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Festivaletteratura 3 – Claudio Magris

festivaletteratura, claudio magris, danubio, microcosmi, realtà e immaginazioneTrattandosi di me, era quasi un miracolo che non fossi ancora arrivata in ritardo a nessun evento del Festival – e infatti è successo ieri: quando sono approdata in Piazza Castello, Claudio Magris aveva cominciato a parlare da quasi dieci minuti…

Per cui, spero di non avere perso nulla di troppo fondamentale – o quanto meno, nulla che abbia pregiudicato la mia comprensione di quel che ha detto dal decimo minuto in poi*.

Detto ciò, l’incontro s’intitolava “La verità è più bizzarra della finzione” e, quando sono arrivata, Magris stava raccontando di come, da scrittore approdato alla narrativa in seconda battuta, si sia sempre sentito un appassionato compilatore di realtà – e illustrava questa sua propensione raccontando di come (da bambino, presumo) lo affascinasse copiare lunghe liste di nomi, per esempio l’elenco dei trattato franco-spagnoli: Oviedo, Pamplona e altri nomi dal suono di leggenda…

L’idea mi è piaciuta molto (non ho più bisogno di confessare il fascino che i nomi esercitano su di me), ma non sono certissima che l’esempio illuminasse l’assunto di partenza. Voglio dire, può darsi benissimo che catalogare equivalga a interpretare la realtà, ma a quei cataloghi di nomi il piccolo Magris non era attratto dalla realtà un po’ tediosa dei trattati, bensì dalle immagini irreali – irrealissime – evocate dal suono dei nomi stessi, forse associati a memorie di cantari cavallereschi.

“Nomi che sembravano usciti dalle leggende come gli elenchi dei paladini nelle gesta di Orlando,” ha detto.

E allora sarà anche vero che “la realtà si afferma sempre,” come diceva ieri Magris adulto, ma forse il Magris bambino non se ne curava ancora granché.

Ma ecco una storia di anni più recenti, del Magris neo-narratore, sempre irresistibilmente “attratto dalla realtà” e alle prese con la storia (vera) dei Cosacchi trapiantati in Carnia nell’illusione di ricostituire uno stato cosacco. Non finì bene: l’ataman di questi esuli, il generale Krasnov, finì per arrendersi agli Inglesi, che promisero di non consegnarlo ai Sovietici, poi ruppero la promessa e lasciarono che fosse rimpatriato, condannato a morte e impiccato. Di questa storia circolò a lungo, e forse non è ancora del tutto cancellata, una romantica versione alternativa, secondo cui il generale Krasnov morì gloriosamente in battaglia. E Magris, che a questa tragedia cosacca aveva dedicato il suo primo racconto e, prima ancora, un lungo articolo per il Corriere della Sera, raccontava ieri di essersi ritrovato incapace di sposare senza riserve la versione storicamente provata. E non solo, badate bene, nel racconto, ma persino nell’articolo, che aveva consegnato al Corriere lardellato di condizionali, se, ma, e ogni possibile forma dubitativa conosciuta alla lingua italiana.

L’attrazione per la realtà? La realtà che si afferma sempre?

Per spiegarsi, Magris ha preso a prestito da Ernestina Pellegrini il concetto di futuri abortiti, ovvero quelle possibilità alternative che sono esistite concretamente finché i fatti non hanno preso un’altra direzione. Il generale Krasnov avrebbe potuto davvero morire in battaglia.

Vero, ma non sono certa che questo costituisca un trionfo della realtà sull’immaginazione, perché di fatto Krasnov non è morto in battaglia, e se la morte in battaglia ha un grado di realtà ipotetica superiore a quello, diciamo, dell’assunzione del generale al cielo in un cocchio, non ha standing di fronte alla effettiva e brutale realtà del tradimento inglese e dell’impiccagione. Quindi, i Cosacchi preferiscono raccontarsi la storia alternativa, e i persino i cronisti appassionati di realtà esitano a smentirla del tutto, perché è bella – ma non è particolarmente reale.

Così come, quando Magris dichiara di ispirarsi sempre a fatti reali per le sue storie, e si riconosca in quel personaggio del suo Danubio che ha scritto quasi sei chili di libro per descrivere nel più minuto dettaglio un piccolo tratto di fiume, e per quanto professi una meticolosa attenzione come forma di rispetto verso la realtà, io non dubito che tutto ciò sia vero, ma fatico a vedere un trionfo della realtà nella vicenda (reale) dell’uomo che raccontava la sua storia con le parole con cui Magris lo aveva raccontato in Microcosmi.

Se stesse a me, sarei tentata di leggere questa faccenda à la Greenblatt: la realtà dell’uomo ha dato sostanza alla storia di Magris, che poi ha finito col modificare la percezione della realtà dell’uomo ai suoi stessi occhi. Realtà e immaginazione qui mi sembrano davvero reciprocamente permeabili.

Così come quando si tratta di Stadelmann, il segretario di Goethe tolto dall’ospizio per commemorare il suo defunto padrone, e a sua volta morto suicida quindici giorni dopo avere fatto ritorno all’ospizio. “La storia è reale, ma le motivazioni del suicidio, quel che accadde dentro Stadelmann in quei quindici giorni, queste sono cose che deve supplire l’invenzione dello scrittore.” Il che è il naturale andare delle cose quando si scrive narrativa (o in questo caso teatro, credo) a sfondo storico – ma non mi colpisce come una decisa affermazione della realtà a spese dell’immaginazione…

E persino in ambito non narrativo, con Cavallari che descrive Paolo VI intento a contemplarsi le mani, “sgomento della loro fragilità”, qual è il grado di realtà di quello sgomento senza parole, sovrapposto al gesto del papa dall’immedesimazione del giornalista? 

E così ho ascoltato, affascinata – perché Magris parla bene, con acume e finezza – ma non convinta.

Mi sono sentita recuperata su altre affermazioni, come il fatto che la scrittura soffra della “concorrenza sleale” della realtà, perché non può esagerare, essere illogica, disordinata e inconcludente come fa la realtà. E così la scrittura si trova costretta a smorzare in verosimiglianza narrativa gli spigoli, le improbabilità e gli eccessi della realtà. La letteratura, diceva Balzac (o almeno credo che fosse lui) non dev’essere vera, ma verosimile. E, chiosava Magris ieri, non solo non deve, ma non può essere vera.

E però allora, I ask, non torniamo alla questione iniziale? La realtà smorzata e narrata non è in qualche modo una realtà immaginata? È vero, la realtà è più bizzarra della finzione – perché non ha il problema di non potersi permettere eccessi di bizzarria – ma questo le dà una sorta di superiorità gerarchica sull’immaginazione nel processo narrativo? Davvero la realtà si afferma sempre? Davvero la realtà esercita un’irresitibile attrazione?

Affascinante questione, affascinante incontro, affascinante collezione di quesiti. Finora, per quanto mi riguarda, il Festival è stato thought-provoking, che è un’ottima qualità. Fino a ieri quanto meno, mi pronuncio soddisfatta.

 

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* In caso contrario, sono sul punto di abbaiare all’albero sbagliato per molti paragrafi, in una figuraccia epica. Credo e spero di no, ma se così fosse, mi perdoni Professor Magri – e perdonatemi, o lettori.

 

Festivaletteratura 2 – Stephen Greenblatt E Barbarina

festivaletteratura, stephen greenblatt, palazzo ducale, barbara gonzaga wurttembergE ieri, per cominciare, Stephen Greenblatt nel cortile dell’Archivio di Stato*. Greenblatt è il babbo del cosiddetto Nuovo Storicismo, non tanto una teoria quanto una serie di pratiche critiche intese a inserire la letteratura nel suo contesto storico concreto – che plasma e da cui è plasmata al tempo stesso. Se ne può discutere, e se ne discute non poco, ma anche solo a livello intuitivo dire, come fa Greenblatt, che “campo storico e campo letterario sono reciprocamente permeabili,” ha un sacco di senso.

