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Altri Libri Inesistenti

MetaAPerfectVacuumIl che è un titolo un po’ così, perché sono passati due anni e un po’ da quando ho postato per la prima volta in proposito, con la Breve Storia dei Libri Inesistenti. Il post in questione (non del tutto sorprendentemente) parlava di pseudobiblia – e forse vi conviene andarlo a rileggere, perché poi questo avrà non tanto più senso, quanto più sugo.

Allora, il fatto è questo: due anni fa cominciavo lamentando l’incapacità di ricordare titolo e autore di un libro interamente costituito da recensioni di libri del tutto immaginari. Un catalogo di meravigliose implausibilità saggistiche e narrative (credo) – di cui avevo letto una recensione anni prima, per poi dimenticare tutto tranne l’affascinante concetto.

E sì, una recensione di un libro di recensioni fittizie – dimenticata. Comincia a suonare decisamente meta, vero? Ma aspettate, perché migliora. Ieri, mentre cercavo tutt’altro, mi è capitata sottomano quella che potrebbe* essere la soluzione al mio busillis – e sapete qual è la cosa migliore? Che il libro in questione è di Stanislaw Lem, autore polacco che, a suo tempo, Andrea F. aveva suggerito nei commenti.

Perché non ero andata a controllare all’epoca? Perché il libro suggerito è un romanzo di fantascienza – e si sa che in fatto di fantascienza io sono una mozzarella. Ma si dà il caso che invece non si tratti affatto di Solaris, con il suo corredo di note immaginarie – bensì del saggio Vuoto Assoluto, che a questo punto dovrò assolutamente (ha! the pun!) procurarmi.MetaIbid

Ma non solo quello, perché nell’inciampare in Lem sono venuta a conoscenza di un’infinità di altre meraviglie, come Ibid.: A Life, di Mark Dunn, che racconta una storia… o meglio, no: non la racconta affatto. La suggerisce, fa intravedere, inclina a 45° e probabilmente tinge di violetto attraverso le note a margine – tutto quel che, ci viene detto, rimane della documentatissima e perduta biografia di un bizzarro personaggio.

MetaNabokovOppure Fuoco Pallido, metaromanzo di Nabokov in cui il poema in 999 versi è il pretesto per raccontare nella più obliqua delle maniere una vicenda simil-ruritaniana che è a sua volta un pretesto…

E che dire di Borges, che probabilmente è il maestro insuperato di questo gioco? No, con Borges non cominciamo nemmeno… O almeno non cominciamo oggi, qui e adesso – ma aspettavene ancora, di questa faccenda. Perché a me la metanarrativa piace proprio tanto, e non so bene perché non ne leggo di più. O, a dire il vero, perché non ne scrivo da anni.

Ne riparleremo. Oh, se ne riparleremo…

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* O forse no, dopo tutto…

Biblioteche

BibltEssendo cresciuta con la benedizione di una casa stracolma di libri, sono giunta alla tenera età di 23 anni senza essere mai entrata in una biblioteca per piacere. In biblioteca si cercavano i testi di studio che non si potevano o volevano comprare, e questo era quanto.

D’altra parte, alla pur bellissima Teresiana di Mantova, quando ero una ginnasiale timida e impressionabile, mi sentivo sempre lievemente in colpa, prim’ancora di avere fatto alcunché, tanta era la severità con cui il personale guardava gli studenti, questi vermicelli di terra, e questo non alimentava precisamente il piacere di leggere; e la biblioteca di Giurisprudenza a Pavia era funestata dalla presenza di una bibliotecaria la cui missione sembrava essere quella di piazzarsi nel punto da cui tutti la potevano sentire e ululare i fatti suoi per ore e ore ogni giorno, il che non era propizio alla concentrazione.

Il mio primo amore in fatto di biblioteche è stata la Humanities Library dell’Università del Galles, College of Cardiff. Dopo avere biblcappurato che la mia stanzetta nel pensionato poteva contenere un numero limitato di libri, ero dovuta correre ai ripari, e cercarmi una fonte di letture che potessi restituire una volta terminate. Confesso che alcuni libri li ho restituiti proprio malvolentieri, ma considerando che nel corso del mio anno Erasmus ho letto tutta Jane Austen, tutto Conrad, tutto Kipling, tutto Walter Scott (tranne The Heart of Midlothian), tutte le sorelle Bronte, tutto Forster, una buona quantità di Thackeray, Henry James, Dickens, le signore Gaskell e Radcliffe, George Eliot, Thomas Hardy, Hope e un certo numero di altri sparsi e vari, credo che i miei genitori mi siano stati grati di non avere comperato e poi spedito a casa tutto ciò. Tra l’altro, la HL era completamente informatizzata, ed era tutto così semplice, ragionevole, efficiente…

