Browsing "guardando la storia"
Mag 5, 2010 - guardando la storia    2 Comments

Ei Fu… in Ucronia

Molti anni fa – neanche moltissimi, pensandoci bene: nel 2001 – ho partecipato a un gioco promosso da Rai Radio Tre. Si trattava di una versione del celebre What If, in cui si stabilisce un’ipotesi ucronistica e poi ci si ricama sopra. Cosa sarebbe successo se, invece di X fosse successo Y?

Il gioco è affascinante, e ha intorno tutto un genere letterario, il cui maestro indiscusso è Harry Turtledove. Avete presente il suo Per Il Trono d’Inghilterra, in cui la Envencible Armada, anziché affondare ingloriosamente, conquista l’Inghilterra, e Shakespeare si ritrova invischiato in un intrigo politico letterario per rovesciare l’occupazione spagnola? Assolutamente fantastico. In Italia c’è La Saga di Occidente, in cui Roberto Farnesi ipotizza un’Italia in cui il Fascismo non è caduto. Affascinante serie di speculazioni.

Se parlo oggi di tutto ciò è perché nel gioco radiofonico di cui dicevo all’inizio, l’ipotesi era che Napoleone fosse fuggito dall’Elba negli Stati Uniti (e per dissennata che l’idea suoni adesso, c’erano fumosi piani in proposito e cospiratori intenzionati a metterli in atto). Come sarebbe cambiata la storia europea?

La mia ucronia cominciava così:

Napoleone raggiunge gli Stati Uniti dove, con sua somma delusione, si ritrova circondato soltanto da gruppi di bonapartisti alquanto velleitari e non troppo bene informati che agiscono in semiclandestinità, concionano di Ideali Rivoluzionari e, in un patetico tentativo di segretezza, si affannano a chiamare il loro ospite “Mr.Goodside”…

Napoleone non moriva più a Sant’Elena il 5 maggio 1821, ma nell’America del Sud, quindici anni più tardi. E Alessandro Manzoni dedicava all’avvenimento un’ode intitolata Il Quattordici Settembre:

Ei fu. Di guerra il fulmine

nel Messico lontano

si tacque. E rugge il tuono

che mosse la sua mano,

che il suo voler, mancando,

dietro di sé lasciò.

 

Dorme la spoglia immemore

nell’or di Montezuma.

Gloria, potere ed impeto

svaniro come bruma,

e ‘l due volte imperadore

il capo alfin posò.

 

E via dicendo per altre quindici o venti sestine – che non ho scritto. Però, se qualcuno avesse voglia di leggere l’intera storia, la può trovare qui.

Apr 8, 2010 - guardando la storia    No Comments

L’Ammiraglio Che Non C’è

Suleyman Balta-Oghlu, dico.

Se leggete Sir Steven Runciman* o Franz Babinger**, ve ne venite via con l’impressione che Suleyman Balta-Oghlu fosse un ammiraglio della flotta ottomana durante l’assedio di Costantinopoli, nel 1453. Fin qui tutto bene. Scoprite che il Nostro è figlio di un boiaro bulgaro, che poi si converte (o è convertito) all’Islam e fa carriera al servizio del Sultano Murad, e poi di Mehmed II. Nel 1444 è membro di un’ambasceria spedita a Buda; nel 1449 combatte a Lesbo, abbastanza bene da farsi notare dal giovanissimo Mehmed; alla fine del 1452 lo ritroviamo governatore di Gelibolu/Gallipoli, dove sovrintende all’allestimento della nuova flotta ottomana. Poi Mehmed lo nominerà ammiraglio (Kapudan Pasha), e mal ne incoglierà, a Balta-Oghlu: nell’aprile del 1453, dopo avere predicato prudenza per un mesetto, ha la mala ventura di lasciarsi sfuggire quattro navi occidentali in arrivo. Per impossibile che sembri, quattro legni – di cui uno armato di Fuoco Greco – riescono a farla in barba all’intera flotta ottomana, ed entrare nel blindatissimo Corno d’Oro tra il tripudio degli assediati. Mehmed non la prende bene, e qui finisce la carriera di Balta-Oghlu.