Ad ogni modo non lo ha detto ieri. Ieri ha raccontato la romanzesca storia del ritrovamento di un manoscritto: una copia del IX Secolo del De Rerum Natura di Lucrezio, scovato da Poggio Bracciolini in un monastero tedesco nel 1417 – dopo una decina di secoli d’oblio.

Poggio, umanista e arrampicatore, segretario apostolico in disgrazia con l’ossessione per i libri antichi, è un singolare personaggio cinico e inaffondabile cui, oltre a Lucrezio, dobbiamo una notevole collezione di ritrovamenti, da Cicerone a Vitruvio, passando per i Punica di Silio Italico. Forse, con la sua carriera  variegata e le sue spregiudicate ricerche nelle abbazie tedesche, meriterebbe un romanzo. Nel frattempo, Greenblatt racconta di lui con vivacità e abbondanza di particolari, ma non è Poggio il protagonista di questa storia.

Al centro di The Swerve, How the World Became Modern, c’è Lucrezio, con il suo universo fatto di vuoto e di atomi, concetto enormemente esplosivo nel primo Quattrocento. E c’è il modo in cui questo mondo impregnato di tradizione cattolica era maturo per conservare, ruminare e trasmettere anche le idee pericolose. E c’è il fatto che Poggio il Cercatore era figlio del suo tempo quando ritrovava i testi perduti destinati a cambiare la mentalità della sua epoca.

Fascinating stuff, raccontata con brio** e condita di stimoli e domande sulla storia, la letteratura, le idee, la loro forma letteraria, la loro diffusione e il loro permanere nei secoli.

E un quesito finale: La scarsa accessibilità ha rischiato d’inghiottire il De Rerum Natura, ma poi l’estrema durevolezza del suo supporto l’ha restituito all’umana rimuginazione. E nella nostra epoca di estrema accessibilità e pari transitorietà, quali sono le possibilità per un libro di attraversare i millenni?

Ecco, se dovessi azzardare una risposta alla domanda lasciata da Greenblatt, direi questo: per il volo millenario del De Rerum Natura, alla pratica d’uso di supporti durevoli si sono dovute combinare la diligenza di un amanuense e l’ostinazione di un umanista. E quindi forse servono ancora le stesse cose: diligenza e ostinazione – combinate adesso con la vasta accessibilità? 

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E poi c’è stafestivaletteratura, stephen greenblatt, palazzo ducale, barbara gonzaga wurttembergta l’inaugurazione della mostra su Barbarina Gonzaga maritata Württemberg, a Palazzo Ducale. Che emozione far parte del primo gruppo di visitatori ammesso nelle sale del Palazzo dopo il terremoto. Qua e là si trovano ancora i ponteggi, e il percorso attraversa zone nuove – dalla Sala dello Specchio, dove si tenne la prima rappresentazione dell’Orfeo monteverdiano*** agli appartamenti dell’Imperatrice, all’appartamento vedovile di Santa Croce dove, tra l’altro, è allestita la mostra proveniente da Stoccarda.

Povera Barbarina Gonzaga, andata sposa in Germania e malata di nostalgia di casa, che trascorse tutta la sua vedovanza a chiedere di far ritorno a Mantova e non poté mai. E adesso, lo si è ripetuto spesso oggi pomeriggio, la si è riportata in spirito, dopo un’attesa di cinquecento anni, nel palazzo della sua infanzia – un po’ ammaccato ma saldo al suo posto. Anche questo è un ritorno, una persistenza, un ritrovamento.

Si direbbe che non siano soltanto i libri a ritornare.

 

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* Cui, sappiatelo per futuri eventi – specialmente nel caso in cui indossiate tacchi alti e sottili e, di conseguenza, non desideriate fare passi non necessari – non si accede dall’ingresso dell’Archivio, ma da Via Dottrina Cristiana.

** E di nuovo, nota di merito alla bravissima e simpatica interprete.

*** Avevo citato la sala, insieme all Corridore della Pergola, ne Lo Specchio Convesso, ma senza averli mai visti altro che in disegno nelle piante del palazzo.

La Macchina Del Tempo

Sentite, oggi niente libri e niente teatro (almeno fino a questa notte). Oggi vi metto a parte di quel che ho trovato mentre rovistavo in soffitta.

In realtà cercavo la mia grammatica greca del Ginnasio, ma a un certo punto mi sono ritrovata per le mani un quaderno di analisi logica delle medie. Era un quadernetto ad anelli rosa con una terribile fantasia a coccodrilli e, data la mia radicata antipatia per la teoria grammaticale in qualsiasi lingua, l’avrei rimesso dove l’avevo trovato senza un secondo pensiero, se non avessi notato due fogli a quadretti di colore diverso.

E sui fogli a quadretti erano annotati dei titoli di telegiornale. Non so a voi, ma a me facevano fare queste cose. Quindici titoli di un telegiornale di mezza vita fa – una fetta di un’altra esistenza regolata da altre paure, altri nomi, altre circostanze quotidiane. Abissalmente diversa… forse.

TG1, 1988, telegiornale, macchina del tempoImmaginate la vecchia, vecchia sigla del TG1 con gli ottoni e le cornici concentriche di rombi gialli e blu, e uno speaker che poteva essere – chissà, magari Paolo Frajese? E immaginatevi anche una piccola Clarina che annota freneticamente…

 

1) La camera* approva il bilancio, la maggioranza ha retto bene.
Eh…

2) Reagan e Gorbaciov: entrambi interessati a un incontro. Schultz alla NATO, Shevarnadze a Praga. Reagan rassicura l’Europa.
Considerate che siamo dopo il vertice di Reykiavik e IRNFT, e direi che era troppo presto per i negoziati START I, per cui doveva trattarsi di tentativi di apertura reciproca. D’altra parte, come si vede dalla voce successiva, l’Ottantanove era dietro l’angolo. 

3) La crisi mediorientale minaccia nuovamente il Libano. Inutili ricerche del colonnello Higgins. Nuovi scontri in Israele.
E da questo si capisce che siamo nel febbraio dell’Ottantotto. Niente d’insolito per quanto riguarda il Libano e Israele, ma il Colonnello Higgins era un ufficiale americano, capo degli osservatori militari di UNTSO in Libano. In febbraio venne rapito da gente di Hezbollah, interrogato e torturato. Il Consiglio di Sicurezza ONU ne richiese la liberazione con la Risoluzione 618, senza ottenere il minimo risultato. Sarebbero passati due anni prima che si ritrovasse il suo cadavere, coperto da segni di tortura.

4) La resistenza afgana annuncia un futuro goveno provvisorio. Scomparso a Roma un diplomantico Afgano.
E anche questa è una di quelle storie così vecchie e sempre in corso di validità… I governi provvisori in Afghanistan, I mean, non i diplomatici che scompaiono. Il diplomatico forse scomparve con la cassa dell’Ambasciata – ma si vociferava anche che si fosse consegnato alla CIA. Non ricordo come sia andata a finire la storia.

5) Decimo rialzo consecutivo x** il mercato azionario. Cala leggermente il dollaro.
Decisamente altri tempi.

6) Nuovi scioperi negli aeroporti.

7) Debenedetti s’incontra a Bruzelles con i maggiori esponenti del governo belga.
I tempi in cui qualche volta si andava a Bruxelles per parlare anche con i Belgi…

8) Altri 109 ordini di cattura x spacciatori e trafficanti di droga a Verona.
Epperò.

9) Violenta esplosione a               : 1 morto e 6 feriti.
E questa mi era proprio sfuggita.

10) Più di 1400 i malati di AIDS.
E il numero faceva molto effetto.

11) Servizio sulla pornografia.
Così, generico e senza dettagli. Forse la famiglia esercitò censura? Trattandosi dell’allora Tenente Colonnello, peut-être.

