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Mar 21, 2012 - grillopensante, Poesia    9 Comments

(Prima)vera Poesia

Credete di poter sopportare una reminiscenza?

Stiamo parlando di venticinque anni orsono – proprio come oggi. Mi si affibbiò un tema sulla primavera, perché allora l’11 novembre si faceva il tema su S. Martino e le castagne, a settembre si raccontavano le vacanze, il 19 marzo si parlava del papà e il 21 marzo, invariabilmente, di primavera.

Il tema che ho in mente era più avventuroso del consueto, e richiedeva di aggiungere alla prosa un po’ di poesia. Le nostre impressioni personali e i nostri sentimenti – in versi.

E la piccola Clarina – che allora le poesie credeva di scriverle, ma rigorosamente in privato e mai si sarebbe sognata di esporle a scuola – si rifiutò di prendere la faccenda sul serio. Però, siccome il tema voleva prosa&versi, anziché sdilinquirsi sui fiori e le rondini, fece dell’ironia su allergie da pollini, piovaschi e altre amenità stagionali – prima in prosa e poi in quelli che le piaceva considerare ottonari.

Poi intendiamoci – non è che non mi sdilinquissi su fiori e rondinelle, anzi. Avevo una vena altamente sentimentale, nella mia infanzia. Però la tenevo per me e per i membri più anziani della famiglia, quelli che non mancavano mai d’impressionarsi e di dire cose come “che bambina!” o “che testolina d’oro!” Piccola potevo essere, ma ero già una spudorata pescatrice di complimenti – e bisogna dire che sulla bontà della mia vena altamente sentimentale nutrissi già qualche dubbio.

Ad ogni modo, la filastrocca. Non credo fosse nulla di che, però ricordo che ero molto soddisfatta dei miei ottonari in rima baciata, e del fatto che fosse ironica. Mia nonna mi aveva recentemente introdotta al Giusti, you know

Ma temo di dover dire che non andò molto bene. L’insegnante non apprezzò. Disse che non prendevo sul serio la faccenda in particolare e la scuola in generale. Non era rispettoso nei confronti suoi e dei miei compagni che avevano scritto poesie “vere”.

Quest’ultima rampogna mi indignò da non dirsi: la maggior parte delle poesie “vere” consisteva nell’andare a capo a strani intervalli e, nella migliore delle ipotesi, nell’occasionale sole rimato con le viole. Io avevo fatto gli ottonari, dannazione, ed erano tutti rimati, e avevo fatto dell’ironia! Perché la mia non era una poesia “vera”?

Fastforward all’anno scorso e a un piccolo premio letterario locale dove, per una serie di circostanze bizzarre, mi ritrovo in giuria. Ci sono sezioni separate per prosa e poesia, e io provo a dire che per la seconda non sono competente, ma niente da fare, e mi ritrovo a giudicare anche lì. Consapevole dei miei limiti, me ne sto zitta abbastanza a lungo mentre il limitato numero di componimenti meritevoli viene scremato e s’individuano i vincitori. Passato quello, però si viene alle menzioni e, tra le valanghe di gente che va a capo a strani intervalli, si sdilinquisce sulla primavera e il suo primo amore e rima cielo e fiori di melo, compare una faccenda bizzarra, un notturno con uno schema di rime sofisticate e tutta una serie di rimandi ottocenteschi. E mi punge vaghezza di dire che meriterebbe una menzione.

“Ma non è originale! Questo verso è copiato da Leopardi!”

“Ma quest’altro è manzoniano.”

“Ma quest’altro è dannunziano…”

Dico che sì. Appunto. Non è plagio – più o meno consapevole. Sono echi inseriti apposta, è una specie di pastiche fatto con una certa consapevolezza tecnica…

E  c’è questa signora che mi guarda con aria gelida e dice che non capisce bene. “Lei la giudica  meritevole, questa cosa del tutto formale?”

E un’altra signora chiosa che non si tratta di “vera poesia”, e io mi sento di nuovo sui banchi di scuola – però adesso sono attrezzata e mi lancio in una disquisizione su come la forma sia sostanza, e su come a differenziare la poesia dalla prosa sia la tecnica più che i fior di melo e la disposizione random delle parole sulla pagina… E cito il rigore tecnico dei grandi poeti, e mi rifiuto di ammettere che casualità e sentimento frullati insieme producano poesia.

