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Le Gioie del Freewriting

freewritingOh, lasciatemi spendere ancora qualche parola in favore del freewriting… Che poi, a ben pensarci, abbiamo mai parlato sul serio di freewriting qui?

Oh well – se non l’abbiamo mai fatto, è il momento. Se l’abbiamo fatto in altre occasioni, portate pazienza, volete? Perché, come da Buone Intenzioni, ho ricominciato a fare freewriting, e al nono giorno sono già colma di entusiasmo in proposito. Il che non significa che durerò costante – ma non anticipiamo.

Cominciamo invece con due parole per spiegare di che si tratta, e chiariamo che, tutto sommato, è proprio quel che dice l’etichetta: scrittura… libera.

E capirai, direte – ma abbiate pazienza e state a sentire. Funziona così: prendete un tema, vi date un limite di tempo o spazio e cominciate a scrivere, meglio se a mano. E non vi fermate. Non vi fermate più, per nessun motivo, finché non avete raggiunto il limite in questione. Può trattarsi di dieci minuti, di tre pagine di quaderno, quel che volete – ma, finché non ci siete arrivati, andate avanti, avanti e avanti, il più velocemente possibile, senza pensarci troppissimo, senza fermarvi a rivedere, correggere o considerare. Nemmeno se la sintassi periclita, nemmeno se la grammatica scricchiola, nemmeno se lo spelling frana a valle. Avanti, e avanti, e avanti. Dopo tutto non è nulla che mostrerete ad alcunchì, almeno non in questa forma. E quando siete arrivati alla fine… vi fermate. Fine.

“E che si suppone che sia successo in quei dieci minuti o giù di lì, o Clarina?”freewr

Ebbene, in potenza, un sacco di cose. Nella più blanda delle ipotesi, avremo preso qualche lunghezza di vantaggio sul Gendarme Interiore, ed è una buona cosa di per sé. Ma – e questo diventerà tanto più vero e più frequente quanto più persevereremo nell’esercizio – magari avremo trovato idee, immagini, giri di frase, tratti di caratterizzazione, svolte della trama, addirittura storie quasi compiute…

No, davvero. Basta lasciarsi andare un pochino, non pensare troppo, non fermarsi – e le cose saltano fuori. Raramente in una forma utilizzabile così com’è, sia chiaro. È come… estrarre i mattonicini Lego dal sacco? Non so, perché da piccola sono sempre stata una frana con le costruzioni, ma l’idea è un po’ quella: si tirano fuori pezzettini colorati e luccicanti con cui si possono costruire un sacco di cose. Ed è favoloso. E forse la cosa più favolosa di tutte è la duttilità di questo genere d’esercizio, perché può servire a un sacco di cose.

  • Come riscaldamento prima di una sessione di scrittura (raccomandatissimo);
  • per esplorare un’idea, una possibilità, un personaggio;
  • per sperimentare una voce e provare un dialogo;
  • per provare una prospettiva nuova su quel che si sta scrivendo;
  • per raccogliere le idee su un progetto nuovo…

freewE funziona con tutto un po’: narrativa breve o lunga, poesia, non-narrativa, conferenze, presentazioni… Se ha a che fare con le parole (e probabilmente anche con le immagini), è qualcosa cui potete applicare almeno qualche sessione di freewriting. Per dire, al momento sto lavorando su un progetto non-narrativo – francamente l’ultima cosa su cui avrei pensato di fare freewriting. Ebbene, questa mattina ho provato, giusto per vedere che cosa poteva succedere… e ha funzionato in maniera spettacolare. Ha prodotto idee a cestini, immagini, possibilità…

Insomma, s’è capito: adoro questa tecnica. La trovo efficacissima e stimolante, i risultati migliorano meravigliosamente con la pratica, e consiglio vivissimamente di provarci. Il che potrebbe indurvi a credere che la pratichi con quotidiano entusiasmo, giusto? Er… no. È di me che stiamo parlando, e quindi non sono brava e costante nemmeno per  finta. Però ci provo – ancora e ancora e ancora. Deve pur voler dire qualcosa.

Mercoledì magari parliamo un po’ delle vitarelle e rotelle della faccenda, volete?

Non Sappia Il Ver

In questo periodo di prove frenetiche (ne parleremo) mi capita spesso di ascoltar musica in automobile – ed è così che mi è ritornato in mano un vecchio CD , un’edizione ungherese del Gianni Schicchi, uno dei primi dischi d’opera che mi sia comprata, quand’ero una fanciullina diciassettenne in gita scolastica a Budapest, of all places. Adoro il Gianni Schicchi – musica e libretto…

Vi ho già detto, credo, che ho questa incoercibile predilezione per i libretti d’opera, vero? Ho cominciato a leggerne prima di avere cominciato ad ascoltare opere – il che probabilmente è un’eccentricità, ma tant’è. Trovo che i libretti d’opera contengano spesso gemme di nonsense sublime, ottimi nomi per gatti e, nel caso dell’opera buffa, cose genuinamente spassose – e scritte per essere tali.

