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Gen 14, 2015 - libri, libri e libri    3 Comments

L’Amico Scomodo

EnkiduNon tanto – o almeno non soltanto – nel senso che procuri scomodità, quanto perché quella dell’amico del protagonista non è una carriera particolarmente comoda.

Di lunga e onorata tradizione, questo sì – ma mai comoda. Perché l’amico del protagonista non è mai lì per caso.E badate, non stiamo parlando del fido luogotenente (anche se talvolta le due figure possono coincidere), né delle storie à la Damone e Pizia, in cui entrambi gli amici sono protagonisti. Quel che ho in mente è un amico più o meno secondario, che al protagonista serve da cassa di risonanza, chiaroscuro, motivazione o qualche altra cosa fondamentale, e per farlo va incontro a tutta una serie di malattie professionali – non di rado letali.

Perché ammettiamolo, poche cose motivano un eroe o gli cambiano la vita come perdere l’amico prediletto – e questa è un’idea vecchia come le colline. Avete presente come la morte di Enkidu spedisca Gilgamesh – a seconda delle versioni – agl’inferi per cercare recuperarlo, oppure in cerca di immortalità divina, ma sempre nella disperazione&depressione più profonde? E non cominciamo nemmeno con Achille – anche se forse in questo caso c’è anche un filo di coda di paglia. Voglio dire, se Achille non si fosse ritirato in preda all’ira funesta, Patroclo non sarebbe mai sceso in battaglia con le sue armi, giusto? E benché non fosse precisamente inaudito per un guerriero morire in battaglia, le probabilità di sopravvivenza di Patroclo sarebbero state migliori se Ettore (come tutti gli altri) non l’avesse scambiato per Achille… Per cui sì, non posso fare a meno di vedere nella reazione di Achille una componente di senso di colpa – ma questo non cambia molto le cose.

In ambito biblico, il caso di Davide e Gionata è diverso, perché la morte di Gionata non segna altrettanto profondamente e praticamente Davide – ma di sicuro l’amicizia di Gionata è piuttosto rilevante per l’ascesa e sopravvivenza del suo amico.Scara

Discendenti lontani ma abbastanza diretti di Gilgamesh ed Enkidu sono invece André-Louis Moreau e Philippe de Vilmorin in Scaramouche. Philippe, serioso idealista con tendenze rivoluzionarie, è tutto quel che André-Louis non è – né tiene particolarmente ad essere – ma nondimeno si vogliono un gran bene. Tanto che, quando il villain assassina de facto il povero Philippe, il nostro eroe si trasforma in vendicatore rivoluzionario.

Se volessimo un esempio femminile, invece, potremmo ricorrere a Helen Burns, l’amica di Jane Eyre, che muore bambina per malattia trascurata, e così facendo segna profondamente la piccola Jane, nel modo molto diretto in cui una perdita traumatica segna una bambina. Va detto che Helen è modellata su Maria, la sorella maggiore di Charlotte Brontë, morta allo stesso modo, ma da un lato le amicizie femminili in Charlotte sono quasi sempre modellate sui suoi rapporti con le sorelle, e dall’altro non è un caso se spesso e volentieri le amicizie letterarie vengano abbondantemente descritte come “fraterne”.

Guardate Don Carlos e il Marchese di Posa che, per cinque lunghi atti, si proclamano fratelli al ritmo di una volta ogni tre o quattro pagine. Come nel caso di Scaramouche, Rodrigo è l’idealista pieno di fuoco con qualche tipo di tortuoso senso pratico, pieno di carisma e pronto all’azione – tutte le qualità che mancano al sognante, depressivo e francamente molliccio Carlos. Per di più, al martirio motivatore Rodrigo ci va consapevolmente – ma del tutto invano: Tu eri destinato a regnare, e io a morire per te, dice a Carlos, poco prima di morire tra le sue braccia per essersi messo tra lui e la regia vendetta, ma Carletto ne esce maturato solo in apparenza, procede a compiere tutte le idiozie possibili e soccombe nel giro di un atto scarso.

KidnPoi non sempre finisce così male. A volte l’amico più competente  è proprio quel che c’è scritto sull’etichetta: qualcuno di più in gamba – e per fortuna che c’è. A Stevenson la cosa piace molto. C’è Alan Fairford, l’amico di Darsie Latimer  in Redgauntlet – che è quasi un sovvertimento della faccenda, visto che Darsie ha tutte le caratteristiche eroiche, mentre Alan è un avvocatino di  salute cagionevole – ma è lui a salvare Darsie a costo di ogni genere di pericolo. E che vogliamo dire di Alan Breck Stewart? Non fosse per lui, il povero David, il Ragazzo Rapito di Stevenson, non saprebbe sopravvivere a pagina quaranta. Alan è il genere d’incontro casuale che evolve rapidamente in amicizia sotto la pressione delle circostanze. È più vecchio, più intelligente e infinitamente più smaliziato di David, cui salva ripetutamente la vita, e che conduce quasi di peso al lieto fine. Benché in teoria a separarli ci sia ogni genere di differenze politiche e religiose, benché Alan sia tutto quello di cui David dovrebbe diffidare, benché David sia tutto quello che Alan dovrebbe disprezzare, alla fine è Alan ad assumersi in pieno la causa di David, ad affrontare il malvagio zio Ebenezer, a corteggiare Catriona… tutto per conto del suo amico. In cambio, gli ruba completamente la scena…

Un po’ come Mercuzio e Romeo – altro paio d’amici asimmetrico. In teoria siamo in territorio conosciuto: è la fulminea vendetta per la morte di Mercuzio a precipitare uno sconvolto Romeo oltre il punto di non ritorno… Ma i conti non tornano del tutto, perché Mercuzio è tanto più brillante di Romeo da oscurarlo ogni volta che dividono la scena. Leggevo di recente le considerazioni di un attore inglese secondo cui gli interpreti di Romeo devono per lo più essere pazienti – e ricordarsi che Mercuzio può essere brillante, irriverente e sfrenato finché vuole, ma in fondo ha solo quattro scene… È sempre saggio dubitare di John Aubrey, e quindi non possiamo credergli quando dice che Shakespeare eliminò Mercuzio perché faceva troppa ombra a Romeo – ma la questione è interessante e, cosa più rilevante ai nostri fini, si può discutere su che genere d’influenza Mercuzio eserciti su Romeo.

