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La Formula Pattison

Story formulaOgni tanto ci s’imbatte in qualche “formula per il racconto perfetto”, come questa dello scrittore e insegnante di scrittura Iain Pattison, ripresa e adattata dal sito inglese Ideas4Writers:

1) Qualcosa d’importante capita a un protagonista interessante con cui il lettore non può non simpatizzare;

2) Di qualsiasi cosa si tratti, è un problema che richiede l’immediata attenzione dell’interessante protagonista.

3) L’interessante protagonista ha qualche remora a lasciarsi coinvolgere, ciò che gli crea un dilemma. Se non bastasse, ecco che emerge qualche notevole guaio che deve essere risolto.

4) La soluzione del problema e il superamento del dilemma si prospettano estremamente difficili…

5) … Ma il protagonista si troverà in guai ancora più grossi se non risolve&supera: è, come suol dirsi, in ballo e gli tocca ballare.

6) Per risolvere il suo problema, il protagonista dovrà riconsiderare e cambiare qualche aspetto di se stesso o della sua relazione con qualcun altro.

7) Se doveste scommettere sulle sue possibilità di risolvere il problema, preferireste non giocarvi granché…

8) … Ma naturalmente il protagonista risolve il problema, con una soluzione tanto ingegnosa quanto inaspettata, che evolve logicamente dal personaggio e dagli eventi della storia.*

ThreeActIn realtà, nessuna sorpresa trascendentale: una variazione sul tema perenne di tutta la narrativa (il Protagonista deve Risolvere un Problema), combinato con un duplice conflitto – interiore ed esterno. E se vogliamo, è di nuovo la buona vecchia struttura in tre atti: I. il Protagonista vive felice finché non sbatte contro un Problema; II. il Protagonista affronta il Problema (e i connessi rovelli); III. il Protagonista risolve il problema e tutti vivono felici e contenti. Siamo sinceri: è dalla notte dei tempi che l’umanità si racconta storie di questo genere. Il dilemma aggiunto (o conflitto di II grado) è un’aggiunta un po’ più recente – ma nemmeno troppo. Segno che funziona – se non altro perché è quel che il nostro cervello occidental-aristotelico è fatto per riconoscere come Una Storia. Detto ciò, la Formula Pattison, come tutte queste cose, non è affatto una formula, ma contiene una serie di utili consigli che, più che con la costruzione della trama, hanno a che fare con la complessità e logica della storia:

a) il protagonista deve essere interessante e attraente;

b) il dilemma (scaturito dalla morale, dalle circostanze o dal passato del protagonista) deve intralciare la soluzione del problema – sennò è troppo facile;

c) il protagonista deve imparare qualcosa** per risolvere i suoi guai;

d) la soluzione deve essere inaspettata ma logica: mai imbrogliare il lettore!

Siamo alle solite: non ci sono ricette, non ci sono istruzioni per il montaggio – però ci sono sensati e pragmatici consigli per dare una forma (più o meno efficace) alle idee.  Nessuno pretende davvero che siano universali, o infallibili, o esclusivi: queste faccende esistono come traccia di base, pronti per ogni genere di esperimento, variazione e gioco… E davvero, dite la verità: non vi punge l’uzzolo di provare a giocarci?

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* Yes, well – oppure (e questo lo aggiungo io) deve fallire in una maniera che evolve logicamente dal personaggio e dagli eventi della storia. Anche se, allora, potremmo voler modificare di conseguenza il punto 7 migliorando considerevolmente gli odds del nostro protagonista…

** Oppure deve pagare il prezzo per non aver saputo imparare o cambiare – ma questa è un’altra storia.

 

Lo Specchio d’Inchiostro

MirrorMirrorCredo di avervi detto qualche centinaio di volte, nel corso dell’ultimo anno o giù di lì, che il Coro di Shakespeare in Words è stato il mio ritorno sulle scene dopo più di vent’anni. Così come vi ho detto che stavo scrivendo (e adesso ho finito) un romanzo che parla di teatranti – un teatrante in particolare – nella Londra elisabettiana.

