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Mag 6, 2013 - gente che scrive, Poesia    7 Comments

Pillole

E così è oggi. Tutto finito. Tutto passato – e nel migliore dei modi.

Ad essere sincera, questo post è stato scritto ieri sera – perché mentre leggete qui, in tutta probabilità sto recuperando qualcuna delle innumeri ore di sonno sacrificate alla causa.

E ad essere altrettanto sincera, ieri sera ero troppo stanca per scrivere molto più che qualche pillola, per l’appunto.

Quella stanchezza giubilante che scioglie le ginocchia, invetria lo sguardo e fissa il sorriso in un arco di felice ebetitudine – non so se avete presente.

Perché tutto, tutto, tutto, ma proprio tutto è andato meravigliosamente bene.

Vi racconterò più in dettaglio, ma a titolo di anticipo, sappiate che:

I. Non credevo possibile che il mio grado di adorazione nei confronti di Seamus Heaney lievitasse ancora – e invece è successo.

II. I poeti contemporanei che hanno lavorato sui temi virgiliani – e sull’Eneide in particolare – sono più di quanti se ne immaginino. O quanto meno più di quanti ne immaginassi io. Rosanna Warren è qualcuno che voglio scoprire. E forse anche Allen Tate.

III. Mai, mai, mai sfoggiare un paio di scarpe con la prospettiva di molte ore in piedi e/o una camminata.

IV. Ted Hughes decise di studiare antropologia e poi diventò il poeta che conosciamo dopo un sogno ai limiti del melodrammatico, con volpi parlanti e macchie di sangue.

V. L’attuale presidente della repubblica irlandese è un poeta. Ed è un ottimo presidente.

VI. Trovarsi in autostrada sotto una grandinata dai chicchi grandi come uova è un nonnulla allarmante.

VII. Duecento studenti che ascoltano per due ore in rapito silenzio sono una vista che fa bene al cuore. Heaney, con la sua meravigliosa chiacchierata sulla poesia, li ha stregati, catturati, commossi e trascinati.

VIII. Si direbbe che la poesia mantenga lo spirito elastico e indistruttibile. Non c’è praticamente nulla da cui Heaney – classe ’39 – si tiri indietro o si lasci sconcertare.

IX. Magari per essere la moglie di un grande poeta non sono indispensabili vaste dosi di pazienza, intelligenza, sense of humour, discrezione e determinazione – però di sicuro aiutano.

X. Con un poeta si può discutere a lungo e meravigliosamente sul significato e la ragione di un trattino. Un trattino.

XI. On a different note, gli implumi mi hanno sorpresa una volta di più, e il Burbero Benefico anziché il bathos che temevo, ha finito con l’essere una deliziosa, ingenua postilla alle mie tre meravigliose giornate.

XII. Quando dicevo che sarei stata contenta una volta arrivata a domenica sera… be’, non è che mentissi – ma di sicuro non dicevo tutta la verità. Mi mancheranno i miei irlandesi, ma anche le corse, i ritmi forsennati e la qualità fiammeggiante degli ultimi tre giorni.

XII e mezzo. Non ho più tonsille. Nemmeno una briciola.

Ecco, dodici e mezzo è un buon numero. Credo che per adesso possa bastare. Come si diceva un tempo a chiusura dei telegrammi: seguiranno notizie.

Mag 5, 2013 - anglomaniac, Poesia    No Comments

Scavando

Ecco, fra poco me ne torno a Virgilio, a tradurre il secondo intervento di Heaney e a veder presentare il libro… 

Ieri l’incontro con gli studenti è andato straordinariamente bene, e Heaney è rimasto molto soddisfatto e gli studenti incantati.

E dopo tutto le poesie che dovrò leggere per Andreotti sono soltanto due – in Inglese, e nessuna delle due di Heaney, per cui iperventilo molto meno di quanto avrei potuto fare in circostanze diverse.

E mi è venuto in mente che, se non potete essere qui, non c’è motivo perché non possiate sentirlo: tra l’altro, Seamus Heaney è anche un magnifico lettore di poesie, sue e altrui.

