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Ripassi, Ritorni & Nostalgie

Cover of "The Last of the Wine"

Ho letto The Last of the Wine (tradotto, credo, come Le Ultime Gocce di Vino), di Mary Renault, il cui protagonista, un fittizio giovanotto ateniese di buona famiglia ai tempi della Guerra del Peloponneso, è allievo di Socrate, amico di Platone e Senofonte, nemico di Crizia, soldato con Alcibiade e ribelle contro i Trenta con Trasibulo…

Buone frequentazioni e gran bel libro – di quelli che lasciano un nonnulla di book-lag una volta finiti. Capita, giusto? Ebbene, questo specifico libro però si è lasciato dietro anche qualcosa d’altro: una certa qual nostalgia per la Grecia classica… Quel mondo che ho studiato con un certo impegno e molto gusto per cinque anni quando ero una piccola ginnasiale e poi liceale. Quel mondo che poi ho poco meglio che abbandonato – con l’eccezione dell’occasionale romanzo storico*. Quel mondo che, pur sapendo che non era affatto così, non posso fare a meno di immaginare bianco e soleggiato…

Essì, nostalgia. Che devo dire?

Per fortuna è nostalgia di un genere che si cura facilmente. Intanto ho recuperato, a titolo di antipasto, la Storia dei Greci di Montanelli. Dietro aspettano in fila Plutarco, Tucidide, un dialogo socratico o due e l’Anabasi di Senofonte…

Poi naturalmente sono quei progetti che si fanno, perché il tempo è poco e i libri sono tanti, e le scadenze incombono. Ma insomma, la Grecia antica è lì che aspetta e fa cenni invitanti. Stiamo a vedere come e quanto riuscirò a rispondere. A parte tutto il resto, a suo tempo ho passato cinque anni a studiare la storia, la lingua, la letteratura, la poesia, la filosofia, la vita quotidiana e i miti di questa gente… Sotto più di un aspetto, sarà un po’ come tornare a casa – e in buona parte è stato così leggendo il romanzo: la sensazione di camminare per strade familiari e care. È stato bello passeggiare per questa Atene. Foss’anche solo per questo, grazie davvero, Ms. Renault.

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* E, se vogliamo, un tardo riflesso alla periferia di Annibale…

Oh, Questa Tosse…

ViolettaSarà forse perché da mezza settimana tossisco come un mantice che sono spinta a ruminare di tubercolosi in letteratura? Ovviamente non ho la TBC – solo l’ennesima bronchite – ma bisogna dire che l’effetto sonoro sia quello, perché la famiglia mi chiama Violetta…

In realtà la famiglia potrebbe chiamarmi con un sacco di altri nomi – e adesso procedo a dimostrarvelo – ma è innegabile che la prima eroina tisica che viene in mente sia lei: la donna perduta Marguerite Gauthier, la Signora delle Camelie di Dumas figlio, cambiata in Violetta Valery all’opera (suppongo per comodità prosodico-musicale?), che si redimerebbe volentieri al fianco del bravo ragazzo Alfredo, ma poi ci si mettono di mezzo una sorella pura siccome un angelo e la tosse fatale per procurare il tipo di finale strappalacrime che tanto bene funziona* a teatro – lirico e di prosa.

E quindi, quando nella Bohème Mimì comincia a tossire, capiamo presto che sarà bene preparare i kleenex prima del finale: lo sappiamo tutti che le soffitte sono fredde e malsane, e qualcuno dovrà pur lasciarci le penne. Il candidato ovvio è la tenera fanciulla – di nuovo tra le braccia del tenore, di nuovo dopo un rapido e musicale episodio di quella cosa romantica – la spes tisica, l’ultimo colpo di energia che coglie(rebbe) il malato prima della morte.

Vi dirò, credevo che fosse proprio vero, ma mi si dice che la spes tisica potrebbe essere una delle tante leggende romantiche che circondano il mal sottile. Opera e romanzi hanno costruito l’idea che si tratti di una fine poetica, il genere di cose in cui qualcuno d’interessante si fa pallido, tossisce assai, s’indebolisce, perde un po’ di sangue dalla bocca (cercando sempre di nasconderlo in un fazzoletto che poi viene scoperto), tossisce ancora, può svenire una volta o due – ma questo è opzionale – ha l’impressione di star meglio e poi reclina la testa sulla spalla… Scene di dolore da parte dei superstiti affranti, buio, sipario, applausi.Smike

Più o meno così, ne I Miserabili, muore Fantine, ragazza perduta e madre di Cosette, provvedendo il protagonista di una figlia adottiva. In Dickens mi vongono in mente un paio di casi maschile, Richard Carstairs in Casa Desolata, e il povero Smike, cugino illegittimo di Nicholas Nickleby. Richard in realtà è uno di quei personaggi un nonnulla irritanti – ma a voler vedere, Smike è piuttosto simile a Fantine nella quantità di sventure che i rispettivi autori accumulano sul capo di ciascuno, con la tisi a titolo di ciliegina sulla torta – e per essere cinici, non c’era nessuna utilità per Fantine viva o per Smike vivo. Direi che si possono diagnosticare tranquillamente due casi di tbc narrativa…

Curiosamente, la faccenda si fa più cupa con Kipling, in Rewards And Fairies, che dovrebbe essere una raccolta di racconti per bambini. Ma Philadelphia, giovane figlia di un gentiluomo inglese in tempi di guerre napoleoniche, non sa che la sua tisi è incurabile e che diventerà presto difficile da sopportare. I due piccoli protagonisti, Una e Dan, intuiscono la verità dalle mezze parole e dall’angoscia del giovane medico francese prigioniero di guerra che di Philadelphia è innamorato e che non può fare nulla per lei – se non lasciarla nella sua illusione di guarire presto da quella tosse così fastidiosa.

