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Focus

CreativeWritingNowSiccome sono malsana, quando sono bloccata – invece di andare a fare quattro passi per schiarirmi le idee o fare una torta o telefonare a un’amica – mi metto a gironzolare per la Rete in cerca di scribacchinerie. È così che mi sono imbattuta in Creative Writing Now, un sito curioso sotto molti aspetti. Offre suggerimenti e tecniche più sensati e meno esoterici della media, non spende paginate intere a spiegarvi quanto sono bravi, iperqualificati e superpubblicati coloro che curano il sito e, se tenta di vendervi qualcosa, lo fa con ragionevole garbo… Non male.

A conquistarmi davvero, però, è stato questo suggerimento, che vi passo pari pari, limitandomi a tradurlo:

CONCENTRA LA TUA ATTENZIONE

Dedica una giornata a concentrarti su uno solo dei tuoi sensi – olfatto oppure udito. Oppure, per un giorno, bada non tanto agli oggetti, quanto alle loro ombre e ai loro riflessi. Per un giorno, osserva in dettaglio le mani delle persone, la differenza nell’aspetto, nei movimenti, nel modo di gesticolare. Oppure, nota per una giornata i diversi modi in cui la gente cammina. Concentrare la tua attenzione ti condurrà a nuove scoperte.

FocusNon so voi, ma sono rimasta folgorata, e voglio, voglio, voglio farlo! È ovvio che osservare i particolari fa parte non tanto del mestiere quanto della deformazione mentale dello scrittore, ma una giornata intera di attenzione focalizzata è qualcosa a cui non avevo mai pensato. Tra l’altro, ciascuno ha il suo campo d’elezione, da questo punto di vista: personalmente tendo a notare molto i suoni, le voci e la musica, mentre sono piuttosto vaga in fatto di immagini e odori. Sono certa che potrei beneficiare molto da giornate visive o olfattive.

Reitero il concetto: voglio, voglio, voglio farlo. Magari in una giornata che non passo chiusa qui dentro e inchiodata al computer – but still.

La Natura dello Scrittore

writGli scrittori, queste bizzarre creature, sono mostri dalla coscienza atrofizzata in posizione contorta.

O almeno, questa scrittrice è un mostro dalla coscienza atrofizzata eccetera.

Una volta, qualche tempo fa, ero a un funerale, e a un certo punto mi sono sorpresa ad ascoltare solo molto vagamente quello che diceva il sacerdote. Il resto del mio cervello, avendo colto un possibile spunto nella predica, era già impegnato a strologarci sopra una trama. Mi sono sentita davvero orrida, perché sono sinceramente affezionata alla famiglia della persona di cui si stava celebrando il funerale, e non avevo nessuna intenzione di distrarmi o, peggio ancora, di mettermi a scrivere.Writeinoneshead

Scrivere, sì. James Thurber raccontava che sua moglie, quando lo coglieva con lo sguardo assente, durante una cena con gli amici oppure a teatro, sbottava dicendogli “Dannazione, Thurber, piantala di scrivere!”, con questo intendendo (a ragione) che il marito era impegnato a rimuginare trame o giri di frase. E sono certissima che Thurber non faceva apposta, come io non ho fatto apposta durante il funerale: è come se un lembo di cervello rimanesse sempre di sentinella, pronto a cogliere la minima circostanza passibile di sviluppi narrativi e ad elucubrarci sopra. Ci si scopre a farlo mentre si fa la coda all’ufficio postale, mentre si guida, mentre si fa conversazione senza troppo interesse, mentre si sfoglia una rivista, mentre si fa ginnastica, in treno, al ristorante, in chiesa (sigh!), al cinema**… O per la maggior parte del tempo non ci si scopre affatto: lo si fa e basta.

Immagino che faccia parte del gioco. Una volta un vigile del fuoco mi ha detto che, dovunque vada, per prima cosa cerca con gli occhi gl’impianti antincendio e le uscite di sicurezza. È più o meno lo stesso, se si eccettua il fatto che tendono ad esserci molti più spunti narrativi che idranti. Salvo forse in un negozio d’idranti, ma non è detto.

DistractedE poi che cosa si fa con queste schegge? Se ci sono sia il mezzo che la possibilità, le si annota***, spesso e volentieri le si lascia perdere. Qualcuna mette radici, la maggior parte no. Qualcuna si sviluppa, qualcuna torna in mente al momento giusto per combinarsi con qualche altra cosa, qualcuna diventa un racconto, una poesia o un romanzo, magari dieci anni più tardi. La maggior parte si dimentica, o rimane annotata a matita sull’orlo di una pagina o su un biglietto ferroviario: il tasso di sopravvivenza fino a compimento è infinitesimale. E però non per questo si smette di partire per strane tangenti alla minima provocazione, con l’occhio assente e la figuraccia sempre dietro l’angolo: è una seconda natura, anzi una prima natura.