E allora eccolo in questo piccolo video, mentre legge Digging, una faccenda vecchia e fondamentale a proposito di tradizione, eredità e, soprattutto, natura, rigore, gioia e fatica della poesia. 

Digging

Between my finger and my thumb
The squat pen rests; as snug as a gun.

Under my window a clean rasping sound
When the spade sinks into gravelly ground:
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds
Bends low, comes up twenty years away
Stooping in rhythm through potato drills
Where he was digging.

The coarse boot nestled on the lug, the shaft
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked
Loving their cool hardness in our hands.

By God, the old man could handle a spade,
Just like his old man.

My grandfather could cut more turf in a day
Than any other man on Toner’s bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, digging down and down
For the good turf. Digging.

The cold smell of potato mold, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I’ve no spade to follow men like them.

Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I’ll dig with it.

da Death of a Naturalist (1966)

E Qui trovate la traduzione di A. Gentili.

Ok, fra poco vado. E no, non ce l’ho più l’orgia di lepidotteri nell’epigastrio. Col che spero di non avere abbassato la guardia, perché oggi è ancora giornata campale. Vado. Vado. Vado.



Giornate Campali

Per quello che posso solo considerare un corto circuito organizzativo, lo spettacolo degli implumi ha finito col sovrapporsi – si parva licet – alla tregiorni virgiliana di Seamus Heaney.

Lo ripeto: si parvissima licet, ma ciò non toglie che per la sottoscritta questo significhi un sacco di triplo galoppo e un’ansia che non vi fate un’idea.

Così, per dire, adesso mi precipito a scuola a sovrintendere alla prova generale de Il Benefico Burbero  – tristemente consapevole che il sonoro è quello che è, e che parte dei costumi è ancora una questione allo stato gassoso, e che, meteo pendente, ancora non sappiamo se alla fin fine avremo una piattaforma all’aperto di sette metri per otto o un palcoscenichino al chiuso, grande come due francobolli da sessanta centesimi accostati…

E comunque poi all’una devo essere sull’attenti, pronta a partire per Bologna per accogliere gli Heaney al treno, accompagnarli in albergo a Virgilio, e poi alla vernice di una mostra e poi a cena.

E poi domani c’è l’incontro con le scuole, per il quale non ho ancora finito di preparare la mia introduzione, e non so se sia troppo sperare che Professor H. abbia scritto il testo della sua lezione, così che possa dargli un’occhiatina preventiva, e dove, dove, dove li accompagnerò domani pomeriggio, se piovono cani&gatti come sembra promettere il Tetto dell’Aeronautica? Perché naturalmente i palazzi in città li hanno già visti, e…

E non cominciamo nemmeno a pensare al terrificante fatto che non ho ancora avuto un briciolo di tempo per prepararmi alla lettura delle poesie, perché salta fuori che, nella mia qualità di interprete con formazione teatrale, dovrò anche leggere tre – o forse quattro…

Ma non sono nervosa.

Non lo sono affatto.

Nemmeno per sbaglio. Nemmeno da lontano. Nemmeno remotissimamente.

Ecco.

E adesso sarà meglio che vada a scuola, perché manca molto poco perchè sia in ritardo.

Pensatemi. Wish me luck.

E no – non sono, non sono, non sono nervosa.

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ETA – Bollettino di guerra delle 11.30:

– La prova generale è stata un disastro inqualificato.

– Le poesie sono sette. Però nessuna è di Heaney.

– È un gran bene che io non insegni per davvero.

– Seguito a non essere, non essere, non essere nervosa.

Mag 2, 2013 - gente che scrive, Poesia    No Comments

Heaney A Virgilio, Heaney & Virgilio

seamus heaney, virgilio, bann valley eclogueSeamus Heaney torna a Mantova – e per la precisione torna a Virgilio.

Ci torna per incontrare gli studenti dei Licei, sabato mattina – e dite se non è un’occasione straordinaria per questi ragazzi, che non solo lo ascolteranno parlare di Poetrty Stories – the Strange and the Familiar, ma avranno anche modo di rivolgergli delle domande e di interagire con lui…

E poi domenica Heaney incontrerà il pubblico generale all’AvisPark di Cerese per una conferenza a tre su Virgilio nella poesia contemporanea, insieme a Pietro Andreotti di Alias e a Giorgio Bernardi Perini dell’Accademia Nazionale Virgiliana. E sarà anche l’occasione per presentare Seamus Heaney – Virgilio nella Bann Valley, bel librino di traduzioni e saggi cui ho collaborato anch’io.

