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È un Salmone Che Vedo Davanti a Me?

IdeasNell’ultimo paio di settimane tre persone diverse mi hanno chiesto Dove Trovo Le Idee.

Con le maiuscole, perché è una delle Tre Domande – le altre essendosi Quanto C’è Del Tuo Vissuto e Quanto Tempo Impieghi A Scrivere Un Romanzo… Il che mi fa venire in mente che, per qualche motivo, nessuno sembra interessato a sapere quanto impiego a scrivere un play. Non che ci tenga in particolare – e d’altra parte, come del resto per i romanzi, non è come se avessi una risposta univoca… Mi capita solo di notare per la prima un fatto lievemente bizzarro. Forse ci strologherò un pochino, o forse no – ma non sta né qui né là.

Il punto è che sembra esserci questa convinzione diffusa che trovare le idee sia un problema.

Ecco, in realtà no. Semmai il contrario, perché le idee…Salmons

Avete mai visto quel vecchio documentario della BBC sul mestiere del documentarista? Un metadocumentario, alla fin fine. Well, a un certo punto racconta la storia di una troupe che voleva riprendere i salmoni occupati a risalire non so più quale fiume. Decisero di piazzare un operatore con cinepresa sul fondo – e un altro a riprendere gli sforzi del primo. Ed è così che abbiamo le immagini di un cameraman inglese degli Anni Cinquanta seduto sul fondo di un fiume e travolto dai salmoni. Gli arrivavano addosso fittissimi e senza posa, tanto che il poveretto non riusciva a manovrare la macchina da presa, e poteva solo cercare di difendersi schiaffeggiando salmoni…

SalmonEcco: è questione di abituarsi a vederle, ma una volta avviati è così che funziona con le idee. Salmoni dai fianchi iridescenti, salmoni litigiosissimi che balzano su di voi a frotte strillando “Me! Me! Me! Scrivi me!” – e voi sedete sul fondo del fiume armati di penna e taccuino e cercate di dirigere il traffico a suon di appunti e schiaffoni.

Questa è la risposta che dò in genere alla Domanda – aggiungendo che amici e famigliari levano gli occhi al cielo quando faccio il gesto di afferrare qualcosa e chiedo a nessuno in particolare “È una storia, quella che vedo davanti a me?” à la MacBeth.  Constantinople_1453

E se ci sono domande ulteriori, in genere racconto il mio salmone preferito, tanti anni fa, quando ero ancora molto verde e inesperta e pescavo dalla riva, anziché cercare di non farmi travolgere seduta sul fondo. Immaginate una di quelle vecchie aule a parlamento, all’Università di Pavia – sede centrale. Una le cui finestre danno sul Cortile Teresiano. Lezione pomeridiana. Storia del Medio Oriente. Si parla dell’assedio di Costantinopoli – l’ultimo, quello del 1453, con i difensori disperatamente asserragliati tra mura e acqua, e il giovane Mehmet furibondo perché, con tutta la potenza dell’Impero Ottomano at his beck and call, non riesce in nessun modo a forzare il blocco all’ingresso del Corno d’Oro. E tutti sanno che, finché il blocco tiene, forse – forse Costantinopoli non cadrà.

Battle_of_Zonchio_1499E poi, racconta la Profesoressa Maria Antonia di Casola, una notte i difensori dal lato del Corno d’Oro cominciano a sentire strani rumori nel buio e nella nebbia. Che diavolo staranno facendo i Turchi dall’altro lato? E poi, all’alba, la nebbia comincia a sciogliersi – e… Alberi maestri cominciano a comparire tra i raggi del sole radente, e la foschia che si sfilaccia, e sartiame, e una chiglia dopo l’altra. Le navi ottomane emergono dalla foschia come spettri – là dove non devono, non possono essere.

Nella notte Mehmet ha fatto trasportare una flottiglia per via di terra dal Bosforo al Corno d’Oro – ed è l’inizio della fine. Overland

E in realtà immagino che devano avere capito molto prima dell’alba che cosa stava succedendo, non foss’altro per il rumore – ma nondimeno… Le navi che compaiono come fantasmi, il senso di paura e irreparabilità per gli uomini sulle mura, le campane nella città… Mi dà ancora più di un brividino, a vent’anni dal momento in cui ho visto e riconosciuto il salmone per la prima volta. Una storia. Una storia che volevo scrivere.

E arriverà,  sapete? Ancora non so bene, perché nei decenni si è trasformata in uno di quegli infiniti salmoni in progress, e ha cambiato aspetto in molti modi – ma arriverà.

