Browsing "guardando la storia"

L’Itala Giuditta

Mi piace l’idea che ciascuno celebri l’Unità dedicando all’occasione un po’ di quel che sa fare meglio. Come sapete, io scrivo.

E dunque, Signore e Signori, Lettori Diletti, Italians, Citizens, Friends, non senza un pizzico di orgoglio vi presento la mia novella risorgimentale-steampunk che, si dà il caso, è anche il mio primo libro elettronico: L’Itala Giuditta – Opera Steampunk in Cinque Atti.

 blackframe2.jpg 

L’Itala Giuditta.pdf

 

 

 

 

 

 

Vi si parla di moti, d’opera, di macchine volanti e di signore ostinate. Cliccate sul link per scaricare il PDF. Per ora c’è solo quello, ma si prevedono sviluppi.

E intanto che ci siamo, ecco anche il (piccolo) booktrailer:

Buon Centocinquantesimo!

 

Se poi voleste
segnalare su Twitter…

Preghierina Dell’Italia Unita

Noi siamo, vecchio Dio delle Nazioni,
una piccola patria adolescente,
sciatta nipote d’ottima famiglia,
ribelle eterna contro tutto e niente.

Abbiamo solo centocinquant’anni,
non siamo una corona millenaria
né figli di una gran rivoluzione:
è tutto nuovo, un po’ campato in aria.

Altri, più ricchi in secoli e civismo,
ci guardano col ciglio sollevato.
Facciano pur – ma, Dio delle Nazioni,
dacci un poco di senso dello stato.

E insieme a quello, un poco di misura
nell’entusiasmo come nel dolore:
la gente non applauda ai funerali,
e per quel che riguarda il tricolore…

Insegnaci, o Dio delle Nazioni,
che non si è patriottici per moda,
con la bandiera al vento oggi ch’è festa,
e poi domani si ritorna in coda.

E’ facile parlar d’Italia-Italia
nel bagno di retorica allegria.
Delle Nazioni o Dio, facci capaci
di farlo quand’è arduo – e così sia.

_____________________________________________________

Domani non sarebbe giorno di post, ma ripassate di qui, se vi va: ci sarà una piccola sorpresa per celebrare il Centocinquantesimo…

 

Feb 3, 2011 - guardando la storia    No Comments

Quel Che Non Si Sa

La vita di Shakespeare è uno di quegli argomenti su cui la relativa scarsità di documenti ha scatenato da un lato una frenesia di ricerca, e dall’altro un’ancor più sfrenata tendenza alla speculazione.

william-shakespeare.jpgA partire dalla tendenza a dubitare che Shakespeare fosse davvero Shakespeare, non c’è aspetto della sua scarsamente arredata biografia che non sia stato oggetto delle teorie più selvagge: di che origine era veramente? Che educazione ha ricevuto in realtà? Dove diamine era negli Anni Perduti? Con chi ha collaborato? In quali ruoli recitava? Ha veramente scritto lui le opere che gli sono attribuite? Com’è possibile che nel suo testamento non si nomini nemmeno un libro? E via dissezionando, scartabellando, interpretando e controiterpretando, romanzando…

Uno dei punti oscuri che tanto solleticano gli affetti da scespirite è il suo rapporto con Marlowe. Coetanei e colleghi com’erano, in un luogo, un’epoca e un ambiente in cui tutti vivevano nelle tasche di tutti gli altri, non c’è una singola prova documentale del fatto che si conoscessero. Possibile?

Ovviamente, un simile buco nero è un’irresistibile tentazione per una fauna che spazia dallo spulciatore di archivi addottorato in paleografia e diplomatica dell’era Tudor al supposto sensitivo, dal romanziere allo sceneggiatore hollywoodiano – e come potrebbe essere altrimenti? Quello che non si sa non è qualcosa che non si sa e basta: è un’irresistibile caccia al tesoro.Marlowe.jpg

I risultati… come dire? I risultati variano. Research-wise, si indaga puntigliosamente la verosimiglianza di qualche collaborazione nei primi anni (ricordiamoci che Marlowe era già il prodigio del teatro londinese quando Shakespeare era appena arrivato dalla campagna) si analizzano a non finire quei pochi versi di Misura Per Misura che sembrano proprio alludere a Marlowe e alla sua morte, e se non si sta attenti si finisce col sostenere che Marlowe non era morto affatto, solo fuggito sul Continente a scrivere le opere che poi Shakespeare pubblicava a suo nome… Tra i due estremi resta una quantità di più o meno plausibili ipotesi basate sul fatto che è difficile che non si conoscessero. Se poi si apprezzassero a vicenda, o chi appressasse chi, diventa di nuovo materia per i romanzieri. A giudicare da Misura Per Misura, parrebbe che Shakespeare ammirasse Marlowe – o almeno il suo lavoro – ma è molto possibile che Marlowe, Master of Arts, guardasse dall’alto in basso l’uomo di Stratford, e lo considerasse un campagnolo illetterato.