E adesso indovinate: chi sarà l’interprete di Heaney in queste intense giornate?

Ebbene sì, o Lettori: c’est moi.

Dire che sono elettrizzata è sottovalutare la situazione in grande stile…

Ci vediamo, se siete nei paraggi e se vi va di sentir parlare uno dei grandi poeti del nostro tempo, domenica mattina alle dieci a Cerese.

L’invito in PDF – con tanto di cartina – lo trovate qui.

Invito1.JPG

Mar 6, 2013 - anglomaniac, Poesia    2 Comments

Nuove-Vecchie Poesie (In Numero di Cinquanta)

rudyard kipling, thomas pinney, poesie ritrovate, letteratura ritrovataA volte si è fortunati.

A volte si crede di aver letto proprio tutto quello che c’era da leggere di un autore che si ama – il che magari dà anche un senso di compiutezza, ma è triste pensare di non avere più nulla da scoprire. E le riletture, ne avevamo parlato, pur avendo il loro genere di fascino e di gioie, sono un cavallo di tutt’altro colore.

Non ho bisogno di dirlo: è un problema che riguarda i lettori di poeti (e prosatori) estinti. O ritirati, perché ultimamente si sentono autori che si ritirano, sostenendo di avere scritto tutto quel che avevano da dire. O pubblicato tutto quel che avevano da pubblicare – cosa molto diversa. Epperò, finché l’autore è vivo, la speranza c’è: magari cambierà idea, magari ci ripenserà, magari, magari… È capitato.

Ma se l’autore è defunto?

Be’, ci sono sempre le trouvailles.

Come Menandro, che si credeva perduto, e invece ogni tanto riaffiora a bocconi e spizzichi. E a volte anche meglio di così: se ben ricordo il Dyskolos ricomparve più o meno intero alla fine degli anni Cinquanta – dopo quasi ventiquattro secoli di oblio.

O come i juvenilia dei fratelli Brontë, tutto un piccolo corpus narrativo e poetico, scritto in caratteri minuscoli su quadernini cuciti a mano o sparso in centinaia di lettere, riemerso dalle carte della parrocchia di Haworth – largely ad opera di Juliet Barker.

E non cominciamo nemmeno con il Cardenio – il supposto Shakespeare perduto, che è come l’araba fenice: che ci sia ciascuno lo dice, e ogni tanto qualcuno sostiene di averlo ritrovato. C’è stato Theobald nel Settecento, c’è stato un grafologo nei nostri anni Novanta – peccato che non siamo affatto certi che il perduto Cardenio fosse di Shakespeare affatto, perché tutto quel che abbiamo è un’inaffidabilissima attribuzione della metà del Seicento. E d’altra parte la storia delle supposte trouvailles shakespeariane è variegata, pittoresca e lastricata d’infondatezze.

Ma tutto ciò è per dire che a volte succede, a volte si è fortunati.

E anche straordinariamente pazienti, determinati e abili, come Thomas Pinney, uno studioso americano, specialista di Kipling. Per anni Pinney ha razzolato per archivi navali, carte di famiglia, pacchi di lettere ritrovati, of all places, in un appartamento di Manhattan in ristrutturazione… E ha raccolto cinquanta poesie inedite. Cinquanta.

Per lo più sono componimenti degli ultimi anni, amarissimi, tesi, pieni di rabbia e disillusione, mille miglia lontano dal britannicissimo idealismo di If, o dai crepuscoli di The Recall. Non che Kipling sia mai un poeta particolarmente gioioso, ma l’ultimo Kipling è – non c’è altra parola – aspro. 

Domani le poesie riscoperte vedono la luce nella nuova Cambridge Edition of the Poems of Rudyard Kipling, tre annotatissimi volumi illustrati, con copertina rigida. 