Questa, dicevo, è l’impressione che vi fate, e vi sembra più che sufficiente per un personaggio di contorno. In fondo, deve solo essere scaltro e calcolatore, irritare ripetutamente Mehmed, fallire grandiosamente e fare una fine pittoresca… dov’è il problema?

Il problema è che, in fase di revisione, decidete che Balta-Oghlu merita di meglio. Già che ci siamo, perché non dargli un punto di vista? Secondario, se vogliamo, ma pur sempre un punto di vista. E allora vi serve qualche notiziola in più, che diamine. Per prima cosa, tornate a Babinger e Runciman, e non solo ritrovate esattamente e soltanto le informazioni che avete già utilizzato nella prima stesura, ma scoprite anche – con un certo risentimento – che nessuno dei due autori cita le fonti da cui ha preso le informazioni in questione.

Be’, pazienza. Cercate sul vostro amatissimo Oxford Dictionary of Byzantium (in tre volumoni) e non trovate nulla. Strano. Setacciate la vostra nutrita bibliografia di bizantinerie e fate anche una capatina in biblioteca, e non cavate un ragno dal buco. Cercate allora su Internet… e che diamine! qualcosa ci sarà, no?

No. Non c’è nulla. Wikipedia in versione inglese ha uno stub tratto da Runciman che vi dice meno di quanto già sapeste; Wikipedia italiana, idem con ancor meno patate. Wikipedia turca***, sorpresa delle sorprese, il buon Balta-Oghlu**** lo ignora. Ma completamente. Non ha nemmeno uno di quei link rossi che non conducono a nessun articolo: l’uomo è citato superficialmente in una discussione e, a parte quello, per la Wiki turca potrebbe non essere mai esistito.

Bizzarro, no? Estendete la vostra ricerca dalla storia dell’assedio a quella della flotta ottomana, completa di liste degli ammiragli, e il risultato è sempre lo stesso: nada.

Allora vi rivolgete a uno storico militare che già un paio di volte vi ha levato dai pasticci, e gli raccontate il vostro guaio. Gli riassumete rapidamente quello che sapete, e gli ponete le vostre domande: SBO è stato razziato ragazzino e cresciuto ottomano, o si è convertito in età adulta? Che tipo di carriera ha fatto prima di diventare governatore di Gallipoli? Ha mai servito nei Giannizzeri? Lo storico militare è una cara persona e, pur ammettendo di non sapere assolutamente nulla del signore in questione, vi dà una buona idea: perché non vi rivolgete all’Addetto Navale dell’Ambasciata Turca a Roma?

Voi, francamente, avete qualche patema a rivolgervi all’Addetto Navale per la documentazione di un romanzo storico, ma l’idea vi sembra brillante lo stesso, perché le ambasciate hanno anche Addetti Culturali, e chi meglio di un Addetto Culturale può aiutarvi a dipanare una questione di storia? Mentre cercate un indirizzo elettronico dell’Ambasciata, v’imbattete in un giornale online di cultura turca con un servizio di domande e risposte molto attivo e, per non lasciare nulla d’intentato, provate anche lì. Vi risponde un gentilissimo signore (italiano) che non ha mai sentito nominare SBO, ma v’indirizza alla persona giusta all’Ambasciata.

Voi scrivete alla supposta persona giusta, e aspettate fiduciosi. Già che ci siete scrivete anche al Consolato di Milano, perché non si sa mai, e continuate ad aspettare fiduciosi, e ogni tanto fate ancora qualche ricerchina per conto vostro, pescando sempre lo stesso genere di pesce: niente.

Dopo un certo numero di giorni, dal Consolato vi suggeriscono di rivolgervi all’Ambasciata. Già fatto, grazie. E dopo un po’ di giorni ancora, dall’Ambasciata vi dicono che: a) hanno cercato su Internet e non hanno trovato nulla; b) hanno cercato nei loro archivi e non hanno trovato nulla; c) vi passano l’indirizzo di un docente di storia dell’Università di Ankara, al quale potete provare a rivolgere la vostra domanda.