Perché non è affatto detto che l’amico debba essere un’influenza positiva. Nella peggiore delle ipotesi abbiamo il cattivo amico – come James Steerforth, che è davvero affezionato a David Copperfield – per quanto ne è capace – ma non esita un istante a comportarsi male con Little Em’ly, guadagnandosi una fine che non ha nulla di sacrificale. Quella semmai – sacrificale e crudele, tutto considerato – ce l’ha Ham, ma è tutta un’altra storia. E anche Heinrich Muoth non può certo definirsi un’influenza positiva nella vita del narratore di Gertrud. Oddìo, dapprincipio magari sembra di sì – amicizia artistica, con il celebre e più vecchio Muoth che scopre e incoraggia il giovane compositore… Ma poi Heinrich si rivela autodistruttivo e rapace e incapace di soffrire da solo. Dopo avere reso infelici tutti quanti, si suiciderà, cambiando tutto per il narratore e per l’eponima Gertrud.

Português: Enjolras é capturado e fuzilado pel...Anche Grantaire, nei Miserabili, è potenzialmente una cattiva influenza – ma è un seguace per natura, troppo debole e troppo perduto in ammirazione di Enjolras per nuocergli. Chissà, magari se solo ad Enjolras importasse un pochino, riuscirebbe a redimere Grantaire prima della fucilazione doppia – ma gli arcangeli rivoluzionari hanno poco tempo da dedicare a questo genere di dettagli…

E poi non è detto: magari non ci sarebbe riuscito. Non tutti gli amici deboli si possono redimere. Anzi. Per tornare a Hesse, non sono certa che, nel Gioco delle Perle di Vetro, Knecht tenti sul serio di redimere il nevrotico e infelice Fritz. Tenta di proteggerlo, questo sì, e di riscuoterlo dalla sua situazione – ma non approda a nulla. Fritz – come forse anche Mercuzio e Muoth, e di certo come Steerforth – è irrecuperabile. E un amico irrecuperabile, alla fin fine, funziona quasi – quasi – bene come un amico che muore.

E infine c’è l’amico dell’eroe tragico, quello che, anziché morire o rivelarsi un caso disperato, sopravvive come testimone. Orazio, per dire. Orazio che per tutta la tragedia sostiene lealmente lo sconcertante Amleto, e alla fine resta a ereditarne la memoria. Oppure Kai Möln, l’amico di Hanno Buddenbrook, l’unica persona che capisse il povero ragazzo, e che resti a ricordarlo come lui desiderava vedersi. Sono gli amici narratori, gli amici riflesso – e magari sopravvivono, ma nemmeno questa è una carriera comoda… Lo avevamo detto all’inizio: nessuna di queste l0 è.

Ecco, se fossi di carta, forse, prima di stringere amicizia con un protagonista, ci penserei due volte.

 

 

 

 

 

Cominciamo

RKipling.jpgSì – cominciamo, volete?

Il 2015 è l’anno di Kipling. Milleottocentosessantacinque – Duemilaquindici fanno centocinquant’anni dalla nascita, e quindi quest’anno ne parleremo parecchio.

Rudyard Kipling, narratore angloindiano – nell’Ottocentesco senso di Inglese nato/vissuto in India, da noi è conosciuto poco e male. Per il Libro della Giungla, per Kim, per Se – e come bieco imperialista, razzista eccetera eccetera.

Ebbene, no.

Kipling amava l’India, ne era infinitamente curioso, la capiva. Certo, la capiva come un uomo del suo tempo e del suo contesto culturale, but still. E poi c’è altro. C’è l’Inghilterra con la sua storia, ci sono i viaggi, ci sono i miti, c’è il prezzo dell’arte, c’è la Prima Guerra Mondiale, c’è un po’ di steampunk, ci sono i fantasmi e i mostri marini, ci sono le navi, i treni, gli aerei, ci sono i soldati, i costruttori di ponti, la paura e la meraviglia…

Io il “vero” Kipling vi suggerirei di andarlo a cercare nei racconti, più che nei romanzi, e nelle poesie – al di là di Se. Ne parleremo, ne parleremo parecchio.

E a questo punto arriva la domanda sensata: dove si trova da leggere tutto ciò di cui parleremo?

Be’, in Inglese non ci sono particolari problemi. Una capatina al Project Gutenberg rivela una ricca pagina kiplingiana.

Ma in Italiano, o Clarina?

Ecco, qualche anno fa avevo messo insieme una Piccola Bibliografia Ragionata delle opere di Kipling tradotte in Italiano. È in formato PDF, così da poter essere scaricata, stampata, portata in libreria, spedita per posta elettronica o tradizionale, fatta circolare, piegata in barchette di carta, lanciata in mare in una bottiglia… a piacer vostro.

È divisa in quattro sezioni: Raccolte di Racconti, Racconti Singoli, Poesie, Lettere e Reportages. È ragionata, nel senso che i titoli riportano indicazioni di lettura. Naturalmente si tratta di opinioni. Ho volutamente omesso i romanzi e tutto ciò che ha a che fare con i Libri della Giungla, perché la mia tesi è che quelli sono fin troppo conosciuti. In fondo, l’idea di quest’anno è quella di scoprire il Kipling trascurato e sconosciuto, giusto? Per la stessa ragione, adesso che mi viene in mente, non troverete indicazioni sulle Storie Proprio Così. E per ora mi sono limitata alle edizioni posteriori al 199o, nella vaga speranza che siano ancora reperibili in libreria – ma questo limita molto la scelta. Come vi dicevo, Kipling in Italia è poco frequentato.

Mano a mano che parleremo di vari titoli, vi indicherò anche le edizioni precedenti – e magari le biblioteche in cui sono reperibili, nello spirito di un incoraggiamento al prestito interbibliotecario – ma in realtà la cosa migliore è e rimane leggere in originale. Anche perché francamente non conosco la maggior parte delle traduzioni segnalate (con un paio di eccezioni indicate). E a proposito, se e quando leggerete, indicazioni e commenti sulla qualità delle traduzioni saranno i benvenuti.