Alas, i tre tomi (quattro kg e un po’…) sono inavvicinabili. Posso solo aspettare che Pinney decida di pubblicare i cinquanta new-found ancient poems in qualche forma un po’ meno proibitiva. Ho fiducia: prima o poi capiterà.

Nel frattempo posso sbizzarrirmi a immaginare come debba essere cercare, cercare, cercare e alla fine mettere le mani su un inedito ritrovato. Non vorreste essere stati al posto di Pinney? Io tanto…

E posso anche continuare a considerarmi fortunata: credevo di avere finito con Kipling – e invece c’è ancora qualcosa da scoprire.

Feb 22, 2013 - Poesia, Vitarelle e Rotelle    2 Comments

La Poesia È Duro Lavoro

poesia, sudare inchiostro, mattia nicchioOggi vi segnalo l’iniziativa di un amico blogger.

Il blogger è Mattia Nicchio di Sudare Inchiostro – fresco terzo posto al Premio Darwin: Mattia è un sonneteer, e razzola come predica.  E quel che predica è un principio caro al mio cuore, quello secondo cui (e cito) la tecnica è alla base dell’arte.

Per cui non sarete stupitissimi nell’apprendere che ll’iniziativa di cui parlo è una serie di post intitolati Come scrivere poesia. È proprio quel che dice l’etichetta: tecnica e teoria della poesia spiegate in modo agile, chiarissimo, sensato e pratico. Ci sono esempi, ci sono esercizi e c’è persino una sana dose di sense of humour – che si può volere di più?

Per ora la serie si compone di due post – e confesso di non sapere se ce ne siano altri in programma, ma già così Mattia offre un’abbondanza di strumenti essenziali per chi crede che la poesia non consista nell’aprirsi le coronarie, gettarne il contenuto in ordine sparso sul foglio e andare a capo a fantasiosi intervalli… poesia, sudare inchiostro, mattia nicchio

Perché vi dirò: non scrivo poesia (ed è un serio motivo di rammarico non possedere quella capacità estrema di sintesi che serve) e in generale non mi occupo di poesia, ma mi è capitato di essere assunta per valutare poesie. E in una desolante quantità di casi mi sono trovata di fronte a prosa spezzettata come gli spaghetti per la minestrina. Quando va proprio bene, si riesce a convincere qualche aspirante poeta che è più complicato di così, che ci sono una teoria e una tecnica, che metro e ritmo non sono mezzi di trasporto, che è duro lavoro… E allora quelli benintenzionati chiedono: dove si può studiare tutto ciò?

La prossima volta, almeno a titolo d’introduzione, indirizzerò senz’altro l’aspirante dalle parti di Sudare Inchiostro – sperando che Mattia trovi modo di dar corso all’intenzione di mettere insieme un manualetto.

Intanto, se scrivete poesia, se volete scriverne, e anche se non volete ma v’interessa sapere come funziona il giocattolo, Come scrivere poesia lo trovate sul blog – a episodi come un romanzo ottocentesco: Prima Puntata e Seconda Puntata.

Will there be more? Chi può dire? Speriamo…

E Il Pescatore Alla Sua Ninfa

john donne, the bait, christopher marlowe, walter raleighC’è gente da cui magari non te lo aspetti, perché per la maggior parte del tempo te ne parlano come de IL poeta metafisico, autore di poesia religiosa, sermoni, elegie, difese del suicidio, traduzioni dal Latino, epigrammi et multa caetera – tutta roba seria. E per di più, ti dicono, è un criptocattolico che poi diventa sacerdote anglicano. Oppure forse un pochino potresti aspettartelo, perché in realtà, tra una roba seria e l’altra, questa gente ha scritto carretate di satire, canzoni e poesia d’amore a forte carica erotica – solo che questo a scuola non te l’hanno mai detto.

Per cui sì, forse te lo potresti anche aspettare, ma resta il fatto che il nome di questa gente è legato a tutt’altro – ai suicidi, e ai Gesuiti, e a nessun uomo è un’isola, e a per chi suona la campana… non certo agli idilli ittico-pastorali.

