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Nov 27, 2015 - angurie, Kipling Year    No Comments

Mr. K. e lo Stregatto

MrKandtheCatIT

E niente, così.

Che posso dire? Vedere questa citazione di Kipling e immaginare il dialoghetto è stato tutt’uno.

E potrei dire che, essendosi il Quindici tanto l’Anno di Kipling quanto l’Anno di Alice, la faccenda è, nel suo nonsense, del tutto sensata. O almeno vagamente sensata.

Potrei dirlo. Potrei dire molte cose. Potrei dirle con aria innocente e convinta. Potrei. No, davvero.

Ma il fatto è che siamo tutti un po’ matti qui – e d’altra parte, chi è che non è un po’ matto sotto qualche aspetto?

Sarà meglio che mi fermi qui e svanisca – lasciando un sogghigno sospeso a mezz’aria.

Oggi funziona così.

E buon noncompleanno a tutti…

♫ La luna sorge all’orimon
♫ E il palmipedon
♫ Neppu-ur…

Ott 25, 2015 - Kipling Year, Poesia    2 Comments

Se, Se, Se

IfIf non è la mia preferita tra le poesie di Kipling.

È la più famosa, la più tradotta, la più citata… A mio timido avviso non è affatto la più bella, ma senz’altro il messaggio di equanimità, forza d’animo e di volontà, indipendenza e individualità è fatto per risuonare a lungo.

Vecchia traduzione:

Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti
la perdono intorno a te, dandone a te la colpa;
se riuscirai ad aver fede in te quando tutti dubitano,
e mettendo in conto anche il loro dubitare;
se riuscirai ad attendere senza stancarti nell’attesa,
se, calunniato, non perderai tempo con le calunnie,
o se, odiato, non ti farai prendere dall’odio,
senza apparir però troppo buono o troppo saggio;

Se riuscirai a sognare senza che il sogno sia il padrone;
se riuscirai a pensare senza che pensare sia il tuo scopo,
se riuscirai ad affrontare il successo e l’insuccesso
trattando quei due impostori allo stesso modo
se riuscirai ad ascoltare la verità da espressa
distorta da furfanti per intrappolarvi gli ingenui,
o a veder crollare le cose per cui dai la tua vita
e a chinarti per rimetterle insieme con mezzi di ripiego;

Se riuscirai ad ammucchiare tutte le tue vincite
e a giocartele in un sol colpo a testa-e-croce,
a perdere e a ricominciar tutto daccapo,
senza mai fiatare e dir nulla delle perdite;
se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli,
benché sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi,
e a tener duro quando niente più resta in te
tranne la volontà che ingiunge: “tieni duro!”;

Se riuscirai a parlare alle folle serbando le tue virtù,
o a passeggiar coi Re e non perdere il tuo fare ordinario;
se né i nemici o i cari amici riusciranno a colpirti,
se tutti contano per te, ma nessuno mai troppo;
se riuscirai a riempire l’attimo inesorabile
e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi,
il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene,
e – quel che è più, tu sarai un Uomo, ragazzo mio!

E adesso sentite l’originale, letto da Michael Caine:

E buona domenica.

Mag 13, 2015 - Kipling Year    No Comments

I Dirigibili di Kipling

01640_plate3Lo sapevate che Kipling scrisse due storie di fantascienza?

A noi, viste oggidì, sembrano steampunk – ma all’epoca, e stiamo parlando degli anni Dieci del Novecento, dello steampunk non esisteva nemmeno l’idea. Quando Kipling le scrisse, With the Night Mail e Easy as ABC non erano nemmeno fantascienza: erano scientific romance.

Di che si tratta? Di un Ventunesimo Secolo visto dal 1905-1912, una distopia in cui qualche genere di pestilenza ha decimato l’umanità, e i superstiti ne sono usciti con un sacro terrore delle folle e sommamente indifferenti alla mancanza di democrazia. Apparentemente (quasi) tutti sono ben contenti di badare ai fatti propri, lasciando che sia l’Aerial Board of Control, con la sua onnipotente flotta di dirigibili, ad occuparsi di tutto – dal controllo del traffico aereo alla soppressione incruenta dell’occasionale rivolta di obnubilati nostalgici del diritto di voto.ad04