Tra l’altro, sarebbe difficile immaginare due personaggi più diversi: da un lato Kit Marlowe, fiammeggiante, sregolato, insolente, apertamente ateo, violento… dall’altro Will Shakespeare, metodico, quieto, timorato di Dio e buon amministratore delle sue finanze e della sua carriera.

Il che, tra l’altro, ci riconduce al punto di partenza: è proprio vero che di Shakespeare sappiamo relativamente poco? Tutto considerato, non proprio. Forse non sappiamo tantissimo del massimo scrittore della sua epoca, ma questa è una percezione più tarda: in vita, e specialmente prima dei trentacinque o quarant’anni, Shakespeare era solo uno dei tanti playwrights – merce comune e neanche troppo raccomandabile. In compenso, sappiamo più o meno quello che ci si può aspettare di sapere di un Elisabettiano di costumi morigerati, frequentazioni non troppo scandalose e ragionevole prosperità, che non è mai stato in prigione, ha avuto poco a che fare con i tribunali e non ha mai dato al Consiglio Privato ragione di occuparsi di lui.

Di Marlowe sappiamo molto di più, è vero, ma lo sappiamo perché Kit aveva un’incoercibile tendenza a mettersi nei guai, duellava per strada, irritava il senato accademico, finiva in prigione, frequentava gente pericolosa, lavorava come spia, proclamava ai quattro venti qualsiasi idea blasfema o sediziosa gli passasse per la mente, falsificava denaro, scriveva tragedie controverse e attaccava briga nelle Gonzaga11.jpgtaverne. Non è un caso se Shakespeare è morto nel suo letto, anziano e ricco – mentre Marlowe ha preso la fatale coltellata prima di compiere trent’anni.

E in vista di tutto ciò, sarà un piacere cominciare oggi un corso chiamato Shakespeare e il suo tempo presso la Libera Università del Gonzaghese. Un piccolo corso concepito come una storia: Di due poeti, pari in dignità, nella bella Londra dove ha luogo la nostra storia, monta la rivalità antica – e molto inchiostro e sangue finto inondano le scene dei teatri…*

_________________________________________________________

* Con molte scuse a William Shakespeare: la tentazione era proprio troppa.

Promessi Sposi – Capitolo XXXI

Questo è uno di quei capitoli che si considerano noiosi. Ricordo – ormai quasi due anni fa – quando progettavamo questa rilettura dei PS per la UTE, e discutevamo l’opportunità di una lettura più o meno integrale. “Ci sarà qualcosa che potremo sfrondare,” diceva qualcuno, “per esempio quei soporiferi capitoli della peste…” Alla fin fine, lettura integrale è stata, e il primo dei soporiferi capitoli della peste è arrivato. 

La mia prima reazione nel ritrovarlo tra i “miei” capitoli non è stata proprio una triplice capriola di entusiasmo – indipendentemente dalla peste. Voglio dire: per motivi tristemente ovvi, la peste è un irrinunciabile accessorio di tanti romanzi storici e può diventare, a seconda del gusto e delle intenzioni del romanziere, una lettura di estrema sgradevolezza – il che non è il caso nei Promessi Sposi. Quel che smorzava il mio trasporto era, semmai, quest’altro esantema endemico del romanzo storico ottocentesco: la Digressione.

Il romanziere storico si sente, più di altri, in dovere di educare i suoi lettori, non fosse altro che per la necessità di far loro capire che cosa diamine sta succedendo, e allora, ogni tanto, abbandona vicenda e personaggi per un capitolo o due, e si concentra sulla storia. Ricordo ancora con un misto di raccapriccio e d’impazienza le tangenti per le quali parte Victor Hugo – nei Miserabili, per dire. E l’argot parigino, e gli ordini monastici, e le fognature… chi l’ha letto tutto, ma proprio tutto senza saltare nemmeno una pagina, alzi la mano.

Manzoni l’abbiamo già visto uscir di carreggiata – per esempio per cantare le lodi del Cardinal Federigo Borromeo, e diciamocelo: il precedente non ci colma di gioia.

Poi, in realtà, va meglio del previsto – anche molto meglio, a seconda di quanto vi piace sentire nell’ordine una disquisizione teorica e una dimostrazione pratica sulla storiografia di stampo illuminista.

