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L’Impresario

Se c’è qualcuno a cui dobbiamo più che ad altri quel che si sa oggi sul funzionamento pratico del teatro elisabettiano, quello è Philip Henslowe.

Sì che sapete chi è – anche se credete di non averlo mai sentito nominare. Avete mai visto Shakespeare in Love? Sì? E allora avete già incontrato il nostro uomo: è il proprietario del Rose, uno dei due impresari cui il giovane Will ha venduto l’ancora inesistente lavoro che poi diventerà Romeo And Juliet. Il fatto che Henslowe sia interpretato da Geoffrey Rush aiuta. Così come aiutano alcune favolose battute che Tom Stoppard ha scritto per lui*.

Come molta gente che compare in quell’incantevole film, Philip Henslowe è esistito davvero. Era il figlio di un guardiacaccia del Sussex, approdato a Londra attorno al 1570 per diventare apprendista e poi mastro tintore. Dopodiché, l’uomo aveva il bernoccolo degli affari e cominciò a diversificare, occupandosi, oltre che di tinture, di amido, legname, pegni, bordelli, proprietà immobiliari, usura, combattimenti di animali e commercio di pelli di capra. Il fatto che un individuo di tanti e discutibili interessi fosse anche fabbriciere e sovrintendente al sollievo dei poveri della sua parrocchia e ottenesse un paio di incarichi minori a corte non è particolarmente strano – solo molto elisabettiano. Nel 1587, già che c’era, costruì il Rose, uno dei primi grandi teatri permanenti al di là del Tamigi, e cominciò a farci lavorare la Compagnia dell’Ammiraglio, capitanata dal giovane e già celeberrimo Ned Alleyn – a sua volta legato al più sensazionale autore del momento: Christopher Marlowe. Boom.

Francamente non credo che Henslowe fosse motivato da un travolgente amore per le arti. Aveva soltanto il dono di riconoscere un settore redditizio quando ne vedeva uno: quelli che non conoscono stagioni, come usura e prostituzione, e quelli che si stavano espandendo con i mutamenti del gusto e del costume, come amido e teatro. Henslowe era un uomo d’affari accorto e attento, abituato a badare ai suoi conti con pugno di ferro – e fu così che si guadagnò la gratitudine imperitura dei posteri: con i suoi Diari. In realtà si tratta di un registro del Rose, che copre il periodo 1592-1609. Dalle sue pagine** apprendiamo che Henslowe ebbe a libro paga ventisette tra i maggiori autori del tempo, ma non Shakespeare – almeno non direttamente. E scopriamo come funzionavano le collaborazioni e le riscritture, e che una compagnia poteva pagare di più per un singolo costume  femminile che per il testo di una tragedia, e che a fine Cinquecento gli effetti speciali erano già una fiorente industria… Si tratta di una lettura affascinante, piena di dettagli pratici e di tocchi di colore. Per citarne uno, mi ha sempre divertita il fatto che, quando era in collera con Ben Jonson, Henslowe lo definisse “Il muratore”, in non proprio benevolo riferimento all’apprendistato giovanile di cui il buon Ben non andava per nulla fiero.

Henslowe morì nel 1616, ricco sfondato, appagato nel suo sogno di diventare sovrintendente degli orsi reali e del tutto ignaro di avere lasciato alla posterità un documento così prezioso – anche se in realtà qualche debito di gratitudine va anche a Ned Alleyn, che di Henslowe era genero ed erede (avendone sposato la figliastra Joan), e che ne conservò il diario in mezzo alle sue carte.

Philip Henslowe in tutta probabilità non era una cara persona. Vari contemporanei lo descrivono come duro, avido e privo di scrupoli***. Però a questo usuraio, tormentatore di debitori e tenutario di bordelli dobbiamo molte tessere di quel pittoresco mosaico che possiamo ricostruire come palcoscenico per i più grandi autori del suo tempo. Senza di lui, il modo in cui capiamo Shakespeare, Marlowe e i loro contemporanei sarebbe più limitato. Potremmo quasi definirlo un involontario Heminges/Condell del dietro-le-quinte. Somewhat fittingly, non è debito da poco.

