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Echi Nel Vento

bosco_vecchioQueste giornate ventose – e, a dire il vero, tutte le giornate ventose – mi riportano in mente Il Segreto Del Bosco Vecchio, il mio primo Buzzati, letto ormai alcuni decenni fa, e conosciuto fin da prima di leggerlo.

Il fatto è che mio padre, buzzatiano convinto, non poteva sentir levare il vento senza chiedermi: Evaristo o Matteo? Come i due venti di Buzzati, il volubile e pericoloso Matteo ed Evaristo, pusillanime e meschinello. E poi c’era il vento transoceanico, che quando non è impegnato a transoceanare vive in un’enorme grotta con un lago sul fondo.

E c’erano gli animali parlanti – prima tra tutti la gazza.

E c’erano i geni degli alberi – sorta di elfi silvani, uno dei quali, per poter meglio badare alla sua gente, s’impiega come ispettore forestale. E anche questa gente verde e silenziosa sconfinava occasionalmente dal libro nel mondo che mio padre immaginava per me: mi portava in bicicletta lungo gli argini del fiume – dei fiumi, perché qui ne abbiamo quantomeno due – e ogni tanto indicava tra i pioppi. “Hai visto? Oh, si è nascosto – ma c’era un genio degli alberi!” Oppure in montagna, quando incontravamo i Forestali, mi sussurrava “Quello alto sulla sinistra…”

Così quando lessi il libro per davvero, il mondo della storia era estremamente familiare. Restava da incontrare la gente che popolava quel mondo: l’orfano Benvenuto e il Colonnello Procolo* più che altro. E restava da scoprire che ci sono finali tristi e finali tristi, e che la storia era amarognola e malinconica all’estremo. Era buzzatiana – solo che non lo sapevo ancora. Potrei sbagliarmi – sono passati più o meno trent’anni – ma non ho ricordo di una singola scena soleggiata, nel Segreto. O se c’era, probabilmente è significativo che, se ripenso all’una o all’altra scena del libro, io le immagini tutte in una luce bigia e acquigginosa.

Così a tre decenni di distanza è questa bigitudine che mi resta in mente, e un odore di foglie bagnate. Ed echi ogni volta che vedo un icneumone, una gazza o un forestale. E non poter vedere abbattere un albero.**  E non poter sentir levare il vento senza risentire la voce di mio padre: “Evaristo o Matteo?”

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* E non cominciamo nemmeno con il film, volete? Paolo Villaggio nei panni del Colonnello, for heaven’s sake! Non so dire che speranze avessi in proposito – ma per modeste che fossero, oh l’orribile delusione.

** Il che, considerando il lavoro che ho fatto per sette anni…

 

Pessimi Segni E Vin Passito

Sabato pomeriggio ero in una vineria in cerca di un passito siciliano. Ho scelto una bottiglia di Grecale – non per un buon motivo, ma perché ha un nome bellissimo. E mentre prendevo la mia bottiglia dallo scaffale ho pensato: “Se qualcuno mi stesse scrivendo, questo non sarebbe un buon segno per la mia aspettativa di vita.”

Certi particolari di caratterizzazione indicano con terrificante certezza che il personaggio in questione non è destinato a una lunga vita felice. Specialmente lunga.

MNY46308Prendete la tosse, per esempio. All’opera, nei romanzi e nei film ormai siamo così assuefatti all’equazione che quando qualcuno tossisce e sopravvive ci restiamo quasi male. Margherita/violetta, John Keats*, Edgar Linton, Louis Dubedat, Ralph Touchett, Doc Holliday… potrei continuare a lungo. E potrei citare un muratore che, tra un mattone e l’altro, mi aggiornava su Angeli e Demoni che stava leggendo. “Ah, ma Kohler ha una gran brutta tosse,” ripeteva ogni volta in idioma locale, scuotendo funereamente la testa.

Ma ci sono altre categorie di goners. Una è costituita dalle Ragazzine Troppo Angeliche Per Vivere. Little Nell, Little Eva, Beth March**… le leggi – così tenere, così preternaturalmente sagge, così adorate da tutti (tranne quelli tra i malvagi che sono anche meschini), le osservi dispensare luce e gioia e redimere cuori durissimi ad ogni passo, ti stupisci che non affoghino nella loro stessa saccarina, ti ritrovi a desiderare di poterle spingere giù dalla massicciata della ferrovia – ma poi ti viene in mente che questi angeli non sopravvivono, e ti consoli: con un minimo di fortuna, te ne libererai abbastanza presto.

In linea generale, anche l’Arcangelo della Rivoluzione non invecchia. Penso a gente come Enjolras de I Miserabili, Gauvain in Novantatre di Hugo, e Victor Haldin del conradiano Sotto Gli Occhi Dell’Occidente… La combinazione di intransigenza e scarso senso pratico tende a condurre alla tomba in tempi rapidi.***

Poi c’è, anche se questo è un caso più specificamente meccanico, la vittima designata nei gialli della vecchia scuola inglese. Prendete i capitoli introduttivi di un qualsiasi romanzo di Agatha Christie, Josephine Tey, N’Gayo Marsh o Georgette Heyer – oppure il primo quarto di un qualsiasi episodio de La Signora in Giallo – e state pur certi che il personaggio che si fa detestare a diritta e a mancina cadrà presto. Il che risponde all’esigenza narrativa di fornire moventi a più gente possibile e a quella morale di offrire qualche whiff di giustificazione all’assassino, ma resta il fatto che, in linea generale, la persona più sgradevole muore.Friends_of_the_ABC

E che c’entra tutto ciò con il Grecale? direte voi.