Ebbene, quello che forse non vi ho detto è come le due cose si siano incrociate e influenzate a vicenda…

Allora, cominciamo dicendo che il mio protagonista è, appunto, un attore. Un attore di notevole talento, insoddisfatto delle parti che si trova a recitare – ma questo non ha molto a che fare con me. La cosa rilevante è che, in seguito a un incontro rilevante, N. comincia a mettere in discussione quel che fa in scena – e come lo fa. Non è proprio un caso di Millepiedi di Kipling, perché N. non si rovescia nel fosso a ActorElizdomandarsi che zampa muovere per prima – però diventa molto più consapevole dei rapporti di causa ed effetto in quel che fa e nelle reazioni che ottiene. E altre cose di questo genere. Diciamo che comincia a elaborare una teoria dietro la sua pratica quotidiana – e a pensare a quel che questa teoria implica…

E no, non allarmatevi: è un romanzo, e funziona romanzescamente – o almeno spero. Però questa consapevolezza fa parte della crescita del protagonista.

E della mia, si direbbe – perché scrivere di tutto questo mentre reimparavo a stare in scena, è stato infinitamente d’aiuto. Il modo in cui N. pensava, la tecnica che usava, le scoperte che faceva in fatto di rapporto scena-platea eccetera… tutto ciò è servito ad esplorare quello che stavo cercando di fare, a disciplinare e sistematizzare un sacco di idee – qualcuna vecchia di vent’anni, qualcuna nuova, qualcuna solida, qualcuna allo stato gassoso. Ed è servito a tradurre e capire cose che G. la Regista buttava lì per vedere che cosa ne avrei fatto. Ed è servito, la sera del debutto, a farmi guardare negli occhi l’uno o l’altro membro del pubblico.Me-Writing

Non vi stupirà troppo se vi dico che la cosa ha funzionato anche nell’altra direzione: quel che facevo in prova o in scena – scoperte, rovelli, progressi, terrori e travasi di bile – diventava materiale per i rovelli di N. Poi, si capisce, N. è molto più bravo di me – per non parlare del fatto che vive, pensa e recita in un altro secolo. Io non sono N. e N. non è me. Però ci sono sempre quelle cose che non cambiano troppo attraverso i secoli (e che qualche fortunata volta sono lì a strizzarci l’occhio, annotate su un copione del tardo Cinquecento), e quelle cose che sono cambiate, ma vanno tradotte perché il romanzo possa essere un romanzo.

Ed è stata una piccola, luccicante, soddisfacentissima rivelazione vedere come, pur trattandosi di due storie diverse, scrittura e recitazione si siano incontrate a mezza strada, specchiandosi l’una nell’altra, dandosi forma a vicenda. Sono certa che tanto il Coro quanto N. ne hanno tratto giovamento.

Parole, Parole, Parole…

Cloud 3Che prima di essere una canzone, era una citazione shakespeariana, you know… Amleto.

E tutto sommato il Bardo è un buon nume tutelare per questa cosa che The Guardian ha fatto qualche tempo fa, prendendo una dozzina di scrittori e ponendoo loro una domanda: qual è la vostra parola preferita?

No, sul serio. Ed è una buona idea, perché gli scrittori con le parole ci lavorano, ne usano tante, ne conoscono di specificissime, di inconsuete, di eccentriche, sono abituati a considerarne le sfumature e le implicazioni…

Il risultato è questo articolo, che vale la pena di leggere, perché è una piccola miniera di scoperte linguistiche, e perché ci si coglie il gusto di questa gente per la lingua.

Per questo dico che Shakespeare è un buon nume tutelare qui… In realtà gli studi recenti hanno un po’ ridimensionato il numero di parole che si attribuivano a lui, ma questo non toglie proprio nulla al suo vertiginoso e versicolore* uso di una lingua che ai suoi tempi era ancora in costruzione. Provate a leggere incantesimi e battibecchi fatati nel Sogno di Una Notte di Mezz’Estate**: ci si sente una vera e propria gioia del linguaggio.

E questo è qualcosa che si cerca – e, alas, non sempre ci si riesce – di inculcare negli allievi: è davvero difficile scrivere senza avere il gusto delle parole. Senza volerci giocare e sperimentare. Senza perdere l’occasionale nottata in cerca della sfumatura giusta… Tutto considerato, comincio a credere che questo articolo figurerà nei miei corsi, in futuro. Almeno in via di principio, perché le parole stesse sono spesso intraducibili anzichenò, ma il gusto evidente con cui questa gente gioca con parole perdute, idiotismi, onomatopee e lessici famigliari dovrebbe proprio servire da ispirazione per un paio di paragrafi in materia… Futuri allievi, aspettatevi qualcosa del genere.MNDFairies

