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Ago 7, 2013 - grillopensante    6 Comments

Troppa Immaginazione

Il piccolo John Masefield, nell’Inghilterra del secondo Ottocento, era un ragazzino che cresceva felice e leggeva molto. Poi rimase orfano, e la sua tutrice, una zia che pareva uscita da un romanzo di Dickens, lo spedì sulla Conway, la nave scuola della Marina Mercantile, “per curarlo dalla mania dei libri”.

Perché il piccolo John aveva “troppa immaginazione.”

E a lui il mare piaceva anche, ma proprio non aveva il fisico per le durezze del servizio. Sarebbe potuta finir male. Invece John diventò sottufficiale, fece un primo viaggio transoceanico, rischiò di lasciarci le penne, la zia lo costrinse a imbarcarsi di nuovo e lui, dopo un altro viaggio complicato, disertò a New York.

Non è un corso d’azione che mi senta di raccomandare in via generale, ma John conservò la sua passione per i libri e il suo eccesso di immaginazione (due tratti che tendono ad andare di pari passo), si mise a scrivere e, col tempo, diventò poeta laureato d’Inghilterra.

A leggere la sua biografia, è chiaro che la Conway e i bassifondi di New York erano ambienti più congeniali e incoraggianti di quello famigliare…

Ora, che sarebbe successo se, say, gli istruttori navali avessero visto un potenziale sociopatico nel ragazzino sempre occupato a leggere e a inventare storie – e avessero deciso di salvarlo da se stesso?

Forse nulla – ed è probabile che una passione che sopravvive a un’orrida zia di quel calibro sia in grado di sopravvivere a tutto – o forse invece non avremmo mai avuto le Salt-Water Ballads, Dead Ned, e un’eclettica quantità di altri libri in una quantità di generi, in prosa e in poesia…

Ma  se, anziché sul cadetto quindicenne, qualcuno avesse deciso di praticare lo stesso genere di salvataggio sul piccolo John quando aveva tre o quattro anni?

E ve lo chiedo – e me lo chiedo – perché l’argomento è riemerso in modo vario ed allarmante nei commenti a questo post.

Ma andiamo con ordine. Forse ve l’avevo raccontato o forse no, ma il fatto è che qualche mese fa le maestre hanno bandito dall’asilo il compagno immaginario del mio figlioccio di nemmeno quattro anni. La scusa è stata un piccolo incidente con un altro bambino, ma pare che le maestre non aspettassero altro, a giudicare dal tono di trionfo con cui hanno annunciato alla madre perplessa che il distacco da Otto il Leprotto era un passo fondamentale nella crescita del pargoletto.

La madre perplessa ha sconcertato queste zelote della realtà precoce obiettando che Otto è parte della famiglia – ma d’altra parte anche lei è cresciuta sentendosi dire che aveva troppa immaginazione…

Come me, del resto. Ho ricordi infelicissimi di un asilo in cui saper leggere era un’anomalia da punire, e i giochi d’immaginazione un’attività illecita al pari della menzogna… però stiamo parlando di trentacinque anni orsono, e mi azzardavo a sperare che le cose fossero cambiate.

Devo ammettere che le ricerche sui compagni immaginari che avevo fatto in vista di Bibi e il Re degli Elefanti non erano state spaventosamente incoraggianti – rivelando come avevano rivelato l’esistenza di orde di mammine angosciate dagli amici immaginari e, a monte di questo, di un diffuso atteggiamento pedagogico ostilissimo.

Poi però, dopo avere raccontato la storia di Otto il Leprotto nel presentare la prima di Bibi ad aprile, una maestra mi aveva avvicinata per dirsi indignata davanti a tanta chiusura mentale – ed ero tornata a sperare.

Poi però ancora, nei commenti al post di cui parlavamo prima, Cily raccontava delle maestre d’asilo che vogliono mandare dallo psicologo la sua bambina che ha, you guess it, “troppa immaginazione.”

E quindi non si trattava di un caso isolato…

E allora vengono in mente tante altre cose, come il bambino che non vuole animali di peluche in regalo perché “non fanno niente e sono noiosi”, e gli adulti che non leggono, e gli studenti di ogni ordine e grado che non sanno astrarre, e il Dizionario dei Luoghi Immaginari che, come dice Davide Mana, in Italia è un quarto di quanto sia altrove, e la generale snobbishness  nei confronti della narrativa d’immaginazione, e le anziane signore che guardano la De Filippi perché “sono fatti veri”, e i giovani (e meno giovani) scrittori che sfornano soltanto storie autobiografiche ai limiti dell’asfittico* o fantasy che saccheggiano modelli culturali altrui, e i lettori che chiedono all’autore quanto ci sia del suo vissuto, e le fascette con la scritta “Da una Storia Vera”…

E tutto ciò è molto triste, ma non può meravigliare poi tanto in un posto in cui le maestre d’asilo vengono addestrate a predicare che l’immaginazione non è nemmeno un capriccio o un lusso, bensì una tendenza pericolosa da curare, reprimere o, potendosi, eliminare del tutto.

Ecco, c’è questa ossessione nei confronti della realtà. La realtà è migliore. La realtà è sana. La realtà è onesta. La realtà sì, che… E poco importa quanto spesso sia soltanto una pretesa di realtà: l’importante è rivendicarla, agganciarcisi come patelle a uno scoglio, esibirla.

Poi, si capisce, l’immaginazione è inutile, malsana e anche un po’ disonesta. Chi credi d’imbrogliare con le tue storie farlocche ambientate a Costantinopoli, o scrittore che non hai mai messo piede in Turchia? E, per contro, non venirmi poi a raccontare che non condividi gli orridi pregiudizi e il fanatismo religioso del tuo protagonista quattrocentesco! O che conosci la grammatica meglio del tuo scaricatore di porto impermeabile ai congiuntivi…

E vien da domandarselo: ma tutta questa gente ossessionata dalla realtà sarà passata per le mani dello psicologo all’asilo, per farsi asfaltare la capacità d’immaginare alcunché?

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* E, per limitata competenza, esito un nonnulla a pronunciarmi in materia – ma sbaglio nell’avere l’impressione che anche vaste fette del cinema italiano siano afflitte da una tendenza all’autobiografismo piccino picciò?