Alla fin fine il notturno finisce menzionato, ma le due signore mi portano ancora rancore – un po’ come io ne porto un filo all’insegnante dopo un quarto di secolo…

Lo so, lo so: è partita come una reminiscenza ed è finita in un rant – ma mi irrita nel profondo questa diffusa convinzione che per scrivere poesia basti aprirsi le coronarie e spargerne il contenuto a manciate sulla pagina – badando di andare a capo spesso.

Feb 17, 2012 - gente che scrive, Poesia    4 Comments

Giornata Nazionale Del Gatto

Ebbene sì, esiste anche questa.

edward lear, foss, giornata del gattoVoi credete al principio secondo cui l’umanità si dividerebbe in dog personscat persons – ovvero gente che ama, capisce e possiede cani, e gente che ama, fa il suo meglio per capire e convive con gatti? Io non molto, ad essere sincera. Sarà che per tutta la vita sia cani che gatti hanno girato per casa mia, e non saprei definirmi esclusivamente attaccata all’uno o all’altro genere di quadrupedi… Sono due tipi di gente molto diversa, questo è certo, al punto che non vedo come possano escludersi vicendevolmente dalla considerazione di un padrone.

Ma sto divagando, è di gatti che si parla oggi – vediamo di restare in tema. E edward lear, foss, giornata del gattopotremmo cominciare col fatto che molti scrittori sembrano aver legato bene con uno o più gatti. Poe e l’adorabile Catterina, Hemingway e la sua colonia di gatti, Stephen King e Clovis, Aldous Huxley che consigliava agli scrittori di tenersi accanto un gatto… Senza parlare dei gatti-musa: Edward Lear disegnò spessissimo l’inseparabile Foss*, ispiratore di The Owl And The Pussy Cat, T.S. Eliot incluse Jellylorum nel suo Old Possum’s Book of Practical Cats, Peter Gethers dedicò ben tre romanzi alle avventure del suo Norton, Thomas Gray scrisse un’ode in memoria di Selima, la gattà di Walpole che annegò nella vasca dei pesci rossi, Dorothy L. Sayers, che scriveva poesie oltre ai gialli, ne dedicò due al suo Timothy, e Christopher Morley mise in poesia l’attitudine al furto del suo Taffy.

E in realtà il fenomeno non è limitato agli scrittori: Freddie Mercury trovò modo di infilare il suo Delilah (sì – maschio) sulla copertina di Innuendo, mentre Mourka, il gatto di Balanchine è il protagonista di una “autobiografia”, e indovinate un po’ chi è Rupi, di Rupi’s Song di Ian Anderson?

edward lear, foss, giornata del gattoBadate che quasi mai si tratta di effusioni o tenerezze. I gatti letterari del mondo anglosassone sono per lo più gente tosta, dalla determinazione inscalfibile e dalle tendenze criminali. Dovete sapere che a un certo punto la Disney contattò la vedova di T.S. Eliot con l’idea di trarre un cartone animato da Old Possum’s Book of Practical Cats, e lei rifiutò. Quando, anni dopo, Andrew Lloyd Webber si fece avanti proponendo un musical, Mrs. Eliot esitò, ma poi finì con l’accettare quando si rese conto che ALW non aveva nessuna intenzione di ritrarre i Practical Cats dei “mici”. E in effetti, Cats ha ben poco di tenero e soffice.

Si direbbe che gatti e artisti prosperino bene insieme – come sembra dimostrare anche questa serie di fotografie… Sarà l’imprevedibilità, l’irriducibile personalità, la combinazione di perfetto egoismo e inopinate tenerezze, la predisposizione a lunghe ore di immobilità, l’intensità di proposito…? Godendo della compagnia di due egocentrici, gelosissimi felini con il dono della sorpresa, il senso del dramma e un talento combinato per il disastro su vasta scala, posso dire con cognizione di causa che si tratta di creature dalle vaste possibilità. Osservare un gatto non è mai tempo perso, e molti gatti sembrano possedere personalità e vite eminentemente narrabili. giornata nazionale del gatto, tess&udrotti

Essendo la giornata che è, lasciate che vi presenti i miei due soriani, Tess e Udrotti (conosciuti anche come The Tabbbies, The Bigginses, The Garden Tigers, Disgrazia&Sciagura SnC, Bedlam Inc. e un sacco di altri nomi meno carini), qui ritratti in un raro istante di quiete. Se dicessi di non avere mai pensato di scrivere qualcosa su di loro, mentirei.