RalphE si capisce che nessuna malattia sarebbe davvero interessante dal punto di vista letterario se non tendesse ad avere conseguenze fatali. Diciamola tutta: a chi importa un bottone della bronchite? Henry James appiccicava spesso la consunzione ai suoi personaggi, perché era stato traumatizzato dalla morte dell’amatissima e poco più che ventenne cugina Minnie Temple, e perché una lenta condanna è sempre un device narrativo pieno di possibilità. Così Milly Theale, la protagonista de Le Ali Della Colomba, deve parte del suo fascino e metà dei suoi problemi al fatto che sta morendo di tisi. E la candida, irreprimibile, socialmente disastrosa Daisy Miller diventa una figura tragica quando comincia a tossire, per il contrasto tra la sua natura esuberante e la sua caducità. Poi c’è Ralph Touchett, il cugino di Isabel Archer in Ritratto di Signora. Ralph è innamorato di Isabel, ma non si fa avanti perché è malato. Quando Isabel è colta dal dubbio di poterlo ricambiare, è un filino tardi – ma poco importa: noi lettori, meno distratti di Isabel, lo abbiamo trovato interessante per tutto il tempo.

Un altro che con il mal sottile andava a nozze era Dostoevskij: I Fratelli Karamazov, I Demoni, l’Idiota, Delitto e Castigo… qualcuno che tossisce c’è sempre. Ma d’altra parte, la TBC gli aveva portato via la madre e (forse) un fratello. Semmai è sorprendente che Charlotte Bronte, con la sua vicenda famigliare, faccia un uso così limitato della malattia. O forse, dopo avere perduto per tisi Branwell, Emily e Anne nel giro di pochi anni, non aveva più nessun desiderio di parlarne nei suoi romanzi. L’unico caso di consuzione di Charlotte lo troviamo in Shirley (scritto in buona parte durante la malattia di Emily): Caroline Helstone si ammala, ma poi si riprende, guarisce e prospera. E forse non è un caso che Caroline fosse un parziale autoritratto?KeatsSevern

Perché capitava anche di guarire, ma non succedeva spessissimo: per un Goethe, che sembra dover morire ragazzo e poi sopravvive e campa altri sessant’anni abbondanti, sono tanti a morirne. Malattia da poeti, si direbbe, se contiamo Catullo, Keats (e suo fratello), Rostand, Novalis, Leopardi (che aveva cantato la tisica Silvia), Eluard, Elizabeth Barret Browining, Schiller, Robert Burns, Guido Gozzano. E malattia da romanzieri, anche: mi vengono in mente Stevenson, Dashiell Hammet, Gorkij, Stephen Crane, Balzac, Checov, Kafka, Orwell, Maupassant, ma sono certa che ce ne sono molti altri. E i musicisti: Pergolesi, Stravinskij, Chopin**… E come potrebbe non essere un male romantico, quando ne muoiono tanti artisti?

In realtà non è affatto una bella fine, come si evince per esempio dalla dolorosissima e protratta agonia del Duca di Reichstadt/Re di Roma, lo sventurato figlio di Napoleone e Maria Luigia d’Asburgo, descritta da Francesca Sanvitale ne Il Figlio Dell’Impero.

Eppure…. Per diversi secoli la tisi è stata la Malattia, quella che colpiva indiscriminatamente in tutte le classi sociali*** , che condannava con scarse possibilità di appello, che uccideva lentamente, che si cercava di curare nei sanatori (La Montagna Incantata). Ma a differenza di quel che è accaduto in secoli diversi per la peste, per il colera, per la lebbra, per il cancro e per l’AIDS, invece di generare un alone di paura, orrore generalizzato e stigma sociale, la consunzione ha goduto di una sorta di nobilitazione artistica: la tisi era il male degli innamorati, dei ribelli, degli artisti, degli sventurati giovani e belli, di chi era caro agli dei… Clark Lawlor ha dedicato a questo fenomeno tutto un ponderossissimo e vagamente perplesso saggio. Letteratura e musica hanno ingentilito, quando non addirittura mitizzato, la percezione del mal sottile – al punto che il Giovane Poeta Languente e la Fanciulla Consuntiva sono diventati icone letterarie, e una tosse insistente (per non parlare di un fazzoletto macchiato di sangue) è un topos letterario inequivocabile. In un romanzo, a teatro o al cinema nessuno tossisce per caso: bastano un paio di colpi, e potete scommettere con ragionevole certezza che il personaggio non vivrà a lungo.

Ciò che, tra parentesi, mi rende al momento molto lieta di non essere il personaggio di un libro…

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* Dipende: nell’ultima Traviata che ho visto, Violetta era un pezzo di figliola e Alfredo un po’ esilino, tanto che all’ultimo atto prudenza registica ha voluto che la fanciulla collassasse tra le braccia non del tenorino, ma del più solido medico curante.

** In realtà, molti anni fa, un alunno di mia madre propose la sconcertante teoria alternativa che il poveretto fosse morto perché George Sand lo teneva sveglio di notte a comporre i Notturni.

*** Ciò che si riflette puntualmente in letteratura, con la malattia che colpisce del pari, seppure per diversi motivi, la ricca e bellissima Clarissa, lo scrittore middle class Edwin in New Grub Street e l’operaia Bessie di North and South.

Opera e Romanzi, Romanzi e Opera

Ci crediate o no, questo è un palco d'opera galleggiante...a Bregenz.

Ci crediate o no, questo è un palco d’opera galleggiante…a Bregenz.

È una faccenda a doppio senso di marcia: ci sono i romanzi adattati in opera, e ci sono i romanzi che parlano d’opera.

Con i primi la faccenda è piuttosto lineare: ci sono cose ovvie, come La Bohème, BIlly Budd, la Lucia di Lammermoor, il Wrther o Guerra e Pace – ma chi avrebbe detto che ci fossero opere tratte da 1984 o Il Grande Gatsby, oppure Gösta Berling? Parleremo anche di quelli, un giorno o l’altro – ma oggi ci occupiamo dai secondi secondi – e cominciamo col dire che ce ne sono più di quanti si potrebbe pensare, molti in Inglese e ancora di più in Tedesco, e non tanti sembrano essere stati tradotti in Italiano. Strano, tutto considerato.

