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CDSF

InsanityDicesi “Fase Che Diamine Sto Facendo” (o più brevemente Fase CDSF) il momento in cui, nel corso della stesura, la domanda titolare s’impone con ubiqua e perentoria petulanza, obnubilando qualsivoglia barlume di giudizio, buon senso, ragionevolezza, senso delle proporzioni e senso dell’umorismo.

È tristemente caratteristico di questa condizione che, per un combinarsi di fenomeni psicologici, auditivi nonché ottici, essa (la domanda titolare) si manifesti in molteplici forme e sconsolante insistenza, in guisa di Lieve Ossessione, Pensiero Ineluttabile, Coro Greco, Formazione Nuvolosa a Cirrocumuli, Trenodia Sinfonica et caetera similia. La presenza di Punti Interrogativi in quantità variabile – talora, seppur non di frequente, accompagnati da Punti Esclamativi, può costituire un indice empirico della gravità della condizione stessa.

L’insorgere della Fase CDSF , seppure tipico della maggior parte delle produzioni per iscritto, soprattutto a carattere fittizio, non trova sede preferenziale in alcuno stadio specifico della stesura. La letteratura riporta abbondanti casi di Fase CDSF manifestatasi all’inizio, verso la fine, a mezza strada e in ogni possibile punto tra quelli indicati. Il Lettore valuti da sé se sia cosa buona o cattiva che essa capiti a un quarto della Quarta Stesura…

Una volta prodottasi, la Fase CDSF tende a produrre Riletture Sconsolate, Crolli di Fiducia, Improvviso Disgusto, Caspar_David_Friedrich_-_Wanderer_above_the_sea_of_fogUmor Tetro, Risatelle Tragiche, Passeggiate sulle Scogliere, Decisioni Epocali, Ripensamenti Drastici, Ansia da Scadenza, Autocommiserazione, Cupaggine Generale, Mancanza d’Appetito oppure Voracità Invereconda, Rimuginamenti Mentali, Orali o Scritti, Afferramento di Tende, Aneliti di Tabula Rasa, Aneliti di Tutt’Altro – e tutta un’ulteriore varietà di sintomi individuali, in combinazioni ancora non censite dalla scienza.

La condizione, soprattutto quando accompagnata da Autocommiserazione, è passibile di svilupparsi in un’ulteriore  fase chiamata Come Ho Mai Potuto Pensare d’Imbarcarmi in un Arnese Simile – e, nei casi più gravi,  si è segnalato l’insorgere di una fase Non Scriverò Mai Più Una Singola Parola. Remota – ma non trascurabile – è la possbilità di associazione con il temuto Blocco dello Scrittore. Gli studi in materia di correlazione tra le due condizioni non sono a tutt’oggi conclusivi, ma emerge una tendenza a vedere nella Fase CDSF più un prodromo che una causa del BdS.

Imprevedibilmente variabile è altresì la durata della Fase CDSF – da poche ore a qualche settimana nella maggior parte dei casi.

Tea&BiscuitsCome molte Afflizioni dello Spirito (e dello Spirito Scrivente in particolare), questa condizione si combatte con generose applicazioni di Tè Bollente, Biscotti, Musica e Ore di Sonno. Settori della Scuola Anglosassone, tuttavia, tendono ad equiparare nel trattamento la Fase CDSF al Raffreddore Comune che, secondo il Vecchio Adagio, a curarlo passa in una settimana – e, a non curarlo, invece pure.

Studi recenti hanno dimostrato l’efficacia di Distrazioni quali Docce Bollenti, Passeggiate Lontano dalle Scogliere o Attività Manuale. La presente disamina preferisce non pronunciarsi sulla pur ipotizzata utilità di Taglio del Prato e Caricamento della Lavastoviglie (qui riferiti per completezza d’argomento), ma riconosce senza riserve la bontà terapeutica di Torte al Forno, Elefanti di Terracotta, Lanterne e Teatrini di Carta.

Notasi infine come, nei casi di Esito Positivo (una percentuale felicemente elevata), la Fase CDSF tenda a risolversi in Rinnovata Fiducia, Maggiore Obiettività Relativa, Buone Idee, e temporaneo incremento del Senso delle Proporzioni.

 

 

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Belle Parole

Pile-of-wordsE cito: “Oh, santo cielo – ma sei ossessionata dalle parole, tu!”

Vero.

Verissimo. Ma d’altra parte, le parole… ah, le parole.

Avendo incautamente prestato, e mai più rivisto, La Trilogia del Ritorno di Fred Uhlman, adesso sono costretta a citare sparsamente e a memoria il punto di Un’Anima Non Vile in cui Konradin Von Hohenfels, parlando di Grecia, cita Alicarnasso, non so più a quale proposito.

“A-li-car-nas-so. Ho sempre amato i bei nomi.”

E questo è uno dei motivi per cui mi piace tanto Konradin: il suo genere d’immaginazione. Posso capire un uomo che ama i bei nomi, che fantastica sui ritratti di famiglia, che preferirebbe essere fucilato anziché impiccato, perché davanti al plotone d’esecuzione potrebbe “immaginare di assaltare una fortezza imprendibile”…

Ma non divaghiamo: tutto ciò era per parlare della bellezza intrinseca delle parole. Non tanto del modo in cui vengono usate in frasi, periodi e paragrafi, quanto per le immagini che contengono di per sé, da sole o due a due, nel loro suono o nella combinazione di suono e significato.