E finiamo con qualche link felino.

– Di nuovo, caso mai vi fosse sfuggita prima, Writers & Kitties, una deliziosa raccolta di foto di artisti con i loro gatti.

– Poesie d’argomento felino in Italiano e in Inglese.

– Due spassosi articoli sul rapporto tra gatti e scrittori – dal punto di vista felino. Uno qui e uno qui.

– Le meravigliose strisce a fumetti di Hallmarks of Felinity.

– L’adorabilmente distruttivo Simon’s Cat.

E per finire… T.S. Eliot in persona che legge The Naming Of Cats (di cui trovate una traduzione orfana nella pagina di poesie in Italiano…):

The Naming of Cats is a difficult matter,
It isn’t just one of your holiday games;
You may think at first I’m as mad as a hatter
When I tell you, a cat must have THREE DIFFERENT NAMES.
First of all, there’s the name that the family use daily,
Such as Peter, Augustus, Alonzo or James,
Such as Victor or Jonathan, or George or Bill Bailey –
All of them sensible everyday names.
There are fancier names if you think they sound sweeter,
Some for the gentlemen, some for the dames:
Such as Plato, Admetus, Electra, Demeter –
But all of them sensible everyday names.
But I tell you, a cat needs a name that’s particular,
A name that’s peculiar, and more dignified,
Else how can he keep up his tail perpendicular,
Or spread out his whiskers, or cherish his pride?
Of names of this kind, I can give you a quorum,
Such as Munkustrap, Quaxo, or Coricopat,
Such as Bombalurina, or else Jellylorum –
Names that never belong to more than one cat.
But above and beyond there’s still one name left over,
And that is the name that you never will guess;
The name that no human research can discover –
But THE CAT HIMSELF KNOWS, and will never confess.
When you notice a cat in profound meditation,
The reason, I tell you, is always the same:
His mind is engaged in a rapt contemplation
Of the thought, of the thought, of the thought of his name:
His ineffable effable
Effanineffable
Deep and inscrutable singular Name.

E voi? O meglio: e i vostri gatti?

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* E sono schizzi di Lear con Foss per soggetto a illustrare questo post. A parte l’ovvia eccezione.

E La Ninfa Al Pastore Appassionato

sir walter raleigh, marlowe, the nymph's replyC’è gente da cui non te lo aspetti, perché per tutta la vita naviga, esplora colonizza, reprime gl’Irlandesi, complotta, si fa accusare di stregoneria e d’ateismo, si tiene in casa il Galileo inglese entra ed esce dalla Torre di Londra… Oppure forse un pochino potresti aspettartelo, perché tra una spedizione in cerca di El Dorado e un tentato coup questa gente trova il tempo di scrivere poesia, corteggiar regine e rovinarsi o quasi per sposarsi in segreto – sfidando l’ira delle regine corteggiate.

Per cui sì, forse te lo potresti anche aspettare, ma resta il fatto che il nome di questa gente è legato ad altro – ai galeoni, alla Virginia, alle battaglie e alle compagnie pericolose… Non certo agl’idilli pastorali.

Per cui è sempre con un certo divertimento che leggi l’ironica – e amarognola – risposta della ninfa al pastorello marloviano – sapendo che è dell’avventuroso Sir Walter Rale(i)gh:

The Nymph’s Reply

If all the world and love were young,
And truth in every shepherd’s tongue,
These pretty pleasures might me move
To live with thee and be thy love.

Time drives the flocks from field to fold,
When rivers rage and rocks grow cold;
And Philomel becometh dumb;
The rest complain of cares to come.

The flowers do fade, and wanton fields
To wayward winter reckoning yields;
A honey tongue, a heart of gall,
Is fancy’s spring, but sorrow’s fall.

Thy gowns, thy shoes, thy bed of roses,
Thy cap, thy kirtle, and thy posies,
Soon break, soon wither, soon forgotten,
In folly ripe, in reason rotten.

