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Alla Ricerca del Libro Perduto

scavenger-hunt-mapRambling ahead, vi avverto…

Mai cercato disperatamente un libro? Non perché vi servisse, non per motivi di studio o di lavoro: solo perché lo volevate tanto. Adesso che c’è Internet capita assai meno, ma ho trascorso la mia adolescenza e prima giovinezza cercando l’uno o l’altro libro. Sempre qualcosa fuori catalogo, o qualcosa che non si trovava più, o qualcosa di pubblicato da uno sconosciutissimo mini editore di provincia…

E ogni volta che arrivavo in una città nuova, ogni volta che passavo davanti a una libreria mai vista prima, entravo e chiedevo. Era come avere una caccia al tesoro tutta mia, e quindi continuavo anche di fronte alla crescente evidenza che la maggior parte delle librerie erano diventate come farmacie: ti procuravano quello che c’era in catalogo; per il resto potevi attaccarti al tram e fischiare in curva. Biblioteche, lo confesso, meno possibile, perché non c’era altrettanto gusto. Voglio dire, trovare il tesoro e non potertelo tenere, averlo in prestito per un misero mesetto… No, non era la stessa cosa. Nondimeno, capitavano i miracoli, le volte in cui, dopo lunghe ricerche, si trovava il libro e lo si poteva anche portare a casa. Definitivamente. Come La Bufera di Edoardo Calandra, scovata, tra tutti i posti possibili, in un istituto di vendite giudiziarie. O come la vecchia edizione BUR della Saga di Gösta Berling rinvenuta (insieme a varie altre meraviglie) al Parnaso, meravigliosa libreria pavese specializzata in edizioni fuori commercio. Ah, quante volte sono stata sul punto di chiedere al proprietario del Parnaso se non gli servisse una commessa, anche a metà stipendio… ma non divaghiamo, parlavamo di ritrovamenti miracolosi.

!B(k2puw!mk~$(KGrHgoH-CEEjlLl0F63BKdC-+pbRw~~_35.jpgLa mia storia prediletta è quella di Io sono il Barone Rosso, autobiografia di Manfred Von Richtofen. Cercato per anni, libreria dopo libreria, città dopo città: “Buongiorno, cerco Io sono il Barone Rosso, di Manfred Von Richtofen”… Per lo più mi sentivo dire che non l’avevano e tutto finiva lì. Qualche volta una ricerca (sui cataloghi cartacei, I’m that old). Più raramente una vaga promessa di ricerche. Perché l’edizione italiana esisteva eccome: Pocket Guerra della Longanesi, pubblicato negli Anni Settanta… possibile che non si trovasse da nessuna parte? Eppure no: non si trovava. Una volta, al mare, in un posto che sembrava più un magazzino navale che una libreria, un signore anzianotto con il codino grigio mi disse che certo, cavolo, come no? Von Richtofen! Ma sicuro, che ce l’aveva… volevo aspettare un attimo? Volevo, eccome, se volevo… Immaginatemi che aspetto mentre l’omino sparisce tra pile di libri. Sbuffa, impreca, chiama. Fiuta, razzola, fruga. E poi ricompare, brandendo, tutto trionfante, le memorie di Von Ribbentrop. E a questo punto, immaginatemi che non scoppio a piangere per puro miracolo. Non avevo ancora quattordici anni, mi si può perdonare.

Poi lo trovai su una bancarella di libri usati in una fiera di paese,  tra zucchero filato, bigiotteria, giocattoli, occhiali da sole taroccati… Quando il bancarellaro mi disse che l’aveva, ammaestrata dai precedenti non non mi affrettai troppo a crederci – e invece lui lo tirò fuori, ancora nel cellophane: Pocket Guerra Longanesi, Io sono il Barone Rosso, di Manfred Von Richtofen! Colpo al cuore. “Diario segreto del più grande asso della caccia mai esistito”, recita il ridicolo sottotitolo italiano. Diario segreto un bottone! Von Richtofen dettò i suoi ricordi a un giornalista, lo zio di tutti i ghostwriters, perché le folle adoranti volevano sapere, e lo Stato Maggiore voleva che sapessero… però il giornalista aveva fatto un buon lavoro, e la personalità del Barone traspare bene: un misto di spavalderia, di riservatezza e di vena malinconica.

Corradino027Adesso, come dicevo non succede più molto. C’è Internet, c’è eBay, c’è Amazon, c’è Alibris…  E nondimeno capita. Ci sono quelle cose che non si trovano proprio – o così pare, come Il dramma di Corradino di Svevia, di Salvator Gotta e Andrea Fanton. Libro per fanciulli, e gl’inizi della ricerca difatti risalgono alla mia lontana preadolescenza, quando soffrivo di medievite grave e Manfredi di Svevia era il mio eroe… E di Manfredi Corradino era il nipote – close enough, tutto considerato – ma il libro per fanciulli proprio non si trovava. Uscito di catalogo presto, immagino, e refrattario alle mie ricerche. Anni più tardi, venuta l’era di internet, ci riprovai – e nulla. Nemmeno una traccia, davvero, da nessuna parte, se non una manciata di copie in altrettante biblioteche remote… E sì, avrei potuto ricorrere al prestito interbibliotecario, ma l’ho già detto: non è così che funziona. Non con questi libri che non servono a nulla, ma si vogliono e basta. Non li si vuole per restituirli dopo un mese, vi pare? Così mi convinsi che proprio non ci fosse modo e rinunciai una seconda volta – ma non prima di avere raccontato la storia al mio amico S., collezionista compulsivo e cacciatore in rete.