E Vedi Di Mentirmi Per Bene

Non è come se fosse la prima volta che ne parliamo, ma in questi giorni varie cose sono capitate a farmi rimuginare di nuovo sulla questione di arte & verità – che messa così suona terribilmente pretenziosa, ma abbiate pazienza mentre rimugino.

Varie cose, vi dicevo.

emilio salgari, odissea, carlotta sabatini, strategie evolutiveUna è stata una discussione con un attore che, in occasione di una rappresentazione all’aperto, voleva assolutamente scagliare davvero la freccia di Ulisse – you know, quella che passa attraverso gli anelli di dodici asce in fila. Ora, a parte l’atroce pericolosità di scagliare frecce in direzione casuale in un luogo affollato, a parte il fatto che l’attore in questione, pur appassionato d’arcieria, dubito sia capace di centrare una dozzina di anelli, il mio punto era un altro*: non c’era affatto bisogno della freccia. Il suo mestiere d’attore non è scagliare frecce vere, bensì far vedere al pubblico una freccia che non c’è.

Come ha detto G. La Regista in un momento d’ispirata esasperazione: “Quello che voglio da voi è solo verità nella finzione!”

Perché quello che succede sul palcoscenico è, signore e signori, finzione dipinta con colori di verità. Non è vero nemmeno per un momento – se non dentro il cerchio disegnato dal buon vecchio patto narrativo: raccontatemi una storia e, per il tempo che voi impiegate a farlo meglio che potete, tutti fingeremo che sia vero.

Ma l’efficacia e la bellezza della rappresentazione non hanno nulla a che vedere con quanto c’è di vero nell’interpretazione degli attori o di autobiografico nel testo.

Ci siamo fin qui?

O quanto meno dovremmo esserci – ma è un fatto che molti, troppi lettori** sono divorati dall’ansia di quel che c’è di vero in ciò che leggono e, specularmente di identificare l’autore con quel che scrive. emilio salgari, odissea, carlotta sabatini, strategie evolutive

Guardate Salgari che, per tutta la vita, ha millantato una captaincy di marina mercantile – mai conseguita, ma molto adatta all’autore di tante avventure marinare. “Navigò per sette anni… visitò quasi interamente tutti gli oceani,” recita la sua nota biografica nel catalogo dell’editore Cogliati per il 1898 – ed è tutto falso.

Questo rende per caso i romanzi di Salgari meno avventurosi o meno marinari? Ovviamente no, ma il grado e i viaggi fittizi, oltre ad appagare grandemente Salgari stesso, servivano al marketing editoriale, a sdoganare personaggio e libri. A tanti lettori, un Salgari terricolo sarebbe parso meno Salgari del supposto capitano di gran cabotaggio…

E per contro, leggete il guest post di Carlotta Sabatini su strategie evolutive, e le sue considerazioni amarognole su come sia facile essere etichettati in base a quello che si scrive – perché se si scrive narrativa erotica è chiaro che si è cattive ragazze, e se si scrivono romanzi storici è chiaro che si condividono i pregiudizi dei propri personaggi d’altri secoli. E quando voi provate a far notare che scrivere non consiste nell’aprirsi le coronarie e versarne il contenuto sulla pagina, di sicuro qualcuno inizierà a guardarvi con qualche grado di disapprovazione. Perché se è vero che non condividete le superstizioni medievali del vostro narratore in prima persona vissuto nel XIII secolo, allora dovete essere bugiardi. Avete mentito. Avete ingannato il lettore.  

E a questo proposito, badate anche… ok, badate a tutto il post, perché è interessante e istruttivo – ma badate in particolare all’elenco delle motivazioni per cui si scrive, soprattutto la voce n° 2:

perché proviamo piacere (fidatevi, sono un’esperta) nel mettere delle idee nella testa degli altri, e giocarci, giocare con loro, attraverso quelle idee

E a dire il vero, anche se non sappiamo di trovarci gusto, anche se non ci consideriamo consapevolmente dei manipolatori***, è quello che facciamo: usiamo mezzi tecnici al fine di produrre un effetto nel lettore. È, se ci pensate bene, l’essenza del nostro mestiere di narratori, perché potremmo limitarci a dire che il nostro protagonista va in battaglia e ne esce vivo per miracolo, ma per quello basta il sussidiario di terza elementare. Da narratori, quel che facciamo è descrivere la battaglia attraverso gli occhi del nostro protagonista – completa di colori, odori, rullar di tamburi, deflagrazioni, urla, schizzi di sangue e quant’altro. E per farlo usiamo tecniche descrittive per far immaginare la battaglia al lettore nel modo più vivido possibile.

Mezzi usati per ottenere un effetto.

Manipolazione.

emilio salgari, odissea, carlotta sabatini, strategie evolutiveNello stesso modo in cui un pittore manipola lo sguardo dell’osservatore con le linee, i colori e la prospettiva. Che diamine: l’occhio di cielo nella Camera Picta non è vero. Non c’è nessun putto arrampicato sulla balaustra, nessun cesto di verzura in bilico su un bastone… Vogliamo dire che Mantegna è un bugiardo manipolatore perché vuole che crediamo a una finestra circolare aperta sull’azzurro spazio e popolata di gente che guarda giù?

Però se uno scrittore dice questo genere di cose ad alta voce, si guadagna ulteriore disapprovazione – bugiardo e manipolatore…

Ma, chiedevo in un commento in coda al post di cui si diceva, se non si vogliono menzogne ben confezionate, se non si è disposti ad essere manipolati, se non si è pronti a farsi amabilmente condurre attorno, perché perché perché diavolo leggere narrativa, andare a teatro, andare al cinema?

Per passare il tempo, suggerisce sogghignando il padrone di casa – ed è una risposta legittima, seppure un nonnulla triste.

Ma mi vien da pensare che per passare il tempo siano ottimi anche il tennis, il piccolo punto, i francobolli e il ballo latinoamericano. O, se si è ansiosi di verità inadulterata, l’enciclopedia Treccani****…

A parte tutto il resto, non vi pare che ci sia qualcosa di sbagliato nel cercare affannosamente la verità nella narrativa che si fonda su un patto riassumibile in “E vedi di mentirmi per bene”? 

 

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* Col che non voglio dire che non fossi preoccupata della possibilità di un omicidio colposo in scena. Lo ero eccome – solo che, essendo tutte, ma proprio tutte le mie meschinissime competenze in fatto di arcieria derivate dall’uno o dall’altro romanzo, è stato subito chiaro che in materia non avevo un briciolo di standing.

