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Ritratto d’Ignoto

FairYouthSapete quale è – pur senza immagini – un ritratto d’ignoto, nel senso beffardo e triste – o forse invece triste e beffardo – che discutevamo qui? Il Bel Giovane dei Sonetti.

No, davvero. Provate a considerare cose come il Sonetto 55:

Né marmo né gli aurei monumenti
Di principi, vivran quanto i miei versi possenti,
Ma in questi brillerete di più vivo splendore
Che in un sasso sconciato dalle sozzure del Tempo.
Quando la Guerra rovinosa travolgerà le statue,
E le muraglie verranno sradicate nei tumulti,
Né la spada di Marte né i suoi fuochi veloci struggeranno
Il vivente monumento della vostra memoria.
Contro alla morte e contro ogni nemico oblio
Voi durerete, le vostre lodi troveranno luogo
Ancora agli occhi di quei posteri estremi
Che condurranno questo mondo al finale sfacelo.
Così, sin quando al Giudizio sorgerete in persona,
Voi qui vivrete, o abiterete negli sguardi degli amanti.

Oppure il Sonetto 81:

Sia ch’io viva a dettare il tuo epitaffio,
Sia che tu sopravviva mentre io marcirò in terra,
Non potrà morte di qui sradicar la tua memoria,
Pur quando ogni mio merito sarà dimenticato.
Di qui il tuo nome trarrà vita immortale,
Anche s’io debba, morto, non lasciar più ricordo,
La terra a me darà sol la fossa comune,
Mentre tu avrai tomba degli uomini negli occhi.
Tuo sepolcro saranno i miei versi soavi,
Che occhi non ancor nati leggeranno,
E le lingue future parleran del tuo essere,
Quando tutti che in questo mondo respirano saran morti,
Tu continuerai a vivere – tal virtù ha la mia penna –
Là dove l’alito vitale spira sulle bocche degli uomini!

Ed è chiaro che – con tutti i suoi discorsi di fosse comuni e nessun ricordo – il Poeta ha in mente l’immortalità dei suoi versi, più che quella del Bel Giovane, ma nonetheless…  Immaginate di essere giovani, di sentirvi promettere un’eternità destinata a gente non ancora nata, al di là dei guasti e delle distruzioni, fino all’orlo estremo del tempo. Mette i brividi, vero? A chi non girerebbe la testa? Chi non vorrebbe crederci…? Shakespearemain

No – d’accordo: non fino alla fine dei giorni, magari, ma doveva dare la stessa sensazione di un ritratto del pittore giusto. E invece… Quattrocento anni e moneta più tardi, il Poeta – o quanto meno l’autore – è uno dei nomi più celebri della storia della letteratura, e chi sia il Bel Giovane non lo sappiamo più. Non sappiamo granché nemmeno dei Sonetti, a dire il vero. Quando sono stati scritti di preciso? Per chi? In che ordine? Sono davvero una sequenza unica? Raccontano davvero la storia che hanno l’aria di raccontare? Quanto sono autobiografici? Chi sono i personaggi? Nel Poeta possiamo davvero cercare William Shakespeare da Stratford? E la Bruna Signora? Emilia Bassano? Mary Fitton? Rosa/Aline Daniel? E il Poeta Rivale? Marlowe? Chapman? Barnfield? Barnes? Non lo sappiamo. Non lo sappiamo più – o forse, nella più ottimistica delle ipotesi, non lo sappiamo ancora…

Ma in fondo a nessuno di loro Shakespeare/il Poeta aveva promesso l’immortalità. Al Bel Giovane sì – ma anche lui è sprofondato tra le pieghe di quel tempo da cui i Sonetti avrebbero dovuto difendere il suo nome. Henry Wriothesley, conte di Southampton? William Herbert, conte di Pembroke? Il misterioso giovane attore Willie Hughes? Chiunque fosse il bel ragazzo arrogante e sleale, i versi soavi – e anche quelli meno soavi – dei Sonetti sono un sepolcro senza nome.

Ritratto d’ignoto, indeed. Di un ignoto senza cuore e, alla fin fine, mediocre – capace di tradire il suo amico/amante/poeta in tutti i modi possibili… Non è un ritratto lusinghiero. Va detto che non lo è nemmeno l’autoritratto del poeta – se autoritratto è – e non dobbiamo prendere per buono tutto quel che dice la meravigliosa, irragionevole e occasionalmente lamentosa voce narrante – ma sono capaci di vendette lunghe e crudeli, questi poeti, vero?

