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Set 25, 2011 - musica, Poesia    1 Comment

Joan Of Arc

Oh, Leonard Cohen! Riuscire a trattare poeticamente un personaggio storico in una maniera così profonda e universale – e farlo in musica così bella, con questa intensità… *sospirone*

E buona domenica.

Ago 31, 2011 - Poesia    6 Comments

Settembre, Andiamo…

Settembre arriva – domani. Ho sempre avuto un debole per settembre, mese di declino dorato e dolce. Sarà un po’ maudlin da parte mia, ma la malinconia della fine dell’estate, il senso di tramonto, il rinfrescarsi della sera, le ombre sempre più lunghe…

In letteratura e in poesia settembre compare spesso – e non potrebbe essere altrimenti, con le sue connotazioni di finalità, di declino, di cose perdute, di tempo che scorre, di presagi d’inverno? Per primo mi viene in mente il piccolo Hanno Buddenbrook, con la fine delle sue amatissime vacanze al mare, i frenetici e vani tentativi d’illudersi che ci sia ancora tempo prima di tornare al grigiore opprimente della vita scolastica. Chi da bambino, all’approssimarsi di settembre, non ha mai cercato d’ingannarsi con questo genere di calcoli?

E poi ci sono i poeti, che hanno ricamato su settembre in ogni genere di modo.

Cominciamo con D’Annunzio e i suoi Pastori transumanti, il rito antico e arioso incorniciato da quell’ultimo verso pieno di rimpianto:

Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natía
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquío, calpestío, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

Per Vittorio Sereni Settembre diventa un’agonia quieta e un nonnulla desolata, se non fosse per l’accettazione finale – o pensandoci bene: compresa l’accettazione finale.

Già l’olea fragrante nei giardini
d’amarezza ci punge: il lago un poco
si ritira da noi, scopre una spiaggia
d’aride cose,
di remi infranti, di reti strappate.
E il vento che illumina le vigne
già volge ai giorni fermi queste plaghe
da una dubbiosa brulicante estate.

Nella morte già certa
cammineremo con più coraggio,
andremo a lento guado coi cani
nell’onda che rotola minuta.

Attilio Bertolucci invece dipinge un Settembre luminoso, fresco, dolce e così calmo da non avere nostalgie:

Chiaro cielo di settembre
illuminato e paziente
sugli alberi frondosi
sulle tegole rosse

fresca erba
su cui volano farfalle
come i pensieri d’amore
nei tuoi occhi

giorno che scorri
senza nostalgie
canoro giorno di settembre
che ti specchi nel mio calmo cuore.

Mentre Alfonso Gatto, che fin dal danzante titolo Arietta Settembrina sembra promettere un clima più lieve di altri, a partire dalla seonda strofa infila, uno per volta, dei sottili brividi più scuri – quasi a riprodurre la progressione del mese:

Ritornerà sul mare
la dolcezza dei venti
a schiuder le acque chiare
nel verde delle correnti.

AI porto, sul veliero
di carrubbe l’estate
imbruna, resta nero
il cane delle sassate.

S’addorme la campagna
di limoni e d’arena
nel canto che si lagna
monotono di pena.

Così prossima al mondo
dei gracili segni,
tu riposi nel fondo
della dolcezza che spegni.

Guido Gozzano, in questo scampolo de La Signorina Felicita, fa di settembre l’acquarello teneramente malinconico in cui ricordare la sua schiva innamorata campagnola. L’avvocato è qui che pensa a te, Felicita:

Pensa i bei giorni d’un autunno addietro,
Vill’Amarena a sommo dell’ascesa
coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa
dannata, e l’orto dal profumo tetro
di busso e i cocci innumeri di vetro
sulla cinta vetusta, alla difesa…

Vill’Amarena! Dolce la tua casa
in quella grande pace settembrina!
La tua casa che veste una cortina
di granoturco fino alla cimasa:
come una dama secentista, invasa
dal Tempo, che vestì da contadina.

Questa poesiola di Ettore Berni, settembrina in spirito se non in as many words, è un ricordo delle elementari, che  cito a memoria a trent’anni di distanza e con relativa precisione. Fu, credo, la mia introduzione all’idea di irreparabilità dello scorrere del tempo:

Dice al fanciul la rondine:

– Fa freddo, io me ne vo.

Al ritornar dei zeffiri,

amico, tornerò.