Ci sono parole, nomi ed espressioni la cui bellezza è una combinazione di suono e significato. Non si tratta solo di come suonano, ma anche di quello che evocano. Forse, se Konradin non fosse tanto appassionato di grecitudini assortite, il nome di Alicarnasso non gli apparirebbe altrettanto bello. E qui adesso entriamo in un campo del tutto arbitrario, ma diciamolo: Costantinopoli, sonoro, solido e solenne, non è un nome perfetto per una città con tanta storia e una fine così tragica e grandiosa? Tuttavia, il modo in cui evoca colonne di marmo bianco, folle multicolori e foreste di alberi di navi nei bacini di pietra ha principalmente a che fare con la storia che si associa al nome. Bizantino, (che non si usava in epoca e ambito bizantini), nell’Italiano moderno ha assunto connotazioni negative di tortuosità e di intrigo, eppure a me piace tanto. Lo associo ai meravigliosi mosaici ravennati, alla corte imperiale in clamidi bianche e cinture incrostate di gemme. E di per sé è una parola che suona come un gioiello: bi-zan-ti-no. Anche senza considerare il significato, il suono parte solido e poi si affila, come la lama di uno stiletto. Continuando su questa strada, Generali Bizantini* è un’espressione musicale di per sé, con quella combinazione sinuosa di consonanti, e poi evoca immagini di battaglie in piane polverose, di avamposti sperduti, di intrighi di palazzo…

Poi invece ci sono parole dal suono bellissimo che perdono tutto il loro fascino appena si guarda il significato. Che delusione, al Ginnasio, scoprire che glirium, dal suono così liquido e lucente, in realtà era solo il genitivo plurale di glis, vale a dire ghiro. Per non parlare del fatto che i selevìnidi, anziché una dinastia persiana, sono topini dei deserti asiatici, che mutano pelle e pelo insieme. Ugh. E palamìta è una specie di sarda, quando suonerebbe così bene per un fante scelto o per il seguace di un culto…

Ecco, sotto un certo aspetto, scrivere è una continua caccia a queste bellezze. Sia in poesia che in prosa, suono, ritmo e capacità evocativa sono fondamentali, e può capitare di passare ore a cercare la parola perfetta per il particolare nodo nell’arazzo che si sta tessendo – e tanto meglio se ogni parola riesce ad assolvere più di una funzione: sono certa che quando Verga ha infilato in Mastro Don Gesualdo il suo meraviglioso “cielo di smalto”, lo ha fatto non soltanto per l’immagine, ma anche per quel suono liscio, lucido e duro, che evoca senza nominarlo un blu intenso e leggermente metallico. E che dire di “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”, con quella feroce allitterazione ripetuta, ostinata, imprigionata dalla doppia -g in fine di verso? E d’Annunzio, ne Gli Idolatri: “La gran piazza sabbiosa scintillava come sparsa di pomice in polvere”, tutto suoni asciutti e sibilanti, così che pare di vederla, questa piazza bianca, calcinata dal sole. Due pagine dopo abbiano il sole mutato in una “gran plaga vermiglia”: non suona torbido, lento, malato? Stiamo pur certi: questa giornata non finirà affatto bene.

Per una volta mi sono limitata ad esempi italiani, visto? Non sembro nemmeno io. Ma la conclusione per oggi è questa: certo che sono ossessionata dalle parole. Uno scrittore dovrebbe essere ossessionato dalle parole. O quanto meno, con la ricchezza meravigliosa, la bellezza, le possibilità espressive della lingua, uno scrittore non ha davvero nessuna scusante per la sciatteria. Non c’è storia tanto buona che non possa essere resa ancora migliore raccontandola in parole belle, significative e pertinenti.

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* C’è anche un problema informatico così chiamato, lo sapevate? Intricato, questo sì. Incomprensibile – per me. Se sia bello come dovrebbe essere con un nome del genere… questo non saprei proprio dire, ma lumi in proposito sono benvenuti.

Attorno al Romanziere

john_irvingOgni tanto, a quanto sembra, la moglie di John Irving si trova su un aereo con destinazione Amsterdam, o Vienna, o altrove – e, una volta arrivata, si ritrova a visitare negozi di tatuaggi, ospedali, organi storici, pensioncine, ristoranti ungheresi e altri luoghi bizzarri. Senza sapere perché.

O meglio – il perché lo sa benissimo: suo marito è un romanziere che si documenta di prima mano. Va a visitare le città, cerca i posti, parla con la gente, fa domande… Solo che non ne mette a parte sua moglie. Non fino in fondo. Questo lo so per avere visto un documentario in cui Irving discuteva dettagliatamente il suo processo creativo, e la moglie compariva ogni tanto a raccontare come, leggendo il romanzo finito, le capiti in continuazione di “scoprire” perché siano andati nell’un posto o nell’altro, o perché abbiano incontrato la tale o tal’altra persona. E magari ogni tanto, a lavori in corso, alla signora Irving capita di chiedere qualche informazione, qualche indizio – ma ottiene ben poco.

Irving è il genere di scrittore che si tiene ben vicine le carte, e lo fa con tutti. Con l’amico medico cui si rivolge per sapere se è possibile morire in un modo o nell’altro, con gli sconosciuti che intervista per avere informazioni tecniche, e persino con i membri del suo team di ricerca… Ebbene sì: ci sono scrittori che hanno un team di ricerca, gente che trova il giusto ospedale, la giusta segheria, il giusto detective olandese, i giusti organi da sentir suonare. E però, come la signora Irving, non sa di che si tratta fino alla fine.

Mi chiedo se sia più affascinante o frustrante: beneficiare di occhiate oblique a un romanzo in corso, coglierne questo o quello scampolo, domandarsi come debbano combinarsi tra loro… E continuare a domandarselo fino alla fine – e poi, di solito, trovarsi di fornte a qualcosa di del tutto inaspettato. La consorte e l’assistente intervistate nel documentario ne parlano come se fosse divertente ed elettrizzante – ma non posso fare a meno di chiedermi, e ho la sensazione che, personalmente, diventerei matta.