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* La mia preferita (cito a memoria): “La condizione naturale del teatro è un susseguirsi di ostacoli insormontabili sulla strada del disastro inevitabile. Poi alla fine, in qualche modo, tutto si sistema. Come avviene? Non si sa – è un miracolo.” So true. oh so very true.

** In origine il registro apparteneva al cognato di Henslowe, un ricco fabbricante d’armi. Poi passò di mano – ed è divertente immaginare Henslowe che, facendo visita al cognato, inciampa in un enorme registro scartato per qualche ragione. “Ve ne fate nulla di questo, Ralf? E allora, se non vi dispiace, lo prendo io. Che cosa me ne faccio? Oh, non si sa mai – può sempre venire utile…”

*** Non sono certa che la sua apparente propensione a prestare denaro ai suoi autori sia una circostanza attenuante – a parte i commenti caustici che tendevano ad accompagnare il prestito, stiamo parlando di un usuraio: dubito molto che lo facesse per pura bontà di cuore.

Questioni D’Iridescenza

In teoria, la fedeltà alle fonti storiche è il primo articolo del mio credo di autrice. Voglio dire: in un mondo perfetto, il mestiere del romanziere storico consisterebbe nel ricreare quello che non sappiamo sulla base ed entro i limiti di ciò che sappiamo.

Il mondo non essendo perfetto, alle volte il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo è un tantino confuso, e anche ciò che sappiamo non è poi così certo.

Il mondo non essendo perfetto, inoltre, i romanzieri storici hanno una certa tendenza a non razzolare tanto bene quanto predicano. O almeno io ce l’ho. Sia chiaro: faccio sempre del mio dannato meglio per non contraddire nessuna fonte certa, per attenermi ai fatti, per essere tanto precisa quanto posso con date, luoghi e persone…

E tuttavia, se esistono versioni differenti, fonti che riportano diversamente lo stesso avvenimento, la stessa battaglia, lo stesso personaggio? Non è colpa mia, giusto? E succede, sapete? Forse non avete idea di quanto spesso succeda… E che cosa può fare in questi casi una povera ragazza? *makes cocker spaniel eyes*

Be’, questa povera ragazza ha raggiunto un compromesso con se stessa e con la Storia: in caso di fonti non uniformi o contrastanti, sceglie sempre la versione che le fa più comodo dal punto di vista narrativo…

Sì, sì – questa ragazza sa perfettamente che esistono gerarchie delle fonti e criteri per stimarne, se non proprio stabilirne, l’affidabilità, ma al tempo stesso, ringrazia spesso il Cielo che, per le sue vie e ragioni imperscrutabili, l’ha condotta a scrivere narrativa anziché saggistica.

Piccolo esempio illuminante: visitando il palazzo dell’Ajuntament a Barcellona, ci si ritrova a un certo punto nel Salò des Cròniques, dove nel 1929 Josep Maria Sert ha dipinto un ciclo di affreschi che narrano le vicende di Roger de Flor, cavaliere senza macchia e senza paura, che dopo aver generosamente salvato l’Impero Bizantino da qualche tipo di Turchi, viene ricompensato con l’inganno, il tradimento e l’omicidio. Che pessima gente sono questi Bizantini… Ebbene, più guardavo gli affreschi, più mi sembrava che ci fosse qualcosa di strano. Ero certa di avere ricordi in proposito: i nomi erano quelli, il secolo era quello, eppure la storia non quadrava. Poi, folgorazione! Ma certo, Roger de Flor, ex Templare, pirata e capitano della Compagnia Catalana – una delle più costose, pericolose e celebri compagnie mercenarie del XIII secolo. A sentire i bizantinisti anglosassoni (gente come Norwich e Runciman), il suo “generoso aiuto” veniva a un prezzo astronomico (comprendente, tra molte altre cose, la mano di una principessa imperiale) e, una volta respinti i Turchi, i Catalani si rivelarono il classico rimedio peggiore del male, scatenandosi in saccheggi, incendi, stupri e distruzioni miste assortite in giro per l’Impero… E allora i Bizantini, che non andavano tanto per il sottile, adottarono la sperimentata tecnica tradimento-assassinio. Quando si dice a mali estremi… con quel che segue.