Poi, siccome è evidente che imparo con molta lentezza, sono dovuti passare altri due lustri e mezzo prima che trovassi una nuova biblioteca con cui fidanzarmi. Da qualche anno, tuttavia, sono felicemente accasata con la Biblioteca Baratta di Mantova, che è quasi una reincarnazione della HL in un edificio molto più bello: informatizzata, efficiente, tranquilla, provvista di personale disponibilissimo e capace… Ha anche l’aria condizionata e una macchinetta che vende piccole lattine di coca-cola ben fresca, dettagli da non disprezzare quando si passano molte giornate estive a fare ricerche bibliografiche.

biblbarattaOrmai ho imparato la procedura: cerco anticipatamente quello che mi serve  sul sito del Sistema Bibliotecario Nazionale, arrivo in biblioteca con il mio elenco di titoli e collocazioni, compilo le mie richieste ed è fatta. Se poi qualcosa proprio non c’è, esiste questa meraviglia, il prestito interbibliotecario. Ormai al Baratta mi conoscono. Sanno che me ne arrivo con richieste eccentriche di libri all’altro capo del continente o robe prestate per l’ultima volta nel 1934, oppure rastrello tutte le traduzioni disponibili di una data opera, oppure mi accampo lì per giornate inter prendendo in consultazione mezze dozzine di libri per volta… Ormai sono rassegnati a me, occasionalmente un pochino incuriositi, ma sempre, sempre sempre d’aiuto.

In realtà, di recente e dopo una lunga ristrutturazione, ho cominciato a riscoprire anche la Teresiana, dove le cose non sono più com’erano durante la mia impressionabile adolescenza… O forse sono io che sono cresciuta – ma ormai mi sono affezionata al Baratta – dove, tra l’altro e non del tutto trascurabilmente, è molto più facile parcheggiare.Boo

Qualche volta ci vado anche a scrivere. Non tanto spesso quanto potrei, dovrei o vorrei, forse. Perché una volta installata là, senza distrazioni e senza interruzioni, finisco sempre con lo scrivere parecchio – solo che tante volte la pigrizia e i venti km tra qui e la città finiscono per avere il sopravvento. Mi dico sempre che col tempo diventerò più brava, ma… hm. Per ora, più che altro, è una fonte di libri.

Per dire, l’altra settimana ho passato una giornata intera a lavorare con una certa tragedia ottocentesca per una cosa di cui vi saprò dire in un prossimo futuro, mentre sabato ho restituito una traduzione del Faustus e prolungato il prestito di un’altra, ne ho consultate altre due e presa in prestito una terza – e, mentre ero lì, ho ritirato Stage to Screen, un favoloso libro sull’utilizzo di tecniche teatrali nel cinema muto… E sì, lo so: li devo restituire quando li ho finiti, ma non credo di poterlo davvero considerare un difetto del Baratta.

E voi, o Lettori? Quali sono le vostre biblioteche preferite? Ci andate per studio? Per documentazione? Per lavoro? Per diletto? Per leggere? Per scrivere? Do tell…

Minori

Allora, parlavamo di Cavalieri di Malta – in particolare di quelli postumi di Sir Walter Scott, ricordate? Ebbene, in coda a quel post, Antonio ha scritto questo:

Non si potrebbero considerare queste opere come quello che sono, esperimenti, abbozzi, sogni non compiuti o compiuti di un autore invece di paragonarli alle opere maggiori? […] Io considero questo genere di opere, “le opere minori”, imprescindibili per raggiungere le opere maggiori ma su di esse sospendo la mia capacità di giudizio.

Picasso2La faccenda è interessante sotto più di un aspetto – principalmente perché le cosiddette opere minori non sono tutte uguali. Ci sono le opere minori che sono per l’appunto ‘prentice work, quelle che conducono verso i capolavori, quelli che l’autore pubblica pieno di entusiasmo – salvo a volte pentirsene anni più tardi. E mi viene in mente Balzac con cose come Les Chouans, che poi avrebbe tanto preferito non dover mettere nella Comédie… Oppure The Golden Cup, opera di uno Steinbeck ventisettenne, radicalmente diversa in concetto e tono da quel che verrà dopo, ma già piena dei semi dello stile maturo, seppure a uno stato nonnulla brado.  E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perchè scrivere è un’arte che s’impara e si coltiva, andando per esperimenti. È un po’ come vedere le opere giovanili di Picasso, prima che sviluppasse idee e stile tutti suoi: sono opere tradizionali fino all’oleografia, e mostrano l’artista che diventa padrone dei suoi mezzi, che impara a perfezione le regole prima di infrangerle – e di crearne di proprie.BarnabyRudge

Cose di questo genere sono una lettura interessante, a mio timido avviso, perché consentono di vedere lo scrittore in fieri, il formarsi della voce e dello stile, l’acquisizione progressiva della tecnica, gli esperimenti e i tentativi. Provate a pensare ai due romanzi storici di Dickens: da un lato Barnaby Rudge, seminato di cose belle, ma informe e sbilanciato, cresciuto come un fungo su se stesso; e dall’altro – e ben più tardi – Le Due Città, costruito e pianificato in anticipo, tanto più coerente e serrato. Le folle feroci di Barnaby, i temi e l’uso simbolico di un elemento nell’imagery precorrono e promettono quelle di ATOTC – solo che nel frattempo Dickens aveva imparato a tendere assai meglio i suoi archi. E leggere Barnaby fa apprezzare molto meglio certi aspetti di ATOTC.