** Lettori e theatre goers, ma per snellezza parleremo di lettori.

*** Personalmente ci trovo un gran gusto e mi considero una manipolatrice per mestiere – ma si sa che sono cinica…

**** Niente battute, grazie. Sono certa che anche la Treccani possa sbagliare all’occasione – ma lasciatemi la mia ingenua fiducia nel fatto che l’estensore medio e sano di mente non estenda lemmi deliberatamente menzogneri e manipolatori.

Apr 29, 2013 - grillopensante    5 Comments

Finali – Un’Altra Volta

Vi ricordate di questo post? Ci si parlava di lieto fine, e di come sia un passatempo cui non indulgo facilmente – perché in linea generale non mi ci riconosco.

Ebbene, in seguito è capitato che Davide Mana riprendesse l’argomento sul suo blog– no, non strategie evolutive, ma l’altro. Quello in Inglese, che si chiama Karavansara*.Se non ci avete mai fatto un salto, è il momento di provare: ne vale decisamente la pena.

Ma fatelo dopo, magari. Per il momento, il punto è che nel suo post su Karavansara, Davide approfondiva la questione del lieto fine e del finale aperto. Perché ogni storia è per forza di cose una sezione, un segmento, una carotatura di una storia più vasta, e si potrebbe dire che nessuna storia finisca mai davvero. Ma, dice Davide, in un certo senso ogni finale aperto è una sorta di lieto fine provvisorio. Le cose sono quel che sono, ma per il momento abbiamo salvato il mondo/rotto l’assedio/conquistato la città/salvato la principessa e va bene così. Domani è un altro giorno… er, no. Wrong story.

E poi neanche troppo sbagliata, a ben pensarci: il finale di Via col Vento è aperto. Un finale triste – per oggi. Dopodiché tutti sappiamo che razza di donna sia Rossella, e già la vediamo asciugarsi gli occhi, pizzicarsi le guance per apparire meno pallida e partire alla riconquista di Rhett Butler con la determinazione di un furetto. Per cui si potrebbe quasi dire che non esiste finale aperto veramente tragico. O finisce bene o, se finisce male, è comunque un male aperto a correzione.

Dopodiché, devo confessare di avere sempre qualche perplessità nei confronti dei finali aperti. È vero, lasciano spazio a sviluppi, ma non permettono quel senso di chiusura e di compimento che, da buona occidentale (in parte inconsapevolmente) tirata su ad Aristotele, mi piace trovare alla fine di una storia. Mi piace che i sipari si chiudano del tutto. Mi piace avere la certezza che ai miei personaggi non capiti nulla di veramente brutto – come mediocrità, demenza senile, disastri nucleari… E per definizione, ogni lieto fine è un finale aperto, per cui…

Ma sto divagando. Quel che volevo dire è che poi Davide ha sollevato la questione del perché. Non tanto del perché scrivere finali tragici, quanto del perché scrivere affatto con la prospettiva pressoché fissa** di un finale tragico. Diceva Davide (e spero che mi perdoni la traduzione):

Ma limitarsi a dire “la vita fa schifo e poi si muore”, e fermarsi lì suona vuoto – almeno per me.
Quel che resta fuori è che si può reagire, si può fare qualcosa prima di morire, e si può fare la differenza. Il singolo potrebbe persino fare la differenza semplicemente cercando di fare la differenza – il che è grandioso.
Se neghiamo tutto questo – se neghiamo all’individuo la possibilità di fare la differenza, di trovarci gusto e di farne trovare agli altri – perché disturbarsi a scrivere?

Già, perché?

Ecco, suppongo di essere una pessimista. Suppongo di avere maturato la convinzione che nessuno ottenga mai davvero quello che vuole. Che non vada a finire bene. Che ci sia sempre un prezzo dannatamente alto – e in genere diversissimo da quello che ci si aspettava – da pagare per qualsiasi cosa. Non è che i miei personaggi non si sforzino di fare la differenza. Ci provano come dannati, e ci trovano gusto – e il fatto che alla fine non funzioni non toglie nulla all’intensità dei loro sforzi. Anzi. Alcuni di loro sanno perfettamente di battersi per cause perdute, ma non per questo si siedono ad aspettare il compiersi del fato crudele. Quel che fanno conta in sé, nonostante le scarse probabilità di successo. E talvolta, per alcuni di loro, conta ancora di più proprio perché le possibilità di successo sono scarsine.

Quindi direi che mi disturbo a scrivere perché, pur essendo pessimista, sostengo fermamente che le scarse possibilità di successo non sono una ragione per smettere di reagire, fare qualcosa, fare la differenza, fare del proprio meglio – e trovarci gusto.

E – spero – farcene trovare ai lettori.

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Dopodiché, essendo gli scrittori quel che sono, questa faccenda è destinata ad avere uno sbocco teatrale, un’aggiunta a un play metashakespeariano (e, a voler vedere, anche metagautieriano) in cui si tratta di… be’, di lieto fine e di fine non così lieto…

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* Sì, con la maiuscola.

** Il che non è del tutto il mio caso. Ogni tanto scrivo anche qualcosa che finisce bene. Bibi, per esempio.

Apr 19, 2013 - anglomaniac, grillopensante    2 Comments

The T2C Project – Tempo Di Bilanci

E così mercoledì pomeriggio, dopo sei mesi di episodi settimanali, abbiamo archiviato Le Due Città alla UTE di Mantova.

E com’è andata? vi chiederete voi.

Mah, non straordinariamente bene, temo – ma parliamone.

Se vi ricordate, qualche dubbio sull’opportunità di scegliere proprio questo romanzo lo nutrivo. A quanto pare, non avevo tutti i torti.

Per cominciare, se contavo che, a titolo di motivazione per uscire di casa nel tardo pomeriggio, la curiosità nei confronti di un romanzo meno conosciuto potesse valere come il piacere di sentir rileggere qualcosa di già letto e arcinoto, mi sbagliavo di grosso.