gianni schicchi, puccini, giovacchino forzano, libretti d'opera, dante, divina commediaCome il libretto del Gianni Schicchi, scritto per Puccini da Giovacchino Forzano. La storia è un’incantevole combinazione di Divina Commedia e Commedia dell’Arte – of all things – con qualche frecciatina ai danni di quel terribile snob che era il gran padre Dante. Lo sapevate che Dante l’aveva a morte con Schicchi, che non solo usciva dalle file della gente nuova, ma aveva anche truffato in grande i Donati – famiglia di sua moglie? Oh well, Gianni Schicchi non è il primo né l’unico che Dante piazza all’inferno per antipatia personale e petty vengeance. Ricordarsi di cose del genere aiuta a mantenere un senso dell’umorismo quando si ha a che fare con la Commedia…

Ma non divaghiamo. Opera. Puccini. Forzano. Libretto.

E in particolare l’irresistibile uso che Forzano fa di quell’utile e simpatico meccanismo narrativo per cui un personaggio ignora qualcosa di vitale – che il lettore conosce.

Allora: il vecchio Buoso Donati è morto, diseredando i parenti a favore di un ordine religioso. Furia generale. Enter Gianni Schicchi, rimescolatore di carte professionale, che accetta di impersonare Buoso e dettare un altro testamento davanti a notaio e testimoni. Ma, proprio mentre i Donati assicurano a Gianni che nessuno sa che “Buoso ha reso il fiato”, si bussa alla porta. È Maestro Spinelloccio, il dottore.

“Guardate che non passi. Ditegli qualche cosa. Che buoso è migliorato e che riposa!” ordina Schicchi, prima di sparire tra le cortine del letto a baldacchino.

E i Donati fanno entrare l’ignaro medico in un coro di “Buongiorno, Maestro Spinelloccio. Va meglio! Va meglio! Va meglio!”

“Ha avuto il benefissio?” domanda con accento bolognese il nuovo venuto, Balanzone in tutto tranne che nel nome.

“Altroché. Altroché.” cinguettano i Donati, e Spinelloccio va in sollucchero.

“A che potensa l’è arrivata la siensa. Be’, vediamo, vediamo.”Gianni Schicchi - Opera San Jose

Momento di panico.

“No! No, riposa,” parano i Donati.

“Ma io…” insiste il brav’uomo, ansioso di ammirare l’effetto della sua siensa.

“Riposa…” I Donati si schierano tra lui e il letto, ma il medico avanza, e tutto pare perduto, quando…

“No, no, Maestro Spinelloccio,” interviene una voce tremula di tra le cortine. “Ho tanta voglia di riposare. Potreste ritornare questa sera? Son quasi addormentato.”

Ai parenti per poco non prende un coccolone, ma il medico desiste.

“Sì, Messer Buoso. Ma va meglio?”

“Da morto son rinato,” assicura Schicchi/Buoso, con un’ombra di risata nella voce. “A stasera.”

“A stasera.” E qui Maestro Spinelloccio potrebbe ancora salutare i Donati e uscire con la sua dignità di medico più o meno intatta. Ma allora che gusto ci sarebbe? “Anche alla voce sento che è migliorato,” dichiara. E poi, non contento: “Eh, a me non è mai morto un ammalato. Non ho delle pretese. Il merito l’è tutto della scuola bolognese.”

“A stasera, Maestro,” salutano i Donati in un’ondata di euforico sollievo – e quasi lo spingono fuori dalla porta senza che il brav’uomo abbia capito nulla. Dopodiché i Donati sono un po’ densi e credono di averla soltanto fatta franca, ma Schicchi ha visto nell’episodio la prova che il suo piano funziona… eccetera.

Noi ci fermiamo* e osserviamo come l’ironia della situazione derivi quasi tutta dal fatto che il pubblico sa che Buoso è già morto – e Maestro Spinelloccio no. I Donati che tentano freneticamente di liberarsi del medico e il medico che si vanta a sproposito non sarebbero divertenti se non sapessimo che cosa c’è dietro. Sapendolo, capiamo le intenzioni nascoste e ci divertiamo mentre il povero dottore si loda e s’imbroda.

Il meccanismo funziona anche in contesti meno buffi – e allora mette ansia seguire qualcuno che cammina allegramente in una trappola reale o metaforica. Mi vengono in mente Robert Moore che, in Shirley, avanza verso il punto in cui sappiamo che è appostato l’uomo con la pistola, o il Marchese di Posa che entra nella cella di Don Carlos – forse non del tutto inconsapevole dello sgherro in attesa – o Tosca (dramma, non opera) che si precipita a fare una scenata di gelosia senza sapere che Scarpia l’ha fatta seguire, o Henry Morgan che racconta versioni sempre più improbabili della sua vita a gente che ha buoni motivi per non credergli…

Che si tratti di creare tensione, aggiungere strati di significato o rendere buffa una situazione, il personaggio all’oscuro di tutto funziona sempre, in tutte le sue varianti semplici o sofisticate.

L’importante è che a differenza del lettore qualcuno, come usa dire all’opera, non sappia il ver.

