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A’ Chacun Ses Obsessions

Tendo ad essere riluttante quando mi trovo davanti a un meme – tendo a pensare che gratifichi più il blogger che i lettori. Tendo a chiedermi chi vorrà davvero sapere dieci cose di me, o che musica ho nell’iPod, o quali sono i luoghi che vorrei visitare… E così in genere tergiverso. A volte (ai limiti della scortesia, temo) persino quando sono invitata.

In questi giorni, però, ho intravisto in giro due esemplari della specie che mi attraggono da matti. Sarà che mi ci sono imbattuta su due dei miei blog prediletti, e sia Davide Mana che Alessandro Forlani ne hanno cavato altrettanti post con i fiocchi, sia come sia – in uno dei due mi sono infilata senza invito particolare, perché si tratta di scrittura, di temi ricorrenti, qualcosa a mezza strada tra fari lungo la costa e Alisei costanti.

Ossessioni, le chiama qualcuno in giro per la blogosfera – e non è del tutto inaccurato. Temi cui si ritorna, intenti perseguiti, passioni consolidate – qualcuna deliberatamente, qualcuna quasi da sè. Tutti ne abbiamo una manciata, non è vero?

Ebbene, ecco la mia costellazione.

meme,ossessioni,scrittura1) L’Inafferrabilità della Storia – In principio erano i libri di scuola, così rassicuranti con le loro interpretazioni univoche e le loro vicende sotto vetro. Poi cadde il Muro di Berlino e il vetro si ruppe: la storia succedeva in pratica, era fluida e travolgente e piena di correnti sotto la superficie, e il mondo poteva cambiare nel giro di una notte… Allora cominciai a studiare storia sul serio, scoprendo la varietà sconfinata di punti di vista, interpretazioni e letture, e la quantità di cose perdute che non sappiamo più, che non sapremo mai, e il variare di equilibri attraverso i secoli, e il peso della sconfitta, delle leggende, della letteratura. E così scrivo narrativa (e teatro) a sfondo storico, e tendo a scegliermi protagonisti minori, o sconfitti, o maltrattati attraverso i secoli – non per mettere ordine, ma per amore di questa iridescenza del passato. Ciò è poco scientifico, ma molto narrativo. ossessioni letterarie

2) Menzogne, Bugie, Fanfaluche, Omissioni – I miei narratori sono inaffidabili, le mie storie sono oblique, i miei personaggi mentono, i miei protagonisti tendono a mentire più di tutti, ad avere secondi fini, a manipolare il prossimo. Nella migliore (o peggiore) delle ipotesi, sono costretti a mentire pur non volendolo fare. D’altra parte, che cosa c’è d’interessante nella nuda e cruda verità? Alle storie servono conflitto, dubbi, sorprese, svolte inattese, domande, tesori nascosti, segreti rovinosi – senza contare il fatto che tutta la letteratura è, in via di principio, una vasta menzogna consensuale, e il rapporto tra arte, rappresentazione, convenzione e menzogna è affascinante di per sé. Ronald B. Tobias diceva che every story is a riddle, e aveva ragione da vendere. Trovo che la sincerità sia una virtù sopravvalutata nella vita – e del tutto dull in un romanzo. O a teatro.

3798118720.jpg3) Metanarrazione – Il modo in cui le storie nascono, cambiano, si raccontano, influenzano la realtà e ne sono influenzate mi interessa quasi quanto le storie stesse. A volte persino di più. Non dico che non mi capiti anche di scrivere qualche storia letterale, ogni tanto – ma se mi si offre la benché minima possibilità di intrecciare un filo metaletterario alla mia trama, chi sono io per oppormi? Piani temporali sovrapposti, gente che si racconta inaffidabilmente, scrittori che si scrivono, storie viste attraverso gli occhi di gente che le legge, possibilità alternative, teatro nel teatro… Tutto quel  che può servire a mostrare più di un’angolazione o più di uno strato mi rende ridicolmente felice. E sì, lo so: ho una mente contorta. prometheus_brings_fire_to_mankind.jpg

4) A (generally thwarted) Need for Better Colours – Le mie storie sono piene di gente che aspetta, immagina, prefigura, s’illude, si affanna per qualcosa che non può avere. O che, quando arriva, non è come doveva essere. Ho un debole per le cause perse, per la sconfitta, per l’irreparabile momento in cui l’attesa e la battaglia sono terminate, ed è troppo tardi per tutto tranne il rimpianto. Qualcuno dei miei personaggi s’illude davvero, altri sono perfettamente consapevoli di quel che stanno facendo – ma per tutti, alla fin fine, la vita sta nella cerca e non nel risultato. Nessuno ottiene mai quel che vuole – nemmeno quando sembra che sia così.

ruscha-the-end.jpg5) Cambiamento Irreparabile ed Epocale – Quel che un sacco della mia gente scritta vuole è difendere il proprio mondo. Solo che non può, perché il mondo in questione sta finendo, tramontando, cambiando per sempre. Non c’è modo di tornare indietro – la scelta è tra l’adattarsi al cambiamento e sposare oltre ogni ragionevolezza la causa del declino. I miei protagonisti, per lo più, scelgono la seconda opzione, perché ciascuno è sentimentale a modo suo, ed è così che lo sono io. L’ho già detto che nessuno ottiene mai quello che vuole?old_england_09.jpg

6) La Vecchia Inghilterra – La storia inglese, la lingua inglese, la letteratura inglese, il nonsense il paesaggio inglese, le città inglesi hanno – forse qualcuno di voi lo avrà notato – una certa tendenza a comparire nella mia conversazione e nelle mie storie. Adoro quest’isoletta che, da terra di conquista, è diventata il centro del mondo e poi, quando ha cessato di esserlo, ha continuato a comportarsi come se lo fosse. È la commistione di arroganza, spirito di contraddizione, culto della riservatezza, assurdità e ingegno, credo. E so bene che quell’Inghilterra che è principalmente un’idea, quella in cui mi riconosco così bene, sotto molti aspetti non c’è più – ma questo non cambia le cose. Lasciatemi giocare con la mia Inghilterra immaginaria, please

7) Kit Marlowe – Anche questo, dite6a00d8341cc27e53ef0147e38c3701970b-200wi.jpg la verità, l’avevate intuito. Da qualche anno, Kit è la mia ossessione in carica. Prima c’è stato (a lungo) Annibale Barca, e prima ancora il Barone Rosso, e Manfredi di Svevia… Marlowe è diventato una specie di figura del coraggio intellettuale: un uomo che coltivava  apertamente ogni genere di idea eterodossa in un’epoca in cui le idee eterodosse conducevano alla forca (preceduta da tortura e seguita da sbudellamento, annegamento e squartamento), che scriveva storie di aspirazione, ambizione e rovina, che descriveva menti alla perenne ricerca di conoscenza infinita… ecco, un uomo così è fatto per essere raccontato a teatro e nei romanzi. E badate, inclino a credere che di persona dovesse essere insopportabile, ma fa lo stesso. Dopo tutto è parte di una collezione di ossessioni – dove è scritto che deve avere una logica?

E non dico che sia tutto, ma di sicuro è tutto molto ricorrente.

E voi? Che cos’è che tornate a scrivere? O che tornate a leggere?

Garibaldi Il Samurai E Il Buon Re Riccardo

Ieri ho scandalizzato un anziano signore.Garibaldi, stevenson, riccardo cuor di leone, riccardo III, giovanni senzaterra, filippo II

È un indigeno, una brava persona che conosco in via molto superficiale e che, avendo udito parlare di Aninha, mi piomba qui per discuterne, rimanendo molto deluso nel sapere che si tratta non di un romanzo, ma di un lavoro teatrale – e nemmeno pubblicato.

“Però può venire a vederlo a teatro a Ostiglia l’otto marzo,” gli dico.

Lui tentenna un po’ – non è un gran frequentatore di teatri, mi spiega. Però… “Potrei anche venire. Sa, fa piacere vedere giovani che si occupano di Garibaldi come si deve. Mica come le pubblicità squallide e vergognose dei telefonini.