All’inizio, a ottobre, le letture settimanali di T2C contavano un buon numero di partecipanti, che poi hanno cominciato a disperdersi e calare fino a ridursi a quattro o cinque prima di Natale. Un po’ mogi, avevamo deciso di “sospendere” tutto – il che era un modo carino per dire “abbandonare”. Era un pomeriggio piovoso (uno dei tanti, but more of that later), e noi cinque ci eravamo chiusi in biblioteca a celebrare un funeralino per il ciclo di letture. E quando siamo usciti in direzione aula magna per annunciare la sospensione, il primo della fila si è fermato di colpo. Io sono andata a sbattere contro di lui e, siccome Stelio è alto, non vedevo che cosa lo avesse bloccato sul posto.

“C’è gente,” mi ha detto.

E io ho ripetuto “c’è gente” alla persona che nel frattempo era venuta a sbattere contro di me, e via così, e quando siamo emersi tutti nell’aula magna abbiamo visto che “gente” significava una ventina di persone. Il che, in uno di quei semi-finali che solo nelle commedie americane, ha salvato le letture – ma il nostro pubblico non si è più allargato, e da gennaio in qua abbiamo letto per dodici, quindici o venti persone al massimo, a seconda delle giornate.

Vero è che abbiamo dovuto combattere con gli interessantissimi concerti dei Mercoledì del Conservatorio, e con il Club del Cinema, e con qualche conferenza, e poi con il tempo. Ah, il tempo. Voi non avete idea: ogni benedetto mercoledì pomeriggio, fino a un paio di settimane fa, il clima è peggiorato con micidiale puntualità giusto in tempo per scoraggiare qualsiasi zelo dickensiano. Non so se fosse lo spirito di Dickens, in un malguidato tentativo di fornire atmosfera, ma fatto sta ed è che abbiamo avuto nebbia fitta, pioggia, neve, nevischio, vento e gelo in ogni possibile combinazione. Dal punto di vista meteo, non ci siamo fatti mancare proprio nulla e, contando anche aprile, abbiamo avuto quattro mercoledì non troppo orribili su ventitre.

Ma a parte le circostanze esterne, c’è stato modo di interrogare un certo numero di transfughi, e le risposte alla domanda “Perché non vieni/e più?” sono state varie e istruttive:

– Perché il romanzo non mi piace.

– Perché mi piacerebbe anche, ma faccio fatica a seguire.

– Perché con tutti quei nomi stranieri non mi raccapezzo.

– Perché ho perso uno o più episodi e ritornando non riuscivo a riprendere il filo.

– Perché è una storia che non conosco.

Prima di scandalizzarvi, considerate che stiamo parlando dell’Università della Terza età, e quindi l’età media del pubblico non era precisamente adolescenziale.

E poi, come curatrice, ho fatto almeno due errori fondamentali. Tre. Be’, due più uno.

In primo luogo, la traduzione 1911 di Silvio Spaventa Filippi non è quel che ci vuole per riconciliare un pubblico moderno con Dickens, che già di suo era soprannominato Mr. Popular Sentiment ai suoi tempi – figuratevi oggidì, e in una traduzione che calca sciaguratamente la mano su ogni tratto sentimentale di una scrittura già alquanto gonfia, raggiungendo qua e là vertici ai limiti del purpureo.* A mia discolpa posso soltanto dire che, all’apertura del progetto, non c’era granché d’altro a disposizione. Un’altra traduzione più moderna è uscita alla fine dell’anno, quando era già tardi per chiudere la stalla: i buoi non solo erano scappati, ma avevano avuto il tempo di installarsi in Conservatorio per non muoversene più.

In secondo luogo, se dovessi rifarlo, non impiegherei due mesi ad accorgermi che il concetto di “lettura integrale” non è poi scolpito nel marmo, e che qua e là si può – e anzi, si deve – sfrondare. Se dovessi rifarlo, capitozzerei energicamente il Libro Primo, per concentrarmi sul secondo e sul terzo, che sono molto più interessanti e densi.

E adesso mi chiedo se il terzo errore, probabilmente quello fatale, non sia stato proprio la scelta de Le Due Città. Perché io posso nutrire tutta la predilezione del creato per questo romanzo, ma devo ammettere che è così inglese in concezione, così poco conosciuto, così intricato (seppur relativamente lineare per essere Dickens)… È inutile: alle letture della UTE si va per ritrovare le vecchie letture scolastiche, non per scoprire qualcosa di nuovo. Se il dubbio c’era – e c’era – adesso ne abbiamo avuto conferma. A ottobre sapevo bene di avere cambiato le regole del gioco, e mi domandavo: funzionerà?

La risposta, alas, sembra essere: non troppo.

dopodiché, devo dire che non dimeno l’avventura ha avuto la sua parte di soddisfazioni. I fedelissimi si sono appassionati davvero – così come i bravissimi lettori dell’Accademia Campogalliani, ed è stato bello vedere qualche scettico convertito a Dickens, qualche membro del pubblico occupato a fare proselitismo in famiglia, qualche signora con gli occhi lustri sul finale… E, bear with me, per due volte ho dovuto (con un certo batticuore) sostituire Francesca Campogalliani e cimentarmi nella lettura. Spero di non avere sfigurato troppo spaventosamente, ma di certo mi sono divertita un sacco a leggere Madame Defarge, Miss Pross e la Cucitrice – per non parlare del finale ad effetto.

Dopodiché mi piacerebbe poter dire che è stato istruttivo, che la prossima volta farò di meglio, che adesso ho le idee molto più chiare… ma non so troppo bene se mai si ripresenterà l’occasione di leggere ad alta voce Le Due Città – con una traduzione migliore e dei tagli più smaliziati – ma, Dickens a parte, temo molto che la mia carriera di curatrice di letture alla UTE sia franata a valle.

 

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* E non è che non lo sapessi anche prima di iniziare, ma pensavo che, se erano sopravvissuti alla lettura del Cuore, dovevano essere vaccinati contro qualsiasi livello di saccarina…

Apr 15, 2013 - grillopensante, teatro    2 Comments

Non Solo Per Bambini

Con la prima che incombe, si discute se Bibi & il Re degli Elefanti sia per bambini oppure no.