Enfin, ad ogni anniversario letterario io spero sempre in nuove traduzioni, nuove edizioni… L’esperienza mi ha insegnato che non sempre funziona così – ma come dice Carmen a Escamillo, sperare è sempre dolce e non è mai proibito. Cercherò di segnalarvi eventuali novità in proposito – ma voi fate altrettanto se vi capita qualcosa sotto gli occhi, volete?

E adesso… Kipling_ Bibliografia Ragionata.pdf

Buona lettura, e sappiatemi dire!

Libri Sotto l’Albero ’14

MattonellaAvete passato un buon Natale, o Lettori? Ricevuto bei regali?

Io sì.

Una bellissima sciarpa, una scatola d’argento – e naturalmente i libri.

Il Caso dei Libri Scomparsi, di  Ian Sansom, giallo librario – o bibliowhodunit, vedete voi. C’è questo giovane bibliotecario che arriva in Irlanda per un posto di lavoro – e scopre che non solo la biblioteca è circolante nella più stretta delle accezioni, ma ha anche una certa tendenza a… sparire. Gli ho dato appena una scorsa, ma sono già molto felice che il volume sia parte di una serie.

Storia di Quirina, di una Talpa e di un Orto di Montagna, di Ernesto Ferrero. Di Ferrero adoro i romanzi storici, e per di più ho un’incoercibile simpatia per le talpe. Questo librino piccolo piccolo dovrebbe essere la perfezione.

The Sultan’s Organ, di Thomas Dallam, curato da John Mole*. Nel 1599 il giovane organaro londinese Thomas Dallam parte per Costantinopoli per accompagnare e consegnare il dono di Elisabetta I al Gran Turco: uno stupefacente organo automatico che lui stesso ha costruito  e – si spera – saprà rimontare, nonché suonare, per il potentissimo e misterioso Sultano Mehmet III. Il diario del suo viaggio è un incantevole spaccato del Mediterraneo e Vicino Oriente visti da un Elisabettiano intelligente e curioso.

The Festival of Nine Lessons and Carols, un bellissimo libro illustrato che segue passo per passo l’equivalente anglicano della messa di mezzanotte – così come la si celebra nella cappella del King’s College, a Cambridge. Il fatto che ci sia un CD con carole e servizio aggiunge alla meraviglia. 2aea921d5919381c75a432ab5631b230

Bonnie Dundee, di Rosemary Sutcliff. Vista la mia recente scoperta della signora e dei suoi romanzi, e vista la mia simpatia per Claverhouse, c’è stato chi ha pensato (con ragione) che questo titolo potesse fare al caso mio…

E poi… be’, strettamente parlando non sono libri – ma come non citare i regali della famiglia? Li vedete nelle illustrazioni del post. Credo che non siano in tantissimi a ricevere una mattonella di pastafrolla decorata a tempa shakelovian-natalizio…** “E la mangiamo oggi?” mi si è chiesto il giorno di Natale. Nemmeno per idea, naturalmente. Non la si mangia affatto – né per Natale, né mai. E che dire della maglietta che recita “MARLOWE – it’s an Elizabethan Thing”? Non ho ancora capito se la famiglia indulga alle mie ossessioncelle o stia celebrando così la fine dell’Anno Shakeloviano…

Anyway, Babbo Natale è stato bravo con me. E voi? Che avete trovato sotto l’albero?

E, come mi si dice usi dire nel Trentino, buona fine e buon principio, o Lettori.

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* Ha ha ha! No, non l’ho fatto apposta. Si chiama proprio così.

** Peccato che in pasticceria si siano lasciati sfuggire un’acca…

Ad Alta Voce – Fuori Sede

Udite udite, rullo di tamburi e squilli di trombe…

Ad Alta Voce sta per compiere il grande passo. Guardate un po’:

LocAAV

Per la prima volta, AAV lascia il nido, esce di casa, prende il volo – e lo fa per l’evento degli auguri di Borgocultura, di cui trovate qui tutti i particolari.

La formula è la consueta: un tema, tanti libri, tanti lettori/ascoltatori, tante sfaccettature diverse della stessa idea. Scampoli di romanzo, racconti, poesie, memorie, saggi, testi di canzoni, articoli… Se si può leggere ad alta voce, e se è attinente al tema, allora va bene. In questo caso, ça va sans dire, abbiamo scelto il Natale… però, anziché leggere al sicuro tra le mura della nostra beneamata Biblioteca Zamboni, ci avventuriamo Là Fuori. Pubblico nuovo, nuove idee, nuove domande, nuovi confronti.

Siamo emozionati? Un pochino. È un esperimento, un passo in più nel processo per tentativi ed errori con cui stiamo costruendo Ad Alta Voce. E francamente, non vediamo l’ora di vedere come se la caverà il nostro gioco fuori dalle mura di casa.

Se tutto va bene… be’, se tutto va bene,  in primo luogo avremo scambiato auguri inconsueti con un gruppo di nuovi amici, e poi vorrà dire che quel che abbiamo fatto una volta si può fare ancora, e AAV allargherà i suoi orizzonti.

Stiamo a vedere.

E a dire il vero, se volete vedere come va – o se siete curiosi di vedere che cosa facciamo – non c’è modo migliore che unirvi a noi, domenica mattina alle dieci e mezza, alla Masseria in Piazza Broletto, a Mantova.

Vi aspettiamo – e mi raccomando: portate la vostra storia di Natale preferita.

Ott 22, 2014 - libri, libri e libri    No Comments

Il Libro Da Borsetta – Brevi Cenni

BgbkHo finito il mio Libro da Borsetta – e quindi me ne serve uno nuovo. O forse “nuovo” è fuorviante: in prealtà me ne serve un altro.

E che cosa è mai, un Libro da Borsetta?

Il LdB è un librino piccolo, che ci si porta dietro più spesso che no. Idealmente è di dimensioni tali da poter stare in tutto tranne le borsette da sera più estreme. All’atto pratico, va benissimo un paperback di proporzioni ragionevoli, che non sottragga proprio tutto lo spazio disponibile. Non dev’essere tanto grosso che si sia tentati di lasciarlo indietro quando si ha anche la più remota prospettiva di dover attendere. Uffici di qualsiasi natura, ambulatori medici o veterinari, viaggi in treno – al limite anche in coda alla cassa del supermercato. C’è un corollario della legge di Murphy per questo: se non si ha al seguito un LdB, si finirà con l’attendere e annoiarsi; se si ha al seguito un LdB, può capitare di dover attendere oppure no – ma se non altro, si ha di che leggere.