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* Se volete leggere il resto del libretto, lo trovate qui.

Giu 10, 2016 - scrittura    No Comments

Tagli, Ricorsi e Potature

Scissors5Non è che passi il tempo a rileggere il mio blog – ma per una serie di circostanze mi è ricapitato sotto gli occhi questo post, ed è stato piuttosto bizzarro.

Se non avete voglia di andare a (ri)leggervi il vecchio post, ve lo riassumo: due anni e una settimana fa, mi lamentavo di una storia che volevavolevavoleva essere scritta, nonostante stessi lavorando su tutt’altro e avessi non una ma due scadenze al breve orizzonte. Dopo un po’ di inutile resistenza, l’Altra Storia e io eravamo giunte a un compromesso: io ti butto giù in prima stesura, e tu mi lasci in pace. E così era andata. Cinquemila parole e rotte in due giorni e una notte. Non male, trattandosi di me.

Dopodiché le scadenze incombevano e mi ero rimessa a lavorare sul serio – ma insomma, ci avevo guadagnato una prima stesura non del tutto insoddisfacente, e chissà che in futuro non potessi farne qualcosa… eccetera. Scissors

E che cosa c’è mai di bizzarro in tutto ciò, vi chiederete. Ebbene, il fatto è questo: ne ho fatto qualcosa. In questi giorni. Finendo ieri. Quelle cinquemila parolette o giù di lì che si erano fatte scrivere con la forza adesso sono rimaste in 2750 dopo una campagna di feroce potatura. E il racconto che ne è uscito partirà nei prossimi giorni per un certo concorso Oltremanica…

Come sempre capita in queste circostanze, è stato un esercizio estremamente istruttivo. Tagliare e asciugare è sempre interessante: che cosa posso togliere senza snaturare la storia? Questa parola mi serve davvero? E ho davvero bisogno di entrambi quest aggettivi? Non posso fare con uno solo? O sostituirli con uno che in qualche modo li comprenda entrambi? E questa considerazione è necessaria? E se eliminassi queste due battute, cosa succederebbe al dialogo? E così via… E in realtà, in via di principio, propenderei per la decapitazione – ma questa volta proprio non si poteva, e così più che potare ho limato, limato e limato quasi parola per parola. Confesso che levare le ultime cento o centoventi parole è stato come scartavetrarsi i canini.

Ma ci siamo arrivati – e bisogna dire che ci fosse parecchia imbottitura, perché alla fine è ancora la storia di partenza, seppur considerevolmente più asciutta. Come dicevo, ritrovare il post in cui raccontavo la nascita del racconto… A parte tutto il resto, secondo voi posso considerare la storia punita per la sua prepotenza originaria?

E ancor più bizzarro, a ben vedere, è questo. Ieri, oltre a questa potatura, ne ho finita un’altra: quella del romanzo. Pensavo di prendermi un giorno di pausa, oggi, prima tuffarmi nelle ultime scene da aggiungere… E sapete chi si intrufola nel giorno di pausa? Un’Altra Storia, ovviamente… Qualcosa che voglio scrivere da tempo, e la cui prima scena mi è balenata in mente mentre guidavo sotto la pioggia, l’altra sera, di ritorno dalle prove. “Non ho tempo, non ho tempo e non ho tempo,” le ho detto – perché proprio non ne ho…

scissors4Ma quest’accidente adesso ha delle pretese: vuole che domani, mentre non scrivo altre cose, la butti giù. Almeno una prima stesuretta…

E che bisogna farci? Si vede che certe cose proprio non cambiano.

 

 

Di Zelo e di Passione

SchoolgirlAvevo dodici anni e il tema era “Un posto che ami particolarmente”. Oh letizia, oh contento! Avendo appena avuto il permesso di usare come studio una stanza vuota a casa di mia nonna – e di sistemarla come volevo – non mi pareva vero di poter scrivere un po’ in proposito. Mi dilungai per una quantità invereconda di fogli protocollo, descrivendo amorevolmente ogni libro sugli scaffali, ogni disegno e quadretto che avevo appeso alle pareti, ogni ninnolo su ogni mobile… Non avete idea di quanto ci rimasi male quando questo labour of love mi fruttò il voto più basso che avessi mai preso in un tema.

Fu il mio primo scontro con il fatto che troppo coinvolgimento nuoce gravemente alla salute della scrittura…school-book-swscan07510-copy-2

L’anno successivo, all’esame di terza media, tutti gli insegnanti si aspettavano da me un peana sulla Cavalleria Rusticana in playback in cui avevo interpretato Santuzza con un trasporto degno di miglior causa, e invece scelsi il tema sul significato delle Olimpiadi. Tutto si poteva dire di me, ma non che non imparassi dai miei errori: a un quarto di secolo di distanza, ricordo precisamente la Clarina tredicenne che vorrebbe proprio tanto scrivere dell’opera, ma decide di non giocarsi il tema d’esame per eccesso di passione.