Thy belt of straw and ivy buds,
Thy coral clasps and amber studs,
All these in me no means can move
To come to thee and be thy love.

But could youth last and love still breed,
Had joys no date nor age no need,
Then these delights my mind might move
To live with thee and be thy love.

Di nuovo, vi tocca la mia traduzione improvvisata. Abbiate pazienza – è così che van le cose*.


La Replica della Ninfa al Pastore Appassionato

Se il mondo e l’amore fossero giovani,
E tutti i pastori fossero sinceri,
Queste incantevoli delizie potrebbero convincermi
A vivere con te ed essere l’amor tuo.

Il tempo caccia le greggi dal pascolo,
Quando i fiumi s’ingrossano e i massi diventano freddi;
E Filomele si ammutisce;
Ed è tutto un lamento per le pene a venire.

I fiori appassiscono e l’abbondanza dei campi
Paga il conto all’inverno ostinato;
Parole docli e cuore amaro,
Amor di primavera e pena d’autunno.

I tuoi abiti, le tue scarpe, i tuoi letti di rose,
Le tue acconciature, le tue gonne e i tuoi mazzolini,
Son presto disfatti, appassiti e dimenticati,
Maturi quando si è sciocchi, e putridi quando ci si ragiona.

Nè la tua cintura di paglie ed edera,
Né i tuoi ornamenti di corallo ed ambra,
Né nulla ti tutto ciò mi convincerà
A venire con te ed esser l’amor tuo.

Ma se la gioventù potesse durare e l’amore prosperare,
Se la gioia non conoscesse data, o età o bisogno,
Allora queste delizie potrebbero convincermi
A vivere con te ed esser l’amor tuo.

Che bisogna dire? Che le ninfe hanno un animo più pratico dei pastori. Che alla scuola della notte non si confabulava soltanto di rotazione terrestre, d’alchimia e di massimi sistemi – ma ci si divertiva anche un sacco. E che queste due poesie sarebbero una delizia messe in scena insieme…

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* Ma se qualcuno avesse traduzioni da segnalarmi, sarei grata…

Il Pastore Appassionato All’Amor Suo

christopher marlowe, come live with me and be my love, san valentinoC’è gente da cui non te lo aspetti, perché per tutta la vita scrive tragedie magniloquenti e feroci, popolate di gente che aspira al potere, alla conoscenza, alla ricchezza e al generale nocumento… Oppure forse un pochino potresti aspettartelo, perché tra una scena di battaglia e una di tortura questa gente trova il tempo di piazzare un certo numero di appassionati corteggiamenti tra conquistatori e principesse, tra re e favoriti, tra dei e semidei, tra eruditi e mitologiche bellezze* – e, a latere, traduce Ovidio e scrive (e non finisce, per cause di forza maggiore) uno dei grandi poemi erotici del suo tempo.

Per cui sì, forse te lo potresti anche aspettare, ma resta il fatto che il nome di questa gente è legato ad altro – alle fiamme, alle battaglie, alle aspirazioni sovrumane, alle scene di tortura… Non certo agl’idilli pastorali.

E quindi è sempre con lieve e divertita incredulità che rileggi quella che forse è la più graziosa canzone d’amore di tutta la letteratura inglese – sapendo è che opera del fiammeggiante e truce Kit Marlowe:

The Passionate Shepherd To His Love

Come live with me and be my love,
And we will all the pleasures prove
That valleys, groves, hills, and fields,
Woods, or steepy mountain yields.

And we will sit upon rocks,
Seeing the shepherds feed their flocks,
By shallow rivers to whose falls
Melodious birds sing madrigals.

And I will make thee beds of roses
And a thousand fragrant poises,
A cap of flowers, and a kirtle
Embroidered all with leaves of myrtle;

A gown made of the finest wool
Which from our pretty lambs we pull;
Fair lined slippers for the cold,
With buckles of the purest gold;

A belt of straw and ivy buds,
With coral clasps and amber studs;
And if these pleasures may thee move,
Come live with me, and be my love.

The shepherds’s swains shall dance and sing
For thy delight each May morning:
If these delights thy mind may move,
Then live with me and be my love.