La natura dello scrittore, diciamo a noi stessi, per consolarci quando siamo sorpresi (o ci sorprendiamo da noi) a scrivere nella nostra testa nelle situazioni meno opportune.

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* Giuro di averlo fatto durante una lezione di Sociologia, pur continuando a prendere appunti per tutto il tempo. Ma allora ero molto più giovane, e probabilmente avevo più neuroni per fare del multi-tasking.

** È per questo che sarebbe bene avere sempre un taccuino al seguito. E una penna, ovviamente.

Un Taccuino, Più Taccuini

Parlavasi nei commenti a questo post, con Lucius Etruscus, di taccuini – le gioie e le scomodità, il grado di Taccuinoprobabilità di ritrovare e utilizzare davvero un’annotazione, la comparativa comodità del computer… E io spiegavo che, se una parvenza di metodo c’è nel mio disordine in proposito, esso consta di una singola idea: non un solo taccuino, ma un certo numero di essi.

Perché il fatto è che mi ci è voluta mezza vita per arrivare alla conclusione che devo sempre avere con me un taccuino. Mezza vita, un sacco di frustrazione e l’occasionale lacrimetta versata su idee perdute, scampoli di dialogo o descrizione, riferimenti bibliografici e tutte quelle cose che non arrivavano mai a diventare annotazioni perché non avevo sottomano il mezzo per annotarle.

Con gli anni sono diventata marginalmente più saggia, e mi sono provvista di un taccuino. Un taccuino, con la sua matita al seguito – e l’idea generale era di portarlo sempre con me e annotare felice e contenta per sempre. Sennonché, mi si potrebbe descrivere, senza troppi sforzi d’immaginazione, come un tantino distratta – e Un Taccuino aveva la pessima abitudine di essere spesso al piano di sotto quando io ero a letto, oppure sul mio comodino quando ero fuori casa…

Notebook Paper MugE siccome però era evidente che un’idea non annotata è un’idea persa, ho cominciato ad annotare tutto e sempre – dove capita, come capita – con la vaga intenzione di trasferire poi le annotazioni sull’Un Taccuino. Cosa che evidentemente non ho mai imparato a fare, a giudicare dalla quantità di biglietti ferroviari o del teatro, vecchie buste, volantini, quadratini di cartone e whatnot che  continuano a saltar fuori da tutte le parti, magari coperti di annotazioni per cose che ho pubblicato, rappresentato o venduto da anni… Una volta ho trovato due battute di dialogo scritte su uno di quei tovagliolini da bar con quella che ha tutta l’aria di essere una matita per occhi blu – e io non uso la matita blu…taccuini

Finché non mi è albeggiata in mente la soluzione – una soluzione di una semplicità luminosamente lapalissiana: non ho bisogno di Un Taccuino, ma di più taccuini.

Così adesso ho Più Taccuini:

– Un Moleskine classico, con la copertina rigida e le pagine non rigate. Questo è quello ufficiale, quello su cui, in teoria, dovrei trascrivere le annotazioni randagie – o almeno quelle rilevanti.. Qualche volta se ne viene in giro con me, qualche volta no – ma questo non è terribilmente importante, perché poi ci sono…

– Un taccuino più piccolo che risiede stabilmente sul mio comodino. Perché non importa quanto sia sicura di ricordarmelo domattina, l’esperienza mi ha insegnato che è sicurezza mal riposta. Però adesso ho imparato, ed è diventato del tutto normale accendere la luce nel cuore della notte per prendere appunti.

taccuini2– Un taccuino ancora più piccolo per la borsetta. In realtà di questi ce ne sono diversi, sparsi tra le mie numerose borsette. È vero che ho fatto progressi da questo punto di vista, e in genere quando cambio borsetta il taccuino è la prima cosa che sposto – ma non si sa mai…

– Un taccuino davvero piccolo per borsettine da sera, tasche e marsupi. Perché è facile dirsi oh che diamine, che può mai venirmi in mente di così vitale mentre cammino/ceno/ballo/scio/sono a teatro… e se avete mai scritto alcunché, sapete fin troppo bene come vanno a finire queste cose.

Ecco. Che altro? Oh sì: quando viaggio mi porto sempre dietro due taccuini, e naturalmente ciascuno ha sempre al seguito due penne o matite – perché non c’è nulla di peggio che avere idea e carta, e niente per annotare. O di avere una penna sola che rende l’anima all’improvviso. Avete mai provato a graffire qualcosa con una biro defunta, a mo’ di stilo, come uno scriba antico? Io sì, e posso dirvi che, otlre a non essere facile, tende ad accendere bizzarri sospetti negli occhi di eventuali osservatori. TakingNotes

E questo è tutto, direi. Significa che non mi perdo più nessuna idea? Alas, no – però è d’aiuto.