CharlotteE fin qui ci siamo – ma trovo che la questione sia un po’ diversa quando si tratta di juvenilia ripescati da quaderni e diari mai intesi per la pubblicazione. Come il tema in Francese di Charlotte Brontë – che, considerando date e circostanze, potrebbe nascondere sotto l’apparenza di una storiella morale un bel po’ di amarezza dei confronti del fratello sciagurato. Di certo, tuttavia, non era stato scritto per essere visto da altri che dal professor Heger. Peggio ancora va con i racconti e le poesie faticosamente trascritti dai libricini di Angria e Gondal, cose scritte per gioco dai Brontë ragazzini… È vero che anche in questo si vede il formarsi degli scrittori in erba – ma resta il fatto che si trattava di un gioco del tutto privato tra sorelle e fratello… Non è come se non avessi letto la mia parte di juvenilia, ma ho sempre l’impressione di sbirciare. Arrow

Dopodiché c’è il caso del libro brutto – perché a molti scrittori capita di non essere sempre allo stesso livello. Tutti sapete della mia parzialità nei confronti di Conrad, giusto? Ebbene, non ho la minima difficoltà nell’ammettere che Conrad ha scritto anche un certo numero di libri che non si possono descrivere se non come brutti. Parlo delle collaborazioni con Ford Madox Ford – dalla prima all’ultima – e poi di cose come the Golden Arrow, the Rescue et similia. E questi libri brutti non appartengono a una fase particolare della carriera dell’autore: hanno l’aria di capitare ogni tanto. Scrittore disuguale – e per carità, capita. All’uomo che ha scritto Lord Jim sono disposta a perdonare molte cose e a dire che di alcuni titoli non parliamo.

Ma le opere del declino? Di The Siege of Malta si è detto: opera ultima di uno Scott malato e angosciato, abbandonata senza mai tentare di pubblicarla mentre l’autore era ancora in vita. Oppure Weir of Hermiston, che Stevenson scrisse quando era già in pessima salute – ed era intenzionato a farne il suo capolavoro, ma quel che resta non è terribilmente incoraggiante. D’altra parte, è incompiuto, e di conseguenza non è certo come l’autore avrebbe voluto presentarlo al pubblico. Come Edwin Drood, ultima fatica di Dickens… E allora è giusto esporre l’autore colto in un momento in cui non era ancora pronto?  E forse addirittura – come nel caso di Scott – era consapevole di non poterlo più essere?

eneideUn caso estremo è quello dell’Eneide, che Virgilio, morendo, chiese di distruggere perché troppo incompiuta, e poi Augusto la volle vedere pubblicata ugualmente, così com’era. Come Virgilio non avrebbe voluto… Emily Brontë, sentendo la fine vicina, bruciò tutti i suoi manoscritti – cosa che addolorò molto Charlotte, ma forse fu una mossa saggia. Non c’è nessuna certezza che gli amici rispettino i desideri di uno scrittore defunto – figurarsi i posteri! Dubito che Emily conoscesse la storia dell’Eneide, ma di certo conosceva sua sorella, e la sua incapacità di comprendere cose come un desiderio di riservatezza.

Insomma, le opere minori non sono tutte uguali. Ci sono opere di formazione e opere di declino, opere strappate all’oblio, opere pubblicate per accanimento letterario e opere frutto di un cattivo periodo o di un’idea malconsiderata… Oggetti che, per un motivo o per l’altro, orbitano nella penombra, a qualche distanza del centro luminoso dell’artistry di un autore. Confesso di avere spesso un debole per queste anatre zoppe. Mi dico che è solo perché quel che succede dietro le quinte mi interessa quasi più della storia stessa – ma, soprattutto con le opere tarde, incompiute o rifiutate dall’autore, o altrimenti non intese per la pubblicazione, non riesco mai a leggere senza qualche remora – senza l’impressione di fare qualcosa di indiscreto.

 

 

 

Ago 14, 2015 - libri, libri e libri    4 Comments

Elefanti

smallcelebratingelephantAlla fin fine questo post è per L., e siccome ieri era la Giornata Mondiale degli Elefanti, oggi festeggiamo, seppur con un giorno di ritardo, parlando (rullo di tamburi) di elefanti. Ne parliamo, e constatiamo che non ce ne sono tantissimi in letteratura. Almeno non da protagonisti, cosa che mi stupisce leggermente*, considerando che animali intelligenti e significativi siano. Se escludiamo gli elefanti-comparsa, quelli che non hanno nulla da dire, ma attraversano le savane o le foreste, vengono cacciati e irrompono nei giardini altrui, gli elefanti letterari (cum punto di vista) che mi vengono in mente sono una manciata.