 

Dice la foglia all’albero:

– Fa freddo, io me ne vo.

Quando verran le rondini,

anch’io ritornerò.

 

E dice il tempo agli uomini:

– Ho fretta, me ne vo.

Gli uccelli e i fior ritornano;

io più non tornerò.

E che dite di un haiku di Soseki, adesso? Non specificamente settembrino – solo autunnale – ma badate alla sensazione di sopresa e di mutamento incombente:

Mentre mi lavo il viso,
nel catino si erge
l’ombra dell’autunno.

E adesso, come sapevate che avrei fatto, passiamo oltremanica e oltreoceano, cominciando con il gaio, coloratissimo September di Helen Hunt Jackson, che combina il più bel clima estivo con l’allegria autunnale – ma badate alle ultime due quartine:

The golden-rod is yellow;
The corn is turning brown;
The trees in apple orchards
With fruit are bending down.
 
The gentian’s bluest fringes
Are curling in the sun;
In dusty pods the milkweed
Its hidden silk has spun.
 
The sedges flaunt their harvest,
In every meadow nook;
And asters by the brook-side
Make asters in the brook.
 
From dewy lanes at morning
The grapes’ sweet odors rise;
At noon the roads all flutter
With yellow butterflies.
 
By all these lovely tokens
September days are here,
With summer’s best of weather,
And autumn’s best of cheer.
 
But none of all this beauty
Which floods the earth and air
Is unto me the secret
Which makes September fair.
 
‘T is a thing which I remember;
To name it thrills me yet:
One day of one September
I never can forget.

Tutt’altra faccenda è il September di Ted Hughes, che disegna l’estate come una stagione senza tempo: è solo con l’autunno che gli orologi riprendono a ticchettare:

We sit late, watching the dark slowly unfold:
No clock counts this.
When kisses are repeated and the arms hold
There is no telling where time is.

It is midsummer: the leaves hang big and still:
Behind the eye a star,
Under the silk of the wrist a sea, tell
Time is nowhere.

We stand; leaves have not timed the summer.
No clock now needs
Tell we have only what we remember:
Minutes uproaring with our heads

Like an unfortunate King’s and his Queen’s
When the senseless mob rules;
And quietly the trees casting their crowns
Into the pools.

E infine non poteva mancare la mia prediletta Emily Dickinson, con il suo September’s Baccalaureate, bozzetto di una stagione che, con nulla più che piccoli segni e refoli di brezza, insinua nell’animo umano una propensione alla malinconia:

September's Baccalaureate 
A combination is Of Crickets -- Crows -- and Retrospects
And a dissembling Breeze
That hints without assuming --
An Innuendo sear
That makes the Heart put up its Fun
And turn Philosopher.

Insomma è così che funziona: la spensieratezza estiva s’incrina e si macchia, noi ci ricordiamo che tutto finisce e ci poetiamo su. Ma se nel processo ci capita d’immalinconirci troppo, ci possiamo consolare con due versi di John Donne:

Né la primavera né la bellezza d’estate hanno la grazia
che ho visto sul viso dell’autunno.

Buon settembre!

Ago 11, 2011 - grillopensante, Londra, Poesia    No Comments

Recessional

Questo non è proprio un post. E’ una segnalazione legata a una serie di riflessioni scambiate con M.B. a proposito di quel che succede in Inghilterra in questi giorni.

Kipling scrisse questa poesia nel 1897 e la intitolò Recessional – la parola che, nella liturgia anglicana, indica il canto che accompagna l’uscita solenne del celebrante al termine del rito. Uno strano, triste, profetico dono per il Giubileo di una regina al colmo della sua gloria…

Recessional

God of our fathers, known of old—
Lord of our far-flung battle line—
Beneath whose awful hand we hold
Dominion over palm and pine—
Lord God of Hosts, be with us yet,
Lest we forget—lest we forget!

The tumult and the shouting dies—
The Captains and the Kings depart—
Still stands Thine ancient sacrifice,
An humble and a contrite heart.
Lord God of Hosts, be with us yet,
Lest we forget—lest we forget!

Far-called our navies melt away—
On dune and headland sinks the fire—
Lo, all our pomp of yesterday
Is one with Nineveh and Tyre!
Judge of the Nations, spare us yet,
Lest we forget—lest we forget!