Tutto ciò che vale la pena di essere ricordato, vale anche la pena di essere annotato, dice McNair Wilson – e a mio timdo avviso, è proprio vero. E questo significa taccuini, taccuini e ancora taccuini.

Apr 12, 2017 - scribblemania    4 Comments

Liste

Mail di A.M.:

Cos’è questa faccenda delle liste che ogni tanto tiri fuori? Serve davvero tenere delle liste? E liste di cosa? Io ho una lista di nomi ma non li uso mai, perché quando inizio una storia la prima cosa che so è come si chiamano i miei personaggi (che poi comunque hanno dei nomi molto normali, non sono mica Barbara Cartland che chiamava le sue eroine Shona o Drena*). Ma tornando alle liste: come le fai e a cosa dovrebbero servire?

listieAh, le liste! Mi piacciono tanto le liste, ne ho in ogni dove e di ogni genere. Qualcuna la uso, altre presumibilmente non le userò mai in vita mia, ma mi piacciono tanto lo stesso. Come le faccio? Inizio scegliendo un argomento ed elencando tutto quello che mi viene in mente in proposito, e poi aggiungo mano a mano che trovo pezzi nuovi per la collezione. A cosa servono? A parte il fatto che non sai mai quando ti serviranno un nome bulgaro, un aggettivo che rimi con abside e un’imprecazione medievale, ho constatato che scrivere elenchi stimola le associazioni di idee, produce bizzarri accostamenti, avvia storie potenziali, conduce in luoghi inaspettati, lega ricordi, sviluppa il gusto per le parole, i suoni, le immagini, le sinestesie… Poi a me piace anche solo rileggerle quando ne ritrovo una da qualche parte – ma questo è soggettivo.

Ora, mi piacerebbe molto dire che le mie liste sono sensate, metodiche, ordinate e facilmente consultabili, organizzate alfabeticamente e suddivise per genere… Mi piacerebbe davvero, ma il fatto è che le mie liste sono sparse tra quaderni, scatole, files in due diversi computer, annotazioni sul kindle, fogli volanti, segnalibri, notes, borsette – e credo di avere reso l’idea.

Nondimeno (a dimostrazione ulteriore del fatto che la gente tende a predicare meglio di quanto razzoli), ecco qualche suggerimento pratico in fatto di liste.

Quali liste tenere?List2

Well, dipende dal gusto personale e dal genere in cui si scrive – ma qui c’è qualche idea:

– Liste di nomi: titoli di coda dei film, necrologi, annuari scolastici, registri parrocchiali, organici delle orchestre, elenchi del telefono e cartelle antispam sono altrettante miniere. Vi ricordate quei giochini di cartone che, bagnandoli, si gonfiavano e diventavano tridimensionali? Per me alle volte funziona così: da un nome un personaggio, dal personaggio la storia…

– Liste di posti: i nomi geografici tendono ad essere belli ed evocativi, a suggerire colori, consistenze, odori… Anche i nomi di posti in cui non si è mai stati. Di Bruxelles non ho mai visto altro che l’aeroporto, ma non posso fare a meno d’immaginarla come una città grigia, ed è per via di una certa qualità fuligginosa del nome.

– Liste di parole: divise per funzione, per genere, per lingua, per ambito, per periodo storico oppure anche solo per suono, per associazioni, per connotazione. Non c’è davvero limite, ma una prima lista che consiglierei di tenere a chi non l’ha mai fatto prima è quella delle parole preferite. Tutti abbiamo delle parole preferite, per un motivo o per l’altro, per significato o per suono: tra le altre cose, un principio di elenco di questo genere tende ad essere significativo.

– Liste di libri: titoli, libri letti, libri che si vogliono leggere, libri amati, libri detestati, libri utili, libri che descrivono un luogo, un’epoca, un’atmosfera, un personaggio, libri scoperti per caso, libri fondamentali, libri iniziati per forza e finiti per incanto, libri deludenti, libri che avremmo scritto diversamente; generi e sottogeneri, personaggi, temi, trame, poetiche distorsioni della realtà, errori clamorosi, finali, promesse non mantenute, sorprese, idee…

– Liste di colori, di sfumature, di accostamenti, di strumenti musicali, di venti, di miti, di stoffe, di sinonimi, di sogni, di momenti particolari, di gesti, di date, di fiori, di scoperte scientifiche, di trattati, di musei, di strade, di imperi, di essenze, di luoghi immaginari…

Credete: una volta che avrete iniziato – sempre che sia davvero la vostra tazza di tè – il difficile è fermarsi.

listmakingCome organizzare le liste?