Per esempio, a me le parole piacciono per il modo in cui combinano suono, significato e connotazioni. Onomatopea e iconicità sono rilevanti. Scintilla, con quel suono saltellante e quella desinenza luminosa. O fiammeggiante, che l’abbondanza di accenti e doppie consonanti fa davvero danzare. E poi sesquipedale, lunga e complessa a sufficienza per suggerire un’enormità che incombe e traballa appena. E che dire di esecrabile? Quel gruppo -cr si mastica così bene che usarlo in un diverbio è di soddisfazione estrema. E bizantino, dal suono elegante e multicolore come un mosaico ravennate. Lanzichenecco, irto di punte all’inizio, e ben corazzato alla fine. È sempre una questione di colori, di consistenza, di suono…

Ma il fatto è che non so troppo bene quale sia la mia parola preferita in assoluto. Liste come questa, dizionari, glossari e repertori, elenchi di nomi, guide del telefono e titoli di coda dei film mi fanno sentire come una bambina in un negozio di giocattoli. Non so scegliere, e questo è quanto.

E voi? Quali sono le vostre parole preferite? E perché?

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* Oh, eccone una che mi piace proprio tanto… versicolore!

** O, se è per questo, la descrizione dell’esercito di Tamerlano, o il catalogo delle ricchezze dell’Ebreo di Malta… è chiaro che Marlowe era un altro che con le parole ci andava a nozze.

Cliffhanger Rusticano

scrittura creativa, passo narrativo, opera, cavalleria rusticana, libretto, placido domingoMi è capitato in questi giorni di riascoltare la Cavalleria Rusticana, nell’edizione Domingo-Obraztsova-Bruson diretta da Pretre. Ridendo e scherzando, l’edizione in questione va per i trentacinque anni, ma non è questo il punto.

Il punto è che non avevo mai notato come Targioni-Tozzetti e Menisci fossero narrativamente scafati. Voglio dire, di solito dai librettisti ci si aspettano versi turgidi, vocaboli desueti, storia macellata e improbabilità multiple. TT&M no. TT&M non solo usano linguaggio asciutto, narrazione stringata e logica impeccabile, ma appendono anche il melomane (e l’ostessa) alla scogliera.

Pensate all’inizio. Dopo la serenata offstage di Turiddu, dopo che contadinelli e contadinelle hanno lietamente inneggiato alla primavera e alla Pasqua, Santuzza giunge all’osteria di Mamma Lucia con la faccia di chi non porta buone nuove. Chiede di Turiddu, che dovrebbe essere altrove e invece è stato visto in paese (lo sappiamo anche noi: poco fa se ne andava attorno cantando in vernacolo locale – e non per Santuzza) e spiega di non poter entrare in casa altrui perché è scomunicata.

Adesso sì che Mamma Lucia comincia ad allarmarsi.

E che ne sai del mio figliolo? indaga.

Santuzza si torce le mani: Quale spina ho in core!

E adesso vuoterà il sacco, giusto? Che diamine ha questa ragazza? Perché non può fare la comunione il giorno di Pasqua? Perché Mamma Lucia all’inizio era così brusca con lei? Avanti, Santuzza, dicci tutto…

E invece no. scrittura creativa, passo narrativo, opera, cavalleria rusticana, libretto, placido domingo

La musica compie una virata angolare, odonsi tinnir di campanelle e schiocchi di frusta, entra in scena Compar Alfio, sanguigno e compiaciuto di sé, accompagnato da una frotta di paesani cinguettanti. O che bel mestiere fare il carrettiere! Tanto più che a casa lo aspetta Lola, che l’ama e lo consola…

E perché mai le comari fanno “oh”? E poi Lola? La stessa lola bianca e rossa come una ciliegia della serenata di Turiddu?

Ahi…

E mentre la scena prosegue in pasquale gaiezza e poi pasquale devozione, noi sappiamo che qualcosa non va, cominciamo a sospettare la natura della spina di Santuzza, e ci sa tanto che non sarà la più lieta delle giornate per tutta questa gente. E, detto per inciso, se prima eravamo curiosi di sentire che cos’ha da dire la ragazza, adesso lo siamo di più, e con una certa ansia. E se siamo ansiosi noi, figuriamoci Mamma Lucia!

Eccoci tutti appesi a una scogliera tardo-ottocento. E, mentre aspettiamo che Santuzza e Lucia si liberino del carrettiere soddisfatto, potremmo anche meditare sull’accorgimento narrativo: abbiamo una rivelazione rilevante da fare? Magari proprio quella che mette in movimento la trama? Be’, potremmo fare di peggio che servirla in più fasi – con interruzione rilevante. Perché se c’è qualcosa che fa felice il lettore è un significativo e bel crescendo di tensione.