E, detto questo, proseguiamo dicendo che l’opera può riverstire diverse funzioni all’interno del romanzo stesso – e di conseguenza occupare diverse quantità di spazio.operaB

In Madame Bovary c’è forse una delle più celebri scene d’opera per iscritto, con Emma che, seduta nel palco, gratignant de ses ongles le velour della balaustra, si guarda attorno, assorbe l’atmosfera del teatro e si lascia guardare. Poi ci si mette anche l’opera stessa (Lucia di Lammermoor, se ben ricordo?), con il suo carico di passioni estreme, follia e neri furori messi in musica. Commossa, lusingata, inquieta, sempre attratta dai sentimenti immaginari più che dalla realtà, Emma è pronta quanto potrebbe esserlo per una riesplosione passionale o – se vogliamo – sentimentale. E manco a farlo apposta, chi ti ritrova in teatro se non il suo primo amante, Léon? Ah, galeotta fu l’opera!

operabzIn Massimilla Doni, Balzac assegna all’opera una posizione molto, molto più centrale. Anche tralasciando le lunghe disquisizioni rossiniane che costituiscono una discreta parte della novella, la storia è impregnata di musica e di canto. Si svolge per buona parte nel palco alla Fenice in cui la bella duchessa eponima riceve amici melomani (tra cui il suo innamorato platonico, Emilio Memmi) con i quali discetta di Rossini, di musica, d’Italia. Per Massimilla e il suo entourage, l’opera non è un divertimento frivolo o un’occasione sociale, ma la risposta a un moto dell’anima e, già che ci siamo, una forma di patriottismo. L’altra faccia della medaglia è costituita dalla cantatrice Clara Tinti, mantenuta dall’anziano marito di Massimilla e amante occasionale (e per errore) di Emilio. Seguono pentimento, perdono e riconciliazione a suon di metafore musicali, la cui morale è che l’amore spirituale e l’amore carnale non son la stessa cosa – e non si fanno necessariamente ombra a vicenda*.

I cantanti d’opera, a quanto pare, non sono una genìa molto migliore degli attori di prosa. Clara Tinti l’abbiamo vista; in Gertrud, Herman Hesse affibbia al protagonista un fortunato rivale in amore che è un baritono. Fortunato per modo di dire: affascinante e pieno di talento, ma egocentrico, immaturo e incapace di vedere al di là della propria arte, Heinrich sposa Gertrud e rende ampiamente infelice lei e se stesso, fino alla fatale conclusione – distruttiva per tutti. Vero è che Heinrich è più un liederista che un cantante d’opera, ma siamo lì. Tra l’altro, per chi come me avesse sempre pensato che suonare in un’orchestra debba essere un idillio, questa storia è un brusco risveglio.

Gente come la madre di Daniel Deronda, che sacrifica la maternità all’arte, o la inconsistente La Stilla, più oggetto che altro ne Il Castello nei Carpazi, non fa molto per riabilitare la categoria.OPera1

L’opera fa da sfondo pittoresco, da titolo e da pretesto a Il Fantasma Dell’Opera. Christine Daae è un sopranino promettente, le cui sorti s’intrecciano con quelle del tragico Fantasma sullo sfondo dell’Opéra di Parigi, tra primedonne capricciose, ballerine in gonnellino di tulle, impresari avidi, tenori grassi, sotterranei cavernosi, viscontini innamorati e ogni possibile cliché associato. Divertente, romantico e avventuroso, senza la minima pretesa letteraria. A volte vien da pensare che Léroux l’abbia scritto in un lampo di prescienza, per far felice Andrew Lloyd-Webber. Però bisogna riconoscerlo: con la sua mole enorme, labirintica e misteriosa, con il suo funzionamento da formicaio scintillante, il teatro stesso contende al Fantasma il ruolo di protagonista.

Tutt’altro è il caso di Buio In Sala, di Camilla Salvago Raggi, romanzo originale, delizioso e ingiustamente dimenticato, caleidoscopio di personaggi affluiti al Teatro dell’Opera di Roma per una rappresentazione del Werther di Massenet: dall’appassionata che segue il tenore protagonista alla ragazzina del coro di voci bianche, dalla signora-bene con la testa altrove alla cacciatrice di firme, dal loggionista arrabbiato fino al tenore Suvorin (omaggio ad Alfredo Kraus) tutti contribuiscono con i loro pensieri e le loro impressioni a mostrarci un’opera intera – musica e libretto – da una serie di angolazioni inattese.

OperaPoi c’è una congerie di romanzi biografici su compositori e cantanti, ci sono gialli ambientati all’opera (Ngaio Marsh ed Ellis Peters, per esempio…), ci sono personaggi che vanno all’opera (come Hanno Buddenbrook, May Welland e varia gente in Guerra e Pace), ci sono bizzarrie come Le Svetlana, sorta di moderna versione del Don Carlos, popolata di melomani, critici e maniaci dell’alta fedeltà, e ci sono persino fantasy e fantascienza**.

L’ibridazione tra teatro e musica, con le sue storie spesso truci, con i suoi protagonisti di genio, col mondo complicato e pittoresco che ci ruota attorno, offre infinite possibilità narrative – e forse finora sono state colte solo in parte.

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* Chiudendo idealmente il cerchio, negli Anni Trenta del secolo passato, il compositore svizzero Othmar Schoeck ha tratto dalla novella un’opera .

** Sissignori: per esempio Aasimov, Phillip K. Dick e Marion Zimmer Bradley – la quale ha anche scritto uno spudoratissimo romanzo che ripercorre passo per passo la trama della Norma di Bellini.

Una Piccola Storia di Libri

Oggi vi racconto una piccola storia che mi è stata raccontata tempo fa in una biblioteca accademica, e che ho sempre trovato molto graziosa. Una piccola storia di libri – anzi, di un libro in particolare.