E, se lo chiedete a me, sono tentata di dire di no. At the very least, non è solo per bambini. 

bibi e il re degli elefanti, accademia teatrale campogalliani, teatrino d'arcoÈ vero, ci sono gli elefanti parlanti, e le pulzelle, e gente uscita dai libri – ma sotto il linguaggio, il tono e i colori della favola, Bibi è costruita attorno a una serie di domande dannatamente adulte. Da un lato, questioni di come si reagisce di fronte alla malattia, di come si convive con la paura, di cosa costituisce la forza dell’individuo. Dall’altro, il ruolo dell’immaginazione nella crescita. E in mezzo c’è l’idea che l’uno e l’altro siano legati in modo molto, molto stretto quando la malattia colpisce un bambino.

E c’è anche un omaggio ai compagni immaginari, che alle nostre latitudini sono a tutti gli effetti pratici una specie protetta… Ne avevamo già parlato, ricordate? Mi troverete sempre pronta a spezzare una lancia in favore dei compagni immaginari – e ce n’è bisogno, a giudicare dalla diffidenza che li circonda. È davvero così necessario affrettarsi a confinare l’immaginazione dei bambini? Qualche settimana fa le maestre hanno bandito dall’asilo il compagno immaginario del mio figlioccio di tre anni e mezzo… un’età davvero matura per acquisire un senso della realtà, don’t you think?

Ecco, in B&RdE si sostiene che l’immaginazione non è una fuga, ma una fonte di forza di fronte alla malattia.

Questioni adulte – raccontate in un modo abbastanza bifronte. 

Da un lato c’è la favola, con la piccola Bibi, il suo elefante e la Pulzella. Dall’altro c’è la storia della mamma di Bibi, terrorizzata e fragile davanti alla malattia di sua figlia, e anche davanti a quel mondo immaginario che Bibi si costruisce per difendersi da una sofferenza che non capisce.

Non so fino a che punto questo sia paradossale, ma l’aspetto più difficile da centrare è stato quello fiabesco. Scrivere per i bambini è stata una bizzarra esperienza sotto molti punti di vista. Avevo editato storie per bambini, e quindi me n’ero occupata non solo da lettrice, ma scriverne una ha richiesto una serie di affascinanti esercizi: bisogna ricordarsi molto bene della bambina che si era, e scrivere per lei senza dimenticarsi che sono passati decenni tra quella bambina e i piccoli lettori odierni. Bisogna ritrovare il senso di magia che si vedeva racchiuso nelle storie – non necessariamente nelle favole, ma nel fatto che pagine bianche e parole nere contenessero ogni possibile genere di personaggi, posti e vicende…

Mi conforta nell’idea di esserci riuscita almeno un po’ il parere di A., che ha cinque anni e, dopo avere visto B&RdE ha chiesto a sua madre se poteva avere anche lei Bogus come amico immaginario. Ma di solito, quando il sipario si chiude e le luci si accendono in sala, non ci sono solo i bambini con gli occhi sgranati. Ci sono anche gli adulti con gli occhi lucidi.

Perché nonostante sia una storia di bambini, e nonostante Bogus, la Pulzella e il Piccolo Lord, questa non è solo una storia per bambini.

 

Feb 11, 2013 - grillopensante    4 Comments

Cavalli Di Un Altro Colore

Per varie ragioni , mi ritorna in mente un lavoro che ho fatto anni fa: una serie di traduzioni dall’Italiano all’Inglese per il progetto di un codice sinestetico condiviso. L’idea era di associare a una dozzina di colori altrettanti suoni, altrettanti odori e altrettanti simboli in braille, per costruire una specie di linguaggio che rendesse i colori accessibili ai ciechi dalla nascita. 

Parte dell’interesse della faccenda consisteva nell’esplorazione della quantità e varietà di significati che lo stesso colore può assumere presso diverse culture, ma la cosa più affascinante erano i diversi modi in cui si usano i colori nel linguaggio.

E di conseguenza nella scrittura.

Ci sono associazioni logiche, per lo più legate a fenomeni naturali, che restano un po’ le stesse a tutte le latitudini. Tutti, o quasi, associamo il verde alla rinascita e il nero al buio.

Poi ci sono associazioni di significato di tipo culturale: il rosso, colore “peccaminoso” in Occidente, diventa il colore della purezza in India (e mi domando se la cosa abbia a che fare con le virtù purificatrici del fuoco…); il giallo significa coraggio in Giappone e codardia nel mondo anglosassone; il bianco è il colore delle spose e degli angeli, ma in Oriente significa lutto e morte. E il nero, il nostro colore del lutto, in Cina è associato ai bambini maschi. È chiaro che ognuno di questi significati ha ragioni culturali e antropologiche, qualcuna antica come lil fuoco purificatore, altre recenti come i celebri sorci verdi.

E poi ci sono le associazioni del tutto personali. Per Federico Garcìa Lorca il tramonto ha anche il colore dello zucchero; quando da bambina studiavo pianoforte, mi sono formata la convinzione che l’accordo DO-MI-SOL fosse giallo oro; la nonna di una mia amica diceva che i colori della primavera sono il bianco e il nero, come il petto e il dorso delle rondini…

Il che significa che ci sono infiniti modi di usare il colore e i colori per iscritto. Una sfaccettatura in più nella cangianza infinita del linguaggio. Il mare di Omero era color del vino, nel Tamerlano di Marlowe non compaiono altri colori che bianco, rosso, nero e oro; per Dick Heldar, la felicità è vedere l’azzurro nel bianco della neve al chiaro di luna, per Rimbaud la lettera E era verde come il turbante dell’emiro che la illustrava sul suo abecedario di bambino, per Skrjabin il Fa è rosso, il Si azzurro e il La bemolle violetto…

Il che è affascinante, ma significa anche che ci sono ben pochi modi di sapere quali associazioni il nostro uso dei colori susciterà nel lettore.

Neppure quando scriviamo per lettori della nostra stessa cultura, della nostra stessa lingua, del nostro stesso condominio… Ciascuno, ma proprio ciascuno, ha la sua tavolozza.

Per questo, confesso ero un po’ più che perplessa a proposito del codice sinestetico universale: tutti, credo, annodiamo spontaneamente delle associazioni di questo genere, e per i motivi più disparati. La E di Rimbaud era bianca per motivi del tutto arbitrari e personali, e però era legittimamente bianca, così come la mia E, che è verde, e come il Mi azzurro di Skrjabin, e il mio Mi giallo oro…

Ljerka Ocic, questa fantastica organista croata che si occupa molto di didattica musicale, sostiene che le associazioni sinestetiche sono del tutto naturali e altrettanto personali: non tutti le effettuano spontaneamente, ma chi lo fa, associa in base a poche costanti culturali e molti fattori imprevedibili, come l’emiro di Rimbaud. Ma allora, mi domando: com’è possibile elaborare un codice sinestetico, senza che le sue associazioni siano legate all’esperienza di qualcuno e completamente arbitrarie per tutti gli altri?