E noi vogliamo sempre far felice il lettore, giusto? Felice in quella maniera che lo spinge a mangiarsi le unghie, ma felice.

CDSF

InsanityDicesi “Fase Che Diamine Sto Facendo” (o più brevemente Fase CDSF) il momento in cui, nel corso della stesura, la domanda titolare s’impone con ubiqua e perentoria petulanza, obnubilando qualsivoglia barlume di giudizio, buon senso, ragionevolezza, senso delle proporzioni e senso dell’umorismo.

È tristemente caratteristico di questa condizione che, per un combinarsi di fenomeni psicologici, auditivi nonché ottici, essa (la domanda titolare) si manifesti in molteplici forme e sconsolante insistenza, in guisa di Lieve Ossessione, Pensiero Ineluttabile, Coro Greco, Formazione Nuvolosa a Cirrocumuli, Trenodia Sinfonica et caetera similia. La presenza di Punti Interrogativi in quantità variabile – talora, seppur non di frequente, accompagnati da Punti Esclamativi, può costituire un indice empirico della gravità della condizione stessa.

L’insorgere della Fase CDSF , seppure tipico della maggior parte delle produzioni per iscritto, soprattutto a carattere fittizio, non trova sede preferenziale in alcuno stadio specifico della stesura. La letteratura riporta abbondanti casi di Fase CDSF manifestatasi all’inizio, verso la fine, a mezza strada e in ogni possibile punto tra quelli indicati. Il Lettore valuti da sé se sia cosa buona o cattiva che essa capiti a un quarto della Quarta Stesura…

Una volta prodottasi, la Fase CDSF tende a produrre Riletture Sconsolate, Crolli di Fiducia, Improvviso Disgusto, Caspar_David_Friedrich_-_Wanderer_above_the_sea_of_fogUmor Tetro, Risatelle Tragiche, Passeggiate sulle Scogliere, Decisioni Epocali, Ripensamenti Drastici, Ansia da Scadenza, Autocommiserazione, Cupaggine Generale, Mancanza d’Appetito oppure Voracità Invereconda, Rimuginamenti Mentali, Orali o Scritti, Afferramento di Tende, Aneliti di Tabula Rasa, Aneliti di Tutt’Altro – e tutta un’ulteriore varietà di sintomi individuali, in combinazioni ancora non censite dalla scienza.

La condizione, soprattutto quando accompagnata da Autocommiserazione, è passibile di svilupparsi in un’ulteriore  fase chiamata Come Ho Mai Potuto Pensare d’Imbarcarmi in un Arnese Simile – e, nei casi più gravi,  si è segnalato l’insorgere di una fase Non Scriverò Mai Più Una Singola Parola. Remota – ma non trascurabile – è la possbilità di associazione con il temuto Blocco dello Scrittore. Gli studi in materia di correlazione tra le due condizioni non sono a tutt’oggi conclusivi, ma emerge una tendenza a vedere nella Fase CDSF più un prodromo che una causa del BdS.

Imprevedibilmente variabile è altresì la durata della Fase CDSF – da poche ore a qualche settimana nella maggior parte dei casi.

Tea&BiscuitsCome molte Afflizioni dello Spirito (e dello Spirito Scrivente in particolare), questa condizione si combatte con generose applicazioni di Tè Bollente, Biscotti, Musica e Ore di Sonno. Settori della Scuola Anglosassone, tuttavia, tendono ad equiparare nel trattamento la Fase CDSF al Raffreddore Comune che, secondo il Vecchio Adagio, a curarlo passa in una settimana – e, a non curarlo, invece pure.

Studi recenti hanno dimostrato l’efficacia di Distrazioni quali Docce Bollenti, Passeggiate Lontano dalle Scogliere o Attività Manuale. La presente disamina preferisce non pronunciarsi sulla pur ipotizzata utilità di Taglio del Prato e Caricamento della Lavastoviglie (qui riferiti per completezza d’argomento), ma riconosce senza riserve la bontà terapeutica di Torte al Forno, Elefanti di Terracotta, Lanterne e Teatrini di Carta.

Notasi infine come, nei casi di Esito Positivo (una percentuale felicemente elevata), la Fase CDSF tenda a risolversi in Rinnovata Fiducia, Maggiore Obiettività Relativa, Buone Idee, e temporaneo incremento del Senso delle Proporzioni.

 

 

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Divina Scrittura

La scrittura essendo stata la pietra miliare che è stata nella storia dell’umanità, non è sorprendente che molte mitologie le assegnino un’origine divina o mitica. Spesso una stessa divinità è associata alla conoscenza e alla scrittura – il mezzo per preservare e tramandare la conoscenza stessa. Altre divinità presiedono alla scrittura e all’arte, ma ci sono anche accostamenti più bizzarri e sovrapposizioni.