Per cui è con un certo divertimento che scopri un’ulteriore – ed acquatica – risposta al pastorello marloviano e alla ninfa di Rale(i)gh, ad opera del metafisico reverendo John Donne*:

The Bait

Come live with me, and be my love,
And we will some new pleasures prove
Of golden sands, and crystal brooks,
With silken lines, and silver hooks.

 

There will the river whispering run
Warm’d by thy eyes, more than the sun;
And there the ‘enamour’d fish will stay,
Begging themselves they may betray.

 

When thou wilt swim in that live bath,
Each fish, which every channel hath,
Will amorously to thee swim,
Gladder to catch thee, than thou him.

 

If thou, to be so seen, be’st loth,
By sun or moon, thou dark’nest both,
And if myself have leave to see,
I need not their light having thee.

 

Let others freeze with angling reeds,
And cut their legs with shells and weeds,
Or treacherously poor fish beset,
With strangling snare, or windowy net.

 

Let coarse bold hands from slimy nest
The bedded fish in banks out-wrest;
Or curious traitors, sleeve-silk flies,
Bewitch poor fishes’ wand’ring eyes.

 

For thee, thou need’st no such deceit,
For thou thyself art thine own bait:
That fish, that is not catch’d thereby,
Alas, is wiser far than I.
 
Come al solito, vi tocca la mia traduzione al volo:
 
L’Esca

Vieni a vivere con me e sii l’amor mio,
E proverem  delle delizie nuove
Di sabbie d’oro e rivi di cristallo;
Lenze di seta e begli ami d’argento.

E là sussurrerà scorrendo il fiume,
Caldo degli occhi tuoi ancor più che del sole;
E là dimoreran rapiti i pesci,
Di potersi tradire supplicando.

Quando ti bagnerai  in quell’acqua viva,
Ogni pesce per ogni liquida via
Ti raggiungerà nuotando amoroso,
Più lieto di trovarti che tu di pescar lui.

Se sei ritrosa d’esser vista
Da sole o luna, entrambi oscura,
Che, se ho licenza di guardare,
Ho te e non voglio la lor luce.

Stian altri al freddo con le canne da pesca,
A ferirsi con conchiglie ed alghe,
O a far la posta a tradimento ai pesci,
Strozzarli nelle trappole, acchiapparli nelle reti,

Con mani rudi, dai nidi fangosi
A strappare i pesci ascosi sotto riva;
O con le mosche di seta traditrici,
Ad ammaliare i pesci sventurati.

Ma tu, di tale inganno tu non hai bisogno,
Chè tu, tu stessa la tua esca sei,
E dal pesce che così sfugge alla cattura,
Di me è assai più saggio, ahimè.
 

Verrebbe da dire che i pescatorelli siano più… er, pratici dei pastorelli, vero? E di sicuro non fanno promesse di lungo periodo. Mi piacerebbe veder rispondere la ninfa… Chissà se anche Donne ha avuto il suo Rale(i)gh? 

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* Sì, ok: il ritratto è di prima che diventasse reverendo e metafisico.

Festivaletteratura 1 – Seamus Heaney

Ok allora, funziona così: fino alla fine di questa settimana, anziché un post consistente ogni due giorni più il Bollettino Notturno, ci sarà un piccolo post quotidiano e festivaliero. Sul Bollettino non mi pronuncio – molto dipenderà da quel che riesco a fare, perché infilare cinque post come quello di ieri sera non mi pare né divertente né istruttivo.

festivaletteratura, mantova, seamus heaneyDetto ciò, onwards, e cominciamo con Seamus Heaney, ormai civis mantuanus. , come lui stesso si è definito nel discorso con cui ha accettato la cittadinanza onoraria.

Nonostante qualche apprensione della deliziosa Mrs. Heaney, ieri sera il Cortile della Loggia di Palazzo S. Sebastiano era pieno come un uovo. E un uovo festoso: Mantova si era già innamorata del suo nuovo Virgilio lo scorso anno, ed è accorsa in abbondanza, aspettandosi qualcosa di speciale.

Non è rimasta delusa.