Manzoni comincia con l’obbligatorio cappello, riassumibile come “e ora, brevi cenni sulla peste”, poi passa a lamentare lo stato delle fonti seicentesche: scarse, contraddittorie, confuse, inattendibili… tra memorie, cronache e documenti pubblici, non c’è nulla di esauriente o di certo. L’unica è impolverarsi le dita e spulciare, minuziosi e pazienti, tra le vecchie carte, confrontando le varie versioni, collazionando e correggendo l’una con l’altra, e talvolta stimando il giusto mezzo, e cercando una logica tra quelle informazioni accatastate senza criterio e senza cognizione di causa ed effetto.

Visto l’Illuminista che entra in scena? Riconosce alle fonti originali una “forza viva, propria e, per così dire, incomunicabile”, ma deplora la mancanza di metodo e di rigore con cui sono state composte all’epoca e ingoiate intere nelle opere successive. Dopodiché si mette all’opera e comincia a tracciare la vicenda del propagarsi della peste a Milano e nel Milanese. Ed è una storia ben meschina, di ritardi, di cecità, di pregiudizi, di colpevoli lentezze da ogni parte, mentre il male va “covando e serpendo” nella città. Vero è che all’epoca c’era ben poco in fatto di cure, e la peste era uno dei tanti insondabili terrori di cui era fatta la vita di ciascuno, ma il giudizio severissimo di Manzoni è giustificato: la sola cosa che si sarebbe potuta fare – arginare tempestivamente il contagio – non si fece per una combinazione d’inerzia e di criminale rifiuto dell’evidenza, da parte tanto delle autorità (quasi tutte) quanto della popolazione.

Poi, siamo sempre nelle mani di un narratore con i fiocchi, e quindi assistiamo con inorridito interesse al progresso della peste, quasi di casa in casa, mentre si nega l’evidenza e la si nasconde dietro un susseguirsi di riluttanti ammissioni: nessuna peste, le febbri maligne, le febbri pestilenziali, una specie di peste, la peste sì – ma portata dagli untori.

E il capitolo si chiude con una considerazione sul danno che possono fare le parole e il loro uso – con una concessione alla quasi ineluttabile facilità con cui questo genere di danni si produce, perché è tanto più facile parlare che pensare, e quindi “noi uomini in generale siamo un po’ da compatire.”

Accuratezza Storica – Requiescat In Pace

Dal N° 50 della Historical Novel Review – Novembre 2009. Traduzione mia.

Dieci Idee Per Vivacizzare La Storia di Susan Higginbotham

rip.jpgSiete stanchi di scavare tra pile di volumi polverosi? Magari è ora di liberarsi di questo giogo – l’accuratezza storica. Lasciate perdere i tomi accademici, procuratevi qualche cioccolatino e un bicchiere della vostra bevanda alcolica preferita e seguite questi dieci facili consigli verso la LIBERTA’!

1. Mettete sempre in dubbio la legittimità della nascita di chiunque. Dopo tutto, la maggior parte dei bambini vengono concepiti in privato, per cui chissà chi era davvero nel letto di chi? Non fatevi scrupoli nell’affibbiare la paternità a qualcuno che era morto, decisamente troppo giovane o lontano mille miglia al momento del concepimento. Questa è narrativa, gente!

2. Alterate pure di una decina d’anni l’età di un personaggio storico, a seconda delle vostre necessità. Oltre ad aiutare con il punto 1, spesso la variazione aprirà tutto un mondo di possibilità per vivacizzare la vita sessuale dei vostri personaggi.

3. Un personaggio storico è morto in circostanze non assodate? Fatene un omicidio, e assicuratevi che il biasimo ricada su qualcuno che non vi piace.

4. Se non avete fatti sufficienti per sostenere un’affermazione, fatela lo stesso. Se i vostri lettori volessero prove, se ne starebbero in tribunale a seguire i processi, giusto?

5. Le teorie della cospirazione sono i migliori amici di un romanziere. Anzi, quelli che la menano con l’accuratezza storica sono parte di una vasta rete internazionale che cospira per tenere tutti quanti all’oscuro della Verità. (Rivelata qui per la prima volta)

6. Solo perché qualcuno è morto dieci anni prima di un certo evento, non è una buona ragione perché non dobbiate includerlo nell’evento stesso. Che si diano da fare, questi morti, invece di occupare spazio sotterraneo a ufo.

7. Se due persone hanno lo stesso nome, è il Cielo che vi offre l’opportunità di confonderli liberamente ad ogni pie’ sospinto. Visto che i loro genitori non hanno avuto la previdenza d’imporre alla prole un nome diverso…

8. Se non siete certi di un fatto, guardatevi bene dal controllarlo. Affidatevi al vostro istinto e dateci dentro, specialmente se con questo potete rovinare la reputazione di un personaggio storico.