900000001133Il libro che ho in mente era un’edizione anni Cinquanta di Lirici Greci – quella storica curata da Ugolini e Setti per Le Monnier, e aveva un piccolo ex-libris, perché il giovane G., classicista in erba, ai suoi libri ci teneva molto. G. aveva quel genere di passione – tanto per i libri in generale quanto per i classici greci in particolare – per cui non vedeva modo migliore di corteggiare una ragazza che prestarle i suoi amati Lirici.

La fanciulla in questione era molto graziosa, ma non soverchiamente interessata – né ai Lirici né a G. O forse era più interessata ai Lirici che a G., perché a un certo punto perse deliberatamente di vista il ragazzo, ma si tenne il libro. Cose che succedono, direte. E in effetti, col tempo, G. giunse a considerare la perdita dei Lirici l’aspetto più grave della faccenda. Si laureò in Lettere Classiche, s’innamorò di nuovo, si sposò felicemente – e se mai gli capitava di ripensare alla fanciulla, era solo per dolersi di essere stato troppo timido per chiedere indietro il suo libro…

Gli anni passarono, e passarono i decenni. G. fece carriera all’Università, ed era ormai prossimo alla pensione quando, un giorno di maggio, s’imbatté in una bancarella di libri usati. Si capisce che non era il tipo d’uomo che può resistere al richiamo di una bancarella di libri usati. Si accostò e cominciò a curiosare, con quello spirito di pesca al tesoro che tutti conosciamo così bene, vero? E  a un certo punto, che cosa  vide G. tra le coste color crema, se non i Lirici Greci di Le Monnier? book

“Oh, che bellezza!” si disse, impadronendosi del volume. C’era qualcosa di poetico nel rimpiazzare, a un passo dalla pensione e in questo modo fortuito, il libro che aveva perduto da studente… G. sorrise alla copertina ingiallita e si trattenne dal soffiar via la polvere dal taglio di testa – quello l’avrebbe fatto a casa, prima che sua moglie potesse vedere e inorridire. In quello che gli parve l’apice della perfezione, G. notò che si trattava proprio della stessa perduta edizione anni Cinquanta…

Ma questo gli pareva l’apice della perfezione soltanto perché l’umana fiducia nella serendipità è limitata. Quando finalmente sollevò la copertina, che cosa credete che trovasse, incollato con cura sul risguardo? Il suo ex-libris.

Il cerchio si era chiuso in modo più che simbolico, e G. se ne tornò a casa felice col suo bottino – e nel sacchetto di carta della bancarella gli pareva di avere un vecchio amico ritrovato, e anche un rettangolino di giovinezza restituita.

 

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Pesca al Libro

RanePescatriciIn questi giorni, insieme a un gruppo di anziane signore, meno anziane signore e ragazzini volonterosi, dò una mano con la pesca  benefica del villaggio. Sposto notevoli quantità di oggetti di vetro e ceramica, batto al computer tabelle excel contenenti lunghe liste di premi e la sera, seminascosta dietro una pianta verde, sto di sentinella alla Posizione Huston*. Un tempo aiutavo con la distribuzione – ma è una cosa che richiede – a parte una combinazione di fermezza, sense of humor e faccia tosta – molta, ma molta più pazienza di quanta io ne possieda. Per cui, da qualche anno in qua, faccio il Risolutore di Problemi, e tutti viviamo più felici. Ogni anno è una settimana abbondante di lavoro a tempo pressoché pieno: è faticosetto, ma ridiamo un sacco e raccogliamo fondi per una buona causa.

Ora, tra i premi c’è un certo numero di libri – bizzarramente assortiti, lo ammetto – e una delle cose divertenti è vedere le reazioni del pescatore medio alla vista di un parallelepipedo di carta. Dal repertorio di ieri sera:

– Quarantenne abbronzatissimo, di fronte a La Ricerca della Felicità: La vacca! Ho vinto un libro? E che cosa me ne faccio, signorina? E poi guardi, sono già fin troppo felice così.

– Madre di famiglia: Me lo cambia, per favore? Con quello che vuole, magari con qualche spugna, che quelle sono sempre utili.

– Anziana signora, di fronte a La Vita di Madre Teresa: Ma non ce l’ha Padre Pio? No? Solo questo? Allora, magari, una vita dell’altro Papa? Ah no? Solo Madre Teresa? Peccato. E della Madonna di Lourdes?

– Giovane coppia in attesa della prima bambina, di fronte a Il Diario di Anna Frank: Oh, che bello, il primo libro per Aurora…

– Giovane madre, davanti a una versione a fumetti de Le Avventure del Barone di Munchausen: Guarda, amore**! Il barone di Mànchiusen!

E il più pittoresco di tutti:

– Signore di mezz’età dall’aria rustica anzichenò (in idioma locale): Be’, e questo che cos’è?!    Fanciullo che gli ha appena messo davanti un libro***: Un libro…

Naturalmente sto tralasciando tutta la gente che invece è felice di vincere un libro, oppure finge in modo più o meno convincente di esserlo, oppure non lo è e non finge, però non protesta – ma quelli non sono pittoreschi.

Chiuderò dicendo che anche noi dello staff compriamo sempre qualche biglietto (sperando di non vincere i premi importanti, perché non farebbe un bel vedere). In fatto di libri, la pesca di mia madre e mia quest’anno è stata magrolina:

– Borges, Il Manoscritto di Brodie. Raccolta di racconti tardi. Forse alcuni li possiedo già – ma non è detto. Se sono fortunata, magari, è una traduzione diversa. Non ho ancora controllato.

– Stout, Un Natale di Paura, se ben ricordo. Ogni tanto un po’ di Nero Wolfe si legge volentieri.

In più c’è un volumetto illustrato dal titolo Annibale Vincitore, più o meno la II Guerra Punica spiegata ai fanciulli. Mi piacerebbe dire che l’ho pescato e che è un chiarissimo segno del destino, ma in realtà le mie adorabili compagne di pesca l’hanno tenuto da parte per me. Dite che sia un brutto segno se metà del villaggio comincia ad essere a conoscenza delle mie ossessioni?