Ott 25, 2015 - Kipling Year, Poesia    2 Comments

Se, Se, Se

IfIf non è la mia preferita tra le poesie di Kipling.

È la più famosa, la più tradotta, la più citata… A mio timido avviso non è affatto la più bella, ma senz’altro il messaggio di equanimità, forza d’animo e di volontà, indipendenza e individualità è fatto per risuonare a lungo.

Vecchia traduzione:

Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti
la perdono intorno a te, dandone a te la colpa;
se riuscirai ad aver fede in te quando tutti dubitano,
e mettendo in conto anche il loro dubitare;
se riuscirai ad attendere senza stancarti nell’attesa,
se, calunniato, non perderai tempo con le calunnie,
o se, odiato, non ti farai prendere dall’odio,
senza apparir però troppo buono o troppo saggio;

Se riuscirai a sognare senza che il sogno sia il padrone;
se riuscirai a pensare senza che pensare sia il tuo scopo,
se riuscirai ad affrontare il successo e l’insuccesso
trattando quei due impostori allo stesso modo
se riuscirai ad ascoltare la verità da espressa
distorta da furfanti per intrappolarvi gli ingenui,
o a veder crollare le cose per cui dai la tua vita
e a chinarti per rimetterle insieme con mezzi di ripiego;

Se riuscirai ad ammucchiare tutte le tue vincite
e a giocartele in un sol colpo a testa-e-croce,
a perdere e a ricominciar tutto daccapo,
senza mai fiatare e dir nulla delle perdite;
se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli,
benché sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi,
e a tener duro quando niente più resta in te
tranne la volontà che ingiunge: “tieni duro!”;

Se riuscirai a parlare alle folle serbando le tue virtù,
o a passeggiar coi Re e non perdere il tuo fare ordinario;
se né i nemici o i cari amici riusciranno a colpirti,
se tutti contano per te, ma nessuno mai troppo;
se riuscirai a riempire l’attimo inesorabile
e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi,
il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene,
e – quel che è più, tu sarai un Uomo, ragazzo mio!

E adesso sentite l’originale, letto da Michael Caine:

E buona domenica.

Giu 14, 2015 - musica, Poesia    No Comments

Rancor Non Porto ♫

Heine_Werke_290pxOggi un lied. Un lied tedesco.

Heine, Schumann… Honestly, molto più romantico di così non si può, vi pare?

Ich Grolle Nicht è una cosa piccina-piccina e intensa, che si canta da tenore, da basso, da soprano, da baritono e whatnot. Non vi stupirete terribilmente, immagino, se vi dico che ho un debole per la versione baritonale – e, fra le versioni baritonali, un debole al quadrato per quella tempestosa di Thomas Hampson:

Il testo di Heinrich Heine è questo:

Ich grolle nicht, und wenn das Herz auch bricht,
Ewig verlor’nes Lieb ! Ich grolle nicht.
Wie du auch strahlst in Diamantenpracht,
Es fällt kein Strahl in deines Herzens Nacht.
Das weiß ich längst.

Ich grolle nicht, und wenn das Herz auch bricht,
Ich sah dich ja im Traum,
Und sah die Nacht in deines Herzens Raum,
Und sah die Schlang’, die dir am Herzen frißt,
Ich sah, mein Lieb, wie sehr du elend bist.

E il mio Tedesco è abbastanza vago, ma mettiamola così: il giovanotto narrante, lasciato dalla sua bella, tenta di essere stoico in proposito, ma non è come se gli riuscisse troppo bene. E il suo cuore sarà spezzato, ma quello di lei, è buio come la notte e popolato di serpenti… No, no: proprio nessunissimo rancore, vero?

E buona domenica.

Giu 3, 2015 - lostintranslation, Poesia    2 Comments

Febbre di Mare

3923894215_20aa1d139f_oSiccome sono al mare, e siccome pur avendovi parlato di John Masefield non credo di avervi mai messi a parte di Sea Fever, lo faccio adesso:

In Inglese…

I MUST go down to the seas again, to the lonely sea and the sky,
And all I ask is a tall ship and a star to steer her by,
And the wheel’s kick and the wind’s song and the white sail’s shaking,
And a gray mist on the sea’s face, and a gray dawn breaking.

I must down go to the seas again, for the call of the running tide
Is a wild call and a clear call that may not be denied;
And all I ask is a windy day with the white clouds flying,
And the flung spray and the blown spume, and the sea-gulls crying.