 

Piccolo Bollettino Generale

draft announcingAllora, ricapitoliamo, volete? Una volta consegnato il Serpente è arrivato il momento di quella che, se tutto va bene, sarà l’ultima e definitiva stesura del romanzo.

La Terza Stesura.

No, non c’è un contaparole, perché questa volta non funziona così. Sto asciugando, per cominciare, e assottigliando, e potando, e sfoltendo, e tagliuzzando, e sfrondando, e snellendo – e quindi un contaparole sarebbe di scarso aiuto. Magari lo sarà di più quando inizierò ad aggiungere le scene che ho lasciato indietro nella seconda stesura… Potrei forse organizzare uno di quegli arnesi che, anziché le parole, contano i capitoli. Questo magari sì, perché sto procedendo capitolo per capitolo… Non in ordine – perché mai in ordine? Ieri ho lavorato sul quinto capitolo, oggi sul secondo, domani ancora un po’ di secondo e poi il terzo entro la fine della settimana. Il quarto è già a posto. Sentite: sul campo ha più senso di quanto possa sembrare dalla descrizione – e ad ogni modo potrei davvero aggiungere un contacapitoli.

Ma in fondo è lo stesso. Quel che importa è che va piuttosto bene. Per lo più si tratta di aggiustare e potare. Ho eliminato qualcosa, girato come un guanto qualcos’altro, non ho ancora deciso che fare dell’abominevole William Bradley (tre o quattrocento parole…) e in questa stesura il protagonista litiga molto di più con suo fratello. Nel complesso: so far, so good.

Nel frattempo ci sono in corso altre cose, naturalmente. Draft

1) Il Project F. Questo è una traduzione… Una terrificante traduzione con secondi fini di natura teatrale. Dico che è terrificante perché sotto molti aspetti è un sogno che si realizza, ma mi rendo conto di essermi assunta un compito dannatamente complicato – e per di più me lo sono assunto da miscredente. Quante volte ho detto di non avere un briciolo di fede nella traduzione letteraria? Ebbene, eccomi qui, ma non è come se fossi convertita o nulla del genere. Sono quei secondi fini che vi dicevo e nient’altro. È una traduzione strettamente mirata, e con l’intenzione di riprodurre una serie di idee e condizioni, più che altro… Ma basta così. Dopo tutto, se fosse facile forse non ne varrebbe la pena, giusto? Vi farò sapere.

2) L’editing. Un editing in Inglese che promette molto bene. Su un tipo di testo diverso dal consueto. Non sono certa di avere una zona di sicurezza in fatto di editing, e di sicuro, se ne avessi una, tutto questo è troppo piacevole per poterlo considerare un’escursione… Ma di sicuro è qualcosa che non ho mai fatto prima, à la Colazione da Tiffany – e ciò è bello e anche istruttivo.

3) BJ è un racconto. Quasi quattromila parole. Non ne sono affatto insoddisfatta, tanto che mi piacerebbe mandarlo a un concorso di una certa importanza. Peccato che il concorso accetti testi fino a 2500 parole. E duemilacinquecento sono meno di quasi quattromila. Un bel po’ di meno. Quindi sto cercando di capire se vale la pena di provarci. Se posso ridurre BJ alle dimensioni necessarie senza danneggiarlo irreparabilmente. Per ora sono alla fase potatura – con risultati modesti. La settimana prossima comincio a rimuginare su eventuali amputazioni.

Ecco, più o meno è così che funziona. Poi ci sono gli altri lavori, le traduzioni di saggistica, le revisioni, e le idee di tre plays – una vecchia, una nuova e una di mezz’età – che strillano Scrivimiscrivimiscrivimi… Ma quello per ora è rumore di fondo.

More to come. E sarà bene che torni al lavoro.

Mag 2, 2016 - scribblemania, teatro    No Comments

La Clarina e il Serpente

Dragon3065La coda, sì…

Lasciate che vi spieghi che cosa è successo.

Sapete che stavo riscrivendo, giusto?  Ecco, riscrivevo e tutto andava bene, e mi compiacevo di quanto stesse andando bene, e di come tutto promettesse rimarchevoli miglioramenti rispetto all’originale – e forse mi sono compiaciuta un po’ troppo e, per dirla in termini classici, ho provocato l’ira degli dei…  Perché il fatto si è che, all’approssimarsi del finale, il tutto ha rivelato una natura serpentin-dragonesca.