If, drunk with sight of power, we loose
Wild tongues that have not Thee in awe—
Such boastings as the Gentiles use,
Or lesser breeds without the Law—
Lord God of Hosts, be with us yet,
Lest we forget—lest we forget!

For heathen heart that puts her trust
In reeking tube and iron shard—
All valiant dust that builds on dust,
And guarding calls not Thee to guard.
For frantic boast and foolish word,
Thy Mercy on Thy People, Lord!
Amen.

Giu 20, 2011 - Poesia, Utter Serendipity    No Comments

Lucciole, Poeti e Qualche Rana – ovvero Qualcosa Per Il Solstizio

lucciole, eclissi, solstizio d'estate, ippolito nievo, attilio bertolucci, gerolamo fontanella, kobayashi issa, robert frost, corrado govoniQualche sera fa, mentre tornavamo da una riunione del comitato promotore per le manifestazioni del 150° (non avete idea!) con S. ci siamo fermati in aperta campagna per vedere quel che si poteva dell’eclissi. La luna stava ricomparendo – una fetta sempre più larga, in quella maniera che hanno le eclissi – ma temo di non avere badato alle sue mattane quanto avrei dovuto, perché a un certo punto Enter a Firefly. E poi un’altra… lucciole! Erano secoli che non vedevo le lucciole, almeno non più di una per volta, ed erano sempre state lucciole di terra, rese anemiche dalle luci del giardino. Ma lucciole vere che volavano sui campi di notte… ah! E proprio allora, come se la notte avesse avuto la precisa intenzione di farmi felice, nel fosso vicino una rana piuttosto baritonale ha cominciato a gracidare. Anche le rane non si sentono più, non certo in paese, per cui sono andata in estasi quando qualcuno di batracesco ha gracidato un paio di volte e poi si è tuffato. Ho sentito distintamente il “pluf” nell’acqua*. E poi c’erano i grilli, e un enorme pioppo cipressino, e persino quel tanto di brezza che serviva per far stormire le fronde del pioppo senza coprire grilli e rane… Se non fosse stato per le zanzare sarebbe stato assolutamente perfetto, ma anche così era di una perfezione rara – e mi sono ripromessa di postarci su.

Lo faccio oggi, perché la vigilia del solstizio d’estate mi sembra in qualche maniera appropriata a un po’ di sdilinquimento sull’atmosfera delle notti estive. Sdilinquimento in versi.

A partire da Alla Lucciola (con brusco risveglio) del barocco Girolamo Fontanella: lucciole, eclissi, solstizio d'estate, ippolito nievo, attilio bertolucci, gerolamo fontanella, kobayashi issa, robert frost, corrado govoni

Mira incauto fanciul lucciola errante

Di notte balenar tremola e bella,

Che di qua, che di là, lieve e rotante,

Somiglia in mezzo al bosco aurea fiammella.

Va tra le cupe ed intricate piante,

Stende la man pargoletta** e bella,

E credendo involar rubino o stella

Va de la preda sua ricco e festante.

Ma poi che ‘l nostro orror l’alba disgombra,

Quel che pria gli parea gemma fatale,

Di viltà, di stupor gli occhi l’ingombra.

Così bella parea cosa mortale!

Ma vista poi che si dilegua l’ombra,

altro al fine non è ch’un verme frale.

Poi Le Lucciole, di Ippolito Nievo – che riesce sempre a infilarci un che di patriottico:

Lucciolette che ronzate

Pei crepuscoli ideali,

Care stelle forviate

Da vostr’orbite immortali,

Forse ancor del ciel natio

Affaticavi il desio?

Io vi sciolgo l’ali al volo,

Lucciolette cattivelle;

Ite pur lambendo il suolo

Colle timide fiammelle,

Giacché i cieli a voi contese

Legge improvvida e scortese.

Ai romiti casolarilucciole, eclissi, solstizio d'estate, ippolito nievo, attilio bertolucci, gerolamo fontanella, kobayashi issa, robert frost, corrado govoni

Nel silenzio dei villaggi

Pei giardini solitari

Seminate i vostri raggi,

Fra le tenebre dei chiostri

Seminate i raggi vostri.

Pei tumulti delle feste

Melanconiche volate,

Sol palesi all modeste

Ciglia e all’alme addolorate,

Onde vengan esse poi

Meditando dietro a voi.

A chi stanco si risente

Della stolida allegria

Rischiarate santamente

L’annebbiata fantasia,

Perché al cor gli venga e al viso

D’altro oprar più maschio riso.