E io scoppio a ridere, e gli faccio notare che la campagna TIM è una delle più spassose e ironiche degli ultimi anni… Grave errore tattico.

L’Anziano Signore mi fulmina con lo sguardo e assume un colorito lievemente apoplettico.

“Ma come? Ma no! Dov’è il rispetto? Dov’è l’Unità d’Italia? E Garibaldi è un eroe – queste sono cose su cui non si scherza! Non lo sa che i Giapponesi quando parlano di Garibaldi si alzano in piedi?” E nel dirlo mima un Giapponese che si alza in piedi. “Perché per loro è un samurai, un eroe del dovere, dedito al servizio dell’imperatore… solo che invece dell’imperatore lui aveva l’Italia!”

E io potrei starmene zitta, a questo punto – e invece no.

“Ma sa,” e – sciagurata! – scrollo anche una spalla nel modo più dismissive, “il fatto è che Garibaldi non era una brava persona.”

Apriti cielo e spalancati terra! Ma come? Sono così ingenua da credere che uno possa fare l’Italia senza essere un po’ spregiudicato?

Spiego che capisco benissimo la spregiudicatezza, tanto che in fatto di Risorgimento la mia simpatia va tutta a Cavour…Ma Garibaldi aveva cominciato la carriera come disertore e ladro di bestiame (e mogli altrui), la finì abbandonando al pubblico disprezzo amici che lo avevano seguito e servito per tutta la vita, aveva idee politche allo stato gassoso e, se era un brillante guerrigliero, la sua competenza militare si esauriva lì…

E potrei continuare, ma l’Anziano Signore, con un’ultima occhiata di disgusto, gira sui tacchi, m’informa che proprio non siamo d’accordo, e se ne va convinto che sia una revisionista della specie più bieca.

Oh, non è che non lo capisca del tutto: prima della conflagrazione, parlando dei miei libri, avevo nominato Annibale, e lui aveva reagito “Ah, gli ozi di Capua…” e la mia simpatia nei suoi confronti era franata a valle. Non è mai divertente sentir denigrare l’oggetto del proprio hero worship, vero?

Resta tuttavia il fatto che per molti Anziani Signori (e non solo) Garibaldi è ancora, e sempre sarà, in sella al cavallo bianco impennato in cima al monumento, là dove lo hanno issato decenni di oleografia risorgimentale, sussidiari scolastici e diffusa convinzione.

E non è solo questione di Garibaldi, naturalmente. La storia è piena di gente santificata o demonizzata da una combinazione di propaganda, ballate popolari, letteratura e circostanze – per non parlare dell’atavica, incoercibile umana fame di eroi e di malvagi.

Per dire, il nome di Riccardo Cuor di Leone che immagine evoca in noi tutti? Quella di un cavaliere in armatura risplendente, elmo coronato e cotta da crociato, di uno dei migliori e più amati re d’Inghilterra, di un altro cavallo bianco impennato in cima a un monumento. Una volta, nella cattedrale di Rouen, dei turisti spagnoli mi chiesero a chi appartenesse la statua coronata sul sarcofago di pietra. E quando, nel mio limitato Castigliano, ebbi spiegato che si trattava del cenotafio di Riccardo, il cui cuore si trovava nella cripta, un’onda di deliziate esclamazioni  attraversò il gruppo. “Ricardo Corazòn de Leon! Que lindo!” e mi ringraziavano, come se fosse stato merito mio…

Garibaldi, stevenson, riccardo cuor di leone, riccardo III, giovanni senzaterra, filippo IIMa in realtà, Riccardo Plantageneto passò la sua prima giovinezza a cospirare ai danni di suo padre (abbandonando i suoi fratelli al loro destino quando le cose si misero male), non imparò mai l’Inglese, passò complessivamente forse un anno della sua vita nell’isola di cui era principe e poi re – ma non per questo ebbe remore a dissanguarla per finanziare la sua ossessione: una crociata che fallì (anche a causa del suo scarso riguardo per quello che oggi chiameremmo comando congiunto) e che si concluse con la sua cattura in Austria. Pare che stesse viaggiando in ingognito e che fosse riconosciuto perché insisteva per mangiare del pollo arrosto – nulla che si trovasse con facilità sulla tavola di una locanda. Leopoldo d’Austria non aveva buoni motivi per tenerlo prigioniero se non molta bile, ma chiese un esorbitante riscatto per la sua liberazione, riscatto pagato per lo più dai suoi sudditi. Se non bastasse, pur avendo sposato Berengaria di Navarra, la più bella principessa del suo tempo, la tenne sempre lontana da sé e confinata qua o là – sempre lontana dall’Inghilterra. E questo era il Buon Re Riccardo delle ballate.

Inclino a credere che Riccardo debba in origine la sua buona fama, paradossalmente, al fatto di essere sempre stato lontano dall’Inghilterra. Altri erano lasciati indietro a raccogliere le tasse e barcamenarsi in tempi complicati, e di sicuro non mancarono mai di cercare il proprio interesse. Ergo, costoro erano malvagi, e oh, se solo il Buon Re Riccardo fosse tornato a casa dai suoi affezionati sudditi! Che a Riccardo non importasse granché dei suoi sudditi, e che le tasse e l’instabilità fossero dovute in buona parte alla sua crociata e alla sua assenza, erano considerazioni secondarie – e del tutto ininfluenti agli occhi dei trovatori contemporanei e dei romanzieri ottocenteschi – come quell’efficacissimo rovinatore di reputazioni che era Scott.

Garibaldi, stevenson, riccardo cuor di leone, riccardo III, giovanni senzaterra, filippo IIPer contro, un paio di Riccardi più in qua, Riccardo Terzo ce lo immaginiamo tutti gobbo e malvagissimo – sull’onda della forza combinata di Shakespeare e Thomas More. Potenza della propaganda Tudor! Poi in realtà, in anni più recenti questo Richard ha beneficiato di un’ondata di popolarità sentimental-letteraria, a partire da Josephine Tey, dalla Ricardian Society e da tutta una popolazione di biografi e romanzieri, fino ad arrivare all’estremo opposto. Per quanto mi piaccia Richard, non sopporto i romanzi che lo dipingono come una mite e gentile vittima delle circostanze – well on his way to sainthood. Garibaldi, stevenson, riccardo cuor di leone, riccardo III, giovanni senzaterra, filippo II

Nessuno sembra avere fatto sforzi comparabili per Giovanni Senzaterra, il fratello e successore del Cuor di Leone. O meglio: qualche biografo ha fatto notare come, checché ne dicesse il solito Walter Scott, Giovanni sia stato quanto meno un buon legislatore, un riformatore e un buon generale, penalizzato dall’aver ereditato debiti enormi, molto marasma interno e una collezione di guerre costose. Sul versante narrativo, tuttavia, nulla. Non so voi (e sarei grata di eventuali segnalazioni), ma non mi viene in mente un singolo romanzo in cui John Lackland compaia altro che meschino, arrogante, codardo e generalmente spregevole. Naturalmente c’è il teatro, ma per trovare un ritratto positivo di Giovanni bisogna tornare all’era Tudor. C’è anche, semi-dimenticato, un King John di Shakespeare – che definirei tiepido nella migliore delle ipotesi.

Pensandoci, è abbastanza strano. In fondo quasi tutti, prima o poi, trovano un riabilitatore. Pensate a Filippo II di Spagna, mostro di crudeltà per Otway, St. Réal, Alfieri e legioni di altra gente affascinata dalla Leyenda Negra. Poi arriva Schiller, e a Filippo cresce un’anima. Col risultato che adesso, per lo più, consideriamo Filippo II un vilain tormentato e con la sua dose di giustificazioni.