Riccio!

Non proprio un libro – ma di compagnia…

Tutto ciò fa sì che il LdB lo si legga inevitabilmente a bocconi e spizzichi – e per lo più non da solo. Voglio dire, nella vita quotidiana, quella che si svolge fuori dalle sale d’attesa e dagli uffici postali, si leggono libri piccoli e fermaporte impropri, secondo criteri che nulla hanno a che fare con la capacità delle borsette, giusto? E dunque, a meno di volersi mettere a caccia di qualcosa di piccolo ogni volta che si esce per andare ad attendere da qualche parte, tanto vale avere un libricino che viva nella borsetta. A parte tutto il resto, è bene che sia un libro che si è disposti a leggere a bocconi e a spizzichi, per l’appunto.

Inoltre, vivere nelle borsette non fa necessariamente bene alla salute dei libri. Il rischio di finire con copertine gualcite e orecchie nelle pagine non è del tutto da trascurarsi. Quindi potrebbe non essere una cattiva idea procurarsi uno di quei segnalibri con l’elastico: il segnalibro propriamente detto funziona come un segnalibro normale – solo che, anziché vicino alla costa, lo si mette vicino al taglio, così che l’anello di elastico possa tenere chiuso il libro ed evitare il grosso dei danni.

DeadNedDetto ciò, i miei ultimi LdB sono stati Dead Ned e il suo seguito Live and Kicking Ned, di John Masefield – due piccoli paperback Puffin anni Settanta, cinquecentoventi pagine fitte fitte fra l’uno e l’altro. Confesso che alla fine non ho resistito e, contravvenendo alle mie regole, il secondo volume l’ho finito a casa, durante le altrimenti noiosissime sessioni di aerosol antibiotico… Questo ha reso molto più piacevole l’aerosol, ma mi ha lasciata senza LdB prima del tempo.

Un tentativo con Fuori Catalogo, di Rocco Pinto… be’, diciamo che non è andato bene. Probabilmente il prossimo sarà Wild Decembers – quello di Clemence Dane – ma è teatro e, per quanto conti tre atti, non durerà a lungo. Per cui adesso sono in cerca.

Qualcosa di piccolo, qualcosa che possa vivere nella borsetta, qualcosa che si possa leggere a bocconi e spizzichi – abbastanza attraente da ingannare l’attesa, ma non così irresistibile da doversi leggere altrimenti o perdere il sonno… A ben pensarci, potrebbe essere una circostanza da riletture… perché no?

Oh well, mi metto a caccia.

E voi, o Lettori? Come vi organizzate per code, attese, anticamere e altre consimili delizie?

 

L’Angolo Elisabettiano

Letters and Journals 2Martedì sera, come preannunciato, Ad Alta Voce è tornato – ed è tornato molto bene.

Partecipazione più folta del consueto, un certo numero di facce nuove, una selvaggia varietà di interpretazioni del tema della serata – Lettere & Diari – da Guareschi a Helene Hanff, da Tamaro a Baricco, da Wiesel a Mino Milani, fino alle feroci lettere di Verdi al suo infelice librettista – passando per i diari di un medico di bordo appassionato di lettura e i ricordi di viaggio di una romantica cacciatrice di atmosfere… E abbiamo avuto persino una lettura in Spagnolo.

E poi l’Angolo Elisabettiano.

Essendo l’anno che si è,* Ad Alta Voce si è provvisto di un Angolo Elisabettiano. Ogni volta, fino a dicembre, una lettura dedicata al tema visto da uno dei festeggiati – basandosi sull’assunzione che non ci sia nulla, ma nulla che non si trovi in Shakespeare o Marlowe o entrambi. Con la possibile eccezione della fusione fredda – ma non abbiamo nemmeno l’ombra della fusione fredda tra i temi in programma, e quindi il problema non sussiste.

Martedì sera, per Lettere & Diari, ho cominciato con Shakespeare. Sapevo che di lettere in Shakespeare ne compaiono parecchie, lette, spedite, ricevute, intercettate, smarrite, scritte, sottratte, sostituite, dettate, falsificate… Mi si dice che le lettere compaiano in tutti i titoli del canone – tranne cinque – e che in tutto se ne contino 111. book of common prayer

È evidente che Will le considerava un ottimo device per la trama. La falsa lettera di Olivia che precipita l’antipatico e innamorato Malvolio, le lettere di credito così importanti nel Mercante di Venezia, la lettera con cui Rosencrantz e Guilderstern consegnano senza saperlo la propria sentenza di morte, la lettera con cui Edmund mette nei guai il fratellastro Edgar e quella che proverà l’adulterio di Goneril ed Edmund, la lettera che ripristina Perdita da pastorella a principessa, la lettera che, fatalmente, Fra’ Giovanni non consegna a Romeo…

E potrei continuare a lungo, ma non lo faccio.

Martedì sera ho scelto di leggere la lettera di Macbeth alla moglie – missiva trepidante e incerta che ci mostra subito come, pur essendo il primo generale della corona scozzese, il nostro non sia precisamente quello che pensa. A pensare è Lady Macbeth – che tra sé legge le stupefacenti nuove del marito e, per prima e unica reazione, si preoccupa della sua insufficiente perfidia. Oh sì, il giovanotto è ambizioso, ma non vuole sporcarsi le mani… E all’improvviso, viste attraverso gli occhi della lucida e spietata Gruoch,** le sue parole – pronunciate e scritte – acquistano tutto un altro senso.

macb3La lettera così serve a stabilire due personaggi e la relazione che corre tra loro, e a gettare fin da subito delle ombre molto lunghe sul futuro del mittente, della destinataria, del buon Re Duncan e della Scozia tutta.

Mica male, per un pezzettino di carta.

E quindi, tema centrato, in ottima poesia e con interessanti implicazioni. Direi che l’Angolo Elisabettiano ha debuttato a gonfie vele. Next time, la forza della natura – e di nuovo ci sarà soltanto l’imbarazzo della scelta.

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* Sì, lo so – non ne potete più di sentirmelo ripetere. Abbiate pazienza, è passata la metà di ottobre. Ancora un mese e mezzo, e l’anno shakeloviano è finito.