Ebbene S. non disse nulla all’epoca, poi qualche settimana fa se ne arriva con un regalo di compleanno… E indovinate un po’? Corradino! E quindi c’era, dopo tutto. Difficile a trovarsi ma non introvabile. Non avete idea di quanto mi abbia fatto felice vedere quel librino verde uscire dal pacchetto. Adesso l’ho letto, e credo di avere capito perché fosse sparito nel nulla. È un libro strano, scritto nel 1972, ma alla maniera di molti anni prima. Salvator Gotta era vecchio agli inizi degli anni Settanta – e aveva in mente il gusto di altre generazioni. Fanton, evidentemente, non aveva colto il problema o non ne aveva fatto granché… Ed è fin troppo facile immaginare insegnanti e fanciulli che storcono il naso davanti a questa storia episodica, al linguaggio un po’ antiquato, al Medio Evo di Maniera… Sarei curiosa di sapere quante classi ebbero Corradino per l’ora di narrativa. Non molte, sospetto. A me bambina sarebbe piaciuto – era il genere di storia, di modo di raccontare – e tutto sommato di linguaggio – che mi piaceva trovare nei libri. Era il tipo di luce in cui mi piaceva veder rappresentata la storia. Nulla di terribilmente realistico, sia chiaro – ma a dieci, undici anni avevo già il sospeto che la realtà sia sopravvalutata.

Ad ogni modo, trent’anni più tardi, Corradino è arrivato, e l’ho letto in un paio di tarde serate estive – con la forte impressione che a sbirciare da sopra la mia spalla, e a compiacersi di quel che leggeva, ci fosse la piccola Clarina in vacanza di tanti anni fa.

 

 

La Battaglia delle Battaglie – II Parte

Rieccoci qui. Waterloo, dicevamo. Waterloo di carta, precisa e dettagliatissima per Hugo, impressionistica e confusa secondo Stendhal. E fin qui, Waterloo francese, dunque. Ma in Inghilterra? Ebbene, in Inghilterra Napoleone ha lasciato una traccia profonda. Possono negarlo fin che vogliono, ma provate a guardare quanto è alta la colonna di Nelson a Trafalgar Square. Oppure provate a vedere quanta narrativa storica è incentrata sulle guerre napoleoniche… Noi oggi ovviamente ci concentriamo su Waterloo, e cerchiamo di attenerci (more or less) a quel che si trova di tradotto. E allora vediamo un po’…

WaterlooHeyerNon è della scuola Stendhaliana Georgette Heyer, che in An Infamous Army (in Italiano L’incomparabile Barbara) subordina la vicenda sentimentale tra Audley e Barbara (ispirata a Lady Caro Lamb) a una descrizione della battaglia così rigorosa e interessante al tempo stesso da essere stata per anni lettura obbligatoria per i cadetti dell’accademia militare di Sandhurst. Ms. Heyer, indipendentemente dal fatto che in Italia sia tradotta in genere così così e classificata come autrice di romanzetti rosa, era una romanziera storica di tutto rispetto, non aveva simpatia per la ricerca approssimativa di Thackeray, secondo cui i cannoni di Waterloo si potevano sentire fin da Bruxelles.WaterlooThackeray

Ma d’altra parte a Thackeray la battaglia interessava pochino dal punto di vista militare. Lui voleva l’impatto sulle vite dei suoi personaggi, le ironie del fato, le reazioni individuali. Così in Vanity Fair (La fiera delle vanità) la notizia arriva durante il celebre ballo, e tutti partono di corsa, e il fatuo George Osborne muore in battaglia lasciandosi dietro una vedovella adorante e ignara, e il fido Dobbin sopravvive, così come Rawdon Crawley, alla cui moglie, l’irrepressibile Becky, la vedovanza non sarebbe dispiaciuta poi troppo. A Thackeray interessano i suoi individui più che i destini continentali, e quindi il carattere di spartiacque di Waterloo varia alquanto in base alle aspettative di ciascun personaggio.