Ora, With the Night Mail, la prima delle due storie, è più che altro un’avventura il cui narratore, un giovane giornalista, racconta la rocambolesca trasvolata atlantica di un dirigibile postale attraverso la tempesta delle tempeste. Nella migliore tradizione, al povero Postale 162 capita di tutto,e Kipling si diverte un mondo ad esplorare la tecnologia futuribile testata ai limiti delle sue possibilità, mostrandoci di taglio qualche scampolo del mondo che c’è attorno. Tuttavia, giusto perché non crediamo che tutto sia bene nell’anno 2000 dopo Cristo o giù di lì, alla storia propriamente detta segue una collezioncella di ritagli di giornale e annunci pubblicitari, da cui cominciamo a farci un’idea un tantino sinistra di questo mondo senza aeroplani e senza politica…

nm4As Easy as  A.B.C., scritto sette anni più tardi, ritorna nello stesso futuro vagamente allarmante per mostrarci la repressione di una sommossa. I rompiscatole – manco a dirlo – sono americani, e l’ABC, che è un organismo sovranazionale in cui, tuttavia, i cervelli funzionanti tendono ad essere inglesi, traversa nuovamente l’Oceano per sistemare tutto. Qui Kipling fa della satira politica in varie direzioni – dall’Impero alla Russia all’America, ce n’è davvero per tutti – e la scena degli esagitati che scoprono di essere (gasp!) una folla e si spaventano di se stessi è impagabile. Si parla e si spiega parecchio, in questa storia e, semmai la vena distopica ci fosse sfuggita mentre seguivamo le vicissitudini del Postale 162, qui non c’è da sbagliarsi: gli sforzi dell’ABC per controllare un mondo in precario equilibrio assumono tinte decisamente sinistre.

Non è straordinariamente allegro il futuro immaginato da Kipling: a dispetto dell’entusiasmo tecnologico-avventuroso e del sense of humour, l’atmosfera è più che un pochino plumbea. Si direbbe che , nel complesso, il nostro festeggiato avesse più fiducia a lungo termine nell’ingegneria che nell’umanità.

Incuriositi? Per i testi e le illustrazioni originali provate i link in calce a questa pagina. Se cercate delle traduzioni italiane, qui e qui trovate due liste di edizioni cartacee. Invece qui c’è Con il Postale della Notte in formato Kindle.

Storie, Miti e Leggende Ad Alta Voce

tellingIeri doveva essere il mio Writing Day, giusto?

Hm.

Il WD è entrato in collisione frontale con la Dura Realtà prim’ancor di cominciare, e… be’, mettiamola così: la Dura Realtà non si è fatta nemmeno un graffio.

Per fortuna che ieri sera c’è stato Ad Alta Voce, il non-gruppo di lettura. Per una volta eravamo in trasferta in un delizioso B&B locale, l’Ostello dei Concari, stretto fra un fiume e quello che un fiume non è più – e il tema era quello del titolo: Storie, Miti e Leggende.

Il tema era vasto – in fondo il mito è stato per millenni il modo in cui l’umanità ha cercato di spiegarsi il mondo e se stessa – e abbiamo spaziato. Come sempre, d’altra parte.

Dalle bizzarre creature immaginarie della Bassa, raccolte a suo tempo nell’ormai introvabile Bestiario Podiense, alla luminosa e danzante cosmogonia secondo Eduardo Galeano, passando per l’Eneide rivista da Salvatore Fiume, i cupi miti del Nord, la tradizione meteomantica delle “calendre e scalendre” e le storie d’Irlanda secondo James Stephens…

Una posizione d’onore è toccata al mito di Prometeo, il Sottrattore/Donatore del Fuoco, che abbiamo visto attraverso gli occhi e l’immaginazione di Esiodo, Eschilo e Byron.*prometheus-21

E poi c’è stato… Vi ricordate dell’Angolo Elisabettiano? La mensile lettura shakespearian-marloviana, stabilita con piena fiducia nel fatto che ci fosse ben poco che, fra tutti e due, Shakespeare e Marlowe non avessero trattato in qualche modo? Ebbene quest’anno, essendosi l’anno che è, AAV si è provvisto di un Angolo di Kipling, fondato esattamente sullo stesso principio… Perché sì, ve l’ho detto e ripetuto ad nauseam: Kipling è uno scrittore vario. Ho piena fiducia nel fatto che, qualunque tema possiamo escogitare da qui a dicembre, troverò qualcosa da leggere.

E poi c’è stata la novità più bella: un piccolo lettore, un giovanissimo appassionato di mitologia che, annusando l’atmosfera, si è unito a noi – e non si è limitato ad ascoltare. T. ci ha letto – benissimo e in tutta disinvoltura – due storie di draghi, folletti e arche alternative ambientate in un Veneto magico. Quando il suo papà è arrivato per portarlo a casa ad orari scolastici, T. ha anche chiesto se può venire ancora – il che c’induce a considerare l’esperimento un successo, e una prova di vitalità da parte di AAV. Magari è presto per dirlo, ma forse… forse comincia a sembrare che abbiamo un futuro in vista…

Ma a parte questo, io continuo ad andare matta per la formula. Mi piace il fatto che ci sia un tema centrale, e mi piace la varietà di modi in cui i diversi lettori lo interpretano. Mi piace come questo finisca invariabilmente per illuminare il tema in modi inattesi. Mi piacciono le domande, le discussioni, le curiosità che nascono. Mi piace lo scambio di titoli e di impressiostorytelling-copyni. Non è soltanto lettura ad alta voce: è una fonte di scoperte, scambi, conversazione. È interessante.  È stimolante. È bello.