– Come dicevo sopra, io non organizzo. Sperimento, annoto, butto giù dove capita e dimentico qua e là. E’ pittoresco e dà adito all’occasionale sorpresa, ma non è spaventosamente comodo. Il consiglio che posso dare in proposito non è originalissimo: meglio tenere sempre un notes a portata di mano.

– Conosco gente che usa sistematicamente uno o più quaderni, oppure rubriche, schede o persino registri. Una cosa che mi è parsa sensata sono i raccoglitori ad anelli, che consentono di aggiungere più o meno indefinitamente. Il sistema più bello che abbia mai visto contemplava un raccoglitore ad anelli organizzato con quei divisori di cartoncino, ciacuno provvisto di tag sporgente e lista di liste sul dorso. Magnifico. Ho invidiato molto e cercato d’imitare – senza il minimo successo, naturalmente. Siccome non si può avere sempre al seguito il proprio Libro delle Liste, questa gente metodica e ordinata è anche provvista di notes e foglietti volanti, il cui contenuto poi trasferisce là dove va messo.

– I files elettronici hanno un sacco di vantaggi, primo tra tutti quello di poter ordinare alfabeticamente il contenuto delle liste. La consultazione e l’aggiornamento diventano molto più facili ed è possibile tenere tutto a portata di mouse in un’unica cartella. Anche qui ci vuole un certo grado di dedizione per riportare sistematicamente annotazioni e appunti volanti.

Che farne di preciso?List1

La prossima volta che avete un attacco di Blocco, quando vorrete un’idea per una storia o un personaggio, quando vi sarete scritti in un angolo, quando non saprete come iniziare, potrete tirar fuori le vostre liste e scorrerle in cerca di illuminazione. L’illuminazione tenderà ad arrivare, perché le liste sono mappe, reti, percorsi che la vostra mente ha messo da parte per più tardi, scegliendone gli elementi con molta meno serendipità di quanto possa sembrare.

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* Nota della Clarina: se è vero che Barbara Cartland ha scritto quasi settecento romanzi, immagino che a un certo punto abbia esaurito i nomi normali…

 

CDSF

InsanityDicesi “Fase Che Diamine Sto Facendo” (o più brevemente Fase CDSF) il momento in cui, nel corso della stesura, la domanda titolare s’impone con ubiqua e perentoria petulanza, obnubilando qualsivoglia barlume di giudizio, buon senso, ragionevolezza, senso delle proporzioni e senso dell’umorismo.

È tristemente caratteristico di questa condizione che, per un combinarsi di fenomeni psicologici, auditivi nonché ottici, essa (la domanda titolare) si manifesti in molteplici forme e sconsolante insistenza, in guisa di Lieve Ossessione, Pensiero Ineluttabile, Coro Greco, Formazione Nuvolosa a Cirrocumuli, Trenodia Sinfonica et caetera similia. La presenza di Punti Interrogativi in quantità variabile – talora, seppur non di frequente, accompagnati da Punti Esclamativi, può costituire un indice empirico della gravità della condizione stessa.

L’insorgere della Fase CDSF , seppure tipico della maggior parte delle produzioni per iscritto, soprattutto a carattere fittizio, non trova sede preferenziale in alcuno stadio specifico della stesura. La letteratura riporta abbondanti casi di Fase CDSF manifestatasi all’inizio, verso la fine, a mezza strada e in ogni possibile punto tra quelli indicati. Il Lettore valuti da sé se sia cosa buona o cattiva che essa capiti a un quarto della Quarta Stesura…

Una volta prodottasi, la Fase CDSF tende a produrre Riletture Sconsolate, Crolli di Fiducia, Improvviso Disgusto, Caspar_David_Friedrich_-_Wanderer_above_the_sea_of_fogUmor Tetro, Risatelle Tragiche, Passeggiate sulle Scogliere, Decisioni Epocali, Ripensamenti Drastici, Ansia da Scadenza, Autocommiserazione, Cupaggine Generale, Mancanza d’Appetito oppure Voracità Invereconda, Rimuginamenti Mentali, Orali o Scritti, Afferramento di Tende, Aneliti di Tabula Rasa, Aneliti di Tutt’Altro – e tutta un’ulteriore varietà di sintomi individuali, in combinazioni ancora non censite dalla scienza.

La condizione, soprattutto quando accompagnata da Autocommiserazione, è passibile di svilupparsi in un’ulteriore  fase chiamata Come Ho Mai Potuto Pensare d’Imbarcarmi in un Arnese Simile – e, nei casi più gravi,  si è segnalato l’insorgere di una fase Non Scriverò Mai Più Una Singola Parola. Remota – ma non trascurabile – è la possbilità di associazione con il temuto Blocco dello Scrittore. Gli studi in materia di correlazione tra le due condizioni non sono a tutt’oggi conclusivi, ma emerge una tendenza a vedere nella Fase CDSF più un prodromo che una causa del BdS.