** No, Shakespeare non la nomina mai altro che Lady Macbeth, ma la signora è basata sulla moglie del Macbeth storico – che si chiamava Gruoch ingen Boite.

Varie Ed Eventuali

Che poi, “eventuali” mica tanto – ma varie sì.

Cominciamo con un appuntamento di Borgocultura. Sabato 11 si va alla scoperta dell’identità (quasi) perduta di Fiera Catena, storico e pittoresco quartiere mantovano. Perché una volta c’era il quartiere, questa sottocittà dalla personalità ben definita, dalla storia tutta sua, dal pronunciato senso di appartenenza. Poi in molte città questa suddivisione più affettiva che altro si è sciolta, e i quartieri hanno perso la loro rilevanza. Però nulla impedisce di andarne a riscoprire l’atmosfera e la storia, giusto? Soprattutto quando si ha per guida un indigeno del quartiere stesso – Silvio Scardovelli, storica guida mantovana e appassionato nativo di Fiera Catena. Se l’idea vi stuzzica, i particolari li trovate qui.

Lunedì 13, invece, si apre il sipario sui Lunedì del D’Arco – e comincio io, con Anna Bianchi, Diego Fusari e Adolfo Vaini. In Shakespeare & Co. racconteremo la tensione di ispirazioni, influenze ed echi incrociati fra Shakespeare e Marlowe. Lo faremo evocando le storie e i personaggi dell’uno e dell’altro – dai primi passi sulla scena londinese fino ai giorni nostri, perché questa è una vicenda di secoli… e a ben pensarci, se Will e Kit non si potevano soffrire (come io sospetto fosse il caso) dev’essere una lunga, lunga beffa ritrovarsi così inestricabilmente connessi per tutta la vita e poi anche in morte, ed esserlo ancora quattro secoli e rotti più tardi. A suo modo, questa sarà una storia di fantasmi. E una storia di teatro, naturalmente. E una storia di temperamenti così diversi da essere, alla fin fine, le due facce di una stessa medaglia. E poi una storia di ossessioni, di bizzarrie, di omicidi, di prudenza e d’imprudenza… Sì, decisamente una storia di fantasmi – un po’ come in Entered from the Sun:  Abbiate pazienza con noi, spiriti. Parlateci. Parlate attraverso di noi

LocSh&Co.

Martedì 14, infine, torna Ad Alta Voce – non, non, non un gruppo di lettura. La formula è la stessa: c’è un tema, ci si riunisce, si legge – ad alta voce, of course. Chi lo desidera, si porta qualcosa – un assaggio di un romanzo, una poesia, un articolo, il testo di una canzone… se ha a che fare con il tema e si può leggere, è perfetto. Non avete idea delle diverse interpretazioni, dei deversi tagli, delle diverse sfaccettature, dei diversi colori che può assumere un tema qualsiasi, visto attraverso questo prisma di carta e di voci. Martedì cominciamo con “Lettere & Diari” (una maniera affascinante di raccontar storie). A novembre proseguiremo con La Forza della Natura. E vogliamo scommettere che l’appuntamento decembrino con “Profumi, Musica, Colori” riuscirà a prendere qualche sfumatura natalizia? E poi a gennaio leggeremo “Di Arti e di Mestieri”…
E poi abbiamo altri piani – ma ne riparleremo nel Quindici, volete?
Oh, ed essendo questo l’anno che è, AAV rende un piccolo tributo a Shakespeare&Marlowe: fino a dicembre, ogni incontro avrà un Angolo Elisabettiano: qualcosa di legato al tema, preso da uno dei festeggiati.

AAV14Ecco qui. Vi aspetto?

 

Set 17, 2014 - libri, libri e libri    5 Comments

Dieci Libri – La Lista Rosea

7ca158176ce9d91067607e4cece866e0C’è questa cosa che gira su Facebook – una sorta di meme che consiste nell’indicare i dieci libri cui si è più legati/da cui si è stati più influenzati. Un elenco nudo e crudo di dieci titoli, e poi si passa la palla ad altra gente.

A me l’ha passata la mia amica Giulia, e naturalmente la risposta va fatta su FB – ma lasciate che ne parliamo qui, perché il giochino si presta a qualche rimuginamento in più, non credete?

E allora, per prima cosa, strologhiamo sulla formulazione del giochino stesso.

I dieci libri cui siamo più legati? Qui c’è poco da correre: letture d’infanzia, letture fondamentali, letture formative, letture ispiratrici, letture di conforto, letture indimenticate… queste cose qui. Semmai, in tutta probabilità, il difficile è fermarsi a dieci. Ma i libri che ci hanno influenzati di più? Questo è un cavallo di tutt’altro colore – anche perché…

E adesso, per favore, non dite che sono la solita, ma il fatto è che, se è vero che ai libri che ci hanno influenzati positivamente, tendiamo ad essere particolarmente legati, è altrettanto vero che non tutti i libri che ci influenzano lo fanno in senso positivo. Giusto? Ci sono libri che ci hanno fatto detestare un genere, libri che hanno cambiato la nostra visione di un personaggio o di un’epoca… E quindi, facciamo due liste, volete? Due liste ragionate: quella rosea, dei libri cui siamo legati – specificando se ci hanno anche influenzati o no, e se sì come – e quella bigia, delle letture poco amate, ma in qualche modo significative.  E non so voi, ma io comincio con la…

Lista Rosea

1. Lord Jim. Che sorpresa, eh? E non sto a ripetervi per l’ennesima volta come con LJ Conrad mi abbia influenzata in tutti i modi possibili… Per i due o tre di voi che ancora non avessero subito qualche forma della mia ossessione nei confronti di questo libro, è sufficiente dare un’occhiata qui.

2. Il Deserto dei Tartari. Letto a quindici anni, ha avuto un ruolo piuttosto fondamentale nella costruzione della mia visione del mondo e nella scelta dei miei temi.

3. Le Commedie Gradevoli. È per colpa di Shaw se, oltre a pensare che mi sarebbe piaciuto scrivere teatro, ho cominciato a scriverne per davvero…

4. La Battaglia. …Così come è per colpa di Patrick Rambaud se, oltre a pensare che mi sarebbe piaciuto scrivere romanzi storici, ho cominciato a scriverne per davvero.