Rogerelaprincipessa.jpgInsomma, due storie diametralmente opposte. A sentire Norwich, Roger era un pessimo soggetto; i Catalani hanno l’aria di pensarla diversamente. A Barcellona c’è una Calle Roger de Flor. Ci sono monumenti, hotel, istituti intitolati a lui. Ci sono siti web celebrativi… Una rapidissima ricerca su Google rivela almeno una trilogia di romanzi storici che ha Roger e i suoi Catalani, o Almogàvares, per eroi, ma non mi stupirei se ce ne fossero altri.

E tuttavia, se io volessi scrivere un romanzo i cui protagonisti ed eroi fossero gli Imperatori Paleologi, Andronico II e Michele, intenti a salvare il loro impero da quello stormo di cavallette, gli Almogàvares, capitanati dal crudele, esoso e infingardo Roger? Il bello è che potrei! Anzi, non sono nemmeno certa che qualcuno non l’abbia già fatto – di sicuro le fonti lo consentirebbero senza eccessivi patemi d’animo.

La morale di tutto questo è varia. In primo luogo, un romanziere storico può fare pressoché di tutto anche conservando una coscienza decente; e questo è cosa buona e giusta per la letteratura, se non proprio per il fegato degli storici. In secondo luogo, ma in realtà questo è il punto fondamentale, non da oggi penso che la Storia abbia un quid d’inafferrabilità. I contemporanei la narrano con un’ottica deformata dalla loro posizione al suo interno; i posteri la interpretano da distanze cronologiche e culturali che non possono non essere deformanti a loro volta. Aggiungiamo a questo che i documenti vanno perduti, o sopravvivono in modo parziale, o vengono trascurati, e che il peso relativo dei fattori di valutazione cambia attraverso i secoli… È inevitabile: come dice Gianni Granzotto nel suo Annibale, “ci sono cose che non sapremo mai. Cose che non sappiamo più”.

E questo è forse uno degli aspetti più affascinanti della Storia. Per gli storici sono vuoti da riempire cercando e ricercando, e per i romanzieri è un’iridescenza (o un’opacità, a seconda dei casi) da raccontare ancora e ancora, da ricreare, da immaginare. E non sempre nello stesso modo – anzi.

Alla fin fine, la forza vitale di tutte le cose risiede sempre in ciò che ancora non sappiamo.

 

Nov 14, 2011 - guardando la storia, teatro    No Comments

Aninha Torna

aninha, anita garibaldi, risorgimento, centocinquantesimo, unità d'italia, accademia campogallianiL’Accademia Teatrale Francesco Campogalliani di Mantova dedica l’edizione 2011-2012 de I Lunedì del D’Arco al centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia.

Il programma è vario: dalle donne del Risorgimento ai Martiri di Belfiore, passando tra l’altro per Aninha, il mio atto unico dedicato ad Anita Garibaldi – quasi un monologo, se non fosse per Garibaldi e gli altri.

Stasera alle ore 21.00, al Teatrino D’Arco, Cristina Dibiasi e Andrea Flora riprenderanno i personaggi che hanno già portato in scena l’estate scorsa a Governolo, in occasione delle celebrazioni per il Centocinquantesimo.



Sentivo il mondo muoversi appena oltre la cinta nera delle colline all’orizzonte, come un ruggire lontano di temporali nella notte. E me ne tornavo a casa piena di una fame senza nome e senza forma. E dietro le mie spalle mormoravano della Aninha selvaggia, la vergogna e il crepacuore di sua madre. Allora gettavo indietro la testa e fingevo che non m’importasse. Ero prigioniera…

Prima di Anita c’era Aninha, la figlia di un mandriano nelle paludi del Brasile, soffocata in un mondo troppo stretto – finché qualcuno non le diede un nuovo nome e nuovi sogni. Questa è la storia della ragazza che divenne Anita Garibaldi.

E Poi La Musica: Heart Of A Soldier

Oggi, come dieci anni fa, ero al lavoro quando mi telefonarono per dirmi di accendere la televisione.