Lucciolette, anco un momento,

Ed il pugno che vi accoglie

Vi darà libere al vento.

Vinto han già le vostre doglie

Il ritroso animo mio.

Lucciolette addio, addio!…

Poi Il Giardino del futurista Corrado Govoni

Presto tutto il giardino formicolerà di lucciole

piccoli lampi di magnesio per fare la fotografia

ai volti ipnotici e medianici dei fiori.

E’ notte: fa fresco: cadono le prime gocce di stelle:

si rientra.

E Attilio Bertolucci: lucciole, eclissi, solstizio d'estate, ippolito nievo, attilio bertolucci, gerolamo fontanella, kobayashi issa, robert frost, corrado govoni

 

Come lucciola allor ch’estate volge

All’ardor di luglio, stanca posa

Sull’erba che la vide errare quando

Più temperate sere il cielo invia,

Dov’è caduta luce tramortita

E fioca, e così sola nella notte,

Così l’anima giace poi che il curvo

Giro degli anni a suo fine declina.

Una stellata notte allor consoli

Nostra tremante quiete, quale questa

Che s’apre dolce e silente

Su te, lucciola morente.

Dopodiché abbandoniamo l’ordine cronologico e l’Italia, e passiamo all’estero in ordine sparso con un haiku di Kobayashi Issa***:

 

Inciampa

guardando le lucciole:

eccone una!

E finiamo con Fireflies In The Garden, di Robert Frost

Here come real stars to fill the upper skies,
And here on earth come emulating flies,
That though they never equal stars in size,
(And they were never really stars at heart)
Achieve at times a very star-like start.
Only, of course, they can’t sustain the part.

Ecco qui. Complessivamente non è che i poeti associno immagini gioiosissime alle lucciole, vero? C’è quasi sempre qualcosa di smarrito, d’ingannevole e caduco associato a queste fiammelline vaganti e vive… Che posso farci? Per una volta dovrò essere in disaccordo con la maggior parte dei poeti, e quindi credete: è un auspicio felice che faccio nell’augurare a tutti voi e a me stessa un’estate piena di lucciole.

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* E sì: “pluf”. Il tuffo di una piccola rana nell’acqua di un fosso non è assolutamente un “plop”. E’ un “pluf”.

** Sì, visto? Non ho proprio idea…

*** Traduzione di NeveSottile

 

 

Feb 25, 2011 - Poesia    2 Comments

Nei Versi Sciolti Si Può Inciampare

Sapendomi incuriosita dalla tecnica poetica legata all’Inglese, M.J. mi segnala un sito – il cui link verrà forse in seguito. Non ora, e forse in futuro, per un motivo specifico.

Quando l’ho visitato seguendo la segnalazione di M.J., ho trovato con delizia una serie di spiegazioni molto chiare di tipi di metro e generi relativi. Scopro che, accanto a forme meno inattese, esistono cose con nomi come Teacup Dictionary e Kyrielle. Incantevole! Sì, forse qua e là semplificano un tantino, ma come introduzione mi sembra perfetta…

…Finché non inciampo nella pagina del Blank Verse, o verso sciolto. Versi non rimati, spiega PD, spesso (ma non sempre) pentametri iambici. Il primo a introdurre il Blank Verse è stato Shakespeare.

Come, prego? Shakespeare?

Ed è qui che tiro il freno a mano, perché è una bugia grossa come una casa. Se c’è stato un iniziatore del BV è stato Marlowe, e nemmeno lui l’ha inventato  del tutto. Già prima di lui qualche autore aveva usato davvero una successione di pentametri iambici tutti uguali. Marlowe creò il BV inglese inserendoci movimento e varietà attraverso una serie di accorgimenti tecnici che spezzavano la regolarità dei versi, non solo modificandone il ritmo, ma rendendolo adattabile alla situazione drammatica.

Poi è vero che Shakespeare ha portato la tecnica a incredibili vertici di raffinatezza, ma lo ha fatto partendo dal lavoro di Marlowe.