9. Se un evento ha una spiegazione innocente e una spiegazione sinistra, la spiegazione sinistra ha l’assoluta precedenza. Ricordatevi: nessun personaggio storico merita il minimo beneficio del dubbio, a meno che non sia il vostro protagonista. (E solo se è straordinariamente bello)

10. Il fatto che nessuno storico abbia mai considerato l’ipotesi che un certo personaggio storico fosse un maniaco sessuale, un alcolizzato irrecuperabile o un omicida seriale, non è assolutamente una buona ragione perché non dobbiate farlo voi. E’ quella cosa chiamata immaginazione, sciocchini! A che vi serve se non la usate almeno un po’?

_____________________________________________________________

Susan Higginbotham ha appena pubblicato il suo terzo romanzo, The Stolen Crown – ma avrebbe fatto mooolto prima a scriverlo, se solo avesse seguito queste dieci regole.

 

Di Filosofi e di Condottieri

Dopo questo concerto ho cominciato a vedere genealogie ideali ovunque – successioni di varia natura che sviluppano idee o forme artistiche attraverso i secoli.

Questa volta, anziché di arte, parliamo di filosofia con risvolti politici, coprendo una fetta di storia e pensiero greci dal principio del V Secolo fin verso la fine del IV.

Socrate.jpgCominciamo da Socrate che, tra un simposio e l’altro, elabora non solo idee, ma un metodo di pensiero, una logica dei problemi che, sotto l’apparenza svagata e conversevole, è destinata a diventare la base del modo di pensare occidentale. In realtà forse la maieutica non era così rivoluzionaria in sé, ma nessuno prima ne aveva davvero analizzato il meccanismo. E’ sempre sconcertante scoprire la ferrea disciplina che governa quelle pratiche apparentemente spontanee – e di conseguenza il modo in cui quella disciplina può essere usata. O manipolata. Non a caso, Socrate beve la cicuta fatale perché Atene lo considera un empio e un corruttore della gioventù.Platone.jpg

Segue il suo allievo Platone, che mette per iscritto e sistematizza in forma dialogica il pensiero di Socrate, e poi procede per conto suo a svilupparne i principi in varie direzioni. Platone non è un personaggio pittoresco ed allarmante come Socrate: è di buona famiglia, di molti talenti (oltre che filosofo, i biografi lo vogliono soldato, pittore, poeta, atleta e matematico, secondo un ideale molto greco), e la sua Accademia, dove s’impara discutendo, è considerata un’istituzione non solo perfettamente rispettabile, ma prestigiosa.

Aristotele.jpgTra i suoi allievi si distingue Aristotele, che sviluppa metodo e pensiero a gradi di raffinatezza estrema, e li applica ad ogni possibile campo dello scibile, dall’etica all’astronomia, dalla letteratura alla scienza della conoscenza. Anche lui fonda una scuola in cui si passeggia e si discute, e il suo prestigio è tale da farne il precettore ideale per un figlio di re.

L’ultimo rampollo di questa discendenza lo trovo proprio nel Grande Alessandro, che assorbì per un paio d’anni le teorie di Aristotele e poi traghettò il mondo greco dall’Età Classica all’Ellenismo, camminando sui cocci della vecchia città-stato verso l’idea imperiale e aprendo il mondo verso Oriente. Ad Aristotele non poteva piacere troppo la politica di Alessandro, ma la progressione verso Est della piccola e rude Macedonia, e il suo germogliare in imperi al contatto con altre civiltà più sofisticate, conservano – o almeno a me pare – un andamento logico per botte e risposte, azioni e reazioni e domande, infinite domande in cerca di risposta. Non amo alla follia Pascoli, ma il suo Alexandros, che piange davanti al “Fine, l’Oceano, il Niente”, e rimpiange i giorni in cui aveva ancora spazio per la sua Cerca, mi sembra rappresentare bene l’aspetto filosofico della faccenda – e il dramma di una mente cercatrice giunta al confine delle sue possibilità. AristoteleAlessandro.jpgWhy, persino la parabola biografica di Alessandro segue un arco narrativo degno della Poetica di Aristotele.

Insomma, nel giro di due secoli scarsi, l’onda lunga (e indiretta, se vogliamo) della maieutica di Socrate ha finito col portare alla luce un mondo nuovo – quello ellenistico. Potrei ancora notare che mentre l’Atene repubblicana comminava la cicuta a Socrate per le sue idee empie e corruttrici, Alessandro si liberava di Parmenione per la sua avversione ad abbandonare il vecchio ethos greco. Potrei ricordare il Robespierre che cita Platone per giustificare la condanna a morte di Chenier: “Anche Platone bandiva i poeti dalla sua Repubblica”. E potrei finire con Napoleone, cui pareva che Alessandro avesse fatto un gran bene a liberarsi dello stupido e immobilista Parmenione.