WaterlooDoyleDiverse sono le cose per l’irresistibile Gérard, il protagonista napoleonico di Arthur Conan Doyle, (qui e qui in originale e qui in Italiano): la battaglia diventa un’avventura molto personale quando il nostro spavaldo giovanotto s’impadronisce del cappello dell’Imperatore per distrarre nove ferocissimi cavalieri prussiani decisi a cambiare la storia a modo loro – ma persino l’egocentrico e vanitoso Gérard si rende conto di che terremoto stia accadendo tutt’attorno a lui – e, come spesso accade in questi libri, l’allegra avventura assume un vago colore amarognolo.WaterlooCornwell

E poi c’è l’avventura-avventura di Bernard Cornwell. In Sharpe’s Waterloo (non ancora tradotto, credo) Richard Sharpe si ritrova, dopo un pessimo inizio, a ricacciare indietro la Guardia Imperiale – e scusate se è poco. D’altra parte questo modo di reclamare per i propri personaggi fittizi l’una o l’altra azione chiave è una delle colonne portanti della narrativa storica. Basta vedere che cosa ne ha  fatto Susanna Clarke in Jonathan Strange & Mr. Norrell, il cui protagonista semieponimo, mago tattico di Wellington, sposta strade, villaggi e conformazione del terreno a beneficio degli Inglesi, ma soprattutto procura quella pioggia secondo cui, a sentire Victor Hugo, Napoleone avrebbe vinto.

E così siamo tornati all’inizio – e siamo tornati in Francia, perché è facile e piacevole immaginare che Ms. Clarke, leggendo questa frase di Hugo, abbia cominciato a domandarsi: e se non fosse piovuto? oppure, se la pioggia non fosse stata naturale? Il che fa di JS&MrN quasi una seconda generazione, una Waterloo di carta (parzialmente) ispirata da un’altra Waterloo di carta…

E questa è la punta dell’iceberg, perché ripeto: ci sarebbe molto di più, ma non in traduzione. Epperò è evidente già così, direi, che duecento anni più tardi Waterloo è ancora, nell’immaginazione generale e in quella degli scrittori in particolare, una di Quelle Battaglie.

1815-2015: La Battaglia delle Battaglie – I Parte

Waterloo

Forse no – o quanto meno non solo questa. Però quando si parla di battaglie, Waterloo è una di quelle cose che funzionano – di fatto o idealmente – da spartiacque. È difficile negare che ci sia stato un Prima di Waterloo e un Dopo Waterloo, proprio come c’è stato un Prima di Canne e un Dopo Canne* e, a un livello più circoscritto, un Prima di Hastings e un Dopo Hastings…

Voglio dire: anche i Campi Catalaunici furono una significativa battaglia, segnarono una battuta d’arresto nell’avanzata degli Unni, cambiarono – o quanto meno misero in luce inequivocabilmente – la dipendenza di Roma dai barbari… però dopo Chalons il mondo non cambiò – tanto è vero che un po’ di mesi più tardi Attila ricominciò daccapo in Italia…**

Canne è tutta un’altra faccenda. E Hastings. E Waterloo… È l’irreparabilità, credo.

MiserablesE questi scontri in cui si decidono i destini di un mondo, di un continente, di un regno, di un’isola, queste giornate dopo le quali non si torna indietro, gettano ombre lunghe in una quantità di campi, compresa – ed è qui che noi andiamo a parare – la narrativa. È inevitabile, se ci pensate: la narrativa vuole conflitto, giusto? E allora una battaglia, una terribile, epocale battaglia che Cambia il Mondo Come lo Conosciamo è qualcosa che supplica di essere narrato, uno sfondo ideale per le vicende individuali, un punto di non ritorno perfetto sotto la maggior parte dei punti di vista. Per cui nessuna sorpresa che Victor Hugo, in Les Misérables (I Miserabili) dedichi molte pagine a una dettagliata e vivida descrizione della battaglia, piazzando in mezzo al fuoco, al sangue e ai destini d’Europa l’incontro accidentale tra il saccheggiatore Thénardier e l’aristocratico babbo di Marius. La faccenda, accaduta molti anni prima e destinata ad avere sproporzionate ripercussioni sulla storia, si sarebbe potuta risolvere in un paio di pagine – ma tale era l’attrazione di Waterloo che Hugo ne cavò il pretesto per tutto il Libro Primo del Tomo II.Chartreuse

Un quarto di secolo prima, e in modo più pertinente da un punto di vista narrativo, Stendhal a Waterloo ci manda il suo protagonista. Ne La Chartreuse de Parme (La Certosa di Parma), Fabrizio del Dongo, cresciuto in adorazione di Napoleone, ha diciassette anni quando scappa di casa per unirsi all’avventura  fiammeggiante dei Cento Giorni. Poi però Stendhal è Stendhal, e per una combinazione di sfortuna e ingenuità Fabrizio si mette in tanti guai che solo a Waterloo riesce a trovare i Francesi… Non solo ormai è un pochino tardi, ma il nostro ragazzo ne cava un’esperienza terrificante e sconcertante quando scopre che trovarsi in mezzo a una battaglia vera e leggerne dei libri sono due cavalli di diversissimo colore. E gloria sia alla descrizione impressionistica di Stendhal, padre dell’idea narrativa di Confusione della Battaglia…

E forse, in qualche modo, questi due sono i capostipiti narrativi in fatto di Waterloo, e di sicuro i sue esempi francesi più celebri. Ma sull’altro lato della Manica? Perché naturalmente c’è anche l’altra faccia della medaglia: Waterloo vista dall’Isoletta. Ebbene, per questo bisognerà avere pazienza fino a lunedì, quando arriverà la seconda parte de La Battaglia delle Battaglie – uno sguardo a Waterloo in narrativa negli ultimi duecento anni.