I must go down to the seas again, to the vagrant gypsy life,
To the gull’s way and the whale’s way, where the wind’s like a whetted knife;
And all I ask is a merry yarn from a laughing fellow-rover,
And quiet sleep and a sweet dream when the long trick’s over.

E traduzione funzionale:

Devo tornare al mare. Il mare solitario e il cielo,
E non chiedo altro che una nave a vela, e una stella per orientarmi,
E lo scatto del timone, e il vento che canta, e il tremito della vela,
E la grigia foschia sul volto del mare, e lo spuntar dell’alba grigia.

Devo tornare al mare, perché la marea mai ferma chiama
Ed è un richiamo alto e selvaggio a cui non si resiste.
E non chiedo altro che un giorno di vento, e nuvole in volo,
E l’aria fitta di gocce e spuma, e il richiamo dei gabbiani.

Devo tornare al mare, alla vita errante da gitano,
La via del gabbiano, la via della balena, dove il vento è un coltello affilato.
E non chiedo che una storia raccontanta da un altro allegro vagabondo,
E un sonno quieto  e buoni sogni quando sarà tutto finito.

In realtà avevo già tradotto – e decisamente meglio – questa poesia ai tempi di Acqua Salata e Inchiostro, ma naturalmente adesso non ho il testo al seguito, per cui per ora accontentatevi di questo. Appena torno a casa modifico.

E avrei potuto fare questo post a casa, vero? Sì, avrei potuto, ma mi è preso l’uzzolo di farlo qui, dove girandomi appena posso vederlo davvero, il mare .

Occorre considerare che Masefield, da giovanissimo allievo sottufficiale nella Merchant Navy, fece un viaggio transatlantico e mezzo e poi disertò perché soffriva di nausee così terribili e paralizzanti che non era certo di sopravvivere a un’altra traversata arrampicato a riva. Lì terminò la sua carriera navale, e quando scrisse Sea Fever non vedeva una nave da almeno quindici anni – né l’avrebbe vista più. E allora ecco questa poesia diventa una specie di inno per tutti coloro che il mare lo amano più in teoria che in pratica.

Quelli che leggono storie di mare una dopo l’altra, e poi stanno male sul materassino. Quelli che, alla fin fine, il mare sono fatti per desiderarlo standosene a riva.

Mag 24, 2015 - musica, Poesia, teatro    No Comments

Gus, il Gatto del Teatro

CatsPerché qui oggi siamo d’umor teatrale.

Che novità, eh?

Ma tant’è – e allora perché non Asparagus “Gus” the Theatre Cat da… be’, originariamente da Old Possum’s Book of Practical Cats, di T.S. Eliot, poi musicato da Andrew Lloyd Webber.

Qui a cantarlo sono Susan Tanner e nientemeno che Sir John Mills:

E non so che farci, adoro il vecchio gatto che si crogiola nelle sue glorie passate (Frorefrorfiddle, il Mostro della Brughiera…) e si lagna delle produzioni moderne (che sì, sì, non hanno niente che non va – ma vogliamo mettere?) e dei giovani gatti di teatro (che si credono in gamba perché sanno saltare dentro un cerchio)…

E poi ho un debole per i gatti soriani, e poi è da ieri mattina che ho in mente questa canzone e seguito a canticchiarla, e quindi ecco qui.

E buona domenica.

Feb 15, 2015 - Kipling Year, musica, Poesia    No Comments

La Ninnananna Della Foca ♫

seal-lullaby-by-melanie-stimmellEbbene sì, la foca.

Forse che le foche non possono cantare ninnenanne ai loro deliziosi cuccioli bianchi?

Secondo Kipling, sì.

C’è una storia di foche, nel Libro della Giungla, e ha per protagonista Kotick, la foca albina che salva il suo branco dai cacciatori conducendolo in una spiaggia inaccessibile…

All’inizio della storia c’è questa piccola poesia molto… marina. Il ritmo, l’abbondanza di sibilanti, le scelte lessicali, i colori – tutto è accuratamente pensato per ricreare un senso auditivo e visivo di onde che vanno e vengono…

Oh! Hush thee, my baby, the night is behind us,
and black are the waters that sparkled so green.
The moon, o’er the combers, looks downward to find us,
at rest in the hollows that rustle between.
Where billow meets billow, then soft be thy pillow,
Oh weary wee flipperling, curl at thy ease!
The storm shall not wake thee, nor shark overtake thee,
asleep in the arms of the slow swinging seas.