E se qualcuno intende obiettare che forse Giovanni non era simpaticissimo di suo, posso rispondere che è possibile – ma in genere non è il tipo di considerazioni che frena poeti e romanzieri. Per restare nell’ambito della Leyenda Negra, Don Carlos era uno psicopatico che si divertiva a frustare a morte i cavalli, eppure ha trovato parecchia gente disposta a ritrarlo come uno sventurato e attraente giovanotto – un nonnulla instabile forse, ma per eccesso di sensibilità e maltrattamenti ricevuti. Questi apologeti erano dapprima propagandisti protestanti e antispagnoli, cui serviva una vittima innocente e simpatica, martirizzata dal nigerrimo Filippo. E quando poi arrivarono playwrights e romanzieri, la storia era già solidificata e buona per il teatro, con i suoi Buoni e i suoi Malvagi – almeno fino a Schiller.

Un caso un po’ diverso è quello di Alan Breck Stewart, personaggio minore che più minore non si può, e decisamente poco simpatico. È vero che era un Giacobita – specie rappresentata in letteratura in varie sfumature dal fanatico pericoloso al vago e inefficace* – ma resta il fatto che persino i suoi compagni d’armi, correligionari e consanguinei lo descrivevano con scarso affetto. Poi arriva Stevenson e lo trasforma nell’irresistibile personaggio che sappiamo – e conosciamo e amiamo. A chi importa veramente che l’Alan storico fosse, a detta del suo padre adottivo, “uno sciocco violento e pericoloso”? Un altro caso di fama postuma e immeritata – molto più postuma ma altrettanto immeritata di quella di Riccardo Cuor di Leone, solo che le motivazioni di Stevenson erano molto più narrative che storiche.

D’altra parte credo che storia e storytelling si allaccino sempre inestricabilmente in questo genere di reputazioni. Riccardo III è stato sconfitto, Giovanni Senzaterra non può competere con l’aura di suo fratello, Filippo si è parzialmente salvato perché nessuno scrittore ha saputo rendere Carletto abbastanza interessante, e tutto ciò costituisce gioia e pascolo per i romanzieri storici presenti e futuri.

Templari: vittime o carnefici? I Cecil: pilastri della patria o arrampicatori? Roger de la Flor: cavaliere senza macchia e senza paura o perfido mercenario? John Dee: visionario o ciarlatano? Mehmed II: illuminato consquistatore o tiranno mezzo matto?…

Se lo chiedete a me, credo che il romanzo storico, come genere, abbia di che prosperare – con l’abbondanza di gente da riabilitare, gente da annerire, punti di vista da esplorare, idee acquisite da ribaltare. E c’è spazio di manovra per fare tutto ciò in più di un modo, tenendo conto delle sfumature di grigio oppure recuperando il buon vecchio manicheismo narrativo, perché sospetto che ci siano in giro un sacco di lettori come l’Anziano Signore – gente che vuole i suoi eroi saldamente in sella al cavallo bianco, e i malvagi ammantellati di nero e cachinnanti nell’ombra.

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* Una volta di più, Sir Walter Scott aveva messo mano alla faccenda…

Libri Tribali

Ricordate che si parlava di milionidicopie, annessi e connessi? Quel post ha condotto a quest’altro post over at strategie evolutive, che v’invito nuovamente a leggere, se non l’avete già fatto.

Vi si dice, tra molte altre cose, questo:

Ed il fatto che tutti abbiano letto il romanzo di un certo autore è un fenomeno culturale – a meno che non ammettiamo che l’acquisto (e non necessariamente la lettura) di quel libro, avvenga per segnalare l’appartenenza ad un gruppo, come metodo di rassicurazione sociale e segnale di appartenenza tribale.

Ebbene, sì, sì, . Questo è uno degli aspetti che cercavo di far notare a Mme X: è mia ferma convinzione che l’acquisto e/o la lettura di uno o più libri funzionino come segni di appartenenza tribale – in un modo o nell’altro.

Il caso più facile e ovvio è – mi si dice – nell’ambito della letteratura di genere. Tolkien, per dirne uno – culto che si divide tra ortodossi rigorosi, ecumenici shannariani, convertiti via film e ogni genere di sette e confessioni. Tuttavia il possesso de Il Libro è il segno di appartenenza almeno al più esterno dei cerchi concentrici e contigui che formano la tribù, nonché un segno di distinzione rispetto a Tutti Gli Altri.

Poi c’è il caso dei Seguaci di Un Autore – e questo può trascendere il genere sconfinando nel mainstream. Da Richard Bach a Camilleri a Baricco, ci sono quelli che leggono tutto ciò che l’autore in questione scrive, lo seguono su Twitter, su Facebook o dovunque l’autore appaia, discettano su aNobii – e possono sviluppare uno spirito semiproprietario nei confronti dell’autore stesso. Mi si racconta una storia a proposito di un’autrice che non ricordo. Costei aveva una vasta quantità di lettori di questo tipo e una lunga storia di successi editoriali. Qualcosa come una trentina di titoli – tutti scritti in terza persona. A un certo punto, sentendosi avventurosa (o forse un tantino satolla) decise di tentare la prima persona. O forse era viceversa, ma fa lo stesso. Ciò che conta è che la sua tribù reagì con orrore e sconcerto. Il romanzo non era affatto peggiore dei precedenti, né diverso in contenuto, tono e ambientazione – ma il tipo di narrazione era cambiato e la tribù si sentiva tradita. Orrore – orror! Non ricordo il finale della storia, ma dal modo in cui la mia memoria l’ha rimosso, temo che l’autrice se ne sia tornata in carreggiata con la coda tra le gambe e le orecchie basse. Comunque questa è una storia anglosassone – ovvero di un mondo in cui la segmentazione del mercato editoriale tende(va?) a raggiungere livelli che noi ingenui Continentali non possiamo nemmeno immaginare.

Ma ci sono altre e più sottili forme di struttura tribale.

C’è Il Libro Di Pochi (o L’Autore Di Pochi, o anche L’Argomento di Pochi), e allora la faccenda diventa simile a una piccola massoneria letteraria. Ci si riconosce dalla citazione buttata lì, dalla copertina sbirciata in treno, dal paragone eccentrico, dalla dichiarazione d’interesse – quando tutti gli altri sobbalzano o guardano con occhi vitrei, tutti tranne una persona, e allora ci si saluta con un sorriso d’intesa e comprensione. “Ah, anche a te piace Lord Jim…” E non cito LJ a caso, perché quest’altra persona che condivide il nostro raro interesse letterario la guardiamo con affetto quasi possessivo. È uno di noi.

E naturalmente, oltre a riconoscersi, ci si fa riconoscere. Di recente parlavo della mia ossessione marloviana e gl’interlocutori cominciano a levare gli occhi al cielo. “Oddìo, un’altra…!” Levo un sopracciglio e… “No, è che abbiamo questa amica che parla sempre di Marlowe. Bisogna che vi mettiamo in contatto.”*

Variante speculare di questa forma è “Ah, anche tu detesti…” diciamo un titolo a caso? Diciamo Le Petit Prince? In un mondo che venera il marmocchio siderale, un’avversione comune è un vincolo forte. Ci si sente una carboneria – noi che a nominarci il colore del grano ci vengono le convulsioni.

Poi ci sono le tribù che trascendono il singolo libro, autore e genere in favore del fine. Per esempio una Coscienza Civile. Con le maiuscole. Un tempo c’era un’implume che veniva da me a lezione di Italiano, Latino, Inglese, Francese e Storia. Le lezioni di Geografia erano rese superflue dal fatto che l’insegnante in questione interrogava a libro aperto. Le lezioni di Matematica erano state richieste e rifiutate a motivo della mia caprina ignoranza. Il tutto era reso doloroso dall’indole generale della fanciulla e dalla necessità di spiegarle ogni parola che avesse più di due sillabe… “Ma tu leggi?” Le chiesi una volta, in un momento di disperazione. “Oh, sì,” ribatté l’implume facendo gli occhi tondi. “Ho letto Il Razzismo Spiegato A Mia Figlia. Per la scuola.” Era l’epoca in cui, scoprii, tutti gli adolescenti leggevano Ben Jelloun, e non c’era insegnante  che si sentisse a posto se non l’aveva propinato ai suoi discenti. E i discenti si sentivano esclusi se non l’avevano letto. Esclusi dalla tribù della gente per bene e non razzista, in definitiva. In questo senso e in anni più recenti, Saviano è assurto al rango di totem tribale: quanta gente è convinta di avere acquisito una coscienza civile perché ha letto Saviano? E qui si tratta di un’appartenenza feroce e onnicomprensiva. Bisogna condividere ogni parola che Saviano dice, bisogna apprezzare ogni comparsata televisiva o otherwise che Saviano fa. Se si critica Saviano, anatema**!