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* Sapevate che l’avrei citata, vero?

** In realtà, se vogliamo, il fatto stesso che Ezio avesse troppa paura dei suoi inaffidabili alleati per permettere loro di dare agli Unni il fatto loro fino in fondo è segno di un cambiamento molto, molto irreparabile, but bear with me: non è questo che intendo qui e adesso.

Déjà Écrit

Cartoon-Of-An-Author-Woman-With-Writers-Block-Royalty-Free-Vector-ClipartA volte mi prende il deprimente dubbio di non avere una mente troppo originale…

A voi succede mai di avere un’idea che vi pare meravigliosa, di accarezzarla e strologarci su – o, peggio, di scriverla per due, trecento pagine – e poi scoprire che qualcun altro l’ha già scritta, prima e meglio di voi?

A me sì. E non una volta sola.

Ed è sempre un abisso di sconforto, mooligrubs, biscotti al cioccolato e self-recrimination – ma la prima volta… eh, la prima volta poco mancò che smettessi di scrivere. Del tutto. Drastico? Un nonnulla – ma state a sentire. Dovete sapere che ero all’Università quando ho scritto il mio primo romanzo.

Nulla che cercherò mai di pubblicare, solo ‘prentice work, però gli sono molto affezionata. La prima volta in cui si finisce un romanzo non si scorda mai, mi dicono, e di certo ricordo vividamente l’emozionante notte insonne in cui l’ho finito. Per la cronaca, parlava di un attore di teatro – per metà inglese e per metà polacco – nella Londra degli Anni Trenta, e finiva molto male.

Adesso so che era pieno di ingenuità, incongruenze e peccati stilistico narrativi in tutta la gamma dal veniale all’imperdonabile, ma allora ne andavo molto orgogliosa, ed ero sicura che prima o poi avrei trovato un editore per Ned…TheatreJulia

Poi venne il giorno in cui, a Pavia, comprai La Diva Julia (in originale Theatre), di W.S. Maugham. La faccenda risale a quasi vent’anni fa, ma ricordo bene che era un giorno caldissimo, e che dovevo aspettare degli amici al Bar Demetrio. Così mi sedetti, ordinai un succo di pompelmo, tolsi il mio acquisto dal sacchetto della libreria e mi misi a leggere.

Oh, guarda: attori di teatro.

Come Ned.

Toh, Julia è per metà staniera. Come Ned.

Ma pensa, Michael è di buona famiglia e conserva sempre qualche genere di riluttanza sociale nei confronti del teatro. Come Ned.

Michael studia teatro e si fa notare interpretando Mercuzio nello spettacolo dell’accademia. Come Ned.

Julia è artisticamente molto più disinibita di Michael, e si irrita un po’ per il distacco che lui mantiene sempre. Come la ragazza di Ned.

L’impresario di Julia e Michael è un marpione stempiato, spregiudicatissimo, dall’infallibile istinto teatrale e dagli occhi azzurri e fintamente innocenti. Come l’impresario di Ned…

Ecco, potrei continuare piuttosto a lungo, ma credo di avere reso l’idea. Immaginatevi Il senso di freddo mano a mano che procedevo nella lettura e scoprivo, pagina dopo pagina, che il mio romanzo era già stato scritto da qualcun altro – e infinitamente meglio! Quando arrivarono i miei amici misi via il libro e feci finta di nulla, ma vi assicuro che quella fu una lunga, lunga, lunga giornata, prima che potessi chiudermi da qualche parte a farmi un bel pianto. Non avrei scritto mai più. Era la prova che non avevo né talento né originalità. Si chiudeva una fase della mia vita. E via melodrammeggiando, ma insomma: avevo poco più di vent’anni e il colpo era stato duro.

TheatreWSMPoi si direbbe che abbia superato il trauma, visto che dopo tutto non ho smesso di scrivere, del che sono molto grata. Posso dire che c’è voluto un po’ prima che mi decidessi a ricominciare, però.

Giuro che non avevo mai nemmeno sentito parlare di Theatre, eppure, se leggessi Ned senza sapere di averlo scritto, lo giudicherei senz’altro un plagio molto acerbo*. E quindi? Davvero non so. Forse non ho una mente originalissimissima, o forse i tratti che accomunano Ned, Julia e Michael sono abbastanza ovvi quando si tratta di attori, o forse i libri, come le persone, hanno dei sosia, o forse in un’altra vita sono stata esposta a Maugham… Certo, le coincidenze sono davvero tante, e ancora adesso non posso rileggere Theatre (che, sia ben chiaro, adoro) senza una reazione a scelta tra incredulo divertimento, un brividino reminiscente o un pelo di acidità – a seconda delle giornate.