Natura e coda, alla maniera di quei draghi stilizzati e nordici come quello qui di fianco: una coda variamente e pittorescamente arrotolata. E a un certo punto, la coda si è srotolata e poi riarrotolata – ma non allo stesso modo…

Un finale diverso. Un personaggio in più. Una simmetria molto più elegante, un riproporsi ulteriore di temi, uno strato in più, una conclusione molto più significativa…

“E bravo, Serpente!” ho esclamato io. “E a dire il vero, ci avessi pensato cinque anni fa – ma never mind, ci ho pensato adesso, e tutto è bene quel che finisce bene.”

Ed è capitato che, in questo felice stato d’animo e, certa di essere a un passo dalla fine, io abbia cenato con… be’, con la gente che stava aspettando la riscrittura.

“Oh, non c’è fretta,” ha detto questa gente, ascoltando le mie notizie. “Un personaggio in più? Va bene! Cambiamenti sostanziali? Va benissimo! Un finale diverso? Va benone! E soprattutto non c’è fretta. E dì un po’: quando possiamo aspettarci di ricevere il tutto?”

“Oh, ma in settimana…” ho cinguettatio io incautamente, e me ne sono tornata a casa felice.

E l’indomani, quando mi sono rimessa al lavoro, ho scoperto che il Serpente non aveva ancora finito con me, e per prima cosa ha srotolato la coda di nuovo, e l’ha arrotolata in un altro modo ancora.

No, non un altro finale diverso – del che son grata: lo stesso finale, ma disposto in modo leggermente diverso e leggermente migliore. Con qualche luccichio in più. E allora l’ho risistemato, perché chi sono io per ignorare i luccichii di un Serpente così gentile?

E solo allora mi sono resa conto che la nuova sistemazione richiedeva aggiustamenti più in su. E quindi ho aggiustato e, nell’aggiustare, si è presentata una nuova possibilità da aggiungere al finale – una possibilità migliore, con nuovi luccichii e una conclusione pressoché perfetta.

E quando ho ri-aggiustato il finale… indovinate un po’?

Insomma, per farla breve, per tutta la settimana passata, mentre la scadenza delle mie incaute promesse si avvicinava, il Serpente non ha fatto altro che luccicare e scuotere la coda di qua e di là e, quando ho annodato fermamente la coda in posizione, ha cominciato a scuotere il resto delle spire, e ogni volta che credevo di essere a una lucidatina dalla conclusione, la storia rivelava un’altra iridescenza inaspettata, una simmetria, una possibilità…

Alla fine – ma proprio alla fine – ne siamo venuti a capo, e ho consegnato quando si poteva ragionevolmente sostenere che fosse ancora la settimana scorsa in tutto tranne che nella più letterale e pedantesca lettura dell’orario.

Insomma, adesso il Serpente è a destinazione. Ci sarà il workshop, e poi sì vedrà – ma pittikins, è stata una settimana interessante…

Bei Ricordi Productions

TakingNotesIl film inizia con un’inquadradura stretta sulle pagine di un taccuino – un Moleskine, per la precisione – e una penna che corre, corre e annota… C’è una penombra strana e dorata e si sentono delle voci. Due voci maschili. Due voci maschili che recitano.

“…Nessuno lo dirà – perché nessuno ne saprà nulla.”

“Lo saprò io. E dovrò vivere con il pensiero di aver bruciato…”

La penna si ferma, l’inquadratura si allarga… Vediamo il proscenio di un piccolo teatro e capiamo che la luce dorata viene dal palcoscenico, dove due uomini stanno recitando. Poi vediamo tra le quinte un altro attore in costume e una direttrice di palcoscenico con il copione in mano, poi vediamo la platea piena – e in prima fila, di lato, la Clarina con il moleskine e la penna. Sta ascoltando in piena concentrazione…

“…Le debolezze umane. Non credo che ti biasimerebbe.”

“Tu non credi.”

La Clarina storce il naso e riprende ad annotare. La signora in tailleur seduta accanto a lei, che la sta sbirciando da un po’, non resiste oltre: si china di lato e le bisbiglia: “È una giornalista?” La Clarina scuote la testa con un piccolo sorriso misterioso e torna ad annotare, e annotare, e annotare…

Musica.

Montaggio:

La Clarina è rannicchiata su uno sgabelletto dietro le quinte, sempre armata di penna e taccuino. In scena – e lo vediamo di lato – l’attore che prima era dietro le quinte sta parlando con uno degli altri due.