12) Oggi a Bologna i funerali di Salomuzzi.
O Salamuzzi? O Salomucci? Non solo proprio non ricordo, ma nemmeno Google è del minimo aiuto. Qualcuno ha idea?

13) Arrestato dall’F.B.I. a New York Salvatore Inzerillo, presunto mafioso.
E chi può dire se fossi io o il TG1 a mancare di un criterio nello scrivere le sigle…

14) Domani sera il festival di S. Remo.
Puntualmente.

15) Fuori dalla zona medaglie gli azzurri del Biathlon a Calgary. Russi e tedeschi di*** disputano i primi posti.
Dove si vede che forse ero io – quanto meno avevo le maiuscole allo stato brado.

Ecco qui. Una finestrina in formato A5 – carta a quadretti – aperta su una sera di ventiquattro anni fa. Tempi di Libano in fiamme e di Olimpiadi canadesi, tempi in cui avevo per la testa più che altro la Cavalleria Rusticana in play-back che preparavamo a scuola, ma evidentemente il mio interesse si concentrava sugli esteri. Ed era un mondo che, di lì a un anno o poco più, sarebbe cambiato in modo profondo – solo che ancora non lo sapevo.

E voi? Ha funzionato la macchina del tempo? Dov’eravate poco dopo la metà di febbraio dell’Ottantotto? Che cosa facevate? Che cosa aspettavate? Di che cosa avevate paura?

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* Sic: minuscolo.

** Sic: non ero immune. I plead not-quite-fourteen.

*** Dic. Er… Sic.

 

More Spanish Ladies

spanish ladies, the spanish lady, song of the spanish ladySi direbbe che The Spanish Lady abbia incuriosito.

I. mi chiede (via email!) se sono sicura delle parole, perché una volta a Dublino ne ha sentito una versione diversa…

E io rispondo che, dal XVII Secolo in qua, di varianti ce ne sono diverse, e tendono a ricadere in due categorie – corteggiamento e corteggiamento-con-duello, come in questa versione:

As I went out by Dublin City at the hour of 12 at night
Who should I see but a Spanish lady washing her feet by candlelight
First she washed them then she dried them all by the fire of amber coal
In all my life I ne’er did see a maid so sweet about the sole

I asked her would she come out walking and went on till the grey cocks crew
A coach I stopped then to instate her and we rode on till the sky was blue
Combes of amber in her hair were and her eyes knew every spell
In all my life I ne’re did see a woman I could love so well

But when I came to where I found her and set her down from the halted coach
Who was there with his arms folded but the fearful swordsman Tiger Roche
Blades were out ‘twas thrust and cut, never a man gave me more fright
Till I lay him dead on the floor where she stood holding the candlelight

So if you go to Dublin City at the hour of twelve at night
Beware of the girls who sit in their windows combing their hair in the candlelight
I met one and we went walking, I thought that she would be my wife
When I came to where I found her, if it wasn’t for my sword I’d have lost my life.

E a dire la verità, mi piace da matti il corteggiatore/spadaccino che ammette di avere avuto lo spavento della sua vita – e di esserne uscito più cauto in fatto di graziose fanciulle alla finestra…

tiger rocheIncidentalmente, il dublinese David “Tiger” Roche era uno di quegli avventurieri e duellatori dalla variegata carriera che solo nel Settecento. Figlio di un gentiluomo, ufficiale a sedici anni, fascinoso e violento, eroe delle Indian Wars, degradato con ignominia per furto, ripetutamente processato per omicidio, parlamentare mancato, cronicamente indebitato, cacciatore di dote… Alla fin fine pare che fosse innocente della maggior parte delle malefatte di cui era accusato, ma va’ a sapere, e comunque aveva questa tendenza a vendicarsi con prontezza ed efficacia, hence the nickname of “Tiger”. Non è improbabile che fosse l’ispirazione per il Barry Lyndon di Thackeray, e comunque si capisce il nervosismo del narratore…

Alla versione che ho riportato nell’altro post, invece, manca questa strofa qui – quella maudlin:

I’ve wandered north and I’ve wandered south
By Stoneybatter and Patrick’s Close
Up and around by the Gloucester Diamond
And back by Napper Tandy’s house.
Old age has laid her hand on me
Cold as a fire of ashy coals
But where o where is the Spanish Lady,
Neat and sweet about the soul?

Stoneybatter è un quartiere di Dublino, e Napper Tandy un rivoluzionario irlandese del Settecento, paladino del libero commercio e personaggio turbolento.

Ed è chiaro che in entrambi i casi stiamo parlando di versioni settecentesche o più tardi. Chissà chi era in origine lo spadaccino feroce – e di chi la casa…

Poi S. mi chiede (sempre via email…) se è la stessa canzone che cantano in Moby Dick e nelle aventure di Sharpe. Ebbene, no: almeno per quanto riguarda Melville, si tratta invece di una canzone navale del tardo Settecento:

Farewell and adieu to you, Spanish Ladies,
Farewell and adieu to you, ladies of Spain;
For we’ve received orders for to sail for old England*,

And we may never see you fair ladies again
.

Chorus:
We will rant and we’ll roar like true British sailors,
We’ll rant and we’ll roar all on the salt seas.
Until we strike soundings in the channel of old England;
From Ushant to Scilly is thirty-five** leagues.

We hove our ship to with the wind from sou’west, boys
We hove our ship to, deep soundings to take;
‘Twas forty-five fathoms, with a white sandy bottom,
So we squared our main yard and up channel did make.

chorus

The first land we sighted was call-ed the Dodman,
Next Rame Head off Plymouth, Start, Portland and Wight;
We sailed by Beachy, by Fairlight and Dover
And then we bore up for the South Foreland light.

chorus

Then the signal was made for the grand fleet to anchor,
And all in the Downs that night for to lie;
Let go your shank painter, let go your cat stopper***
Haul up your clewgarnets, let tacks and sheets fly!****

chorus

Now let ev’ry man drink off his full bumper,
And let ev’ry man drink off his full glass;
We’ll drink and be jolly and drown melancholy,

And here’s to the health of each true-hearted lass.

Sinceramente in Sharpe non me la ricordo – però non ho letto tutti i romanzi della serie. O forse magari è nel film? Perché sembra non esserci cine(tele)avventura navale d’ambientazione inglese in cui gli sceneggiatori non piazzino Spanish Ladies – e mi vengono in mente Master & Commander e Hornblower, per dire…

E già che ci siamo, lasciate che aggiunga un’altra signora spagnuola – la protagonista di questa ballata elisabettiana:spanish ladies, the spanish lady, song of the spanish lady

Will you hear a Spanish lady,
How shee wooed an English man?
Garments gay and rich as may be
Decked with jewels she had on.
Of a comely countenance and grace was she,
And by birth and parentage of high degree.

As his prisoner there he kept her,
In his hands her life did lye!
Cupid’s bands did tye them faster
By the liking of an eye.
In his courteous company was all her joy,
To favour him in any thing she was not coy.

But at last there came commandment
For to set the ladies free,
With their jewels still adorned,
None to do them injury.
Then said this lady mild, “Full woe is me;
O let me still sustain this kind captivity!

“Gallant captain, shew some pity
To a ladye in distresse;
Leave me not within this city,
For to dye in heavinesse:
Thou hast this present day my body free,
But my heart in prison still remains with thee.”

“How should’st thou, fair lady, love me,
Whom thou knowest thy country’s foe?
Thy fair wordes make me suspect thee:
Serpents lie where flowers grow.”
“All the harme I wishe to thee, most courteous knight,
God grant the same upon my head may fully light!

“Blessed be the time and season,
That you came on Spanish ground;
If our foes you may be termed,
Gentle foes we have you found:
With our city, you have won our hearts eche one,
Then to your country bear away, that is your owne.”

“Rest you still, most gallant lady;
Rest you still, and weep no more;
Of fair lovers there is plenty,
Spain doth yield a wonderous store.”
“Spaniards fraught with jealousy we often find,
But Englishmen through all the world are counted kind.”