Ad ogni modo, non è il tipo di tormento che io infligga ad amici, parenti e affini. agastheatre400

Anzi.

Pare che, fin dalla prima giovinezza, possieda una certa tendenza a discutere di quel che sto scrivendo. A discuterne in vasta e particolareggiata abbondanza. Con chiunque mi stia a sentire. O anche se non mi si sta poi troppo a sentire. Per quanto, negli anno, abbia fatto sforzi per imparare a contenermi, “Che cosa stai scrivendo, Clarina?”  o “E come va il romanzo, Clarina?” sono ancora domande pericolose. Pericolose nel modo per cui abbattermi a sediate, dopo un po’, si configura come legittima difesa. E stavo per dire “senza nemmeno il beneficio dei viaggi”, ma non è del tutto vero. Benché sia difficile portare alcunchì in epoca elisabettiana, ho trascinato amici e famigliari in giro per Londra inseguendo posti, ipotesi, tracce residue, vecchie mappe… Mi sono rivista in qualche fotografia, intenta a tenere concioni con un luccichio matto negli occhi…

E non lo so, ma vedendo il documentario in questione mi è sorto il dubbio: forse amici, parenti e affini preferirebbero che lavorassi à la John Irving?

 

Mag 6, 2015 - musica, Ossessioni, teatro    2 Comments

Turandot – Guida Men Che Seria

Turandot_2010_-ph-Hans-van-den-Bogaard-19-630x358 Avete visto la prima della Turandot alla Scala, venerdì sera?

Bella edizione. Cast tra il discreto e l’ottimo – con menzione speciale per la Liù di Maria Agresta e il Ping di Angelo Veccia – magnifica direzione di Riccardo Chailly, bellissimo il finale di Berio, e visuals inconsueti ed efficaci. Confesso che, se l’avessi solo sentita descrivere, forse sarei un pochino inorridita dalle scelte registiche di Lenhoff – e invece no. Questa Cina stilizzata e immaginaria, tutta bianca, rossa e nera con l’occasionale pennellata d’oro, disseminata di elegantissimi dettagli, poteva risultare un nonnulla inquietante, ma funzionava molto bene.

Ma, come ognun sa, qui dalle parti SEdS siamo più che un pochino ossessionati dalle storie, e non siamo nemmeno capaci di goderci un’opera senza rimuginare tutto il tempo sulla tenuta narrativa del libretto… E non c’è nulla da fare: tra i grandi libretti pucciniani, questo è il più… mah. Turandot_Suite_Score_Cover

E badate che la fonte da cui si partiva, la fiaba-con-commedia-dell’arte di Gozzi, era un po’ convoluta, ma tutto sommato innocua. Obiettivamente, nonostante una certa quantità di decapitazioni e di torture, avrebbe funzionato meglio per un’opera buffa. Adami e Simoni presero la storia, aggiunsero amori incrociati, morte a carrettate, instabilità mentale  di qua e di là e un’abbondante dose di insufficienza cranica tenorile, facendo della fiaba una faccenda di travolgente passione tra una psicopatica omicida e un ossessivo manipolatore di supremo egoismo. Ah – e nel mezzo malcapita una povera ragazza con un complesso del martirio ai limiti del masochismo…

A ben pensarci, le potenzialità per una rivisitazione horror di questa storia sono maiuscole – ma passiamoci sopra.

Turandot2Voglio dire – partiamo dalla protagonista eponima. Turandot, principessa imperiale della China, non solo non vuole sposarsi, ma si diverte a mandare a morte un pretendente di sangue reale dopo l’altro perché ce l’ha con gli uomini. E sapete perché ce l’ha con gli uomini? Perché sente l’impellenza di vendicare su tutta la specie la triste fine di un’ava stuprata e uccisa la bellezza di un paio di millenni addietro.

Oddio, data l’insistenza del libretto sulle iperboli orientali in fatto di tempo, magari saranno anche solo un paio di secoli – but still, diciamo che il trauma non è dei più diretti. Nondimeno i pretendenti, ammaliati a distanza dalla bellezza di Turandot, seguitano a fioccare, a fallire e a rimetterci la testa uno dopo l’altro, per lo sconforto episodico dei sudditi, quello un filo cinico dei ministri e quello sincero dell’Imperatore. Ecco, questo Imperatore, che continua a ripetere di disapprovare nel profondo la carneficina e non poterci fare nulla per via di un Orrendo Giuramento…

Giuramento di che? A chi? Non lo sappiamo né lo sapremo mai – ma è ragionevole immaginare che Turandot la forte volontà l’abbia ereditata dalla madre. Calaf

Con queste premesse, se foste un principe tartaro in esilio, e capitaste a Pekino (dove infinite ciabatte stridono, sappiatelo), non cerchereste di tenere un basso profilo? Se mi dite di sì, è chiaro che non sarete mai eroi d’opera. Il nostro tenore Calaf – che, guarda caso, è proprio un principe tartaro in esilio, arriva giusto in tempo per veder decapitare l’ultimo mancato sposo, il bel principe di Persia, e maledire tra sé la crudele principessa che, sorda alle suppliche del popolo, manda a morte i suoi innamorati.

Poi, per la Terza Legge dell’Opera, in questa affollatissima piazza chi deve ritrovare il nostro eroe, se non il vecchio babbo detronizzato, sconfitto, esiliato e cieco? Il povero Timur, ridotto a mendicante, avrebbe già fatto una pessima fine se non fosse stato per le premure della giovane schiava Liù, che si è accollata da sé il compito di proteggere, guidare e sfamare il suo vecchio padrone – un po’ per buon cuore, e un po’ perché è innamorata di Calaf… È una vita dura, povera ragazza – ma adesso hanno ritrovato il principe, e le pene sue e di Timur sono finite, giusto?