E proprio in questo spirito, qualche anno fa il compositore Eric Whitacre ha messo il tutto in musica. Questa è l’esecuzione dello Junges Vokalensemble di Hannover, diretto dal compositore:

Dolce, nevvero?

E buona domenica a tutti.

Lo Specchio

R&FSapete che cosa succederebbe se vi pungesse vaghezza di cercare in rete qualche poesia di Kipling tradotte in Italiano? No? Be’, ve lo dico io: trovereste una fila di traduzioni di If, una o due traduzioni di The White Man’s Burden – e basta.

Vale a dire Se, conosciuta come “la lettera al figlio” – la poesia che generazioni di rimandati a settembre hanno ricevuto a titolo di consolazione da qualche genitore, fratello, sorella, parente o amico – e Il Fardello dell’Uomo Bianco, cioè i versi che tanti citano senza conoscerli, per provare che Kipling era un bieco razzista.

Insomma, ci risiamo: l’autore per fanciulli, oppure il malvagio imperialista – e da lì è difficile uscire.

Vuol dire che, nel corso dell’anno, proveremo a riparare un pochino, mettendo qui una poesia ogni tanto, con una… be’, chiamiamola una traduzione funzionale, volete? Perché di poesie Kipling ne ha scritte ben più di due. Ne ha scritte un sacco. Tra l’altro, aveva l’abitudine di premetterne una a ogni racconto in molte delle sue numerose raccolte, e il rapporto tra poesia e racconto di solito è interessante, perché l’una getta una luce leggermente diversa sull’altro, e l’altro racconta un possibile lato della storia sottintesa nell’una.

Stasera cominciamo con The Looking-Glass, ovvero Lo Specchio – che fa da epigrafe al racconto Gloriana, tratto da Rewards and Fairies.

Prima il testo originale, sottotitolato A Country Dance – cioè Una Danza Campagnola:

Queen Bess was Harry’s daughter. Stand forward partners all!

In ruff and stomacher and gown
She danced King Philip down-a-down,
And left her shoe to show ‘twas true –
(The very tune I’m playing you)
In Norgem at Brickwall!

The Queen was in her chamber, and she was middling old.
Her petticoat was satin, and her stomacher was gold.
Backwards and forwards and sideways did she pass,
Making up her mind to face the cruel looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass
As comely or as kindly or as young as what she was!

Queen Bess was Harry’s daughter. Now hand your partners all!

The Queen was in her chamber, a-combing of her hair.
There came Queen Mary’s spirit and It stood behind her char,
Singing “Backwards and forwards and sideways may you pass,
But I will stand behind you till you face the looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass
As lovely or unlucky or as lonely as I was!”

Queen Bess was Harry’s daughter. Now turn your partners all!

The Queen was in her chamber, a-weeping very sore.
There came Lord Leicester’s spirit and It scratched upon the door,
Singing “Backwards and forwards and sideways may you pass,
But I will walk beside you till you face the looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass,
As hard and unforgiving or as wicked as you was!”

Queen Bess was Harry’s daughter. Now kiss your partners all!

The Queen was in her chamber, her sins were on her head.
She looked the spirits up and down and statelily she said: –
“Backwards and forwards and sideways though I’ve been,
Yet I am Harry’s daughter and I am England’s Queen!”
And she saw her day was over and she saw her beauty pass
In the cruel looking-glass, that can always hurt a lass
More hard than any ghost there is or any man there was!

E adesso, traduzione:

Bess regina era figlia di Harry. Avanti, ballerini!

In abito, gorgiera e pettorina
Danzò con Re Filippo, tra-la-la,
(Questa stessa melodia!)
E per prova lasciò una scarpetta
A Brickwall House, a Norgem.

La Regina era nella sua stanza ed era vecchiotta,
In sottoveste di raso e pettorina d’oro,
E indietro e avanti e di qua e di là camminava,
Prima di decidersi a guardare nello specchio crudele,
Lo specchio crudele che non mostrerà mai più
La fanciulla graziosa e gentile e giovane che fu.

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini, datevi la mano!

La Regina era nella sua stanza, occupata a pettinarsi
E lo spirito della Regina Maria venne a mettersi dietro la sua sedia,
Cantando: “Indietro, avanti, di qua e di là cammina,
Ma io staro qui dietro finché non guardi nello specchio,
Lo specchio crudele, che non mostrerà mai
La bella fanciulla infelice e solitaria che io fui.”