“Leave me not unto a Spaniard,
You alone enjoy my heart:
I am lovely, young, and tender,
Love is likewise my desert:
Still to serve thee day and night my mind is prest;
The wife of every Englishman is counted blest.”

“It wold be a shame, fair lady,
For to bear a woman hence;
English soldiers never carry
Any such without offence.”
“I’ll quickly change myself, if it be so,
And like a page Ile follow thee, where’er thou go.”

“I have neither gold nor silver
To maintain thee in this case,
And to travel is great charges,
As you know in every place.”
“My chains and jewels every one shal be thy own,
And eke five hundred pounds in gold that lies unknown.”

“On the seas are many dangers,
Many storms do there arise,
Which wil be to ladies dreadful,
And force tears from watery eyes.”
“Well in troth I shall endure extremity,
For I could find in heart to lose my life for thee.”

“Courteous ladye, leave this fancy,
Here comes all that breeds the strife;
I in England have already
A sweet woman to my wife:
I will not falsify my vow for gold nor gain,
Nor yet for all the fairest dames that live in Spain.”

“O how happy is that woman
That enjoys so true a friend!
Many happy days God send her;
Of my suit I make an end:
On my knees I pardon crave for my offence,
Which did from love and true affection first commence.

“Commend me to thy lovely lady,
Bear to her this chain of gold;
And these bracelets for a token;
Grieving that I was so bold:
All my jewels in like sort take thou with thee,
For they are fitting for thy wife, but not for me.

“I will spend my days in prayer,
Love and all her laws’ defye;
In a nunnery will I shroud mee
Far from any companye:
But ere my prayers have an end, be sure of this,
To pray for thee and for thy love I will not miss.

“Thus farewell, most gallant captain!
Farewell too my heart’s content
Count not Spanish ladies wanton,
Though to thee my love was bent:
Joy and true prosperity goe still with thee!”
“The like fall ever to thy share, most fair ladìe.”

Magari vi ricordate questo post, e il filmato in cui Vivien Leigh e Laurence Olivier (non?) la cantano in Fire Over England.

Tradizione vuole che la ballata fosse ispirata a una storia vera, quella di sir Richard Levison (o forse invece sir John Bolle) e della sua bella prigionera, catturata durante il raid di Cadice nel 1596.

Vero o no (e tutto sommato spero abbastanza di no: did Sir Richard tell the tale? How ungentlemanly of him, after all!) bisogna pensare che per un certo numero di secoli la Signora Spagnuola abbia incarnato in Inghilterra una certa idea di bellezza esotica e limitatamente passionale.

Un’idea abbastanza radicata da farci su ballate e canzoni, da conservare ballate e canzoni attraverso i secoli, variandone i versi per adattarle all’epoca. E abbastanza perché secoli più tardi, cercando qualcosa di significativo del tempo da far cantare ai propri personaggi, romanzieri e sceneggiatori tendano a ritrovare sempre le signore spagnuole.

Si direbbe che, come pensa Miss Minchin del titolo immaginario di Sara Crewe, parlare di signore spagnuole in Inghilterra sia romantico & pittoresco.

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* O anche we sail under orders

** Oppure 34 o 45…

*** Vale a dire “gettate le ancore”

**** Ovvero “ammainate le vele”

la Caratterizzazione è un Apostrofo di Colore a Scelta

Chi di noi non vorrebbe popolare i suoi libri di gente indimenticabile? E’ al tempo stesso una tecnica difficile da padroneggiare, un elemento chiave della buona scrittura e uno degli aspetti più complessi di quella malattia da scrittori che Tolkien chiamava il complesso della subcreazione: infondere la scintilla vitale nei propri personaggi, soffiare la vita nelle narici della creatura impastata con inchiostro e carta…

Curiosamente, ho trovato un affascinante bit of advice in proposito in un libro che non è né un manuale di scrittura né un romanzo, ma una curiosa specie di biografia. In The Lodger – Shakespeare on Silver Street, lo storico inglese Charles Nicholl concentra le sue prodigiosamente minuziose ricerche sul soggiorno di Shakespeare presso una famiglia di fabbricanti di acconciature di origine francese – e la parte da lui avuta in una causa civile tra due generazioni della famiglia.

Non è che Shakespeare faccia una gran figura nell’insieme, ma non è di lui che voglio parlare, bensì della sua padrona di casa, Marie Mountjoy, che era arrivata in Inghilterra da profuga ugonotta e aveva fatto tanta carriera nel suo campo da creare acconciature per la consorte di Re Giacomo VI e I, nientemeno.

Marie, mercantessa agiata (e forse moglie adulterina, ma se suo marito era come appare dal lavoro di Nicholl c’è da capirla), a un certo punto consulta il Dottor Simon Forman, astrologo, medico e sapiente, nella speranza di recuperare un paio di anelli e del denaro che ha perduto. La pratica era comune all’epoca, e Forman uno dei praticanti più reputati nel suo campo. Tra l’altro, il Dottore teneva annotazioni dettagliate dei suoi casi – annotazioni in buona parte sopravvissute. E’ nei suoi quaderni che Nicholl trova una serie di affascinanti particolari su Marie, compreso un piccolo elenco di tre personaggi che include Margery, una domestica di casa Mountjoy, “una ragazzotta alta e lentigginosa” nella descrizione della sua padrona. A tall and freckled wench.

Queste poche parole, annotate da Forman mentre parlava con Marie, sono qualcosa che mette i brividi: una voce di quattrocento anni fa registrata senza il tramite di elaborazioni letterarie o formule giuridiche e religiose. Nicholl coglie e sottolinea la meravigliosa immediatezza di questa piccola finestra aperta su un altro secolo: ogni volta che voglio ricreare Marie nella mia mente, la immagino mentre pronuncia lentigginosa con un accento francese*.

Queste sono gioie nella vita di un ricercatore e di un romanziere. Provate a fare il piccolo esercizio d’immaginazione descritto da Nicholl: ecco Marie a trent’anni, protesa in avanti nella luce incerta delle candele di Forman, con la fronte corrugata sotto la cuffia e la bocca stretta in contenuta disapprovazione, con le mani serrate in grembo e la sua erre francese.

Vera, viva e vivida dopo quattrocento anni, e tutto per quelle tre parole dette all’astrologo, tre parole che conservano la traccia delle sue origini, della sua mentalità, delle sue credenze, della sua personalità.

A volte basta proprio poco per (ri)creare una persona.

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* Whenever I try to conjure up a sense of Marie, I imagine her while she pronounces “freckled” with a French accent.

Dieci Vite Di Gente Illustre

Non sono affatto certa che stia emergendo uno schema e che il lunedì sia il giorno delle reading lists, ma per oggi va ancora così.

E oggi parliamo di biografie.

Genere pericoloso, lo ammetto, perché può capitare d’inciampare in accidenti di sconsolante aridità, insopportabile agiografia o degenerazione nel pettegolezzo… ma quando funziona, quando l’autore non solo ha fatto la sua ricerca, ma riesce a trovare l’elusivo equilibrio tra fatti e intelligente speculazione, tra entusiasmo per il soggetto e ragionevole distacco, tra individualità e contesto, allora una biografia diventa una magnifica finestra aperta su un’altra vita e un altro secolo.

Per non dire una meravigliosa fonte d’ispirazione – ma questa è un’altra faccenda.

Perché, a parte tutto, è davvero difficile non cedere almeno un po’ al fascino dell’incontro. Incontro mediato dal taglio e dall’interpretazione del biografo, inevitabilmente – una sorta di visita guidata – eppure quei bei volumi spessi, pieni di vicende maggiori e minori, di lettere trascritte, di minuzie quotidiane, di programmi di concerti e ordini di battaglia, offrono, nella più magra delle ipotesi, almeno una manciata di glimpses su come doveva essere avere a che fare con quella gente.