Giusto?

Turandot_2010_-ph-Hans-van-den-Bogaard-19-630x358Ennò, nemmeno per idea, perché proprio in quel mentre, Turandot ha la brillante idea di mostrarsi al verone. Colpo di fulmine. Calaf, dopo averla intravista da lontano per qualcosa come dieci secondi, decide che la vita non ha più senso senza la bella pluriomicida. L’ha appena maledetta per i suoi metodi? Fa nulla. Ha un Vecchio Babbo Cieco a cui provvedere? Dettagli. Liù si è sfiancata per questo e non ce la fa più? Ah ecco, giusto: Liù, piccina, ho troppo sofferto nell’ultimo minuto e mezzo e tu, se mi ami devi occuparti ancora del mio VBC a tempo indefinito, mentre io vado a rischiare (e probabilmente perdere) la vita per amore di un’assassina.

Dopodiché Calaf procederà per la sua strada con l’ottusa ineluttabilità di una carica di gnu, sordo a ogni dovere, misericordia e buon senso. I tre ministri gli faranno discorsi molto sensati, l’Imperatore lo supplicherà di non gettare via la sua vita, Turandot stessa non sarà mai men che odiosa e sleale nei suo confronti? E lui avanti.E gli enigmi li risolve anche, ma la gelida matta – che proprio non sa perdere – gli chiede un controenigma non protocollare, e lui glielo concede (insieme alla possibilità di decapitarlo) prima di subito. A questo punto Turandot perde definitivamente la testa: per scoprire la risposta che le serve minaccia di morte tutta Pekino, cattura Timur, fa torturare Liù che si uccide pur di non parlare… E credete che tutto ciò squota più di tanto il nostro amoroso forsennato? No, perché, you see, lui vuole Turandot. Turandot_2010_-ph-Hans-van-den-Bogaard-14-200x200

Io tendo a sorridere dei tenori  verdiani – ma ammettiamolo: Calaf è un deficiente in musica magnifica.

Sì, perché poi la musica è davvero meravigliosa, e il libretto dimostra di essere capace di humour incantevole e cattivello quando si concentra sui tre ministri Ping, Pong e Pang…

But still. E lo so che non si va all’opera per la logica narrativa, ma giochiamo per un attimo a Dopo Il Sipario. Lanterne rosse, incensi, offerte, giubilo, matrimonio imperiale, sollievo di tutti… E poi? Immaginiamoci che genere di prole possono produrre Turandot e Calaf, combinando i rispettivi senso di responsabilità, stabilità mentali e capacità di empatia…

Non so voi, ma io questa China immaginaria, la vedo proprio male.

Feb 22, 2015 - musica, Ossessioni    No Comments

Shakespeare E Le Sue Maschere

foto05Non capirò mai perché non ci siano più storie che ritraggono il rapporto tra un autore e i suoi personaggi. Metateatro, metaletteratura – qualsiasi cosa contenga della metanarrazione di questa specifica varietà ha buone probabilità di incuriosirmi – e  non è come se ci fosse granché. È qualcosa che piace solo a me?

Well, mi sono imbattuta in una metanarrazione shakespeariana contenuta in un balletto classico. Shakespeare y sus Mascaras è un lavoro del Ballet Nacional de Cuba,  un Romeo e Giulietta su musica di Gounod, con una cornice metanarrativa, per l’appunto, in cui Shakespeare mette in moto, osserva e in parte vive la storia dei suoi personaggi…

Qui ce ne sono alcuni pezzetti – e, per quanto ho potuto vedere, è tutto quel che se ne trova:

Tutto qui – ed è difficile dire se la cornice sia efficace o poco più che un elemento decorativo… Ad ogni modo l’idea è interessante – o almeno a me così pare… Sapete per caso di qualche altra cosa del genere in campo tersicoreo?

E buona domenica.

Lug 18, 2014 - cinema, Ossessioni    4 Comments

Vagamente Schiller

97495.300E così, approfittando di una serata solitaria, ho finalmente guardato Carlos und Elisabeth, film muto del 1924 – produzione tedesca con dialoghi, almeno nella mia versione, in un Francese singolarmente legnoso.

Già dal titolo ero indotta ad aspettarmi uno sfrondamento della storia a beneficio dell’intrigo amoroso – ma in realtà non è solo questa virata sentimentale a rendere piuttosto vaga la parentela con il dramma schilleriano. Si comincia con un prologo-antefatto in cui un giovane e arrogante Don Filippo costringe all’abdicazione un Carlo V dall’aria superannuata, detronizzandolo nella più fisica e letterale delle maniere, e poi abbraccia i metodi dell’Inquisizione quando un eretico che voleva graziare gli si rivolta contro – il tutto sotto lo sguardo inorridito del figlioletto.

Poi si balza avanti di una quindicina d’anni, nel corso dei quali Filippo invecchia prodigiosamente, e Carletto cresce fino a diventare un Conrad Veidt allucinato e preso fino all’ossessione dell’Elisabeth eponima. Poi si sa come procede: pur ricambiando Carlos, la povera Elisabeth viene data in moglie a Filippo che ha il doppio dei suoi anni e gli dà – a sette mesi dal matrimonio – una figlia.