Qualcuno a questo punto sghignazzerà concludendo che, a un quarto di secolo di distanza, con quella che qualcuno definisce la mia scrittura un tantino asettica, sto ancora pagando lo scotto di quel trauma infantile. Sghignazzi pure, questa gente, ma mi lasci illustrare ulteriormente il mio argomento.

Nel corso degli ultimi anni mi è capitato, per varie ragioni, di riprendere in mano due letture ginnasiali: i Promessi Sposi, che mi avevano lasciata indifferente, e l’Eneide che avevo proprio detestato. In entrambi i casi ho rivisto il mio giudizio, adorando Manzoni e rivalutando – seppur con minore entusiasmo – Virgilio. E sì, bisogna considerare i vent’anni intercorsi e la mia mutata prospettiva, ma in entrambi i casi la mia giovanile insofferenza si può attribuire in parte ai commentatori troppo zelanti.

eneide.jpgRenato Bacchielli, aulico traduttore in endecasillabi dell’Eneide, con le sue infinite effusioni liriche sull’elevatissimo carattere morale di Enea, sulla nobiltà del sacrificio di tante giovani vite e sulla luminosa sensibilità precristiana* di Virgilio, era un tantino insopportabile. Da adulta riconosco la sua passione per il poema e il fallimento dei suoi eroici sforzi di obiettività e li trovo solo un po’ irritanti. A quattordici anni detestavo di cuore, e probabilmente detesterei ancora se nel frattempo non avessi sperimentato di persona quel genere di ossessione.promessi%20sposi.jpg

Leone Gessi, poi, bellicoso e condiscendente insieme, con la lancia sempre in resta contro ogni pur timida critica nei confronti del Manzoni, è il tipo di commentatore che provoca travasi di bile. Come il re d’Inghilterra, Don Lisander can do no wrong agli occhi del buon Leone, che diventa specialmente acido con quei critici che si sognino d’ipotizzare un qualche eccesso di angelicità&soavità in Lucia o un filo di soverchia pietà religiosa. Considerando che Lucia Pefettissima Mondella e le dosi da cavallo di Provvidenza&Carità sono i due singoli aspetti dei PS che proprio non digerisco**, ancora oggi Leone Gessi riesce ad inquinare il mio apprezzamento del romanzo. Vedo bene (come non vedevo a quindici anni) che a trascinarlo sono lo zelo cristiano e la passione letteraria in parti uguali, ma ciò non mi rende più simpatico lui e a tratti, cosa più grave, rischia di mandarmi di traverso i PS.

In entrambi i casi, non posso fare a meno di pensare che un pizzico di distacco in più, un filo di passione in meno e qualche parvenza di obiettività avrebbero permesso alla giovanissima Clarina di farsi un’idea personale senza sollevare il suo spirito di contraddizione. E non importa che scrivere sia scrivere e commentare sia commentare. Sometimes less is more è un adagio molto, molto saggio in più di un senso.

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* His words, not mine.

** Merita menzione anche la conversione dell’Innominato, ma consideriamola compresa nel capitolo Provvidenza&Carità.

Mezzaloghi

phone1.jpgC’è questa cosa che voglio provare da un sacco di tempo – solo che, per un motivo o per l’altro, non sono mai andata al di là di un tiepido tentativo defunto in culla.

Vediamo se scriverlo qui mi serve da sprone – e vediamo anche di che si tratta.

Allora, la faccenda è questa: qualche tempo fa un team di psicologi della Cornell University ha condotto uno studio che dimostra come sentire solo un lato di un dialogo (per esempio ascoltare qualcuno che parla al cellulare) catturi l’attenzione dell’ascoltatore molto più di un dialogo completo.

Ai soggetti dell’esperimento veniva assegnata una serie di compiti che richiedevano attenzione e concentrazione, poi il ricercatore avviava una registrazione che poteva essere un dialogo completo, un “mezzalogo”* o un monologo, e raccomandava al soggetto di non badare al rumore e concentrarsi su ciò che doveva fare. Abbastanza crudele, non trovate?

Ad ogni modo, i risultati peggiori (risposte errate o mancanti o altri errori) corrispondevano sempre ai casi in cui la distrazione era costituita dal mezzalogo.missing piece

E questo perché il cervello umano è irresistibilmente attratto dalle informazioni mancanti. Potendo scegliere fra una situazione in cui tutto è esplicito e una piena di buchi, le nostre Piccole Cellule Grigie (per dirla con Poirot) si gettano sulla seconda senza la minima esitazione: cercano di ricostruire le parti mancanti, fanno ipotesi, traggono conclusioni e, nel complesso, si comportano come bambini in un parco giochi. In un certo senso lo sapevamo già: basta pensare all’intramontabile successo di indovinelli, quesiti, misteri, gialli et caetera similia, dal mito della sfinge a Stieg Larsson, passando per l’irresistibile monologo al telefono di Gigi Proietti (che, adesso lo sappiamo, è in realtà un mezzalogo).