5. History Play. Anche di questo ho parlato ripetutamente, ma devo pur accennare a come Rodney Bolt abbia risvegliato il mio interesse per Marlowe in particolare e, in generale, per il mondo che circondava il teatro elisabettiano – oltre a fornire un sacco di idee in fatto di storia e narrativa storica…

6. Gli Ultimi Giorni di Costantinopoli. Ci voleva Steven Runciman per farmi sistematizzare e riordinare un sacco di idee sparse sul modo di raccontare la storia – su entrambi i lati del crinale tra narrativa e saggistica. E poi potrei aggiungere che mi sono commossa sulla sorte dei difensori… ciascuno è sentimentale a modo suo.

7. Kidnapped. Oltre ad essere stato una lettura perfetta da farsi nei caffè di Edimburgo, oltre ad avermi fornito uno dei miei fidanzati di carta, questo libro ha avuto pochi rivali in fatto di sfide e stimoli linguistici: l’Angloscozzese di Stevenson è stato una svolta nella mia consapevolezza nell’uso di una lingua non mia.

8. La Lanterna di Biancospino. Il mio primo Heaney. Una rivelazione, con la combinazione possente di profondità concettuale e iridescenza del linguaggio… È chiaro che poi l’incontro con l’autore ha influenzato la mia percezione – ma ero già estremamente impressionata dopo le prime pagine.

9. Il Ramo d’Oro. E d’accordo, sarà anche datato, ma a quattordici anni, J.G. Frazer è stato la mia prima esposizione non famigliare a un approccio spassionato alla religione. Son cose che non si dimenticano.

10. Il teatro di Marlowe. Tutto – con la possibile eccezione della Dido. E sì, lo so – ma l’intensità fiammeggiante e visionaria, l’audacia spudorata delle idee… Eh.

(11. La Figlia del Tempo. Sì, lo so, sto barando – ma se vogliamo parlare di gialli metastorici, Josephine Tey non è seconda a nessuno. E che dialoghi, gente!) woman-hugging-book-page-2

E quindi sì, si direbbe che tutti i libri di questa lista mi abbiano influenzata in qualche modo. E fin qui tutto bene – anche se, a dire il vero, ce ne sarebbero molti altri – perché seriamente, come si fa a fermarsi a dieci undici? Ma questi sono i termini del gioco, e in tutta probabilità li sto già stiracchiando a sufficienza nell’aggiungere la lista bigia…

E però non la aggiungo adesso, perché il post è già lunghetto anzichenò.

E dunque ne riparliamo la settimana prossima, ma intanto, o Lettori, che mi dite di voi? A che libri siete legati? E ci siete legati perché vi hanno influenzato? Tutti i libri cui siete legati vi hanno influenzati in qualche modo? Do tell…

 

Facciamo Finta…

jarohess_make_believeForse è il più diffuso, il più universale e il più amato tra i giochi infantili, quello che porta in mondi più lontani, quello che conosce le varianti più disparate e personali: facciamo che io ero Questo, e tu eri Quello, e il salotto era un castello… Giocare a far finta. Con o senza bambole, soldatini o animali di pezza, ricreando le avventure di una storia sentita raccontare o inventando di sana pianta, riproducendo la maternità, il lavoro, la guerra, i rapporti sociali – sempre in qualche specie di equilibrio tra prove tecniche di mondo e il what if più sfrenato.

Chi non ha mai – ma proprio mai – giocato a fingere che… alzi la mano e non si aspetti di essere creduto.

In definitiva, i rapporti tra questo gioco e la letteratura sono stretti: una storia raccontata partendo da un’ipotesi iniziale, la sospensione dell’incredulità, e tutte le possibilità aperte entro le regole del gioco. Narrativa embrionale, e il legame è ancora più evidente nell’espressione inglese make-believe che, a differenza del corrispondente italiano “fare finta” non è associata a connotazioni di menzogna e d’inganno, ma pone l’accento sulla sospensione dell’incredulità da parte del soggetto.

Quindi non è sorprendente che in letteratura si trovino esempi di make-believe, tanto narrati quanto praticati da narratori più o meno in erba- semmai c’è da stupirsi che non ce ne siano di più.

LWNella letteratura per fanciulli, il MB è moneta corrente, con vari tipi di significato. Louisa Alcott ne fa un uso frequente e diversificato. In Piccole Donne, le quattro sorelle March riproducono una versione semplificata del viaggio di Christian, il protagonista del Libro del Pellegrino di Bunyan, partendo dalla cantina (Città della Distruzione) e salendo fino alla soffitta ribattezzata Paradiso. Il gioco è chiaramente educativo, e non è chiaro se sia stato ispirato dal padre ecclesiastico o semplicemente ideato dalla vulcanica Jo, ma la scena in cui viene rievocato serve a caratterizzare tanto le quattro ragazze quanto il tipo di educazione che hanno ricevuto. Sotto i Fiori di Lillà, comincia con una lunga scena di MB, la festa di compleanno della bambola in cui due sorelline ricreano i riti di un piccolo mondo sicuro e bene ordinato. L’arrivo del piccolo protagonista – un orfanello fuggito da un circo – scombinerà gioco, realtà e senso di sicurezza. Il racconto Dietro la Maschera presenta una versione più adulta e più inquietante del gioco: in una grande casa di campagna inglese, un gruppo di giovani gioca ai quadri animati con dei vecchi costumi teatrali. Apparentemente l’istitutrice scozzese si lascia coinvolgere un po’ troppo nella finzione con il bel fratello della sua allieva. Qualcuno crede al gioco, qualcuno recita, qualcun altro finge – ma non tutto è come sembra.

Più spesso, tuttavia, il MB appare in vesti meno sofisticate. È il caso di Momo, di Michael Ende, i cui piccoli protagonisti si lanciano in un’epica avventura immaginaria, fingendo che un vecchio anfiteatro abbandonato sia una nave oceanografica. L’episodio non ha un ruolo narrativo particolare (a parte forse quello di stabilire le posizioni di vari ragazzini all’interno del gruppo), ma la scrittura rende bene l’entusiasmante straniamento di quei prodigiosi pomeriggi che durano un lampo e un secolo insieme.