Se posso avere un piccolo cruccio in proposito, è che non ci sia un po’ più di partecipazione.

Ormai c’è un solido gruppo di irriducibili – lettori e ascoltatori – con qualche partecipazione più sporadica. Sarebbe bello che, qualche volta, qualche curioso provasse a unirsi a noi. Per ascoltare o per leggere – non ha importanza. Giusto per vedere com’è.

 

 

__________________________________

* Prometeo è uno di quei personaggi. Voglio dire, nel corso dell’umano pensiero, è stato… di tutto. Prima o poi ne parleremo.

Idea Volante

GloE non lo so… Mi prude un uzzolo. Una di quelle idee – quelle cose per cui in realtà ci vuol più tempo di quanto ne abbia, e avrei potuto pensarci prima, e va’ a sapere. E tuttavia…

Devo meditarci con cura – ma intanto, a titolo di assaggio… Ricordate Rewards and Fairies – il seguito di Puck of Pook’s Hill? Ricordate la Regina Bess? Continuo a promettere che ne parleremo – e in effetti ne parleremo – ma intanto, come dicevo, a titolo di assaggio, perché non mettere qui uno scampolo di traduzione?

Il racconto è Gloriana, Dan e Una sono i piccoli protagonisti cui Puck il Folletto consente di incontrare… be’, la Storia d’Inghilterra – con tutte le maiuscole del caso. E la signora misteriosa… State a vedere:

 

Willow Shaw, il boschetto recintato dove ci sono i pali accatastati come tende indiane,  era il Regno di Dan e Una fin da quando erano piccoli. Crescendo erano riusciti a tenerlo privato e solo per loro. Persino Phillips, il giardiniere, li avvertiva prima di entrarci a cercare un palo per i suoi fagioli – e il vecchio Hobden non si sarebbe mai sognato di metterci le sue trappole da conigli senza permesso (permesso da rinnovarsi ogni primavera), né si sarebbe mai azzardato a rimuovere dal salice grande il cartello scritto a inchiostro indelebile che diceva “I grandi possono entrare nel Regno solo accompagnati.”

Quindi potete capire l’indignazione di Dan e Una quando, in un pomeriggio ventoso di luglio, mentre andavano a Willow Shaw con delle patate da arrostire alla brace, videro qualcuno che si muoveva tra gli alberi. Saltarono di furia la staccionata – lasciando cadere metà delle patate, e mentre le raccoglievano, Puck uscì da una delle tende indiane.

“Ah, sei tu, allora,” disse Una. “Pensavamo che ci fosse della gente.”

“Si vedeva che eravate arrabbiati. Si capiva dalle gambe,” rispose lui con un sorriso largo.

“Insomma, è il nostro Regno – a parte te, si capisce.”

“È un po’ per questo che sono qui. C’è una signora che vuole vedervi.”

“A che proposito?” domandò cautamente Dan.

“Oh, Regni e cose così. È una che se ne intende, di Regni.”

C’era una signora vicino alla staccionata, vestita con un mantello lungo e scuro che lasciava vedere solo le scarpe dai tacchi alti e rossi. Aveva la faccia coperta per metà da una maschera di seta nera, con le frange e senza occhialoni – ma non aveva per niente l’aria di un’automobilista.

Puck accompagnò i bambini da lei, e s’inchinò solennemente. Una fece, meglio che poteva, la riverenza che aveva imparato a lezione di danza. La signora fece a sua volta una riverenza bassa, lenta, che le fece gonfiare il mantello.

“Poiché sei, a quanto sembra, la Regina di questo Regno,” disse, “non posso far di meno che riconoscere la tua sovranità.” E si voltò di scatto verso Dan che la fissava. “E tu che hai in testa, ragazzo? E le buone maniere?”

“Stavo pensando a che riverenza meravigliosa avete fatto,” rispose lui.

La signora diede una risata un po’ stridula. “Così giovane e già un cortigiano. E tu sai qualcosa di danza, fanciulla – o dovrei dire Regina?”

“Ho preso qualche lezione, ma in realtà non so danzare per niente,” disse Una.

“E allora dovresti imparare.” La signora fece un passo avanti, come se volesse insegnarle all’istante. “Quando una donna è sola in mezzo a degli uomini o a dei nemici, danzare le lascia il tempo di pensare a come può vincere – o perdere. Una donna può lavorare soltanto in quella che agli uomini sembra l’ora dello svago. Ah!” Sospirò, e sedette sull’arginello.