Ma non è detto che si tratti di coscienza. C’è anche la Cultura. Sempre con la maiuscola. Forse ho già citato la signora che, ogni volta che si parlava di libri, citava a) Verdi Colline d’Africa e b) Via col Vento. Se poi si virava sulla musica, ecco che compariva il Triplo Concerto di Beethoven. Era il suo modo di dire “sono una persona colta. Vero che sono una persona colta? Ma certo che sono una persona colta.” Quella che Davide Mana chiama rassicurazione sociale.

Claro que, a seconda della tribù di appartenenza, le letture legittimanti cambiano in quantità e qualità. A Mantova, per esempio, leggere gli autori del Festivaletteratura è socialmente indispensabile. Un’altra signora, un’altra volta, m’informò che lei leggeva tantissimo***: “Saviano, Hosseini, Mazzantini, L’Eleganza del Riccio…” E siccome me ne stavo lì con il sopracciglio levato e l’aria di chi attende, la signora si arenò, un po’ sconsolata e non del tutto certa di avere prodotto l’impressione cui mirava. Sì, lo so: sono malvagia.

Il che mi porta ad esaminare un’altra funzione tribale – il proselitismo. Avete idea di quanta gente mi abbia consigliato (con maggiore o minore insistenza) di leggere il dannatissimo riccio barberiano? E mi colpiva una costante su cui, in un modo o nell’altro, tutti i miei would-be evangelizzatori arrivavano a battere: la certezza che Il Libro avrebbe aggiunto un quid di luce e gioia alla mia vita. Alla fine – come forse qualche lettore di vecchia data ricorderà – cedetti, lessi e riversai le mie tenere impressioni in un diario di lettura*** che, a rileggerlo, mi sconsola per la sua acidità. E comunque non credete che razzoli come predico: quanta gente ho tentato di indurre a leggere Lord Jim? Sono abbastanza convinta di non possedere spirito missionario – ma ci sono alcune piccole eccezioni, come LJ, le Fosse di Katyn…

Epperò non divaghiamo, e giungiamo invece a conclusione con la più semplice, la più diffusa, la più informe e forse la più potente varietà di libro-come-rito-tribale. Quella che scatena i grandi numeri, che rassicura tanto, che parte in automatico, che non ha nulla a che vedere col libro (forse, a ben vedere, neppure con il fatto che sia un libro) e che fa felici i Ragazzi del Marketing. Il puro e semplice istinto del branco, quello per cui lo gnu va nella direzione in cui vanno tutti gli altri gnu. Se tutti gli gnu leggono Volo, allora il singolo gnu leggerà Volo. Ma quando tutti gli gnu leggevano Hosseini, Barbery, Tamaro, Baricco, Eco, il nostro gnu singolo leggeva… you guessed it. Perché c’è sicurezza nel numero e, forse ancor più, c’è pericolo senza il numero. Pericolo in senso lato (metti mai che al guado ti capiti un coccodrillo che vuole discutere di poesia persiana…), diversità, emarginazione… Tutta roba vecchia come le colline.

Per cui, la mia teoria è che sì: il libro è un arnese eminentemente tribale – nei casi più estremi totem, tatuaggio e prova iniziatica in un unico grazioso pacchetto parallelepipoidale.

Che ne dite?

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* Ci si fa riconoscere, e sospetto che si sia anche un cilicio per i non adepti, perché questi “vi mettiamo in contatto” hanno sempre un curioso tono a mezza via tra la rassegnazione e un barlume di sollievo – come se la padrona di casa stesse macinando tra sé “così la prossima volta a tavola le metto vicine, parlano tra loro e riduciamo il rischio di incidenti…”

** Ah no, dimenticavo: ci fu un caso in cui Saviano rischiò di perdere il favore della sua tribù, e fu quando partecipò alla maratona oratoria per Israele. In quella circostanza, un buon numero dei suoi seguaci lo bollò come traditore e proclamò a gran voce la necessità di togliergli la scorta. Fickle things, this tribes…

*** Va bene, lo confesso: all’inizio dei corsi lo dico sempre – per scrivere bisogna aver letto tanto e leggere ancora di più, taran taran taran. Vorrei che fosse un’ovvietà un tantino superflua, ma non è sempre così.

**** Prosegue qui. E qui. E finisce qui. Sono ancora convintissima di quel che ho scritto – solo che sono stata un nonnulla abrasiva – forse.

Gen 23, 2012 - grillopensante, musica    5 Comments

Tenori? No, Grazie

Prima una segnalazione di servizio: leggete il post odierno di Davide Mana sul blog strategie evolutive*. A dire il vero, fareste bene a leggerli spesso, i post di Davide, ma oggi si parlerà di fenomeni sociali e fenomeni culturali – indulgendo a un prurito scatenato da questo post. Credo che Davide tenda a postare nel corso del pomeriggio, per cui recatevici verso sera, magari. Ne riparleremo anche qui.


Detto questo, se non vi dispiace, oggi parliamo di tenori.


“Che cos’hanno i tenori, in fondo, a parte gli acuti?” chiede il booklet di questo disco, No Tenors Allowed, e procede a dimostrare che bassi e baritoni sono tutta un’altra musica.

 

Il disco è una gioia da ascoltare, con Thomas Hampson e Samuel Ramey in gran spolvero e una scelta di duetti quasi completamente felice (personalmente avrei potuto fare a meno di Un Giorno di Regno), e anche il booklet comporta una certa quantità di soddisfazione se si è di quelli che non riescono a simpatizzare con il Tenore, a nessun patto.

 

Voglio dire, so che la solidità narrativa del libretto non è precisamente una priorità, ma prendiamo il Tenore ottocentesco medio: nella maggioranza dei casi, l’infermità mentale resta l’ipotesi più benevola. Ovviamente non parlo dei cantanti, ma dei personaggi, che per psicologia, motivazioni, complessità e sfumature riescono quasi sempre ad essere il buco drammaturgico del libretto, e che tendono a suggellare il proprio destino con atti di una stupidità epica.

 

C’è il Trovatore, bandito, fuorilegge, ladro di fidanzate altrui, che invece di far liberare la mamma zingara dalla masnada che comanda, va a cacciarsi di persona nell’ovvia trappola, cantando “Di quella pira”; c’è Foresto, capace solo e soltanto di mugugnare perché Odabella, catturata da Attila, se ne resta prigioniera, salvo respingerla con sdegno ogni volta che lei trova il modo d’incontrarlo; c’è il Principe Calaf, che due minuti scarsi dopo avere visto Turandot da lontano, decide che ha sofferto troppo per amore, e quindi si getta nell’impresa suicida, abbandonando il vecchio babbo cieco e bisognoso, appena ritrovato in mezzo alla folla (per non parlare della fulminea prontezza con cui perdona alla principessa l’assassinio preterintenzionale di Liu). E che dire di Don Carlo, così ansioso d’informare il Re suo padre che il defunto Marchese di Posa  si era accollato colpe non sue solo per salvare lui, Carlo? Peccato che, una volta svelato l’arcano, Carletto torni ad essere (comprensibilmente, se lo chiedete a me) sulla lista nera del Re, col risultato che il Marchese ha preso una fatale archibugiata nelle costole per nulla.