Voi lo fate, e cominciate anche a disperare un tantino. Non è che non abbiate fiducia nel Professore, ma cominciate a domandarvi che cosa farete se anche il professore dovesse ignorare l’esistenza di SBO… Supporre che in realtà non sia mai esistito? Decidere che i Turchi hanno rimosso la figura dalla loro memoria storica? Levarlo dal romanzo? Inventargli di sana pianta un’infanzia e una giovinezza plausibili?***** Perché poi, badate bene, voi sareste perfettamente felici anche di sapere che non esistono fonti affatto, e che sapete già tutto quello che si può sapere, perché allora sareste liberi di riempire le lacune di testa vostra. Dopo tutto siete romanzieri, non saggisti, giusto?

Ma nel frattempo, resta l’atroce dubbio che in realtà qualcosa esista, qualche fonte remota sulla base della quale qualcuno, un giorno, vi sbugiarderà grandiosamente. Vi vengono le palpitazioni al sol pensiero. In più, vi domandate com’è possibile che un’ammiraglio della flotta ottomana esista soltanto nelle fonti secondarie occidentali, e a questo pensiero vi prudono tutti gl’istinti storico-narrativi che avete.

E così aspettate trepidi che il Professore si faccia vivo, e intanto fate speculazioni selvagge e, se non state attenti, vi ritrovate con tutta la trama di un giallo storico…

Chi è Suleyman Balta-Oghlu? Donde viene? Dove va? Che d’è questo fitto mistero che lo avvolge come un sudario d’oscurità? Come si sono smarrite le sue tracce nella nebbia dei secoli? Qualcuno lo ha voluto dimenticare? E perché? Riuscirà la nostra eroina a fare luce sul misterioso Bulgaro?

Non perdete il secondo, emozionante episodio de… La Clarina e l’Ammiraglio Fantasma! Prossimamente su queste pagine.

___________________________________________________________________

* Steven Runciman, Gli Ultimi Giorni di Costantinopoli, Piemme, 1997. Magnifico libro.

** Franz Babinger, Maometto il Conquistatore e il suo tempo, Einaudi, 1983. Altro gran bel libro.

*** Ci sono momenti in cui si apprezza persino il traduttore automatico di Google, vero?

**** Henceforward indicato come SBO, se non vi dispiace.

***** Oddìo, potreste anche provare a rivolgervi davvero all’Addetto Navale, a questo punto…

Storicamente Corretti

Abbiamo parlato, qui e qui, di letteratura e cinema; parliamo di storia e cinema, questa volta.

Qualche anno fa, in un saggio intitolato “Le troppe sviste di sir Scott”, lo storico militare e medievalista Marco Meschini (Cattolica di Milano), ha offerto un’analisi molto stimolante del modo in cui la storia finisce sugli schermi cinematografici, concentrandosi su Kingdom of Heaven, di Ridley Scott, una narrazione alquanto disinvolta dell’assedio di Gerusalemme, nel 1187.

Meschini, ammiratore confesso di Scott, parte dalle dichiarazioni contradditorie rilasciate dal regista e dallo sceneggiatore William Monahan a proposito dell’accuratezza storica del film. Si parte da un “i personaggi sono storicamente corretti”, per arrivare a un “talvolta abbiamo dovuto ritoccare la realtà a fini narrativi”, per culminare con uno spudorato “è successo 800 anni fa… voi c’eravate? Io no!”

Francamente, avrebbero fatto miglior figura se non avessero voluto rivendicare fette decrescenti di fedeltà ai fatti. Voglio dire, tutti sappiamo che la storia è storia e Hollywood è Hollywood, e non ci scandalizziamo troppo, nemmeno quando Baliano, in realtà signore di Ibelin e colonna del Regno Latino di Gerusalemme, ci viene contrabbandato come un povero maniscalco francese che scopre di essere figlio illegittimo di un gran signore e capitano crociato*. O meglio, non ci scandalizzeremmo troppo se il regista non ci avesse detto che i personaggi sono essenzialmente corretti.

In definitiva, fare film consiste nello strizzarci l’occhio, invitarci a sospendere l’incredulità e lasciare che ci godiamo le scene di battaglia, giusto? Ma no, Scott deve cercare di imbrogliarci, rimangiarsi via via le assicurazioni incaute e infine, in una dimostrazione palese di coda di paglia, tentar di fare dell’ironia sulla questione.