Discorsi da romanzieri, lo so, non da filosofi. Ma ai romanzieri piace tanto guardare il propagarsi delle onde lungo le generazioni, i secoli e i millenni.

Ott 26, 2010 - guardando la storia, teatro    4 Comments

La Regina e il suo Giullare

Velazquez_The_Dwarf_Don_Juan_Calabazas_called_Calabacillas_ca_1639.jpgDon Juan Martìn de Calabazas, con questo nome altisonante, era un giullare, buffone di corte di Re Filippo IV dopo avere servito una serie di Grandi di Spagna e Infanti reali. Conosciuto come Calabacillas o Bizco, fu tanto celebre al suo tempo da meritarsi due ritratti, uno dei quali dipinto da Velazquez, niente meno.

Fausto Bertolini, giocando con date e luoghi, porta Calabacillas alla corte di Elisabetta I d’Inghilterra. Regina e giullare dialogano fittamente, in bilico continuo tra ironia trasognata, incursioni metateatrali e scatti d’ira, e – tra una disquisizione sul metodo per catturare un orbe riluttante e un passo di dana – offrono un’affilata analisi di arte, potere, e del rapporto tra i due.

“Non ci sono eroi innocenti in politica – o nella storia,” sussurra Calabacillas al pubblico: soltanto un “nesso di colpe” che i detentori del potere cercano di districare oppure ispessiscono con le loro azioni. E gli artisti? Gli artisti camminano sul filo sottile tra un ruolo di coscienza e la necessità di mantenere la testa là dove si trova…

Ieri sera, al Teatrino d’Arco, i bravissimi Francesca Caprari e Claudio Soldà hanno recitato un estratto de La Regina e il suo Giullare. La regia era di Mario Zolin, che gioca con ironia ed eleganza sul carattere metastorico della pièce. reginaegiullare.jpg

A questo proposito, è stato interessante sentire l’autore definire la sua passione per il teatro-nel-teatro come un aspetto sintomatico della Sindrome del Demiurgo (aka il complesso della subcreazione). La tendenza a sfondare la quarta parete sarebbe, secondo Bertolini, una conseguenza del desiderio di manipolare la realtà: non contento di creare la realtà teatrale, l’autore desidera intervenire anche su quella più vasta che esula dal palcoscenico. Su quella fetta di realtà, mi verrebbe da dire, che connette palco e platea – di fatto la sospensione dell’incredulità.

Interessante teoria e interessante pièce – che spero di vedere presto per intero.

La Bambinaia Francese

Bambinaia.jpgNel corso del finesettimana ho avuto modo di discutere di uno specifico tipo di anacronismo – il tipo che scatena in me violente reazioni allergiche, che considero il peccato mortale in materia e che permea completamente La Bambinaia Francese, di Bianca Pitzorno.

So di averne già parlato, ma abbiate pazienza mentre analizziamo la trama in dettaglio.

Si comincia nella Parigi degli Anni Trenta dell’Ottocento, con la piccola Sophie, figlia di operai che, nella loro illuminata sete di progresso, fanno studiare la figlioletta. Poi il destino malvagio si accanisce sulla famigliola, Sophie perde i genitori in rapida successione, deve lasciare la scuola e mettersi a lavorare e – colpo di fortuna! – si ritrova alle dipendenze di Madame Céline, danseuse celebre e madre di una bambina. Il padre, un gentiluomo inglese, ci viene subito presentato come un uomo duro d’animo, gretto, ottuso, pieno di pregiudizi e non particolarmente intelligente.

Madame Céline, al contrario, è un angelo privo di difetti che accoglie come altrettanti figli Sophie e Toussaint, il piccolo schiavo di colore regalatole dall’amante inglese. Entrambi i ragazzini studiano nell’eccentrica scuola del Cittadino Marchese, un nobile che persegue i più nobili (e più traditi) ideali della Rivoluzione inculcando Rousseau e Voltaire a un gruppetto di piccoli operai, borghesi e aristocratici.

Tutti vivono molto felici in questa arcadia – con l’occasionale batticuore di una visita dell’Inglese, cui bisogna far credere che le distinzioni sociali siano debitamente rispettate – fino al secondo disastro, che è in realtà una combinazione di disastri. Alla morte del Cittadino Marchese, i di lui avidi e malvagi nipoti accusano Céline di un reato che non ha commesso per poterle sottrarre la parte di eredità lasciatale dallo zio. La poveretta, imprigionata alla Salpétrière, perde anche la memoria. L’Inglese ricompare soltanto per portarsi via bambina e bambinaia, e Toussaint deve nascondersi per non essere venduto, visto che la sua lettera di affrancamento non si trova più.