La falsa attribuzione mi ha lasciata perplessa, e mi ci avrebbe lasciata anche se Kit Marlowe non fosse la mia ossessione in carica. Devo dedurne che i redattori di PD non sappiano la storia della letteratura? E allora perché dovrei fidarmi della loro guida alla poesia? Devo dedurne altrimenti che la sappiano benissimo, ma abbiano ipersemplificato perché il lettore medio conosce Shakespeare e non ha mai sentito nominare Marlowe? E perché vorrei fidarmi della guida alla poesia di chi non crede che un aspirante poeta possa fare un piccolo sforzo di pensiero e di memoria? In fondo basterebbe molto poco: “Il BV fu introdotto per la prima volta da Marlowe e poi perfezionato da Shakespeare.” Troppo difficile?

Adesso sono costretta a decidere se trovare questa gente antipatica o se diffidare anche delle loro tazze di tè e delle loro kyrielles…

Feb 14, 2011 - Poesia    1 Comment

Il Lato Tenero Di Edgar Allan Poe

Edgar_Allan_Poe_portrait.jpgDite la verità, vi sareste aspettati che l’autore de Il Gatto Nero, de La Caduta Di Casa Usher, de Il Pozzo e il Pendolo e de La Mascherata della Morte Rossa, solo per citare qualche titolo, avesse anche un lato sentimentale? Per me è stata una discreta sorpresa scoprire che, tra una storia macabra e una poesia cupa, Edgar Allan Poe scriveva anche poesie d’amore.

Nulla di allegerrimo, dato il soggetto: le sue eroine in versi muoiono con la stessa frequenza di quelle in prosa, ma con un po’ d’impegno si scovano nella sua opera anche versi meno morbosi in cui, per esempio, si dichiara troppo innamorato per scrivere*:

I Miei Incantesimi Sono Infranti

I miei incantesimi sono infranti.
La penna mi cade, impotente, dalla mano tremante.
Se il mio libro è il tuo caro nome, per quanto mi preghi,
non posso più scrivere. Non posso pensare, né parlare,
ahimè non posso sentire più nulla,
poiché non è nemmeno un’emozione,
questo immobile arrestarsi sulla dorata
soglia del cancello spalancato dei sogni,
fissando in estasi lo splendido scorcio,
e fremendo nel vedere, a destra
e a sinistra, e per tutto il viale,
fra purpurei vapori, lontano
dove termina il panorama nient’altro che Te.

Oppure elaborate dichiarazioni come questa, che comincia con l’aria di esser tutt’altro, poi filosofeggia a lungo e, deliziosamente, ha il suo sugo tutto nella coda:

Elizabeth

Elizabeth – a me par giusto sommamente
(logica e comun senso così ordinando)
che nel tuo libro per primo si scriva il tuo nome,
checchè ne pensino Zenone ed altri saggi;
ed io ho poi altri motivi per così fare,
oltre al mio innato gusto per la contraddizione:
ciascun poeta – se poeta – nel suo tener dietro
alle vaganti Muse, per i recessi del Vero e del Finto,
ha ben poco studiato la sua parte,
letto quasi nulla, scritto ancora meno – è, in breve,
uno sciocco senz’anima, senza sensi e senza l’arte,
se mostra di ignorare una norma così importante,
perfino adoperata nei compiti scolastici –
che si chiama – il nome greco non ricordo
(ma quale sia, il senso suo non muta):
Sempre scriver prima quel che nel cuore hai più in alto.

E infine si scopre che il maestro del gotico americano era capace di scrivere poesie di San Valentino a chiave, come questa, per l’appunto, dedicata a Frances Sargent Osgood, una tra i suoi amori:

Una Valentina

È scritta questa rima per colei i cui occhiLeighton-Courtship.jpg
lucenti ed espressivi come i gemelli di Leda,
troveranno il suo stesso dolce nome annidato
sulla pagina, celato ad ogni lettore.
Osservate i versi attentamente! Vi è in essi
un tesoro divino – un talismano – un amuleto –
che si deve portare sul cuore. Osservate poi
il metro – le parole – le sillabe!
Nulla si tralasci, o sarà vana la fatica!
E non v’è, nondimeno, nessun nodo gordiano
che senza una spada non potreste disciogliere,
se solo n’afferraste il soggetto.
Tracciate sul foglio, scrutate da occhi
in cui l’anima balena, s’ascondono, perdute,
tre parole eloquenti, spesso dette e spesso udite
da un poeta a un poeta – e d’un poeta è anche il nome.
Le sue lettere, benchè ingannino, ovviamente,
come il Cavalier Pinto – Mendez Ferdinando –
sono, invece, sinonimo del Vero. – Ora basta!
Pur facendo del vostro meglio, non sciogliereste l’indovinello.