E tutto sommato, se fosse stato l’unico caso… Ma no: ogni tanto succede – e non è che mi riempia di gioia. A parte tutto il resto, con tutti quei biscotti al cioccolato, fa malissimo alla linea.

E all’autostima…

Per cui, non so – ma ripeto la domanda: a voi è mai capitato?

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* All else apart, questa faccenda mi ha resa molto, molto cauta nel parlare di plagio…

 

 

Giu 10, 2015 - libri, libri e libri    No Comments

Di Libri e di Città

Ieri sera, alla biblioteca Zamboni, Ad Alta Voce ha chiuso i battenti per la stagione.

Oh well, è una chiusura molto relativa, perché non mi stupirei affatto se finissimo con l’avere un incontro speciale tra libri e telescopi… Ma questo per ora è in grembo agli dei – e ieri sera c’è stata l’ultima serata da programma.

L’argomento era abbastanza vacanziero: Books and the City – la città in letteratura. Come c’era da aspettarsi, quel che ne è uscito è stato un viaggio a tutti gli effetti, salvo quelli strettamente pratici.

triesteAbbiamo cominciato con un caffè a Trieste. Lo sapevate che per avere un caffè a Trieste bisogna chiedere “un nero”? Per avere un macchiato bisogna invece chiedere “un cappuccino”, e per avere un cappuccino, apparentemente, bisogna andare in un’altra città. D’altronde Trieste è una città di cultori del caffè e dei caffè – e sotto questo ed altri aspetti il delizioso Trieste Sottosopra di Mauro Covacich sembra un ottima guida.

Dalla città del vento siamo tornati indietro nello spazio e nel tempo – nella  Mantova desolata e paludosa visitata da Dickens nel 1844 sotto la guida di un bizzarro cicerone locale… Ecco, diciamo che al romanziere i giganti di Giulio Romano non fecero la migliore delle impressioni – ma questo non gli impedì di registrare i suoi ricordi in Mantova e il palazzo Te, pubblicato in seguito insieme ad altre Pictures from Italy.MoldovitaConstantinople

In condizioni ancora più tristi era, se vogliamo, la Costantinopoli del quindicesimo secolo. Alla vigilia della sua caduta, la capitale dorata dei Cesari d’Oriente era ridotta a un pugno di rovine invase dalle rose selvatiche e dagli usignoli, come è raccontato da Sir Steven Runciman ne Gli ultimi giorni di Costantinopoli. E questo, a mio timido avviso, rende ancora più struggente la storia dell’ultima disperata difesa contro l’inarrestabile potenza ottomana – a riprova del fatto che una città è molto di più della somma dei suoi edifici.

Come la Parigi sotterranea dei Passages, popolata di botteghe antiquarie e di vecchi caffè – rispecchiata e trasfigurata nella sotto-Parigi favolosa che, ne La Piccola Mercante di Sogni, Maxence Fermine fa luccicare di neve tiepida e popola di querce conversevoli e raffreddate…

O come l’afosa, inquieta, brulicante Città della Notte Spaventosa che Kipling descrive con occhi da insonne, tra musica lontana, dormienti che paiono cadaveri irrequieti e nibbi sornacchianti, sotto la luce di una luna impietosa.*

PragaO, infine, come la Praga notturna, letteraria e tormentata che sembra agitarsi tra i suoi incubi e i suoi fantasmi nel lussureggiante Praga Magica. E a sentire Angelo Maria Ripellino, dalla scrittura opulenta e ipnotica, la Praghesità è qualcosa di ben triste…

E a questo punto, dopo avere girato l’Europa e l’Asia a caccia di quel quid metafisico che fa di un ammasso di case e monumenti una città, pareva bello e giusto concludere con una storia bizzarra di costruttori di città senza nemmeno un mattone. Perché in Pfitz Andrew Crumey racconta una città che non c’è – una città ideale, progettata e popolata per la perfezione, ma capacissima – la natura umana essendo quel che è – di germogliare le sue romanzesche e umanissime imperfezioni, sotto forma di storie. Proprio come una città di pietra e di mattoni, di carne e ossa e secoli, una delle tante che abbiamo esplorato ieri sera, sgranocchiando biscotti attorno a un tavolo di biblioteca.

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* La traduzione che possiedo fa parte di una raccolta chiamata Trentatre Racconti Indiani, che apparentemente non è più in commercio. L’originale potete trovarlo qui.

La Fetta in Mezzo

trilNon so se sia perché qui si è messo a fare proprio caldo, o forse sono le zanzare o che altro – ma oggi devo dar voce a un peeve.