 

E in tutto questo, che fanno bassi e baritoni? Dipende: il Conte di Luna (Baritono) si barcamena tra instabilità politica, amore non corrisposto e vendette personali, finendo coll’uccidere involontariamente il fratello perduto che aveva cercato per tutta la vita; Attila (Basso) comanda un’orda, distrugge Aquileia, respinge con sdegno un’alleanza disonorevole, ed è così carismatico che nessuna donna che non fosse costretta dal libretto lo scarterebbe a beneficio di Foresto; Re Timur (Basso) sopporta con dignità i colpi della sorte e si affanna per le intemperanze del figlio dissennato; il Marchese di Posa (Baritono) esita tra i doveri dell’amicizia, il destino dell’umanità, e un vecchio re pronto a fidarsi di lui, riuscendo solo a produrre conseguenze tragiche per tutti; e Re Filippo, ah, Re Filippo deve vedersela con le Fiandre protestanti, una moglie (forse) infedele, l’Inquisizione feroce, i cortigiani sicofanti, un figlio mentecatto, la solitudine della corona, il tradimento di un giovane amico, e il fantasma di suo padre, e scusate se è poco.

 

Insomma, il Tenore sarà anche l’eroe eponimo, ma spesso è una figura bidimensionale che fa cose mortalmente stupide. Da un punto di vista narrativo, molti Tenori sembrano avere una funzione sola: innescare situazioni della trama in cui si esplicano i ben più complessi e convincenti conflitti che tormentano Bassi&Baritoni… E siccome si parla di librettisti diversi e fonti letterarie di provenienza diversa, temo di doverne concludere che il ruolo di “primo amoroso” sia stato lungamente abbandonato a una caratterizzazione sommaria.

 

Tenore: tizio provvisto di acuti, di un cervello sommariamente equipaggiato e di (almeno) un soprano determinato a sposarlo, per motivi non sempre comprensibili.

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* Sic, sic, sicchissimo. Dietro specifica richiesta dell’autore. Sono stata amichevolmente redarguita una volta per avere usato le maiuscole e non lo faccio più…

Milionidicopie

Poco prima di Natale mi è capitato di discutere di libri, di società e di massimi sistemi con una signora, una docente che chiameremo Mme X.

“E cosa mi dici di questo fenomeno Volo?” mi chiede a un certo punto Mme X.

Rispondo che non ne dico nulla. Devo confessare di non aver letto nulla di suo – non una riga – e di non avere intenzione di farlo.

“Sei una terribile snob,” mi si dice allora.

Mi confesso serenamente colpevole, spiego che tendo a non leggere nulla che sia circondato da tanto hype, e inizio con la mia teoria del Lettore Casuale…

“Ma qui non si tratta di hype! Stiamo parlando di milionidicopie, di traduzioni in altre lingue: questo è un fenomeno sociale! Io mi sento tenuta a leggere Volo per studiare il fenomeno sociale, e se sostieni di essere interessata alla società e alla letteratura, se chiami te stessa una scrittrice, devi fare altrettanto.”

Rispondo che, se così fosse, dovrei passare la vita a leggere libri di cui non m’interessa un bottone, vista la frequenza con cui le case editrici sfornano questo genere di fenomeni sociali…

Apriti cielo e spalancati terra! Mme X mi accusa di essere una qualunquista e di ricorrere alla facile polemica. Ma in realtà, mi rivela, non puoi incantare milioni di lettori con il marketing. Una volta, forse – ma un ripetuto successo su questa scala è sintomo certo di un Fenomeno Sociale*.

Cito una manciatina di casi di gente che, una volta imbroccato il genere giusto, ha costruito notevoli carriere sulla base di una successione di libri mediocri e privi di particolare significato sociale…

“Non sto parlando di notevoli carriere. Sto parlando di milionidicopie: un Fenomeno Sociale.”

“Sì, ma resto dell’idea che anche i milionidicopie si costruiscono, si pilotano e si vendono: guardi la Tamaro, guardi Dan Brown, guardi Il Nome della Rosa, guardi Twilight…”

Mme X comincia mandar fuoco dalle narici: come oso paragonare Volo ed Eco, uno dei più grandi intellettuali [segue lungo panegirico]? E, incidentalmente, che cosa è Twilight?

“Non sto paragonando affatto. Sto accostando a dimostrazione del fatto che i milionidicopie non hanno nulla ha che vedere col valore letterario, né con la capacità di presa popolare, né con il livello intellettuale del libro. E nemmeno col fatto che il libro risponda o meno a qualche profondo bisogno della società. E davvero non ha mai sentito nominare Twilight? Milionidicopie. Un Fenomeno Sociale.”

Spiego per sommi capi di che si tratta, e Mme X arriccia il labbro in aperto disgusto. Twilight, vedete, è roba americana. “Una società che non conosco e su cui non mi permetterei mai di esprimere giudizi.”

Faccio notare che una buona fetta dei milionidicopie in questione sono stati acquistati in Europa e in Italia, al che Mme X torna a virare in direzione Volo, col già utilizzato argomento secondo cui è da qualunquisti dire che è tutta questione di marketing…

Dopodiché smetto di riportare la disputa passaggio per passaggio, ma vi elenco qui alcuni dei dubbi che ho esposto a Mme X – senza riceverne risposta.

– Quanta gente legge (oppure compra, sfoglia, accantona e si convince di avere letto) un libro perché “lo leggono tutti”? L’istinto del branco è potente…**

– Quanta gente regala il libro del momento perché è il libro del momento?

– Quanti libri del momento diventano il libro del momento perché c’è chi ripete con sufficiente convinzione ed entusiasmo che si tratta del libro del momento?

– Quanto conta il “personaggio” dietro il libro? A parte tutto il resto, Volo era già un notissimo personaggio televisivo quando ha cominciato a pubblicare. Vogliamo far finta che non conti? Da questo punto di vista, credo che il fenomeno Volo abbia anche un’altra sfaccettatura più sottile: con la sua infanzia di provincia e i suoi studi sporadici, Volo fa tanto “uno di noi” che ce l’ha fatta. Uno con cui identificarsi. Ricordate La Fenomenologia Di Mike Bongiorno, tanto per citare di nuovo Eco?

Insomma, non sto dicendo che i libri di Volo siano necessariamente brutti (anche perché, ripeto, non li ho letti). Quello che sostengo è che i milionidicopie non bastano a fare di un libro un Fenomeno Sociale, perché consistenti quantità di quelle copie possono essere frutto di fattori e operazioni che non hanno nulla a vedere con quel che sta fra una copertina e l’altra. I milionidicopie di gente autopubblicata come Hocking e Locke sembrano indicare che le cose possono andare diversamente – ma fino a un certo punto. Meccanismi come l’istinto di branco continuano a funzionare, e sono senz’altro Fenomeni Sociali, ma indipendentemente dal libro per cui lavorano, non credete?

Per cui: no, Mme X. Non mi metterò a leggere bestseller per il fatto che sono bestseller. Ho già usato la scusa “m’interessa capire che cosa ci trova tutta la gente che lo legge” per leggere bestseller che in realtà volevo leggere pur vergognandomene un po’, perché – come ognun sa – sono genre-snob. Mi secca un pochino essere genre-snob e sto cercando di curarmene. Ma non ho intenzione di usare i milionidicopie come criterio per la scelta, anche solo occasionale, delle mie letture. E se questo è un altro genere di snobismo, Mme X, credo proprio che me lo terrò – insieme alla mia dose di cinismo nei confronti del marketing editoriale. 

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* Sì, il Fenomeno Sociale ha acquisito maiuscole. Credetemi, a questo punto della conversazione le aveva acquisite per Mme X, e non c’era da sbagliarsi in proposito.

** Fate questo esperimento: la prossima volta che vi trovate in una stanza affollata, provate a dire a voce ben alta che non avete mai letto Saviano. Ci vuole forza d’animo per resistere al genere di disapprovazione che vi pioverà addosso…

Un (e)Romanzo Nella Cappelliera

Avevo detto che ne avremmo riparlato, ed eccoci qui. Torniamo a rimuginare su Librinnovando, o piuttosto sulla sessione “Contenuti & Contenitori: l’evoluzione dell’eBook e nuovi contenuti editoriali”, che si è rivelata singolarmente istruttiva nella sua capacità di sollevare dubbi e domande. E questo, preparatevi, sarà un post pieno di dubbi e di domande.