C’entra, perché un altro, seppur molto meno diffuso, segno poco promettente è una passione per i nomi che va al di là della ragionevolezza pratica. Provate a pensarci: in Un’Anima Non Vile, Konradin von Hohenfels è certo che Alicarnasso debba essere un posto meraviglioso solo sulla base della bellezza del nome. E Konradin si trova di fronte a un plotone d’esecuzione a venticinque anni. In Un Albero Cresce A Brooklyn, Johnny Nolan sceglie di portare la sua nuova sposa a vivere nella buia, malsana e scomoda Bogart Street, per nessun miglior motivo del suo bel nome misterioso, il bog(g)art essendo un folletto particolarmente malevolo del folklore irlandese. Johnny muore poco più che trentenne di polmonite, alcolismo e incapacità di vivere. Hanno Buddenbrook, nel corso dei suoi cupi pomeriggi sul divano del salotto buio, si ripete all’infinito nomi poetici e immaginari per il gusto del loro suono e delle immagini che evocano. Hanno muore adolescente per il tifo. Eccetera****.

Gli dei rendono ciechi quelli che vogliono perdere? Si direbbe che invece gli scrittori diano a quelli che vogliono perdere pessimi polmoni, un carattere angelico o una predilezione per i nomi. 

Oh, e il Grecale era squisito.

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* Sì, lo so: Keats non è un personaggio letterario, ma quanti sapevano come va a finire prima che cominciasse a tossire in Bright Star?

** Beth poi ha anche la tosse…

*** Qualcuno mi dice che fine fa Florian nella Trilogia di Westmark di Alexander Lloyd? Ho letto i primi due volumi, secoli orsono, e poi mi sono stancata, ma a suo tempo ero stupita del fatto che Florian, l’Enjolras della situazione, non l’avesse ancora presa nelle costole…

**** E che dire di Gwendolen e Cecily, decise a non poter amare un uomo con un nome diverso da Ernest? Naturalmente nessuna delle due muore, but lo! la convenzione ha persino una parodia!

Gen 30, 2015 - libri, libri e libri, teatro    2 Comments

Il Teatro Secondo Marsh

Ngaio_Marsh_by_Henry_Herbert_Clifford_ca_1935,_cropCerti libri si leggono per il motivo indicato in copertina e nient’altro, per altri la faccenda è meno lineare.

Prendiamo, per esempio, i gialli di Ngaio Marsh.

Miss Marsh, con questo nome singolare, era un’eclettica signora neozelandese. Pittrice, attrice, regista, drama teacher – nonché una delle Signore del Giallo dell’Età dell’Oro. La sua grande passione era il teatro, e  in effetti, negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta, fu una delle grandi personalità del teatro neozelandese, tanto coraggiosa da proporre Shakespeare in abiti moderni fin dal 1942, e da portare Pirandello in giro per tutta l’Australia (trionfalmente) nel 1949.

Per cui non ci stupiamo poi troppo che il suo detective, l’ispettore upper-class Roderick Alleyn, porti il cognome di un celebre attore elisabettiano, né che, dei trentadue gialli in cui Alleyn fa carriera da ispettore a soprintendente capo, un terzo abbondante abbia a che fare con teatri, attori, produttori,debutti,  registi, prove, drammaturghi e sciarade.

Quando scrive di teatro, Ngaio Marsh sa quel che fa: le sue ambientazioni sono vivide e convincenti, popolate di personaggi credibili e piene di incidenti e particolari che tradiscono una lunga vita sul palcoscenico e dietro le quinte, con i suoi alti e bassi. Non c’è niente di convenzionale o generico nei teatri e nei teatranti della Marsh – tanto che molte volte la descrizione della vita dietro le quinte rischia di prendere il sopravvento sul meccanismo omicidio-indagine-risoluzione… questo può essere un problema per chi è in cerca di un giallo vero e proprio, ma è una completa – e varia – delizia per chi non ha troppe obiezioni alla polvere di sipario.

Varia, sì, perché il teatro di Miss Marsh è offerto in una varietà di atmosfere – e per provarlo confronteremo due titoli.NGM

Opening Night (tradotto in Italia come Sangue in Palcoscenico) comincia con una giovane attrice neozelandese a Londra. Senza soldi e con i sogni di gloria un nonnulla appannati, la ragazza accetta un posto di assistente di camerino per una celebre attrice, a pochi giorni dal debutto di un nuovo dramma. Il teatro è vecchio e un po’ cadente, i camerini sono polverosi, l’autore è irragionevole, la produzione scricchiola e la tensione dietro le quinte si taglia con il coltello… Quando l’indispensabile omicidio arriva, noi lettori lo accogliamo più che altro come un’ulteriore complicazione in vista del tormentatissimo debutto. E magari l’Ispettore Alleyn è un po’ standard, ma l’attore-regista frustrato, l’ingenua in crisi di nervi, il caratterista ultracinquantenne che continua a interpretare giovanotti a forza di cerone, la stanzetta disordinata del custode, i corridoi semibui, la tensione, le rivalità, gli aggiustamenti dell’ultimo minuto, la creazione dello spettacolo per balzi e lampi, le tazze sporche nel lavandino e i fazzolettini per il trucco… tutto infinitamente più vivido e, alla fin fine, più efficace del lato poliziesco della faccenda.