“…Una faccenda più drastica, quando si è fatti di carne e d’ossa…”

La platea – gente diversa – ridacchia. La direttrice di palcoscenico da una piccola gomitata alla Clarina, e le due scambiano un sorriso. La Clarina torna ad annotare, annotare, annotare…Audience

Poi panoramica sulla platea – altra gente ancora – fino all’ultima fila, alla cui estremità la Clarina siede vicino alla consolle luci.

“Bisogna pregare gli dei di dispiacerti!” esclama una voce femminile dal palcoscenico che non vediamo.

La Clarina cerca di annotare nella semioscurità. Il tecnico delle luci la guarda, sospira e modifica appena appena l’orientamento della lucetta della consolle, in modo da illuminare un pochino le pagine del moleskine… La Clarina lo ringrazia con un cenno e torna ad annotare, annotare, annotare…

E potremmo andare avanti – ma fermiamoci qui. Vi siete fatti un’idea. Questo è il film che è entrato in programmazione nella mia testa quando mi sono messa a cercare gli appunti che avevo preso a suo tempo in vista della riscrittura di cui vi dicevo. Sera dopo sera in platea o dietro le quinte, ad annotare quel che non funzionava affatto o funzionava solo un po’, quel che mancava e quel che era di troppo… Pagine e pagine e pagine di appunti. Un piccolo, pittoresco film – starring la Clarina nel ruolo de L’Autrice Drammatica Alle Prime Armi.

Il che era di soddisfazione anche solo come ricordo – ma prometteva anche di essere d’aiuto: pagine e pagine e pagine d’appunti, giusto? Dovevo solo cercarli, trovarli e farne buon uso. E così mi sono messa a cercare.

Diciamo, per amor di brevità, che dopo una certa quantità di safari sono riuscita a trovare il taccuino che usavo allora. L’ho sfogliato trepidante, ho ritrovato la data giusta e…

E c’era poco più di mezza pagina di noterelle.

MoviePoco più di mezza pagina.

Qualcosetta di utile, qualcosetta di terribilmente generico. Mezza pagina o poco più.

E qui immaginate pure il mio grazioso film interiore che si spiaccica sul pavimento con rumore di semolino freddo…

E..

Fine della prima puntata!

Che ne è stato degli appunti della Clarina? Essi esistono da qualche parte? Riuscirà ella a riscrivere ciò che deve riscrivere? Come? Quando? Dove? Perché?

Non perdete il prossimo appassionante episodio de… La Clarina e gli Appunti Fantasma!

 

 

E Due!

Da un po’ non aggiornavo il contaparole della seconda stesura – ma non perché fossi ferma.

Mentre il contaparole sonnecchiava indisturbato, io sono andata avanti e ieri mattina, O Lettori, ho concluso la seconda stesura.

Jig

Date le circostanze, una giga mi sembra adatta…

Hooray, Eugè, Din Don Dan, e altre consimili espressioni di letizia.

Centoduemilasettecentoottantaquattro parole. Un po’ tantine, soprattutto perché devo ancora aggiungere qualche scena che ho lasciato indietro. Ma, se tutto va bene e con un po’ di editing rigoroso, una volta che avrò aggiunto tutto quel che manca, tolto quel che ridonda, deciso che cosa fare di un personaggio e tirato il tutto a lucido, conto di ritrovarmi con centomila parole – una misura ragionevole per un romanzo storico sul mercato anglosassone.

Ma questo è lavoro per la metà di aprile, dopo un paio di settimane di decantazione.

Nel frattempo, rejoice with me: ho finito la seconda stesura!

Sono soddisfatta del risultato? Ragionevolmente.

Ci ho messo troppo tempo? Oh, sì.

È valsa la pena di cominciare invece di agitarmi come un millepiedi che non sa più che zampa muovere per prima? Perbacco, sì!*

Adesso, se sono bravina, per un paio di settimane mi dimenticherò di Ned. E sì, per carità, so che faccio sempre di questi propositi, e poi mantenerli è un’altra faccenda – ma questa volta ho due cose e mezza di cui occuparmi intensamente. Cose di teatro – cose, tra parentesi, di cui verrete informati a tempo debito…

Per ora inclino a non essere del tutto insoddisfatta di me stessa. Dopo tutto, ho finito la seconda stesura, giusto?

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* E, mentre siamo qui, grazie D., per avermi dato una spinta quando a me sembrava una follia…

Oh… e no: non è, non è e non è un pesce d’aprile.