C’erano le Torri Gemelle in fiamme, c’erano le colonne di fumo sul Pentagono, c’erano le sirene, le grida, l’aria piena di polvere – e la terribile incertezza: che cosa stava succedendo?

Era il mondo che cambiava.

Poi è venuta una guerra, sono venute le commemorazioni, sono venuti i film e i libri, sono venute le teorie cospirazioniste – e il mondo non è più quello di dieci anni fa.

Confesso di non avere molta pazienza con i cospirazionisti – non foss’altro che per logica occamiana. Ne ho ancora meno con chi, come Stockausen o Franco Piperno, è capace di definire l’attacco alle Torri come “un atto di sublime bellezza” compiuto da “audaci intellettuali”.

Preferisco chiamare intellettuali gente come la librettista Donna di Novelli, il compositore Christopher Theofanidis, la regista Francesca Zambello e il baritono Thomas Hampson, i creatori dell’opera Heart Of A Soldier, nata in occasione del decennale. HoaS debuttava ieri sera alla San Francisco Opera. Ancora non so di quanta “sublime bellezza” si possa parlare a proposito dell’opera in sé, ma ricordare mettendo in versi e musica una storia di amicizia, di amore, di responsabilità, di perdita, di idee, di decisioni difficili, di dovere, di differenze e di sacrificio – questo è quel che mi piace definire un atto di bellezza.

Di Nomi, D’Estate E Di Discendenze Imperiali

agosto,augusto,lingue,impero romano,impero britannicoAgosto è nato sesto mese – Sextilis – poi diventato ottavo, poi ha preso il suo nome da Augusto, che se lo scelse come mese celebrativo.

Avete idea di quante lingue abbiano conservato o assorbito almeno una traccia, un’eco o una radichetta del nome latino? E ovviamente non sto parlando soltanto di lingue neolatine – o non varrebbe la pena di menzionare la faccenda. State a sentire:

In Afrikaans si dice augustus

In Albanese Gusht

In Arabo, accanto ad altre forme, أغسطس, che si trascrive ʾUġusṭuṣ

In Azero Avqust.

In Basco Abuztua.

In Bosniaco Avgust.

In Bulgaro Август che, sulla base della mia limitata conoscenza del Cirillico, si trascrive Avgust.

In Catalano agost

In Cingalese අගෝස්තු (agostu)

In Danese August

In Dhivehi (che è la lingua parlata alle Maldive) Augastu

In Olandese augustus

In Estone august

In Filippino agosto

In Francese août

In Galiziano Agosto

In Georgiano Agvist’os

In Tedesco August

In Greco Αύγουστος (Avgoustos)

In Ebraico Ogust – e il mese parallelo nel calendario ebraico si chiama Av (אב)

In Ungherese augusztus

In Islandese Ágúst

In Indonesiano Agustus

In Italiano, ovviamente, agosto

In Lettone Augusts

In Lituano rugpjūtis

In Malese Ogos

In Maltese Awissu

In Persiano اوت و آگوست (Agust)

In Portoghese agosto

In Rumeno august

In Russo, come in Bulgaro, авгуcт, ovvero avgust

In Samoano aukuso

In Serbo di nuovo авгуcт (avgust)

In Sloveno Avgust.

In Spagnolo agosto

In Swahili Agosti

In Svedese augusti

In Turco Ağustos

In Gallese Awst

 

Dove non sono arrivati né l’Impero Romano né Cirillo&Metodio, apparentemente, è arrivato l’Impero Britannico, in quella che mi piace considerare un’ulteriore stampella a supporto della mia pet theory secondo cui gli Inglesi sono stati i Romani del mondo moderno, conquistando mezzo mondo e lasciandoci la loro lingua, i loro ponti e le loro leggi ben dopo che se n’erano andati. E questo piccolo elemento di continuità mi piace assai.

Mi pare che fosse Kipling a dire che un impero si estende fin dove arriva la forza delle sue parole. Di sicuro, un impero, nel defluire lascia molte pietruzze ben piantate nel terreno.

Buon agosto a tutti.