“Miracle!” esulta con disarmante candore Filippo, cui pure Carlos ha già abbondantemente confessato di amare la matrigna… Ci ha guadagnato l’esilio, è vero, ma ci vorranno altri due atti prima che a Filippo venga voglia di porsi qualche domanda in fatto di paternità…

E se vi par di ricordare che in Schiller (e in Verdi, se è per questo) metà del ginepraio consistesse nei disperati tentativi di tenere Filippo all’oscuro, nella lealtà eroica della regina, e nei sospetti tormentosi di Filippo… be’, qui no. bp1598

Ma d’altra parte non è la sola differenza: l’Inquisitore non diventerà onnipresente fin verso la fine. E Ana Mendoza, principessa di Eboli, non è affatto l’amante di Filippo, ma una fanciulla gioiosa e vagamente tomboyish – finché non ci si mette il mostro dagli occhi verdi. Rodrigo di Posa scivola a personaggio di contorno, molto più sensato che in Schiller, ma anche tanto meno complesso.

Ed è proprio questo il problema di fondo della sceneggiatura di Ludwig Fulda. O almeno credo che sia di Fulda, cui è accreditata soltanto la scrittura del prologo, ma qualcuno deve pur essere intervenuto per potare le caratterizzazioni tra l’ingenuo e l’intricato di Schiller, lasciando altrettante figurine di cartone – qualcuna salvata dall’interpretazione, qualcuna meno.

L’Inquisitore e il consigliere Don Perez sono puramente e quadratamente malvagi. L’Elisabeth di Dagny Servaes, privata del rigore morale originario, rimane graziosa, eminentemente tentabile e deliquescente. Aud Egede-Nissen, senza i dilemmi della donna perduta, fa quel che può con la trasformazione da gaia ragazza innamorata a furia gelosa. Anche William Dieterle fa quel che può, ma gliene rimane davvero poco: anziché annegare disastrosamente tra l’amicizia per Carlos e la lealtà verso Filippo, tra la devozione alla causa e gli intrighi di corte, tra l’idealismo e la manipolazione, il suo Posa può solo assumere un’aria nobile e morire in maniera pittoresca. Eugen Klöpfer si ritrova per le mani un Filippo più da Alfieri che da Schiller, un tiranno crudele e (non a torto) sospettoso, dagli scarsissimi scrupoli morali e dalle reazioni incontrollate. Magari l’idea è che la follia scorra in famiglia a monte di Carletto, e potrebbe anche starci, ma dimentichiamoci l’Atlante tormentato e solitario di Schiller/Verdi, che si scioglie (con esiti disastrosi) soltanto per quel figlio immaginario che è Rodrigo di Posa. Questo Filippo qui trova un certo gigionesco gusto nella sua crudeltà, è a sua volta ossessionato da Elisabeth e uccide di persona Posa. Riece a funzionare perché Klöpfer sa quello che fa – ma non è, non è e non è il Filippo di Schiller. E infine abbiamo un Carlos senza qualità, scritto soltanto per pigolare “Ma io amo Elisabeth” a proposito e a sproposito – tra lo sgradevole e l’irrilevante, se non fosse per l’intensità sbilenca, spigolosa e più che un po’ folle dell’interpretazione di Veidt.

carlos1Alla fine fine, l’insieme è superiore alla somma delle parti, in una sua filmutesca maniera: la stilizzazione appena off-kilter di scene e costumi, le luci di taglio, il trucco pesante, l’intensità stilizzata e sopra le righe della recitazione, la musica densa e, soprattutto, Conrad Veidt che riesce ad essere ipnotico qualsiasi cosa faccia.

Vorrei che Fulda e Oswald non avessero sfrondato personaggi e storia fino allo stravolgimento per farne soltanto una storia d’amore. Vorrei non essere stata costretta a passare metà del tempo a mugugnare sulla scrittura. Sono molto contenta di non avere coinvolto nessuno nella visione – perché obiettivamente richiedeva parecchia dedizione alla causa del film muto, e anche a quella del Don Carlos… Epperò non posso davvero dire che non mi sia piaciuto. Mi irrita com’è scritto, ma è bello a vedersi e sentirsi.

E credo che chiuderò sospirandolo per l’ennesima volta: oh, come voglio fare un film muto per gioco…

 

 

Giu 17, 2014 - angurie, Ossessioni    9 Comments

Piccolo Bollettino Onirico

E così questa notte ho sognato questa gente elisabettiana che scappava scavalcando il muro del mio frutteto.

Non so da che cosa scappassero – non da me, credo, perché poi ero nel viottolo esterno a dare una mano a quello vestito di verde cui era caduto addosso un cavallo.

Ma non doveva essersi fatto terribilmente male, perché poi è corso via con gli altri, cercando di perdersi nel corso cittadino che in realtà non è affatto alla fine del viottolo…

E quando hanno preso delle motorette per continuare la fuga, io li ho inseguiti gridando “Non potete! È un anacronismo!”

Quindi, forse, dopo tutto era da me che scappavano.

Essì, lo so, lo so…

Lug 24, 2013 - angurie, Ossessioni    6 Comments

Telefoni Al Crepuscolo

Vi devo mettere a parte.

Ero in treno, e nel posto dietro di me era seduto questo ragazzo, provvisto di cellulare. A un certo punto si è messo a telefonare – e non è che abbia origliato, ma il soggetto parlava a un volume difficile da ignorare.

A posteriori, mi viene da pensare che il volume fosse deliberato, ma non anticipiamo.

E la prima telefonata era per qualcuno di nome Federica. Il telefonatore informava Federica di essere appena partito, lasciando Edward da solo nella casa al mare. Oh sì, grazie, si erano divertiti molto. No, niente di… Tutto tranquillo. Tutto nei limiti di… Sì, ok, niente di pericoloso. Però il punto era che Edward non poteva più comunicare, perché il suo cellulare era guasto. No, non il caricabatterie – o almeno il telefonatore non credeva che fosse il caricabatterie. Un guasto un po’ strano, a dire la verità. Ad ogni modo, una volta partito il telefonatore, Edward era là da solo e senza modo di comunicare, per cui Federica non doveva stupirsi se non avesse ricevuto sue notizie per qualche giorno.