Quale gente? Vediamo un po’ – e prometto che cercherò di tenermi sull’Italiano o sul tradotto, ma qualche eccezione ci sarà…

1) Daniela Pizzagalli, L’amica. Clara Maffei (che in realtà si chiamava Chiara e che gli amici chiamavano Clarina) tenne per decenni a Milano uno di quei salotti in cui si “fece” il Risorgimento. Fu una signora notevole, moglie separata di un poeta e librettista, amica di Verdi, Manzoni, d’Azeglio, Grossi, Hayez, Balzac e tanti altri, ardente patriota e anticonvenzionale quanto basta. Pizzagalli restituisce alla meraviglia il mondo dei salotti letterari, misto di esaltazione e di puntigli, di dispetti e di epiche discussioni sull’Arte, il Destino dei Popoli e i Massimi Sistemi – tutti in maiuscole.

2) Francesca Sanvitale, Il figlio dell’impero. Il Re di Roma, o Duca di Reichstad, o Napoleone II che dir si voglia. Nato erede dell’impero lampo e del tutto personale di suo padre e morto ventunenne, prigioniero dell’impero millenario e sonnolento di suo nonno. È una storia un po’ desolata, e Sanvitale la snoda ricostruendo la figura di un ragazzo debole e velleitario, schiacciato tra opportunità politica e fallimenti epocali, pronto a infiammarsi improbabilmente e incapace di agire, oggetto fuggevole delle speranze e dei terrori e delle delusioni di tutta l’Europa, affamato di affetti – e destinato a conoscerne ben pochi.

3) Juliet Barker, The Brontës. Avevo detto che avrei cercato di tenermi sul tradotto, ma questo in Italiano proprio non c’è, e non posso fare a meno di segnalarlo, perché è forse la più bella, approfondita, dettagliata e affascinante biografia letteraria che abbia mai letto. È una storia di tutta la notevole famiglia, a partire dai genitori Patrick e Maria (entrambi autori pubblicati, did you know?) per arrivare naturalmente alle tre celebri sorelle e al fratello dimenticato, il povero Branwell. In più, c’è tutta una folta popolazione di parenti, amici, parrocchiani, domestici, curati, insegnanti, compagni di scuola (delle ragazze) e di bagordi (di Branwell), editori, intellettuali, professori belgi, datori di lavoro, piccoli allievi… Perché il bello è che i Brontë erano tutti grafomani senza eccezione, e Barker ricostruisce la loro vita giorno per giorno sulla base di lettere, giochi giovanili, poesie, romanzi, elenchi di libri, liste della spesa, riviste, programmi, diari… Straordinario.

4) Gianni Granzotto, Annibale . Sapevate che ci saremmo arrivati, vero? E ve l’ho detto un’infinità di volte: di Annibale si sa poco, e tutto attraverso gli occhi dei suoi nemici. Quel che Granzotto fa è di raccogliere queste fonti, aggiungerci letteratura e leggende (sulla base del principio che le leggende non nascono mai dal nulla, e che esprimono sempre una mentalità, un atteggiamento, una paura…) e su questa base ricostruire una personalità. “Vi porto Annibale in casa,” dice in apertura della prefazione. E il bello è che funziona. Biografia psicologica? Fate un po’ voi – ma leggete.

5) Eucardio Momigliano, Manfredi. Questa è una vecchia biografia Anni Sessanta – forse nemmeno facilissima da trovare. But still. Manfredi è uno di quei personaggi che arrivano equipaggiati di leggenda nera: parricida, usurpatore e chi più ne ha più ne metta. Per fortuna c’è Dante che, in crisi di progressiva simpatia per gi Hohenstaufen, non solo lo piazza al Purgatorio, ma gli regala quella straordinaria immagine delle ossa insepolte – Or le bagna la pioggia e muove il vento, che trovo essere l’endecasillabo più strappacuore della letteratura italiana. Momigliano guarda dietro la leggenda e dietro Dante*, e si dà un gran da fare per ricostruire la figura di questo principe illegittimo, poeta, soldato, e buon sovrano. Oh d’accordo: confesso una parzialità nei confronti di Manfredi, ma come si fa a non essere parziali nei confronti di un uomo intelligente, colto, spregiudicato, bello e provvisto di finale tragico?

6) Charles Nicholl, The Reckoning. Anche qui niente traduzione, mi spiace. La biografia c’è, anche se Nicholl si concentra per lo più sugli ultimi anni di Marlowe, sulla sua carriera di spia e sulle circostanze che condussero alla sua morte. La quantità di ricerca e documenti è impressionante, e forse ancora di più lo è il ritratto dell’Inghilterra elisabettiana: un mondo piccolo e claustrofobico, in cui tutti conoscevano tutti, e tutti erano in qualche rapporto di parentela, amicizia, clientela, faida, complicità, commercio, dipendenza – e spesso più di uno per volta. Pagina dopo pagina si osserva la rete che si chiude attorno a Marlowe, e magari alle volte si è tentati di levare un sopracciglio davanti a certe conclusioni, ma poi non lo si fa e si continua per vedere che altro succede. Exciting fare.

7) Enzo Mandruzzato, Foscolo. Altra cosa vecchiotta, ma che vale la pena di cercare. Sì, d’accordo, l’Ugo Nazionale, ben è ver Pindemonte, la Ricciarda, l’Ortis, Zacinto… Ma l’uomo! “Uomo procelloso”, si diceva di lui, e poi tranchant, irragionevole, visionario, collerico e capace dei puntigli e dei capricci più piccini. Mandruzzato fa un gran bel lavoro, spigolando tra lettere e carteggi in cerca dell’Ugo geniale, fascinoso ed esasperante. Si vien via con un’idea diversa del poeta e dei versi. 

8) Edgarda Ferri, Giovanna la Pazza. I’m always of two minds, quando si tratta della Ferri, con quello stile così ornato da esser (quasi?) gonfio, e però con il dono delle atmosfere e dei chiaroscuri come pochi altri. Ma la sua Juana mi piace proprio tanto, a partire da quel prologo buio e ventoso che trascina nella storia come la miglior apertura di romanzo… Insomma, non so: può non essere la tazza di tè di tutti, ma se vi piace avventurarvi verso il confine** tra la biografia e il romanzo biografico, se volete provare la Ferri, potreste far di peggio che partire da qui.

9) Marta Boneschi, Quel che il Cuore Sapeva. Sembra un po’ il titolo di un romanzone sentimentale, e invece non lo è. Anzi, mi ricorda un po’ la Barker al n° 3. Biografia famigliar-letteraria, come dice il sottotitolo – anzi, plurifamigliar-letteraria: Giulia Beccaria, i Verri, i Manzoni, a partire dal babbo dei delitti e delle pene, fino alla prole trascuratella di don Lisander. E intorno tutta una Milano, tutta una Parigi, tutti i fermenti dell’epoca – no, del passaggio tra due epoche – intrecciati con i crucci famigliari e non di un certo numero di gente interessante. Rimarchevole.

10) Venerio Cattani, Teodoro Re di Corsica . A volte c’è gente la cui vita sconfina nell’improbabilità – e davvero Theodor Neuhoff, Freiherr in Westfalia, soldato, diplomatico, arruffapopoli, avventuriero, occasionalmente re di Corsica a spizzichi e bocconi tra il 1736 e il 1743 e morto di stenti a Londra, appartiene a pieno titolo alla categoria. Una vita da romanzo, o meglio una vita da libretto d’opera – infatti Paisiello gliene dedicò una. E trovo leggermente buffo che l’editore Bietti, nel pubblicare la biografia di Cattani, abbia sentito la necessità di commercializzarla come un romanzo. Come se ce ne fosse bisogno…

Oh, il titolo dice dieci,  vero? Peccato, perché non ho nemmeno citato Carolly Erickson, Harry Kelsey, Robert K. Massie e un sacco di altri biografi che mi piacciono proprio tanto… Ma per oggi ci fermiamo qui. Ne riparleremo. E parleremo di lettere e memorie, e di biografie fittizie, e di altre amenità del genere. Di qualcosa si deve morire – ma è difficile che sia per mancanza di reading material.