Il vecchio Middenboro, il pony che tirava la falciatrice, venne trotterellando attraverso il pascolo e si appoggiò alla staccionata con aria malinconica.

“Un grazioso Regno,” disse la signora, guardandosi attorno. “Ben difeso. E come lo governa la tua Maestà? Chi è il tuo Ministro?”

Una non capiva bene. “A quello non ci giochiamo,” disse.

“Giocare?” la signora levò le mani con una risata.

“È di tutti e due insieme,” spiegò Dan.

“E non litigate mai, giovane Burleigh?”

“Qualche volta, ma non lo diciamo a nessuno.”

La signora annuì. “Io non ho marmocchi, ma so come si tengono i segreti tra Regine e Ministri. Oh se lo so, ay de mi! Ma, senza mancar di rispetto alla presente Maestà,  questo regno mi sembra piccolino, una preda facile per uomini e bestie. Per esempio,” e indicò Middenboro, “quel vecchio cavallo là, con quella faccia da frate spagnolo – non sconfina mai?”

“Non ci riesce. Il vecchio Hobden ci chiude tutti i passaggi,” disse Una, “e noi gli lasciamo prendere i conigli nel bosco.”

La signora rise come un uomo. “Capisco! Hobden si piglia i conigli, e vi tien salde le vostre difese. E lui ci guadagna, con i conigli?”

“Non gliel’abbiamo mai chiesto,” disse Una. “Hobden è un nostro grande amico.”

“Oh senti-senti!” esclamò stizzosamente la signora. Poi rise. “Ma dimentico che è il vostro regno. Una volta conoscevo una signorina che ne aveva da difendere uno più grande di questo – e nemmeno lei faceva domande ai suoi uomini, fintanto che le tenevano chiusi i passaggi nelle staccionate.”

“Anche lei cercava di coltivare dei fiori?” chiese Una.

“No, degli alberi. Alberi fatti per durare. I suoi fiori appassivano tutti. “ La signora appoggiò la guancia su una mano.

“Succede, se non li si cura bene. Noi qualche fiore l’abbiamo. Vi piacerebbe vederli? Ve ne raccolgo un po’.” Una corse alla macchia d’erba alta nell’ombra dietro la tenda indiana e ritornò con una manciata di fiori rossi. “Visto che belli?” disse. “Sono Malcolmie della Virginia.”

“Virginia?” la signora li sollevò all’altezza della frangia della sua maschera.

“Sì, è da lì che vengono. La vostra signorina non ne ha mai piantati?”

“No, lei no – ma i suoi uomini si avventuravano per tutta la terra a raccogliere e piantare fiori per la sua corona. Pensavano che lei ne valesse la pena.”

“Ed era così?” domandò allegramente Dan.

Quien sabe? Chi lo sa? Ma almeno, mentre i suoi uomini faticavano in terre lontane, lei faticava in Inghilterra, così che avessero un posto sicuro in cui tornare…”

 

…E naturalmente prosegue – e per essere una storia per bambini è singolarmente dura, con Elisabetta che discute del peso della corona e delle dure necessità associate… Ma seguito a dire che Kipling è un autore a bassissimo tasso di saccarina.

Magari andrò avanti – non so. Molto dipende dalla mia capacità di resistere agli uzzoli e – francamente – dall’insonnia. Staremo a vedere, eh?

Al Fuoco Al Fuoco (& Pecore Nere)

tumblr_mil9wn3z8U1rrnekqo1_1280L’altra settimana la nostra povera, vecchia, enorme caldaia di ghisa ha reso l’anima, e per un paio di giorni il fuoco nel caminetto è stato l’unico riscaldamento di casa.

Mentre ci si domandava a intervalli irregolari quale sia la legge naturale, umana o divina per cui le caldaie non possano defungere in agosto, mi è venuto in mente di fare un piccolo esperimento kiplingiano. E sia chiaro, avrei potuto farlo in qualsiasi altro momento, visto che qui il fuoco si accende ogni, ogni, ogni sera da ottobre ad aprile – ma, forse per un’aggiunta riluttanza ad allontanarmi dal caminetto, l’ho fatto una di quelle sere lì.

E l’esperimento è consistito nel leggere alla sola luce del fuoco nel camino.

D’accordo, non è nulla di esclusivamente kiplingiano perché, se vogliamo, è tutt’altro che raro trovare in letteratura situazioni di questo genere – ma l’esperienza di Kipling in materia è un cavallo di colore tutto suo.