Imprevedibilmente variabile è altresì la durata della Fase CDSF – da poche ore a qualche settimana nella maggior parte dei casi.

Tea&BiscuitsCome molte Afflizioni dello Spirito (e dello Spirito Scrivente in particolare), questa condizione si combatte con generose applicazioni di Tè Bollente, Biscotti, Musica e Ore di Sonno. Settori della Scuola Anglosassone, tuttavia, tendono ad equiparare nel trattamento la Fase CDSF al Raffreddore Comune che, secondo il Vecchio Adagio, a curarlo passa in una settimana – e, a non curarlo, invece pure.

Studi recenti hanno dimostrato l’efficacia di Distrazioni quali Docce Bollenti, Passeggiate Lontano dalle Scogliere o Attività Manuale. La presente disamina preferisce non pronunciarsi sulla pur ipotizzata utilità di Taglio del Prato e Caricamento della Lavastoviglie (qui riferiti per completezza d’argomento), ma riconosce senza riserve la bontà terapeutica di Torte al Forno, Elefanti di Terracotta, Lanterne e Teatrini di Carta.

Notasi infine come, nei casi di Esito Positivo (una percentuale felicemente elevata), la Fase CDSF tenda a risolversi in Rinnovata Fiducia, Maggiore Obiettività Relativa, Buone Idee, e temporaneo incremento del Senso delle Proporzioni.

 

 

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Book-Lag

“Book-lag?” mi chiede A. a proposito di questo post. “Come sarebbe, book-lag?”

book-lagEbbene, il fatto è che c’è una cosa che voglio, quando si tratta della mia scrittura… Oh, d’accordo, ci sono molte cose, naturalmente – ma una è questa: voglio scrivere storie che, una volta terminate, lascino il lettore con un certo qual book-lag.

Sapete benissimo che cosa intendo: quando finite un libro, e ne cominciate un altro, e vi sentite fuori posto, perché vi manca quello che avete appena finito. Come se aveste viaggiato, e ancora non riusciste ad adattarvi al posto nuovo.

Ricordo un particolare Natale quando, questa essendosi la mia idea di vacanza – e per di più attraversando un periodo di insonnia – a cominciare da Santo Stefano lessi tre libri in tre giorni. Prima Simon, di Rosemary Sutcliff – per poi sentire la mancanza della Civil War nel passare ai viaggi verso est dell’organaro elisabettiano Thomas Dallam. Per poi, una volta felicemente adattata con Dallam e Pindar a Costantinopoli, staccarmene con riluttanza per passare a Tamsin, che è una storia di fantasmi inglesi ma comincia nella New York contemporanea… Per poi ritrovarmi a soffrire di book-lag per la terza volta in tre giorni. Booklag

Il che forse è un caso un pochino estremo – ma sì: questo che voglio fare. Scrivere posti e tempi così vividi che il lettore ci si senta in mezzo. E gente così viva, e storie così coinvolgenti che il lettore ne senta la mancanza dopo. E abbia qualche difficoltà nell’abituarsi al posto, al tempo, alla gente e alla storia del libro successivo.

Ecco, ho intenzione di scrivere parecchio, quest’anno. C’è il romanzo da finire, ci sono almeno tre plays in fila uno dietro l’altro e un racconto in progetto, e un certo numero di altre idee che fanno talea – senza contare il fatto che gli imprevisti capitano sempre e sono benvenuti… Sì, ho intenzione di scrivere parecchio. E allora, intanto che ci sono, il book-lag (o play-lag, perché no?) non è una cattiva mira da coltivare.

In Timida Lode della Procrastinazione Tattica

ProcrastinITParlavasi di procrastinazione, giusto?

E nei commenti, con L., rimuginavasi di diagnosi, guarigioni e cose così. Il che però mi ha dato da pensare – e oggi bisogna proprio che faccia qualcosa che sembrerà un po’ un’inversione a U. O almeno…

Parliamo di scadenze, volete? Vere o artificiali. Qualche tempo fa, nell’intento di finire una stesura in termini ragionevoli, mi imposi di scrivere 1500 parole di romanzo al dì in mezzo a una certa quantità di altre cose – un numero più che ragionevole per i miei ritmi. E in effetti funzionò, come mi aspettavo perché mi conosco e so di lavorare meglio con una scadenza. E tuttavia…