Feb 17, 2016 - angurie, scribblemania    No Comments

Scatole Cinesi

Sì, è MacBeth. E Sì, c'è una ragione. E no, non so perché abbia un elmo alato.

Sì, è MacBeth. E Sì, c’è una ragione. E no, non so perché abbia un elmo alato.

Mentre scrivevo questo post, a un certo punto,  è successo che mi è germogliata un’idea. Capita abbastanza spesso – e di solito citicchio* Shakespeare a chiunque mi capiti a tiro – o, in mancanza di pubblico, al soffitto: è una storia quella che vedo davanti a me? Amici e famiglia hanno imparato a non fare domande, a cambiare rapidamente discorso e a fingere di nulla mentre mi impadronisco del taccuino e della penna più vicini e butto giù gli appunti del caso.

Qualche volta ne esce davvero una storia, qualche volta no, qualche volta succede ad anni di distanza, quando ritrovo l’appunto – e ad ogni modo va bene.

Questa volta, però, è successo qualcosa di leggermente diverso, perché la storia in fondo veniva da un’impressione vecchia di trentacinque anni. Il ricordo di un’impressione, se vogliamo, che era già una storia in embrione – solo che allora non lo sapevo. E quindi…Ideasinside

È una storia quella che la piccola (e leggermente gloomy) Clarina sta porgendo a sé stessa adulta attraverso i decenni? Oh dear… vedete? Questa è già un’altra storia – dentro una storia. O forse attorno a una storia. Ne scriverò una? Le scriverò entrambe? Le combinerò tra loro per farne un’ulteriore storia? Perché, a ben pensarci… è una terza storia che vedo davanti a me?

Credo di avere un nonnulla di vertigini.

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* Right, è una parafrasi, ma ammettetelo: “citicchiare” ha un suo je-ne-sais-quoi.

Blocco dello Scrittore II

NnovelI. mi fa notare che questo post è carino, ma non molto utile. “Qualsiasi cosa va bene, grazie tante! Ma se il problema è che uno proprio non sa neanche da dove cominciare?”

Incasso il rimprovero, chino contrita il capino, e cerco di essere più specifica e più utile. Comincio intanto col dire che quel che funziona per una persona bloccata non necessariamente funzionerà per tutti – e non necesariamente in tutte le circostanze.

Nei commenti al post di lunedì c’è chi ha suggerito un metodo che non vedo l’ora di provare alla prossima occasione… Er, no. Detto così non suona bene. Ovviamente non è che non veda l’ora di ritrovarmi nella necessità di provare il metodo in questione. Chi è che non vede l’ora di impigliarsi? E dico “impigliarsi” perché il Metodo D. mi sembra più adatto agli impigli che ai blocchi… Ma questo non sta né qui né lì – e farò bene a tornare in carreggiata prima che I. mi sgridi. prompts

Allora, mettiamola così: qui, di fronte al granitico, inscalfibile, indigesto Blocco, è dove si parrà l’utilitate di tutti quegli esercizi di scrittura che a volte suonano francamente dissennati. I cosiddetti writing prompts. Di solito li si guarda e ci si domanda perché una persona sana di mente dovrebbe voler scrivere cose simili… Quando si è Bloccati, tuttavia, ecco che la cosa assume una prospettiva diversa: per rimettersi a scrivere dopo lunga siccità, uno stimolo eccentrico può essere più efficace di un’oretta di buoni propositi.

Questo per vari motivi – non ultimo il fatto che è liberatorio: ok, non sto cercando affannosamente di aggiungere 200 parole all’opera della mia vita, è solo un gioco, solo una quisquilia che butto giù per… be’, per buttarla giù. Posso rilassarmi. Ed è qui che le parole ricominciano a fluire.

dictionaryUno dei miei giochi preferiti, sotto questo aspetto, consiste nel prendere il mio beneamato Gabrielli (Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari), aprirlo a caso e tirare giù la prima e l’ultima parola della pagina. Tipo:

Grifagno – Guadagnare

Ossame – Ostendere

Sartia – Saviezza

Adesso l’ho fatto tre volte a titolo d’esempio, ma parte del sugo della faccenda sta nel fermarsi alla prima coppia di parole e fare con quella, qualunque cosa sia. Fare cosa? Programmare un timer perché suoni dopo dieci minuti e scrivere. Scrivere qualsiasi cosa l’associazione tra le due parole faccia saltare in mente. Scrivere e basta, senza fermarsi a rivedere, senza censurarsi, senza preoccuparsi troppo di quello che salta fuori.Who Said...? "To see him act is like reading Shakespeare by flashes of lightning."