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E se voleste una graziosa pagina di calendario per il mese, provate qui.

 

Brandelli Di Storia

Mentre leggete questo post la Bandiera Rukavina è in viaggio. Dopo avere trascorso tre giorni a Governolo, dove era stata conquistata in battaglia il 18 luglio del 1848, fa ritorno al museo dell’Armeria Reale di Torino.

Per tre giorni le abbiamo girato attorno, l’abbiamo ammirata, l’abbiamo ascoltata descrivere, ci siamo ripetuti a vicenda la sua storia, l’abbiamo mostrata con orgoglio ad amici, estranei e generali di Cavalleria, abbiamo commentato, immaginato, strologato, spiegato.

Poi, a tarda sera, quando le luci si erano spente sulla rievocazione, ci siamo ritrovati al museo im una mezza dozzina per impacchettare la nostra bandiera e prepararla per il viaggio a Torino.

Ancora in costume, l’ho ammirata per bene senza il plexiglas di mezzo, e con S. abbiamo ricordato a mezza voce i tessitori viennesi che hanno tessuto il taffeta giallo, il pittore che ha dipinto l’aquila bicipite dagli occhi feroci e tristi, e gli stemmi e le corone, e poi tutti gli alfieri che hanno portato la bandiera, e i soldati che hanno marciato al suo seguito, e quelli che si sono battuti per difenderla e per conquistarla, quelli che l’hanno presa e quelli che l’hanno perduta…

E poi abbiamo impacchettato davvero tutto quanto, e non avrei mai creduto che una faccenda di carta da pacchi e nastro adesivo potesse assumere questo genere di solennità notturna.

Non avete idea di quanto mi dispiaccia vederla partire, questa bandiera. In tutta probabilità non la rivedrò mai più – forse tornerà per il duecentesimo anniversario, quando, ammesso che sia viva, difficilmente sarò in età di scorrazzare per musei – e all’Armeria Reale non è in esposizione. In fondo sono soltanto brandelli di seta sbiadita, sorta di reliquia bifronte di un impero morto da quasi un secolo e del parto faticoso di una nazione. Sono brandelli che hanno conosciuto polvere e sangue e fatica e furia e trionfo e sconfitta, che sono stati contesi e catturati, che sono stati questione di vita e di morte. Brandelli pesanti.

Non vi è mai capitato che un oggetto in una bacheca di museo vi parlasse? Ebbene, a costo di sembrare sentimentale: a tarda sera, nel museo vuoto, a noi che le avevamo fatto corte per tre giorni,  che la vedevamo senza plexiglas, e che parlavamo a mezza voce mentre l’avvolgevamo nella carta da pacchi, la Bandiera Rukavina sussurrava il suo passato e il suo congedo.

Lug 20, 2011 - guardando la storia, teatro    2 Comments

Aninha

Sentivo il mondo muoversi appena oltre la cinta nera delle colline all’orizzonte, come un ruggire anita, garibaldi, teatro, governolo, centocinquantesimo, unità d'italia, laguna, brasilelontano di temporali nella notte. E me ne tornavo a casa piena di una fame senza nome e senza forma. E dietro le mie spalle mormoravano della Aninha selvaggia, la vergogna e il crepacuore di sua madre. Allora gettavo indietro la testa e fingevo che non m’importasse. Ero prigioniera…

 

Perché prima di Anita c’era Aninha, la figlia di un mandriano nelle paludi del Brasile, soffocata in un mondo troppo stretto – finché qualcuno non le diede un nuovo nome e nuovi sogni. La storia della ragazza che divenne Anita Garibaldi.

 

 

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Mag 27, 2011 - guardando la storia, teatro    No Comments

Uno Dei Mille – Nel Bene E Nel Male

spedizione dei mille,giuseppe nuvolari,garibaldi,centocinquantesimo,unità d'italiaDa un paio di mesi lavoro con tre terze medie sulle memorie di un garibaldino locale, e l’esperienza è stata interessante sotto più di un aspetto.