Col risultato che il film non è ancora iniziato e siamo già maldisposti, tutti i nostri neuroni sono in allerta massima da forze ostili e, invece di appassionarci alla storia, notiamo le incongruenze, gli anacronismi e gli svarioni. Come il fatto che questa gente se ne vada in giro in armatura completa per la maggior parte del tempo, o che carichi con la spada in pugno (anziché la lancia), o che si levi l’elmo nel bel mezzo della battaglia, o che, mentre galoppa, senta ordini gridati da qualcuno all’altro capo dello schieramento…

Tuttavia, Meschini sembrerebbe disposto a concedere queste licenze, seppur malvolentieri, in omaggio a quella concezione comune del Medioevo che un altro Scott, un paio di secoli fa, ci ha affibbiato, e da cui l’immaginario collettivo stenta a liberarsi. In fondo, dice Meschini, l’armatura prèt-à-porter, i Templari cattivissimi e la spada in pugno sono quello che il pubblico si aspetta: dargliene in abbondanza potrà non essere rigoroso, ma è… come dire? Finanziariamente solido. E poi queste bazzecole impallidiscono di fronte al vero e proprio crimine storico di Kingdom of Heaven: la disonestà intellettuale.

In sostanza, Scott ci presenta tutto il clero cattolico (vescovi, ordini militari e preti di villaggio alike) come una masnada di avidi casuisti intenta a mercanteggiare salvezza eterna contro infedeli uccisi. I Crociati sono, nella migliore delle ipotesi degl’idioti ingannati, in quella di mezzo dei fanatici, nella peggiore in combutta con il clero. Il nostro eroe (nobiluomo, ma ex maniscalco, e pertanto uomo del popolo), è una brava persona, ma è lucido perché ha perso la fede. Per contro, i Saraceni (salvo qualche sporadica eccezione) sono onorevoli e cavalleresche persone, prima di tutti Saladino, che onora i debiti, libera i prigionieri e, una volta entrato in Gerusalemme riconquistata, risolleva una croce che trova rovesciata.

Non male, eh? E tanto più perché Ridley Scott ha dimostrato ripetutamente di saper raccontare storie tutt’altro che manichee, tipo Blade Runner, o I Duellanti, solo per citarne un paio. E allora? E allora, forse, la chiave di lettura la dà un commento di Liam Neeson, secondo il quale contravvenire alla realtà storica non solo non è un reato penale, ma è anzi cosa buona e giusta al fine di far passare un messaggio.

Ah. Interessante.

Quindi, in sostanza, il concetto di narrazione storica di Ridley Scott e William Monahan si esemplifica così: il Saladino era un principe tollerante e amante della pace, con un esercito stanziale di 200000 uomini o giù di lì. Ora, non stiamo a spaccare il capello in quattro sul fatto che, stando a tutte le fonti, Saladino non avesse mai più di 35000 uomini su un singolo campo di battaglia. I numeri, dopo tutto, sono secondari. Peggio, molto peggio, è che si sorvoli sulla presenza dell’esercito stesso. Stiamo parlando, fa notare Meschini, di un’epoca in cui nessuno tiene un esercito in armi un giorno più di quanto sia necessario: se l’esercito c’è, è perché Saladino è in guerra. In Jihad, per la precisione.

E invece no: i Crociati sono malvagi e costituzionalmente assassini per una combinazione di avidità e fanatismo; i Saraceni sono brava gente, fiera ma tollerante, civile e amante della pace. E’ tutto ben chiaro? E se storicamente le cose erano un pochino diverse, un pochino meno nette, un pochino più complesse; se si sono stravolte le fonti e la realtà; se si è stati tendenziosi e intellettualmente disonesti, non ha la minima importanza. L’importante, intonano in coro Scott, Monahan, Neeson e Dabashi**, l’importante è il messaggio.

______________________________________________________________________________

* Wait a moment! Orlando Bloom che fa il povero maniscalco, figlio illegittimo di un capitano, in seguito promosso a uomo del destino… non vi pare di averla già sentita di recente, questa storia? 