Death at the Dolphin (Il Guanto Insanguinato) è tutt’altra faccenda. È una specie di fiabesca rappresentazione del sogno di ogni regista e/o autore che si rispetti. Come non invidiare Peregrine Jay, che per un caso fortunato si ritrova a ristrutturare e poi dirigere uno storico teatro londinese, con un budget pressoché illimitato e la possibilità di produrre la sua commedia di argomento shakespeariano? Death at the Dolphin è Cenerentola a teatro, con tanto di bizzarra fata madrina e… yes well, con tanto di omicidio – ma diciamo la verità: se mi affidassero un teatro a queste condizioni, che sarebbe mai un piccolo omicidio? E in effetti, anche Perry Jay… No, sono ingiusta: Perry è debitamente sconvolto, perché è un bravo ragazzo. Quello che non risente poi troppo dell’omicidio è l’atmosfera generale. Nonostante il sangue, il Dolphin è un luogo gaio e luminoso, e tra gli eccentrici membri della sua compagnia, alla peggio, volano le scintille. Il dialogo è brillante, la caratterizzazione piena di ironia, l’attesa del debutto piena di eccitazione.

Death-at-the-DolphinTutto un altro mondo rispetto a Opening Night – tanto che, per lungo tempo, ho creduto che il Dolphin fosse un lavoro giovanile, e Night il prodotto di anni più maturi e più disincantati… Magari prima e dopo la guerra, alla maniera in cui, in Agatha Christie, in età postbellica i villaggi di campagna e le magioni aristocratiche s’incupiscono. E invece no: DatD è del 1966, e ON del 1951. Si direbbe che Miss Marsh, bene avvezza agli alti e bassi della vita teatrale, fosse decisa ad esplorare gli uni e gli altri alla stessa maniera in cui si presentano: in nessun ordine particolare – men che meno secondo logica.

Nei primi anni Ottanta, mentre progettava di riprendere Perry Jay e il Dolphin per The Light Thickens (mai tradotto in Italia), la longeva Miss Marsh scrisse a un’amica che in realtà dubitava di trovare molto interesse, se non presso la gente di teatro… In realtà TLT, incentrata su una produzione del Macbeth, fu un altro successo. È una storia di omicidio-indagine-soluzione e, più significativamente, una storia di prove, alti e bassi, superstizioni teatrali, temperamenti difficili – e del modo in cui il teatro inglese è cambiato attraverso i decenni. Magari non è la tazza di tè di chiunque. Magari, in fatto di gialli, si trova di meglio altrove. Ma per un ritratto della vita dietro le quinte – con il sale aggiuntivo di un po’ di sangue versato – si può davvero fare di peggio che leggere i gialli teatrali di Ngaio Marsh.

 

 

Kipling Secondo Renato Serra

kipling.jpgMail:

Ma Kipling ha sempre goduto (si fa per dire) di questa bella fama in Italia? Metà scrittore per bambini, metà imperialista brutto e cattivo?

E no – per niente. Questa bella fama si può datare agli anni Sessanta, per una combinazione di decolonizzazione e Disney. Prima era un’altra faccenda. E per dimostrarlo, la prima cosa che mi viene in mente è il saggio Kipling, di Renato Serra, datato 1907. Librino minuscolo di Fara Editore, curato assai bene da Marino Biondi, con una veste tipografica che è una delizia. Non a caso la collana si chiama Microbi: un vero libro-bonbon. Si troverà ancora in commercio? Francamente non lo so, anche perché l’edizione che possiedo è del 1998, e non so se ce ne siano state di successive – però è nelle collezioni di parecchie biblioteche.

Detto questo, si tratta di un saggio di un Serra giovanissimo, reazione piena di entusiasmo alla lettura di un Kipling fresco di Nobel.

Chi si ricorda più che Kipling è stato insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1907? “In riconoscimento del potere di osservazione, dell’originalità d’immaginazione, della forza di idee e del notevole talento narrativo che caratterizzano le creazioni di questo autore celebre in tutto il mondo”, diceva la motivazione.

E Serra, che pure ha scoperto Kipling leggendone le traduzioni francesi, ammira “le grandi frasi sonore… gli aggettivi lustri come un soldo nuovo, le immagini sontuose e le osservazioni profonde.” Gli piace persino il nome, “squillante come le note di una fanfara esotica”. E nemmeno per un attimo è tentato di bollarlo come imperialista malvagio o di relegarlo ad autore per fanciulli.

Che poi, sia chiaro: in Kipling l’Impero c’è, con i suoi splendori e le sue piccinerie, lo squallore degli avamposti e il sangue delle battaglie, l’umanità multicolore, pericolosa e affascinante dei suoi popoli e, più di tutto, l’enorme peso di responsabilità che porta con sé. L’Impero di Kipling è una sorpresa: basta volerlo cercare un po’ al di là di Kim e dei Libri della Jungla.