Nabu.pngIn Mesopotamia troviamo una certa abbondanza, il che non è sorprendente: a Nidaba, dea sumera della scrittura e dell’insegnamento, scriba e cronista degli dei, protettrice e divina istruttrice degli scribi, che spesso concludevano i loro documenti lodandola, si accosta prima e poi sostituisce il babilonese Nabu, dio della saggezza, oltre che della scrittura, incaricato, tra l’altro, di scrivere il fato di ogni uomo su una tavoletta d’argilla. In una funzione paragonabile a quella delle Moire/Parche/Norne, Nabu decreta la durata della vita di ciascuno, con la differenza che mentre nel mondo greco-romano e in quello germanico il destino individuale è filato, in ambito mesopotamico esso è scritto. Ma ancora non basta. Altro dio, altra sfumatura: i Nabatei, popolo di mercanti, assegnano al loro dio Al-Kutbay la protezione della scrittura, della conoscenza, ma anche del commercio e della profezia.Seshat.jpg

Divinità simili abbondano anche in Egitto, a cominciare da Thot, altro saggio scriba superno, inventore dei geroglifici e, non a caso, interprete della volontà di Ra presso gli uomini, iniziatore di tutte le scienze e delle arti oratorie, protettore della scrittura e della lettura, misuratore cosmico. Anche Thoth, come Nabu, originava da una divinità femminile equivalente e più antica: la protettrice della conoscenza Seshat, che aveva gli stessi attributi e le stesse funzioni, più una: quella di segnare (anche se non propriamente scrivere) la durata della vita del faraone. Ci vollero intere dinastie perché Thoth soppiantasse Seshat, che in seguito venne indicata come sua figlia o consorte.

Queste divinità (o quanto meno le loro versioni maschili) vengono associate in età ellenistica a Hermes/Mercurio o Apollo. Poco importa che Atena/Minerva sia la dea della saggezza e della conoscenza: la creazione della scrittura è attribuita ad altri abitanti dell’Olimpo legati alla poesia, al commercio, ai messaggi, alle menzogne… però, significativamente, a donare la scrittura agli uomini non è nessun dio, bensì il titano filantropo Prometeo, che per emancipare gli uomini li provvede del fuoco e dell’alfabeto. Poi, in ambito greco-romano abbiamo anche divinità specificamente deputate ad occuparsi di letteratura: Calliope per la poesia epica, Euterpe ed Erato per la poesia lirica ed amorosa, Melpomene per la tragedia, Talia per la commedia, ma tra tutte, soltanto Calliope ha tra i suoi attributi uno strumento di scrittura: una tavoletta.

Ganesha.jpgNel pantheon indù, la bellissima Saraswati è la dea della conoscenza, della prosa, della poesia e della musica – divinità letteraria se non proprio della scrittura. Suo fratello Ganesha dalla testa d’elefante è il protettore delle lettere, colui che gli scrittori invocano prima di scrivere. Considerando che è anche il dio degli inizi e degli ostacoli, non saprei immaginare divinità più appropriata.

Poi si potrebbero considerare il celtico Oghma, nerboruto ed eloquente creatore di alfabeti, i nordici Odino, dio della conoscenza universale e della poesia, e Bragi, dio dell’eloquenza e della poesia, narratore, bardo, cantastorie, e l’Irlandese Brigid, signora delle fiamme e della poesia… Prometeo.jpg

È affascinante vedere come poesia, conoscenza ed eloquenza siano legate alla tradizione orale nelle religioni nordiche e alla scrittura in quelle mesopotamiche e mediterranee. E ancora più affascinante forse è vedere come solo i Greci, questi magnifici antropocentristi, abbiano fatto della scrittura non un dono degli dei ma una conquista dell’umanità e un passo della sua emancipazione.