Oggi parliamo di trilogie. O tetralogie. O N-logie, se è per questo. E forse è il caso di premettere che esistono diversi tipi di di N-logie: ci sono quelle composte di libri a sé stanti legati da un protagonista o un’ambientazione; ci sono quelle in cui ciascun volume copre un arco minore all’interno di un arco generale; e ci sono quelle che in realtà sono un’unica storia divisa in parti…

Ciò detto, il post s’intitola come s’intitola perché ho appena finito il secondo volume di una trilogia da recensirsi per la HNR. Per quel che ne so è il secondo volume di una trilogia del terzo genere, e forse cominciare dal secondo volume non è il modo più saggio di accostarsi ad alcunché – ma non è questo il punto. L’inizio in medias res funziona, e l’autore ha fatto un buon lavoro nel chiarire fin da subito chi è chi e chi vuole cosa e perché, e la trama è più intricata in apparenza di quanto sia in realtà…

Quel che mi ha irritata – che mi irrita invariabilmente in situazioni del genere, è questo: si legge, si segue, pagina dopo pagina ci s’interessa a storia e personaggi, ci si lascia prendere dal ritmo e  dal movimento… Finché non ci si accorge che mancano cinquanta pagine alla fine, e non c’è umana possibilità che l’autore conduca in porto tutto quel che ha avviato… E d’accordo – è un volume da primo a penultimo, e dunque non ci si può (né deve) aspettare la Conclusione. Ma qualche genere di conclusione? E invece le pagine calano a trenta, a venti, a dieci… ed è evidente che nessun aspetto della trama mostra la benché minima intenzione di toccar terra. E infatti la fatidica paroletta di quattro lettere (o le due fatidiche parolette di tre) calano come un sipario e, nella migliore delle ipotesi, tutto rimane a pendere dal bordo di una scogliera.

Sì, questa è un'affettatrice...

Sì, questa è un’affettatrice…

E dico nella migliore delle ipotesi, perché talvolta – come nel caso in questione – non c’è nemmeno un buon vecchio cliffhanger. C’è giusto quel tanto di appoggio che basterebbe per una fine di capitolo, e la sensazione è quella che la storia sia stata tranciata in fette spesse con un’affettatrice da salumi – con più riguardo al numero commerciabile di pagine che alle aspettative del lettore o alla logica narrativa.

E sì, per carità: mi rendo conto che l’idea è quella d’indurre il lettore a comprare il prossimo volume – but you know what? Su di me un non-finale troppo blando ha buone probabilità di ottenere l’effetto contrario. Non ho necessariamente obiezioni ad essere manipolata – tutti leggiamo narrativa con l’ovvia intenzione di essere manipolati un pochino – ma mi aspetto di essere manipolata con garbo e intelligenza.

E se la mia preferenza va ai libri che, per tradurre un’efficace espressione anglosassone, stanno in piedi da soli, non sono immune al gusto di finire un libro e compiacermi del fatto che se ne possa avere ancora… Tuttavia, persino quando in realtà si tratta di un’unica  storia suddivisa in tre, quattro, n parti, la mia mente – che in fatto di storie ragiona per archi – si aspetta una parvenza di punto d’attracco, di boa, di risoluzioncella minore, o persino di scogliera alla cui cima appendere tutto.

Persino se siete gente più saggia di me e cominciate sempre tutto dall’inizio, persino se non scrivete per una rivista che incoraggia recensori diversi ad occuparsi della stessa serie, ditemi un po’: non vi piace avere l’impressione che il sipario si chiuda per una ragione? Una ragione narrativa oltre che editoriale e commerciale?

 

Mag 4, 2015 - libri, libri e libri    No Comments

E Poi Sabatini

SabatiniPortraitLunedì scorso mi sono…

(Aspettate: lo dico sottovoce e tra parentesi, per evitare che SEdS si metta in testa di mordermi. Mercoledì mi sono dimenticata…)

… il centoquarantesimo compleanno di Rafael Sabatini.

Il che significa, tra l’altro che a voler proprio vedere avrremmo per le mani anche un Anno Sabatiniano. Mais enfin, centoquaranta non sono né centocinquanta né cento,* e quindi, semmai ce ne occuperemo ancora dopo oggi, sarà in via occasionale ed aerea, così en passant, e poi faremo le cose sul serio nel Venticinque.

Intanto, però, per oggi festeggiamo – e cominciamo con il conoscere il festeggiato.

Sabatini era un autore italo-inglese, figlio di cantanti d’opera, poliglotta e prolifico. Cominciò a scrivere giovanissimo, e  poi, tra il 1921 e il 1949, scrisse fra i trenta e i quaranta romanzi  di “avventure storiche”, i cui protagonisti, tra la Francia rivoluzionaria, i Caraibi, l’Italia del Rinascimento e altri posti tanto pittoreschi quanto pericolosi, navigano, duellano, cercano vendetta, conquistano fanciulle, corrono pericoli tremendi e se la cavano sempre per il rotto della cuffia grazie a una combinazione di audacia, wit, spudoratezza e fascino. Swashbucklers per eccellenza. È probabile che abbiate sentito parlare almeno di Captain Blood e Scaramouche dai quali sono stati tratti film con un certo entusiasmo fino agli Anni Cinquanta. Ma anche l’elisabettian-navale The Sea Hawk, il secentesco Bardelys francese, o l’astuto Bellarion che se la cava nel turbolento Cinquecento italiano… rafael sabatini, captain blood, letture estive, project gutenberg

E volendo ci sono anche le Notti Storiche – Historical Nights’ Entertainment – storie variamente romanzate (e talvolta dichiaratamente apocrife) di delitti e tradimenti, dall’assassinio di David Riccio/Rizzio alle vicende di Antonio Perez, più una biografia di Cesare Borgia e una di Torquemada.