E ammetto di non avere cercato moltissimo, ma non ho trovato traccia di una traduzione pubblicata – per cui dovrete accontentarvi della mia traduzioncella impromptu – una faccenda letterale anzichenò, senza metro né rima, goffa a tratti e puramente funzionale. Magari un giorno o l’altro mi ci metterò sul serio. Per ora, abbiate pazienza:

Il Pastore Appassionato All’Amor Suo

Vieni a vivere con me e sii l’amor mio,
E proveremo tutte le delizie
Che vallate, boschetti, colli e campi,
Foreste o monti ripidi san dare.

E siederemo sui massi,
A guardare i pastori che pascolano le greggi,
Presso i ruscelli alle cui cascate
Gli uccelli canori gorgheggian madrigali.

E ti preparerò letti di rose
E mille mazzolini fragranti,
Un’acconciatura di fiori, e un vestito
Ricamato a foglie di mirto**;

E un abito della lana più fine,
Che prenderemo dai nostri begli agnellini;
Delle belle pianelle imbottite per i giorni freddi,
Con le fibbie d’oro purissimo;

E una cintura di paglia ed edera,
Ornata di corallo e d’ambra;
E se tutto questo può attirarti,
Vieni a vivere con me e sii il mio amore.

I pastorelli danzeranno e canteranno
Per deliziarti nelle mattine di maggio:
Se queste delizie possono convincerti,
Vivi con me, allora, e sii l’amor mio.

Ed essendosi domani San Valentino, eccovi il tutto cantato da Annie Lennox***:

E già che ci siamo, una versione un tantino più… period.

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* In versi che qualche volta attraversano i secoli per finire nei film, nelle scatole di cioccolatini e nell’inconsapevole corredo letterario generale. Was this the face that launched a thousand ships? chiede Faustus, ammirando la Elena che il diavolo gli ha recuperato… “Era questo il volto che lanciò mille navi?” O, come disse una volta un’attrice di mia conoscenza in un momento d’entusiasmo “il volto che gettò mille navi…”

** O di pervinca, se preferite, chè la pervinca minore è parente del mirto. Son quelle nozioni che non si sa mai – potrebbero sempre servire nella vita…

*** Non perché a SEdS abbiamo sviluppato improvvisamente una vena sentimentale – ma ci piace tanto Annie Lennox.

Feb 8, 2012 - Poesia    No Comments

Versi In Bianco

Come temevasi, la neve ha colpito – con il serio aiuto dell’influenza. Tra la compagnia decimata e mezzo Mantovano snowbound, la prima di domani sera è cancellata, e Di Uomini E Poeti debutta sabato 11.

E visto che è così che van le cose, neve sia. In versi, magari, e in tre continenti…

La neve

Lenta la neve, fiocca, fiocca, fiocca,
senti: una zana dondola pian piano.
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca,
canta una vecchia, il mento sulla mano,

La vecchia canta: Intorno al tuo lettino
c’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo s’addormenta.
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

(Giovanni Pascoli)
 
Pensiero segreto

In un paese ove la neve
raramente cadeva nei passati inverni,
da molti giorni nevica.
S’accumula la neve ed ogni cosa
vien ricoperta da un candido manto:
sotto quel manto paiono più belle
tutte le cose più comuni e vane.
Ma nel nostro pensiero c’impaura
il pensier, che domani, con il sole,
la neve sàrà fusa e allor le cose
sembreranno più brutte e più meschine.

 
(Fuyuhiko Kitagawa)
 
Era lei, la neve

E un mattino
appena alzati, pieni di sonno,
ignari ancora,
d’improvviso aperta la porta,
meravigliati la calpestammo:
Posava, alta e pulita
in tutta la sua tenera semplicità.
Era
timidamente festosa
era
fittissimamente di sé sicura.
Giacque
in terra
sui tetti
e stupì tutti
con la sua bianchezza.

(Evgenij Evtusenko)
 
The Snow That Never Drifts
 
La Neve che mai si accumula –
La transitoria, fragrante neve
Che arriva una sola volta l’Anno
Morbida s’impone ora –

Tanto pervade l’albero
Di notte sotto la stella
Che certo sia il Passo di Febbraio
L’Esperienza giurerebbe –

Invernale come un Volto
Che austero e antico conoscemmo
Riparato in tutto tranne la Solitudine
Dall’Alibi della Natura –

Fosse ogni Tempesta così dolce
Valore non avrebbe –
Noi compriamo per contrasto – La Pena è buona
Quanto più vicina alla memoria –

(Emily Dickinson)

Dic 24, 2011 - musica, Natale, Poesia    No Comments

Vigilia

Natale mi rende sentimentale – la Vigilia ancor di più. La Vigilia mi rende maudlin. E allora vado a recuperare ricordi d’infanzia e vecchie tradizioni – come questa poesia di Gozzano, che – a parte tutto – rende quel tono di fiaba che la notte della Vigilia aveva in anni più innocenti.