Alla base del progetto c’era, se ben ricordo, l’idea che il nome associato al colore risultasse un’etichetta puramente arbitraria ed estranea per chi non aveva esperienza diretta dei colori – ma non posso fare a meno di pensare che l’associazione del verde al simbolo di una punta di freccia (in realtà una conifera stilizzata), o dell’azzurro al profumo dei fiori del tiglio non fosse meno estranea e meno arbitraria. Significava, alla fin fine, sostituire un linguaggio con un altro linguaggio…

Non so, e forse mi perdo qualche passaggio, perché sono la persona meno visiva del creato, e i colori li trovo quasi più facilmente nei suoni che in quel che vedo – ma here’s a question: è davvero possibile, è davvero utile, è davvero desiderabile codificare e uniformare le associazioni sinestetiche?

 

Iconoclastia Spicciola

Qualche giorno fa ho preso dell’iconoclasta.

Ammetterete che non capita tutti giorni – almeno non in questo secolo – che una persona (diciamo che si chiami B.) vi guardi con astio e vi dica: “Sai che cosa sei tu? Un’i-co-no-CLA-sta!”

E il motivo per cui B. mi ha dato dell’iconoclasta è che mi sono rifiutata di stracciarmi le vesti perché P.D. James ha scritto un seguito giallo di Orgoglio e Pregiudizio.

Ora, non ho letto Death comes to Pemberley, o quanto meno non ancora, ma avrei mezza intenzione di farlo – e l’intenzione è mezza soltanto perché le recensioni non sono terribilmente incoraggianti. In tutta probabilità un tentativo lo farò. Ehi, si tratta pur sempre di Aunt Jane e P.D. James: non può non valerne la pena, almeno un pochino.

Quanto al considerarlo un sacrilegio, mi dispiace, o B., ma proprio non mi ci so indurre. E nemmeno a considerare DCtP nient’altro che una bieca operazione commerciale volta a speculare sulla generale passione per Lizzie Bennet… A parte tutto, credo che P.D. James non abbia bisogno di speculare su alcunché: lei è, you know, P.D. James.

Ma non mi stupirei di scoprire parecchia gente che la pensa come B. e grida all’iconoclastia, al sacrilegio e alla speculazione. Parecchia gente italiana – e badate, non ne faccio una gran colpa né a B. né ad altri. Il fatto è che siamo stati allevati nell’immobile e acritica venerazione degli Autori di Capolavori, nei confronti e a proposito dei quali non è concesso muovere lobo cerebrale…

Abbiamo già parlato in passato del modo in cui questo atteggiamento scolastico scoraggi l’entusiasmo per la lettura più di qualunque altra cosa, vero? Perché a parte tutto, se di fronte al Capolavoro possiamo soltanto annuire, abbacinati dalla sua marmorea e inscalfibile perfezione, se è peccato mortale esercitare anche la minima briciola di spirito critico in proposito, è ovvio che finiremo con l’annoiarcene presto…

Ma di questo abbiamo già parlato più di una volta, e non è questo il punto. Il punto, per tornare a P.D. James, è che di questa qualità marmorea dei Capolavori fa parte la certezza che sia sacrilegio riprenderne in mano i personaggi e la storia e farne qualcosa di diverso. Omaggio, parodia, pastiche, seguito, rivisitazione… quel che volete. E più è diverso il qualcosa, più è grave il sacrilegio. 

Guardate invece Shakespeare. Guardate il modo in cui nel mondo anglosassone si tiene vivo l’autore-monumento per eccellenza.

Shakespeare si rivisita in laboratori teatrali per gli studenti con difficoltà di apprendimento – e mi dispiace davvero molto di avere smarrito il link all’articolo su questo bellissimo progetto, ma lo ritroverò.

Shakespeare si sceneggia in Kill Shakespeare, un fumetto alquanto dark, in cui otto o dieci personaggi sopravvivono alla morte in scena e decidono di vendicarsi del loro autore.

Shakespeare si inclina a quarantacinque gradi, tinge di violetto e trasforma in To Be Or Not To Be: That Is The Adventure, ovvero un Amleto in versione libro-game, in cui si sceglie il proprio personaggio e si attraversa la tragedia – anziché limitarsi a guardarla o leggerla.

Shakespeare si mette in parodia all’insegna del nonsense come fa la Reduced Shakespeare Company

E credete che Oltremanica e Oltretinozza per questo ci si straccino le vesti? Ma nemmeno per idea. O meglio, ovviamente c’è chi lo fa, ma a Londra trovare i biglietti per The Complete Works of William Shakespeare (Abridged) della RSC è più complicato di una cerca medievale, e l’Amleto in versione Scegli-La-Tua-Tragedia, una volta avviato su Kickstarter, raccoglie mezzo milione di dollari (più o meno trenta volte la cifra prevista in origine), e Kill Shakespeare induce critici e studiosi di cose elisabettiane a tirarsi oggetti pesanti a proposito della qualità dei dialoghi…

Capite? That is the question: se il linguaggio pseudo-shakespeariano del fumetto sia abbastanza buono, non se  Del Col e McCreery abbiano profanato in qualche modo la Sacralità del Bardo.