Se voleste leggere un po’ di Sabatini, dovreste armarvi di pazienza. In Italiano si trova qualcosina su Amazon – non particolarmente a buon mercato. Qualche biblioteca le tiene ancora. Potete cercare qui e poi dedicarvi alle gioie del prestito interbibliotecario – strumento che tende a funzionare con ragionevole efficienza e ad essere trascurato. In alternativa, potete provare con l’originale, e allora trovate un bel po’ di titoli nella pagina rilevante del Project Gutenberg. Se poi foste curiosi, su Internet Archive trovate un sacco di vecchie edizioni scannerizzate – alcune delle quali illustrate

nrscaramouche02Un po’ laborioso, lo ammetto. Ne vale la pena? A mio timido avviso, assolutamente sì. Sabatini è un ottimo narratore. Le sue storie sono pittoresche e avventurose, ben ambientate, provviste di personaggi ben fatti e scintillanti in fatto di dialogo.** E considerate che non era nemmeno madrelingua, strettamente parlando. Oh sì, aveva una madre inglese, ma non imparò  davvero la lingua fino ai diciassette anni. E subito decise di diventare uno scrittore in Inglese, perché, diceva, tutte le storie migliori sono scritte in Inglese.

Che volete che vi dica? Sulle storie migliori si può discutere fino al giorno del Giudizio – ma, indipendentemente da quello e per ovvi motivi, non posso fare a meno di trovare la storia di notevole incoraggiamento e ispirazione.

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* L’avreste mai detto? A volte mi faccio impressione da sola.

** È quasi un peccato che non abbia scritto più teatro di quanto abbia fatto: un singolo dramma storico su Cesare Borgia…

Storie, Miti e Leggende Ad Alta Voce

tellingIeri doveva essere il mio Writing Day, giusto?

Hm.

Il WD è entrato in collisione frontale con la Dura Realtà prim’ancor di cominciare, e… be’, mettiamola così: la Dura Realtà non si è fatta nemmeno un graffio.

Per fortuna che ieri sera c’è stato Ad Alta Voce, il non-gruppo di lettura. Per una volta eravamo in trasferta in un delizioso B&B locale, l’Ostello dei Concari, stretto fra un fiume e quello che un fiume non è più – e il tema era quello del titolo: Storie, Miti e Leggende.

Il tema era vasto – in fondo il mito è stato per millenni il modo in cui l’umanità ha cercato di spiegarsi il mondo e se stessa – e abbiamo spaziato. Come sempre, d’altra parte.

Dalle bizzarre creature immaginarie della Bassa, raccolte a suo tempo nell’ormai introvabile Bestiario Podiense, alla luminosa e danzante cosmogonia secondo Eduardo Galeano, passando per l’Eneide rivista da Salvatore Fiume, i cupi miti del Nord, la tradizione meteomantica delle “calendre e scalendre” e le storie d’Irlanda secondo James Stephens…

Una posizione d’onore è toccata al mito di Prometeo, il Sottrattore/Donatore del Fuoco, che abbiamo visto attraverso gli occhi e l’immaginazione di Esiodo, Eschilo e Byron.*prometheus-21

E poi c’è stato… Vi ricordate dell’Angolo Elisabettiano? La mensile lettura shakespearian-marloviana, stabilita con piena fiducia nel fatto che ci fosse ben poco che, fra tutti e due, Shakespeare e Marlowe non avessero trattato in qualche modo? Ebbene quest’anno, essendosi l’anno che è, AAV si è provvisto di un Angolo di Kipling, fondato esattamente sullo stesso principio… Perché sì, ve l’ho detto e ripetuto ad nauseam: Kipling è uno scrittore vario. Ho piena fiducia nel fatto che, qualunque tema possiamo escogitare da qui a dicembre, troverò qualcosa da leggere.

E poi c’è stata la novità più bella: un piccolo lettore, un giovanissimo appassionato di mitologia che, annusando l’atmosfera, si è unito a noi – e non si è limitato ad ascoltare. T. ci ha letto – benissimo e in tutta disinvoltura – due storie di draghi, folletti e arche alternative ambientate in un Veneto magico. Quando il suo papà è arrivato per portarlo a casa ad orari scolastici, T. ha anche chiesto se può venire ancora – il che c’induce a considerare l’esperimento un successo, e una prova di vitalità da parte di AAV. Magari è presto per dirlo, ma forse… forse comincia a sembrare che abbiamo un futuro in vista…

Ma a parte questo, io continuo ad andare matta per la formula. Mi piace il fatto che ci sia un tema centrale, e mi piace la varietà di modi in cui i diversi lettori lo interpretano. Mi piace come questo finisca invariabilmente per illuminare il tema in modi inattesi. Mi piacciono le domande, le discussioni, le curiosità che nascono. Mi piace lo scambio di titoli e di impressiostorytelling-copyni. Non è soltanto lettura ad alta voce: è una fonte di scoperte, scambi, conversazione. È interessante.  È stimolante. È bello.