Babar, Re degli Elefanti, di Jean de Brunhoff, Anni Trenta. Il più delizioso elefante della letteratura per bambini, tenero pachiderma educato a Parigi, che sale al trono, riforma il regno alla maniera occidentale, naviga in mongolfiera e governa da benevolo autocrate. Non faccio per dire, ma Poulenc in persona ha scritto musica per Babar.Toomai2

– Gli elefanti di Kipling. Al plurale, perché ce ne sono diversi, e tutti magnifici. Posso anche confessare che Kipling è il mio narratore di elefanti preferito, a cominciare dal vecchio, saggio e solenne Hathi, del Libro della Jungla. Nulla a che fare con la figura buffa del cartone animato: lo Hathi originale incarna la dignità e la legge della jungla di cui è, in qualche modo, custode. Un altro leader con la proboscide è Kala Nag, il vero protagonista di Toomai degli Elefanti, un elefante da lavoro che di notte si libera dalle catene e conduce i suoi simili a celebrare delle danze misteriose nella foresta. All’alba gli elefanti tornano nel recinto, ma di loro volontà. Toomai, scelto da Kala Nag per assistere alle attività notturne del suo “popolo”, riconosce che lo spirito degli elefanti non è schiavo, e per questo diventerà il capo degli addestratori. Kipling ammirava gli elefanti e li capiva: ogni tanto appaiono nei suoi racconti indiani, magari senza punto di vista, ma sempre ritratti con simpatia e partecipazione, come nel bellissimo In the Queen’s Service, che mostra perché i pachidermi siano meno affidabili dei buoi in guerra: i buoi avanzano ciecamente anche sotto il fuoco, senza paura. Ma gli elefanti hanno intelligenza e immaginazione, e di conseguenza hanno paura dei cannoni: a differenza dei buoi, sono capaci di astrarre, di porsi domande, di compiere scelte.

Soliman.jpg– Salomone-Solimano, ne Il Viaggio dell’Elefante, di José Saramago. In realtà questo elefante, donato dal Re del Portogallo al futuro Imperatore Massimiliano, e di conseguenza condotto da Lisbona a Vienna, non ha un vero e proprio punto di vista, ma i suoi pensieri emergono di quando in quando, e sono quelli di una creatura benevola, curiosa, paziente e lievemente sentimentale. In compenso, è l’oggetto delle preoccupazioni e/o dell’esasperazione e/o  della curiosità e/o dell’affetto di ogni singolo essere umano che compaia nel romanzo.

– Tara, la deliziosa, civettuola, affettuosa elefantessa di Viaggio In India In Groppa Al Mio Elefante, di Mark Shand. Nemmeno Tara ha un punto di vista, ma ha davvero un’incantevole personalità, e Shand la ritrae con occhi da innamorato e humour da Inglese.

Al momento non me ne vengono in mente altri, a meno di voler stiracchiare il concetto per comprendere Sirio/Suro, “l’elefante più coraggioso dell’esercito di Annibale”, citato nelle Origines di Catone il Vecchio, e Kandula, compagno d’infanzia e cavalcatura dell’eroe nazionale dello Sri Lanka.Hanno.jpg

Se invece consideriamo gli elefanti storici, va un po’ meglio: a parte gli elefanti di Annibale e Pirro, bisogna dedurre che un elefante fosse un dono di rappresentanza particolarmente pregiato, in altri secoli. Si è già detto di Salomone/Solimano, ma ci sono anche Abul-Abbas, donato da Harun-Al-Rashid a Carlo Magno; l’Elefante di Cremona**, offerto dal Sultano d’Egitto a Federico II; Annone, regalo di un altro re portoghese a Leone X de Medici. Annone era bianco, e dunque particolarmente raro.

watercolor-illustration-of-elephant-carrying-sleepin-little-girlPoi ci sono elefanti in cattività, come il celebre e gigantesco Jumbo, star dello zoo di Londra e poi del Circo Barnum, nella seconda metà dell’Ottocento, elefanti divini, come Ganesh, ilare dio indù dei commercianti e degli artisti, elefanti pubblicitari, come quello che pagava la coca-cola in arachidi, elefanti animati, come Dumbo e gli Elefanti Rosa da sbornia, elefanti immaginari (è molto brutto se cito il mio Bogus?) elefanti mitologici, elefanti scientifici, elefanti tragici, elefanti giocattolo, elefanti pericolosi, elefanti artistici, elefanti dai sentimenti religiosi… insomma, il materiale sembrerebbe essere ricco, vario e affascinante, e quindi torno a chiedermelo: perché diamine ci sono così pochi elefanti letterari, perbacco?