La Notte Santa

(Melologo popolare)

– Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

    Il campanile scocca lentamente le sei.

– Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?
– Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

    Il campanile scocca lentamente le sette.

– Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
– Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

    Il campanile scoccalentamente le otto.

– O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
– S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

    Il campanile scoccalentamente le nove.

– Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
– Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…

    Il campanile scocca lentamente le dieci.

– Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

    Il campanile scocca le undici lentamente.

La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due?
– Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…
Maria già trascolora, divinamente affranta…

    Il campanile scocca La Mezzanotte Santa.

È nato!

    Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane! Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d’un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.
È nato!
Alleluja! Alleluja!


E, nella stessa vena, una carola Anni Sessanta – scritta da Noel Regney, un compositore francese espatriato negli Stati Uniti, e da sua moglie Gloria Shayne Baker, che d’abitudine scriveva canzoni rock:

Said the night wind to the little lamb
Do you see what I see
Way up in the sky little lamb
Do you see what I see
A star, a star
Dancing in the night
With a tail as big as a kite
With a tail as big as a kite

Said the little lamb to the shepherd boy
Do you hear what I hear
Ringing through the sky shepherd boy
Do you hear what I hear
A song, a song
High above the tree
With a voice as big as the sea
With a voice as big as the sea

Said the shepherd boy to the mighty king
Do you know what I know
In your palace wall mighty king
Do you know what I know
A child, a child
Shivers in the cold
Let us bring him silver and gold
Let us bring him silver and gold

Said the king to the people everywhere
Listen to what I say
Pray for peace people everywhere
Listen to what I say
The child, the child
Sleeping in the night
He will bring us goodness and light
He will bring us goodness and light

The child, the child
Sleeping in the night
He will bring us goodness and light

Felice Vigilia a tutti!

Dic 19, 2011 - Poesia    1 Comment

Genetliaco Gozzaniano

guido gozzano, Vi avevo detto che dicembre sarebbe stato un mese di compleanni letterari, vero? Oggi Guido Gozzano compirebbe 128 anni.

Eccovi dunque qualche link gozzaniano – e non è che ce ne sia un’abbondanza enorme…


Qui c’è la pagina gozzaniana di LiberLiber, con un pochino di biografia, le poesie complete, una raccolta di fiabe e il racconto L’Altare del Passato.

Qui ci sono le poesie complete da leggere online – cominciando dai Colloqui.

Qui c’è Paolo Poli che legge L’Amica di Nonna Speranza.

Enfin, essendo questa la settimana che è, ecco la tenera, malinconica, fiabesca Natale:

La pecorina di gesso, 

sulla collina in cartone,

chiede umilmente permesso

ai Magi in adorazione.

Splende come acquamarina

il lago, freddo e un po’ tetro,

chiuso fra la borraccina,

verde illusione di vetro.

Lungi nel tempo, e vicino

nel sogno (pianto e mistero)

c’è accanto a Gesù Bambino,

un bue giallo, un ciuco nero.


E presepi a parte, vale la pena di riscoprire l’amarognolo Guido, con il suo acume di condannato, i suoi rimpianti costruiti in anticipo, i suoi sogni d’idillio campestre – dolci finché restan tali – e la sua scienza quasi proustiana del ricordo.




 

Dic 11, 2011 - musica, Poesia    No Comments

Aaron Copland Ed Emily Dickinson

Ancora in celebrazione del compleanno di Emily (centottantuno anni ieri), ecco qui le prime quattro tra le dodici poesie dickinsoniane musicate dal compositore americano Aaron Copland.

Se vi piacciono, le altre si trovano qui.

Buona domenica.

Dic 9, 2011 - Poesia    No Comments

Buon Compleanno, Emily

emily dickinsonVi avevo detto, credo, che i tre quarti del mio pantheon letterario sono costituiti da gente nata in dicembre. Domani Emily Dickinson compirebbe 181 anni.