Quindi per accostarsi alle sue opere, per smuovere qualche preconcetto, per vedere attraverso gli occhi di un contemporaneo quel potere di osservazione e quell’originalità d’immaginazione che avevano colpito la commissione del Nobel, si potrebbe far di peggio che leggere Serra. Ed è anche una bella lettura di per sé: critica letteraria nella sua veste migliore, nutrita di entusiasmo per la letteratura, per l’uso della lingua, per un autore appena scoperto, intrisa della gioia di leggere.

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* Anche se, in fairness, il Libro della Giungla e le Storie Proprio Così in Italia erano pilastri della narrativa per fanciulli già dalla fine degli anni Venti. Solo che prima, ogni tanto, si pubblicavano anche i racconti e la Luce che si Spense – poi ricomparsi editorialmente tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta.

 

Gen 14, 2015 - libri, libri e libri    3 Comments

L’Amico Scomodo

EnkiduNon tanto – o almeno non soltanto – nel senso che procuri scomodità, quanto perché quella dell’amico del protagonista non è una carriera particolarmente comoda.

Di lunga e onorata tradizione, questo sì – ma mai comoda. Perché l’amico del protagonista non è mai lì per caso.E badate, non stiamo parlando del fido luogotenente (anche se talvolta le due figure possono coincidere), né delle storie à la Damone e Pizia, in cui entrambi gli amici sono protagonisti. Quel che ho in mente è un amico più o meno secondario, che al protagonista serve da cassa di risonanza, chiaroscuro, motivazione o qualche altra cosa fondamentale, e per farlo va incontro a tutta una serie di malattie professionali – non di rado letali.

Perché ammettiamolo, poche cose motivano un eroe o gli cambiano la vita come perdere l’amico prediletto – e questa è un’idea vecchia come le colline. Avete presente come la morte di Enkidu spedisca Gilgamesh – a seconda delle versioni – agl’inferi per cercare recuperarlo, oppure in cerca di immortalità divina, ma sempre nella disperazione&depressione più profonde? E non cominciamo nemmeno con Achille – anche se forse in questo caso c’è anche un filo di coda di paglia. Voglio dire, se Achille non si fosse ritirato in preda all’ira funesta, Patroclo non sarebbe mai sceso in battaglia con le sue armi, giusto? E benché non fosse precisamente inaudito per un guerriero morire in battaglia, le probabilità di sopravvivenza di Patroclo sarebbero state migliori se Ettore (come tutti gli altri) non l’avesse scambiato per Achille… Per cui sì, non posso fare a meno di vedere nella reazione di Achille una componente di senso di colpa – ma questo non cambia molto le cose.

In ambito biblico, il caso di Davide e Gionata è diverso, perché la morte di Gionata non segna altrettanto profondamente e praticamente Davide – ma di sicuro l’amicizia di Gionata è piuttosto rilevante per l’ascesa e sopravvivenza del suo amico.Scara

Discendenti lontani ma abbastanza diretti di Gilgamesh ed Enkidu sono invece André-Louis Moreau e Philippe de Vilmorin in Scaramouche. Philippe, serioso idealista con tendenze rivoluzionarie, è tutto quel che André-Louis non è – né tiene particolarmente ad essere – ma nondimeno si vogliono un gran bene. Tanto che, quando il villain assassina de facto il povero Philippe, il nostro eroe si trasforma in vendicatore rivoluzionario.

Se volessimo un esempio femminile, invece, potremmo ricorrere a Helen Burns, l’amica di Jane Eyre, che muore bambina per malattia trascurata, e così facendo segna profondamente la piccola Jane, nel modo molto diretto in cui una perdita traumatica segna una bambina. Va detto che Helen è modellata su Maria, la sorella maggiore di Charlotte Brontë, morta allo stesso modo, ma da un lato le amicizie femminili in Charlotte sono quasi sempre modellate sui suoi rapporti con le sorelle, e dall’altro non è un caso se spesso e volentieri le amicizie letterarie vengano abbondantemente descritte come “fraterne”.

Guardate Don Carlos e il Marchese di Posa che, per cinque lunghi atti, si proclamano fratelli al ritmo di una volta ogni tre o quattro pagine. Come nel caso di Scaramouche, Rodrigo è l’idealista pieno di fuoco con qualche tipo di tortuoso senso pratico, pieno di carisma e pronto all’azione – tutte le qualità che mancano al sognante, depressivo e francamente molliccio Carlos. Per di più, al martirio motivatore Rodrigo ci va consapevolmente – ma del tutto invano: Tu eri destinato a regnare, e io a morire per te, dice a Carlos, poco prima di morire tra le sue braccia per essersi messo tra lui e la regia vendetta, ma Carletto ne esce maturato solo in apparenza, procede a compiere tutte le idiozie possibili e soccombe nel giro di un atto scarso.