Intanto, Giuseppe Nuvolari era un personaggio decisamente singolare. Membro di una famiglia che fece il salto da contadini a proprietari terrieri nel giro di una generazione, rude, spiccio, senza peli sulla lingua, permaloso, coraggiosissimo, onesto e sgrammaticato, il Giuspin cominciò con una condanna a morte in contumacia nel 1852 – troppo prossimo all’ambiente dei Martiri di Belfiore. Era un mazziniano e passò alcuni anni da esule, infaticabile portaordini e raccoglitore di fondi. Quando incontrò Garibaldi fu una folgorazione. Nel Cinquantanove era nelle guide a cavallo dei Cacciatori delle Alpi, nel Sessanta era con i Mille, nel Sessantadue si guadagnò i galloni di capitano sul campo, nel Sessantasei era aiutante di campo di Garibaldi in persona.

A Italia unificata, Garibaldi gli affidò per mesi interi la gestione di Caprera, e il Giuspin, da buon contadino mantovano, inorridì dei metodi allegri usati sull’isola, e mise tutti e tutto in riga. Al ritorno di Garibaldi, che un gran senso degli affari non doveva averlo, Caprera era così ordinata e redditizia che sembrava un altro posto. Temendo di vedersi scalzare dal posto di amministratore, il genero di Garibaldi non trovò di meglio che calunniare pubblicamente il nostro brav’uomo: sui giornali comparvero articoli che accusavano Nuvolari di trascuratezza nella migliore delle ipotesi e di malversazione nella peggiore, imputando alle malefatte di questo Mantovano malfido addirittura una malattia di Garibaldi… Nuvolari, infuriato e amareggiato, chiese al suo Generale di discolparlo pubblicamente, ma Garibaldi si limitò a ribadirgli tutta la sua stima in privato. Non poteva, fece capire, svergonare la famiglia davanti a tutta l’Italia. Comprensibilmente, i rapporti tra i due si raffreddarono, e Nuvolari seguitò la sua vita tra le sue campagne, Genova e Roma – sempre scorbutico, sempre solitario, sempre tranchant.

Nel 1888, quando uscirono le memorie dell’ormai defunto Garibaldi, ci fu chi chiese a Nuvolari di annotarle. Nuvolari disse no, poi ni e poi (“se tacessi farei credere di non avere visto niente, o di non ricordarmi niente…”) scrisse. Oh, se scrisse. Le sue Note non furono mai pubblicate sul serio – e forse è un bene, perché così ne sono sopravvissute due versioni: il manoscritto originale e la versione edulcorata e corretta da un vecchio amico di Nuvolari. Il confronto tra le due è una meraviglia: da un lato l’impetuosa, sgrammaticata e vivida eloquenza del vecchio Garibaldino, dall’altra il compito e più istruito Maggiore a riposo che cerca di prestare al suo amico una vernice di cultura e di refinement.  

Personalmente adoro il diverso modo in cui i due uomini descrivono il faticoso passaggio di un torrente in Aspromonte e la pittoresca scena delle Camicie Rosse che guadano con l’acqua al ginocchio nella luce dorata del primo mattino.

“Avere avuto là un pittore, faceva affari!” commenta il rustico Nuvolari – mentre Ezechielli rapsodizza sugli effetti di luce, sulle macchie di colore, sulle pose plastiche dei soldati. A leggere le due versioni pare di vederli discutere: Nuvolari che scrolla le spalle e sporge ostinatamente il labbro inferiore, mentre il buon Maggiore Ezechielli cerca di convincerlo che scrivendo di guadagni non fa buona figura…

Per questo sono rimasta deliziata quando i miei quattordicenni, nello scrivere il piccolo testo teatrale che abbiamo tratto dalle Note, hanno scelto proprio questo brano, nelle sue due versioni, per far discutere i personaggi di ideale e senso pratico, di dedizione e indipendenza di giudizio, di arte e sincerità. Alla fine di tutto, il nostro Nuvolari rivendica orgogliosamente di essere e rimanere “uno che dice quel che pensa e fa quel che dice, un buon Italiano – uno dei Mille.”