Ecco, è questo il punto. Il punto è che Shakespeare è materiale estremamente vivo nel mondo anglosassone. È vivo anche perché trattarlo come tale non è peccato mortale. È vivo anche perché ci si fanno cose buffe, cose irriverenti, cose originali. E d’altra parte, si continua a farci cose buffe, irriverenti e originali perché è vivo…

E intanto Dante e Manzoni se ne restano venerati e marmorei, studiati a scuola e segretamente detestati – e difesi a spada tratta con malguidato e soffocante zelo. Una ventina d’anni fa il Giornalino pubblicò le deliziose parodie dantesche di Marcello Toninelli, e ricordo alti lai non del tutto dissimili da quelli accordati in tempi recenti agli spot danteschi della TIM…

Il che significa che qualcosetta ogni tanto tenta di muoversi, ma non, non, non abbastanza. Ci vorrebbe altro che qualche isolata parodia per liberare dalla polvere e dalla venerazione i nostri autori-monumento – e tenerli vivi…

 

La Notte dei Desideri

Ende.jpgNon sono mai stata una patita dell’ultimo dell’anno. Non dico di non essermi mai divertita a qualche festa o cena, ma non è il tipo di ricorrenza che aspetti di festeggiare. Per capirci, non è Natale. Un passaggio di data non è particolarmente emozionante, non porta con sé nessun senso di attesa o di sospensione… D’accordo, ne ha portata un filo la notte del 31 dicembre 1999, perché ci domandavamo se tutti i computer del mondo avrebbero saputo inghiottire il Bruco del Millennio senza eccessivi patemi. Tolto quello, però, ho sempre pensato che l’ultimo dell’anno fosse una festa assolutamente priva di atmosfera. Per di più, ogni 31 dicembre ha il grave difetto di essere seguito da un gennaio, questa sorta di lunedì mattina cosmico… No, grazie: l’Ultimo dell’Anno è un’occasione per andare a teatro e vedere i fuochi d’artificio sul lago, nulla di più.

E però c’è stato un libro, a suo tempo, che mi ha fatta ricredere per il tempo di leggerlo: La Notte dei Desideri di Michael Ende.

Ora, se dovessi dire che mi ricordo la trama, o se dovessi spiegare in dettaglio composizione e funzioni dell’Archibugiardinfernalcolico Grog di Magog, sarei in seria difficoltà. Chiedo venia: devono essere passati un po’ più di vent’anni da quella prima e unica lettura, ma questo dice qualcosa sul fatto che mi ricordi ancora, se non i particolari della trama, l’atmosfera del libro. 

Potrei recuperare da qualche parte la trama, se volessi, ma non voglio: quel che m’interessa al momento è quella specie d’impronta che alcuni libri lasciano, un’impressione a volte più vivida persino della storia che raccontano. LNdD è un libro scuro: se ben ricordo, si svolge tutto nel corso di una notte, e ha un quadrante d’orologio in testa a ciascun capitolo, per significare il passaggio delle ore –  accorgimento semplice, ma sufficiente a creare un senso di sospensione e di urgenza che non ho scordato a distanza di due decenni. E poi ricordo un gatto che voleva essere un trovatore provenzale, e un corvo, e una coppia di stregoni, zia e nipote, e l’archibugiardinfernalcolico* intruglio di cui ho dimenticato la funzione, e una vecchia casa, e un giardino innevato, e San Silvestro alla fine… E buio, e ombre, e sussurri, e cigolare di porte, e rintocchi nella notte.

Ecco, questa è una delle cose che fanno gli scrittori. A volte si sforzano di raccontare storie che nessuno ha mai raccontato prima. Altre volte si accontentano di prendere qualcosa di vecchio come le colline** e lo raccontano in un altro modo, lo rivestono di un colore e un’atmosfera nuovi. Per quanto riguarda me, la faccenda ha funzionato: Herr Ende mi ha spinta, quando ero ragazzina, a considerare diversamente la notte dell’Ultimo dell’Anno, in un modo che, dopo più di vent’anni, non è ancora svanito del tutto.

Chiunque abbia mai scritto per essere letto sa di che cosa parlo: certo non è il solo motivo per cui si scrive, ma la capacità di creare o risvegliare qualcosa in una mente sconosciuta ed estranea con le nostre parole è un brivido potente. E’ qualcosa da augurare a chi traffica in parole e inchiostro. Qualcosa da desiderare con tutte le forze prima dell’ultimo rintocco di mezzanotte, questa sera.

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* Questa parola mi piace, si era capito? Nutro la massima ammirazione per chi crea parole, e questa è una parola notevole. Non ricordo molte cose di questo libro, ma ricordo che la parola era stata creata apposta, come parte di un incantesimo la cui potenza derivava in parte dalla quantità di parole diverse incastrate insieme. Il potere delle parole pronunciate e scritte… ah, che meraviglioso tema!

** Nello specifico: Protagonista Piccolo e Maldestro con Sogni da Realizzare VS Antagonista Malvagio e Potente Deciso a Conquistare il Mondo.

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Oh, e come mi si dice si dica in Trentino: Buon Termine a tutti!

Volevo Regalarti Un Libro, Ma…

natale, regali, libri, casetta di pan di zenzeroBuon Santo Stefano, cari Lettori. Passato bene il Natale?

Trovati libri sotto l’albero?

Io solo un paio: il cartaceo Musica Lontana di Emanuele Trevi, che m’incuriosisce molto, e il digitale A Plague Of Lies di Judith Rock, terzo volume di una serie di gialli storici che adoro, ambientati nella Parigi del Seicento.

Ebbene sì, soltanto due libri.

E sia chiaro: ho ricevuto regali splendidi – uno specchio di famiglia, un braccialetto di giada cinese, una penna con le mie iniziali incise, American Song Book di Mina e la più adorabile casetta di pan di zenzero che si possa immaginare – e due libri due, di cui uno su richiesta e l’altro pescato dalla mia wish list.

E pensandoci appena un po’, ho dovuto costatare che non sono del tutto sorpresa: la proporzione di libri tra i regali che ricevo è andata scendendo, e ormai sono lontani i tempi in cui un libro era la prima e logica risposta alla domanda “Che cosa regaliamo alla Clarina?” Sarei tentata di sentirmi orfanella&bistrattata, se non fosse per cose come i commenti a questo post, in cui cui vari avidi lettori si lamentavano di analoghe carestie librarie, il fatto che io stessa tendo a regalare pochi libri, e le numerose giustificazioni non richieste ricevute nel corso degli anni. natale, regali, libri, casetta di pan di zenzero

Giustificazioni che, dopo l’inizio che dà il titolo al post, si ramificano a ricadere più o meno sotto ZZ categorie:

I. …Hai letto tutto, tu. Come si fa a regalarti un libro?

II. …Hai dei gusti così imposs… er, singolari in fatto di letture che accontentarti sembra difficile.*

III. …Tu leggi sempre in Inglese…

IV. …I libri te li compri da sola in continuazione.

V. …Adesso che leggi in digitale, non so più come regalarti libri.

A parte i problemi di ordine tecnologico, riconosco che quando si considera il rapporto tra lettore e libro, così personale e unico, diventa difficile fare regali. Non si sa mai che reazione si innesca: ci si potrebbe trovare ad aver regalato un pomeriggio di fuga dalla realtà, l’equivalente di un matrimonio cattolico o un odio viscerale… è una grossa responsabilità, un rischio, uno scoprirsi, quasi un impegno. Si può voler essere molto sicuri, prima di lanciarsi. È molto più facile indagare preventivamente in maniera più o meno obliqua**, ricorrere alla wish list, oppure regalare qualcos’altro.