** Hamid Dabashi, professore di studi iranici e letteratura comparata  alla Columbia University, esperto di cinema e storia postcoloniale dell’Islam sciita, consulente storico della produzione del film. Si vede che un medievalista non l’hanno trovato.

 

Dic 11, 2009 - guardando la storia    No Comments

Giornate

Se parliamo di 11 dicembre, si viene a sapere che nel 1282 Llewellyn ap Gruffyd venne assassinato nel Galles centrale. Ah.

Poi bisogna passare al 1719 per la prima osservazione di un’aurora boreale registrata scientificamente. Già meglio.

Nel 1769 un Londinese di nome Edward Beran brevetta le veneziane. Nel senso di tapparelle. Non avrei mai detto che fossero un brevetto inglese: credevo che si chiamassero veneziane per una ragione.

Nel 1792 la Convenzione aprì il processo per tradimento contro Luigi XVI. Sappiamo tutti che non andò a finire molto bene. Anche se forse dipende dai punti di vista.

Nel 1844 abbiamo la prima estrazione dentale previa anestesia. E ci voleva tanto a pensarci? Secoli e secoli di estrazioni dolorose, prima che a qualcuno saltasse in mente l’idea?

Nel 1928, sventato attentato al neo-eletto presidente americano Hoover. Eletto, ma non ancora insediato: quando si dice un buon inizio…

Nel 1930, fallimento della Bank of United States. Pessimi tempi.

Nel 1936 Edoardo VIII abdicò per sposare Wallis Simpson, nel ’37 l’Italia uscì dalla Lega delle Nazioni, nel ’41 Germania e Italia dichiararono guerra agli USA. Nel 1946 fu fondata l’UNICEF.

 Nel ’67 venne presentato pubblicamente il prototipo del Concorde, nel ’94 la Russia entrò in forze in Cecenia, nel ’97 Tony Blair incontrò Gerry Adams del Sinn Fein…

Nel 1998 venne decifrata la mappa genetica di un vermetto. Da qualche parte bisogna pur cominciare.

Nel 2001 fu annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal trattato sugli armamenti balistici del ’72.

A parte la tentazione di pescare tre 11 dicembre a caso e legarli in una storia (per esempio, il processo a Luigi XVI, Hoover e il Sinn Fein… volete che non sia possibile ricamarci attorno una di quelle belle trame complottiste, con le società segrete e i documenti nascosti per secoli? Quelle da cui poi si traggono i film?), peccato non averlo fatto ieri, questo post, quando sarebbe stato il compleanno di Emily Dickinson. O mercoledì prossimo, in occasione del 236° anniversario del Boston Tea Party, quando per protesta contro le tasse inglesi, un sacco di tè finì a mollo nella baia di Boston. Cosa che, dice George Banks in Mary Poppins, lo rese imbevibile persino per gli Americani

 

Josephine Tey (per non parlare di Riccardo III)

Mi si chiedono notizie di Josephine Tey, che ho citato a proposito di Henry Morgan.

Ebbene, Josephine Tey (1896-1952) è una scrittrice scozzese, autrice di gialli, di drammi teatrali e anche di qualche romanzo storico, come appunto The Privateer. Un’altra Christie, pochissimo nota in Italia, e non so dire perché, visto che i suoi libri sono davvero scritti deliziosamente, con ottime trame e dialoghi strepitosi.

Qualcuno ha visto Giovane e Innocente? E’ un film di Hitchcock, pre-Hollywood, girato in economia ai Pinewood Studios, con una squadra di attori inglesi sconosciuti e bravi… Ebbene, è tratto da A Shilling for Candles, della Tey. Che poi non si chiamava affatto così: il suo vero nome era Elizabeth Mackintosh, ma pubblicava come Josephine Tey, Gordon Daviot e Craigie Howe. Daviot era il suo nom de plume per il teatro, e non parliamo di teatro qualsiasi: fu con il suo Richard of Bordeaux che John Gielgud si affermò come stella sui palcoscenici inglesi.