Dovete sapere che, quando aveva cinque anni, il piccolo Rudyard fu mandato in Inghilterra “per essere educato in un clima più sano”, frequentare scuole inglesi e imparare l’Inglese da madre-lingua. Tal dei tempi era il costume: il clima indiano era considerato inadatto ai fanciulli, e i piccoli Angloindiani tirati su da ayahs e servitori indigeni sviluppavano inevitabilmente una tendenza a parlare il colorito pidgin locale, misto di Inglese, Portoghese, Hindi e vari dialetti indiani assortiti. Not good, capite? E nell’Isoletta c’erano quantità di collegi, pensioni e famiglie private specializzati nell’ospitare piccoli coloniali da inglesizzare.

Ecco, il piccolo Rudyard e la sua ancor più piccola sorella Trix furono messi a pensione da una Mrs. Holloway – senza considerare che costei amava le bambine, ma non poteva sopportare i bambini. Per sei anni, mentre la sorellina veniva viziata e coccolata in ogni modo, il povero Kipling fu trascurato, convinto di non valere nulla, trattato sistematicamente come un bugiardo e un piccolo peccatore, umiliato, deriso e punito in via di principio o del tutto a caso… Tutto quel che serve per formare una personalità sana e serena, vero? ruddie_1

La storia, così come appare nel racconto autobiografico Baa Baa Black Sheep, (ma anche nel romanzo La Luce che si Spense e nell’autobiografia di Kipling) è di quelle che fanno indignare. Immaginatevi la Piccola Principessa al maschile, con il ragazzino maltrattato che cerca rifugio nei libri. Solo che anche questa via di fuga si doveva coltivare clandestinamente, leggendo di nascosto, alla luce del camino… a prezzo, alla fin fine, di molte diottrie.

Hence, il mio esperimento – e posso dirvi che, per riuscirci, ci si riesce. Fintanto che il fuoco è bene alimentato e la fiamma è robusta, la luce c’è – a patto di sedersi in basso (preferibilmente sul pavimento) e tenere il libro alla giusta inclinazione – non come la signora nell’illustrazione qui sopra. La luce è molto gialla, ma ci si può convivere. Il problema è che è anche estremamente malferma. Salta, ondeggia, si muove, varia d’intensità, getta ombre e onde sulla pagina, costringendo il lettore a rimettere a fuoco spesso – il che diventa rapidamente faticoso.

E questo presuppone che si disponga di un’abbondanza di legna con cui alimentare continuamente il fuoco -interrompendo spesso la lettura, ma questo è l’ultimo dei problemi. Il problema è che il piccolo Rudyard di legna ne aveva poca. Leggeva dopo l’ora di andare a letto, quando, in teoria, avrebbe dovuto essere sotto le coperte. Se avesse usato più legna del dovuto, l’indomani sarebbero arrivate rampogne e punizioni… E quindi leggeva davanti a un fuoco la cui luce s’indeboliva e virava sempre più al rosso, sforzando gli occhi, e sforzandoli, e sforzandoli…

indexE a questo punto la cosa saggia sarebbe quella di smettere. Io che sono adulta e felice avevo già smesso da un po’ – limitandomi a gettare qualche occhiata alla pagina per verificare la difficoltà crescente dell’esercizio – ma immaginate di essere un bambino disperatamente infelice, e che le storie nei libri siano l’unica cosa luminosa della vostra vita… rinuncereste a leggere ancora un po’ solo perché diventa faticoso?

No, vero?

Ecco. Quindi non vi consiglio di leggere alla luce del fuoco, ma di leggere il racconto sì. Qui trovate l’originale sull’ottimo sito dell’Università di Adelaide. La traduzione, per una volta, si trova online qui, ma è formattata da non dirsi, con la spaziatura e gli a-capo allo stato brado, e in caratteri chiaramente pensati per portare pazienti agli oculisti italiani. A meno che non sia un tentativo di riprodurre le condizioni di lettura del povero Punch… Immersive reading con effetti di lungo periodo?

In teoria Bee Bee Pecora Nera esiste anche in versione cartacea – un volume UTET assieme ai due Libri della Giungla e a qualche racconto, ma l’ultima edizione è del 1980 e credo che l’unica sia provare per biblioteche o bancarelle.

 

Feb 25, 2015 - Kipling Year    2 Comments

Racconti Semplici Delle Colline

RSdCE cominciamo con il dire che il titolo originale, Plain Tales from the Hills, funziona meglio – non foss’altro che per il pun tra plain/semplice e plain/pianura…

Oh well, in qualunque lingua li si guardi, si tratta della prima raccolta in volume di Kipling, quaranta racconti di vita angloindiana, in buona parte apparsi originariamente sulla Civil & Military Gazette di Lahore, quando l’autore aveva vent’anni o poco più – e nondimeno era già un piccolo veterano.