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* As in “Abbiamo un problema…”

** Il mio avvocato dice che adesso i bambini si chiamano tutti Amore. In effetti, ieri sera ce n’erano proprio tanti, di Amore…

*** Dalla Postazione Huston, che – come dicevasi, è parzialmente nascosta dietro un’enorme pianta verde, non sono riuscita a capire di che libro si trattasse – e, interrogato in proposito un po’ più tardi, il fanciullo lapalissiano non ricordava. Per cui non so dire se autore e titolo fossero rilevanti rispetto alla reazione. Peccato…

 

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Di Giochi E Di Candele

Player's BoyIn The Player’s Boy, Bryher racconta la vita di un apprendista attore che poi non diventa attore a cavallo tra i regni della Grande Elisabetta e di Giacomo VI e I. Bryher aveva una passione non solo accademica per il mondo elisabettiano, e in questo romanzo ne racconta il declino con un’intensità struggente. Il suo protagonista James Sands, orfano e sognatore, non è equipaggiato per essere felice mentre il suo mondo tramonta, e la sua parabola di occasioni mancate e aspirazioni calpestate, pur narrata in maniera un pochino episodica, è il genere di storie su cui mi sciolgo.

Ma ancora più rimarchevole del romanzo è la lettera dell’autrice che la mia edizione Paris Press pubblica in appendice. Bryher discute con un amico la sua passione per il mondo elisabettiano e la storia in generale, e conclude così (traduzione mia):

Sì, è questo il bello del “gioco”: la ricerca e l’occasionale scoperta. Se potessimo cambiare il corso del tempo per veder tornare [Sir Francis] Drake, sarebbe solo come vedere un ennesimo film. E’ tutto nello spulciare; nel tenere tra le mani, dopo vent’anni di duro lavoro, un singolo, minuscolo frammento che s’incastra con un altro pezzetto altrettanto incompleto; nel sapere che la soluzione del problema magari verrà in mente a qualcuno che non è ancora nato. E’ per tutto questo che il gioco vale come e più della candela.

funny_historian_tshirt-p235294641369602717qtdg_400.jpgDiscorso da storici – e forse sono d’accordo, almeno in parte. Non dico che mi dispiacerebbe poter dare un’occhiatina al ritorno di Drake, ma capisco in pieno il fascino della ricerca per la ricerca. Anche da un punto di vista narrativo (e sto parlando di narrativa a sfondo storico) la ricostruzione del personaggio, il lavoro paziente di rimettere insieme una personalità combinando fatti, aneddotica, speculazione, conoscenza dell’umana natura e intuizione, è forse la parte migliore del gioco. E’ possibile che il corollario di fittizietà renda leggermente più malsano il lavoro del romanziere rispetto a quello dello storico – anche solo perché, per l’autore e talvolta per i lettori, il personaggio fittizio finisce col diventare quasi più reale dei frammenti di fatti superstiti – ma il crescente numero di storici che sono anche romanzieri mostra che le due specie sono meno incompatibili tra loro di quanto possa sembrare. E la Sindrome di Bryher colpisce imparzialmente entrambe.

In realtà è una scelta lapalissiana, visto che non possiamo viaggiare nel tempo, ma possiamo studiare e ricostruire. Resta però il fatto che la fiamma puntigliosa e insaziabile della ricerca è una seria parte del fascino della storia, una parte che andrebbe perduta il giorno in cui il passato diventasse un altro posto che si può visitare – senza pregiudicare, presumibilmente, il mercato del romanzo storico.

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Oh, e per gli storici: la maglietta HISTORIAN – you’d be more interesting if you were dead si può acquistare qui.

La Guardia Bianca

Mikhail Belaya-Sibir-Bulgakova_articleimageDici “Bulgakov”, e tutti pensano a Il Maestro e Margherita. Oppure Cuore di Cane o, semmai, Uova Fatali.

La Guardia Bianca è un’altra questione. La Guardia Bianca è un primo romanzo e, come tutti i primi romanzi, è un po’ una faccenda a sé. Niente allegorie grottesche, niente satira feroce, qui: immaginatevi un quadro di famiglia che sembra preso da un primo atto di Chekov, ma visto attraverso una lente deformante. I tre giovani fratelli Mihail_Bulgakov__Belaya_gvardiyaTurbin, il medico militare Aleksej, la bella Elena e l’adolescente Nikol’ka, hanno appena perduto la madre. È il 1918, e Kiev è scossa dalla Rivoluzione. All’improvviso, il vecchio mondo che Elena e i suoi fratelli conoscevano si sfalda scaglia a scaglia. I Turbin, figli della buona borghesia intellettuale, con il loro salotto pieno di libri e i loro amici ufficiali*, guardano la rivoluzione con sospetto e con timore. E mentre Kiev, presa tra i Bianchi, i Rossi e i Tedeschi, vacilla nell’incertezza e nell’anarchia, Aleksej e Nikol’ka si arruolano nella Guardia Bianca…

Ebbene sì, un romanzo sui Russi Bianchi. Gli sconfitti. I nemici della rivoluzione. Non capitava tutti i giorni, e non andò del tutto diritta: la prima pubblicazione a puntate (nel 1925) fu bruscamente sospesa per la chiusura del periodico da parte delle autorità. La cosa sorprendente è che a Bulgakov, con i Turbinssuoi eroi (anti-eroi, se vogliamo) controrivoluzionari, non sia capitato niente di peggio** che un divieto d’espatrio durato tutta la vita. In compenso, l’adattamento teatrale chiamato I Giorni dei Turbin ebbe un successo sesquipedale: rimase in cartellone per un migliaio scarso di repliche tra il 1926 e il 1941. Pare che Stalin ammirasse enormemente I Giorni dei Turbin. Ora, io non so se davvero l’abbia visto almeno venti volte, commuovendosi come un bambino – ma così vuole la tradizione. Gli piaceva talmente tanto che, pur non consentendo a Bulgakov di espatriare come avrebbe voluto, gli concesse una certa quantità di protezione, e lo insediò al Teatro delle Arti di Mosca. Verrebbe da pensare che tanto successo (e tanto in alto) dovesse Turbins5riabilitare il romanzo, vero? E invece no: rimase bandito e non fu più pubblicato fino al 1966, nei tardi anni di Kruscev. Va’ a sapere…