Il romanzo diviene a questo punto epistolare, perché Sophie scrive a Toussaint dall’Inghilterra, raccontandogli le sue numerose infelicità: deve vivere in un cupo maniero di campagna, fingersi analfabeta, sopportare che la piccola Adèle venga trattata con un certo distacco, capire chi è la misteriosa signora rinchiusa in un’ala della casa, e guardare mentre quella cretina incapace di sentimenti dell’istitutrice inglese s’innamora del padrone…

Qualcosa comincia a suonarvi familiare? Dovrebbe, perché l’istitutrice inglese altri non è che Jane Eyre, e il bieco Monsieur Edouard è naturalmente Mr. Rochester, con la moglie pazza rinchiusa nella soffitta. Solo che nulla è come credevate voi e Jane, perbacco! D’altra parte, Jane è una sciocca accecata in pari misura dai suoi pregiudizi inglesi e dal suo “amore da serva”. Il vero volto di Rochester l’abbiamo già visto, e la moglie pazza – tenetevi forte – non è pazza affatto! Il suo unico difetto è quello di avere sempre sostenuto la libertà degli schiavi e di essere stata innamorata in gioventù di un mulatto. Rochester la tiene rinchiusa solo perché, con i suoi discorsi di uguaglianza e libertà, Bertha è socialmente imbarazzante.

Capito che cosa ci teneva nascosto Miss Bronte? Vatti a fidare!

Ma never fear, la virtù non può non trionfare, di qua e di là della Manica e degli Oceani. In Francia, Céline viene liberata, riabilitata e guarita; i nipoti del Cittadino Marchese pagano per le loro malefatte; Toussaint viene dichiarato uomo libero e parte per l’Inghilterra per recuperare Sophie e la bambina. Seguono i noti eventi – il matrimonio interrotto tra Jane e Rochester, la fuga di Jane e l’incendio… solo che non è Bertha a scatenarlo, così come non è lei a morire. Bertha fugge con i Nostri che, ricongiunti e traboccanti di felicità, s’imbarcano per il Nuovo Mondo. In un finale degno di Love Boat, Sophie decide che Toussaint avrà di certo una parte nel suo futuro, mentre l’ex pazza Bertha non vede l’ora di ricongiungersi con il suo mulatto, e persino Cèline trova l’amore, nella persona di un opportunissimamente ricomparso amico del defunto padre di Sophie, un tipografo povero e brutto – ma istruito, intelligente e debitamente liberale. Non avevamo mai più sentito parlare di lui dopo pagina quattro? Ci eravamo bellamente dimenticati di lui? E’ tutto molto improbabile e improvviso? Fa niente: l’importante è che tutti vivano felici, uguali e contenti mentre la nave scompare nell’orizzonte indorato dal tramonto.

E quella gallina di Jane? Dopo tutto ha quello che si merita, visto che se ne torna scodinzolando dall’accecato e rovinato – e pure bigamo – Rochester. Fine.

Capito l’andazzo? Sorvoliamo pure sulla trama approssimativa e sulle coincidenze improbabili – dopotutto è un libro per fanciulli, si potrebbe obiettare – ma non sorvoliamo sulla caratterizzazione sommaria, perché è parte di un discorso più ampio.

In questo libro ci sono i Buoni (Sophie, l’angelica Céline, Toussaint, il Cittadino Marchese, Olympe e sua nonna, Bertha, la piccola Adèle) e i Malvagi (Rochester, i nipoti del Cittadino Marchese e svariati personaggi di contorno). Miss Jane è in una specie di limbo, parte vittima consenziente di Rochester, parte ottusa perché inglese, di certo nulla a che vedere con la giovane donna coraggiosa e intelligente che conoscevamo dal suo libro.

In realtà, tutte le caratterizzazioni che conoscevamo dal libro sono stravolte – per nessun motivo migliore della simpatia della Pitzorno per la Francia, a quanto pare – ma non è questo il punto.

Il punto è che tutti i Malvagi, maggiori e minori, pensano, ragionano, sentono e agiscono come gente della prima metà del XIX Secolo, incarnano e mettono in pratica le convenzioni, le idee e la mentalità prevalenti del loro tempo – e proprio per questo sono descritti come malvagi.

I Buoni, per contro, hanno tutti sensibilità del XXI Secolo. Anche quando professano teorie volterriane (per dirla con il Sagrestano della Tosca) o declamano le idee di Victor Hugo, poi le applicano in maniera del tutto contemporanea – e questo, nell’intenzione della Pitzorno, fa di loro i Buoni.