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* Admittedly, più dietro la leggenda che dietro a Dante, ma la sua simpatia per Manfredi non diventa mai fastidiosa.

** Non proprio al confine, sia chiaro: solo in direzione, fermandovi all’ultima locanda di posta.

Cattivi Gonzaga, Cattivi

gonzaga, shakespeare, thomas urquhart, william harrison ainsworth, rafael sabatini, clare colvinVerrebbe da pensare che sia tutta questione di nomi.

E no, so benissimo che non è così, ma non posso fare a meno di pensare che, a un orecchio anglosassone, il nome “Gonzaga” abbia il suono perfetto per il Malvagio Rinascimentale.

Gon-za-ga. Diciamo la verità: c’è qualcosa che evoca pieghe di mantelli, luccichii di Toson d’Oro su velluto nero, sussurri nell’ombra, boccette di veleno, sorrisi dissimulatori… Don’t you think?

Shakespeare sì, evidentemente: quando gli attori girovaghi capitano a Elsinore, Amleto fa rappresentare loro una revenge tragedy chiamata The Murder of Gonzago. Vero è che Gonzago è la vittima e non l’avvelenatore – ma volendosi una storia italiana di veleni, ecco che il nome salta fuori.

E poi naturalmente c’è il fatto dell’Ammirabile Critonio, che di sicuro non giovava all’immagine della famiglia nell’Isoletta. James Crichton of Cluny, sapete: quell’onnicompetentissimo avventuriero scozzese che giunse alla corte di Guglielmo Gonzaga nel 1582, ne divenne il favorito alla rapidità del lampo e altrettanto rapidamente incontrò una fine truce sulla punta della spada di Vincenzo Gonzaga – figlio di Guglielmo ed erede del Ducato. Ops. Poi in realtà il Critonio e Vincenzo erano fatti per detestarsi a vicenda, e il XVI Secolo era un tempo di passioni inconsulte e reazioni armate, ma forse non è del tutto incomprensibile che i narratori isolani dipingessero Vincenzo tanto nero quanto si poteva…*  

Il Vincenzo del cavalier e polemista secentesco Thomas Urquhart, per esempio, è un mostro di superbia e meschinità, che si rifiuta pervicacemente di apprezzare le superiori qualità dell’ineffabile Crichtoun, nutre la più biliosa gelosia per il purissimo (e corrispostissimo) amor tra il giovinotto e una nobile fanciulla mantovana dalle molte perfezioni e, quando decide di averne avuto abbastanza, tende un’imboscata dieci contro uno in un vicolo buio. E, badate bene, nonostante la disparità, andrebbe a finir male per la comitiva ducale, se non fosse che, dopo aver spacciato gli altri nove, il Critonio riconosce il suo nobile avversario, s’inginocchia e gli presenta la spada. E Vincenzo ne approfitta per infilzarlo come una quaglia allo spiedo. Vergogna! Tradimento! Disonore! Anatema! Delitto! Orrore orror! Ma che volete farci? Sir Thomas era fatto così…

Né fa granché di diverso il romanziere vittoriano William Harrison Ainsworth, che ambienta il suo (brutto) The Admirable Crichton alla corte di Francia, ma non si trattiene dal piazzarci un Vincenzo Gonzaga in trasferta, malvagio occasionale in cahoots con la perfidissima Caterina de’ Medici. Questo Vincenzo è un giovanotto pallido e olivastro, perennemente abbigliato di velluto nero, aggraziato e suadente, con occhi nerissimi in cui brilla un nonsoché sufficiente a smentire tutte le grazie apparenti. Poi siamo alle solite: il tenebroso Vincenzo, roso dall’invidia, congiura con Caterina (italiana anche lei, badate), traffica in pozioni poco salutari e magia nera e, nel complesso, davvero non è una cara persona.

Nè d’altronde c’era bisogno del Critonio per questo genere di caratterizzazione. Cambiamo secolo un’altra volta e arriviamo all’italoinglese Rafael Sabatini, che in Love-at-arms piazza un Gonzaga fittizio, “un membro esiliato di quella celebre famiglia mantovana che ha prodotto vari mascalzoni e un solo santo.” Romeo Gonzaga è biondocrinitochiazzurrino, per una volta, bello come una fanciulla (e sappiamo tutti che una cosa del genere in un romanzo inglese non promette nulla di buono), musicista squisito, affascinante, bugiardo, intrigante, sleale – e rivale in amore del prode, leale, sincero, coraggioso Francesco, conte d’Aquila. Indovinate chi dei due sposa quella perla d’eroina che è Valentina della Rovere?

E quasi un secolo più tardi, bisogna dire che le cose non siano migliorate granché, se in Masque of the Gonzagas (edito in Italia come La Musica dei Gonzaga), Clare Colvin ritrae il solito Vincenzo come un protettore delle arti sì, ma stravagante e sregolato e, quel che è peggio… stavo per scrivere “seduttore privo di scrupoli”, ma credo che “stupratore” renda meglio l’idea – povera Isabella.

E una volta o l’altra parleremo dell’immagine dell’Italia e degli Italiani nella letteratura anglosassone – ma intanto bisogna ammettere che, attraverso i secoli, i Gonzaga fittizi hanno giocato un ruolo buono a far rivoltare nella tomba qualunque defunto principe locale.

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* Credo di avere raccontato – no: sono certa di avere raccontato ripetutamente della signora che, a una presentazione de Lo Specchio Convesso, mi tagliò a cubetti perché nel romanzo descrivevo un Vincenzo men che simpatico “dando ascolto a quella gente su internet che non è mai stata a Mantova”. Eh…

Sei Secoli Di Pulzelle D’Orléans

Giovanna d'arco, christine de pisan, shakespeare, voltaire, schiller, mark twain, g. b. shawAvrei creduto che la Francia si scuotesse un po’ di più per il seicentesimo anniversario della nascita di Giovanna d’Arco, ma si direbbe che la contadinella-soldato, la piccola coronatrice di re con le voci e le visioni sia un po’ passata di moda – senza per questo avere mai smesso di ispirare legioni scrittori dentro e fuor di Francia. 

Nel corso degli ultimi sei secoli, Giovanna è stata scritta in poesia e romanzo, e ancor più a teatro e all’opera, caratterizzata in ogni possibile luce: santa, vittima, eroina nazionale, pedina politica, pastorella ingenua, fanatica, protofemminista, pastorella ingenua, strega…

Si cominciò molto presto, considerando Le Ditié de Jehanne D’Arc, il poema che Christine de Pisan compose nel 1429, quando Giovanna era ancora viva. E non stupisce particolarmente che la pia, coltissima e battagliera Christine, alla fine di una carriera letteraria senza precedenti per una donna del suo tempo, racconti Giovanna in elegia. 

Né, tutto sommato, stupisce troppo la ben diversa Pulzella nell’Enrico VI, Parte I. Shakespeare la ritrae bifronte – vergine ispirata agli occhi adoranti dei Francesi, strega per gl’Inglesi sconcertati dalla ragazza in armatura. Il punto di vista è quello inglese, naturalmente, e Giovanna è la principale antagonista, pericolosa, indecifrabile, eretica e in combutta con il demonio – no matter quante statue i Francesi (che dopo tutto sono Francesi!) vogliano innalzarle nelle chiese. Alla fine, al suo processo, Giovanna comincia col presentarsi virginale, ardente e pia ma, quando i giudici inglesi non si lasciano impressionare, cambia linea di difesa e si dichiara incinta, suggerendo un possibile padre dopo l’altro, alla disperata ricerca di un comandante francese che i suoi nemici possano rispettare… caratterizzazione molto umana e molto poco celeste

E ben poco di celeste c’è anche ne La Pucelle d’Orléans, il poema tra epico e sgiovanna d'arco, shakespeare, henry VI part Iatirico che Voltaire iniziò per scommessa letteraria e lasciò incompiuto. Parte demistificazione religiosa, parte divertissement licenzioso, la Pucelle destò scandalo, fu proibita e – come accade in questi casi – circolò clandestinamente in lungo e in largo.