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Le Gioie del Freewriting (Parte IV)

Parte quarta, per l’appunto – e, per come pare adesso, ultima. Un’ultima domanda di D. a proposito dei prompts di cui parlavamo lunedì :

E, volendoli usare, dove si trovano questi prompts?

promptsOh, ovunque. Soprattutto in Inglese, devo dire – ma la più superficiale delle ricerche su Google alla voce “writing prompts” produrrà un gazillione di risultati. Dopodiché non tutti sono altrettanto buoni e non tutti saranno adatti a voi. Alcuni saranno troppo dettagliati o specifici, alcuni troppo generici… Può volerci qualche tentativo per trovare quello che fa al caso vostro. Per dire, per errori e tentativi ho scoperto che mi annoio rapidamente di quelli costituiti da una sola parola – che trovo inconsistenti – e che, per quanto possano essere belli, di quelli visivi non so troppo bene che fare… Sì, perché esistono anche collezioni di prompts visivi – e se è così che funzionate, potete trovarne all’infinito su Google o su Pinterest. Ma personalmente, quando vedo un’immagine, sono per lo più indotta a raccontare la storia di cui può fare parte – e non è quel che cerco dalle sessioni di Freewriting. Dopodiché, se invece questo genere di cose è la vostra tazza di tè, go ahead: insisto nel dire che la pratica funziona tanto meglio quanto più la si adatta alle proprie esigenze. Io mi trovo molto bene con A Writer’s Book of Days, di Judy Reeves – che offre un sacco di idee, istruzioni e chiarimenti sul FW, ma soprattutto prompts giornalieri che riescono ad essere vari in natura ed argomento, stimolanti e abbastanza duttili da poter essere adattati a quel che si vuole. E un altro metodo che mi piace è quello di aprire il dizionario a caso e pescarne due parole – per esempio la prima della prima pagina e l’ultima della seconda… Fate voi. Due, non una: sono l’accostamento e le connessioni a produrre possibilità, idee ed eventuali bizzarrie…

E per finire – e ricapitolare – tre domande in una da parte di A.:

Funziona davvero? Funziona sempre? Funziona per tutti?Unicure

Per funzionare davvero, funziona eccome. Per una quantità di cose diverse, dalla prima stesura di una scena agli esperimenti su una voce, un colore o una modalità narrativa, dal riscaldamento prima di una sessione di scrittura, al superamento del blocco dello scrittore – quella cosa che tutti i manuali ci assicurano essere puramente mitologica, epperò capita. E con un’infintà di altri usi in mezzo, comprese – ne sono certa – un sacco di possibilità che non mi è mai capitato o venuto in mente di provare. At the very least, serve da esercizio quotidiano: Nulla dies sine linea, sapete. E il fatto che Plinio il Vecchio parlasse di pittura, non significa che il principio non si applichi anche alla scrittura. Che funzioni sempre, non è detto: non è come prendere un analgesico o infilare la monetina nel distributore automatico. Una cosa però è certa: quanto più lo si fa, tanto meglio funziona. Questione di allenamento, se volete. Quanto al funzionare per tutti… Che devo dire? Probabilmente no. Credo che nulla funzioni sempre per tutti in assoluto – e di certo non necessariamente nello stesso grado. Quello che posso dire è che, quando funziona, i benefici e i risultati sono tali che vale la pena di provarci. Di provarci con qualche impegno, e non una volta sola. Di sperimentare, adattare e cambiare e perseverare. Male di certo non vi farà.

Le Gioie del Freewriting (Parte III)

E niente, questa faccenda è partita per essere un post – e invece sta diventando una serie intera… Oggi continuiamo con le domande di D., ma prevedo almeno un altro post successivo.

Allora: eravamo rimasti al dilemma scrivere a mano/scrivere al computer, giusto? Ebbene…

Ma bisogna farlo proprio tutti i giorni?

everydayEh, sì. Per una serie di ragioni – cominciando dal fatto che scrivere tutti i giorni almeno un pochino è un’ottima cosa per esercitare la muscolatura mentale che serve per scrivere… Il che sembra lapalissiano – e lo è, ma non per questo è meno vero. Considerate un’attività fisica: più spesso la praticate, meglio vi riesce, giusto? Ebbene, lo stesso vale per la scrittura in generale, e per questo esercizio in particolare. Per il primo giorno, e poi anche il secondo, il terzo, e probabilmente il quarto, avrete l’impressione che non succeda granché. Va bene, non importa. Perseverate. Ci vuole un po’ di tempo per sbloccarsi, per imparare a non filtrare troppo – o almeno non tutto il tempo. I benefici sono proporzionali alla pratica. Davvero. Dopodiché, se si salta un giorno non è il caso di sentircisi in colpa, e meno che meno una ragione per smettere. Avete saltato un giorno? Pazienza: domani si ricomincia.

Che vuol dire senza mai fermarsi?