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* Molte volte, trovo, la questione dei libri che non ci sono è interessante. Quantomeno significativa. Ci posteremo su…

** Immagino che avesse un nome – in qualche modo non riesco a vedere Federico II che trascura di dare un nome a un elefante – ma non è pervenuto. Però, ecco un gioco: come avrebbe chiamato il suo elefante, Federico II?

Lug 22, 2015 - libri, libri e libri    No Comments

Sogni di una Notte di Stellata Estate

AAVImmaginate una sera d’estate e una corte di campagna persa tra campi, prati e filari di pioppi cipressini. E immaginate anche un gruppo di amici – appena una manciatina – seduti all’aperto a lume di candela. Ci si sono seduti al tramonto, godendosi l’ombra di frescura azzurra e d’oro… Ecco, adesso immaginateli che, mentre il crepuscolo si chiude attorno a loro, estraggono dalle borse i loro libri – e cominciano a leggere a turno.

A leggere di sogni.

E si comincia con la storia onirica de La Piuma postuma di Faletti, candida e leggera e inafferrabile, finché qualcuno (uno scrittore, non a caso) ne divina l’uso.

Si prosegue poi con Sogni di Sogni, E il sogno immaginario che Tabucchi ha intessuto per uno Stevenson quindicenne – premonitore delle isole lontane, delle storie, dei fiumi d’inchiostro. AAV4

Poi ci si alza tutti e ci si sposta nel prato buio per guardare, con un meraviglioso telescopio, una falce di luna come uno spicchio di merletto d’oro e d’ombra – così vicina attraverso le lenti che pare di poterla toccare allungando una mano. E poi Saturno inanellato e vertiginosamente lontano.

E si torna a leggere, mentre l’orizzonte nero fiorisce di fuochi d’artificio lontani – ora qui, ora là…

AAV2Shakespeare è perfetto, allora, con le sue pirotecnie verbali: Mercuzio e la Regina Mab, levatrice dei sogni in corsa affannosa e beffarda sul suo cocchio fatato. E il sogno invocato di Walt Whitman in Capitano, mio Capitano – il desiderio così umano e struggente che la terribile realtà sia soltanto un incubo da cui potersi strappare col risveglio. E poi il Teatro Vivente (e vivo) di Bianca Tarozzi, luogo dei sogni di quei costruttori di sogni altrui che sono i teatranti – narrato in poesia. E per l’angolo di Kipling, il Sogno di Duncan Parrennes, fiaba cinica e amara, dove il diavolo siamo noi stessi, impegnati ad esigere prezzi terribili in cambio di ben poco.

E sembrerebbe – ad onta della frutta gelata e dei dolci, e dei bambini, e dei gatti e delle piccole file di ranocchie – sembrerebbe tutto molto terrificante, e ancora di più di fronte alle fiammelle affondate nel silenzio siderale. Si guarda Titano, si guarda la grande Deneb, si guardano ammassi e nebulose e sistemi binari di stelle che si fanno compagnia a lontananze inimmaginabili, e si è tentati di sentirsi piccoli piccoli, e sperduti… AAV6

Ma in realtà, noi gente piccola piccola, seduta attorno al fuoco nella notte, guardiamo attraverso queste inimmaginabili distanze, seguiamo il dito puntato da innumerevoli generazioni di astronomi e di poeti… E se siamo capaci di telescopi che inseguono le stelle, di sonde che viaggiano decenni, di teatro e di poesia che attraversano i secoli – o partono per attraversarli – forse allora Kipling si sbaglia, per una volta: non siamo poi così terribilmente piccoli, e dei prezzi che paghiamo, alla fine, vale la pena.

 

Lug 20, 2015 - libri, libri e libri, musica    2 Comments

Parole & Musica

MusicUn tempo ascoltavo molta più musica. Nel senso di dieci, dodici, anche quattordici ore al dì. Mentre leggevo, mentre studiavo, mentre scrivevo… sempre musica. E all’epoca in cui facevo tutt’altro lavoro, ero descritta nell’ambiente come “quella che in ufficio ha sempre la musica”. Poi, siccome procedevo per infatuazioni ed ero capace di ascoltare e riascoltare lo stesso disco all’infinito, era molto frequente che associassi un particolare brano a un libro, a un esame, a un progetto…48e902a9fb3d73425f4d6bad3733165b

La mia ur-associazione musical-letteraria: benché siano passati più di vent’anni, non potrò mai sentire la IV Sinfonia di Brahms senza pensare al Deserto dei Tartari. L’Allegro non troppo e le travi scure della Fortezza Bastiani per me sono legate indissolubilmente. E di fatto, non ricordo se nelle descrizioni di Buzzati ci fossero davvero delle travi di legno scuro, ma so di averle immaginate mentre leggevo e ascoltavo, e dubito molto che cambierò mai idea.