Un esempio particolarmente signifiPPHcativo si trova in Puck of Pook’s Hill, di Kipling: nel crepuscolo della sera di Mezz’Estate, Una e Dan recitano una versione adattata di Shakespeare, e la recitano all’aperto, in un cerchio delle fate. Non è chiaro se stiano giocando al teatro o ad essere i personaggi, ma di certo, in un modo che accomuna significativamente gioco, letteratura e incantesimo, Puck in persona obbedisce alla convocazione e compare ai due ignari bambini – per condurli alla scoperta della storia inglese.

Ho un ricordo molto vago di un libro per ragazzi degli Anni Ottanta – di cui mi sfuggono titolo e autore sicuramente italiano. La storia non era particolarmente memorabile, ma conteneva una scena interessante: entrando di nascosto nel giardino di una casa abbandonata per recuperare un pallone, due ragazzini sorprendevano due coetanee che, con gonne lunghe e bigiotterie sottratte alla mamma, giocavano “a regina e principessa”. “Ma che cosa fanno?” chiedeva sbalordito uno dei due intrusi. “Giocano a recitare,” era la risposta. “Le bambine lo fanno spesso.”* Il che sembrava voler implicare una distinzione dei ruoli: calcio per i bambini, make-believe per le bambine. Nell’ultimo capitolo, a mistero risolto, le bambine dichiaravano di avere perso interesse nel giocare “a regina e principessa”, ma non pare che la maturazione di un ragazzino implicasse parimenti il superamento del calcio.

Nella maggior parte dei casi, il MB è associato all’infanzia, ma l’associazione non è sempre particolarmente lieta. Per citare due esempi che più diversi non potrebbero essere, gli eroici sogni ad occhi aperti del futuro Lord Jim (e sostengo con fermezza che, per un bambino solitario, i sogni ad occhi aperti valgono come MB) si riveleranno profezie ironicamente crudeli, e Peter Pan, un ininterrotto, particolarmente magico MB per i fratelli Darling e i Bambini Smarriti, è una storia di irrecuperabilità e di perdita dell’innocenza.**

Quando poi all’aspetto deHU-ernonemecsek-1liberatamente ludico si sostituisce l’imitazione del mondo adulto, la faccenda può assumere colori più sinistri. I Ragazzi della Via Pal di Molnàr e i personaggi de La Guerra dei Bottoni di Pergaud “giocano” alla guerra in modo molto realistico, con tanto di feriti veri e addirittura un morto, in una delle scene più lacrimevoli della storia della letteratura. Nei Promessi Sposi, che per fanciulli non sono, alla piccola Gertrude non vengono mai date altro che bambole vestite da monaca, giusto perché non si faccia idee balzane. In Jane Eyre, la piccola (e a dire il vero insopportabile) Adèle viene energicamente scoraggiata dal danzare e giocare con i costumi, perché la madre assente, francese, ballerina e poco seria***, è tutto fuorché un modello da imitare.

Questo MB in chiave negativa sembra una scelta bizzarra da parte di Charlotte Brontë, considerando il ruolo che il MB aveva avuto nella sua formazione personale e letteraria (e che ancora aveva nella vita delle sue sorelle). La profonda e duratura passione dei quattro ragazzi Brontë per i loro regni immaginari e le loro generazioni di personaggi si spingeva al limite dell’ossessione, e nei diari di una Emily ventisettenne si trova questo episodio :

Anne e io abbiamo fatto il nostro primo lungo viaggio da sole e insieme. Siamo partite da casa lunedì 30 giugno, abbiamo dormito a York, Martedì sera siamo arrivate a Keighley, dove abbiamo dormito per poi tornare a casa a piedi mercoledì mattina. Il tempo era incerto, ma ci siamo divertite moltissimo – tranne per qualche ora a Bradford – e durante il viaggio abbiamo giocato ad essere Ronald Macelgin, Henry Angora, Juliet Augusteena, Rosobelle Esraldan, Ella e Julian Egramont e Catherine Navarre e Cordelia Fitzaphnold. Fingevamo di essere fuggite dal Palazzo dell’Istruzione per raggiungere i Realisti, al momento in rotta davanti ai Repubblicani vittoriosi.

Untitled 1Ed ecco che ritorniamo al punto di partenza: make-believe e letteratura. Tutta la produzione poetica di Emily Brontë è basata sul regno immaginario di Gondal che aveva creato insieme ad Anne, e la trama di Cime Tempestose è di derivazione altrettanto gondaliana. Il legame è meno forte nei romanzi di Anne, ma la Jane Eyre di Charlotte ha la sua origine in diverse eroine di Angria, bruttine e indipendenti. Se dico che quei giochi, quei sogni ad occhi aperti e quelle irrealtà condivise hanno fatto delle sorelle Brontë le autrici che sono diventate, non credo di esagerare molto. Se il make-believe è narrativa embrionale, la narrativa si può considerare make-believe adulto – e il viaggio a York di Emily e Anne ci dimostra che fra la distanza tra i due è molto ridotta.

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* Insisto nel dire che non era memorabile. Se ricordo questo passaggio così dettagliatamente è perché – no doubt – il mio subconscio sapeva fin d’allora che un giorno avrei tenuto un blog letterario…

** Se poi si accetta l’ipotesi secondo cui Peter Pan sarebbe basato sul fratello maggiore di Barrie, morto a tredici anni, e che la madre orbata si consolava dicendosi che il suo bambino morto sarebbe rimasto bambino per sempre, il tutto diventa ancora più allegro.

*** In un qualsiasi ordine di gravità.

Ago 1, 2014 - libri, libri e libri    2 Comments

Dal Lato Sbagliato Della Coperta

Vi ricordate quando parlavamo delle potenzialità narrative degli orfani? Be’, c’è un’altra categoria di personaggi altrettanto dotati in fatto di conflitto originario, ma di solito più complicati: i figli illegittimi.

Possono essere anche orfani, o credersi orfani – e poi scoprirsi provvisti di uno o più genitori, oppure non sanno chi sono, o lo sanno e si risentono… C’è tutta una fenomenologia, ma una cosa è costante: sono malaggiustati. Degli outsider tormentati dal rancore, dal senso d’ingiustizia, dallo stigma sociale… Conflitto a palate!

E non è detto che siano teneri e simpatici come gli orfani – almeno non in tutte le epoche.