O forse mi sbaglio… Voi che ne dite? Che libri avete trovato sotto l’albero? Che libri avete regalato?

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* Talora corredato da: E lo so che hai una wish list, ma non so come usarla/volevo farti una sorpresa/l’idea non mi piace. Posso rassicurare gli scettici? In fondo, una wish list è solo la versione adulta della letterina per Santa Lucia.

** In my experience, la soluzione preferita dalle anziane parenti di sesso femminile.

Who Is Who

Se avete mai presentato un libro, odds are che qualcuno, quando il vostro relatore ha sollecitato le domande del pubblico, ve l’abbia chiesto: Quanto C’è Del Tuo Vissuto In Questo Libro? Maiuscole non casuali, perché questa, in questa forma o in qualche variazione, sembra essere La Domanda. Why, magari non c’è nemmeno bisogno che venga dalla platea, magari ve l’ha posta il relatore.

E voi, a dire il vero, vi siete mordicchiati il labbro inferiore e avete ingoiato un sospiro, e vi siete silenziosamente chiesti perché, perché, perché diavolo lo vogliono sapere. Che importa? Che cambia? È una storia, dammit, non possono apprezzarla senza sapere che è basata su un incidente della vostra infanzia, o su nulla in particolare?

Poi vi siete detti che, se non altro, siete in buona compagnia e avete risposto con la necessaria buona grazia.

Perché sì, siete in buona compagnia. In ottima compagnia, se ci pensate: tutte quelle prefazioni, quegli articoli, quei tomi in cui biografi, critici e psicanalisti si affannano a dissezionare Jane Eyre, Casa Desolata, Camera con Vista, Grandi Speranze, Circolo o La Musa Tragica o qualsiasi altro romanzo a caccia di elementi autobiografici… E magari vi è anche piaciuto scoprire che tutti i protagonisti maschili di Charlotte Brontë sono basati sul professore belga di cui si era innamorata infelicemente. Per cui, in fondo, chi siete voi per andare immuni dalla Domanda?

L’umanità, a quanto pare, non solo è insaziabile in fatto di storie, ma vuole anche sapere che cosa c’è di vero.

E voi in realtà continuate a domandarvelo: che diamine cambia, in realtà? Che importa, ai fini del romanzo, se Lord Jim sia basato su Rajah Brooke o su Stephen Crane – o su una combinazione di entrambi?

Sì, ok: Jim si costruisce a Patusan un regno de facto alla maniera di Sarawak – ma più ufficioso e più tragico – e l’affetto tra protettivo, amarognolo ed esasperato di Marlow nei confronti di Jim può rispecchiare il rapporto tra Conrad e il più giovane e tormentato Crane.

Ma poi, se cercate con sufficiente pazienza*, v’imbatterete in articoli che individuano the real life Jim in gente come Jim Lingard, altro rajah bianco non ufficiale, che vestiva sempre di bianco e i suoi indigeni chiamavano Tuan Jim. O in Augustine Williams, ufficiale mercantile di buona famiglia che si rovinò la carriera abbandonando un piroscafo carico di pellegrini – e il piroscafo non affondò affatto… E d’altra parte, basta una capatina su Wiki per scoprire che Conrad decise di voler andare per mare a sedici anni, fuori dal blu e sulla solida base dei romanzi d’avventura.

Tutto molto interessante – fino a quando il saggista/biografo/critico/psicanalista non comincia a insistere di avere trovato il vero Jim. E no, perbacco: Brooke può avere fornito Patusan, e senz’altro i guai di Williams sono serviti da base per l’incidente del Patna, in particolare all’inizio, quando Conrad intendeva farne solo un racconto breve, o al massimo una novella. Ed è difficile negare che Lingard, Crane e Conrad stesso entrino nella caratterizzazione di Jim, ma il fatto è che il vero Jim è quello del romanzo, quello di carta e inchiostro, quello che ha pensieri, reazioni, paure e debolezze così umane e reali eppure non invecchia mai.

C’è una pagina di una stesura precedente, in cui Marlow descrive Jim ritrovato a Patusan, un po’ appesantito, con qualche ruga attorno agli occhi, un po’ meno immacolato ed elegante…

Poi però, nella versione definitiva, Conrad ha cassato questo passaggio. Per noi lettori è necessario che, dopo anni di fughe, tormenti, fatica e clima tropicale, Jim sia ancora impossibilmente giovane come a pagina 1. È, se ci badate, l’Autore che ci dice come il vero Jim non sia una persona reale da cercare sull’Enciclopedia Britannica o negli annuari della Marina Mercantile, ma un personaggio letterario, una creazione artistica, un simbolo complesso e stilizzato al tempo stesso.

E non dovrebbe importare quanto c’è del Vissuto dell’Autore – salvo il fatto che il messaggio** diventa più chiaro e più rilevante quando andiamo a spulciare tra le stesure, alla luce dei dubbi e delle decisioni dell’autore stesso…

Perché alla fin fine, la storia funziona lo stesso, ed è amaramente bella lo stesso, ma si direbbe che sia nella nostra natura voler sapere, se non proprio che cosa c’è di vero, almeno che cosa c’è dietro.

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* A dire il vero, con sufficiente pazienza, troverete anche un’interpretazione freudiana secondo cui nel non-naufragio del Patna Conrad sta esorcizzando la morte precoce di sua madre… Per cui, sappiatelo, il Patna resta a galla non perché altrimenti la storia non funzionerebbe, ma perché il piccolo Konrad si era sentito tradito dalla sua mamma tisica, e vuole drammatizzare l’evento – ma con un finale diverso, catartico e consolatorio al tempo stesso. Yes, well.

** Non il Messaggio, scampi&liberi. Questo specifico messaggio.

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