Inutile disperarsi: la soluzione si vede soltanto nell’originale, dove la prima lettera del primo verso, la seconda del secondo verso, la terza del terzo e così via formano il nome della signora. Mi domando se Frances abbia risolto l’indovinello al primo colpo. Dev’essere carino ricevere una poesia à clé scritta apposta, ma non vi viene in mente Emma, quando Emma e Harriet interpretano male la poesia di Mr. Elton e ne seguono disastri, lacrime e furia per tutti quanti?

___________________________________________________________________

* Il che mi riporta in mente un racconto di Kipling chiamato La Più Bella Storia Del Mondo, in cui un impiegatino della City londinese con ambizioni letterarie manca totalmente di mestiere, ma ha dalla sua delle vividissime visioni delle sue vite passate – almeno finché non s’innamora, cosa che cancella non solo le visioni, ma anche il desiderio di scrivere…

Gen 6, 2011 - Natale, Poesia, tradizioni    No Comments

Tre Re d’Oriente

3KE.pngSarà che la Befana è stata una dei miei terrori d’infanzia (insieme al fall-out nucleare, va’ a sapere…), ma ho sempre trovato molto più poetica l’idea dei tre Re d’Oriente che seguono la stella…

In celebrazione di ciò, cominciamo con I Magi di D’Annunzio…

Una luce vermiglia
risplende nella pia
notte e si spande via
per miglia e miglia e miglia.
O nova meraviglia!
O fiore di Maria!
Passa la melodia
e la terra s’ingiglia.
Cantano tra il fischiare
del vento per le forre,
i biondi angeli in coro;
ed ecco Baldassarre
Gaspare e Melchiorre,
con mirra, incenso ed oro.

E finiamo con la carola We Three Kings, perfetta per quando si aggiungono i Magi al presepio, con seguito e cammelli:

 

Qui ci sono le parole:
We three kings of Orient are
Bearing gifts we traverse afar.
Field and fountain, moor and mountain,
Following yonder star.
Chorus:
O star of wonder, star of night,
Star with royal beauty bright,
Westward leading, still proceeding,
Guide us to thy perfect Light.
Born a king on Bethlehem’s plain,
Gold I bring to crown Him again,
King forever, ceasing never
Over us all to reign.
Chorus:
O star of wonder, star of night,
Star with royal beauty bright,
Westward leading, still proceeding,
Guide us to thy perfect Light.
Myrrh is mine: Its bitter perfume
Breaths a life of gathering gloom.
Sorrowing, sighing, bleeding,dying,
Sealed in the stone-cold tomb.
Chorus:
O star of wonder, star of night,
Star with royal beauty bright,
Westward leading, still proceeding,
Guide us to thy perfect Light.
Glorious now behold Him arise,
King and God and Sacrifice.
Alleluia, alleluia!
Sounds through the earth and skies.
Chorus:
O star of wonder, star of night,
Star with royal beauty bright,
Westward leading, still proceeding,
Guide us to thy perfect Light.

Buona Epifania a tutti!

Dic 24, 2010 - musica, Natale, Poesia    No Comments

Campane

bells3.jpgDa bambina, mi pareva sempre che la Notte di Natale dovesse essere piena di campane e campanelle… Forse è per via di questa poesiola che ripetevo insieme alla mia meravigliosa nonna ogni 24 dicembre…

 

 

La Gelida Notte

 

Suonate, squillate,
campane beate
del santo Natale!
E’ tutta splendente
di luce divina
la stella d’oriente.
Cammina, cammina,
s’appressano a frotte,
cantando, i pastori.
La gelida notte
è tutta splendori.

 

(Canto tradizionale)

 

E, visto che ci siamo, la Carola delle Campane, tratta da una melodia tradizionale ucraina:

 
 http://senzaerroridistumpa.myblog.it/media/02/01/57219277.2.mp3

Con parole:

Hark! how the bells, sweet silver bells
All seem to say, throw cares away.
Christmas is here, bringing good cheer
To young and old, (meek and the bold)
Ding, dong, ding, dong, that is their song,
With joyful ring, (all caroling)
One seems to hear words of good cheer
From everywhere, (filling the air)
O, how they pound, raising the sound
O’er hill and dale, telling their tale

Gaily they ring, while people sing
Songs of good cheer, christmas is here!
Merry, merry, merry, merry christmas!
Merry, merry, merry, merry christmas!