EdmundIn età elisabettiana, per dire mica tanto. Prendiamo un autore a caso – Shakespeare.* Per un intelligente, saggio ed energico Faulconbridge, abbiamo l’invidioso e manipolatore Don John in Molto Rumor per Nulla, l’intrigante, rancoroso Edmund in Re Lear, e Calibano della Tempesta, che è proprio un mostro. E in linea generale, nel teatro elisabettiano e giacobita, l’illegittimità tende ad essere sinonimo di cattivo carattere, sregolatezza e morale periclitante nella migliore delle ipotesi, con punte di malvagità pura e semplice.

Ma a questo punto, stiamo parlando di bastardi di sangue reale o molto nobile, giovanotti a un invalicabile passo da un titolo o da una corona, pieni di risentimento e di ambizioni frustrate…

Bisogna aspettare il Settecento di Fielding, per trovare un Tom Jones, trovatello e commoner, illegittimo, ma di buon cuore e principi fondamentalmente sani, al contrario del legittimissimo fratello adottivo, che è un ipocrita di tre cotte. Inutile dire che all’epoca l’idea risultò piuttosto scandalosa – ma la romanticizzazione un po’ risquée dell’illegittimità era dietro l’angolo.

Non ancora in Jane Austen – o non proprio, se consideriamo che l’Emma eponima si considera molto longanime nell’incoraggiare la povera Harriet, di dubbia nascita, ad aspirare a un buon matrimonio… Il fatto è però che le idee di Emma in proposito si rivelano malguidate. In realtà Harriet rimane “improponibile” per un gentiluomo, e alla fine troverà “il suo posto” sposando un contadino ricco.

L’idea che persino l’ombra dello scandalo basti a rovinare una donna e le sue prospettive matrimoniali è ancora in pieno fulgore nei tardi anni Trenta dell’Ottocento, quando la Rose Maylie di Oliver Twist, pur essendo uno di quei miracoli di perfezione femminile che solo Dickens, non può sposare il gentiluomo Harry, perché la sua nascita è dubbia. E sia chiaro, la zia di Harry ha cresciuto Rose e la adora – solo che non si fa. Ci vorrà l’orgia di agnizioni del finale per far trionfare l’amore entro i confini della proprietà sociale.

Andrà meglio, in Casa Desolata, a Esther Summerson, che pur illegittima ha ben due uomini ansiosi di sposarla, e può godere di un lieto fine. Non a caso, tuttavia, il lieto fine arriverà soltanto dopo che entrambi i suoi discutibili e adulteri genitori saranno morti. Un prezzo da pagare c’è sempre… Antony

E la romanticizzazione che si diceva? Be’, tende a riguardare per lo più i personaggi maschili. Come l’Antony di Dumas Père (che di figli illegittimi ne sapeva qualcosina), cupo eroe byroneggiante, reietto dalle reazioni un tantino incontrollate – ma lo si deve capire: fuori dalla società, fuori dalle convenzioni… Non a caso, Dumas Fils, esemplare di prole illegittima, scriverà a sua volta un dramma intitolato Le Fils Naturel – ma con una visione meno romantica, e una decisa rivendicazione dei diritti dei figli naturali.

Victor Hugo nel 1828 mette nella sua Marion Delorme un altro di questi giovanotti illegittimi e fiammeggianti: Didier è di quei primi amorosi e grandiloquenti con vocazione al martirio (proprio e altrui). Una trentina d’anni dopo, con il dramma di Fantine e Cosette nei Miserabili, Hugo mostrerà di saper dipingere l’illegittimità in colori meno melodrammatici e più dolorosi. E se, di nuovo, Didier-il-romantico è un uomo, e Cosette-la-rovinata è una donna, è anche vero che l’irregolarità di Cosette viene ingoiata intera dal pur rigido Monsieur Gillenormand prima quando l’alternativa è perdere di nuovo Marius, e poi quando la fanciulla si rivela ereditiera.

Alla fine dell’Ottocento, l’illegittimità di Billy Budd non è il tema centrale della novella omonima, però di sicuro è la circostanza originaria che dà a Billy la sua sconcertante (e alla fin fine letale) combinazione di fascino e candore.

Ma ci vorrà il Novecento perché la narrativa esplori davvero la situazione dei figli illegittimi dell’uno e dell’altro sesso – gente con una situazione non solo socialmente insanabile, ma psicologicamente distruttiva. Pensiamo allo Zenon Ligres di Marguerite Yourcenar, a perenne caccia di qualcosa che lo affranchi o compensi. O al Razumov di Conrad, così fatalmente ansioso di essere accettato dal padre naturale e dal suo ambiente. O il Michael del desolato The Gardener, insicuro nonostante l’affetto con cui è stato cresciuto dalla zia. O, con un taglio più leggero per genere, ma non per esito, il Meurig di Ellis Peters, più fedele dei parenti legittimi al maniero e al nome che non può ereditare. Il Jean/Kack Dunois di Shaw, il grande amico di Santa Giovanna, lo troviamo un caso senza complicazioni, perfettamente aggiustato nel suo ruolo – ma stiamo parlando di un personaggio piuttosto minore, un simpatico sidekick di sangue reale, cui non si possono dare tormenti privati che distraggano il pubblico dalla Pulzella: l’illegittimità di Dunois è puramente storica e incidentale, e possiamo considerarla irrilevante. Se davvero vogliamo qualcuno cui vada relativamente bene, c’è l’André-Louis Moreau del sabatiniano Scaramouche, che colla sua illegittimità viene a patti nelle turbolenze livellatrici della Rivoluzione – salvato probabilmente, come ci viene quasi promesso fin dalla prima riga del romanzo – dal suo sense of humour…

imagesMa può anche darsi che André-Louis sia solo più fortunato in fatto di contesto, e più abile a nascondere il suo disagio. In generale, se gli orfani hanno conflitto in abbondanza, i figli illegittimi  – almeno fino alla prima metà del Novecento – ne hanno ancora di più, meno risolvibile, dalle conseguenze più amare e più inestirpabili. Per loro, alla situazione dolorosa e alle difficoltà economiche, si aggiungono problemi d’identità negata e sradicamento – combinati con un rifiuto sociale, più o meno esplicito, che chiude la maggior parte delle strade. Non è un caso se il tema ritorna così spesso in letteratura, e se gli esemplari della specie che godono di lieto fine si contano sulle dita di ben poche mani.

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* Dite la verità: vi aspettavate Marlowe, vero? E invece no…

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