Indipendentemente da questo, La Guardia Bianca è meravigliosamente scritto, con personaggi ben caratterizzati (impossibile non affezionarsi ai tre fratelli e al loro legame), una robusta dose di fatalismo slavo, un mondo che crolla, e una collezione di magnifiche descrizioni***. Epico e lirico e triste e molto umano al tempo stesso. Da leggersi ascoltando il Çaikovskij tardo. E non sarà facile – tanto meno perché potrei sbagliarmi, ma non credo che ne esistano traduzioni italiane né inglesi, ma quanto mi piacerebbe vedere I Giorni dei Turbin a teatro…

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* La casa dei Turbin riproduce esattamente la casa della famiglia Bulgakov.

** Vedi alla voce Pasternak, per esempio.

*** Bella, ma proprio bella, traduzione di Ettore lo Gatto per Einaudi.

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Lug 15, 2016 - libri, libri e libri    No Comments

Libri Perduti

lost booksChe alcuni libri perduti siano più perduti di altri è vero in senso stretto, perché di alcuni si sono smarrite le tracce attraverso i secoli, di altri conosciamo solo i titoli citati in altre opere, di altri ancora possediamo frammenti – e poi ci sono quelli che non hanno lasciato traccia, sprofondati nell’oblio dei secoli. Poi ci sono libri che sappiamo con certezza distrutti (come la prima stesura della Storia Della Rivoluzione Francese, che Carlyle spedì a John Stuart Mill – e poi la domestica di Mill bruciò tutto per errore. Er… licenziata!), e libri che speriamo tanto possano saltare fuori, per qualche miracolo storico-librario…

Perché c’è un altro genere di gerarchia: per ciascuno di noi certi libri sono più perduti di altri, perché di certuni non c’importa poi granché, mentre altri vorremmo tanto, tanto, tanto poterli leggere, e non poterlo fare ci rode e ci affascina al tempo stesso. Per dire, posso tranquillissimamente convivere con la perdita delle quattro tragedie in stile greco scritte da Cicerone, ma qui ci sono i sei libri perduti la cui perdita mi fa pizzicare le sacche lacrimali:

– Il dizionario etrusco compilato dall’imperatore Claudio. Un dizionario etrusco! Una chiave per una lingua perduta – come si può non rivolere indietro la chiave per una lingua perduta? Claudio ci aveva aggiunto anche una storia etrusca che non dispiacerebbe per nulla avere, e anche otto volumi sulla storia di Cartagine… oh, well.

– Le memorie di Silla. Plutarco le cita, ma ne resta solo qualche sporadico frammento. Ora non so, magari poi erano mortalmente noiose, ma in qualche modo credo che Silla, intelligente, spregiudicato, manipolatore, protagonista di quasi tre turbolenti decenni di storia romana e cinico osservatore dell’umana natura, varrebbe la pena di essere letto.

– Joyce scrisse un dramma chiamato A Brilliant Career, e poi lo bruciò. Sono sempre affascinata dai motivi che spingono uno scrittore a distruggere le sue opere…ThomasUrquhart

– Sillabario Del Linguaggio Universale, di Sir Thomas Urquhart. Sappiamo dal Logopandecteision, il progetto di questa lingua che Sir Tom propose a Cromwell in cambio della sua scarcerazione, che questo ur-Esperanto contemplava undici generi, dieci casi e altre simili bizzarrie, compreso il fatto che ogni parola contenesse nelle sue sette sillabe una precisissima classificazione dell’oggetto a cui si riferiva. Se vi suona poco pratico è perché lo è: Sir Tom aveva tradotto Rabelais aggiungendo settantamila parole all’originale e riteneva di avere provato scientificamente la discendenza diretta della sua famiglia da Seth… Per cui non siamo sicuri di poterci fidare di lui nemmeno quando dice di avere perduto 642 quinterni di note e appunti durante la battaglia di Worcester. Anyway, la lingua universale è perduta – e non era nemmeno servita a far scarcerare il suo autore.

– Questa è un’ipotesi un nonnulla azzardata, ma nell’edizione in quarto di The Tragical History of Doctor Faustus, il Prologo (probabilmente aggiunto da un’altra mano) sembra riferirsi a un elenco di altri lavori di Marlowe: Edoardo II, le due parti di Tamerlano e qualcosa che ha a che fare con “i campi del Trasimeno dove Marte sorrise ai Cartaginesi”. Non sopravvivono opere di Marlowe sulla II Guerra Punica, e non si trovano accenni in proposito nei diari di Henslowe, ma come essere certi che non ci fosse una tragedia, scritta per un’altra compagnia, rappresentata in un altro teatro e poi perduta? In fondo ci sono un sacco di cose che non sappiamo più sul teatro elisabettiano, e la tentazione è forte: che cosa avrebbe potuto fare l’autore di Tamerlano e di Faustus con un personaggio come Annibale? E parlando di questo…

– La Cronaca di Sosila. Sosila di Sparta era stato il precettore del giovane Annibale, che una volta cresciuto se lo portò dietro in Italia, come segretario e cronista. Scrisse una storia della guerra – lo sappiamo perché altri autori la citano, ma non ne è rimasto nulla, salvo forse un frammento di recente scoperta e ancor dubbia attribuzione. Confesso che questa cronaca per me è il santo graal dei libri perduti. Darei parecchio per poter leggere una cronaca di parte cartaginese, scritta da un membro dell’entourage immediato di Annibale. Anche tenendo conto delle convenzioni di genere (in fondo Sosila scriveva un resoconto ufficiale), sarebbe stata la cosa più simile a un ritratto dal vivo di Annibale a cui possiamo aspirare.