KidnPoi non sempre finisce così male. A volte l’amico più competente  è proprio quel che c’è scritto sull’etichetta: qualcuno di più in gamba – e per fortuna che c’è. A Stevenson la cosa piace molto. C’è Alan Fairford, l’amico di Darsie Latimer  in Redgauntlet – che è quasi un sovvertimento della faccenda, visto che Darsie ha tutte le caratteristiche eroiche, mentre Alan è un avvocatino di  salute cagionevole – ma è lui a salvare Darsie a costo di ogni genere di pericolo. E che vogliamo dire di Alan Breck Stewart? Non fosse per lui, il povero David, il Ragazzo Rapito di Stevenson, non saprebbe sopravvivere a pagina quaranta. Alan è il genere d’incontro casuale che evolve rapidamente in amicizia sotto la pressione delle circostanze. È più vecchio, più intelligente e infinitamente più smaliziato di David, cui salva ripetutamente la vita, e che conduce quasi di peso al lieto fine. Benché in teoria a separarli ci sia ogni genere di differenze politiche e religiose, benché Alan sia tutto quello di cui David dovrebbe diffidare, benché David sia tutto quello che Alan dovrebbe disprezzare, alla fine è Alan ad assumersi in pieno la causa di David, ad affrontare il malvagio zio Ebenezer, a corteggiare Catriona… tutto per conto del suo amico. In cambio, gli ruba completamente la scena…

Un po’ come Mercuzio e Romeo – altro paio d’amici asimmetrico. In teoria siamo in territorio conosciuto: è la fulminea vendetta per la morte di Mercuzio a precipitare uno sconvolto Romeo oltre il punto di non ritorno… Ma i conti non tornano del tutto, perché Mercuzio è tanto più brillante di Romeo da oscurarlo ogni volta che dividono la scena. Leggevo di recente le considerazioni di un attore inglese secondo cui gli interpreti di Romeo devono per lo più essere pazienti – e ricordarsi che Mercuzio può essere brillante, irriverente e sfrenato finché vuole, ma in fondo ha solo quattro scene… È sempre saggio dubitare di John Aubrey, e quindi non possiamo credergli quando dice che Shakespeare eliminò Mercuzio perché faceva troppa ombra a Romeo – ma la questione è interessante e, cosa più rilevante ai nostri fini, si può discutere su che genere d’influenza Mercuzio eserciti su Romeo.

Perché non è affatto detto che l’amico debba essere un’influenza positiva. Nella peggiore delle ipotesi abbiamo il cattivo amico – come James Steerforth, che è davvero affezionato a David Copperfield – per quanto ne è capace – ma non esita un istante a comportarsi male con Little Em’ly, guadagnandosi una fine che non ha nulla di sacrificale. Quella semmai – sacrificale e crudele, tutto considerato – ce l’ha Ham, ma è tutta un’altra storia. E anche Heinrich Muoth non può certo definirsi un’influenza positiva nella vita del narratore di Gertrud. Oddìo, dapprincipio magari sembra di sì – amicizia artistica, con il celebre e più vecchio Muoth che scopre e incoraggia il giovane compositore… Ma poi Heinrich si rivela autodistruttivo e rapace e incapace di soffrire da solo. Dopo avere reso infelici tutti quanti, si suiciderà, cambiando tutto per il narratore e per l’eponima Gertrud.

Português: Enjolras é capturado e fuzilado pel...Anche Grantaire, nei Miserabili, è potenzialmente una cattiva influenza – ma è un seguace per natura, troppo debole e troppo perduto in ammirazione di Enjolras per nuocergli. Chissà, magari se solo ad Enjolras importasse un pochino, riuscirebbe a redimere Grantaire prima della fucilazione doppia – ma gli arcangeli rivoluzionari hanno poco tempo da dedicare a questo genere di dettagli…

E poi non è detto: magari non ci sarebbe riuscito. Non tutti gli amici deboli si possono redimere. Anzi. Per tornare a Hesse, non sono certa che, nel Gioco delle Perle di Vetro, Knecht tenti sul serio di redimere il nevrotico e infelice Fritz. Tenta di proteggerlo, questo sì, e di riscuoterlo dalla sua situazione – ma non approda a nulla. Fritz – come forse anche Mercuzio e Muoth, e di certo come Steerforth – è irrecuperabile. E un amico irrecuperabile, alla fin fine, funziona quasi – quasi – bene come un amico che muore.

E infine c’è l’amico dell’eroe tragico, quello che, anziché morire o rivelarsi un caso disperato, sopravvive come testimone. Orazio, per dire. Orazio che per tutta la tragedia sostiene lealmente lo sconcertante Amleto, e alla fine resta a ereditarne la memoria. Oppure Kai Möln, l’amico di Hanno Buddenbrook, l’unica persona che capisse il povero ragazzo, e che resti a ricordarlo come lui desiderava vedersi. Sono gli amici narratori, gli amici riflesso – e magari sopravvivono, ma nemmeno questa è una carriera comoda… Lo avevamo detto all’inizio: nessuna di queste l0 è.

Ecco, se fossi di carta, forse, prima di stringere amicizia con un protagonista, ci penserei due volte.

 

 

 

 

 

Cominciamo

RKipling.jpgSì – cominciamo, volete?

Il 2015 è l’anno di Kipling. Milleottocentosessantacinque – Duemilaquindici fanno centocinquant’anni dalla nascita, e quindi quest’anno ne parleremo parecchio.

Rudyard Kipling, narratore angloindiano – nell’Ottocentesco senso di Inglese nato/vissuto in India, da noi è conosciuto poco e male. Per il Libro della Giungla, per Kim, per Se – e come bieco imperialista, razzista eccetera eccetera.