Per accostarsi a Kipling al di là del Libro della Jungla, questa raccolta è un buon inizio, per tutta una serie di ragioni. Per esempio, l’India. Benché sia solo febbraio, abbiamo già avuto modo di dolerci più di una volta dell’ingiustificata nomea di razzista che l’Italia ha affibbiato al povero Kipling. Ebbene, in questi racconti si vede tutta un’altra storia. Si vede il ragazzo che in India ci è nato, che ne ha sentito ferocemente la mancanza mentre riceveva un’educazione in Inghilterra, che ci è tornato al primo momento utile, che la ama, che la capisce, che ne è infinitamente curioso, che ne vede e indaga la varietà nel bene e nel male. C’è tutto un campionario umano, nei Plain Tales – un campionario angloindiano che va dal soldato semplice al portatore d’acqua indigeno, dal governatore locale alla vedova quindicenne, dai tenentini negli avamposti più dispersi, alle arbitre sociali di Simla, dai bambini che parlano un angloindiano tutto loro al segnalatore indigeno del telegrafo che salva la giornata… E tutti sono ritratti con equanime vividezza, comprensione e finezza.

Poi c’è la varietà dei toni – una caratteristica fondamentale e, a mio timido avviso, incantevole delle raccolte di Kipling. Qui si tratta di lavori giovanili, ancora pervasi da un ottimismo generale. Questo Kipling ha ancora fede nell’Impero e nell’umanità in generale – una fede tutto sommato sorridente. Il che tuttavia non impedisce l’occasionale dose di amarezza e persino di tragedia, proprio perché non siamo di fronte a un celebratore acritico dell’Impero. L’Impero – e, ancor di più, la gente dell’Impero – fa cose stupide, cose crudeli, cose tragiche. La burocrazia è ottusa, i pregiudizi radicati, gli errori all’ordine del giorno – ed è proprio questo che Kipling racconta. Non l’avventura – ma gli intoppi, la fatica, la buona fede, le incomprensioni, la nostalgia, il duro lavoro, i molti modi in cui la Britannicità si adatta all’India – molto più che viceversa. E nonostante la relativa uniformità d’ambientazione, tutto questo è raccontato con una varietà di toni e di colori sorprendente: diventerà sempre più evidente nelle raccolte successive, ma già qui, ogni volta che si inizia un racconto, non si sa mai che cosa aspettarsi, e ogni volta che se ne finisce uno, non si sa mai che cosa verrà dopo. Si sospira per la crudeltà benintenzionata inflitta a Lispeth, si ride per la rivincita del Lombrico o le disavventure dell’elegante Goolightly, si piange per la povera Bisesa o Muhammad Din…PTftH

Per di più, Plain Tales è una delle non tantissime raccolte che siano state tradotte e pubblicate per intero – disposta così come era organizzata in origine, conservando questa varietà deliberata – che invece va, alas, perduta nelle antologie kiplingiane di storie di fantasmi, storie di mare o whatnot, raccolte di qua e di là, e messe insieme con un criterio tematico che tradisce l’autore.

E infine, è in queste storie che s’incontrano per la prima volta personaggi destinati ad accompagnare Kipling per tutta la sua vita di narratore: gli impagabili moschettieri Otheris, Mulvaney e Learoyd, la terribile Mrs. Hauksbee, Strickland il poliziotto degli incontri sinistri, varia gente che finirà col popolare Kim…

Insomma, ricapitolando: una buona porta d’ingresso per cominciare a vedere un Kipling diverso. Vi consiglierei di provare con l’originale – tenendo conto che Kipling gioca sempre molto di mimesi linguistica, e non è sempre facile stargli dietro, soprattutto nella parlata da caserma dei Tre Soldati… Magari, se non ve la sentite, potete provare in Italiano (l’edizione 1995, tradotta da Gibellini e Francesio, si trova in biblioteca oppure su Amazon in formato ebook o cartaceo) e poi cercare i racconti che vi sono piaciuti di più in originale…

Fatemi sapere, volete?

 

Feb 15, 2015 - Kipling Year, musica, Poesia    No Comments

La Ninnananna Della Foca ♫

seal-lullaby-by-melanie-stimmellEbbene sì, la foca.

Forse che le foche non possono cantare ninnenanne ai loro deliziosi cuccioli bianchi?

Secondo Kipling, sì.