Se invece volete vedere Giovanna presa sul serio, si può sempre contare su Friederich Schiller, uno che non si lasciava mai intralciare dai fatti storici sulla strada del dramma. La sua Pulzella è una protagonista visionaria, piena della saggezza dei semplici, preternaturalmente coraggiosa – e invincibile (per magia, mica per intervento divino) fino al giorno in cui s’innamora di un cavaliere inglese. Seguono sensi di colpa, allontanamento dalla corte, prigionia e morte in battaglia. Il processo? Il rogo? Dettagli – ma è di Schiller che stiamo parlando, e con la licenza poetica persino gli dei combattono invano.

Se state pensando che la Giovanna di Schiller sembra perfetta per l’opera, non siete i soli. Verdi, Tchaikowskij, Pacini e una mezza dozzina di altri, alla ricerca di un soggetto pulzellesco, scelsero proprio l’Inaffidabile Friederich, che in fatto di storia non soffriva di soggezioni*, ma aveva senso teatrale da vendere. Ci fu persino un balletto, ad opera di Salvatore Viganò, IL coreografo del primo Ottocento milanese. 

Ancor più sul serio faceva Le Brun de Charmettes, oggi dimenticatissimo but worth a mention, visto che a Giovanna, oltre a una biografia in vari tomi, dedicò l’Orléanide, per un certo numero di decenni il poema nazionale francese.

Sorprende semmai che a prendere sul serio Giovanna fosse Mark Twain – che non prendeva sul serio troppe cose**. Eppure le sue Personal Recollections Of Joan Of Arc sono un romanzo biografico pieno di trasporto e adesione sentimentale. Va’ a sapere quel che può fare uno scrittore quando s’innamora attraverso i secoli…

giovanna d'arco, g. b. shaw, saint joan, anne-marie duffNaturalmente non ci si può aspettare nulla del genere da George Bernard Shaw, e però la sua Saint Joan è a suo modo quasi altrettanto singolare. Qui abbiamo una ragazzina ignorante e piena di buon senso, che trascina soldati, capitani e re per pura incrollabilità di proposito, pur restando del tutto umana. Candida, sensata e devota, la Pulzella (“Ma in Lorena mi chiamano Jenny”) sale al rogo con i suoi dubbi di proto-protestante e la sua fede, e torna – in spirito o in sogno – a discutere con Carlo VII.

E con questo ho esaurito le Giovanne che ho letto di persona, ma ce n’è ancora un’abbondanza e varietà: dalla sindacalista di Brecht alla (quasi) partigiana di Anouilh, dall’aliena pericolosa di Farmer all’immortale di Michael Scott… E non dinemtichiamo una quarantina di film, un certo numero di canzoni (Leonard Cohen, anyone?) e, mi si dice, persino un paio di videogames.

E in realtà, il fatto è che Giovanna ha tutto quanto: il viaggio dell’eroe, le umili origini, il ruolo maschile, le accuse di stregoneria, le visioni, il martirio, la guerra, la religione… Di lei sappiamo molto più che della sua contemporanea media (sentiamo persino la sua voce nelle trascrizioni del processo) e al tempo stesso sappiamo abbastanza poco da poterle dare le intenzioni, il carattere e le funzioni simboliche che vogliamo. Con o senza coloriture particolarmente religiose, Giovanna può essere molte cose*** – e questa è sempre un’otttima base per una fortuna letteraria postuma.

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* Quando penso a tutti gli sforzi che Goethe profuse per fargli ottenere una cattedra di Storia all’Università di Jena… what was he thinking?

** Be’, a voler vedere, prese sul serio anche Delia Bacon, la squadrellata che sosteneva Francis Bacon come Vero Autore del canone shakespeariano. La cosa grave è che Delia sosteneva di sapere com’era andata più o meno per illuminazione…

*** Mi ci metto anch’io: nel mio Bibi e il Re degli Elefanti, atto unico per fanciulli, Giovanna è una degli amici immaginari della piccola protagonista, che trova in lei un simbolo di determinazione e resilience.

La Battaglia Sul Ghiaccio

alexandr nevskij, la battaglia sul ghiaccio, eisenstein, prokofievChe poi è festa anche oggi, e allora lasciate che vi racconti brevemente della Battaglia Sul Ghiaccio, combattuta 370 anni e quattro giorni orsono sul Lago Peipus, tra la Repubblica di Novgorod e i Cavalieri Teutonici. Sul lago nel senso più stretto e letterale dell’espressione. Apparentemente, lassù tra Estonia e Russia, all’inizio d’aprile il ghiaccio può essere ancora molto spesso.

Ma non così spesso che, secondo una versione della storia, Alexandr Nevskij non potesse ordinare ai suoi Novgorodiani di battere le lance al suolo, creando delle crepe e indebolendo la superficie – che finì con l’aprirsi inghiottendo ciò che restava dei già malridotti cavalieri del Principe-Vescovo di Dorpat.

In realtà è molto più probabile che i Teutonici si siano ritirati nel lato sbagliato – dove il ghiaccio cominciava ad assottigliarsi – e che armature pesanti e acqua gelida abbiano fatto il resto.

E altrettanto in realtà le fonti non concordano sulle dimensioni della battaglia, sulle perdite, sulle conseguenze – e gli storici si azzuffano sull’effettiva rilevanza della Battaglia sul Ghiaccio: scontro decisivo, o poco più che una scaramuccia? In either case, dovette essere una faccenda impressionante e pittoresca, il genere di storia che, indipendentemente dal suo peso strategico e politico, s’imprime nella memoria collettiva e ci resta attraverso i secoli.

Che poi Eisenstein ne abbia cavato una scena come questa – per di più musicata da Prokofiev, di certo non nuoce:

 E sì, lo so: ci voglio solo io per una scena di battaglia il Lunedì dell’Angelo… But bear with me, e buona Pasquetta.

Dieci Rimuginamenti Pedagogici Assortiti

Se dovessi definire il mio rapporto attuale con le scuole, credo che mi chiamerei una aunteacher.

Ci sono gli insegnanti preposti all’apprendimento e alla disciplina quotidiani, e poi c’è quella che arriva a primavera con il laboratorio collaterale e (si spera) interessante, quella che induce i fanciulli a scrivere, a fare un pochino di teatro, a leggere, a guardare la storia (sempre si spera) in modo diverso… Sempre con l’insegnante titolare accanto, comunque: un’insegnante-zia.

Per cui è molto probabile che molte cose della vita scolastica d’oggidì mi sfuggano: in fondo, vo carotando di qua e di là e tutto quel che vedo sono fette di discenza e docenza, cunei di vita sui banchi tra la quinta elementare e la terza media. Lo dico per invitarvi a prendere i miei rimuginamenti con quel tanto di sale.

E i miei rimuginamenti, in ordine sparso, sono questi:

1) Ho questa abitudine di esordire dicendo che la storia non è una serie di date o un elenco di episodi, ma una corrente complessa, in cui circostanze, decisioni ed eventi a monte influenzano circostanze, decisioni ed eventi a valle… No, non lo dico in questi termini, ma il concetto è quello – e ogni volta trovo reazioni miste dalla folgorazione ai blank eyes, passando per una vasta gamma di stadi di sorpresa e incomprensione. L’idea a me non pare terribilmente esoterica, ma per qualche motivo sembra riuscire sempre nuova ai fanciulli…

2) Qualcuno un giorno mi spiegherà cose come il bollino giallo affibbiato alle innocue indagini di Jessica Fletcher. Parental guide? Qualcuno teme che gli implumi s’impressionino all’idea dell’omicidio? Lo chiedo considerando il vivace dibattito scatenato in una quinta elementare dai due seguenti quesiti: ma dove lo ha trovato Annibale il veleno con cui si è ucciso? E quando ha perso l’occhio dopo il passaggio degli Appennini, vuol dire che l’occhio è proprio caduto di suo, o glielo hanno levato con un coltello?* Anche il particolare degli orci pieni di serpenti e scorpioni ha avuto molto successo. 