Fine della prima telefonata.

Seconda telefonata: “Ciao, Bella!” E al fatto che gli ululati comunicativi del telefonatore non mi lasciassero leggere, si è aggiunta la lieve irritazione nei confronti della gente che chiama tutte le ragazze “Bella”. Anche a “Bella” è stata ammannita una versione abbreviata della faccenda del telefono di Edward, con annessa richiesta da parte di Edward: poteva per favore Bella incontrarlo sotto casa sua alle tre e mezza? “Ah, Bella, Bella – che cosa vuoi che ti dica?”

E se a questo punto pensate che sono lenta di reazioni, siete giustificati in pieno, perché è stata solo l’improbabilità estrema di questo “Bella, Bella” a farmi levare un sopracciglio.

“Bella”?

Edward?

“Bella” & Edward?

Bella & Edward?

Bella & Edward?

Ma…?

twilight, bella, edward, stephenie meyer, make believe, anne brontë, emily brontëE allora sì che mi sono messa ad ascoltare sul serio – ma, alas, il telefonatore ha salutato Bella e ha riattaccato.

Natch.

Sono rimasta in ascolto per un po’, sperando che ricominciasse, che chiamasse magari Hermione per chiederle se aveva il numero di Harry, ma sono rimasta amaramente delusa.

E tuttavia sono affascinata oltre ogni dire.

Non ho idea di che età avesse il personaggio. Non ho avuto il coraggio di sbirciare e a giudicare dalla voce poteva essere in qualsiasi punto fra, diciamo, i diciassette e i venticinque. E scartando la possibilità di una coincidenza, e a meno di soprannomi dissennati, mi è capitato un compagno di viaggio in preda all’irresistibile necessità di sentirsi dentro un libro.*

O, a ben pensarci, un film. 

Va bene: l’irresistibile necessità di sentirsi dentro una storia.

E non solo di immaginarcisi dentro privatamente, ma di rendere il tutto un po’ più vero con un minimo di esposizione.

Make-believe (più o meno) adulto.

Anne ed Emily Brontë che per tutto il viaggio in treno da York a Keighley giocano ad essere i loro personaggi gondaliani – a parte il non trascurabile dettaglio che invece questo ragazzo giocava con personaggi altrui.

O forse non del tutto, perché non so chi si supponeva che fosse lui in tutto questo…

O che cosa credesse che l’ascoltatore casuale avrebbe pensato.

O se avesse valutato il rischio di fare cose del genere su un treno su cui tutti (compresa la sottoscritta) sembravano incontrare per caso amici, parenti, conoscenti e vicini di casa…

O se lo preoccupasse affatto la prospettiva di essere scoperto…

Perché in realtà, la faccenda era organizzata persino con qualche accortezza tecnica: la prima telefonata a Federica, per stabilire la situazione e chiarire che no, lui non era di quelli che chiamano tutte le ragazze “Bella”…

Lo ripeto: sono affascinata.

Mi fa venire in mente la descrizione dello zaffiro** di famiglia in Beau Geste: guardarlo non bastava, dice il narratore. Faceva venire voglia di farci qualcosa d’altro, afferrarlo, stringerlo in mano, assaggiarlo… 

Immaginarcisi dentro. Ricamarci sopra. Fingere di telefonare.

Col che non voglio dire che Twilight sia una pietra preziosa***. Ma non mi dispiace pensare che sia la natura delle storie: a volte guardarle non basta…

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* No, in realtà c’è anche la possibilità che il telefonatore appartenesse a quel genere di persone cui piace far sobbalzare il prossimo. E devo ammettere che un sobbalzino l’ho fatto…

** O diamante azzurro che fosse – non mi ricordo.

*** A meno che non consideriate la natura dello zaffiro in questione… Oh, d’accordo: questa è per chi ha letto Beau Geste – ed è anche lievemente cattiva. 

 

 

 

Annibale, Di Nuovo? – II

Annibale, dicevamo…

Dove eravamo rimasti? Ah sì. Eravamo rimasti alla decisione che, dopo tutto, forse era meglio un romanzo.

Anche perché nel frattempo col teatro credevo di avere chiuso – little I knew, ma non importa. Allora ero convinta di avere chiuso, e comunque non anticipiamo.

E romanzo fu. La stesura propriamente detta richiese più o meno un anno, e la soddisfazione maggiore fu Antioco di Siria, il Gran Re. Antioco non veniva dagl’inizi teatrali, era una scoperta recente, una possibilità di identificazione per il lettore e qualcuno con cui Annibale potesse parlare. E di fatti parlavano parecchio: la struttura era diventata un dialogo lungo una notte, con Antioco che, fresco di sconfitta ad opera dei Romani, sfogava la sua bile in un interrogatorio impietoso, e Annibale che raccontava, non raccontava, ricordava…

Ah, la sensazione di arrivare in fondo a un romanzo e non esserne insoddisfatta. È fatto. Meglio che potevo. Finito.

E devo ammettere un pochino di smarrimento: ma come – dopo vent’anni era tutto finito? Finito per non tornare mai più? Ma, d’altra parte, era lo stesso senso di vuoto che avevo immaginato per Annibale la sera dopo Canne, e quindi andava bene anche quello. Era ome essere ancora all’interno del romanzo, in qualche maniera…

Dopodiché, sapete anche voi che procurarsi un agente e un editore è una faccenda lunga e truce. Credo che ne abbiamo già parlato, e comunque non è del tutto rilevante qui, se non per l’euforia di tenere in mano la prima copia stampata con il Goya in copertina, e della prima presentazione all’Accademia Virgiliana, nientemeno… bei momenti, ma non divaghiamo.