Il fatto è che passavo un sacco di tempo a spostare virgole, cercare immagini di finestre Tudor, farmi una tazza di tè dopo l’altra, controllare la posta, far piani per quello che avrei scritto fra una stesura e l’altra, consultare il beneamato Historical Thesaurus, eccetera eccetera, fino a che non mi restava meno di un’ora prima delle prove/lezione/appuntamento/ora di cena/… E allora, in quell’oretta scarsa, mi riscuotevo e buttavo giù otto o novecento parole di cui non ero troppo dispiaciuta. E poi ripetevo più tardi – di solito a notte fonda fondissima – e finivo col superare le millecinquecento parole quotidiane, ma sempre a forza di frenetiche orette all’ultimo momento…

Ecco, questa a me piace chiamarla Microprocrastinazione, o meglio ancora Procrastinazione Tattica. E non si può negare che in qualche modo funzioni, anche se questo non lo rende necessariamente il più razionale o il più sano dei metodi. Però che devo dire? Funziona – tanto che faccio così anche a livello strategico. A voi non è mai capitato di avere mesi davanti prima di una scadenza – e ridurvi all’ultima settimana per consegnare? Mi si dice che sia una condizione piuttosto comune. Poi l’umanità si divide tra quelli per cui funziona e quelli per cui produce disastri. Io sono di quelli per cui funziona – e infatti continuo a farlo. Talvolta mi chiedo vagamente: e se invece, per una volta, provassi a usare davvero tutto il tempo di cui dispongo? Talvolta ci provo perfino, ma alla fin fine il fatto è che per lo più lavoro meglio sotto pressione, e quando la pressione non c’è la creo artificialmente. Procrastinando.

E magari è solo un’altra di quelle gradevoli illusioni – come l’utilità immaginaria e il nome di multitasking – con cui rivestire le ore passate a cercare finestre Tudor, ma se invece, dopo tutto, non tuttissima la procrastinazione venisse per nuocere?

 

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Di Dilemmi e Cose Truci

dilemma-676x305Oh, dubbio lacerante! Oh, amletica incertezza! Oh, dilemma bicornuto…!

Insomma, si tratta del romanzo in corso, e la faccenda è così.

C’è questa cosa un po’ truce che accade nel giugno del 1594. Accade davvero, intendo: accadde. È un po’ che ci rimugino su a intermittenza, perché pur non coinvolgendo strettamente il mio protagonista, ha due legami con le sue vicende – uno storicamente documentato e uno, shall we say… psicologico.

Se dico che ci rimugino a intermittenza è perché ogni tanto provo a incastrarla nella storia, e ogni volta giungo alla conclusione che dopo tutto è meglio di no, perché il giugno del ’94 è già un periodo densissimo per il mio protagonista. Gli capita di tutto, povero Ned, e poi ne esce a vele spiegate – in una serie di circostanze in cui le implicazioni psicologiche della Cosa Truce finirebbero per essere di necessità un po’ troppo oppure non abbastanza.

No, davvero: credetemi se vi dico che ha più senso di quanto sembri dal paragrafo qui sopra. Ma insomma, il fatto è che l’ultimo tentativo con la Cosa Truce l’ho fatto nel corso del finesettimana – e, una volta di più, ho dovuto rinunciarci a malincuore. Suona eccessivo, suona forzato… troppo sale, you know. CosaTruce

“Peccato non poterlo avere a ottobre 1597, quando potrebbe condurre perfettamente al climax…” ho sospirato tra me – e… zzinnnnnng!

Sapete com’è, la scintilla che si accende e illumina all’improvviso un intero paesaggio di concatenazioni che si agganciano le une alle altre con suono di campane?

Oh, gioia! Se a giugno ’94 la Cosa Truce è troppo sale, a ottobre ’97 tende un allascamento che mi rendeva un pochino infelice, e lo trasforma in un arco perfetto. Se avete mai scritto una storia, sapete che sono gran bei momenti.

Solo che…

Solo che questo è durato poco, perché il fatto incontrovertibile resta che la Cosa Truce è accaduta irremovibilmente nel giugno del 1594, e nessuna vaghezza deliberata, nessun gioco di telescopio può spostarla nelle più remote vicinanze dell’autunno del ’97. Fosse un atto unico, non ci penserei due volte – ma questo è un romanzo. Un romanzo in cui tutto il resto è piuttosto accurato, e varie cose dipendono da questa ragionevole accuratezza.

Epperò… è davvero un gran peccato, sapete? La storia ne beneficerebbe in modo enorme, e dopo tutto, come dicevamo, la storia in questione è un romanzo, giusto?

Quindi adesso che ho deciso di trasgredire alle mie stesse regole per una volta, tutto sta nel decidere in che modo pDilemma3referisco farlo. Eccolo qui, il dilemma:

– sposto la Cosa Truce al ’97 e, spiegandolo poi nella Nota dell’Autore?