Supponiamo di scegliere la prima coppia (comunque è quella che mi piace di più fra le tre) e di cominciare: credo che partirei con delle suggestioni shakespeariane o marloviane… sì, lo so che quello del moneylender ebreo e grifagno è un luogo comune, ma è il luogo comune su cui si dà il caso che Marlowe eShakespeare abbiano costruito rispettivamente Barabbas e Shylock. Quindi forse sarei spinta a immaginarmi l’incontro tra uno dei due – diciamo Marlowe* – e l’originale del suo usuraio. Non in Inghilterra, magari. Reims, perché no? Vicoli grigi, giornata piovosa e un’improvvisa necessità di denaro. Può capitare a una spia di avere bisogno di denaro, no? E se dapprima avevo pensato a qualcosa nel punto di vista di Marlowe, dopo tutto cambio idea: perché non Marlowe La Spia Inglese come appare agli occhi dell’usuraio, invece? Un usuraio di mezza età, sagace, disincantato, grifagno (ça va sans dire), abituato a vedersi passare davanti gli agenti di Walsingham, avvezzo ai pregiudizi dei cristiani, e ansioso di convincersi che non gl’importa. Che cosa cambia a lui, dopo tutto, cattolici o protestanti? L’importante è guadagnarci. Ma al lettore arriva l’amarezza dell’uomo, così come il suo giudizio sul giovane Marlowe…

E adesso è meglio che mi fermi, sennò mi ritrovo con una storia intera. Visto? Non so quante parole siano, e certo non ci ho messo dieci minuti, e non ho scritto nessun particolare capolavoro. Però ho disseppellito un’idea che, se avessi voglia di lavorarci, si potrebbe evolvere in un racconto.

Gentile-Bellini-263956Poi ci si può complicare un po’ la vita associando il tutto a un argomento preciso (studio di carattere di un personaggio, contesto di una storia, svolta della trama…) oppure no. Chiariamo: non si tratta di scrivere un pezzo di quello che si stava scrivendo quando ci si è Bloccati, solo di lavorarci attorno e, magari, cavarne qualche buona idea. Se avessi dovuto applicare Guadagnare-Grifagno alla Mela Rossa,** credo che mi sarei concentrata sul mercante d’olio. Credo che avrei fatto provare al Sultano un certo stupore davanti all’apparenza insignificante e giovanile del traditore. Il Sultano si sarebbe aspettato un’aria più malevola e grifagna per un uomo che guadagna e specula sulla pelle dei suoi correligionari e, non contento, li vende proprio al nemico… d’accordo, adesso mi fermo di nuovo, ma intanto questa è un’idea che mi annoterò. Non so se la userò, ma stiamo a vedere.pen

Ecco, se si è molto Bloccati magari è meglio iniziare sul semplice e aspettare un po’ prima di tornare a lavorare (anche solo indirettamente) sul romanzo/racconto/play su cui è precipitato il Blocco. All’inizio l’importante è perseverare: due parole e dieci minuti al dì. Tanto si può essere certi che succederà da sé, prima o poi: la storia abbandonata tornerà a fare capolino – e quello sarà un gran buon segno.

Così va meglio, I.?

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* Sorpresi, ain’t you? 

** Sì, lo so – storia vecchia. Ma mi perdonerete se non ho voglia di giocare ad essere Bloccata con la revisione-in-corso. Scampi&liberi, in fact.

Blocco dello Scrittore

writer'sbRicevo questa mail che dice, tra l’altro:

Trovi tutti questi siti che dicono che il blocco dello scrittore non esiste, che è solo un mito. Sarà, ma io è da settembre che non scrivo un cacchio. Vorrei tanto, ho questo racconto che mi piace, e mi pare anche una buona idea, e non è che non ci provi. Però non mi viene proprio: mi siedo lì, guardo il foglio, giocherello con la biro, disegno un alberello in un angolo, poi un gatto sotto l’alberello, e poi, visto che faccio pure schifo a disegnare, mi metto a giocare a filetto da sola. Quindi, per riassumere, il blocco dello scrittore è un mito, e io si vede che ho il mito, ma in forma grave.