Cattura2Altro caso sono le Five Variant on Dives and Lazarus di Vaughan Williams e le truppe napoleoniche accampate sull’Isola di Lobau ne La Battaglia, di Patrick Rambaud. C’è chi mi ha fatto notare che non c’entra un bottone, e io protesto: non è del tutto vero. Mi si osserva anche che in anni successivi ho ascoltato le Variants in ogni genere di circostanze, con o senza libri di mezzo; questo è vero, ma non vuol dir nulla. Quando arpa&violini attaccano il tema, io non posso fare a meno di immaginare la sera umida e i fuochi da campo che si specchiano nell’acqua del Danubio.

Poi ci sono accostamenti seriamente dissennati, come la X Sinfonia di Mahler e l’Introduzione alla Sociologia Generale di Roucher*, o Dio che nell’alma infondere, dal Don Carlo di Verdi, e una tonnellata di Economia Politica. L’ho già detto che ascoltavo musica mentre studiavo? E questi sono solo un paio di casi, ma ne ho un’infinità. Ora, si dà il caso che non abbia uno straccio di memoria visiva, però ricordo perfettamente che cosa stavo leggendo, studiando o scrivendo in corrispondenza di centinaia di brani musicali. Se ne deduce che il mio cervello funzioni meglio con i suoni che con le immagini. Molte volte ho sfruttato la faccenda a fini pratici, appiccicando a un pezzo di musica formule o elenchi da imparare a memoria. Per esempio, è così che mi ricordo ancora che nella quollah etiope si coltivano dura, mais, cotone e tabacco**. O almeno ci si coltivavano vent’anni fa***.

Quindi, non uno straccio di memoria visiva – ma, per parafrasare Wilde, c’è poco che questa donna non riuscirebbe a fare, con la musica giusta… Qualcun altro che funziona così? E qualcuno che invece ragiona e ricorda per immagini?

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* E qui andrebbe aggiunto, per completezza, il tè Earl Grey, quello al bergamotto.

** Da cantarsi sull’aria di “Maramao perché sei morto?” Dont. Ask.

*** Sì, lo so: una di quelle nozioni che non sai mai quando ti potranno servire nella vita…

Lug 17, 2015 - libri, libri e libri    No Comments

Caldo!

“Su che cosa posso postare domani, L.?”

“Sul caldo…”

Ebbene, eccoci qui. Il caldo in letteratura. Una rassegna breve, perché, you know, fa caldo – e con il caldo anche i blogger diventano pigri…

HeatAd ogni modo, mi vien voglia di cominciare da La Rivolta nel Deserto, con la tremenda descrizione dell’attraversamento del deserto del Nefud – non a caso definito l’Incudine del Sole – per raggiungere Aqaba per via di terra. Non è per caso che i Turchi non si sono preoccupati di difendere la postazione da quel lato: il deserto si ritiene inattraversabile. Invece Lawrence e i suoi lo fanno, con eclatante successo, ma la traversata sulla sabbia arroventata e infestata da scorpioni e serpenti, sotto un cielo bianco come il fuoco, senza acqua e senza ombra, non è una passeggiata nemmeno per i beduini di Auda Abu Tayi… figurarsi per l’Inglese della compagnia. Ovviamente tutto finisce in gloria – ma che caldo! heatgattopardo

Tutt’altro caldo, ovviamente, è quello di Sicilia, sopportato a forza di ventagli dalle signore in crinolina di Tomasi di Lampedusa  e di De Roberto. E sopportare il caldo – bene o con stoicismo – è segno di finezza. Le signorine Uzeda vengono sgridate quando se ne lamentano, e Concetta Salina, non dà mai cenno di accorgersi della calura opprimente di Donnafugata – a differenza della borghese Angelica Sedara, che però riesce ad essere bella ed attraente persino accaldata. heat conrad

Non è mai così gentile il caldo di Conrad. Che sia acquoso e pesante nel cuore dell’Africa, verde e soffocante nell’immaginario Costaguana sudamericano o immobile nella notte dell’Oceano Indiano, questo caldo spossa e soffoca gli Europei trapiantati (non importa da quanti anni) e distorce le loro percezioni fino alla follia.

E questa è un’idea comune, che ritroviamo nella calura natalizia del Natale a Ceylon di Guido Gozzano e nella terribile, insonne, inquieta Lahore notturna di Kipling*, in cui il caldo “popolato di cadaveri che si agitano” uccide, indebolisce, spaventa. heatGolding

Un’altra idea presente in Conrad – quella che il caldo uccida un poco per volta il senso di proprietà e le convenzioni che gli Occidentali si sono portati da casa, e tanto rapidamente quanto più sono isolati – si ritrova anche in Golding. Ne Il Signore delle Mosche il caldo opprime i ragazzini, li stanca, logora i loro nervi e da un lato li rende più inclini alla violenza, mentre dall’altro li induce a spogliarsi sempre di più, segnando le due coordinate del loro allontanamento dalla civiltà. Anche nella Trilogia del Mare il caldo della traversata rilassa i costumi e introduce un margine di licenza che, a furia di scherzi crudeli, culminerà nel suicidio del Reverendo Colley.