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini giratevi attorno!

La Regina era nella sua stanza e piangeva forte
E lo spirito di Lord Leicester venne a grattare* alle porte.
Cantando: “Indietro, avanti, di qua e di là cammina,
Ma io camminerò con te finché non guardi nello specchio,
Lo specchio crudele, che mai non mostrerà
Una fanciulla più dura e inflessibile, e piena di crudeltà.

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini, baciatevi adesso!

La Regina era nella sua stanza, e si sentiva i suoi peccati sul capo.
Guardò per bene gli spiriti e, a testa ben alta, disse:
“Indietro e avanti e di qua e di là cammino,
Ma son figlia di Harry, e Regina d’Inghilterra!”
Così guardò nello specchio – e quel che d’altro c’era –
E vide che il suo tempo era al termine, e la sua bellezza svaniva
Nello specchio crudele, sempre capace di ferire una fanciulla
Più di ogni fantasma che sia o di ogni uomo che sia stato.

Ve l’avevo detto: traduzione funzionale e niente di più – e scommetto che la poesia non è quel che vi aspettavate. Un po’ si deve al fatto che quando vedo qualcosa di elisabettiano non resisto, e un po’ volevo introdurvi a una caratteristica di Kipling poeta e narratore: il gusto di giocare con forme e linguaggi. Qui Kipling voleva riprodurre andamento e colore di una ballata elisabettiana, per l’appunto, perché questo gli serviva. Altrove riproduce la parlata dei soldati semplici, il gergo anglo-indiano, la voce delle macchine – in una varietà notevole.

Di Rewards and Fairies parleremo presto, come di diverse altre raccolte.

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* No, non è una cosa da fantasmi. Sono i pittoreschi tempi in cui, anziché bussare alle porte, si grattava.

Feb 1, 2015 - Kipling Year, musica, Poesia    7 Comments

il Canto dei Pitti ♫

PoPHKipling in musica? Be’, succede – seppur non spessissimo.

Di Puck of Pook’s Hill, e del suo seguito Rewards and Fairies, due delle mie cose preferite di Kipling, parleremo in dettaglio. Per ora basti dire che si tratta di due raccolte di racconti e poesie di ambientazione storica.

La poesia A Pict Song, tratta da questo ciclo, parla – non del tutto sorprendentemente – dei Pitti, la gente piccoletta e dipinta di blu che sta a nord del Vallo, e che non nutre sentimenti affettuosissimi nei confronti dei Romani. È stata musicata per la prima volta (credo) da Billy Bragg. Qui è nella versione degli Emerald Rose che, accento americano a parte, rende abbastanza l’idea:

Il testo dice più o meno* così:

 

Roma non bada a quello che calpesta

Ci schiaccia a passi ferrati,

Stomaci, cuori e teste;

E Roma non ascolta il nostro lamento.

Le sue sentinelle passano oltre – e basta.

Ma noi ci raccogliamo alle loro spalle

E complottiamo la riconquista del Vallo

Senza altra spada che le nostre lingue.

Siamo la Gente Piccola, noi!

roppo piccoli da amare o da odiare.

Ma lasciate fare a noi,

E vedrete se non sappiamo distruggere l’Impero.

Siamo il tarlo nel legno!

Facciamo marcire le radici!

Siamo il difetto di sangue!

Siamo la spina nel fianco!

Vischio che strangola una quercia –

Topi che rodono le cime –

Tarme che bucano i mantelli –

Chissà come amano il loro lavoro!

Sì, e anche noi Gente Piccola

Siamo proprio come loro –

Facciamo il nostro lavoro di nascosto –

Ma state a vedere!

Siamo la Gente Piccola, noi!

Troppo piccoli da amare o da odiare.

Ma lasciate fare a noi

E vedrete se non sappiamo distruggere l’Impero.

Siamo il tarlo nel legno!

Facciamo marcire le radici!

Siamo il difetto di sangue!

Siamo la spina nel fianco!

È vero che non siamo forti,

Ma conosciamo popoli che lo sono.

Oh sì, e li guideremo qui

A schiacciarvi e distruggervi in Guerra.

E allora ci faranno schiavi, dite?

Vero: siamo sempre stati schiavi, noi.

Ma voi… la vergogna vi ucciderà,

E allora danzeremo sulle vostre tombe.