C’è una storia di foche, nel Libro della Giungla, e ha per protagonista Kotick, la foca albina che salva il suo branco dai cacciatori conducendolo in una spiaggia inaccessibile…

All’inizio della storia c’è questa piccola poesia molto… marina. Il ritmo, l’abbondanza di sibilanti, le scelte lessicali, i colori – tutto è accuratamente pensato per ricreare un senso auditivo e visivo di onde che vanno e vengono…

Oh! Hush thee, my baby, the night is behind us,
and black are the waters that sparkled so green.
The moon, o’er the combers, looks downward to find us,
at rest in the hollows that rustle between.
Where billow meets billow, then soft be thy pillow,
Oh weary wee flipperling, curl at thy ease!
The storm shall not wake thee, nor shark overtake thee,
asleep in the arms of the slow swinging seas.

E proprio in questo spirito, qualche anno fa il compositore Eric Whitacre ha messo il tutto in musica. Questa è l’esecuzione dello Junges Vokalensemble di Hannover, diretto dal compositore:

Dolce, nevvero?

E buona domenica a tutti.

Lo Specchio

R&FSapete che cosa succederebbe se vi pungesse vaghezza di cercare in rete qualche poesia di Kipling tradotte in Italiano? No? Be’, ve lo dico io: trovereste una fila di traduzioni di If, una o due traduzioni di The White Man’s Burden – e basta.

Vale a dire Se, conosciuta come “la lettera al figlio” – la poesia che generazioni di rimandati a settembre hanno ricevuto a titolo di consolazione da qualche genitore, fratello, sorella, parente o amico – e Il Fardello dell’Uomo Bianco, cioè i versi che tanti citano senza conoscerli, per provare che Kipling era un bieco razzista.

Insomma, ci risiamo: l’autore per fanciulli, oppure il malvagio imperialista – e da lì è difficile uscire.

Vuol dire che, nel corso dell’anno, proveremo a riparare un pochino, mettendo qui una poesia ogni tanto, con una… be’, chiamiamola una traduzione funzionale, volete? Perché di poesie Kipling ne ha scritte ben più di due. Ne ha scritte un sacco. Tra l’altro, aveva l’abitudine di premetterne una a ogni racconto in molte delle sue numerose raccolte, e il rapporto tra poesia e racconto di solito è interessante, perché l’una getta una luce leggermente diversa sull’altro, e l’altro racconta un possibile lato della storia sottintesa nell’una.

Stasera cominciamo con The Looking-Glass, ovvero Lo Specchio – che fa da epigrafe al racconto Gloriana, tratto da Rewards and Fairies.

Prima il testo originale, sottotitolato A Country Dance – cioè Una Danza Campagnola:

Queen Bess was Harry’s daughter. Stand forward partners all!

In ruff and stomacher and gown
She danced King Philip down-a-down,
And left her shoe to show ‘twas true –
(The very tune I’m playing you)
In Norgem at Brickwall!

The Queen was in her chamber, and she was middling old.
Her petticoat was satin, and her stomacher was gold.
Backwards and forwards and sideways did she pass,
Making up her mind to face the cruel looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass
As comely or as kindly or as young as what she was!

Queen Bess was Harry’s daughter. Now hand your partners all!

The Queen was in her chamber, a-combing of her hair.
There came Queen Mary’s spirit and It stood behind her char,
Singing “Backwards and forwards and sideways may you pass,
But I will stand behind you till you face the looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass
As lovely or unlucky or as lonely as I was!”

Queen Bess was Harry’s daughter. Now turn your partners all!

The Queen was in her chamber, a-weeping very sore.
There came Lord Leicester’s spirit and It scratched upon the door,
Singing “Backwards and forwards and sideways may you pass,
But I will walk beside you till you face the looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass,
As hard and unforgiving or as wicked as you was!”

Queen Bess was Harry’s daughter. Now kiss your partners all!

The Queen was in her chamber, her sins were on her head.
She looked the spirits up and down and statelily she said: –
“Backwards and forwards and sideways though I’ve been,
Yet I am Harry’s daughter and I am England’s Queen!”
And she saw her day was over and she saw her beauty pass
In the cruel looking-glass, that can always hurt a lass
More hard than any ghost there is or any man there was!

E adesso, traduzione:

Bess regina era figlia di Harry. Avanti, ballerini!

In abito, gorgiera e pettorina
Danzò con Re Filippo, tra-la-la,
(Questa stessa melodia!)
E per prova lasciò una scarpetta
A Brickwall House, a Norgem.

La Regina era nella sua stanza ed era vecchiotta,
In sottoveste di raso e pettorina d’oro,
E indietro e avanti e di qua e di là camminava,
Prima di decidersi a guardare nello specchio crudele,
Lo specchio crudele che non mostrerà mai più
La fanciulla graziosa e gentile e giovane che fu.

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini, datevi la mano!

La Regina era nella sua stanza, occupata a pettinarsi
E lo spirito della Regina Maria venne a mettersi dietro la sua sedia,
Cantando: “Indietro, avanti, di qua e di là cammina,
Ma io staro qui dietro finché non guardi nello specchio,
Lo specchio crudele, che non mostrerà mai
La bella fanciulla infelice e solitaria che io fui.”