E poi la proposta di un adattamento teatrale. Lions Club, progetto didattico per le scuole, Hic Sunt Histriones, e nessun altro che G.-La-Regista, ovvero la mia insegnante di teatro, back in the day.

Gioiosa riunione – con il romanzo, con il teatro e con G.? Sssì… fino a un certo punto.

Perché era molto bello riprendere in mano il Somnium, ma condensare duecento e tante pagine in meno di un’ora di spettacolo è un mestiere, e doverlo fare per le scuole mi metteva in uno spirito abominevolmente didattico, con il quale G. non concordava affatto.

Prima stesura.

Settimane di silenzio.

“Non dovremmo incontrarci per discutere eventuali modifiche?” “Già fatto, grazie.”

What the hell!? Tempestoso incontro. Prima stesura macellata da altri. Ira funesta della Clarina.

Seconda stesura.

Perplessità di G.-La-Regista. “È teatro per le scuole, mica SuperQuark!”

Doom. Gloom. Despair.

Terza stesura.

“Questa non sei tu. Possibile che sia questo che volevi scrivere quando hai cominciato…?”

Possibile che sia questo che volevo…?

Folgorazione.

Quarta stesura: via la cronologia, via la struttura scolastica. C’è Annibale, c’è Antioco, c’è la luce delle torce, ci sono i fantasmi di Annibale, c’è il giavellotto – e tutto comincia da Canne e da Maarbale: nimini dii nimirum dederunt… Il cerchio che si chiude. Oh, non avete idea del momento a notte alta, del rendersi conto all’improvviso che ero tornata al punto di partenza: Maarbale. Con i dubbi. Sul palcoscenico.

Stavolta va bene. G. ne fa uno spettacolo asciutto e spigoloso. Mi sa che magari a tratti sia un po’ ermetico per i fanciulli… “Chissenefrega. Abbi fiducia nel teatro e nei fanciulli. I fanciulli capiscono,” è il verdetto di G. “Basta che ci siano le emozioni – e qui ci sono.”

E bisogna dire che sia vero se, a vent’anni dal primo incontro con Tito Livio, ci sono volte in cui, mentre assisto alle prove, mi ci emoziono ancora per conto mio. Poi non vuol dire, perché questa faccenda e io abbiamo una lunga storia, e perché nulla mi convincerà mai che sia solo questione di emozioni – ma fa nulla. Lo spettacolo è bello, e gira, e piace.

E sembra sempre un pochino incompiuto, se lo chiedete a me…* Ma è un’incompiutezza vaga e quasi dolce, una wistfulness di fondo che è inseparabile da tutto quel che ho scritto. Non è forse vero che, ogni volta che mi cade l’occhio su un passaggio del romanzo, vedo treni merci di cose che potrei fare diversamente, che potrei fare meglio…? 

È una condizione diagnosticata, un male con cui si vive, e non ci penserei quasi più – anche se ogni tanto fa capolino un’idea nuova legata ad Annibale. Personaggi secondari che meriterebbero una voce, una storia, un monologo. Qualcuno lo inizio, qualcuno lo progetto, qualcuno lo annoto su un fazzolettino di carta… Ho tanti di quegli appunti in proposito, sparsi tra hard disks e taccuini, da cavarne un altro volume collaterale. E chissà, chissà che prima o poi…

E ogni tanto dico, a nessuno in particolare, che non mi dispiacerebbe riprendere in mano il play. Lavorarci ancora un po’. Allungarlo. Ma lo dico così, alla maniera in cui si dicono certe cose, e nessuno mi prende sul serio – salvo M., l’attore che interpreta Annibale e che, ogni volta che ci incontriamo dopo non esserci visti per un po’, me lo chiede: e allora, stai riscrivendo…?

Ma la risposta è sempre no: non sto riscrivendo. Non ancora. Magari mai. È, dopo tutto, una di quelle cose che si dicono. Finché…

“Non ti andrebbe di riscrivere un po’ il Somnium?” mi domanda allegramente G.-La-Regista.

Me lo domanda così, come se niente fosse, mentre camminiamo sotto la neve dopo che ho fatto una visita a sorpresa alla compagnia.

E non dico di sì, ma nemmeno dico di no. E il tarlo s’insedia e rode. Non mi andrebbe di riscriverlo un po’? Di eliminare certe superstiti necessità didattiche e un singolo compromesso stilistico che allora avevo inghiottito di traverso? Di riportare in scena altra gente del romanzo, come il segretario spartano Sosila, il veterano numida senza nome, la bella Capuana…? Di rendere più robusto il finale?

 Ah be’, il fatto è che mi andrebbe. Mi andrebbe dannatamente – e tanto più perché adesso ho idee tecniche più chiare di quattro anni fa. Ho studiato, ho scritto e ho pensato parecchio, nel frattempo. Potrei fare di meglio, rimettendoci mano.

Per cui, a occhio e croce, sì. Ci sarà un altro Annibale per le scene – e sarà molto diverso. Non so troppo bene quando, ma che diavolo, ci sarà. Così come, prima o poi, ci saranno i racconti collaterali. E qualche monologo, in tutta probabilità. E, col tempo, persino una versione rimaneggiata del romanzo.

E gli anni, vedete, gli anni si avviano ad essere venticinque, ma è molto, molto chiaro che Annibale Barca e io non abbiamo ancora finito.

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* E no, M.: non per mancanza della scena del Navarca…

Annibale, Di Nuovo?

“Non ti andrebbe di riscrivere un po’ il Somnium?” mi domanda allegramente G.-La-Regista.