Sono soddisfatta del risultato. Adesso, se tutto va bene, se piace alla Legge di Murphy, ai numi della pioggia, degli amplificatori e dei coloranti per tessuti, Uno Dei Mille va in scena domenica sera a Governolo, per un pubblico di genitori, nonni, zii e parenti vari, ai quali cercheremo di restituire Giuseppe Nuvolari così come è apparso ai ragazzi: brusco, matter-of-fact e innamorato della causa italiana – così poco romantico e così umano.

 

 

Il Risorgimento Narrato Ai Fanciulli

ts954v5-101.jpgC’è una certa quantità di narrativa storica per fanciulli a sfondo risorgimentale, romanzi e non romanzi che, a partire dal famigerato Cuore fino allo scorso anno, si preoccupano di narrare ai pargoli l’intera epoca o un fatto particolare in termini accattivanti.

Evidentemente, nel corso degli anni, ciò che è cambiato è il concetto di quale particolare ingrediente dovesse rendere la storia appetibile per i piccoli lettori.

Partiamo da De Amicis, che nel 1889 inserisce nella sua cronaca di un anno scolastico una serie di “racconti mensili”, storie edificanti da cui ci si aspetta che il fanciullo tragga esempio. Personalmente trovo che Cuore sia il genere di letteratura che andrebbe proibito ai diabetici per eccesso di zucchero, ma non posso negare che le due figure risorgimentali presenti, il Tamburino Sardo e, ancor di più, la Piccola Vedetta Lombarda, siano entrati nell’immaginario popolare con la prepotenza dell’oleografia ben riuscita. Si parla di ragazzini semplici e coraggiosi, vivaci, svegli, di buon cuore. Sono patriottici per sentimento e per istinto, perché sentono nel loro cuore che l’Italia è cosa buona e giusta. Vale la pena di lasciarci le penne anche a non sapere troppo bene che cosa sia.

I bambini di Olga Visentini, diversi decenni più tardi, sono piccoli patrioti più consapevoli, si direbbe: per sentimento, per tradizione famigliare e per melassa, sembrano tutti possedere una preternaturale lungimiranza storica. Detestano i Tedeschi oppressori e combattono perché vogliono l’Italia unita… La Visentini, prolificissima autrice per bambini, per il Centenario del 1961 produsse tutta una serie di storie, libri e racconti accomunati da una visione edulcorata e favolistica dei fatti risorgimentali. Ragazzi del Risorgimento è una raccolta di bozzetti biografici di piccoli eroi più o meno conosciuti. Si va dall’infanzia di Mazzini e Garibaldi ai Martinitt delle Cinque Giornate, dalla figlioletta di Finzi al piccolo amico muto di Pellico allo Spielberg, passando per i tamburini di Garibaldi e una piccola straccivendola mantovana. Tutti questi bambini sono buonissimi, coraggiosissimi, fierissimi, prontissimi al sacrificio – e sempre bellissimi. Notatelo questo. Anche la PVL di De Amicis era un bellissimo bambino, ma qui la faccenda si fa più evidente, perché di bambini ne vediamo tanti, e tanto quelli quanto i cospiratori son sempre bella gente dai grandi occhi luminosi e ispirati, volti angelici, portamento fiero, voce musicale… In un tripudio di kaloskaiagathos, se c’è qualcuno di brutto state pur certo che è un bieco oppressore! Le cose vanno, se possibile, ancor peggio con Chiardiluna, romanzo in cui due fratellini brianzoli, figli di un medico cospiratore, fuggono a Milano giusto in tempo per le Cinque Giornate, incocciando in una rete di cospiratori, in una contessina paralitica che, pur figlia di un segretario dell’Arciduca Ranieri, dirige di nascosto una specie di rete di soccorso per i patrioti incarcerati. E’ una di quelle storie in cui i salvataggi avvengono all’ultimo minuto, i contatti si prendono ai balli mascherati, i messaggi sono nascosti sotto piccoli paesaggi dipinti da sciogliere con l’acido e nessuno capisce bene come succedano le cose… Anche qui i Buoni sono angelicamente generosi, coraggiosi e belli, mentre i Malvagi sono proprio malvagissimi, oltre che brutti. Ma la cosa peggiore, forse, è che il romanzo finisce con il Tricolore issato sul Duomo, le campane che suonano a festa e Milano liberata. Non è proprio così che finisce la storia? Gli Austriaci tornano in forze e Radetzky reprime con una certa qual energia? Fa niente, o Fanciulli: di quello non occorre che vi preoccupiate.