Oppure…

– Accenno alle implicazioni pratiche della Cosa Truce nel giugno ’94 e poi invento un episodio simile per l’autunno del ’97 e uso le implicazioni psicologiche per i miei biechi fini narrativi? (E probabilmente ammetto anche questo nella NdA?)

E non lo so. Non ancora. È da ieri sera che mi ci dibatto – e forse è solo presto. Devo rimuginarci di più, magari sperimentare con entrambe le possibilità.

Vi farò sapere – e, nel frattempo, o Lettori, voi che ne pensate?

Feb 3, 2017 - scribblemania    2 Comments

Elementi Di Procrastinazione Avanzata

procrastination1ITAnche procrastinare è un’arte. Non parlo del fissare la pagina bianca e vuota, controllare la posta elettronica ogni due minuti o decidere di scrivere 2000 parole dopo avere lavato i piatti  – roba da dilettanti! I metodi davvero raffinati si sviluppano negli anni attraverso una combinazione di serendipità e astuzia inconsapevole. L’aspetto chiave, quello che contraddistingue il procrastinatore neofita dal procrastinatore esperto, è un’ingannevole impressione di utilità. Poi a un certo punto si esce dalla trance, si bada davvero a quello che si sta facendo e si rimane basiti… Ma davvero sto facendo questo invece di scrivere? Perché diavolo sto facendo questo invece di scrivere?

1) Fissare la To Do List come una lepre fissa i fari dell’automobile in arrivo. So benissimo di dover consegnare un lavoro mercoledì, e nel frattempo dovrei preparare una lezione, spedire un progetto e portarmi avanti con un libro da recensire… non è affascinante che debba consegnare un lavoro mercoledì, preparare una lezione, spedire un progetto e portarmi avanti con un libro da recensire…?

2) Ricercare ancora un pochino – solo ancora un pochino. Un’ora e venti orsono avrei potuto benissimo mettere una parentesi quadra al posto dell’autore di un play di cui non sono affatto sicura e procedere. Invece sono seduta sul tappeto in mezzo a pile di libri e volumi d’enciclopedia, e ho tante pagine aperte sul computer che la memoria virtuale geme in sofferenza. L’autore di Soliman and Perseda posso averlo trovato oppure no, ma si vede che non era poi così rilevante, visto che adesso sto cercando di scoprire precisamente dove si esercitavano le milizie cittadine londinesi nei tardi anni Ottanta del Cinquecento…ProcrastIt

3) Fare progetti dettagliati per uscire da questa situazione di blocco. Allora, se oggi scrivo 1200 parole, e se lo faccio tutti i giorni, in un mese avrò scritto 36000 parole. In tre mesi potrei avere completato il romanzo. Se invece scrivessi 2000 parole al dì, mi basterebbe un mese e mezzo, ma considerando che 2000 parole sono un ritmo difficile da mantenere, consideriamo pure due mesi. Questo però comprende Pasqua, quando la casa si riempie di parenti, per cui supponiamo di scrivere 2000 parole al giorno da qui a metà aprile, e poi 1200 al giorno fino alla domenica delle Palme, e poi lasciamo fuori due giorni interi… e com’è possibile che sia già ora di cena e non ho ancora scritto un bottone?

4) Rileggere ed editare. Dunque, vediamo un po’… come si chiamava quell’attore avventizio nel capitolo I? Capitolo I… Oh, guarda, avevo già messo una scena di prove qui… posso metterne un altro nel capitolo VIII? No, perché la funzione è simile. Prove cassate. A meno che non tolga la prima e lasci la seconda? Oh guarda, ho scritto rheardals invece di rehearsals… che poi tutta questa riga – e anzi, tutto questo paragrafo potrebbe andare. Non c’è modo di snellire il passaggio? Mi serve proprio questa scena? E in realtà, se faccio entrare in scena questa gente al capitolo I invece che qui… Cribbio, com’è possibile che il mio wordcount sia diminuito invece di aumentare?

5) Stampare su fogli riciclati. E così, invece di procedere con la revisione, rileggo una prima stesura di un vecchio, vecchio progetto sul verso dei fogli. Salverà anche alberi, ma non fa bene alla salute.

E perché sappiate che non è tutta teoria, ho appena deciso di scriverla domani, quella certa mail...

6) leggere libri, siti o forum sulla procrastinazione. Come in Will Write For Chocolate, quando Mimi si concede una giornata libera in premio per avere deciso di occuparsi seriamente del suo problema di procrastinazione – a partire da domani.

7) Lamentarsi perché si procrastina. Capisci? Non ho scritto una parola in tutti il giorno… Sì, ma voglio dire, non ho scritto, oggi. Non ho proprio scritto. Non so se mi spiego, non ho scritto per niente. E divento pessima quando non scrivo, per cui so benissimo che dovrei scrivere, e invece non scrivo affatto. Nemmeno una parola in tutto il giorno. E invece… Ma mi stai ascoltando o no?