On, on they send, on without end
Their joyful tone to every home
(Hark! how the bells, sweet silver bells
All seem to say, throw cares away.)
Christmas is here, bringing good cheer
To young and old, (meek and the bold)
Ding, dong, ding, dong, that is their song
With joyful ring, (all caroling.)
One seems to hear words of good cheer
From everywhere, (filling the air)
O, how they pound, raising the sound
O’er hill and dale, telling their tale

Gaily they ring, while people sing
Songs of good cheer, christmas is here!
Merry, merry, merry, merry christmas!
Merry, merry, merry, merry christmas!

Credo che sia diabolicamente complicata, ma per chi volesse cimentarsi, qui c’è lo spartito per pianoforte, e qui per coro a quattro voci.

Buona Vigilia a tutti!

bells2.jpg

 

Mag 4, 2010 - Poesia    1 Comment

Barbari&Tartari

Aspettando i Barbari, di Kostantinos Kafavis (Tratto da Poesie, Oscar Mondadori editori, Milano, 1961. A cura di Filippo Maria Pantani.)

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.

Perché mai tanta inerzia no Senato?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?

Oggi arrivano i barbari.
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.

Perché l’imperatore s’è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?

Oggi arrivano i barbari
L’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l’offerta d’una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti d’oro e argento?

Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.

Perché i valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.

Perché d’un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti come si son fatti serii)
Perché rapidamente le strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.

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E il riferimento buzzatiano nel titolo del post non è per nulla casuale…

Cats!

Ieri sera sono andata a vedere la versione italiana di Cats

Ero piena di prevenzioni nei confronti della traduzione, e invece non è affatto male. La musica di Lloyd-Webber, sempre entusiasmante, dal vivo lo è ancora di più ; le coreografie di Ezralow sono piene di energia, la scena un po’ affollata ma non male, e la Compagnia della Rancia lavora con passione e ad alto livello. Questa versione italiana sopprime The Awefull Battle (peccato…), ma in compenso ripristina Growltiger (tradotto – bene – in Gattigre) in una bellissima scena di ombre cinesi.

Non è che la produzione non abbia difetti, e il più macroscopico sono i brutti costumi dall’aria goffa e miserella: a parte tutto il resto, non c’è pericolo che i pur bravissimi ballerini/cantanti possano muoversi in modo convincentemente felino indossando delle specie di tute di peluche… Il secondo problema sarebbe l’interprete di Bustopher Jones (tradotto – maluccio – in Ciccio Gourmet), decisamente il punto debole della compagnia. Tuttavia, magari era raffreddato o in cattiva serata, per cui sospendiamo il giudizio. Invece è di sicuro una deliberata scelta di regia quella di mostrare i gatti tra l’indifferente e l’amichevole nei confronti di Grizabella fin dall’inizio, anziché ostili per la maggior parte del tempo. Confesso che la cosa mi ha infastidita: sarà più carino, ma toglie mordente alla trama, e contraddice, se non il testo, lo spirito delle poesie di Eliot, i cui gatti sono tutto fuorché carini.

Quando la Disney volle trarre un cartone animato da Old Possum’s Book of Practical Cats, la vedova del poeta si oppose recisamente: i Practical Cats non erano nati per essere teneri e graziosi. Quando fu la volta del musical, la stessa signora chiese a Lloyd-Webber e Trevor Nunn di non farne dei micetti.

Fu accontentata: in effetti, il fascino dei Jellicles consiste nella loro combinazione di grazia e ferocia, di riti tribali e di beffe ai “padroni”. I Jellicles sono cordiali col pasciuto e prospero Bustopher, comprensivi con Gus e le sue glorie passate, ma ostili a Grizabella, che ha lasciato la tribù per vedere il mondo. Quando torna, vecchia e malata, la ex glamour cat è accolta a soffi e graffi, e i gatti adulti non permettono ai gattini di avvicinarsi a lei. Il suo ritorno in seno alla tribù e la sua morte (la versione italiana è ancora più esplicita, traducendo the Heavyside Layer con “Il Dolce Aldilà”) sono il culmine della trama. La versione italiana stempera tutto questo: la prima volta, Grizabella viene più o meno ignorata, e la seconda tutti i gatti le si strusciano amichevolmente attorno… Ce n’era davvero bisogno?

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