Chi lo sa? Forse un giorno qualcosa di tutto questo salterà fuori, perché i miracoli succedono. Oppure no e continueremo a sperare che riemergano dalla nebbia dei secoli e dei millenni, queste chimere irraggiungibili, tanto più affascinanti perché non possiamo leggerle. Che valga anche per i libri quel detto secondo cui la persona con cui non si è mai danzato rimane la più affascinante – perché la realtà non ha avuto modo di appannare le meraviglie che ce ne aspettavamo?

E voi, o Lettori? Quali libri preduti tornereste indietro a recuperare, se aveste una macchina del tempo?

 

Lug 11, 2016 - libri, libri e libri    2 Comments

A Puntate

Pubblicare a puntate su un periodico è una prassi editoriale per una quantità di scrittori tra Otto e Novecento. Da Dickens a Dumas, da Dostoevskij a Stevenson, da Collodi a Joyce, sono tanti gli autori che hanno conosciuto le gioie e i tremori della pubblicazione a episodi.

240px-Pinocchio_visto_da_Enrico_Mazzanti_%281883%29.jpgLa prima parte de Le Avventure di Pinocchio, per esempio, uscì a puntate su Il Giornale Per Bambini, tra il 1881 e il 1883, mentre Nulla Di Nuovo Sul Fronte Occidentale, di Remarque, fu serializzato tra il novembre e il dicembre del 1928 sulla Vossische Zeitung. Questa forma di pubblicazione era onnipresente e onnigenere: i romanzi di Stevenson uscivano in periodici per ragazzi, il gialli della Christie in volumetti settimanali non dissimili dai nostri Mondadori, Tolstoj e Dostoevskj comparivano sui settimanali letterari pietroburghesi. Forse il procedimento è più sorprendente per Finnegans Wake, data la natura della faccenda, e tanto più perché non si può nemmeno considerare una vera e propria pubblicazione a episodi: brani sparsi, presentati come “estratti di un’opera in corso di scrittura”… ma d’altra parte, stiamo parlando della Parigi degli Anni Venti. All’elenco possiamo aggiungere Zola (Au Bonheur des Dames, Germinal), Conrad (quasi tutto), Bulgakov (Il Maestro e Margherita), Flaubert (Madame Bovary), Kipling (Kim), e poi Oscar Wilde, Mrs. Gaskell,  Henry James, Sienckiewicz, Thackeray, Michel Faber in anni più recenti, e siamo lontani dall’avere finito.

Mi viene da pensare che i tremori dovessero essere molti più delle gioie – o forse è solo una questione di inclinazioni personali. Non è neanche tanto l’idea di dover produrre settimanalmente (o bisettimanalmente, a seconda dei casi) una determinata quantità di parole, quanto il fatto che non possono esserci ripensamenti. Gente saggia come Stevenson e Agatha Christie vendeva al periodico il romanzo già completato, pronto da dividersi a fette – e fin qui tutto bene. Poi c’era la gente come Dickens, che produceva di volta in volta, e qui cominciavano i guai.

Avete presente quegli incubi in cui si scopre di non avere fatto, dopo tutto, l’esame di maturità? Ecco, The_Old_Curiosity_Shop_10.jpga volte, leggendo Dickens, si ha la sensazione che scrivere a puntate dovesse essere un costante stato di questo genere. Perché se al capitolo XXIV si immagina un’utilità narrativa del tutto nuova per un personaggio che si è introdotto al capitolo IX – solo che questa nuova utilità richiede una personalità del tutto diversa, non c’è più modo di tornare indietro a modificare il personaggio in questione, perché il capitolo IX è già stato pubblicato da settimane e mesi… Dickens, apparentemente, non si faceva soverchi scrupoli: in The Old Curiosity Shop, Dick Swiveller comincia mascalzone e finisce buon ragazzo – senza nessun particolare sforzo di transizione. Mi par di vederlo, Dickens, che scrolla le spalle alle sue pagine manoscritte, si stropiccia il naso, e borbotta: “E che diavolo, chi vuoi che si ricordi se era buono o cattivo? Sono passati mesi!” Il che poteva forse valere relativamente per i lettori dei periodici*, ma produce un effetto lievemente bizzarro nella lettura in volume.

King_Philip_and_Don_Carlos.jpgSchiller fece di peggio, quando cominciò a scrivere il suo Dom Karlos, Infant von Spanien – e a pubblicarlo a puntate sulla rivista Thalia – senza essersi particolarmente documentato in fatto di storia spagnola. Poi ci ripensò, si mise a leggere furiosamente e fece un sacco di scoperte. Peccato che i primi due atti fossero già usciti – ma dal terzo atto in poi, il dramma sterza bruscamente: quella che era stata principalmente una vicendona sentimentale di amore negato e adulterio platonico assume connotati politici più precisi, il protagonista nominale viene relegato in un angolo e Re Filippo, Posa e il Grande Inquisitore prendono centre-stage. Dire che l’insieme è un tantino ineguale è una descrizione blanda, e a giudicare dalle sue lettere, Schiller ne era dolorosamente consapevole. Quello che stupisce, semmai, è che né Dickens né Schiller si siano mai disturbati a smussare qualche angolo prima della pubblicazione in volume – o per qualche edizione successiva…

Ma ci sono anche le gioie, immagino. Il contatto con il lettore, il feedback immediato (Dickens riceveva tonnellate di posta, ed era molto sensibile agli umori del pubblico), per non parlare della pressione continua dello scrivere sempre sotto scadenza – il che, detto fra noi, è il migliore incentivo alla produttività e/o all’esaurimento nervoso.