Ebbene, no.

Kipling amava l’India, ne era infinitamente curioso, la capiva. Certo, la capiva come un uomo del suo tempo e del suo contesto culturale, but still. E poi c’è altro. C’è l’Inghilterra con la sua storia, ci sono i viaggi, ci sono i miti, c’è il prezzo dell’arte, c’è la Prima Guerra Mondiale, c’è un po’ di steampunk, ci sono i fantasmi e i mostri marini, ci sono le navi, i treni, gli aerei, ci sono i soldati, i costruttori di ponti, la paura e la meraviglia…

Io il “vero” Kipling vi suggerirei di andarlo a cercare nei racconti, più che nei romanzi, e nelle poesie – al di là di Se. Ne parleremo, ne parleremo parecchio.

E a questo punto arriva la domanda sensata: dove si trova da leggere tutto ciò di cui parleremo?

Be’, in Inglese non ci sono particolari problemi. Una capatina al Project Gutenberg rivela una ricca pagina kiplingiana.

Ma in Italiano, o Clarina?

Ecco, qualche anno fa avevo messo insieme una Piccola Bibliografia Ragionata delle opere di Kipling tradotte in Italiano. È in formato PDF, così da poter essere scaricata, stampata, portata in libreria, spedita per posta elettronica o tradizionale, fatta circolare, piegata in barchette di carta, lanciata in mare in una bottiglia… a piacer vostro.

È divisa in quattro sezioni: Raccolte di Racconti, Racconti Singoli, Poesie, Lettere e Reportages. È ragionata, nel senso che i titoli riportano indicazioni di lettura. Naturalmente si tratta di opinioni. Ho volutamente omesso i romanzi e tutto ciò che ha a che fare con i Libri della Giungla, perché la mia tesi è che quelli sono fin troppo conosciuti. In fondo, l’idea di quest’anno è quella di scoprire il Kipling trascurato e sconosciuto, giusto? Per la stessa ragione, adesso che mi viene in mente, non troverete indicazioni sulle Storie Proprio Così. E per ora mi sono limitata alle edizioni posteriori al 199o, nella vaga speranza che siano ancora reperibili in libreria – ma questo limita molto la scelta. Come vi dicevo, Kipling in Italia è poco frequentato.

Mano a mano che parleremo di vari titoli, vi indicherò anche le edizioni precedenti – e magari le biblioteche in cui sono reperibili, nello spirito di un incoraggiamento al prestito interbibliotecario – ma in realtà la cosa migliore è e rimane leggere in originale. Anche perché francamente non conosco la maggior parte delle traduzioni segnalate (con un paio di eccezioni indicate). E a proposito, se e quando leggerete, indicazioni e commenti sulla qualità delle traduzioni saranno i benvenuti.

Enfin, ad ogni anniversario letterario io spero sempre in nuove traduzioni, nuove edizioni… L’esperienza mi ha insegnato che non sempre funziona così – ma come dice Carmen a Escamillo, sperare è sempre dolce e non è mai proibito. Cercherò di segnalarvi eventuali novità in proposito – ma voi fate altrettanto se vi capita qualcosa sotto gli occhi, volete?

E adesso… Kipling_ Bibliografia Ragionata.pdf

Buona lettura, e sappiatemi dire!

Libri Sotto l’Albero ’14

MattonellaAvete passato un buon Natale, o Lettori? Ricevuto bei regali?

Io sì.

Una bellissima sciarpa, una scatola d’argento – e naturalmente i libri.

Il Caso dei Libri Scomparsi, di  Ian Sansom, giallo librario – o bibliowhodunit, vedete voi. C’è questo giovane bibliotecario che arriva in Irlanda per un posto di lavoro – e scopre che non solo la biblioteca è circolante nella più stretta delle accezioni, ma ha anche una certa tendenza a… sparire. Gli ho dato appena una scorsa, ma sono già molto felice che il volume sia parte di una serie.

Storia di Quirina, di una Talpa e di un Orto di Montagna, di Ernesto Ferrero. Di Ferrero adoro i romanzi storici, e per di più ho un’incoercibile simpatia per le talpe. Questo librino piccolo piccolo dovrebbe essere la perfezione.

The Sultan’s Organ, di Thomas Dallam, curato da John Mole*. Nel 1599 il giovane organaro londinese Thomas Dallam parte per Costantinopoli per accompagnare e consegnare il dono di Elisabetta I al Gran Turco: uno stupefacente organo automatico che lui stesso ha costruito  e – si spera – saprà rimontare, nonché suonare, per il potentissimo e misterioso Sultano Mehmet III. Il diario del suo viaggio è un incantevole spaccato del Mediterraneo e Vicino Oriente visti da un Elisabettiano intelligente e curioso.