Diverso è il caldo anormale in cui inizia il Quaderno di Un Amore Perduto di Mino Milani. Nella Pavia secentesca, con il Ticino così basso e il sole rosso e il cielo bianco e mai un filo d’aria, l’intera Università è a caccia di misure igieniche da prendersi. La protagonista Giovannina, però, pur nipote di un uomo di scienza, non sa impedirsi di vedere nel caldo singolare un prodigio che annuncia cambiamenti. Lo zio rettore si fa gioco di lei per queste supersitzioni – ma, mormora l’autore strizzandoci l’occhio, il contenuto del libro non dà forse in qualche modo ragione a Giovannina?

Ed è possibile che per il momento mi fermi qui… La giornata si preannuncia calda e io magari non sono pronta a recidere i legami con la civiltà, ma comincio a sentirmi pigra. Non dico che non ci saranno altre puntate.

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* Se  volessi, potrei vantarmi di aver fatto venire caldo a una decina di persone leggendo loro The City of Dreadful Night…

 

 

Alice 1903

Alice par John Tenniel 31 Parlavamo di Alice, giusto? E di quanto la storia inventata remando lungo il Tamigi si sia portata dietro in fatto di adattamenti e rimaneggiamenti di ogni genere.

E allora oggi diamo un’occhiata alla prima, primissima versione cinematografica diretta da Cecil Hepworth e Percy Stow: otto minuti di film, girati quando il cinema era in quell’infanzia che comprimeva le storie in bignamini di se stesse.

Epperò questa mini Alice ispirata alle illustrazioni di Sir John Tenniel, che si credva persa e invece è stata ritrovata e restaurata con pazienza certosina, è assolutamente deliziosa… Immaginate di tornare indietro di centododici anni e di non avere mai visto nulla del genere. Immaginate di avere letto il libro e di amare le illustrazioni di Tenniel. Immaginate di vederle improvvisamente animarsi sullo schermo…

Avete notato il soriano del regista nella parte del Gatto del Cheshire?

E buona domenica.

 

Storie di Romanzieri Illustri

Clisson et EugénieC’è gente da cui non te lo aspetti…

Non ti aspetti che, a un certo punto delle loro carriere di statisti e/o condottieri, si mettano a scrivere. E meno ancora ti aspetti che, quando lo fanno, il prodotto tenda a scadere nel melodrammatico, nel sentimentale, nel purpureo.

Voglio dire, Churchill in gioventù scrisse un ruritanian romance, una vicendona d’amore*, guerra e politica ambientata in un regnolino che è un’ Inghilterra in miniatura. Garibaldi scrisse due o tre romanzoni patriottici (e cosa sennò?) e un dramma storico in cinque atti – tutto dimenticabile anzichenò. Disraeli, poi… Oh, Disraeli! Dove trovasse il tempo di scrivere una ventina di romanzi, dal primo all’ultimo indicibilmente preachy, proprio non lo so, ma tant’è…

Ma il mio caso prediletto è quello di Napoleone. Ebbene sì – Napoleone Bonaparte, da giovane ufficiale di guarnigione, si annoiava a morte e scriveva narrativa. Racconti storici, fino a un certo punto. Poi il govanotto s’innamorò di Désirée Clary, la cognatina di suo fratello Giuseppe, e i due si fidanzarono.  Non durò a lungo. Désirée doveva avere i suoi dubbi, e Napoleone stesso decise che, se aveva delle ambizioni, gli conveniva cercarsi una moglie piazzata meglio… Di lì a non molto avrebbe perso la testa per Josephine de Beauharnais – ma questa è un’altra storia, ed era di là da venire quando il fidanzamento fra Désirée e Napoleone fu rotto, credo con un certo sollievo da parte di entrambi.

O forse non proprio, quando si considera che Napoleone sentì la necessità di reimmaginare tutta la storia in una novella chiamata Clisson et Eugénie, il cui protagonista, un fiero soldato rivoluzionario, sposa una deliziosa fanciulla, vive felice con lei – ma poi torna in guerra, rimane ferito e manda a confortare la mogliettina un bell’aiutante di campo che (mascalzone!) s’innamora di lei… ricambiato! Ah, orrore e duplice tradimento! Il povero Clisson va a cercare la morte in battaglia – non prima di avere spedito a Eugénie un’ultima lettera à la Werther, una di quelle cose studiate per rendere tutti tanto infelici quanto è possibile…

Ebbene sì. Un concentrato di retorica e melodramma, e una riorganizzazione dei fatti che, dietro il velo sottilissimo dei nomi cambiati (di secondo nome Désirée faceva Eugénie), getta una quantità di biasimo vastamente immaginario sull’ex fidanzata.  Ora, la vendetta per via di romanzo non è certo un caso unico**, ma la vendetta per torti mai subiti… Yes, well – considerando la carriera verso cui il ragazzo si stava avviando, forse, non c’è nemmeno da stupirsi troppo.