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini giratevi attorno!

La Regina era nella sua stanza e piangeva forte
E lo spirito di Lord Leicester venne a grattare* alle porte.
Cantando: “Indietro, avanti, di qua e di là cammina,
Ma io camminerò con te finché non guardi nello specchio,
Lo specchio crudele, che mai non mostrerà
Una fanciulla più dura e inflessibile, e piena di crudeltà.

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini, baciatevi adesso!

La Regina era nella sua stanza, e si sentiva i suoi peccati sul capo.
Guardò per bene gli spiriti e, a testa ben alta, disse:
“Indietro e avanti e di qua e di là cammino,
Ma son figlia di Harry, e Regina d’Inghilterra!”
Così guardò nello specchio – e quel che d’altro c’era –
E vide che il suo tempo era al termine, e la sua bellezza svaniva
Nello specchio crudele, sempre capace di ferire una fanciulla
Più di ogni fantasma che sia o di ogni uomo che sia stato.

Ve l’avevo detto: traduzione funzionale e niente di più – e scommetto che la poesia non è quel che vi aspettavate. Un po’ si deve al fatto che quando vedo qualcosa di elisabettiano non resisto, e un po’ volevo introdurvi a una caratteristica di Kipling poeta e narratore: il gusto di giocare con forme e linguaggi. Qui Kipling voleva riprodurre andamento e colore di una ballata elisabettiana, per l’appunto, perché questo gli serviva. Altrove riproduce la parlata dei soldati semplici, il gergo anglo-indiano, la voce delle macchine – in una varietà notevole.

Di Rewards and Fairies parleremo presto, come di diverse altre raccolte.

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* No, non è una cosa da fantasmi. Sono i pittoreschi tempi in cui, anziché bussare alle porte, si grattava.

Feb 1, 2015 - Kipling Year, musica, Poesia    7 Comments

il Canto dei Pitti ♫

PoPHKipling in musica? Be’, succede – seppur non spessissimo.

Di Puck of Pook’s Hill, e del suo seguito Rewards and Fairies, due delle mie cose preferite di Kipling, parleremo in dettaglio. Per ora basti dire che si tratta di due raccolte di racconti e poesie di ambientazione storica.

La poesia A Pict Song, tratta da questo ciclo, parla – non del tutto sorprendentemente – dei Pitti, la gente piccoletta e dipinta di blu che sta a nord del Vallo, e che non nutre sentimenti affettuosissimi nei confronti dei Romani. È stata musicata per la prima volta (credo) da Billy Bragg. Qui è nella versione degli Emerald Rose che, accento americano a parte, rende abbastanza l’idea:

Il testo dice più o meno* così:

 

Roma non bada a quello che calpesta

Ci schiaccia a passi ferrati,

Stomaci, cuori e teste;

E Roma non ascolta il nostro lamento.

Le sue sentinelle passano oltre – e basta.

Ma noi ci raccogliamo alle loro spalle

E complottiamo la riconquista del Vallo

Senza altra spada che le nostre lingue.

Siamo la Gente Piccola, noi!

roppo piccoli da amare o da odiare.

Ma lasciate fare a noi,

E vedrete se non sappiamo distruggere l’Impero.

Siamo il tarlo nel legno!

Facciamo marcire le radici!

Siamo il difetto di sangue!

Siamo la spina nel fianco!

Vischio che strangola una quercia –

Topi che rodono le cime –

Tarme che bucano i mantelli –

Chissà come amano il loro lavoro!

Sì, e anche noi Gente Piccola

Siamo proprio come loro –

Facciamo il nostro lavoro di nascosto –

Ma state a vedere!

Siamo la Gente Piccola, noi!

Troppo piccoli da amare o da odiare.

Ma lasciate fare a noi

E vedrete se non sappiamo distruggere l’Impero.

Siamo il tarlo nel legno!

Facciamo marcire le radici!

Siamo il difetto di sangue!

Siamo la spina nel fianco!

È vero che non siamo forti,

Ma conosciamo popoli che lo sono.

Oh sì, e li guideremo qui

A schiacciarvi e distruggervi in Guerra.

E allora ci faranno schiavi, dite?

Vero: siamo sempre stati schiavi, noi.

Ma voi… la vergogna vi ucciderà,

E allora danzeremo sulle vostre tombe.

 

Allegerrimo, eh? ma d’altra parte, chi l’ha detto che Kipling è un autore allegro? Er… buona domenica.

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* Traduzione mia e leggermente à l’impromptu: non sarà artisticissima, però è funzionale.

 

  

  

  

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