The Festival of Nine Lessons and Carols, un bellissimo libro illustrato che segue passo per passo l’equivalente anglicano della messa di mezzanotte – così come la si celebra nella cappella del King’s College, a Cambridge. Il fatto che ci sia un CD con carole e servizio aggiunge alla meraviglia. 2aea921d5919381c75a432ab5631b230

Bonnie Dundee, di Rosemary Sutcliff. Vista la mia recente scoperta della signora e dei suoi romanzi, e vista la mia simpatia per Claverhouse, c’è stato chi ha pensato (con ragione) che questo titolo potesse fare al caso mio…

E poi… be’, strettamente parlando non sono libri – ma come non citare i regali della famiglia? Li vedete nelle illustrazioni del post. Credo che non siano in tantissimi a ricevere una mattonella di pastafrolla decorata a tempa shakelovian-natalizio…** “E la mangiamo oggi?” mi si è chiesto il giorno di Natale. Nemmeno per idea, naturalmente. Non la si mangia affatto – né per Natale, né mai. E che dire della maglietta che recita “MARLOWE – it’s an Elizabethan Thing”? Non ho ancora capito se la famiglia indulga alle mie ossessioncelle o stia celebrando così la fine dell’Anno Shakeloviano…

Anyway, Babbo Natale è stato bravo con me. E voi? Che avete trovato sotto l’albero?

E, come mi si dice usi dire nel Trentino, buona fine e buon principio, o Lettori.

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* Ha ha ha! No, non l’ho fatto apposta. Si chiama proprio così.

** Peccato che in pasticceria si siano lasciati sfuggire un’acca…

Ad Alta Voce – Fuori Sede

Udite udite, rullo di tamburi e squilli di trombe…

Ad Alta Voce sta per compiere il grande passo. Guardate un po’:

LocAAV

Per la prima volta, AAV lascia il nido, esce di casa, prende il volo – e lo fa per l’evento degli auguri di Borgocultura, di cui trovate qui tutti i particolari.

La formula è la consueta: un tema, tanti libri, tanti lettori/ascoltatori, tante sfaccettature diverse della stessa idea. Scampoli di romanzo, racconti, poesie, memorie, saggi, testi di canzoni, articoli… Se si può leggere ad alta voce, e se è attinente al tema, allora va bene. In questo caso, ça va sans dire, abbiamo scelto il Natale… però, anziché leggere al sicuro tra le mura della nostra beneamata Biblioteca Zamboni, ci avventuriamo Là Fuori. Pubblico nuovo, nuove idee, nuove domande, nuovi confronti.

Siamo emozionati? Un pochino. È un esperimento, un passo in più nel processo per tentativi ed errori con cui stiamo costruendo Ad Alta Voce. E francamente, non vediamo l’ora di vedere come se la caverà il nostro gioco fuori dalle mura di casa.

Se tutto va bene… be’, se tutto va bene,  in primo luogo avremo scambiato auguri inconsueti con un gruppo di nuovi amici, e poi vorrà dire che quel che abbiamo fatto una volta si può fare ancora, e AAV allargherà i suoi orizzonti.

Stiamo a vedere.

E a dire il vero, se volete vedere come va – o se siete curiosi di vedere che cosa facciamo – non c’è modo migliore che unirvi a noi, domenica mattina alle dieci e mezza, alla Masseria in Piazza Broletto, a Mantova.

Vi aspettiamo – e mi raccomando: portate la vostra storia di Natale preferita.

Ott 22, 2014 - libri, libri e libri    No Comments

Il Libro Da Borsetta – Brevi Cenni

BgbkHo finito il mio Libro da Borsetta – e quindi me ne serve uno nuovo. O forse “nuovo” è fuorviante: in prealtà me ne serve un altro.

E che cosa è mai, un Libro da Borsetta?

Il LdB è un librino piccolo, che ci si porta dietro più spesso che no. Idealmente è di dimensioni tali da poter stare in tutto tranne le borsette da sera più estreme. All’atto pratico, va benissimo un paperback di proporzioni ragionevoli, che non sottragga proprio tutto lo spazio disponibile. Non dev’essere tanto grosso che si sia tentati di lasciarlo indietro quando si ha anche la più remota prospettiva di dover attendere. Uffici di qualsiasi natura, ambulatori medici o veterinari, viaggi in treno – al limite anche in coda alla cassa del supermercato. C’è un corollario della legge di Murphy per questo: se non si ha al seguito un LdB, si finirà con l’attendere e annoiarsi; se si ha al seguito un LdB, può capitare di dover attendere oppure no – ma se non altro, si ha di che leggere.

Riccio!

Non proprio un libro – ma di compagnia…

Tutto ciò fa sì che il LdB lo si legga inevitabilmente a bocconi e spizzichi – e per lo più non da solo. Voglio dire, nella vita quotidiana, quella che si svolge fuori dalle sale d’attesa e dagli uffici postali, si leggono libri piccoli e fermaporte impropri, secondo criteri che nulla hanno a che fare con la capacità delle borsette, giusto? E dunque, a meno di volersi mettere a caccia di qualcosa di piccolo ogni volta che si esce per andare ad attendere da qualche parte, tanto vale avere un libricino che viva nella borsetta. A parte tutto il resto, è bene che sia un libro che si è disposti a leggere a bocconi e a spizzichi, per l’appunto.

Inoltre, vivere nelle borsette non fa necessariamente bene alla salute dei libri. Il rischio di finire con copertine gualcite e orecchie nelle pagine non è del tutto da trascurarsi. Quindi potrebbe non essere una cattiva idea procurarsi uno di quei segnalibri con l’elastico: il segnalibro propriamente detto funziona come un segnalibro normale – solo che, anziché vicino alla costa, lo si mette vicino al taglio, così che l’anello di elastico possa tenere chiuso il libro ed evitare il grosso dei danni.