3) A volte, specialmente alle medie, c’è molto silenzio – e dubito di annoiare la classe… “Niente affatto,” mi ha detto di recente una giovane insegnante. “I ragazzini non si annoiano in silenzio: lo fanno rumorosamente. Se c’è silenzio è un buon segno. Vuol dire che li hai interessati.” O forse narcotizzati? ho pensato – ma non ho avuto il coraggio di chiedere…

4) Poi ci sono le classi che proprio non seguono – e in effetti quelle sono rumorose. Per quanto si faccia, dica, supplichi e minacci, loro chiacchierano. “Non sono abituati ad ascoltare un’ora di spiegazione,” mormora sconsolato il docente di turno. E poi “Non sono abituati a rispondere alle domande.” E ancora”Non sono abituati a leggere un testo/vedere un film e discuterne, individuare le informazioni rilevanti, elaborare…” Peggio ancora: “Non sono abituati a chiedere spiegazioni su quello che non hanno capito.” E a me viene tanto da chiedermi che cosa di preciso siano abituati a fare…

5) Certe cose non cambiano mai: è sempre stato ed è ancora del tutto inutile domandare “avete capito?” Invariabilmente i fanciulli annuiscono come un sol fanciullo e guai ad assumere che sia vero. “Voi (III Media) studiate Inglese, vero? siete capaci di leggere le didascalie in inglese o avete bisogno di traduzione?” “Capacissimi, prof.” Fermo il film sulla prima didascalia e di nuovo chiedo se hanno capito. Venticinque teste annuiscono simultaneamente – ma non è che mi fidi tantissimo. “Ottimo. Traducete.” Silenzio siderale. “Non avete detto di avere capito?” Un ragazzino alza la mano e m’informa che il titolo della didascalia, A Curious Case, significa “Un caso curioso.” “Ottimo,” dico io. “E di che si tratta?” È il turno di una ragazzina reiterare il concetto che si tratta proprio di un caso curioso. “E fin qui ci siamo. Che genere di caso curioso?” Terzo ragazzino: “chiaramente qualcosa che ha a che fare con un caso curioso, prof – ma mi sfuggono i dettagli.” Già… 

6) Con omologhi di altra provenienza si discuteva qualche giorno fa sul cinismo dei fanciulli, e dicevo che dalle mie parti sono abbastanza candidi perché l’occasionale piccolo cinico strappi ancora una risata, come la volta in cui domandai a una V Elementare perché mai i romanzi di Sherlock Holmes fossero narrati dal Dr. Watson e non da Holmes stesso. “Perché così, se si sbaglia, Holmes può dire che non è colpa sua e non lo denunciano,” rispose un pargoletto… Ripeto: non è la norma – anche se ci sono insegnanti che fanno del loro meglio. “Ascolta, Diego, che la signora spiega come si scrivono i libri – così da grande puoi farlo anche tu e guadagnare un sacco di soldi.” Oppure: “No, nessuno di voi farà l’archeologo da grande: non vi ricordate che cosa vi ha detto la signora del Gruppo Archeologico? Che gli archeologi guadagnano poco o niente.” Perle raccolte in altrettante V Elementari…

7) Certe volte invece è proprio colpa mia. “Avanti, ragazzi: ho detto di dividere il foglio in quattro colonne. Non è fisica dei quanti!” E un fanciullo: “Ma quanti cosa, prof?” Non sono certa di poter sperare che stesse scherzando, ma non ha tutti i torti neanche mia madre, quando mi chiede se mi venivano i crampi a dire che non era fisica nucleare. E questo è un piccolo episodio pittoresco, ma in realtà ho fatto anche di peggio. Per esempio, ho scelto per il mio laboratorio dickensiano Oliver Twist e Le Due Città. E sì, l’ho fatto perché volevo trovarci un pochino di gusto anch’io – ma mi rendo conto che sono una delinquente. Le Due Città? Come, come, come ho potuto pensare che dei quattordicenni potessero simpatizzare con Sydney Carton? E infatti sono punita, e i fanciulli non capiscono nemmeno che è lui il protagonista del libro… Serves me right.**

8) Quando l’insegnante, nel presentarmi alla classe, dice che scrivo, le cose cominciano – e spesso proseguono – meglio. L’idea piace ai fanciulli e, presto o tardi, arriva il momento in cui accantonano il progetto in corso per far domande sui miei libri. Ce n’è una che ritorna sempre – in due forme diverse a seconda della fascia di età. Alle elementari “Come ti è venuto in mente di scrivere un libro?” Alle medie hanno già assorbito dagli adulti la formula “Come è nata questa passione per la scrittura?” E io credevo che la seconda fosse a conversation piece, il genere di domanda che fa la vicina di tavola occasionale cui gli amici comuni hanno detto che scrivi – oppure quella infallibile della signora seduta in prima fila alle presentazioni… Invece la forma infantile mi fa pensare che sia una naturale curiosità: com’è che uno prende su e si mette a scrivere?

8bis) Che cosa leggono i ragazzini adesso? Harry Potter e Geronimo Stilton, lo so. Ma a parte quello? Proprio più nemmeno un classico? Mai? Su settanta e rotti quattordicenni, una soltanto ha mai aperto un libro di Dickens – e solo perché ha iniziato Oliver Twist in vista del laboratorio. E so di aver recentemente lamentato la ghettizzazione di Dickens come autore per l’infanzia – but still. Non c’è nulla che io citi e loro riconoscano. Mai. Da un lato, mi sento molto vecchia, dall’altro devo proprio chiedermelo: che cosa diamine leggono?

9) Un’altra cosa che credevo era che questa generazione fosse molto informatizzata e capace di usare un computer nel sonno. Invece, informata che la scuola non ha i mezzi per distribuire fotocopie, mando il materiale con una settimana di anticipo – e l’insegnante mi rassicura sull’esistenza di un sistema di distribuzione a base di posta elettronica e chiavette. Invece, otto giorni più tardi, la posta non è arrivata, le chiavette non hanno funzionato e solo il 4% dei pargoli ha letto quel che doveva leggere. Può darsi che sia soltanto ilcanemihamangiatoilcompito 2.0, oppure in queste ridenti plaghe i nativi digitali non sono poi così digitali.

10) Nonostante tutto, fare laboratori didattici mi piace da matti. Constatare la personalità distinta di ogni classe come gruppo – nonché la relazione tra insegnante e personalità della classe – vedere come la gente sveglia e interessata prima o poi venga a gravitare attorno all’attività, cogliere il momento in cui cominciano a fidarsi, cominciano a voler impressionare l’aunteacher, vedere come finiscano con l’entusiasmarsi e mettercisi d’impegno è sempre una soddisfazione.

Non credo che potrei insegnare sul serio. Non ho la pazienza e la metodicità per farlo e finirei molto presto in carcere per omicidio plurimo aggravato dai futili motivi. Ma L’occasionale laboratorio è un genere di varia, istruttiva, a tratti frustrante, always challenging esperienza cui mi dispiacerebbe rinunciare.

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* La risposta “probabilmente nessuna delle due cose – ha solo perduto la vista da un occhio”  li ha delusi molto.

** E quindi, quando ieri mattina, dopo quattro settimane de Le Due Città, e dopo avere appena finito di vedere il film, una fanciullina ha chiesto al suo compagno di banco chi fosse quella Mme Defarge che continuavo a nominare, non avrei dovuto farmi venire un travaso di bile, vero?

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