Sì, li ho visti anch’io, i siti che sfatano il “mito”. Siti e libri in abbondanza. E allora diciamo pure che il blocco non esiste, ma esistono i momenti/giornatacce/lunghi mesi in cui dai inutilmente la caccia a qualche idea, ne catturi solo di asfittiche e comunque fa lo stesso, perché non riesci a metterle giù nemmeno a piangere in Cinese. I momenti in cui giochi a filetto da sola. Io un tempo giocavo al solitario del computer, a dire il vero – poi ho disinstallato tutti i giochi dal computer. Quindi adesso, quando ho quella cosa che non esiste, vado per le vaste praterie di Internet a caccia della versione elisabettiana di un toponimo che forse – forse – mi servirà fra venti o ventidue capitoli… Oppure ci sono sempre Pinterest e TVtropes… Writer'sblC&H

E comunque li ho visti anch’io, quei siti lì, e li detesto un pochino. Vogliamo dire che il Blocco non esiste? Diciamolo pure, ma questo non cambierà il fatto che è capitato a tutti, a tutti capita e capiterà sempre. Di solito è una fase che passa* , ma stare ad aspettare che passi non è divertente. Magari è come il raffreddore che, dicono gli Inglesi, se non lo curi passa in una settimana. E se lo curi? Ah well, allora passa in una settimana.

Confesso di avere sempre aspettato che passasse, smaniando, lacrimando e rendendo variamente infelice la famiglia, fino a quando non ho trovato un libro che diceva che il blocco esiste eccome, e l’unico modo per uscirne è riprendere a scrivere.

Writer'sblockGrazie tante, Monsieur de La Palice, ho pensato – però il libro era in prestito, e non ho potuto scaraventarlo contro la parete più vicina. Il che è stato un bene, perché poi dava consigli un tantino più concreti su come riprendere a scrivere. Il più sensato di tutti, quello che mi è tornato utile un’infinità di volte, è questo: porsi un piccolo obiettivo quotidiano, concreto e fattibile, tipo cinquecento parole al giorno. Non è tanto, due o tre paragrafi, mezza pagina circa in TNR corpo 12. O anche solo duecento, basta che sia un obiettivo da raggiungere. E poi non è detto che debba essere parte del romanzo o racconto o play, o qualunque cosa si stesse scrivendo prima del blocco. Una descrizione, un abbozzo di personaggio, qualche battuta di dialogo, una pagina di diario, qualsiasi cosa va bene, e se poi sono più di cinquecento parole, tanto meglio, ma una volta raggiunte le cinquecento, din don dan! Per oggi ho scritto.

Sembra una sciocchezza, ma intanto si rimette in piedi l’abitudine, la disciplina alla scrittura e, presto o tardi, il filo del discorso che si era perduto torna a farsi vivo e, quasi senza accorgersene, si è ripreso a scrivere.

No, questa era una bugia: non succede quasi senza accorgersene. Succede per volontà, determinazione, per disciplina e per passione. Perché chi dice che per scrivere (o per praticare qualsiasi forma di arte, se è per questo) serve solo l’ispirazione e non la disciplina, mente come chi dice che il blocco dello scrittore è solo un mito.

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* Oddìo, c’è il caso di Edwin che, in New Grub Street, di blocco dello scrittore finisce per morire, ma non credo che capiti spessissimo.

Il Sipario della Conoscenza

curtainNon lasciatevi spaventare dal titolo – è una faccenda di vitarelle e rotelle.

E della revisione, anche.

Sì – la mia revisione, ricordate? In proposito ci eravamo lasciati ai primi di dicembre – con poche speranze di finire la seconda stesura entro l’anno. E in effetti non solo non l’ho finita affatto – ma, dopo quell’ultimo bollettino ci ho lavorato ben poco. C’è stato dicembre, c’è stata una bronchite, c’è stato altro, c’è stato Natale, c’è stata una commissioncella di cui avrete notizie…

Ma adesso ho ricominciato – e, benché forse non lo meritassi del tutto, ho cominciato che meglio non si sarebbe potuto. Ho cominciando trovando quello che Larry Brooks chiama lo Snodo Centrale – quella scena cruciale in cui si scosta il postonimo* sipario della conoscenza. Quel centro che dovrebbe capitare a metà del secondo atto. Il momento in cui non è che la storia cambi necessariamente – ma cambia il modo in cui la vede il protagonista. E – se tutto va bene – anche il lettore…

È uno di quei punti che tutti sappiamo di dover mettere in una storia. E io avevo una scena graziosa ma un nonnulla insipida e una rivelazione vagante e non correlata. E quando le due si sono improvvisamente incastrate l’una nell’altra… Bang! La scena ha improvvisamente acquisito vita, conflitto e una serie di radici sparse per i primi sette capitoli – e la rivelazione, per parte sua, è andata a cadere esattamente a metà della storia. snake

E badate – non è un caso e non è un miracolo: è il segno che la storia sta prendendo la giusta forma, ha un arco ragionevole e rispetta le leggi della fisica narrativa. Non negherò che la cosa comporti un certo grado di soddisfazione.