QuestionMeglio metterci tutti a scrivere gialli, allora? Oddìo, forse è un campo più redditizio di tanti altri – ma in realtà il principio si può applicare a tutti i generi, perché l’informazione incompleta è sempre materia di conflitto – e il conflitto, lo sappiamo, è la materia prima di cui son fatte le storie – o, nella più blanda delle ipotesi, di curiosità. Per cui è spesso un’ottima cosa lasciare il lettore all’oscuro di qualche particolare, e lo è sempre lasciare uno o più personaggi all’oscuro di qualcosa che il lettore sa – o crede di sapere. E in realtà, perché non tenere all’oscuro i personaggi e anche il lettore, dandogli però modo di trarre conclusioni sbagliate per poi sorprenderlo? Questo era, tra l’altro, il metodo di Agatha Christie.

E per far passare informazioni incomplete o fuorvianti, un mezzalogo è un buon sistema. Non è nemmeno detto che serva un telefono: un confessionale? Una porta chiusa? Un corridoio molto rumoroso? Solo metà di un epistolario? Un compagno immaginario? Le possibilità non mancano. E dite la verità: non vi viene voglia di provare a raccontare una storia tramite un mezzalogo?

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* Halfalogue, in originale…

 

Bei Ricordi Productions II: La Clarina e gli Appunti Fantasma

NotebookFacciamo finta, volete? Facciamo finta che, dall’ultimo post in qua siate rimasti a mangiarvi le unghie, abbiate perso il sonno e l’appetito chiedendovi…

Che ne è stato degli appunti della Clarina? Essi esistono da qualche parte? Riuscirà ella a riscrivere ciò che deve riscrivere? Come? Quando? Dove? Perché?

Facciamo finta che abbiate passato quest’ultimo paio di giorni trepidando al pensiero della Clarina che fissa, basita e scossa, la sua misera mezza pagina di appunti. Ma – ma – ma…

Ma come? Mezza pagina? E sera dopo sera, in platea o backstage ad annotare annotare annotare? E niente – dopo aver furiosamente sfogliato l’incolpevole taccuino da cima a fondo in un senso e nell’altro, non mi resta che arrendermi: apparentemente ho quel genere d’immaginazione cui, come si diceva, degli appunti piace romanticizzare forma, quantità e collocazione. Il che, a suo modo, è pittoresco di per sé – ma non molto incoraggiante. A parte tutto il resto, vvuol dire che sonoda sola. Riscrittura da farsi senza l’ausilio della Clarina di cinque anni fa… Oh well, che bisogna fare? In alto la testa e avanti, giusto? Eppure mi rode, perché mi pareva proprio di ricordare…NotesPlay

Ed ecco che il film si modifica leggermente. Sera dopo sera, in platea e backstage, ad annotare, annotare, annotare – ma non su un moleskine: su una stampa del testo in fogli A4! Meno romantico ma, a ben pensarci, molto più funzionale.

Ancora un po’ di safari ed ecco spuntare la stampa – più che annotata, abbondantemente segnata in verde. Sottolineature, punti interrogativi, punti esclamativi, onde dubbiose a lato, faccine infelici… Non proprio quello che speravo, scarsi dettagli, ma indicazioni numerose. Meglio che niente, film.

E così, armata di Meglio Che Niente, mi metto a scavare nel mio fido hard disk in cerca della versione più recente del play – quello defintivo, consegnato alla compagnia e all’editore… Vi mettete a ridere se vi dico che di versioni ne trovo non una, non due e nemmeno tre – ma sette?! No, dico – sette, e le ho tenute tutte… Ah well, poca meraviglia che la mia soffitta sia piena come un uovo. Scuotendo il capino all’indirizzo di me stessa, controllo le date e faccio un’altra scoperta. Il Numero Sette è stato modificato per l’ultima volta dopo la prima. Se c’è da fidarsi della mia memoria (e considerando i precedenti non è affatt detto…) è stato modificato durante il run. Vuoi vedere che…?

Apro il file e…

♫ Musica appropriata ♫*

Il file è annotato. Abbondantemente annotato. Pieno di commenti, suggerimenti, sospiri per iscritto e, nel complesso, molto di quello che credevo di avere scribacchiato sul mio moleskine, sera dopo sera, seduta nella penombra in platea o backstage. E quindi alla fin fine e casi sono due: o dopo tutto c’è da qualche parte un altro taccuino/play stampato/tovagliolino di carta su cui ho annotatoannotatoannotato freneticamente tutto ciò, per poi trascrivere al computer, oppure le annotazioni non ci sono mai state e una sera, tornando da teatro, ho creato una copia nuova del file, riletto e agito a memoria. E in entrambi i casi Bei Ricordi Productions ha sceneggiato il tutto nella maniera che sappiamo.

Ah well – una volta di più: che dobbiamo farci? Immaginate l’Incorreggibile Clarina che ride di se stessa e poi… musica e fade to: riscrittura in corso.

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* Perché qui, se non ve ne siete accorti, si sta girando un altro film…

Qualcosa di Vecchio, Qualcosa di Nuovo…

rewritingddPer varie ragioni… No, in realtà la ragione è una – e di quelle ottime e felici. E quindi per un’ottima e felice ragione ho ripreso in mano una cosa “vecchia”, e la sto rimaneggiando.