 

Allegerrimo, eh? ma d’altra parte, chi l’ha detto che Kipling è un autore allegro? Er… buona domenica.

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* Traduzione mia e leggermente à l’impromptu: non sarà artisticissima, però è funzionale.

 

  

  

  

Nov 19, 2014 - lostintranslation, Poesia    No Comments

Traducendo la Tempesta

thomas-moran-approaching-storm-85446Allora… si discuteva di traduzioni, vero F. & M.? E ci si domandava come cambino, non cambino o possano cambiare le cose, non solo da originale a traduzione – ma da traduzione a traduzione.

E allora, a titolo di risposta, facciamo un piccolo esperimento con una poesia di Emily Dickinson, conosciuta come The Storm, ovvero La Tempesta.

Prima di tutto, Emily in persona (1883):

There came a Wind like a Bugle –
It quivered through the Grass
And a Green Chill upon the Heat
So ominous did pass
We barred the Windows and the Doors
As from an Emerald Ghost –
The Doom’s electric Moccasin
That very instant passed –
On a strange Mob of panting Trees
And Fences fled away
And Rivers where the Houses ran
Those looked that lived – that Day –
The Bell within the steeple wild
The flying tidings told –
How much can come
And much can go,
And yet abide the World!

Poi Emily secondo Margherita Guidacci (1947):

Il vento venne come un suono di buccina;
vibrò nell’erba,
ed un brivido verde nell’arsura
passò così sinistro
che noi sprangammo ogni finestra e porta
fuggendo quello spettro di smeraldo;
l’elettrico serpente del giudizio
guizzò allo stesso istante.
Strana folla di alberi affannati
e di steccati in fuga
e fiumi in cui correvano le case
Videro allora i vivi.
Dalla torre, impazzita la campana
Turbinava per un veloce annunzio.
Quante mai cose possono venire
e quante andare,
senza che il mondo finisca!

Emily secondo Giuseppe Ierolli (2002-2005):

Venne un Vento come di Buccina –
Vibrò attraverso l’Erba
E un Verde Brivido sulla Calura
Passò così sinistro
Che sbarrammo Porte e Finestre
Come per uno Spettro di Smeraldo –
L’elettrico Mocassino del Giudizio
Proprio in quell’istante passò –
Un’insolita Turba di Alberi ansimanti
E Steccati divelti
E Fiumi in cui correvano le Case
Questo vide chi era vivo – quel Giorno –
La Campana nella torre sconvolta
Le volanti notizie riferiva –
Quanto può venire
E quanto può andare,
Eppure il Mondo perdurare!

E infine, la montaliana Emily secondo Eugenio Montale (1945):

Con un suono di corno
Il vento arrivò, scosse l’erba;
un verde brivido diaccio
così sinistro passò nel caldo
che sbarrammo le porte e le finestre
quasi entrasse uno spettro di smeraldo:
e fu certo l’elettrico
segnale del Giudizio.
Una bizzarra turba di ansimanti
Alberi, siepi alla deriva
E case in fuga nei fiumi
È ciò che videro i vivi.
Tocchi del campanile desolato
Mulinavano le ultime nuove.
Quanto può giungere,
quanto può andarsene,
in un mondo che non si muove!

Cambiano tante cose. Cambia la musica, cambia la consistenza del linguaggio, cambia il colore… a riprova del fatto che leggere in originale e leggere in traduzione sono esperienze molto diverse – ma non solo: nessuna traduzione è uguale a un’altra.

Che ne dite, o Lettori? Quale preferite – e perché? Che cosa cercate in una traduzione – e in particolare in una traduzione poetica? Fedeltà? Atmosfera e colore? Sonorità? Andamento ritmico?La personalità del traduttore combinata con quella dell’autore?

Do tell.

 

Emilia

EmiliaPerché l’altro giorno a Londra, al Victoria & Albert Museum, a un certo punto mi sono trovata davanti alla miniatura di Nicholas Hilliard che potrebbe essere l’unico ritratto esistente di Emilia Bassano – forse la Signora Bruna dei Sonetti.

E perché le cose cominciano a ad avviarsi in modo molto soddisfacente per L’Uomo dei Sonetti – vi farò sapere.

E perché sono un tantino… come dire? Shakespeare-lagged. E anche Marlowe-lagged. Anche di questo parleremo.

E perché mi piace la voce di Tom Hiddlestone.

E buona domenica a tutti.

E, se passi di qui, buon compleanno, P.

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