On the other hand, questo significa che è quasi la fine di gennaio e io sono solo a metà della seconda stesura – e questo non è particolarmente bello. Posso trovare consolazione nel fatto che, apparentemente, sto andando nella direzione giusta.

Evviva.

E adesso al lavoro, perbacco.

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* Che devo dire? “Eponimo” sembrava un po’ troppo, nelle circostanze…

A Scuola

girlMi sono iscritta a non un uno, ma tre corsi online.

Ogni tanto lo faccio. Le possibilità sono infinite, in ogni genere di campo e argomento, dall’astrofisica alla scenotecnica, dalla storia antica alla pollicoltura.* Poi non è che sia straordinariamente brava in proposito. Sono pigerrima, dispersiva, con una tendenza alla procrastinazione su cui vi ho intrattenuti fin troppe volte. E tutto sommato, va ancora relativamente bene se ci sono tempi, scadenze ed esercizi da consegnare… Se il corso è self-paced – ovvero una serie di lezioni da seguire a discrezione dello studente – le mie possibilità di arrivare in fondo sono bassine, indipendentemente dal mio interesse per l’argomento. Capirete, credo, se vi dico che le lezioni di scrittura teatrale scaricate dal sito del MIT sonnecchiano in un angolo buio del mio hard disk dall’agosto del 2011.

Appunto.

E quindi forse è stato un tantino imprudente, da parte mia, iscrivermi ai tre corsi che vi dicevo.

Uno è una specie di storia performativa dell’Othello di Shakespeare. Come è stata rappresentata la tragedia, in questi quattro secoli? Che cosa sappiamo? Che conclusioni possiamo trarre da atteggiamenti registici, interpretazioni e attualizzazioni? Fascinating stuff.

Poi c’è un’introduzione alla scrittura cinematografica. Secoli fa ne avevo già seguito uno della Scuola Holden. Mi era piaciuto, soprattutto perché avevo trovato una tutor molto in gamba, che mi faceva lavorare un sacco e a cui piaceva quel che scrivevo. Riconosco che quest’ultimo non dovrebbe essere un requisito per valutare un corso e trarne beneficio – ma siamo onesti: chi è che non lavora con più zelo e più gusto quando il suo lavoro viene apprezzato? Adesso trovo che sia ora di rinfrescare l’argomento, dopo quindici anni o giù di lì – e di farlo in Inglese. girls

E questi due sono MOOC, ovvero Massive Open Online Courses. Da un lato hanno di buono i tempi e le scadenze che vi dicevo. Dall’altro, hanno una componente di interazione con gli altri studenti, in cui sono pessima. In teoria l’idea di discutere di quel che studio e imparo mi piace molto; all’atto pratico, forse non so usare bene la roba a forma di forum, ma fatto sta che una discussione tra centinaia di partecipanti mi sfugge rapidamente di mano, e tendo a rinunciarci e a interagire ben poco.

Infine c’è un corso di scrittura teatrale. Ci avevo già provato qualche anno fa, e non mi ero trovata bene con il docente.** Un secondo tentativo altrove era andato meglio, ma non posso dire di averne cavato granché. Adesso ci riprovo. Questo sembra un po’ più avanzato, ha un sacco di esercizi pratici e la possibilità di farseli leggere e commentare… Purtroppo è self-paced e, a peggiorare ulteriormente le cose, ho accesso al materiale vita natural durante. Con i miei precedenti, non metterei la mano sul fuoco.

E poi ce ne sarebbero altri – corsi di storia che m’interesserebbero parecchio… ma ho deciso che prima farò meglio a vedere come me la cavo con questi tre.

Quindi forse farò bene a formulare un’ulteriore buona intenzione per l’anno nuovo: seguire i corsi e finirli. Vi farò sapere, eh?

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* No, davvero: l’Università di Edinburgo ne ha uno su comportamento e benessere delle galline. Non è uno di quelli che ho scelto.

** A parte tutto il resto, leggendo il mio esercizio, si stupì moltissimo del fatto che fosse popolato da due personaggi maschili su due. Perché, essendo una donna, non scrivevo donne? Sessista.

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