E d’altronde, la narrazione a puntate è un’idea talmente radicata nell’animo umano da essere un topos letterario a sé: basta pensare a Le Mille E Una Notte, con Sheherazade che ogni notte compra un altro giorno di vita lasciando in sospeso una storia – o, meno drammaticamente, a Giovannino Guareschi che maledice il giorno in cui ha creato un personaggio immaginario per Alberto e la Pasionaria, condannandosi a inventare un’avventura nuova ogni sera, perché i bambini non consentono al padre di liberarsi del piccolo protagonista, per quanto lui tenti in ogni modo di mandarlo a una fine cruenta…

A quanto pare, sarà vero che nessuno resiste a “C’era una volta”, ma anche un bel cliffhanger con il cartello “Continua…” non scherza affatto.

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* O forse no, se è vera la storia della gente che, sui moli di New York, aspettava le navi dall’Inghilterra per sapere se la piccola Nell era morta…

Titoli

TitleSono alla disperata caccia di un titolo, un titolo, un titolo per un racconto – il che, come spesso accade, mi ha portata non a un titolo come sarebbe tanto necessario, ma a ogni genere di rimuginamenti in proposito. Confesso di avere un’ossessione per i titoli – quasi pari a quella che ho per i nomi. E in fondo, che cos’è un titolo se non il nome di un libro?

Le due cose tendono a coincidere, tra l’altro, nella vasta serie di casi (spesso ottocenteschi) in cui il libro trae il suo titolo dal nome del protagonista, come Jane Eyre, David Copperfield*, Anna Karenina, Martin Eden, Daniel Deronda, Lucien Leuwen, Ermanno Raeli e via dicendo. Nome e cognome e basta, senza specificazioni di sorta. Qualche volta, addirittura solo il nome, come Emma. In questi casi immagino che tutto dipenda dalla simpatia del lettore per il nome specifico e da un minimo di attenzione nell’evitare cacofonie. Le cose cambiano appena quando il titolo indica rapporti di parentela (I Fratelli Karamazov, Le sorelle Materassi, La Cugina Bette, I Buddenbrook, Otto Cugini) oppure titoli e funzioni (I Viceré, Il Signore di Ballantrae, Il Colonnello Chabert, Il Piccolo Principe).

Ma questi sono casi “facili”, tutto sommato: sappiamo di doverci aspettare la storia dell’individuo o della famiglia il cui nome appare in copertina. A dispetto dei casi ingannevoli – Il Signore degli Anelli è in realtà l’antagonista, mentre il titolo apparentemente nobiliare di Lord Jim (combinato tra l’altro con un diminutivo non particolarmente aristocratico, al pari del Ruy Blas di Hugo) si rivelerà essere ben altro – tendiamo a sapere che cosa aspettarci da un titolo di questo genere.

La narrativa di genere ha talvolta titoli che abbinano il nome di un protagonista ricorrente a qualcosa di descrittivo: Poirot a Styles Court, Maigret e il Lettone**, ma non è necessariamente così. I gialli di Sherlock Holmes sono tanto di genere quanto si può esserlo, ma hanno titoli evocativi come Uno Studio in Rosso e La Banda Maculata. Agatha Christie alterna what-it-says-on-the-tins come Assassinio Sull’Orient Express a eccentricità come Perché Non L’Hanno Chiesto A Evans, per non parlare delle citazioni: Sento I Pollici Che Prudono o And Then There Were None***.Titles

Citazioni e titoli descrittivi abbondano al di fuori della narrativa di genere. La Battaglia, I Miserabili, La Rivolta Nel Deserto, 1984, Guerra e Pace ed altre cose autoevidenti da un lato; e dall’altro L’Inverno Del Nostro Scontento, Fuoco Pallido, Le Armi E L’Uomo…****

Poi ci sono le cose semi-ermetiche, il cui senso si paleserà (se siamo fortunati) leggendo il libro, come Il Rosso e il Nero, Farhenheit 451, Uno, Il Nome Della Rosa, citazioni del libro stesso, come La Coppa D’Oro o L’Eleganza Del Riccio, metatitoli come Se Una Notte D’Inverno Un Viaggiatore o Gl’Insorti di Strada Nuova, nomi di posti come Mansfield Park o Una Terra Chiamata Alentejo, titoli ricattori tipo Va’ Dove Ti Porta Il Cuore, titoli che non sono affatto quello che sembrano, à la Pfiz, O La Città Perfetta e Cento Colpi Di Spazzola…

E poi mi fermo qui, ma si potrebbe continuare a lungo. Alle volte si spendono quasi più pensieri, dubbi e succo di meningi sul titolo che sul romanzo; alle volte non si trova affatto il titolo giusto; alle volte viene giù come un colpo di fulmine; alle volte arriva un titolo perfetto – peccato che non ci sia ancora il libro, e il guaio è che non si può registrare, brevettare o accaparrare un titolo in alcun modo se non pubblicando il libro relativo; alle volte ci s’imbatte in siti che propongono generatori di titoli, per scherzo o ne producono a pagamento sul serio*****; alle volte se ne escogita uno perfetto e poi è talmente perfetto che qualcun altro lo usa prima di noi; alle volte se ne elucubra uno con fatica e affetto e poi l’editore lo cassa senza un’ombra di remora…

Viene da pensare che si potrebbe scrivere romanzi solo sulla genesi dei titoli, vero? Ne riparleremo.

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* E Oliver Twist, Martin Chuzzlewith, Barnaby Rudge, Nicholas Nickleby…  a Dickens piaceva questa maniera.

** Che cito confessando di avere creduto, da bambina, che vi si parlasse di un grosso letto – e invece era un abitante della Lettonia…

*** Che sarebbe Dieci Piccoli Indiani, ma la traduzione non è, come l’originale,  l’ultimo verso di una filastrocca leggermente macabra.

**** Shakespeare è una vera miniera da questo punto di vista, e qui c’è una piccola lista di titoli tratti dai suoi versi.

***** Hanno persino la tariffa maggiorata per le urgenze!!

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