Dopo una presentazione di Massimo Bacigalupo (Università di Genova), che dell’opera di Heaney ha messo in rilievo la dualità tra fondamenta classiche e rigore formale da un lato, e una qualità fisica, quasi terragna, dall’altro, il poeta in persona ha introdotto e letto sei delle sue poesie. Ad affiancarlo c’era il poeta e accademico virgiliano Mario Artioli, ottimo lettore delle traduzioni*.

Ascoltare un’opera dalle labbra del suo autore, così come l’autore l’ha concepita, con il ritmo, la voce, il colore e le enfasi (o mancanza di) con cui è stata pensata e voluta, è diverso da qualunque altra possibile lettura – a patto di essere fortunati e incappare nell’autore che sa fare questo mestiere. E Heaney lo sa fare con una meravigliosa spontaneità, autorevole e unassuming al tempo stesso. E per di più è un parlatore profondo, intenso e ironico, dalla voce ghiaiosa e dal sorriso pronto. Ascoltarlo mentre sollevava appena il velo dalla meraviglia dei suoi lavori, rivelando lampi d’ispirazione, aneddoti famigliari, ricordi di scuola, ostriche, aquiloni, tinche melmose e punti di vista sulla poesia, è stata un’esperienza affascinante oltre ogni dire.**

E sì, sono in completa adorazione nei confronti di quest’uomo e della sua poesia, ed è molto probabile che il resto delle mie cronache festivaliere sia un nonnulla meno lirico, ma lasciate che mi diffonda ancora su una qualità speciale della poesia di Seamus Heaney: l’iridescenza del linguaggio.

Bacigalupo ne ha parlato a proposito dei titoli heaneyani, che hanno sempre più di un significato – ma in realtà questo è vero di ogni verso, in cui le parole si allacciano sempre in un sovrapporsi di strati di significato, assumendo colori diversi a seconda di come li colpisce la luce dell’attenzione del lettore. Lo ripeto: iridescenza è l’unica parola adatta.

Magari potrebbe esservi venuta voglia di leggere qualcosa di questo straordinario poeta, e potete farlo sia in originale (caldamente consigliato) che in traduzione italiana. Qualche raccolta: Station Island, The Haw Lantern (La Lanterna di Biancospino), District And Circle, Electric Light, Human Chain (Catena Umana)…***

Ah no, scusate: ancora un’ultimissima cosa che mi sta molto a cuore. Mi è davvero piaciuto il modo in cui sia Bacigalupo che Heaney hanno insistito sul fatto che in poesia (ma si può dire in letteratura in generale, e in realtà in qualsiasi forma d’arte) la forma è sostanza. Arte = formalizzazione dell’esperienza.

E con questo ho davvero finito. A domani, Festival.

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*Nota di merito anche al bravo interprete – di cui, mi vergogno un filo ad ammettere, mi è sfuggito il nome.

** E qui potrei dire di avere goduto di questo genere di conversasione in forma privata per tre magnifici giorni lo scorso ottobre, quando sono stata la sua interprete e guida in occasione del Premio Virgilio. Potrei persino dire che oggi pomeriggio, durante l’acceptance speech, ha ricordato la mattina in cui la sua interprete e guida lo ha accompagnato a conoscere per la prima volta il Mincio di Virgilio… Ma non lo farò. Sperio che apprezziate l’eroico self-restraint di cui dò prova non facendolo. Perché è ovvio che le note non contano.

*** Sono tutte tradotte (mi pare per Mondadori). Dove non ho indicato un titolo in Italiano è perché la raccolta è stata pubblicata con il titolo originale.

Set 5, 2012 - lostintranslation, Poesia    2 Comments

Di Attese E Di Vento

Ci siamo – si comincia.

Seamus Heaney è a Mantova e oggi pomeriggio alle cinque, nella Sala Consiliare di Via Roma, riceverà la cittadinanza onoraria. Poi stasera parlerà di poesia a Palazzo S. Sebastiano (e non in Piazza Castello come stabilito in origine).

Domani vi racconterò, ma intanto, per farvi un’idea…vi è mai capitato di sentire la prora del vento?