Se posso avere un piccolo cruccio in proposito, è che non ci sia un po’ più di partecipazione.

Ormai c’è un solido gruppo di irriducibili – lettori e ascoltatori – con qualche partecipazione più sporadica. Sarebbe bello che, qualche volta, qualche curioso provasse a unirsi a noi. Per ascoltare o per leggere – non ha importanza. Giusto per vedere com’è.

 

 

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* Prometeo è uno di quei personaggi. Voglio dire, nel corso dell’umano pensiero, è stato… di tutto. Prima o poi ne parleremo.

Isola del Tesoro Pop-Up

TreasureIsland2Toy Theatres, Stevenson e libri pop-up… che si può volere di più?

Ted Hawkins (notate il cognome, per favore…) favoloso esperto, costruttore e utilizzatore di teatrini, ha messo insieme e in scena questa incantevole versione di Treasure Island, che sfrutta meccanismi e aspetti visivi dei libri pop-up per raccontare la vecchia e affascinante storia di Jim Hawkins (ha!) , la storia di “bucanieri e oro nascosto” che, stando alla tradizione, Stevenson avrebbe scritto in due settimane di vacanze piovose.

E se si considera la giovanile passione di Stevenson per i teatrini (anche se non per le rappresentazioni), il gioco diventa assolutamente perfetto.

Ora, il video intero è troppo lungo e pesante per essere postato, per cui vi spedisco a vederlo qui. È in Inglese, naturalmente – ma dategli comunque un’occhiatina, anche solo a vedersi, è un’assoluta delizia.

E buona domenica.

Mar 23, 2015 - libri, libri e libri    No Comments

Charlotte, Frances, Rudyard: Relazioni Non Intenzionali

booktiesCapita a volte di leggere qualcosa e riconoscerci l’ombra di qualcosa d’altro.

Una somiglianza nella trama, il profilo di un personaggio, un incidente, un posto… qualcosa che ha l’aria di un’ispirazione o di un omaggio. O a volte di una scopiazzatura – ma questo è un altro discorso.

Forse vi ho già detto di come il Will (Shakespeare) di Robert Brustein in The English Channel a me sembri irresistibilmente simile a quello di Shaw in The Dark Lady of the Sonnets. A parte tutto il resto, lo stesso modo di interrompere se stesso e tutti gli altri per annotare scampoli di conversazione – perché potrebbero tornare buoni…

Solo che tra i precedenti e le influenze del suo play Brustein non cita affatto Shaw.

Oppure, e mi è tornato in mente mentre scrivevo questo post, la somiglianza che a me pare evidentissima tra la Piccola Principessa di Frances. H. Burnett e la vicenda del piccolo Kipling, così come compare nella sua autobiografia, ne La Luce che si Spense e in Bee Bee Pecora Nera. Voglio dire – e lasciate che vi metta qui una tabella:

SaraPunch

Si nota, non trovate? Si nota un certo qual parallelismo nelle due storie. Epperò poi si scopre che, apparentemente, l’ispirazione per Sara Crewe non ha nulla a che fare con Kipling. Pare avere radici, invece, nella Emma di Charlotte Brontë.

No, non mi sono sbagliata, non volevo dire Jane Austen. C’è una Emma brontiana – solo che è incompiuta e poco sconosciuta. C’è questa ereditiera abbandonata in un collegio… E quindi sì, le somiglianze ci sono – ma come la mettiamo con Kipling? In realtà Sara Crewe (in forma di novella a puntate) e Punch arrivano alle stampe lo stesso anno, il 1888 – e anzi, il primo episodio di Sara precede Punch di qualche mese. Ma Punch è troppo autobiografico perché l’ispirazione possa avere funzionato all’altro modo…

Che bisogna pensarne? Che capita di scrivere la stessa storia senza saperlo – cosa di cui sono dolorosamente consapevole dal giorno in cui ho scoperto che W.S. Maugham aveva già scritto quello che mi piaceva chiamare il mio primo romanzo, molti anni prima di me e molto meglio… Capita. A volta sembra impossibile che non ci sia una corrente di ispirazione, un ramo di parentela, un legame di qualche genere… e invece non c’è.

O meglio, c’è – ma non necessariamente quella che saremmo portati a pensare.

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* Il clima inglese… sì.

** E in realtà, da adulta non posso fare a meno di domandarmi: ma possibile che nessun’altra bambina ne faccia mai fatto con i genitori? Insomma, fino a un certo punto, Sara è la star del collegio, l’ereditiera dalle romantiche circostanze di cui la direttrice è sempre pronta a parlare agli altri genitori, perché avere una “principessa dei diamanti” tra le allieve è un motivo di vanto. Poi all’improvviso la rimarchevole ragazzina decade a sguattera maltrattata… Nessuna bambina ne racconta a casa? Nessun genitore leva un sopracciglio? Diciannovesimo secolo, I know, but…

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