Il sugo della sessione era, apparentemente, che l’editoria dispone di nuovi e straordinari mezzi e, per sfruttarne appieno le potenzialità, non basta buttare nel calderone digitale il materiale cartaceo esistente così com’è: occorre crearne di nuovo, pensato in funzione delle possibilità dei nuovi mezzi.

So far, so good. Un testo o un’illustrazione nati per la lettura tradizionale sono proprio “solo” questo, e poco importa che li si veda su carta o su uno schermo, ma le nuove tecnologie consentono di guardare in quelli che il fumettista Tito Faraci ha efficacissimamente descritto come “gli spazi bianchi tra le vignette”…

A illustrare il concetto in modo particolarmente vivido ci ha pensato Giorgia Conversi di Elastico App, mostrandoci in video l’anteprima della bellissima app per iPad Pinocchio. Bellissima e stupefacente (date un’occhiata qui per convincervene): il piccolo “lettore” ha la possibilità di esplorare e spostare  tutti gli elementi delle illustrazioni, scoprendo quel che c’è dietro. Attraentissimo, in via di principio: da bambina sognavo di entrare nei libri, esplorarne il mondo e incontrarne i personaggi… devo ammettere che il lavoro di Elastico App ci va abbastanza vicino. L’app dialoga con il “lettore” a più livelli – più o meno latenti, come dimostra la scena celebre in cui pinocchio si brucia i piedi addormentandosi davanti al camino, e la musica, una tenera ninnananna, è pensata nel preciso intendo di rallentare la percezione della drammaticità della scena. Solo in un secondo momento il “lettore” nota il problema di Pinocchio – assistito da un provvidenziale fulmine sullo sfondo. E questa, lasciatemelo dire, è regia a tutti gli effetti. 

Molto bello, ma quali sono gli sviluppi di tutto ciò? In che direzione si sta andando, di preciso?

Intanto si capisce che la letteratura per fanciulli è destinata ad essere un campo privilegiato da questo punto di vista e, dice Marco Dominici, lo stesso vale per la didattica, in un’ottica di abbandono dell’apprendimento lineare. Una didattica flessibile e scomponibile, una didattica personalizzabile all’estremo. E qui devo dire che Dominci è una persona molto in gamba e un ottimo oratore, ma non finisce di convincermi. È possibile che io sia soltanto vecchia, ma quando sento parlare di approfondimenti costituiti da “una serie di piccoli – ma piccoli, eh? – moduli”, solleverei volentieri le antenne, se ne avessi. È davvero possibile approfondire alcunché a colpi di piccoli – ma piccoli – video di due minuti? Non dubito che brevità e impatto visivo favoriscano l’apprendimento, ma tutto ciò mi ricorda un po’ il modo in cui, al Ginnasio, nei momenti di disperazione mettevo in musica elenchi e formule che non riuscivo a memorizzare. A vent’anni di distanza sono in grado di canticchiare che nella Quollà etiope si coltivano dura, mais, cotone e tabacco*, e posso richiamare le proprietà delle particelle grazie a un certo Studio di Chopin… il problema è che non ricordo né cosa fosse la Quollà né a quali particelle appartengano le propietà. Brevità e impatto visivo (o sonoro nel mio caso) hanno funzionato come escamotage d’emergenza, ma non come sistema di apprendimento altro che mnemonico. E poi vogliamo parlare dell’apprendimento incrementale? Forse può non essere del tutto necessario in fatto di lingue (almeno una volta superato un livello base), ma si può davvero studiare la storia in modo non lineare? Come capirò il Medio Evo se non ho studiato l’Impero Romano? E l’Impero senza la Repubblica? Che ne sarà del rapporto di causa ed effetto e della soglia di attenzione quando i discenti avranno a che fare con una vasta scelta di brevi moduli misti assortiti?

E a dire il vero, non posso fare a meno di pormi la stessa domanda a proposito dei lettori. I libri tradizionali continueranno ad esistere, si dice. La lettura pura non scomparirà. Vero – almeno nelle intenzioni, ma quale sarà l’atteggiamento di fronte alla lettura pura dei nativi digitali allevati ad app come quelle realizzate da Jekolab? Silvia Carbotti ci ha presentato alcuni degli adorabili prodotti realizzati dallo studio, come questi Tre Porcellini, destinati a un pubblico prescolare e realizzati in collaborazione con la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Torino. Anche qui, come in Pinocchio, la parola chiave è interattività: i piccoli “lettori” sono incoraggiati a esplorare il mondo della storia mentre una voce narrante racconta quel che accade. “Volevamo una voce femminile, calda e accogliente, che richiamasse l’idea di una mamma,” ha detto Carbotti. “Volevamo creare un’esperienza di lettura attraente e accattivante.” Già, ma proprio questo è il punto cruciale: si tratta davvero ancora di un’esperienza di lettura? Qual è la differenza tra I Tre Porcellini di Jekolab e una app contenente un gioco? Che cosa ne fa un libro?

Perché è logico immaginare che il bimbo cui sono destinati i Porcellini, quando avrà tra i sei e gli otto anni leggerà il Pinocchio di Elastico – e in proposito Conversi ci ha raccontato una storia molto interessante. Pare che il progetto originario non prevedesse una voce narrante. “Ci aspettavamo che i bambini di quell’età leggessero il testo semplificato accostato alle illustrazioni.” Poi è successo che il blog del progetto, su cui era possibile seguirne e commentarne l’evoluzione, sia stato inondato di richieste di genitori che bramavano una voce narrante – e così Elastico ha aggiunto una narrazione affidata a più attori e provvista di effetti sonori. “E ci siamo accorti che era meglio così, perché il testo, che prima restava in secondo piano rispetto agli enhancements, tornava ad essere rilevante.”

Ecco che ci siamo. O mon présage fatal… Il testo, vedete, non è più in primo piano. Non è più così rilevante, perché è soffocato dagli enhancements e da solo non ce la fa a catturare l’attenzione del piccolo “lettore”.

E quindi, dov’è finita l’esperienza di lettura? A tre anni il lettore in fieri sposta porcellini e lupi in giro per uno schermo, a otto gioca con le meravigliose illustrazioni di Pinocchio e (forse) ascolta la storia letta dalle voci recitanti, e a quindici apprende la storia della letteratura in moduli non lineari corredati da approfondimenti di due minuti. Quando, come, dove, da chi verrà iniziato alle gioie, alle fatiche e all’enorme soddisfazione intellettuale della lettura pura? Al rapporto individuale, imprevedibile e mai esausto tra il lettore e il testo?

Ecco, in tutto questo parlare di interattività mi sembra che ci si lasci sfuggire qualcosa. C’è un’altra collana di app prescolari di Jekolab – deliziosa e inquietante ed estremamente simbolica, I think. Si chiama Ditamatte, ed è una i-versione del buon vecchio libro da colorare. Date un’occhiata al video, e vedrete che il gioco consiste nel toccare la schermata su cui appare un disegno in bianco e nero che si colora al contatto. Immagino che sia divertente, ma se ho capito bene non c’è modo di scegliere i colori e non c’è modo di uscire dai contorni, perché è tutto già predisposto – si tratta solo di toccare la superficie con un sufficiente grado di energia**. Il grado di interattività manuale è elevato – ma dov’è l’interattività intellettuale? Dove sono le scelte, le intenzioni, il gusto, gli errori e la fantasia del bambino? Lo stesso, temo, vale per la lettura: l’idea di futuri lettori troppo occupati a badare a quel che fa il marchingegno per fare qualcosa a loro volta – e magari anche per badare a quel che ha fatto lo scrittore – mi sconcerta. Molto.