Un po’ meglio va con Maria Rosaria Berardi che, nel 1968, pubblica Angelo Nero, altro romanzo milanese, ma ambientato nel 1820. Gabriele, piccolo spazzacamino giunto dal Lago di Como, mentre cerca notizie di suo padre si ritrova nel bel mezzo della cospirazione dei Federati di Confalonieri, Porro e compagnia. Diventerà la loro staffetta, ritroverà il babbo e tornerà a casa. Qui a essere bellissimi non sono tanto i bambini, quanto i cospiratori, presentati come esseri meravigliosi e nobilissimi, e se gli oppressori sono malvagi, c’è tuttavia tra loro qualche genere di distinzione. Ci sono guardie bonarie anche tra gli Austriaci, il padrone milanese di Gabriele è crudele senza essere un amico degli Austriaci, e il governatore Conte di Strassoldo è disgustato dai metodi dell’Attuario di Polizia Bolza. Tra l’altro, non tutto va a finire in gloria: Gabriele torna a casa maturato dalle sue avventure, e dalla consapevolezza che i suoi amici sono finiti per lo più in carcere.

Le cose paiono continuare ad evolversi con gli Anni Ottanta. I Cannoni di Venezia, di Lino Piccolboni, racconta l’assedio e la caduta di Venezia del 1849 in tono molto più disincantato. Vero, il protagonista Marco Oliboni è più adulto e più consapevole, ma l’autore non risparmia a lui e ai lettori nulla delle tragedie e delle amarezze della sconfitta. Marco parte per un’avventura e torna avendo visto cadere la città, morire il suo migliore amico e appassire molti ideali. Piccolboni canta con molto affetto l’eroismo dei Veneziani, dei Napoletani e dei Piemontesi che difendono una causa già perduta, ma non rifugge dalle realtà più dure della vicenda.

Qualche anno più tardi, Laura Guidi riprende essenzialmente la stessa storia in Venezia 1849, incentrando però la trama su due protagonisti dodicenni, il nobile Marco e il popolano Zuanin, che iniziano la loro avventura al servizio della Serenissima con l’incoscienza dell’infanzia, ma maturano di fronte al pericolo e alla sofferenza. Come Piccolboni, la Guidi scrive per i ragazzini delle scuole medie e, come lui, sembra avere cambiato radicalmente atteggiamento rispetto a una Olga Visentini: nessuno dei due cerca più di contrabbandare ai giovanissimi lettori il Risorgimento per la favola che non fu.

Era una buona e lodevole evoluzione, ma nel 2002 troviamo una specie d’inversione – almeno parziale – con il pur grazioso Un Garibaldino di nome Chiara, di Lia Levi. E’ chiaro che il politically correct si è fatto strada nel frattempo, e bisogna dare spazio alle bambine. E non basta più nemmeno, come faceva la Visentini, metterle a ricamare, dolci e coraggiose, o a dipingere o ad assistere trepidanti mentre i ragazzini combattevano. La mia omonima del titolo, a undici anni, si aggrega ai Mille, vestita da maschio ma neppure troppo di nascosto, visto che è il padre capitano dei Cacciatori a portarsela dietro. Chiara/Corrado non combatte veramente (in un sussulto di buon senso, Levi affida il punto di vista delle battaglie al quattordicenne Simone mentre la fanciullina resta nelle retrovie), ma resta un personaggio anacronistico sotto l’egida dell’anticonvenzionalità – sua e della famiglia – questo orribile esantema che sembra risparmiare ormai ben poca narrativa per fanciulli.

Insomma, non è che non si trovino buoni libri in materia, ma bisogna cercare con cura, in uno slalom faticoso tra retorica, zucchero e melassa. E non sono affatto sicura che le buone intenzioni degli Anni Ottanta siano state raccolte in tempi più recenti, alas.

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