DeadNedDetto ciò, i miei ultimi LdB sono stati Dead Ned e il suo seguito Live and Kicking Ned, di John Masefield – due piccoli paperback Puffin anni Settanta, cinquecentoventi pagine fitte fitte fra l’uno e l’altro. Confesso che alla fine non ho resistito e, contravvenendo alle mie regole, il secondo volume l’ho finito a casa, durante le altrimenti noiosissime sessioni di aerosol antibiotico… Questo ha reso molto più piacevole l’aerosol, ma mi ha lasciata senza LdB prima del tempo.

Un tentativo con Fuori Catalogo, di Rocco Pinto… be’, diciamo che non è andato bene. Probabilmente il prossimo sarà Wild Decembers – quello di Clemence Dane – ma è teatro e, per quanto conti tre atti, non durerà a lungo. Per cui adesso sono in cerca.

Qualcosa di piccolo, qualcosa che possa vivere nella borsetta, qualcosa che si possa leggere a bocconi e spizzichi – abbastanza attraente da ingannare l’attesa, ma non così irresistibile da doversi leggere altrimenti o perdere il sonno… A ben pensarci, potrebbe essere una circostanza da riletture… perché no?

Oh well, mi metto a caccia.

E voi, o Lettori? Come vi organizzate per code, attese, anticamere e altre consimili delizie?

 

L’Angolo Elisabettiano

Letters and Journals 2Martedì sera, come preannunciato, Ad Alta Voce è tornato – ed è tornato molto bene.

Partecipazione più folta del consueto, un certo numero di facce nuove, una selvaggia varietà di interpretazioni del tema della serata – Lettere & Diari – da Guareschi a Helene Hanff, da Tamaro a Baricco, da Wiesel a Mino Milani, fino alle feroci lettere di Verdi al suo infelice librettista – passando per i diari di un medico di bordo appassionato di lettura e i ricordi di viaggio di una romantica cacciatrice di atmosfere… E abbiamo avuto persino una lettura in Spagnolo.

E poi l’Angolo Elisabettiano.

Essendo l’anno che si è,* Ad Alta Voce si è provvisto di un Angolo Elisabettiano. Ogni volta, fino a dicembre, una lettura dedicata al tema visto da uno dei festeggiati – basandosi sull’assunzione che non ci sia nulla, ma nulla che non si trovi in Shakespeare o Marlowe o entrambi. Con la possibile eccezione della fusione fredda – ma non abbiamo nemmeno l’ombra della fusione fredda tra i temi in programma, e quindi il problema non sussiste.

Martedì sera, per Lettere & Diari, ho cominciato con Shakespeare. Sapevo che di lettere in Shakespeare ne compaiono parecchie, lette, spedite, ricevute, intercettate, smarrite, scritte, sottratte, sostituite, dettate, falsificate… Mi si dice che le lettere compaiano in tutti i titoli del canone – tranne cinque – e che in tutto se ne contino 111. book of common prayer

È evidente che Will le considerava un ottimo device per la trama. La falsa lettera di Olivia che precipita l’antipatico e innamorato Malvolio, le lettere di credito così importanti nel Mercante di Venezia, la lettera con cui Rosencrantz e Guilderstern consegnano senza saperlo la propria sentenza di morte, la lettera con cui Edmund mette nei guai il fratellastro Edgar e quella che proverà l’adulterio di Goneril ed Edmund, la lettera che ripristina Perdita da pastorella a principessa, la lettera che, fatalmente, Fra’ Giovanni non consegna a Romeo…

E potrei continuare a lungo, ma non lo faccio.

Martedì sera ho scelto di leggere la lettera di Macbeth alla moglie – missiva trepidante e incerta che ci mostra subito come, pur essendo il primo generale della corona scozzese, il nostro non sia precisamente quello che pensa. A pensare è Lady Macbeth – che tra sé legge le stupefacenti nuove del marito e, per prima e unica reazione, si preoccupa della sua insufficiente perfidia. Oh sì, il giovanotto è ambizioso, ma non vuole sporcarsi le mani… E all’improvviso, viste attraverso gli occhi della lucida e spietata Gruoch,** le sue parole – pronunciate e scritte – acquistano tutto un altro senso.

macb3La lettera così serve a stabilire due personaggi e la relazione che corre tra loro, e a gettare fin da subito delle ombre molto lunghe sul futuro del mittente, della destinataria, del buon Re Duncan e della Scozia tutta.

Mica male, per un pezzettino di carta.

E quindi, tema centrato, in ottima poesia e con interessanti implicazioni. Direi che l’Angolo Elisabettiano ha debuttato a gonfie vele. Next time, la forza della natura – e di nuovo ci sarà soltanto l’imbarazzo della scelta.

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* Sì, lo so – non ne potete più di sentirmelo ripetere. Abbiate pazienza, è passata la metà di ottobre. Ancora un mese e mezzo, e l’anno shakeloviano è finito.

** No, Shakespeare non la nomina mai altro che Lady Macbeth, ma la signora è basata sulla moglie del Macbeth storico – che si chiamava Gruoch ingen Boite.

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