È qualcosa che volevo fare da anni – a dire il vero, dall’epoca in cui fu rappresentata per la prima volta. Da un lato, all’epoca ero molto inesperta, e dall’altro non avevo idea del concetto di workshop, per cui di un sacco di magagne mi resi conto solo nel vedere la faccenda in scena per la prima volta. Non tutte erano catastrofette, sia chiaro. È solo che, ne abbiamo parlato tante volte, ci sono cose che sulla carta funzionano e sul palcoscenico no, ed è qualcosa che all’epoca non sapevo.

O forse lo sapevo soltanto in teoria, perché ripeto: fin da allora volevo rimetterci le mani. Ricordo che un amico con cui ne avevo parlato reagì con molta perplessità: ma è stato rappresentato… è stato pubblicato! Come puoi volerlo modificare?

E io gli dissi che non c’è una sola delle mie cose rappresentate e pubblicate che non voglia modificare in qualche modo. Perché col passare del tempo, per fortuna, s’impara. Si continua a leggere, a scrivere, a studiare, ad andare a teatro, a sperimentare, a rileggere, ad avere di quei momenti Come, Come, Come Ho Potuto Scrivere Questo?…

E adesso mi capita questa magnifica occasione per riscrivere – almeno in parte – questa cosa. E credo che sia un bene farlo adesso e non averlo fatto prima. Non averlo fatto allora, quando sapevo di dover fare qualcosa, ma non avrei saputo cosa fare di preciso né come farlo. Adesso… Adesso ho più esperienza, più tecnica, più maturità – e avrò un workshop, a quanto pare. A mio timido avviso, le cose promettono bene.Rewriting-Race-in-Admissions

E quindi ho ritrovato i miei appunti di allora (un po’ fortunosamente, a dire il vero – perché non solo sono disordinata oltre ogni dire, ma ho anche un’immaginazione cui degli appunti piace romanticizzare forma, quantità e collocazione) e mi sono messa al lavoro. Ed è un bizzarro ritrovarsi con i miei personaggi di allora, con la storia e con questa Clarina di Cinque Anni Fa… Soprattutto con lei, che ritrovo così acerba e inesperta…

Ah well, è istruttivo. Davvero tanto.

E così siamo al lavoro, la Clarina Di Cinque Anni Fa e io, attorno ai blocchi del play in fieri. Non era più in fieri – era decisamente finito, quando l’ho consegnato alla compagnia. Però adesso è di nuovo in fieri, e il fatto si è che mi piace. Mi piace enormemente spingere a posto qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di (tecnicamente) prestato… Non credo che ci sia qualcosa di blu, ma fa lo stesso. Finalmente a posto.

 

Blocco dello Scrittore II

NnovelI. mi fa notare che questo post è carino, ma non molto utile. “Qualsiasi cosa va bene, grazie tante! Ma se il problema è che uno proprio non sa neanche da dove cominciare?”

Incasso il rimprovero, chino contrita il capino, e cerco di essere più specifica e più utile. Comincio intanto col dire che quel che funziona per una persona bloccata non necessariamente funzionerà per tutti – e non necesariamente in tutte le circostanze.

Nei commenti al post di lunedì c’è chi ha suggerito un metodo che non vedo l’ora di provare alla prossima occasione… Er, no. Detto così non suona bene. Ovviamente non è che non veda l’ora di ritrovarmi nella necessità di provare il metodo in questione. Chi è che non vede l’ora di impigliarsi? E dico “impigliarsi” perché il Metodo D. mi sembra più adatto agli impigli che ai blocchi… Ma questo non sta né qui né lì – e farò bene a tornare in carreggiata prima che I. mi sgridi. prompts

Allora, mettiamola così: qui, di fronte al granitico, inscalfibile, indigesto Blocco, è dove si parrà l’utilitate di tutti quegli esercizi di scrittura che a volte suonano francamente dissennati. I cosiddetti writing prompts. Di solito li si guarda e ci si domanda perché una persona sana di mente dovrebbe voler scrivere cose simili… Quando si è Bloccati, tuttavia, ecco che la cosa assume una prospettiva diversa: per rimettersi a scrivere dopo lunga siccità, uno stimolo eccentrico può essere più efficace di un’oretta di buoni propositi.

Questo per vari motivi – non ultimo il fatto che è liberatorio: ok, non sto cercando affannosamente di aggiungere 200 parole all’opera della mia vita, è solo un gioco, solo una quisquilia che butto giù per… be’, per buttarla giù. Posso rilassarmi. Ed è qui che le parole ricominciano a fluire.

dictionaryUno dei miei giochi preferiti, sotto questo aspetto, consiste nel prendere il mio beneamato Gabrielli (Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari), aprirlo a caso e tirare giù la prima e l’ultima parola della pagina. Tipo:

Grifagno – Guadagnare

Ossame – Ostendere

Sartia – Saviezza

Adesso l’ho fatto tre volte a titolo d’esempio, ma parte del sugo della faccenda sta nel fermarsi alla prima coppia di parole e fare con quella, qualunque cosa sia. Fare cosa? Programmare un timer perché suoni dopo dieci minuti e scrivere. Scrivere qualsiasi cosa l’associazione tra le due parole faccia saltare in mente. Scrivere e basta, senza fermarsi a rivedere, senza censurarsi, senza preoccuparsi troppo di quello che salta fuori.Who Said...? "To see him act is like reading Shakespeare by flashes of lightning."