Me lo domanda così, come se niente fosse, mentre camminiamo sotto la neve dopo che ho fatto una visita a sorpresa alla compagnia.

“Perché sai, ho ripreso in mano il romanzo proprio ieri pomeriggio, e anche solo spulciando qua e là ci ho ritrovato tante cose che mi piacciono da matti, e che sono rimaste fuori dalla versione teatrale… Adesso che non abbiamo più il problema delle scuole e il limite di tempo, perché non lo riprendi in mano?”

E io non so se G. abbia ben chiaro che razza di bomba abbia sganciato, perché…

Ma cominciamo dall’inizio – e poi no, nemmeno quello. Cominciamo di lato.

Se avete mai presentato un libro, o se avete mai avuto la ventura di lasciarvi scappare che scrivete, odds are che qualcuno prima o poi vi abbia chiesto quanto impiegate a scrivere un libro. Quanto meno, a me capita tutto il tempo, e rispondere a proposito del Somnium Hannibalis può essere divertente o imbarazzante, a seconda dell’interlocutore. Perché l’ineludibile verità è che a scrivere SH ho impiegato più o meno vent’anni.

E adesso sì che cominciamo dall’inizio, e dalla Clarina sedicenne che, dopo avere divorato tutto il G.B. Shaw della ben fornita libreria di casa, decide di provarci e scrive a matita su fogli gialli a quadretti… Annibale – dramma storico in un prologo, tre atti e un epilogo.

Sì, davvero. E no, non ridete. Oppure ridete pure – a distanza di vent’anni e rotti ci rido anch’io, e all’epoca mio padre non finiva di divertircisi. Io però lo prendevo molto sul serio. E lo finii, sapete? Fu la prima cosa più lunga di un raccontino che finii sul serio.

Che dire? Se davvero l’imitazione è la forma più sincera di adulazione, lo spirito di Shaw aveva di che sentirsi molto lusingato. E da qualche parte devo averli ancora, i foglietti gialli a quadretti con il mio primo dramma scritto a matita. Quel che ricordo con vera felicità di quella stesura è che ero capace di lavoraci, in piena concentrazione, nel bel mezzo di qualsiasi grado di casino. E adesso smetto di sdilinquirmici, ma abbiate pazienza: è un bel ricordo.

Poi, in sporadici e successivi sussulti di buon senso, eliminai l’epilogo. E poi il prologo. E poi un atto. E poi un altro. Arrivando a Pavia da matricoletta, mi portai dietro un atto unico. Ed era ancora un atto unico quando partii per Cardiff – solo che era stato trascritto su foglietti azzurri. Sempre a quadretti. E si svolgeva tutto la sera dopo la battaglia di Canne.

Maarbale, e la vittoria, e nimini dii nimirum dederunt, e perché diavolo dopo Canne non aveva attaccato Roma? Perché il punto era quello: sapevo bene che c’erano tutte le buone e solide ragioni strategiche del mondo per non cacciarsi ad assediare una città murata in territorio ostile, eppure l’idea che la tentazione dovesse pur essersi presentata, e poi nulla, mi dava i brividini alla schiena.

Avete presente quando sapete, proprio sapete con assoluta certezza di avere una buona idea per le mani – solo che sappiate darle la forma giusta? Ecco, così. Peccato che la forma giusta continuasse a sfuggirmi. Ho perso il conto delle stesure di quell’atto unico. Ho anche quelle, da qualche parte. Foglietti azzurri in una copertina ad anelli azzurra, pieni di cancellature e correzioni. Sapevo quel che volevo, solo che non riuscivo a dargli la forma che avevo in mente.

E immaginatevi gli anni che passano, le stagioni che si succedono e la Clarina che, tra Cardiff, Pavia, la Vandea e Londra, decide che forse dopo tutto la sua strada non è il teatro, ma il romanzo storico. Fast forward un certo numero di anni, mentre scrivo tutt’altro, eppure, eppure… Annibale resta sempre lì, tra le quinte, in attesa che mi decida a farne qualcosa.

Ma in realtà nel frattempo è diventato difficile. Non che sia mai terribilmente facile, ma Annibale è peggio della media. Se non fosse buffo, direi quasi che non riesco ad essere debitamente lucida…

Finché, dopo due volumi di Vandea e il Rinascimento mantovano, dopo la Francia seicentesca e Costantinopoli moribonda, ecco che arriva la folgorazione: Annibale, sì, ma in forma di romanzo. E comincio a strologarci su, e prendo… come chiamarla? Una deviazione? Immagino di sì. Una consistente deviazione: un metaromanzo su… er, gente che non scrive su Annibale. 

I know, I know... Eppure anche quello aiuta. Mentre scrivo di gente che esplora l’idea da vari punti di vista e poi rinuncia per un motivo o per l’altro, in qualche modo mi convinco. Prima di tutto, mi convinco a leggere e studiare di più in proposito, perché a teatro non c’è davvero bisogno di ricostruire minutamente un mondo – basta suggerirlo – ma un romanzo è un’altra faccenda. 

E così si legge in abbondanza e in varie lingue, ci si documenta e si strologa, e si scoprono varie cose. Come la vecchiaia passata presso Re Antioco, ospite di lusso, pericoloso e inascoltato. O come il probabilmente apocrifo episodio del giavellotto scagliato dentro le mura prima di allontanarsi per sempre da Roma… Apocrifo finché si vuole, ma indicibilmente bello.

E allora…

Ma no, che diavolo. È tardi, devo precipitarmi al seggio, da brava piccola segretaria. Mi perdonate se per oggi mi fermo qui?

Ci sarà una seconda puntata di questa storia: giungerà la nostra eroina alla conclusione di riscrivere il Somnium? Staremo a vedere. 

Staremo a vedere tutti, credetemi…

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