Di suo, Mondadori e Salani hanno pubblicato una mezza dozzina di titoli fra gli Anni Trenta e Cinquanta, con l’occasionale ristampa ogni tanto…

King_Richard_III.jpgNel 2000 Sellerio ha ripreso quello che secondo me è il suo romanzo più significativo: La Figlia del Tempo. La figlia in questione è, secondo Francis Bacon, la verità. E a caccia di verità va l’ispettore Alan Grant, l’investigatore di JT, solo che, per una volta, deve andarci metaforicamente. Tutto comincia con una riproduzione del ritratto qui accanto. Immobilizzato in un letto d’ospedale da un incidente, e annoiato a morte, Grant si rifiuta di credere che l’uomo del ritratto sia un assassino, e si mette ad investigare sul caso dei Principi nella Torre: è vero o no che Riccardo III fece assassinare i suoi due nipoti per salire al trono?

Con l’aiuto di una schiera di collaboratori, Grant esamina i fatti, ricostruisce i motivi, disseziona le tesi del Vescovo Morton, di Thomas More e di Shakespeare come quelle di altrettanti testimoni inattendibili, e un po’ per volta… Sembra noioso? Non lo è. Grant e compagnia (dall’infermiera con i libri di scuola sullo scaffale, alla celebre attrice del West End, al giovane storico americano) sono una delizia. I dialoghi sono brillanti (di quella naturalezza e perfezione che fanno ritornare indietro e rileggere le battute per il gusto di farlo) e, benché sappiamo tutti come va a finire, c’è un discreto numero di dubbi e di sorprese lungo la strada.

Ora, non so dire nulla sulla traduzione, perché non l’ho letta, ma di solito Sellerio fa le cose per bene. E’ probabile che voce e tono siano rimasti. Anche ammesso che se ne sia perso qualcosa, vale di sicuro la pena di dare un’occhiata a questo libro, affascinante dal punto di vista storico, ben scritto, appassionante come giallo, e popolato di gente simpatica. E se tutto ciò non bastasse, dà anche da pensare sul modo in cui si formano luoghi comuni, leggende nere e convenzioni storiche. Che si può volere di più da un libro?

 

 

 

Epifanie

A volte ci vogliono vent’anni, per capire.

Vent’anni e una notte semi-insonne a rileggere vecchi diari, a cercare di ricordarsi come si era da ginnasiali, che cosa si pensava, perché si piangeva come fontane davanti ai servizi da Berlino…

Ebbene, adesso – adesso so perché piangevo. Piangevo perché per la prima volta nella mia vita vedevo la storia fuori dai libri. La vedevo succedere intorno a me, ed era così piena di forza, e viva, e travolgente. Gli imperi crollavano davvero, e la folla cantava davvero nelle piazze, e abbatteva frontiere. Un conto era sapere in teoria che il mondo poteva cambiare in una notte, e tutt’altro era vederlo succedere…

E all’improvviso, tutto quello che avevo imparato, tutte le vicende remote che erano state solo carta e inchiostro prendevano vita, come se vederne accadere una le rendesse tutte più reali, infondesse loro respiro, soffiasse via tutta la polvere che le aveva ricoperte. La notte del 9 novembre 1989, mentre finiva la Guerra Fredda, mentre crollava la Germania Est, per me il mondo assunse un nuovo significato, un nuovo grado di realtà che contemplava cambiamento e movimento – tutto diventava più vivido, più profondo, cangiante, pieno di correnti. Era elettrizzante, era sconvolgente, era meraviglioso.

Doveva esserci un motivo se la caduta del Muro è l’avvenimento non strettamente famigliare che mi ha segnata di più nella mia vita. Adesso so perché.

 

Dove eravate?

berlino.jpg
Dov’eravate, vent’anni fa, come stasera?
Io incollata alla televisione, con i miei genitori. “Guarda bene,” disse mio padre, con gli occhi lucidi. “Guarda, perché non te lo dimenticherai più.”

Io avevo quindici anni, e mio padre aveva ragione. A cena i miei genitori mi raccontarono i loro ricordi di quando il muro era stato costruito, e poi brindammo ai Berlinesi, ai Tedeschi, a Gorbaciov, alla fine di un’era, all’inizio di un’altra. Era un mondo nuovo.

E voi?

Pagine:«12345