8) Divagare inseguedo altre idee. Perché se non ne prendo nota poi mi dimentico, e mi dispiacerebbe, perché è proprio un’idea carina. Voglio dire, è un sacco di tempo che ho voglia di scrivere qualcosa di questo genere. Chissà se è praticabile. Sì lo so, non c’entra nulla con quello che sto facendo, ma lascia che butti giù una piccolissima lista di personaggi, e un elenchino di scene di massima, e magari una mini-bibliografia di partenza – appena ho preso nota torno al lavoro… oh, e dove avrò messo quegli articoli che avevo tenuto da parte?Procrastination-Cycle

9) Cercare ispirazione visiva. Perché Google Immagini è una china insidiosa e lubrica. Vediamo un po’ se trovo un’immagine della Saint John Priory – magari anche una degli interni, dopo che era stata convertita in Revels Office? Oh guarda che belle uniformi. Chissà se trovo anche una faccia adatta al Lord Sindaco. Oh, questa… no, mi piace di più quell’altra. No, quest’altra è perfetta, e ripensandoci, la prima potrebbe andare bene per il vecchio Burbage. O forse no. Se solo trovassi qualcosa di simile, ma un po’ diverso…

10) Bloggare su metodi e forme di procrastinazione. Er…

Nov 9, 2016 - scribblemania    No Comments

Oh, Che Idea Originale!

lamp1A volte capita leggendo, a volte mentre scrivete tutt’altro, o mentre navigate in Internet, o mentre fate conversazione: tutt’a un tratto… Zing! La folgorazione, l’idea geniale, quella che vi porterà a scrivere il romanzo/play/racconto/silloge poetica della vostra vita. (♫ Strauss, Also Sprächt Zarathustra)

Oh meraviglia, oh splendore, oh gioia! Lo sappiamo tutti: un’idea nuova è come un regalo di Natale. La scoprite con trepidazione, la rimirate rapiti, ci fantasticate sopra e vi sembra sempre più bella, più intelligente, più ricca di possibilità. E non solo è meravigliosa: è anche originale! Che cosa non si può fare con un’idea del genere? Oh, bliss! lamp2

Segue un periodo variabile (da qualche ora a diverse settimane) di beata e solitaria contemplazione mentre l’Idea (notate come abbia nel frattempo acquisito una maiuscola) germoglia, verdeggia, mette radichette. Ancora non ne parlate con nessuno, non iniziate nemmeno le ricerche – che pure ci vorranno, e magari in quantità industriale, ma diamo tempo al tempo e godetevi tanto l’innamoramento quanto la grata sensazione di avere una mente originale e un’immaginazione fuori dal comune. (♫ Smetana, Die Moldau).

lamp3Poi viene il giorno in cui ne mettete a parte qualcuno. Lettore sperimentale, confidente generico, dolce metà, genitore – chiunque stia ad ascoltare i vostri trasporti e le vostre catastrofi. E questa volta capitano tutti e due in rapida successione – trasporto e catastrofe – perché, mentre voi pindareggiate vieppiù, Qualcuno aggrotta la fronte e mormora qualcosa come “Ma non c’è quel romanzo, sai, di quell’Inglese? Hai presente quale intendo? Ma forse non l’hai letto…” No, non l’avevate letto. Ovviamente. Però adesso lo fate, e scoprite che l’Inglese in questione ha già scritto tutto quello che volevate scrivere voi – vent’anni fa e meglio di quanto sapreste fare voi – e non vi resta che andarvene a spasso sulla scogliera più vicina nel crepuscolo grigio e ventoso. (♫ Chopin, Marche Funèbre)

Oppure cominciate a dare un’occhiata in giro, tanto per scoprire quanto dovrete investire in libri, spostamenti e prestiti interbibliotecari questa volta… e v’imbattete nel piccolo particolare che la vostra Idea nuova in realtà è una consolidata tradizione teatrale da un paio di secoli a questa parte – solo che non vi era mai capitato di accorgervene. Scogliera. Crespuscolo. Vento.

Oppure potete sempre fare come il Michael di Debbie Ohi:

WWFC-ZombieTurtles.jpg

Se non altro vi siete salvati dal commettere un plagio, seppure involontario. E se non altro ve ne siete accorti prima di effondere la vostra Idea in ottantacinquemila parole di prima stesura… Magari al momento non riuscite a provare una strabocchevole gratitudine, ma prima o poi ci arriverete. Tra dieci o vent’anni, quando sarete in grado di raccontare la storia alle cene e fingere di trovarla divertente per primi.

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