cui magari l’esempio non è dei più calzanti.

*** Per quanto poi salti sempre fuori qualcuno pronto a credere che pregiudizi, crudeltà e disinvolture, siccome li racconto, io debba condividerli… ma questa è un’altra storia e ne abbiamo già parlato.

 

 

 

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