Qualche anno fa era uscito un romanzo storico in forma epistolare di cui non ricordo né il titolo, né l’editore né l’autrice (ma brava, Clarina!). Ciò che ricordo è che era uscito in due versioni – quella tradizionale e quella “nella cappelliera”. A un prezzo esorbitante, era possibile avere, anziché un volume a copertina rigida, una cappelliera piena di lettere manoscritte, disegni e fotografie sbiadite – il tutto dall’aria molto autentica. Era molto bello ed era, non c’è altro modo di definirlo, un ur-enhancement. Era anche dissennatamente costoso e rimase un’isolata eccentricità editoriale. Adesso è possibile ricreare un’esperienza del genere in modo virtuale per una frazione del costo, in modo assai più accessibile e comodo.

Ma siamo sicuri di volere libri, didattica, storie per bambini – tutto confezionato in cappelliera, colorato, attraente, accattivante, predigerito e pieno di bells&whistles? Perché non posso fare a meno di chiedermelo: dentro la e-cappelliera manipolabile, manipolatrice e (forse) interattiva, che ne è dell’individualità, dello spirito critico e dell’immaginazione del lettore?

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* Sulla melodia di “Maramao Perché Sei Morto”, in case you wonder.

** E devo proprio chiedermelo: quanto è robusto lo schermo di un iPad?

Questioni D’Iridescenza

In teoria, la fedeltà alle fonti storiche è il primo articolo del mio credo di autrice. Voglio dire: in un mondo perfetto, il mestiere del romanziere storico consisterebbe nel ricreare quello che non sappiamo sulla base ed entro i limiti di ciò che sappiamo.

Il mondo non essendo perfetto, alle volte il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo è un tantino confuso, e anche ciò che sappiamo non è poi così certo.

Il mondo non essendo perfetto, inoltre, i romanzieri storici hanno una certa tendenza a non razzolare tanto bene quanto predicano. O almeno io ce l’ho. Sia chiaro: faccio sempre del mio dannato meglio per non contraddire nessuna fonte certa, per attenermi ai fatti, per essere tanto precisa quanto posso con date, luoghi e persone…

E tuttavia, se esistono versioni differenti, fonti che riportano diversamente lo stesso avvenimento, la stessa battaglia, lo stesso personaggio? Non è colpa mia, giusto? E succede, sapete? Forse non avete idea di quanto spesso succeda… E che cosa può fare in questi casi una povera ragazza? *makes cocker spaniel eyes*

Be’, questa povera ragazza ha raggiunto un compromesso con se stessa e con la Storia: in caso di fonti non uniformi o contrastanti, sceglie sempre la versione che le fa più comodo dal punto di vista narrativo…

Sì, sì – questa ragazza sa perfettamente che esistono gerarchie delle fonti e criteri per stimarne, se non proprio stabilirne, l’affidabilità, ma al tempo stesso, ringrazia spesso il Cielo che, per le sue vie e ragioni imperscrutabili, l’ha condotta a scrivere narrativa anziché saggistica.

Piccolo esempio illuminante: visitando il palazzo dell’Ajuntament a Barcellona, ci si ritrova a un certo punto nel Salò des Cròniques, dove nel 1929 Josep Maria Sert ha dipinto un ciclo di affreschi che narrano le vicende di Roger de Flor, cavaliere senza macchia e senza paura, che dopo aver generosamente salvato l’Impero Bizantino da qualche tipo di Turchi, viene ricompensato con l’inganno, il tradimento e l’omicidio. Che pessima gente sono questi Bizantini… Ebbene, più guardavo gli affreschi, più mi sembrava che ci fosse qualcosa di strano. Ero certa di avere ricordi in proposito: i nomi erano quelli, il secolo era quello, eppure la storia non quadrava. Poi, folgorazione! Ma certo, Roger de Flor, ex Templare, pirata e capitano della Compagnia Catalana – una delle più costose, pericolose e celebri compagnie mercenarie del XIII secolo. A sentire i bizantinisti anglosassoni (gente come Norwich e Runciman), il suo “generoso aiuto” veniva a un prezzo astronomico (comprendente, tra molte altre cose, la mano di una principessa imperiale) e, una volta respinti i Turchi, i Catalani si rivelarono il classico rimedio peggiore del male, scatenandosi in saccheggi, incendi, stupri e distruzioni miste assortite in giro per l’Impero… E allora i Bizantini, che non andavano tanto per il sottile, adottarono la sperimentata tecnica tradimento-assassinio. Quando si dice a mali estremi… con quel che segue.

Rogerelaprincipessa.jpgInsomma, due storie diametralmente opposte. A sentire Norwich, Roger era un pessimo soggetto; i Catalani hanno l’aria di pensarla diversamente. A Barcellona c’è una Calle Roger de Flor. Ci sono monumenti, hotel, istituti intitolati a lui. Ci sono siti web celebrativi… Una rapidissima ricerca su Google rivela almeno una trilogia di romanzi storici che ha Roger e i suoi Catalani, o Almogàvares, per eroi, ma non mi stupirei se ce ne fossero altri.

E tuttavia, se io volessi scrivere un romanzo i cui protagonisti ed eroi fossero gli Imperatori Paleologi, Andronico II e Michele, intenti a salvare il loro impero da quello stormo di cavallette, gli Almogàvares, capitanati dal crudele, esoso e infingardo Roger? Il bello è che potrei! Anzi, non sono nemmeno certa che qualcuno non l’abbia già fatto – di sicuro le fonti lo consentirebbero senza eccessivi patemi d’animo.

La morale di tutto questo è varia. In primo luogo, un romanziere storico può fare pressoché di tutto anche conservando una coscienza decente; e questo è cosa buona e giusta per la letteratura, se non proprio per il fegato degli storici. In secondo luogo, ma in realtà questo è il punto fondamentale, non da oggi penso che la Storia abbia un quid d’inafferrabilità. I contemporanei la narrano con un’ottica deformata dalla loro posizione al suo interno; i posteri la interpretano da distanze cronologiche e culturali che non possono non essere deformanti a loro volta. Aggiungiamo a questo che i documenti vanno perduti, o sopravvivono in modo parziale, o vengono trascurati, e che il peso relativo dei fattori di valutazione cambia attraverso i secoli… È inevitabile: come dice Gianni Granzotto nel suo Annibale, “ci sono cose che non sapremo mai. Cose che non sappiamo più”.

E questo è forse uno degli aspetti più affascinanti della Storia. Per gli storici sono vuoti da riempire cercando e ricercando, e per i romanzieri è un’iridescenza (o un’opacità, a seconda dei casi) da raccontare ancora e ancora, da ricreare, da immaginare. E non sempre nello stesso modo – anzi.

Alla fin fine, la forza vitale di tutte le cose risiede sempre in ciò che ancora non sappiamo.

 

Il Dilemma Del Recensore – Un Esame Di Coscienza

Tutto è cominciato con questo post di Davide Mana sul suo Strategie Evolutive (bel blog di libritudini, intelligente e ironico – da tenere d’occhio, by the way).

I recensori, dice Davide, si son messi a fare i critici e/o gli editor, e invece di offrire al lettore i lumi essenziali di cui il lettore è in cerca per decidere se il libro valga o no i suoi quattrini e il suo tempo, si lanciano in astruse disamine critico/tecniche.

Ma una recensione è un’altra cosa, dice Gene Siskel (riportato da DM): “Io sono un reporter, ed il soggetto del reportage è come io mi sono sentito guardando questo film.”

E qui cominciamo a divergere da Strategie Evolutive. La citazione mi blocca sulla soglia di un esame di coscienza, perché in realtà può darsi benissimo che “io” mi sia sentita colma di furore crociato per la quantità di minute o maiuscole irregolarità tecniche impilate dal regista/scrittore. È del tutto possibile che il recensore che fiammeggia riga dopo riga brandendo una copia corazzata di Strunk&White non faccia altro che prendere un po’ troppo alla lettera la massima di Siskel.

Ed è vero anche che un elenco dei paragrafi in cui l’autore ha detto anziché mostrare non mi è di grande aiuto nel decidere se voglio o non voglio leggere il libro in questione – anche perché nella maggior parte dei casi – e tanto più nella narrativa di genere – davvero non ci tengo a leggere particolari rivelatori sul plight del protagonista a pagina 434, grazie tante.