Supponiamo di scegliere la prima coppia (comunque è quella che mi piace di più fra le tre) e di cominciare: credo che partirei con delle suggestioni shakespeariane o marloviane… sì, lo so che quello del moneylender ebreo e grifagno è un luogo comune, ma è il luogo comune su cui si dà il caso che Marlowe eShakespeare abbiano costruito rispettivamente Barabbas e Shylock. Quindi forse sarei spinta a immaginarmi l’incontro tra uno dei due – diciamo Marlowe* – e l’originale del suo usuraio. Non in Inghilterra, magari. Reims, perché no? Vicoli grigi, giornata piovosa e un’improvvisa necessità di denaro. Può capitare a una spia di avere bisogno di denaro, no? E se dapprima avevo pensato a qualcosa nel punto di vista di Marlowe, dopo tutto cambio idea: perché non Marlowe La Spia Inglese come appare agli occhi dell’usuraio, invece? Un usuraio di mezza età, sagace, disincantato, grifagno (ça va sans dire), abituato a vedersi passare davanti gli agenti di Walsingham, avvezzo ai pregiudizi dei cristiani, e ansioso di convincersi che non gl’importa. Che cosa cambia a lui, dopo tutto, cattolici o protestanti? L’importante è guadagnarci. Ma al lettore arriva l’amarezza dell’uomo, così come il suo giudizio sul giovane Marlowe…

E adesso è meglio che mi fermi, sennò mi ritrovo con una storia intera. Visto? Non so quante parole siano, e certo non ci ho messo dieci minuti, e non ho scritto nessun particolare capolavoro. Però ho disseppellito un’idea che, se avessi voglia di lavorarci, si potrebbe evolvere in un racconto.

Gentile-Bellini-263956Poi ci si può complicare un po’ la vita associando il tutto a un argomento preciso (studio di carattere di un personaggio, contesto di una storia, svolta della trama…) oppure no. Chiariamo: non si tratta di scrivere un pezzo di quello che si stava scrivendo quando ci si è Bloccati, solo di lavorarci attorno e, magari, cavarne qualche buona idea. Se avessi dovuto applicare Guadagnare-Grifagno alla Mela Rossa,** credo che mi sarei concentrata sul mercante d’olio. Credo che avrei fatto provare al Sultano un certo stupore davanti all’apparenza insignificante e giovanile del traditore. Il Sultano si sarebbe aspettato un’aria più malevola e grifagna per un uomo che guadagna e specula sulla pelle dei suoi correligionari e, non contento, li vende proprio al nemico… d’accordo, adesso mi fermo di nuovo, ma intanto questa è un’idea che mi annoterò. Non so se la userò, ma stiamo a vedere.pen

Ecco, se si è molto Bloccati magari è meglio iniziare sul semplice e aspettare un po’ prima di tornare a lavorare (anche solo indirettamente) sul romanzo/racconto/play su cui è precipitato il Blocco. All’inizio l’importante è perseverare: due parole e dieci minuti al dì. Tanto si può essere certi che succederà da sé, prima o poi: la storia abbandonata tornerà a fare capolino – e quello sarà un gran buon segno.

Così va meglio, I.?

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* Sorpresi, ain’t you? 

** Sì, lo so – storia vecchia. Ma mi perdonerete se non ho voglia di giocare ad essere Bloccata con la revisione-in-corso. Scampi&liberi, in fact.

Circhi, Sipari e Strozzature

Parlavamo del sipario della conoscenza, ricordate?

Ebbene, per gentile concessione dello scrittore e insegnante di scrittura creativa Larry Brooks, il papà del favoloso sito Story Fix, ecco a voi la traduzione di un’interessante variazione sulla struttura narrativa aristotelica. Struttura in due Punti Trama, due Strozzature e uno Snodo Centrale.

A parte il fatto che è presentata a forma di tenda da circo (a tre piste), la struttura non è diversissima da Tre Atti & Tre Disastri, ma lo schema è pieno di acute osservazioni sulla progressione della storia. Personalmente sono affascinata in particolare dallo Snodo centrale – quel terremoto nella comprensione del protagonista di cui, per l’appunto, parlavamo lunedì – e dalle due Strozzature, aperture sul punto di vista dell’Antagonista.

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LEGENDA:

I Punto Trama: è il singolo evento più importante di tutta la storia, è ciò che guida o spinge il protagonista attraverso tutti gli alti e bassi a seguire. E’ dove la storia inizia, dove il conflitto principale fa la sua comparsa in scena. Dovrebbe arrivare circa a un quarto dall’inizio, alla fine della fase di preparazione.