Vuol dire senza mai fermarsi. Ci saranno volte in cui non saprete che cosa scrivere, proprio non ne avrete idea, HorseBetterdetesterete il prompt o proprio non saprete che cosa farvene. Ebbene, cominciate a scrivere che non sapete che cosa scrivere, che detestate il prompt, che non sapete che cosa farvene, che il mattino ha l’oro in bocca… Well, magari quello no – è pericoloso. Ma scrivete perchè detestate il prompt, o perché non avete voglia di fare l’esercizio oggi, o che grilli deve avere per la testa la Clarina per consigliare una pratica così dissennata… l’importante è che scriviate scriviate scriviate, cavalcando lo slancio. Prima o poi qualcosa si sbloccherà. E se non lo fa oggi, lo farà domani – ma non vi fermate.

E servono proprio i prompts?

PrompterDi nuovo: magari no, però aiutano. Perché c’è un certo fattore sorpresa nello scoprire il prompt del giorno un secondo prima di cominciare a scribacchiare – e questo può spingere in direzioni inaspettate, costringere ad esplorare prospettive che altrimenti non si prenderebbero in considerazione, far germogliare idee inattese… Dopodiché si può interpretare il prompt con un minimo di latitudine. Ricordo la volta in cui usavo questa pratica per la prima stesura del romanzo di ambientazione elisabettiana – e mi ritrovai un prompt che mi piazzava in una stanza di motel. Er… Così tradussi “motel” in “locanda”, e avanti così. E poi considerate che è di molto aiuto avere da subito una direzione precisa in cui muoversi. Niente crisi da “e oggi su che cosa scrivo?” Suggerirei di provarci, almeno.

E per oggi ci fermiamo qui. A mercoledì, con l’ultima (I think) puntata.

 

Le Gioie del Freewriting (Parte II)

Oh sì – parlavamo di Freewriting, giusto? E avevo promesso cose pratiche… E giusto perché non me ne dimenticassi, ci ha pensato D. a scrivermi una lista di domande molto sensate. Per cui adesso vediamo di rispondere – e grazie, D.

Perché proprio 10 minuti?

TIMEDWRIn realtà non è scritto da nessuna parte che debbano essere dieci. Dico dieci (oppure tre pagine di taccuino/quaderno) perché è una quantità di tempo ragionevole. In cinque minuti non si va granché da nessuna parte, e quindici o venti magari intimidiscono, o sembrano troppi da dedicare quotidianamente a un esercizio – e di conseguenza lo rendono più facile da rimandare a domani, a domenica mattina, al mese prossimo… Dopodiché, se per caso alla fine del decimo minuto o della terza pagina, siete in piena corsa, non c’è motivo per fermarsi. Niente impedisce di continuare fino ad esaurimento dell’idea in corso.

 

E il timer?

La prima volta che ho fatto fare questo esercizio a una classe di scrittura, mi sono Kitchen timerportata da casa un timer da cucina, uno di quelli a forma di gallina, che suonava con la grazia delicata di un allarme antincendio. Allo scadere del decimo minuto, quando eravamo tutti concentrati e presissimi… Rrrrrrrring! Non v’immaginate i sobbalzi – e persino uno strillo. Quindi capisco che possa non essere il genere di delizia quotidiana che si desidera nella propria vita. Per fortuna esistono timer più gentili, e ormai non c’è più telefono che non offra tutta una serie di allarmi… Detto ciò, confesso che personalmente il timer non lo uso. Ho constatato che tre pagine di quaderno sono una buona quantità, e il mio riferimento è quello, con i caveat che dicevamo. E dico tre pagine, ma si capisce che molto dipende da quaderno, dimensioni e rapidità della scrittura e cose così. Fate qualche tentativo.

Perché proprio a mano?

writtAnche questo non è precisamente inciso nella pietra, però che devo dire? Io trovo che sia d’aiuto. C’è qualcosa nel gesto di scrivere a mano, nella meccanica della faccenda, che funziona bene con la necessità di non pensare troppo, non editare e non censurarsi. Ho provato nell’uno e nell’altro modo, ma trovo che, per questo tipo di esercizio, carta e penna sblocchino meglio. E guardate, non sono di quelli che guardano dall’alto in basso la scrittura su tastiera, che non riescono a pensare con una tastiera… Anzi, se volete, ammetto senza difficoltà che senza questa meravigliosa invenzione, i software di scrittura, non avrei combinato nulla, writing-wise. Detto questo, vi consiglio di procurarvi una penna o due che scrivano fluidamente e un taccuino sulla cui carta le penne in questione scorrano bene, e di provare a farlo a mano. E non una volta sola. Provate per una settimana o due, quotidianamente – e poi fate le vostre considerazioni.