Mentre scrivevo questo ho avuto, credetemi, la grazia di arrossire – pensando alle mie analisi cruente… però datemi credito di una cosa: ho imparato a premettere le istruzioni per l’uso. Questa non è una recensione, questa è un’analisi: faremo il libro a pezzetti molto piccoli, smonteremo il giocattolo, riveleremo senza misericordia trama, sorprese e finale… Lo dico sempre, nevvero? Ma d’altra parte, e questo mi sembra fondamentale, SEdS è quel genere di blog: i miei lettori sanno che qui si parla di meccanismi narrativi, di tecnica e talvolta anche di editing.

E difatti non si tratta di recensioni.

Le recensioni sono quelle che scrivo, ad esempio, per la HNR – e qui qualche ulteriore scrupolo mi coglie. Per una serie di circostanze, come ho già avuto occasione di lamentare, mi sono ritrovata a recensire negativamente tre libri di seguito – e non è come se non fosse mai capitato prima. Rileggendo le mie doléances numero per numero ritrovo problemi narrativi e, più spesso, magagne stilistiche – più un certo numero d’inaccuratezze storiche. Queste ultime mettiamole pure da parte: scrivo per una rivista specializzata, ed è ovvio che l’accuratezza storica sia un elemento fondamentale su cui richiamare l’attenzione del potenziale lettore. Ma il resto? Sto confondendo recensione e editing? infliggendo al potenziale lettore le mie ubbìe in fatto di goffaggini espositive e dialoghi stentati? Sto soggiacendo alla mia conclamata ossessione per la fabula?

Confesso, arrossendo di nuovo e chinando contrita il capino, che la cosa non è del tutto impossibile.

E tuttavia…

Penso a una collega HNRiana che si limita a raccontare la prima metà della trama. Ho fatto acquisti molto incauti leggendo le sue recensioni. Penso alla volta in cui, lievemente incredula, cercavo recensioni su un libro (pubblicato in Italia) e trovavo soltanto citazioni verbatim della IV di copertina – del tutto inutili perché, a dispetto delle premesse allettantissime, il libro era davvero brutto.

E so benissimo che non è questo che intende Davide Mana. La sua posizione in materia è che le regole sono per gli scrittori e non per i lettori – e condivido in pieno. Il fatto si è che quando parliamo di scrittura, non mi stancherò mai di dirlo, la forma è sostanza. La sostanza non giungerà mai (o almeno non giungerà bene) al lettore se non è in buona, attraente e ragionata forma. Per cui, se è vero che le “regole” sono per gli scrittori, è pur vero che l’effetto delle regole è rilevante dal punto di vista dei lettori. Non vorrò spiegare dettagliatamente al lettore che l’autore X si macchia del gravissimo peccato di dire anche quando dovrebbe mostrare, ma sarà caritatevole da parte mia avvertirlo che il libro non risulta coinvolgente – perché questo al lettore interessa molto.

Pertanto, credo che qualificherò un pochino la massima siskeliana: il soggetto del reportage è come ritengo che si sentirebbe il potenziale lettore leggendo il libro – perché “io” potrei avere il dente avvelenato, l’ossessione della fabula, la deformazione professionale o whatever.

Che ne pensate? Che cosa cercate in una recensione?

Editor, Autori, Editori, Lettori

La prossima volta che qualcuno mi chiede cos’è che fanno gli editor di preciso, potrei citare (senza nessuna particolare soddisfazione) questa storia riportata da Il Giornale del 23 settembre.

Capita che a Pordenonelegge si organizzi un incontro pubblico tra una manciata di editor provenienti da grandi case editrici e cinque aspiranti scrittori. È una cosa un pochino sadica – voglio dire: esporsi alla vivisezione editoriale davanti a una platea pagante… ugh! – ma potenzialmente istruttiva sotto più di un aspetto. Per esempio perché non sono l’unica che si sente rivolgere la domanda qui sopra, e perché a molti lettori e aspiranti scrittori piacerebbe sapere come funziona la selezione in una casa editrice…

E in effetti la platea è fitta, e guarda affascinata mentre gli editor passano al tritacarne i cinque racconti, suddividendoli in meritevoli e notevoli – seppure non in questi termini. Salvo poi sentenziare che gli autori dei notevoli, pur bravissimi, erano impubblicabili. Troppo sofisticati, troppo démodé, troppo sperimentali, troppo colti… sempre qualcosa di troppo per il pubblico italiano.

Non del tutto incomprensibilmente, la fetta di pubblico italiano presente non ha apprezzato troppo, e ha applaudito con entusiasmo l’arringa del moderatore Giorgio Vasta contro le politiche editoriali italiane in fatto di qualità. Pare addirittura che, dall’ultima fila, una signora abbia vivacemente contestato gli editor che ripetevano in coro “non c’è pubblico, non c’è pubblico, non c’è pubblico,” con un intervento sulla classica linea “e io cosa sono, macinato di fegato?” E non c’è che dire: gliel’hanno servita su un piatto d’argento.

Ecco, se a Finzioni volessero un caso da manuale per il Libretto Rosa, questo di Pordenonelegge potrebbe servire molto bene al caso. Forse non m’ispira maggior fiducia nella praticabilità delle loro ricette, ma di certo conferma la lucidità della loro diagnosi: il mondo editoriale non ha il minimo riguardo per i lettori – né remore a spiattellarglielo in faccia, questo scarso riguardo. E questo è in tutta probabilità un cortocircuito un tantino suicida. La mia esperienza in materia è forse limitata, ma se volessi tenere un mercato lieto e indiscriminatamente vorace, non credo che manderei i miei a dire al mercato stesso “vi rimpinziamo e vi rimpinzeremo sempre e solo di roba mediocre, perché non vi crediamo capaci di digerire nulla di più sofisticato.”

Mi stupisco degli editor: dovrebbero sapere che al pubblico non piace essere trattato con supponenza – e quel che hanno prodotto a Pordenone era la più goffa e supponente combinazione di supponenza e Teoria del Bieco Mercato (TBM) che si possa immaginare. Perché può anche darsi che il sugo del discorso, invece che “noi capiamo che cos’è la Letteratura, ma voi no”, volesse essere “noi capiamo la Letteratura, ma gli editori ritengono che voi non siate in grado, e noi siamo condannati a scegliere solo le porcheriole che gli editori intendono propinarvi.” Può darsi. Ma se con questo credono di avere fatto una figura migliore, di avere ottenuto la stima del pubblico (che non c’è) o la gratitudine degli editori, direi che hanno sbagliato qualche calcolo.

Per cui, provate a chiedermelo ancora: che cosa fanno di preciso gli editor?

E io scuoterò il capino, tirerò un sospiro afflitto e risponderò: fanno harakiri editoriale davanti a una platea pagante.

 

Il Libretto Rosa Di Finzioni

finzioni magazine, libretto rosa, lettura, rivoluzioneAl grido di “Lettori di tutto il mondo, leggete!” Finzioni Magazine prepara la rivoluzione – e tanto per cominciare ne pubblica il manifesto.

Andate qui, scaricatelo nel formato che preferite, leggetelo e rimuginateci su. Ci troverete nobili intenzioni, qualche buona idea e soprattutto molti spunti di discussione.

E questo è il bello: Finzioni si propone soprattutto, come primo atto rivoluzionario, di avviare la discussione sull’argomento. Da oggi pubblica un capitolo per volta, aprendo il dibattito nei commenti.

Non importa molto se siete d’accordo oppure no: se avete mai letto un libro in vita vostra (and if you are here, odds are you have), non potete non avere un’opinione sullo stato attuale e sul futuro prossimo di lettura, letteratura ed editoria. E allora andiamo, leggiamo, discutiamo.

Non so dove arriverà Finzioni con la sua rivoluzione, ma una cosa è certa: varrà la pena di seguire attentamente gli sviluppi.

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Non fatevi strane idee: non ho ripreso a postare tutti i giorni. È che qui accadono accadimenti in continuazione – le edizioni straordinarie servono a questo, you know