Sophie non è una piccola parigina ottocentesca, è una ragazzina dei giorni nostri immersa in una realtà del XIX Secolo, di cui si risente amaramente. Il modo in cui lo staff di Thornfield Hall tratta la bambina francese è esattamente quello in cui sarebbe stata trattata una bambina all’epoca e nella situazione: con un certo distacco (cui va aggiunto un quid d’imbarazzo dovuto alla nascita irregolare di Adèle). Le smanie di Sophie in proposito sono una reazione dei nostri tempi. E l’idea di Bertha – brava, buona e generosa – rinchiusa perché parla di concedere la libertà agli schiavi sfiora il grottesco.

Ma Bianca Pitzorno non è una principiante: da anni scrive romanzi storici ben documentati, e quindi non commette errori di prospettiva. Piuttosto, distorce deliberatamente la prospettiva, il che a mio avviso è ancora più grave. 

Nel momento in cui caratterizza come malvagi tutti i personaggi che incarnano la mentalità del loro secolo, e dà a tutti i buoni una mentalità del tutto anacronistica, La Bambinaia Francese cessa di essere un romanzo storico e diventa, nella migliore delle ipotesi, un’apologia della nostra mentalità illuminata e politically correct, così superiore a quella ottocentesca. Nella peggiore (e più probabile) delle ipotesi, il libro verrà frainteso e i giovani lettori crederanno che nell’Ottocento gli aristrocratici cattivi (specie se inglesi) dividessero la società in categorie, mentre gli operai buoni e qualche nobile illuminato consideravano tutti gli uomini e le donne liberi e uguali.

In entrambi i casi, l’operazione intellettuale è dannosa.

Set 16, 2010 - guardando la storia    No Comments

L’Ultimo dei Gonzaga

CarloFerdinando.jpgIl mio amico S., appassionato di Storia e collezionista compulsivo, si è presentato qui in cerca di collaborazione per tradurre un documento settecentesco scovato su eBay: una copia della dichiarazione di fellonia di Ferdinando Carlo Gonzaga-Nevers, cui l’Imperatore Giuseppe I non era disposto a perdonare di aver lasciato entrare a Mantova le truppe franco-spagnole nel 1707. 

Potevo dire di no? Ovviamente non potevo.

Così ieri sera abbiamo cominciato. Confesso di essermi arresa prima di subito davanti al prologo in Tedesco, ma il corpo del documento è in Latino, e lì ci siamo messi d’impegno. Una prima oretta di lavoro ha prodotto un elenco abbreviato dei titoli di Giuseppe, un’affascinante, dettagliatissima lista dei destinatari per conoscenza della patente di fellonia (compresi tutti i custodi di ponti dell’Impero), ai quali il Sacro Romano Imperatore augura ogni bene, prima di lanciarsi nella sua diatriba. Per ora abbiamo tradotto una dichiarazione di buona volontà nei confronti dei sudditi leali e obbedienti, and woe betide chiunque si azzardi a tralignare – abominevole audacia! – dalla fedeltà dovuta all’Imperatore e all’Impero.

Il lavoro è affascinante: un lobo del mio cervello non può fare a meno di macchinare sullo choc delle piccole autorità locali nel ricevere un documento  del genere – c’è un senso di solennità nelle formule latine, si legge tra le righe la presenza di un’autorità lontana e onnipotente, e il carattere esemplare della punizione trasuda da ogni sillaba. Questo è un grande feudatario esposto su una gogna di carta e inchiostro e forse, quando parlo di choc delle piccole autorità locali, sto sottovalutando la situazione. In realtà credo che la lettura di un documento simile dovesse far correre qualche brivido per la schiena di qualsiasi magnate dell’Impero. Elettori, principi ecclesiastici e secolari, duchi, margravi, presuli, conti e baroni, castellani e capitani, borgomastri e magistrati… tutti dovevano vedere l’ignominia dell’ultimo Gonzaga. La vasta diffusione della notizia faceva parte del castigo e, allo stesso tempo, fungeva da memento per tutti i suoi destinatari. Gonzaga.png

Registro con qualche soddisfazione che il mio Latino non è completamente arrugginito, ma sento decisamente la mancanza di qualche nozione di paleografia e diplomatica (di diplomatica, in realtà, ma mi pare che sia un esame unico, a Lettere). Credo che farò bene a procurarmi una lista di abbreviature. Qualcuno ha idea di dove ne posso trovare una in Rete?

E stasera si continua.

 

Lug 14, 2010 - guardando la storia    15 Comments

Liberté, Egalité et Fraternité

prise_de_la_bastille.jpgQuattordici di Luglio, Allons Enfants eccetera eccetera. Mi si dice da secoli che “una volta o l’altra lo passeremo a Parigi perché…” ma si vede che nemmeno quest’anno è quella volta o l’altra. Non dico che non mi piacerebbe, sulla base di come tutta la faccenda è descritta nell’incantevole Quando Hitler Rubò Il Coniglio Rosa, dal che mi s’individua come un dissennato esemplare di quella specie di persone che prendono le loro aspettative dai libri. Non sempre è una buona idea, ma non divaghiamo.