Ad ogni modo, Désirée se la cavò benissimo, sposò il generale Bernadotte e diventò regina di Svezia – e la novella non venne mai pubblicata mentre autore e bersaglio erano in vita. In realtà rimase sparsa per l’Europa in una certa quantità di versioni manoscritte – apparentemente Napoleone non aveva le idee chiare su quel che voleva fare di questa storia – fino al 2009, quando uscì in Inghilterra, collazionata e tradotta sulla base delle carte recuperate. E, tra parentesi, non ci stupiamo affatto che siano stati gli Inglesi a pubblicare un’opera giovanile in cui Napoleone fa una una figura meschinella…

E fosse almeno ben scritto – ma no. Oddio, magari l’indagine psicologica del protagonista ha qualche finezza, ma per il resto… retorica, melodramma, e la più spiccia impazienza verso le convenzioni narrative. Come si diceva, lasciate fare agli Inglesi – ma buon per Napoleone l’avere avuto ben altre ambizioni che quelle letterarie.

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* Pare tuttavia che, dopo avere letto il manoscritto, la terribile nonna duchessa gli dicesse: “Sarebbe ora, mio caro, che tu cominciassi a frequentare qualche donna.”

** Lady Caroline Lamb, anyone?

 

 

 

 

Lug 8, 2015 - libri, libri e libri    No Comments

Alice 150

Alice1Il 4 luglio del 1862, durante una scampagnata lungo il Tamigi, il giovane Charles Dodgson cominciò a raccontare una storia alle tre sorelline Liddell. La storia di una bambina di nome Alice, che in un pomeriggio pigro e dorato vede un curioso coniglio bianco con tanto di orologio e, seguendolo, cade in un mondo regolato solo dal nonsense…

Tre anni più tardi – e centocinquant’anni orsono – quella storia inventata per passare il tempo in un pomeriggio di vacanza diventerà un libro illustrato di enorme e duraturo successo. Tant’è che, qualsiasi cosa pensiamo del raconteur – e non è che noi XXI Secolo ne pensiamo benissimo – siamo qui a celebrare il frutto della sua immaginazione sfrenata, bizzarra e più che un pochino inquietante.Alice4

Oh, andiamo: chi non ha letto Alice? Pur molto inglese in impianto e in humour, il Paese delle Meraviglie ha decisamente valicato tutti i confini – croce e delizia di generazioni di traduttori – e personaggi come il Cappellaio Matto, la Lepre Marzolina, il Coniglio Bianco e il Gatto del Cheshire sono universalmente noti ben al di là del mondo anglosassone – complice Disney, prima con il film d’animazione e poi con la cupa fantasia di Tim Burton…

Ma in realtà non vi fate idea di quanti adattamenti teatrali e cinematografici, balletti, musical, videogiochi, fumetti, rinarrazioni e riproposizioni abbia conosciuto questa storia negli ultimi centocinquant’anni… Segno evidente del fatto che Alice, i suoi animali parlanti, le sue regine sanguinarie e buffe, i suoi biscotti pericolosi e le sue carte da gioco che verniciano le rose continuano ad esercitare la duplice attrazione dell’immaginazione senza freni e della distorsione della realtà.

Alice2Noi festeggiamo Alice con un paio di link: uno al sito del Centocinquantesimo, bellissimo a vedersi, colmo di illustrazioni, articoli, curiose informazioni e idee*; e uno a questa bellissima mostra dello Harry Ransome Center ad Austin, Texas, che racconta non solo le origini della storia – ma anche ciò che ne è stato in questi centocinquant’anni. Guardate le illustrazioni per la non-proprio-traduzione russa di Nabokov, per esempio, oppure le illustrazioni di Picasso… E già che ci siete, date un’occhiata ai video che raccontano la filosofia della mostra e il processo di conservazione. E poi seguite il link Related Material per leggere gli articoli sulle meravigliose attività collaterali e didattiche… Si vede molto che ultimamente sto sviluppando un’ammirazione e un’invidia senza limiti per come funzionano e lavorano i musei anglosassoni? Ma mi accorgo che sto scivolando giù per buchi non del tutto pertinenti e, se non sto attenta, mi ritroverò a giocare a croquet a rischio della testa…

Alice, dicevamo – e, a titolo di conclusione, e considerando che questo potrà essere il centocinquantesimo della pubblicazione, ma Alice è nata in quel pomeriggio dorato del 1862, degli auguri di Non-Compleanno mi sembrano singolarmente appropriati:

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* All’improvviso ho voglia di invitare un po’ di amici per un tè alicesco…

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