I Strozzatura: qualcosa di semplice e rapido, mostrato al lettore dal punto di vista dell’antagonista, per ricordargli che l’antagonista è là fuori, con cattive intenzioni nei confronti del protagonista. Circa a 3/8 della storia.

Snodo Centrale: è dove il sipario della conoscenza si scosta per il protagonista e/o il lettore. A cambiare non è tanto la storia, quanto la comprensione di ciò che sta accadendo da parte del protagonista e/o del lettore. Se è messo a parte dell’epifania, il protagonista passa qui dall’atteggiamento di reazione a quello di attacco.

II Strozzatura: attorno ai 5/8 della storia, è il momento di dare un’altra occhiata al punto di vista dell’antagonista, per mostrare al lettore che ci sono buone o cattive sorprese in serbo per il protagonista.

II Punto Trama: è l’ultimo momento utile per aggiungere alla storia informazioni che consentiranno al protagonista di fungere da catalizzatore per la conclusione della storia. Dopo questo punto – attorno ai 3/4 della storia, non c’è più posto per ulteriore esposizione: si usano solo informazioni e personaggi già in campo.

È logico, non si tratta di prescrizioni tassative, ma dell’esposizione di una serie di principi che si sono solidificati in millenni di narrazione. Per di più, è un’esposizione originale, intelligente e più percettiva della media, piena di buone domande che, nel progettare la struttura di un romanzo, sarebbe salutare porsi prima o poi.

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Qui potete vedere – e scaricare – il PDF originale, opera della grafica Rachel Savage.

Gen 15, 2016 - grilloleggente, scrittura, teatro    3 Comments

Nemmeno Una Donna

silhouette-woman-draftingHo ricevuto domande a proposito della nota a questo post, e al docente americano che si stupì perché “non scrivevo personaggi femminili”…

Spiego. C’era questo corso di scrittura teatrale, e l’idea era che facessimo pratica ed esercizio scrivendo un 10-minute-play, ovvero un atto unico in miniatura della durata di dieci minuti è giù di lì. È un genere più diffuso e praticato di quanto noi si possa credere – nel senso che Oltre l’Acqua* queste robine tascabili non sono solo per esercizio, ma arrivano in scena, hanno concorsi dedicati e generalmente riscuotono molto apprezzamento. E non a torto, perché scriverle bene, le robine tascabili, non è per niente facile.

Ad ogni modo, tornando a noi e al corso, venne il momento di sottoporre al docente la prima pagina. Nella mia prima pagina entravano in scena due giornalisti anni Trenta – il direttore di un quotidiano e il suo redattore capo. Ora non starò a dire che la pagina fosse un granché, perché non lo era. Il docente mi fece qualche osservazione sensata – ma quello che lo perplimeva e stupiva più di tutto era che, essendo io una donna, avessi scelto due protagonisti maschili e nemmeno una donna. Silhouette-teacher

Gli chiesi lumi. Trovava forse che i due fossero poco convincenti? Scritti male? Non adatti al contesto? Inefficaci, blandi o che altro? No, fu la risposta, per niente – però erano due uomini, e io una donna.

Feci notare che negli Anni Trenta le direttrici di quotidiani erano pochine – così come le redattrici capo – e mi sentii dire che non era quello il punto. Né costui mi disse, come avrebbe potuto fare con qualche ragione, che oggidì la Protagonista Forte tira moltissimo a teatro come nei romanzi – ma nemmeno questo era il punto. Il punto era, evidentemente, che secondo il mio docente le donne dovrebbero scrivere donne.

silhouette-manE badate bene, non sto facendo del femminismo spicciolo. Mi irriterebbe altrettanto sentir dire (o implicare) che gli uomini devono scrivere uomini. Perché allora, seguendo questa logica, che deve fare il povero scribacchino di fronte a un’ambientazione che gli preclude personaggi del suo stesso sesso? Bryher non avrebbe mai dovuto scrivere The Player’s Boy perché nei teatri elisabettiani non c’erano donne? E Bernanos&Poulenc** avrebbero fatto meglio a lasciare Les Dialogues des Carmelites a delle colleghe? Insomma, se una storia ha/deve avere, richiede/mi pare più adatta ad avere/mi piace di più se ha dei protagonisti maschili, allora non è una storia che dovrei scegliere di scrivere? Che non dovrei voler scrivere? E questo perché non è quel che ci si aspetta, perché ci sono dubbi congeniti sulla mia capacità di scrivere uomini convincenti, perché fa di me una donna stramba?

Come che sia, la trovo un’applicazione molto letterale, molto miope e più che un po’ deprimente del sopravvalutato (e spesso male interpretato) adagio “Scrivi ciò che sai”. E questa, tutto sommato, è ancora la migliore delle ipotesi – perché otherwise si tratta di un discorso terribilmente sessista.

Capite perché quel corso non mi piacque molto?

 

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* Abbiate pazienza, devo ancora smaltire un lieve mood giacobita…

** Presumo che, se vale per gli scrittori di parole, valga anche per quelli di note?

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