Confessione: il motivo per cui posso convivere con il fatto di non avere mai trascorso un Quattordici prison.jpgLuglio a Parigi è che, tutto sommato, nel corso degli anni (e delle letture) ho sviluppato una simpatia piuttosto limitata per la Rivoluzione Francese. C’è la Storia di per sé, c’è l’Andrea Chenier (anche se tutto sommato Carlo Gerard ha la sua dose di ruvida grandezza*), e c’è che leggendo A Tale Of Two Cities o The Scarlet Pimpernel una non si fa la migliore opinione possibile dei sanculotti e delle tricoteuses. Tuttavia, siccome nemmeno l’Ancien Régime brilla per simpatia, ho mantenuto un discreto distacco in proposito fino a una quindicina di anni fa.

Cholet.jpgPoi una quindicina di anni fa, su Il Giornale, lessi una serie di articoli sulle Guerre di Vandea. Folgorazione. Ammesso che ne sapessi qualcosa prima, non poteva essere più del singolo e asciutto paragrafo in cui il mio libro di storia del Liceo liquidava le Guerres come un brutale, fanatico e fallito tentativo di reazione monarchico-clericale nell’arretrato Ovest. Figuratevi la mia sorpresa nel leggere di un’epopea di grandi dimensioni: una fiumana di contadini-soldati con le falci, comandata da signorotti di campagna, piccoli proprietari e figli di notai che tiene testa all’esercito rivoluzionario per anni, e poi va incontro a un destino estremamente tragico… Il mio genere all’ennesima potenza! 

Ne volevo sapere di più. Prima scoperta: non era facile. In Italia non c’era praticamente nulla di pubblicato, e all’epoca ero del tutto digiuna delle meraviglie della Rete. Non potevo far altro che frugare per casa, biblioteche e librerie, racimolando Quatre-Vingt-Treize, Les Chouans, Les Blancs et les Bleus e la traduzione degli atti di un convegno**. Pareva non esserci altro, e suppongo che sia stato per questo che, l’estate successiva, a Parigi, anziché su un treno per Rouen salii su un treno per Nantes. Chiariamo: all’epoca stavo decidendo di voler scrivere per davvero, e di volermi dare ai romanzi storici. L’idea era una vicenda napoleonica, e dieci giorni in giro per Parigi e la Normandia a documentarmi sul mio protagonista, ufficiale della Campagna d’Italia e stanziato a Governolo per un certo periodo.

Solo che poi… presenti gl’impulsi? Non è che li segua spesso, ma fatto sta che i miei dieci giorni li prigionieri.jpgpassai girando come una trottola per la Vandea, visitando musei locali, cittadine, campi di battaglia, castelli natali dell’uno o dell’altro generale, isole, zone costiere, abbazie e biblioteche. Per non parlare delle librerie! Tornai a casa con una tonnellata di libri e di fotocopie e un’Idea, e nel corso dei tre anni successivi scrissi il primo volume della mia trilogia vandeana.

Il Giglio e la Falce comincia con l’inizio dell’insurrezione vandeana nel marzo del 1793, segue la chiamata alle armi dei contadini, le difficoltà, le battaglie, le vittorie e le sconfitte dei Bianchi fino alla Virée de Galerne, il tragico passaggio oltre la Loira, e fino alla pace del 1795. E’ un libro dissennatamente colossale (poco meno di 250000 parole, ed è solo il primo volume!), e non so di preciso se troverò mai qualcuno disposto a pubblicarlo, ma una cosa è certa: mentre lo scrivevo ho sviluppato una radicata predilezione per i Bianchi, che sono gente di poco buon senso, di vario valore, di molti meriti e altrettanti difetti, e di tragica sfortuna. E questo è il motivo principale per cui tutto sommato il Quattordici Luglio non suscita in me un entusiasmo selvaggio.

Mort_du_General_d%27Elbee.jpgNon che voglia negare l’importanza storica della Révolution, ma, per dirla con Isabel Archer di Ritratto di Signora,*** “in una rivoluzione, una volta che fosse bene avviata, credo che sarei una realista. E’ più facile simpatizzare con loro, e hanno occasione di comportarsi in modo così pittoresco!”

 

______________________________________________________________________________________

* Commento a caldo di lettore casuale prima della pubblicazione: “Effigurarsi, Clarina! E’ un baritono…”

** Ricerca talmente complicata che, cinque o sei anni più tardi, il gentilissimo e bravissimo titolare della meravigliosa libreria Il Delfino di Pavia si ricordava ancora di me e dei miei dannatissimi atti.

*** Il che equivale a dire: per dirla con Henry James…

Pagine:«12345»