E adesso mi fermo qui (anche perché SEdS sta attraversando una crisi di vapori e mi sta facendo disperare), ma non abbiamo finito. Altre domande di D. e altre risposte in proposito la settimana prossima. Se nel frattempo avete curiosità a vostra volta, ci sono i commenti o, in alternativa, il form di contatto qui sotto a destra.

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Le Gioie del Freewriting

freewritingOh, lasciatemi spendere ancora qualche parola in favore del freewriting… Che poi, a ben pensarci, abbiamo mai parlato sul serio di freewriting qui?

Oh well – se non l’abbiamo mai fatto, è il momento. Se l’abbiamo fatto in altre occasioni, portate pazienza, volete? Perché, come da Buone Intenzioni, ho ricominciato a fare freewriting, e al nono giorno sono già colma di entusiasmo in proposito. Il che non significa che durerò costante – ma non anticipiamo.

Cominciamo invece con due parole per spiegare di che si tratta, e chiariamo che, tutto sommato, è proprio quel che dice l’etichetta: scrittura… libera.

E capirai, direte – ma abbiate pazienza e state a sentire. Funziona così: prendete un tema, vi date un limite di tempo o spazio e cominciate a scrivere, meglio se a mano. E non vi fermate. Non vi fermate più, per nessun motivo, finché non avete raggiunto il limite in questione. Può trattarsi di dieci minuti, di tre pagine di quaderno, quel che volete – ma, finché non ci siete arrivati, andate avanti, avanti e avanti, il più velocemente possibile, senza pensarci troppissimo, senza fermarvi a rivedere, correggere o considerare. Nemmeno se la sintassi periclita, nemmeno se la grammatica scricchiola, nemmeno se lo spelling frana a valle. Avanti, e avanti, e avanti. Dopo tutto non è nulla che mostrerete ad alcunchì, almeno non in questa forma. E quando siete arrivati alla fine… vi fermate. Fine.

“E che si suppone che sia successo in quei dieci minuti o giù di lì, o Clarina?”freewr

Ebbene, in potenza, un sacco di cose. Nella più blanda delle ipotesi, avremo preso qualche lunghezza di vantaggio sul Gendarme Interiore, ed è una buona cosa di per sé. Ma – e questo diventerà tanto più vero e più frequente quanto più persevereremo nell’esercizio – magari avremo trovato idee, immagini, giri di frase, tratti di caratterizzazione, svolte della trama, addirittura storie quasi compiute…

No, davvero. Basta lasciarsi andare un pochino, non pensare troppo, non fermarsi – e le cose saltano fuori. Raramente in una forma utilizzabile così com’è, sia chiaro. È come… estrarre i mattonicini Lego dal sacco? Non so, perché da piccola sono sempre stata una frana con le costruzioni, ma l’idea è un po’ quella: si tirano fuori pezzettini colorati e luccicanti con cui si possono costruire un sacco di cose. Ed è favoloso. E forse la cosa più favolosa di tutte è la duttilità di questo genere d’esercizio, perché può servire a un sacco di cose.

  • Come riscaldamento prima di una sessione di scrittura (raccomandatissimo);
  • per esplorare un’idea, una possibilità, un personaggio;
  • per sperimentare una voce e provare un dialogo;
  • per provare una prospettiva nuova su quel che si sta scrivendo;
  • per raccogliere le idee su un progetto nuovo…

freewE funziona con tutto un po’: narrativa breve o lunga, poesia, non-narrativa, conferenze, presentazioni… Se ha a che fare con le parole (e probabilmente anche con le immagini), è qualcosa cui potete applicare almeno qualche sessione di freewriting. Per dire, al momento sto lavorando su un progetto non-narrativo – francamente l’ultima cosa su cui avrei pensato di fare freewriting. Ebbene, questa mattina ho provato, giusto per vedere che cosa poteva succedere… e ha funzionato in maniera spettacolare. Ha prodotto idee a cestini, immagini, possibilità…

Insomma, s’è capito: adoro questa tecnica. La trovo efficacissima e stimolante, i risultati migliorano meravigliosamente con la pratica, e consiglio vivissimamente di provarci. Il che potrebbe indurvi a credere che la pratichi con quotidiano entusiasmo, giusto? Er… no. È di me che stiamo parlando, e quindi non sono brava e costante nemmeno per  finta. Però ci provo – ancora e ancora e ancora. Deve pur voler dire qualcosa.

Mercoledì magari parliamo un po’ delle vitarelle e rotelle della faccenda, volete?

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