Celebriamo con una manciata di links dickinsoniani.

Qui trovate un ricco sito italiano dedicato a Emily: tutte le poesie con traduzione italiana a fronte di Giuseppe Ierolli, le lettere, i frammenti in prosa e una quantità di notizie accessorie e strumenti. Ottima risorsa.

Qui c’è la bella biografia sul sito di Poetry Foundation. Controllate anche la sezione Poems, Articles and More per una serie di articoli e letture, e non perdete questa poesia animata. Emily_Dickinson_'Wild_nights'_manuscript.jpg

Se vi piace ascoltare, qui c’è un buon numero di poesie lette da Laura Lee Parrotti.

Qui invece ci sono i Dickinson Digital Archives, una miniera di ogni bendidio di materiali dickinsoniani: lettere, documenti, risorse, critica…

E qui volevo segnalarvi un interessante progetto didattico italiano che, tra l’altro, associa la lettura delle poesie di Emily alla musica.

Che stiate festeggiando il ponte dell’Immacolata o meno – o che stiate ninnando come me la prima influenza della stagione – potreste far di peggio che concedervi, tra oggi e domani, una giornata poetica. O anche un pomeriggio, o un’ora, o dieci minuti per leggere qualche verso di questa straordinaria poetessa col dono dell’immagine folgorante.

Ott 12, 2011 - gente che scrive, Poesia    No Comments

Seamus Heaney

Ogni tanto scopro un poeta e resto folgorata.

È successo anche con Seamus Heaney, straordinario poeta irlandese, premio Nobel per la Letteratura nel 1995, cantore di un’Irlanda amara, nebbiosa e verdissima, di schegge di pietra e pattuglie inglesi, di personaggi mitici reincarnati in viandanti nelle campagne, di leggende mediterranee e celtiche inestricabilmente annodate tra di loro. Ma soprattutto, Heaney canta l’anima, la coscienza e il tormento di chi non ha combattuto, di chi è rimasto a guardare con sgomento mentre IRA, orangisti e “occupanti” inglesi insanguinavano l’Irlanda. E qual è il ruolo del poeta in tutto ciò? Questo è il rovello che Heaney esplora e scava da decenni, venendo gradualmente a patti con la sua posizione di osservatore e distillatore, novello Virgilio estromesso dalla sua terra e forgiatore di versi per se stesso e per l’umanità.

Il risultato è una poesia asciutta, possente, che mescola questioni metafisiche, mito, rugiada sui campi e dettagli quotidiani.

Questa è una delle sue poesie miliari, in cui accosta scrittura e lavoro dei campi, se stesso e la sua famiglia di contadini: una diversa fatica, altrettanto scavare…

DIGGING

Between my finger and my thumb   
The squat pen rests; snug as a gun.

Under my window, a clean rasping sound   
When the spade sinks into gravelly ground:   
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds   
Bends low, comes up twenty years away   
Stooping in rhythm through potato drills   
Where he was digging.

The coarse boot nestled on the lug, the shaft   
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked,
Loving their cool hardness in our hands.

By God, the old man could handle a spade.   
Just like his old man.

My grandfather cut more turf in a day
Than any other man on Toner’s bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, going down and down
For the good turf. Digging.

The cold smell of potato mould, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I’ve no spade to follow men like them.

Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I’ll dig with it.

Solo in Inglese, abbiate pazienza. La recente full immersion nell’opera di Heaney mi ha fatto perdere ancora un po’ di fede nella traduzione letteraria – specialmente in fatto di poesia, e più di tutto una poesia densa come quella di Heaney, dove ogni parola intreccia fasci di significati. Vale la pena di fare qualche sforzo con l’originale, credete.

Ecco, domani vado a Bologna ad accogliere Seamus Heaney che arriva per ricevere sabato mattina il Premio Internazionale Virgilio. Fino a lunedì sarò la sua interprete e, se tutto va molto, molto, molto bene, assisterà anche a Di Uomini E Poeti venerdì sera. Non so dirvi quanto sia emozionata in proposito. Heaney è il più grande scrittore che abbia mai avuto il privilegio d’incontrare.

Vi farò sapere.

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