Had I Not Been Awake

Had I not been awake I would have missed it,
A wind that rose and whirled until the roof
Pattered with quick leaves off the sycamore

And got me up, the whole of me a-patter,
Alive and ticking like an electric fence;
Had I not been awake I would have missed it,

It came and went so unexpectedly
And almost it seemed dangerously,
Returning like an animal to the house,

A courier blast that there and then
Lapsed ordinary. But not ever
After. And not now.

E abbiate pazienza con la mia traduzione:

Se Non Fossi Stato Sveglio

Se non fossi stato sveglio mi sarebbe sfuggito,
Un levarsi di vento e un turbinare finché il tetto
Fremette sotto la pioggia di foglie del sicomoro

E mi levò dal letto, tutto un fremito a mia volta,
Acceso e crepitante come il filo elettrico di un recinto:
Se non fossi stato sveglio mi sarebbe sfuggito,

Tanto repentino venne e andò
E quasi mi sembrò pericoloso,
Come un animale che tornasse a casa,

Una folata messaggera che al momento
Calò nell’ordinario. Ma mai più
Da allora. E non adesso.

Da Human Chain*. E no, non gli ho reso giustizia, ma ho fatto del mio meglio.

____________________________________

Seamus Heaney, Catena Umana – Mondadori (Lo Specchio), 2011.

Ago 27, 2012 - gente che scrive, Poesia    No Comments

Febbre Di Mare

john masefield, salt-water ballads, C’è un che di Kiplingiano ma non troppo in John E. Masefield, l’orfano che voleva diventare marinaio e non ci riuscì. Amava il mare e le navi, ma non ne possedeva la tempra fisica e, soprattutto, voleva scrivere.

E così scrisse – diventando romanziere storico e per fanciulli, memorialista, biografo e Poet Laureate d’Inghilterra dal 1930 alla morte*.

Però non smise di scrivere di mare, e le sue Salt-Water Ballads, pubblicate per la prima volta 110 anni orsono, si possono considerare un equivalente navale delle Barrack Room Ballads di Kipling.

Un altro particolare molto kiplingiano (dal mio punto di vista, almeno) è questo: sapevo dell’esistenza di Masefield, ma lo consideravo un autore per fanciulli per via di The Midnight Folk e relativi seguiti, ma fino a poco tempo fa non mi era mai capitato di leggere le sue poesie.

E le poesie mi hanno rivelato un altro Masefield, del tutto diverso. Per cui, in omaggio all’umor nautico di questo periodo, e agli scrittori che sembrano qualcosa e invece sono tutt’altro, eccovi i versi del mio nuovo incontro con Masefield. Potrebbero quasi suonare convenzionali, se non fosse per l’urgenza del desiderio in tutti quegli and, and, and , e nelle ripetizioni, e nel ritmo battuto dal rincorrersi di parole mono- e bisillabiche…

Sea-Fever

I must down to the seas again, to the lonely sea and the sky,
And all I ask is a tall ship and a star to steer her by,
And the wheel’s kick and the wind’s song and the white sail’s shaking,
And a grey mist on the sea’s face and a grey dawn breaking.

I must down to the seas again, for the call of the running tide
Is a wild call and a clear call that may not be denied ;
And all I ask is a windy day with the white clouds flying,
And the flung spray and the blown spume, and the sea-gulls crying.

I must down to the seas again to the vagrant gypsy life,
To the gull’s way and the whale’s way where the wind ‘s like a whetted knife ;
And all I ask is a merry yarn from a laughing fellow-rover,
And quiet sleep and a sweet dream when the long trick’s over.


veliero, john masefield, salt-water ballads

E se mai vi venisse voglia di leggerne di più, qui trovate le Salt-Water Ballads complete presso Internet Archive**, in una varietà di formati da  scaricare  o leggere online.

Se vi piacciono velieri, tempeste e avventure nautiche vecchia maniera, potreste fare di peggio.

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* Chissà se gli pagavano lo stipendio in sack? Il sack è una specie di sherry, e a quanto pare, ancora nel tardo Settecento i Poets Laureate d’Inghilterra ricevevano l’intero stipendio in sack – pratica che in seguito perse importanza senza sparire completamente che in tempi relativamente recenti…

** E invece qui, sempre presso IA, trovate un certo numero di altre sue opere.

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